Zero, artista aspirante, maestro dell'inazione e degli amori inespressi, è un analfabeta sentimentale con un armadillo per grillo parlante e un biglietto per Brescia. Nel tempo libero si stordisce di seghe, plumcake e autocommiserazione. Dove sta andando accompagnato dagli amici di sempre, Sara e Secco? Per ingannare l'angoscia, durante questo viaggio della vita – e della morte –, darà avvio a un flusso di coscienza brillante, verboso, coloratissimo, capace di raccontare a suon di citazioni nerd il precariato, l'indecisione cronica, l'istruzione scolastica, le relazioni tossiche, gli aneddoti belli e quelli brutti. Già conosciuto attraverso la trasposizione di La profezia dell'armadillo, Zero mi ha fatto prima bene e poi male. Zero non mi piace. Zero mi somiglia così tanto da mettermi in imbarazzo. Alter-ego di un famoso fumettista romano, che questa volta scrive, dirige e doppia per Netflix, è la voce dolente di una generazione vicinissima alla mia tanto nella pazza gioia quanto nella disperazione. Perché essere giovani, oggi, significa sentirsi degli eterni fogli accartocciati. Non abbiamo linee tratteggiate da seguire, né forbici per realizzare un bel lavoro di precisione. Strappiamo alla cazzo di cane, e ci strappiamo. Siamo stracci, coriandoli. Siamo tagli. Nel ricordarcelo, nichilista con ironia, Zerocalcare firma una delle migliori novità dell'anno corrente. (8)
venerdì 3 dicembre 2021
Le serie sulla bocca di tutti: Strappare lungo i bordi | Maid | Scenes from a Marriage | The White Lotus | Only Murders in the Building
sabato 30 ottobre 2021
Halloween ai tempi di Netflix: Squid Game | Midnight Mass | You S03
È la serie del momento. La amano. La odiano. Amano odiarla. Io stesso l'ho affrontata con scetticismo, al pari di un tormentone estivo venuto a noia prima del tempo per via degli schiamazzi dei vicini. I primi episodi non mi davano torto: a causa dei meme spammati dappertutto, avevo l'impressione di averli già visti. E in una serie in cui l'originalità non è di casa – ricorda The Running Man, Battle Royale e Hunger Games, ma anche gli intrecci kitsch delle spagnole La casa di carta e Vis a vis – gli spoiler sparsi rovinavano le rare sorprese rimaste. Qualcosa è cambiato negli ultimi: quando questo gioco al massacro, eccezionalmente made in Corea, lancia guanti di sfida più sadici e imprevedibili; quando le uscite di scena cominciano realmente a spezzare il cuore. È un'arena in cui dei giocatori pronti a tutti si sfidano per un ricco montepremi: ne uscirà soltanto uno. Chi? Tra partite a un due tre stella, tiri alla fune e lanci d biglie, si procede in maniera implacabile sfida dopo sfida. Ci si affeziona ai più fragili, si detestano carcerieri e prepotenti, ma si sente spesso la mancanza di una satira sociale più spiccata – no, non siamo al cospetto di un nuovo Parasite –, così come si sorride delle imprese assurde di un poliziotto sotto copertura. Nonostante si tifi soprattutto per un papà povero in canna, il suo vicino di casa caduto in disgrazia e un'adolescente con un fratellino da salvare dall'orfanotrofio, le protagoniste assolute sono loro: le straordinarie scenografie dai colori pastello, capaci di coniugare stile e inquietudine. Tutt'altro che perfetta, Squid Game non è né un capolavoro né un flop, ma una soddisfacente via di mezzo: un intrattenimento solido, ma dal successo forse immotivato, che spero avvicinerà il pubblico medio alle visioni in lingua originale e alle chicche del cinema asiatico. (7,5)
venerdì 8 ottobre 2021
Stagione che vieni, serie TV che vai: Sex Education 3 | Modern Love 2 | Atypical 4 | This is us 5 | Dickinson 2
All'inizio l'avevo sottovalutata, scambiandola per una specie di American Pie. Ma capace com'è di alternare i momenti goderecci alle riflessioni, a sorpresa, Sex Education è una serie che cresce di stagione in stagione. E la terza, per me, è la più bella finora prodotta. Matura e inclusiva come non mai, oltre a seguire l'evoluzione di personaggi ormai amatissimi, ha un occhio di riguardo verso il mondo queer. E l'amore platonico tra l'atleta popolare e il nuovo personaggio non binario, insieme a una scena che affronta la tematica tabù di sesso e disabilità, è di una delicatezza commovente. Di mezzo ci si mette anche la preside Jemina Kirke, cattiva ma non troppo, che per riportare ordine impone divise inamidate e etichette. Nell'impossibilità di esprimere sé stessi, i personaggi sentiranno nostalgia delle lezioni impartite da Otis e Maeve: ormai ai ferri corti – lui in una relazione segreta con Ruby, lei presissima da Isaac –, per un po' si sfiorano a malapena ma faranno scintille in gita. Come può Aimee superare il trauma delle molestie? Con chi possono confessare Eric e Adam, dopo un clamoroso coming out, le prime titubanze? C'è qualcosa di sbagliato nelle fantasie di Lily, che si eccita soltanto con racconti sugli alieni? Mentre gli adulti spiazzano tutti con una gravidanza imprevista – è fiocco roso per Gillian Anderson –, gli sceneggiatori non dimenticano di approfondire i comprimari né di stare al passo. La serie elogia il sesso, in qualunque sua forma, ma condanna il sessismo. Dà voce a ogni identità di genere, mette in mostra ogni corpo. È empatica e formativa, senza mai scadere nel didascalismo: la farei vedere a scuola, vorrei viverci dentro. Perché insegna stare meglio al mondo, e con più leggerezza. (8)
D'un fiato, anche se in ritardo sulla tabella di marcia, ho recuperato anche la quinta stagione di This is us. Nonostante i momenti di commozione non si siano negati, complice i ritmi del binge watching, per me è forse la stagione più discontinua e frammentaria del ciclo: soprattutto dopo i fasti impensati della precedente, di una magia pari a quella dell'esordio. Trovo saggia perciò, come annunciato da cast e produttori, la scelta di salutare per sempre la famiglia Pearson il prossimo anno: la sesta stagione sarà l'ultima. I flashback e i flashforward sono introdotti disordinatamente, con flebili fili conduttori a unirli. La costante presenza del Jack di Milo Ventimiglia, a malincuore, appare sempre più forzata. Ma se un Kevin neopapà si conferma il mio preferito dei tre fratelli e Kate, invece, la più insopportabile, sorprende constatare quanto a tenere banco siano quei comprimari un tempo in secondo piano: l'adorabile zio Nicky, la madre biologica di Randall, Beth, Toby, Miguel e soprattutto Madison, futura sposa di Kevin. L'emergenza sanitaria ancora in atto avrà fatto sicuramente la sua parte, guastando i piani di gloria degli sceneggiatori. E per la prima volta, così, viene messo in scena in TV il dramma delle mascherine antisettiche, degli abbracci centellinati, della degenza. Il pregio? Benché dimenticabili, questi quindici episodi sono la campagna vaccinale più efficace su piazza. Per questo e per l'affetto che ormai ci lega, gli perdoniamo qualche sbadiglio qui e lì. (7)
lunedì 23 settembre 2019
I ♥ Telefilm: Undone | Marianne | Élite S02
Nel
primo autunno a corto di BoJack Horseman – a quando,
Netflix, la sesta stagione? –, gli sceneggiatori Kate Purdy e
Raphael Bob-Waksberg hanno unito le forze per una nuova serie animata. Lontani dai retroscena di Holliwoo, con Amazon a
produrre, passano al tema fin troppo abusato dei viaggi nel tempo;
dall’animazione tradizionale alla tecnica del rotoscope, già
sdoganata da Richard Linklater. Inutile dire, non ci si
aspettava semplicemente un bell’esordio: carico di aspettative,
alla luce dell’entusiasmo letto in rete, confidavo in una delle
serie dell’anno. Così non è stato, senza grandi rimpianti, e
spiego subito il perché. Undone racconta del tracollo
psicologico di Alma all’indomani di un incidente stradale:
risvegliatasi dal coma, la maestra d’asilo scopre di poter parlare
con il padre – scienziato morto in circostanze misteriose – e di
essere in grado di cambiare il corso degli eventi. Ma la
protagonista, interpretata dall’ottima Rosa Salazar, ha una nonna schizofrenica, cicatrici sui polsi,
medicinali che a un certo punto sceglie di non prendere. La sua è
una missione degna di un supereroe, o un’avvisaglia della malattia
mentale? Nel frattempo la sorella sta per convolare a nozze, la mamma
iperprotettiva per scoperchiare un vaso di Pandora colmo di rancore
verso il compagno defunto – un insopportabile Bob Odenkirk – e il
dolcissimo fidanzato Sam, come lei reduce da un’infanzia difficile,
tenta di assecondarla nonostante il dubbio che stia delirando.
Vicina all’estetica della coppia Kaufman-Gondry, ma anche al
romanticismo del nostro Valerio Mieli, la prima stagione di Undone
è tanto brillante dal punto di vista umano quanto derivativa
sotto l’aspetto fantascientifico. Le si riconoscono un’animazione
all’avanguardia, la solita grande scrittura – qui non lineare –,
quei personaggi adorabili e dolenti che funzionano soprattutto nelle
situazioni di tutti i giorni, lontani dallo sperimentalismo della
trama. Paradossalmente, è proprio la componente sci-fi – per quanto vicina
al cinema che piace a me, quello minimalista del Sundance – a non
far gridare al miracolo davanti a questa ricerca proustiana a metà
fra l’irrestistibile Fleabag e il dimenticato Maniac.
Per alcuni imperdibile, dal poco che si è visto appare sicuramente
una visione stimolante. Ma, per il momento, con lo stesso senso
d’irrisolto del titolo. (7)
Benvenuti
a Elden, sinistra ma bellissima città portuale sulle coste francesi.
L’unica attrazione turistica, all’inizio, era il vecchio faro. Ma
dopo la fama raggiunta da una delle sue abitanti, l’attenzione si è
spostata al mondo dei libri: quegli scenari sono stati d’ispirazione
alle creazioni dell’amata-odiata Emma, scrittrice horror di fama
mondiale di ritorno all’ovile in seguito a un evento preoccupante:
l’antagonista della sua storia, una strega in cerca di vendetta,
sembra essere sbucata fuori dalle pagine per ricattarla tirando in
ballo la famiglia, gli ex compagni di scuola, un lutto passato. La
colpa di Emma: aver messo un punto fermo alla saga di Lizzie Lark,
quando il mostro – Marianne, sposa di Satana condannata ai tempi
dell’Inquisizione – non voleva ancora essere dimenticata. In un
villaggio in cui male e mare fanno rima, quattro amici d’infanzia
si danno appuntamento per riabbracciare la ragazza e aiutarla. Ma
lei, tipino sarcastico e scontroso dotata della bellezza rockettara
di Victoire DuBois, è un buco nero che porta con sé sfortune e
tragedie. Fra vecchi amori e nuovi incubi, la serie d’oltralpe non
si lascia sfuggire elementi di sicuro raccapriccio: voci mostruose o
cantilenanti, figure nell’ombra, risate di bambini spettrali, cani
rabbiosi e denti strappati, anche se a ispirare
l’inquietudine maggiore è la performance di una strepitosa
Mireille Herbstmeyer. Non mancano gli inserti ironici, garantiti da un detective un
po’ sopra le righe, né l’effetto nostalgia quando si entra in
territori kinghiani: lo spunto è quello di un Misery in
chiave soprannaturale, infatti, ma la rimpatriata ricorda proprio
quella dei Perdenti di It. Tanto l’ultimo film di Muschietti
è fallimentare nella componente orrorifica, però, quanto questo
Marianne è riuscito. La serie, cosa rara, fa genuinamente
paura. Una paura generata dagli innumerevoli jumpscare alla James
Wan, ma anche dal fascino macabro delle tematiche e delle
ambientazioni. Di grande atmosfera, piena di citazioni letterarie e
sobbalzi, è consigliata a chi come me ha apprezzato l’ultimo
Laugier. Un carrozzone del terrore sì ammiccante e già visto, ma comunque invidiabile per cura e gestione della suspance: perfetto per
entrare nel mood di Halloween. (7+)
Erano
giovani, carini e bugiardi. Erano, a mani basse, il guilty pleasure
dello scorso anno. Sfacciatamente trash, un po’ Gossip Girl
e un po’ Le regole del delitto perfetto, Elite mi
aveva divertito da morire con il suo vortice di intrighi
adolescenziali, sangue e sesso spinto. Chi aveva ucciso Marina? Era
il grande dubbio della prima stagione. Quest’anno l’interrogativo
cambia: cos’è successo al povero Samuel, l’outsider sulla bocca
di tutti per via della sua borsa di studio e della parentela con
l’accusato? Le variazioni sul tema sono minime: i nuovi ingressi
sono un’arrampicatrice sociale, con una mamma pagata per fare le
pulizie fra i corridoi della scuola privata; una presunta vincitrice
della lotteria, in realtà coinvolta in un traffico di stupefacenti;
il fratellastro della subdola Lola, ovviamente legato a lei da
un’attrazione incestuosa alla Cruel Intentions. Scompaiono i
volti più noti – Jaime Lorente e Miguel Herràn, forse impegnati
sul set della Casa di carta – e la sorpresa è tutta per
l’evoluzione del personaggio di Guzmàn, il fratello della ragazza
assassinata, al centro di un cammino di vendetta e redenzione. Per
fortuna sempre incensurati e recidivi, i giovani spagnoli sono meno
divertenti e coinvolgenti che in passato, ma più maturi. La seconda
stagione ha un andamento maggiormente lineare e conserva, per far
presa garantita sui buoni amanti del trash, la sua natura di mancata soap
opera. Innumerevoli le relazioni proibite, le coppie che ora
scoppiano o si consolidano, le amicizie storiche messe in pericolo
dal sospetto. Le tinte torbide, eppure, in teoria sono quelle di una
moderna tragedia shakespeariana. Si parla nemmeno troppo fra le righe
di quanto logorino la corruzione, il senso di colpa, il potere. Ma ci
si distrae, se in un prodotto leggerissimo, alla maniera dei ricchi: fste grandi e rumorose, alcol a fiumi, cocaina sniffata nei bagni di lusso. Il non detto li rende tutti
spensierati, ma anche complici e assassini. Il non detto ci renderà
tutti curiosi, davanti all'idea di un rinnovo già annunciato. (6,5)mercoledì 7 agosto 2019
I film che leggeremo: saghe, capitoli complementari e puntate
7 novembre 2019
26 settembre 2019
The Witcher
Fine 2019
Fine 2019
Artemis Fowl
2020
Watchmen
Ottobre 2019
Cercando Alaska
18 ottobre
mercoledì 10 luglio 2019
I ♥ Telefilm: Stranger Things S03 | Black Mirror S05
Ero
partito annoiato in partenza. Negativamente prevenuto, e per via di
un passaparola che, fra fumetti, romanzi e pubblicità, aveva reso poco sentito il ritorno a Hawkins.
Sono uno spettatore che si annoia presto: la seconda stagione, troppo
seriosa per i miei gusti, aveva già smorzato gli entusiasmi
iniziali. Sono un pioniere solitario che alle mete frequentatissime – per esempio Game of Thrones,
mai seguita – non s'interessa. Per fortuna cambiare idea si può.
Così come, partiti sulla difensiva, ritrovarsi a
guardare con gli occhi a cuoricino una sorprendente terza stagione:
forse la migliore. Il merito non spetta, no, all'inventiva degli
sceneggiatori. Stranger Things è sempre lo stesso, ma quest'anno c'è magia nel contenitore con all'interno il meglio degli anni Ottanta. Non soltanto creature
alla Tremors o invasati che ricordano gli zombie di Romero, ma anche l'umorismo delle
commedie adolescenziali: ironiche e smaliziate, con
tanto di conflitto maschi contro femmine o di giochi da tavolo
traditi, infine, per i primi baci. I protagonisti sono
diventati grandi. A un passo dall'adolescenza sperimentano pomiciate
e gelosie; imboccano strade differenti ma la paura li raduna comunque
nello stesso luogo. Più horror che in passato ma anche più spassoso, Stranger Things si
veste di leggerezza per l'estate. Mentre il quattro luglio si
avvicina, e distrae gli adulti con le giostre in piazza o i cieli di
mille colori, nessuno sembra accorgersi del pericolo in agguato: i
russi trafficano con il paranormale e come laboratorio segreto hanno il nuovo centro commerciale. La Ryder e Harbour, abbastanza sopra le righe da risultare irritanti, torchiano un sovietico già idolatrato in rete;
l'esilarante Steve, lasciata la noiosa Nancy a indagare, serve gelati accanto a una nuova arrivata – la splendida
figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke – e s'intrufola in cunicoli
proibiti guidato da Dustin e dalla sorellina di Lucas, altra
inaspettata spalla comica; Eleven, confusa dai sentimenti verso Mike
e ancora al centro del ciclone, questa volta preferisce affidarsi ai pregi della coralità nella lotta al male. Il Mind Flayer, infatti,
non è andato via. Splatter e irriverente, un
tempo poteva contare soprattutto sull'effetto nostalgia e sui poteri
straordinari della sua eroina: al centro di un assedio adrenalinico,
queste otto puntate aggiuntive spaziano invece dal survival allo
spionaggio, regalandoci un'avventura basata su comprimari vincenti e
toni sempre indovinati. La sensazione che ci assale, ai titoli di
coda, è una malinconia simile a quella del mese di settembre. Come
rinunciare all'incanto di vacanze in cui ogni stranezza è possibile,
se ci aspettano la scuola e le responsabilità degli adulti?
Spaventano i viaggi e il dolore; spaventano i cambiamenti. Ma a
tirarci su, sotto forma di duetto, c'è una canzone iconica finora
associata alla Storia infinita:
canta di mondi di fantasia e favole senza fine. Sarebbe stato
bellissimo, tuttavia, se Stranger Things avesse
voluto contraddirla per fermarsi qui: a un finale con i fuochi
d'artificio, che piace immaginare risolutivo perché perfetto. (8)
Lui,
lei, l'altro: un triangolo a tinte gay, consumato fra realtà
virtuale e vita vissuta. C'è lo spunto, ma manca lo sviluppo. Un
tassista sull'orlo di una crisi di nervi prende in ostaggio lo
stagista di una società di comunicazioni: c'è un attore incredibile, ma manca una
riflessione che risulti meno didascalica di così. Un'adolescente emarginata
trova un'amica nella bambola progetta a immagine e somiglianza di una
cantante sulla cresta dell'onda, ma la quotidianità di
una star generazionale non è tutta applausi o luccicori: a bordo c'è
un'ospite chiacchieratissima, Miley Cyrus, ma manca il senso. La
superficie dello specchio nero di Charlie Brooker era già incrinata
da un po'. Quest'anno apre le ennesime, preoccupanti crepe, ma spiace
meno dello scorso anno grazie a pochi episodi – tre in totale –
che almeno invogliano al binge. Attento non tanto alla fantascienza
quanto all'umano, Black Mirror riflette sui social media e
sull'importanza della comunicazione faccia a faccia: cosa mai
accaduta prima, si apre perfino alla speranza. Su carta, quelli
descritti potrebbero sembrare i segreti di una stagione che reagisce
alla stanchezza rinnovandosi. Ma, un po' delusi, ci si accorge che
sono semplicemente le avvisaglie di una serie che in assenza di
fantasia sta perdendo la ferocia delle idee iniziali. Realizzando
episodi con la lunghezza dei mediometraggi, di buona qualità ma niente affatto memorabili, che chiudono la satira fra parentesi tonde e
passano dal dramma omosessuale al thriller alla Locke, fino a
concedersi una tappa inclassificabile nella commedia adolescenziale.
Caro Brooker, ora fermati. Prenditi il tempo che serve, per scrivere e
metabolizzare le critiche ricevute. Frena le pressioni dell'emittente e, se
necessario, non proseguire. Cerca il brillantante per il tuo specchio
opaco, o cambiagli titolo; trovagli un nuovo impiego. Non basta l'indiscutibile bravura di Andrew Scott, preferibile al Vetril, per tirarlo a lucido
come pretenderemmo. (6,5)giovedì 23 agosto 2018
I ♥ Telefilm: Insatiable | UnREAL S04
In
sovrappeso, seguita a ruota da una migliore amica dai dubbi gusti
sessuali, figlia di una mamma single che per lavoro sforna burritos e
di un padre dall'identità segreta, Patty, diciassette anni e
sentirsene cento, è il ritratto dell'impopolarità in un'età – in
un Paese – che pretenderebbe bellezza, valori tradizionali, modelli
vincenti. Chi poteva immaginarlo che l'ennesima prepotenza – il
pugno di un barbone rissoso – avesse dei pregi? Dimagrita di trenta
chili durante la convalescenza, più avvenente ma non per questo più
felice, la liceale punta alla vendetta. Adesso vuole vincere, anche a
costo di umiliare o allontanare gli altri. Soltanto così può andare
oltre il famigerato soprannome di Maiale Patty. Rimpiazzandolo,
magari, con una nuova reputazione: anche pessima. Sete di sangue e
fame di vendetta portano la semisconosciuta Debby Ryan a incrociare
così la strada di Dallas Roberts, irresistibile cinquantenne in
crisi d'identità – ufficialmente avvocato ma, a porte chiuse,
consulente di bellezza nell'occhio del ciclone –, che si barcamena
fra le arringhe e i pettegolezzi, la moglie Alyssa Milano e il rivale
brillante di un Christopher Gorham che più invecchia, più si fa
bello. Boicottato per presunto fat
shaming, Insatiable è
l'anti-Tredici per
eccellenza: commedia adolescenziale di nero vestita che scherza sullo
stupro, sull'aborto e la sessualità, sui chili in più, con sommo
disappunto di chi non apprezza il grottesco o l'umorismo caustico. A
ben vedere, però, il dente avvelenato è pura apparenza: ecco la
morale, sempre (ben) nascosta dietro l'ennesimo sfottò alle serie TV
a tesi, al perbenismo medio-borghese, a cacce alle streghe in nome
del politicamente corretto che di questi tempi fanno più male che
bene. Cattiva Patty, che per tutta l'adolescenza ha covato tra sé e
sé una rabbia ferocissima, o forse gli altri? I comportamenti
diseducativi dell'ex bruttina, comunque eternamente sulla difensiva,
smascherano infatti l'opportunismo di nemici convertiti in amanti. Si
parte dalle aule di tribunale del pilot, per poi muoversi fra
concorsi di bellezza e aule scolastiche: la stessa giungla
spietata. Insatiable,
ho constatato con un po' di sorpresa, non ha la struttura della
comedy che ci si aspetterebbe: quei quaranta minuti, giudicati troppi
all'inizio, si rivelano utili invece per seguire le vicende di amici,
mentori e figuranti, tutti ugualmente indispensabili – e, sempre
con un po' di sorpresa, tocca scoprire strada facendo quanto gli
intrighi degli adulti divertano più di quelli dei giovanissimi del
cast. La scrittura, per quanto spassosa, non è purtroppo il punto
forte: va incontro a qualche problema con personaggi che troppo in
fretta passano da buoni a cattivi, dall'ira al pentimento insincero;
svolte e situazioni a dir poco sopra le righe, con attori ridotti a
macchiette caricaturali per amore della risata facile; contaminazioni
con l'horror o con le soap opera che mancano tuttavia del candore
sincero di un Jane
The Virgin.
Deliziosamente perfido, questo guilty pleasure al sangue pizzica il
palato con personaggi al limite – dell'immoralità, del buon gusto
– e battute senza peli sulla lingua che scontenteranno i buonisti.
Se la scorrettezza con me vince facile, minaccia sul fronte opposto
di far perdere iscrizioni in casa Netflix: probabilmente non
rivedremo Insatiable,
da sacrificare sull'altare delle future cancellazioni, e me ne
dispiaccio. Morale della favola? La vendetta dà la bulimia. Ma la
mia insaziabile fame di trash, intanto, è stata per fortuna
parzialmente placata. (6,5)
Dopo
l'affannoso trascinarsi della stagione
precedente, inatteso e in sordina torna per la quarta
volta UnREAL.
Il proposito di non proseguire: accantonato senza ripensamenti alla
notizia che all'indomani di questo nuovo arco di episodi – otto, e
non dieci come da patti – non ce ne sarebbero stati altri.
Accorciata, cancellata, la serie scritta dall'acclamata Marti Noxon –
autrice in questo stesso palinsesto del soporifero Sharp
Objects –
era stata infatti salvata da Hulu, e da Hulu messa in streaming per
un binge
watching conclusivo.
Lasciati da parte i toni delle passate puntate, più moraliste e per
questo, forse, inadatte a chi sin dall'inizio domandava
intrattenimento senza tabù, Everlasting –
fittizio programma d'incontri sulla scia del nostro Temptation's
Island –
riscopre fieramente il trash e la crudeltà. Che gli spettatori
armati di un altro po' di pazienza, perciò, si preparino a
un'edizione stellare. Shiri Appleby e Constance Zimmer, all'apparenza
complici e manipolatrici come ai tempi d'oro, hanno chiamato
all'appello vecchi concorrenti affinché a nessuno venisse negato il
lieto fine. Tra questi, un ballerino bisessuale e tossicodipendente,
con un programma tutto suo in uscita e le peggiori intenzioni di
rovinarsi gambe e reputazione; una giovane vittima di stupro che in
gara ritrova proprio il suo assalitore, ben lontano dall'abbandonare
il suo spregevole vizietto; una spogliarellista, un'intrusa, che
nella sorpresa generale dà al femminismo un nuovo volto. Se Quinn,
incinta contro ogni pronostico, a tratti si addolcisce in nome
dell'istinto materno, è una Rachel bionda e spregiudicata a far
sembrare quisquiglie gli scorsi misfatti: totalmente fuori controllo,
fa concorrenza alle partecipanti, facendo perdere il conto degli
amanti e degli errori. È lei la vera nemica delle ragazze in gara, e
soprattutto di sé stessa. Per un lungo tratto, dunque, riaccogliamo
a braccia aperte il black humour, i piani machiavellici, gli
sgambetti che infrangono legge e buon gusto. Cosa vuol saperne la
coscienza, infatti, se lo share parla chiaro? Troppo presto, però,
per cantare vittoria. E ci si mette purtroppo di mezzo quel finale
affrettato, imperdonabilmente tarallucci e vino, all'insegna della
solidarietà – e dell'incoerenza – femminile. Più che una brusca
virata, si fa allora retromarcia. Quando, date le premesse, il
redivivo UnREAL poteva
ambire in extremis persino a superarsi. (6)lunedì 18 giugno 2018
Recensione: Heidi, di Francesco Muzzopappa
Ora si va in televisione.













