Visualizzazione post con etichetta Televisione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Televisione. Mostra tutti i post

venerdì 3 dicembre 2021

Le serie sulla bocca di tutti: Strappare lungo i bordi | Maid | Scenes from a Marriage | The White Lotus | Only Murders in the Building

Zero, artista aspirante, maestro dell'inazione e degli amori inespressi, è un analfabeta sentimentale con un armadillo per grillo parlante e un biglietto per Brescia. Nel tempo libero si stordisce di seghe, plumcake e autocommiserazione. Dove sta andando accompagnato dagli amici di sempre, Sara e Secco? Per ingannare l'angoscia, durante questo viaggio della vita – e della morte –, darà avvio a un flusso di coscienza brillante, verboso, coloratissimo, capace di raccontare a suon di citazioni nerd il precariato, l'indecisione cronica, l'istruzione scolastica, le relazioni tossiche, gli aneddoti belli e quelli brutti. Già conosciuto attraverso la trasposizione di La profezia dell'armadillo, Zero mi ha fatto prima bene e poi male. Zero non mi piace. Zero mi somiglia così tanto da mettermi in imbarazzo. Alter-ego di un famoso fumettista romano, che questa volta scrive, dirige e doppia per Netflix, è la voce dolente di una generazione vicinissima alla mia tanto nella pazza gioia quanto nella disperazione. Perché essere giovani, oggi, significa sentirsi degli eterni fogli accartocciati. Non abbiamo linee tratteggiate da seguire, né forbici per realizzare un bel lavoro di precisione. Strappiamo alla cazzo di cane, e ci strappiamo. Siamo stracci, coriandoli. Siamo tagli. Nel ricordarcelo, nichilista con ironia, Zerocalcare firma una delle migliori novità dell'anno corrente. (8)

In fuga da una relazione tossica insieme alla figlioletta, Alex sbarca il lunario come domestica. Pulisce le case dei ricchi, e ne carpisce le storie, i segreti, le felicità apparenti. Alex smacchia, sgrassa e lucida in silenzio. Ma a dispetto degli sforzi titanici non riesce a cancellare i dolori della propria famiglia disastrata, composta da una madre bipolare, un padre assente e un partner tenero ma imprevedibile negli sbalzi d'umore. Attraverso i viavai giornalieri della protagonista, questa miniserie – ispirata a una storia vera – racconta con sguardo partecipe i figli di un Dio minore. Quelli dei sussidi statali, delle case-famiglia, del buoni pasti: i novelli miserabili. Prodotta dagli autori di Shameless e Promising Young Woman, Maid descrive in maniera simile il disagio sociale e la solidarietà femminile senza però mai propendere per il grottesco. Realistica, introspettiva, ma all'occorrenza sognante, è un'ordinaria storia d'ispirazione e coraggio sorretta da un cast straordinario. Benché stupisca il Nick Robinson dell'adolescenziale Tuo, Simon, giganteggiano Margaret Qualley e Andie MacDowell. Mamma e figlia anche nella vita reale – la prima una definitiva consacrazione, l'altra un insperato ritorno di fiamma: le rivedremo entrambe ai Golden Globe – minacciano di andare in pezzi in continuazione. Ma, miracolose fino all'ultimo, non si rompono. (7,5)

Oscar Isaac e Jessica Chastain – quanta bellezza, quanta bravura: ne saranno ben felici i nostri ormoni – si amano e si odiano alla follia nella miniserie ispirata a Bergman. Seppure a ruoli inversi rispetto al film originale, discutono di monogamia, sesso e tradimenti nell'arco di cinque puntate. Lui, insegnante di filosofia, è caloroso e accomodante. Lei, manager ambiziosa, appare più disincantata. Nonostante la sceneggiatura e le performance, di altissimo livello, siano state acclamate all'unisono al Festival di Venezia, il piglio freddo e cerebrale del tutto non è riuscito mai a emozionarmi. Anzi: lo script sembra fare il possibile per renderli insopportabili, con Isaac ridotto a uno zerbino e Chastain trasformata in un'aguzzina capricciosa. Alle “scene” di Hagai Levi – sbrodolate sedute psicoanalitiche mascherate da schermaglie coniugali – manca qualsiasi spontaneità. Possibile che fosse più dolorosa una lite di pochi minuti nell'ultimo Baumbach rispetto a questo profluvio di recriminazioni e pavoneggiamenti stellari? Per riprendersi dall'eventuale delusione, consiglio la terza stagione di Master of None altro tributo al maestro svedese – o Chiamami ancora amore, un Kramer VS Kramer all'italiana prodotto dall'insospettabile mamma Rai. (6)

Una famiglia con detestabili figli adolescenti al seguito. Una coppia di neosposi minacciata dalla tristezza di lei, insofferente verso quel marito capriccioso. Un'appariscente donna di mezza età con un'urna da spargere nell'oceano. E un resort esclusivo, nelle sognanti Hawaii, che per qualche tempo ne accoglie le storie, gli strepiti e i disastri tragicomici, mentre il suo impettito direttore rischia di perdere il suo buon nome. Le esistenze dei villeggiantisi intrecceranno con risultati imprevedibili a quelle dei dipendenti. Grottesca, acidissima, scritta in stato di grazia, The White Lotus fa ridere a denti stretti a proposito di white privilege, patriarcato e perbenismo. Come nella migliore tradizione della satira sociale, la sceneggiatura – perfetta nei primi episodi – bacchetta i vizi di questi riccastri vuoti e superficiali. I toni sono corrosivi, la colonna sonora tribale, il cast strabiliante – l'iconica Jennifer Coolidge su tutti, ma occhio anche ai sorprendenti Murray Bartlett e Alexandra Daddario. Peccato per l'epilogo, agrodolce ma senza coraggio: un ritorno alla normalità (con omicidio) che non convince completamente. Bella, ma non quanto si leggeva in giro ai tempi della messa in onda su Sky, resta la versione riuscita della pessima Nine Perfect Strangers ma non il capolavoro annunciato. (7)

Un attore sul viale del tramonto, un regista in bancarotta e una ventiseienne dal passato enigmatico fanno squadra per indagare su un omicidio avvenuto nel loro condominio. Che la morte di un solitario uomo d'affari sia correlata a quella di una giovane di buona famiglia, caduta dall'ultimo piano qualche anno prima? I sospettati, di tutto rispetto, comprendono anche Nathan Lane e la rockstar Sting. Giocando a fare i detective, i tre protagonisti contribuiscono a creare un un podcast dal successo istantaneo e questa deliziosa comedy d'ambientazione newyorese, che nei suoi momenti più felici ricorda proprio il Woody Allen di Misterioso omicidio a Manhattan. Peccato che, nonostante qualche trovata particolarmente brillante – il settimo episodio, un prodigio tecnico girato dal punto di vista di un inquilino non udente – e colpi di scena in quantità, il risultato sia tanto piacevole quanto innocuo. Già confermato per una seconda stagione, Only Murders in the Building resta in ogni caso l'intrattenimento ideale per gli amanti di Agatha Christie e per spettatori arzilli anche se in là con gli anni. I suoi pregi maggiori? Aver riporto sugli schermi Steve Martin e Martin Short, irresistibili mattatori, che ammiccano alle nuove generazioni – da qui il coinvolgimento di Selena Gomez – e brindano alla vita scherzando a lungo con la morte; la sigla animata, tra le più belle dell'anno corrente; il format vincente, purtroppo supportato da un intreccio poliziesco tutt'altro che indimenticabile. (6,5)

sabato 30 ottobre 2021

Halloween ai tempi di Netflix: Squid Game | Midnight Mass | You S03

È la serie del momento. La amano. La odiano. Amano odiarla. Io stesso l'ho affrontata con scetticismo, al pari di un tormentone estivo venuto a noia prima del tempo per via degli schiamazzi dei vicini. I primi episodi non mi davano torto: a causa dei meme spammati dappertutto, avevo l'impressione di averli già visti. E in una serie in cui l'originalità non è di casa – ricorda The Running Man, Battle Royale e Hunger Games, ma anche gli intrecci kitsch delle spagnole La casa di carta e Vis a vis – gli spoiler sparsi rovinavano le rare sorprese rimaste. Qualcosa è cambiato negli ultimi: quando questo gioco al massacro, eccezionalmente made in Corea, lancia guanti di sfida più sadici e imprevedibili; quando le uscite di scena cominciano realmente a spezzare il cuore. È un'arena in cui dei giocatori pronti a tutti si sfidano per un ricco montepremi: ne uscirà soltanto uno. Chi? Tra partite a un due tre stella, tiri alla fune e lanci d biglie, si procede in maniera implacabile sfida dopo sfida. Ci si affeziona ai più fragili, si detestano carcerieri e prepotenti, ma si sente spesso la mancanza di una satira sociale più spiccata – no, non siamo al cospetto di un nuovo Parasite –, così come si sorride delle imprese assurde di un poliziotto sotto copertura. Nonostante si tifi soprattutto per un papà povero in canna, il suo vicino di casa caduto in disgrazia e un'adolescente con un fratellino da salvare dall'orfanotrofio, le protagoniste assolute sono loro: le straordinarie scenografie dai colori pastello, capaci di coniugare stile e inquietudine. Tutt'altro che perfetta, Squid Game non è né un capolavoro né un flop, ma una soddisfacente via di mezzo: un intrattenimento solido, ma dal successo forse immotivato, che spero avvicinerà il pubblico medio alle visioni in lingua originale e alle chicche del cinema asiatico. (7,5)

Il talento narrativo e stilistico di Mike Flanagan è pressoché indiscutibile. Nato a Salem, cresciuto a pane e Stephen King, unisce l'horror al melodramma con un equilibrio che lascia ogni volta commessi. Anche quando, come questa volta, non tutto torna. Anche quando, come questa volta, non tutto appare funzionale: soprattutto i dialoghi fiume, destinati a sfociare gratuitamente in un epilogo di sangue e fiamme. Su un'isola dal fanatismo religioso totalizzante, l'arrivo di un nuovo parroco genera miracoli e misteri. La buona novella è un contagio. La comunione, cannibalismo vampiresco. Midnight Mass ha soltanto sette episodi, ma si prende il suo tempo. Lenta, corale e verbosa, intavola lunghe conversazioni sulla fede, la morte, il senso di colpa, la diversità culturale e religiosa. Gli elementi horror sono sparpagliati cautamente in ogni episodio e, quando il soprannaturale si manifesta, semina un po' di disappunto per quella computer grafica imperdonabilmente anni Novanta. La violenza e le lacrime, immancabili davanti a monologhi degni dei fasti di The Haunting of Hill House, giungono in ritardo e tutte insieme. Finendo per sconfessare, in parte, l'approccio un po' pretenzioso del resto. Perché tanto esistenzialismo per un caos che non lascia niente all'immaginazione? Accolta da molti come il capolavoro del regista, la serie mette tanta, troppa carne al fuoco. Discontinua ma generosa, punta su una sceneggiatura zeppa di scene madri e su un buon cast d'insieme: l'intensa e bella Katy Siegel, un Hamish Linklater finalmente in una performance da ricordare e Samantha Sloyan, più spaventosa di qualsiasi demone. Quanto è cieco il fanatismo? Quanto è fragile, quanto è disperata, la fede nell'impossibile? Ce lo spiega Flanagan, tra ambizione e kitsch,  prodigi e mostruosità, sacro e profano. (7)

Dopo aver sepolto la prima innamorata, lo stalker Joe ha finalmente trovato la sua anima gemella: Love, conosciuta nel corso della seconda stagione, a sorpresa era perfino più matta e sanguinaria di lui. All'improvviso neogenitori, prendono a seminare il caos in un ridente quartiere residenziale: mogli tentatrici, coppie no-vax e allettanti scambisti hanno ovviamente le ore contante. Tutti presi dal coprirsi le spalle a vicenda, i protagonisti non rinunciano tuttavia a nuove ossessioni: mentre Joe si invaghisce di una bella bibliotecaria in lotta per l'affidamento della figlioletta, Love si lascia lusingare dal vicino adolescente. E tutti fanno sesso con tutti, in questi dieci episodi di cinquanta minuti ciascuno, ma la serie è troppo grottesca e sopra le righe per risultare sexy. Il matrimonio riparatore? È la tomba dell'amore in You: da me attesissima, come sempre, nonostante un inizio intrigante e un prosieguo inspiegabilmente sciocco. Come mai gli sceneggiatori hanno deciso di trasformare i delitti di un fascinoso psicopatico in una commedia con qualche morto ammazzato qui e lì? Da vedere senza pretese, magari doppiata e sbrigando tutt'altro, la terza stagione diventa una novella Santa Clarita Diet che lascia gli zombie e flirta con i serial-killer. A darle un senso, oltre al consolidato carisma di Penn Badgley, sono il monologo conclusivo di una sempre bravissima Victoria Pedretti – a volte angelica, altre delirante, si concede una stoccata accesissima contro il perbenismo e il maschilismo della società contemporanea: in sottofondo Taylor Swift e Bon Iver – e l'insospettabile cambio di scenario degli ultimi minuti. Cosa succederà dopo un finale più movimentato e cattivo del resto, che solleva fuoco e fiamme in periferia? Ho il sospetto che al suo ritorno You – subito rinnovata per una quarta stagione – sarà nuovamente la discutibile parodia di sé stessa, ma che nuovamente me la gusterò in binge watching. (6,5)

venerdì 8 ottobre 2021

Stagione che vieni, serie TV che vai: Sex Education 3 | Modern Love 2 | Atypical 4 | This is us 5 | Dickinson 2

All'inizio l'avevo sottovalutata, scambiandola per una specie di American Pie. Ma capace com'è di alternare i momenti goderecci alle riflessioni, a sorpresa, Sex Education è una serie che cresce di stagione in stagione. E la terza, per me, è la più bella finora prodotta. Matura e inclusiva come non mai, oltre a seguire l'evoluzione di personaggi ormai amatissimi, ha un occhio di riguardo verso il mondo queer. E l'amore platonico tra l'atleta popolare e il nuovo personaggio non binario, insieme a una scena che affronta la tematica tabù di sesso e disabilità, è di una delicatezza commovente. Di mezzo ci si mette anche la preside Jemina Kirke, cattiva ma non troppo, che per riportare ordine impone divise inamidate e etichette. Nell'impossibilità di esprimere sé stessi, i personaggi sentiranno nostalgia delle lezioni impartite da Otis e Maeve: ormai ai ferri corti – lui in una relazione segreta con Ruby, lei presissima da Isaac –, per un po' si sfiorano a malapena ma faranno scintille in gita. Come può Aimee superare il trauma delle molestie? Con chi possono confessare Eric e Adam, dopo un clamoroso coming out, le prime titubanze? C'è qualcosa di sbagliato nelle fantasie di Lily, che si eccita soltanto con racconti sugli alieni? Mentre gli adulti spiazzano tutti con una gravidanza imprevista – è fiocco roso per Gillian Anderson –, gli sceneggiatori non dimenticano di approfondire i comprimari né di stare al passo. La serie elogia il sesso, in qualunque sua forma, ma condanna il sessismo. Dà voce a ogni identità di genere, mette in mostra ogni corpo. È empatica e formativa, senza mai scadere nel didascalismo: la farei vedere a scuola, vorrei viverci dentro. Perché insegna stare meglio al mondo, e con più leggerezza. (8)

Era la coccola di cui avevo bisogno, soprattutto per riprendermi dai postumi dell'estate appena passata. Ma dopo quel debutto dolce e brillante, finito nel meglio della sua annata, questa volta Modern Love non propone né sensazionali parate di stelle (gli attori più famosi sono Minnie Driver, Anna Paquin e Kit Harrington: pochi e televisivi) né lacrime durature. Di otto episodi ne ho apprezzato fino in fondo soltanto tre. Il primo (la macchina del defunto marito Tom Burke da dare via: preparate i fazzoletti), il sesto (due anime tradite si incontrano e fraternizzano in fila da un terapista: dirige il regista del bellissimo Brooklyn), il settimo (dopo un'isolata notte di passione, due ragazzi gay si incrociano lungo le strade di New York con un espediente narrativo a metà tra Closer e The Affair). Godibili il secondo e il terzo (piccole commedie indie che azzeccano i ritmi e le tematiche, ma sbagliano purtroppo il cast: peccato), di una noia inenarrabile il quarto e il quinto (il primo amore di una stand-up comedian e la scoperta di sé di un'adolescente, forse lesbica, forse asessuale), stucchevole ma guardabile il conclusivo (troppa carne al fuoco, tra ritorni di fiamma e malattia, per non scontentare gli inguaribili sentimentali). Tutt'altro che moderna, romantica a tratti, a questo giro non vi farà innamorare. (6)

D'un fiato, anche se in ritardo sulla tabella di marcia, ho recuperato anche la quinta stagione di This is us. Nonostante i momenti di commozione non si siano negati, complice i ritmi del binge watching, per me è forse la stagione più discontinua e frammentaria del ciclo: soprattutto dopo i fasti impensati della precedente, di una magia pari a quella dell'esordio. Trovo saggia perciò, come annunciato da cast e produttori, la scelta di salutare per sempre la famiglia Pearson il prossimo anno: la sesta stagione sarà l'ultima. I flashback e i flashforward sono introdotti disordinatamente, con flebili fili conduttori a unirli. La costante presenza del Jack di Milo Ventimiglia, a malincuore, appare sempre più forzata. Ma se un Kevin neopapà si conferma il mio preferito dei tre fratelli e Kate, invece, la più insopportabile, sorprende constatare quanto a tenere banco siano quei comprimari un tempo in secondo piano: l'adorabile zio Nicky, la madre biologica di Randall, Beth, Toby, Miguel e soprattutto Madison, futura sposa di Kevin. L'emergenza sanitaria ancora in atto avrà fatto sicuramente la sua parte, guastando i piani di gloria degli sceneggiatori. E per la prima volta, così, viene messo in scena in TV il dramma delle mascherine antisettiche, degli abbracci centellinati, della degenza. Il pregio? Benché dimenticabili, questi quindici episodi sono la campagna vaccinale più efficace su piazza. Per questo e per l'affetto che ormai ci lega, gli perdoniamo qualche sbadiglio qui e lì. (7)

Comedy su un adolescente autistico alle prese con le gioie e i dolori della crescita, è la serie che più mi ha tenuto compagnia negli anni. Giunta alla quarta stagione, non senza qualche tempo morto nel mezzo, Atypical ci dice addio senza grandi sensi di colpa. Il protagonista, Sam, è cresciuto: ha ormai una fidanzata di lunga data, convive con il migliore amico e, a dispetto della sua diagnosi, punta con energia a ottenere l'indipendenza economica e affettiva. Punta a un viaggio in Antartide, soprattutto, per andare a vedere finalmente di persona i suoi animali preferiti: i pinguini, che guarda incantato allo zoo e di cui conosce le caratteristiche a menadito. Ma questa non è più soltanto la sua storia. Nel corso del tempo Atypical ha riservato sempre più attenzione ai personaggi secondari, al punto da seguire nel dettaglio tutti gli altri membri della famiglia Gardner. Mentre i genitori si riavvicinano, dopo il tetro pensiero di divorziare, la sorella maggiore – Casey, il personaggio più in divenire – esplora con consapevolezza i propri limiti e la propria sessualità. Non tutto fila come dovrebbe. Anzi, questa volta dieci episodi sembrano troppi e troppo tirati per le lunghe: trascinandoci, lasciano percepire la pochezza di una trama ormai giunta alle battute conclusive. Al pari di The Kominsky Method (vista, ma senza Alan Arkin nel cast perché scriverne?), Atypical si conclude a malincuore con la stagione più debole e dimenticabile. Ma il finale, dolce e conciliante, compiuto, ripaga comunque le attese. (6,5)

La poetessa americana Emily Dickinson raccontata in versione post-moderna. Non soltanto una trascinante colonna sonora contemporanea e un linguaggio colorito, ma anche: la scrittura febbrile, la speranza e il terrore di essere pubblicata, il sempiterno flirtare con i mostri e i fantasmi della mente umana, la bisessualità. Dopo un esordio folgorante, finito a pieno diritto nel meglio della sua annata, la serie Apple non rinnova il colpo di fulmine ma nemmeno delude. Fresca e godibile, benché sottotono rispetto ai fasti del debutto, non può contare più sul precedente effetto sorpresa e patisce la concorrenza della recente The Great – altro period drama maleducato e dissacrante, ma dalla sceneggiatura più graffiante: recuperatelo! Gli episodi belli per fortuna non mancano – vedasi l'ottavo –, insieme ai comprimari adorabili. Qualcuno ha citato Austin e Lavinia, il fratello e la sorella di Emily? La definizione, invece, mal si addice ahimè a Sue: l'interesse amoroso della protagonista, al centro di un inossidabile triangolo sentimentale, è uno dei personaggi più insopportabili del piccolo schermo. L'ex bambina prodigio Hailee Steinfeld, ribelle e appassionata, sin troppo in un epilogo che non convince per via del suo telefonato ritorno di fiamma, si conferma una magnetica padrona di casa. La sua storia troverà conclusione a novembre, sempre su questi schermi: la terza stagione, per la giovane Emily, sarà l'ultima poesia. Il prossimo mese lecito confidare nel proverbiale canto del cigno? (7)

lunedì 23 settembre 2019

I ♥ Telefilm: Undone | Marianne | Élite S02

Nel primo autunno a corto di BoJack Horseman – a quando, Netflix, la sesta stagione? –, gli sceneggiatori Kate Purdy e Raphael Bob-Waksberg hanno unito le forze per una nuova serie animata. Lontani dai retroscena di Holliwoo, con Amazon a produrre, passano al tema fin troppo abusato dei viaggi nel tempo; dall’animazione tradizionale alla tecnica del rotoscope, già sdoganata da Richard Linklater. Inutile dire, non ci si aspettava semplicemente un bell’esordio: carico di aspettative, alla luce dell’entusiasmo letto in rete, confidavo in una delle serie dell’anno. Così non è stato, senza grandi rimpianti, e spiego subito il perché. Undone racconta del tracollo psicologico di Alma all’indomani di un incidente stradale: risvegliatasi dal coma, la maestra d’asilo scopre di poter parlare con il padre – scienziato morto in circostanze misteriose – e di essere in grado di cambiare il corso degli eventi. Ma la protagonista, interpretata dall’ottima Rosa Salazar, ha una nonna schizofrenica, cicatrici sui polsi, medicinali che a un certo punto sceglie di non prendere. La sua è una missione degna di un supereroe, o un’avvisaglia della malattia mentale? Nel frattempo la sorella sta per convolare a nozze, la mamma iperprotettiva per scoperchiare un vaso di Pandora colmo di rancore verso il compagno defunto – un insopportabile Bob Odenkirk – e il dolcissimo fidanzato Sam, come lei reduce da un’infanzia difficile, tenta di assecondarla nonostante il dubbio che stia delirando.  Vicina all’estetica della coppia Kaufman-Gondry, ma anche al romanticismo del nostro Valerio Mieli, la prima stagione di Undone è tanto brillante dal punto di vista umano quanto derivativa sotto l’aspetto fantascientifico. Le si riconoscono un’animazione all’avanguardia, la solita grande scrittura – qui non lineare –, quei personaggi adorabili e dolenti che funzionano soprattutto nelle situazioni di tutti i giorni, lontani dallo sperimentalismo della trama. Paradossalmente, è proprio la componente sci-fi – per quanto vicina al cinema che piace a me, quello minimalista del Sundance – a non far gridare al miracolo davanti a questa ricerca proustiana a metà fra l’irrestistibile Fleabag e il dimenticato Maniac. Per alcuni imperdibile, dal poco che si è visto appare sicuramente una visione stimolante. Ma, per il momento, con lo stesso senso d’irrisolto del titolo. (7)

Benvenuti a Elden, sinistra ma bellissima città portuale sulle coste francesi. L’unica attrazione turistica, all’inizio, era il vecchio faro. Ma dopo la fama raggiunta da una delle sue abitanti, l’attenzione si è spostata al mondo dei libri: quegli scenari sono stati d’ispirazione alle creazioni dell’amata-odiata Emma, scrittrice horror di fama mondiale di ritorno all’ovile in seguito a un evento preoccupante: l’antagonista della sua storia, una strega in cerca di vendetta, sembra essere sbucata fuori dalle pagine per ricattarla tirando in ballo la famiglia, gli ex compagni di scuola, un lutto passato. La colpa di Emma: aver messo un punto fermo alla saga di Lizzie Lark, quando il mostro – Marianne, sposa di Satana condannata ai tempi dell’Inquisizione – non voleva ancora essere dimenticata. In un villaggio in cui male e mare fanno rima, quattro amici d’infanzia si danno appuntamento per riabbracciare la ragazza e aiutarla. Ma lei, tipino sarcastico e scontroso dotata della bellezza rockettara di Victoire DuBois, è un buco nero che porta con sé sfortune e tragedie. Fra vecchi amori e nuovi incubi, la serie d’oltralpe non si lascia sfuggire elementi di sicuro raccapriccio: voci mostruose o cantilenanti, figure nell’ombra, risate di bambini spettrali, cani rabbiosi e denti strappati, anche se a ispirare l’inquietudine maggiore è la performance di una strepitosa Mireille Herbstmeyer. Non mancano gli inserti ironici, garantiti da un detective un po’ sopra le righe, né l’effetto nostalgia quando si entra in territori kinghiani: lo spunto è quello di un Misery in chiave soprannaturale, infatti, ma la rimpatriata ricorda proprio quella dei Perdenti di It. Tanto l’ultimo film di Muschietti è fallimentare nella componente orrorifica, però, quanto questo Marianne è riuscito. La serie, cosa rara, fa genuinamente paura. Una paura generata dagli innumerevoli jumpscare alla James Wan, ma anche dal fascino macabro delle tematiche e delle ambientazioni. Di grande atmosfera, piena di citazioni letterarie e sobbalzi, è consigliata a chi come me ha apprezzato l’ultimo Laugier. Un carrozzone del terrore sì ammiccante e già visto, ma comunque invidiabile per cura e gestione della suspance: perfetto per entrare nel mood di Halloween. (7+)

Erano giovani, carini e bugiardi. Erano, a mani basse, il guilty pleasure dello scorso anno. Sfacciatamente trash, un po’ Gossip Girl e un po’ Le regole del delitto perfetto, Elite mi aveva divertito da morire con il suo vortice di intrighi adolescenziali, sangue e sesso spinto. Chi aveva ucciso Marina? Era il grande dubbio della prima stagione. Quest’anno l’interrogativo cambia: cos’è successo al povero Samuel, l’outsider sulla bocca di tutti per via della sua borsa di studio e della parentela con l’accusato? Le variazioni sul tema sono minime: i nuovi ingressi sono un’arrampicatrice sociale, con una mamma pagata per fare le pulizie fra i corridoi della scuola privata; una presunta vincitrice della lotteria, in realtà coinvolta in un traffico di stupefacenti; il fratellastro della subdola Lola, ovviamente legato a lei da un’attrazione incestuosa alla Cruel Intentions. Scompaiono i volti più noti – Jaime Lorente e Miguel Herràn, forse impegnati sul set della Casa di carta – e la sorpresa è tutta per l’evoluzione del personaggio di Guzmàn, il fratello della ragazza assassinata, al centro di un cammino di vendetta e redenzione. Per fortuna sempre incensurati e recidivi, i giovani spagnoli sono meno divertenti e coinvolgenti che in passato, ma più maturi. La seconda stagione ha un andamento maggiormente lineare e conserva, per far presa garantita sui buoni amanti del trash, la sua natura di mancata soap opera. Innumerevoli le relazioni proibite, le coppie che ora scoppiano o si consolidano, le amicizie storiche messe in pericolo dal sospetto. Le tinte torbide, eppure, in teoria sono quelle di una moderna tragedia shakespeariana. Si parla nemmeno troppo fra le righe di quanto logorino la corruzione, il senso di colpa, il potere. Ma ci si distrae, se in un prodotto leggerissimo, alla maniera dei ricchi: fste grandi e rumorose, alcol a fiumi, cocaina sniffata nei bagni di lusso. Il non detto li rende tutti spensierati, ma anche complici e assassini. Il non detto ci renderà tutti curiosi, davanti all'idea di un rinnovo già annunciato. (6,5)

mercoledì 7 agosto 2019

I film che leggeremo: saghe, capitoli complementari e puntate

It: Capitolo 2
5 settembre 2019
Secondo e ultimo capitolo per l'adattamento cinematografico firmato da Andy Muschietti. Dopo le gioie e gli orrori di due anni fa, i Perdenti stanno tornando per la resa dei conti. E Pennywise, scacciato per ventisette anni, a giudicare dal trailer è più cattivo che mai. Dato il cast – in cui ora spiccano i bravissimi Jessica Chastain e James McAvoy –, data la durata annunciata – quasi tre ore –, non dovremmo aspettarci brutte sorprese o tagli da macellaio. Ma oggettivamente meno brillante di quella dedicata all'infanzia, la parte finale è la più dimenticabile: dunque, la più difficile da realizzare. Ricordate anche voi che disastro fece la miniserie degli anni Novanta? Da qui al cinque settembre, doppiamente spaventati, conteremo i giorni e i palloncini.


Doctor Sleep
7 novembre 2019
Ancora Stephen King, da qualche anno più inarrestabile che mai. Ancora un secondo capitolo. Questa volta tutt'altro che atteso. Accolto con preoccupazione diffusa dai fan del capolavoro di Stanley Kubrick – non lo siamo né io né l'autore del Maine –, Doctor Sleep è il seguito ufficiale di Shining. Il piccolo Danny, interpretato da Ewan McGregor, è cresciuto ma non ha perso la luccicanza. Mosso dal desiderio di proteggere una bambina con le sue stesse doti, si imbatte nella vampira Rebecca Ferguson – e sui luoghi del delitto dell'Overlook. Mike Flanagan si butta a bomba. Il trailer mozzafiato, infatti, ripercorre i corridoi iconici del primo film in ricostruzioni d'impressionante fedeltà. Abominio, dirà qualcuno. Ma del regista che ha firmato The Haunting of Hill House io scelgo di fidarmi a scatola chiusa.


Creepshow
26 settembre 2019
Negli anni Ottanta il compianto George Romero aveva realizzato un film a episodi firmato da un King sulla cresta dell'onda. Fortunato horror a basso budget, qualche anno dopo aveva avuto anche un seguito. Il franchise riparte trent'anni dopo. Sotto Halloween, prodotto dalla AMC, il grottesco carosello di Creepshow propone altre sei storie da brivido. Accanto a King, scrivono Joe Hill, Joe R. Lansdale e Josh Malerman. Se Ryan Murphy è venuto a noia da un pezzo e la visione dell'ultimo American Horror Story è quanto mai in forse, per questa squadra di scrittori, al contrario, sono già seduto in poltrona.


The Witcher
Fine 2019
In assenza di Game of Thrones e in attesa del Signore degli anelli, gli amanti del binge e del genere fantasy possono consolarsi con The Witcher. Famosa saga letteraria del polacco Andrzej Sapkowski, forse più nota per i videogiochi che per i romanzi, seguirà un biondo Henry Cavill – contestato da qualche nerd, ha fatto ricredere tutti o quasi in queste prime immagini – mentre, da bravo mercenario, caccia indistintamente demoni, orchi, elfi. Non esattamente il mio genere, ma auguro agli appassionati buona visione. 


His Dark Materials
Fine 2019
Dopo il flop del film Chris Weitz, arrivato in sala dodici anni fa con un cast di tutto rispetto, la trilogia fantasy di Philip Pullman – autore celebrato tanto quanto la Rowling, nonostante la scarsa popolarità qui in Italia – cede al piccolo schermo. Piccolo, be', si fa per dire. Produce la HBO, sempre in cerca di nuove punte di diamante; recitano James McAvoy, Ruth Wilson e la piccola Dafne Keen, già apprezzata in Logan; dirige il premio Oscar Tom Hooper, atteso al varco anche per Cats. La “bussola d'oro”, questa volta, punterà nella direzione che porta al successo?


Artemis Fowl
2020
Ispirato alla serie per ragazzi di Eoin Colfer, di cui avevo letto il primo volume una quindicina di anni fa senza nessun entusiasmo, fuori tempo massimo arriva in sala anche Artemis Fowl. Altro progetto spesso tramontato sul nascere. Altro film dalla lavorazione lunga e accidentata. Come se non bastasse, previsto per novembre, adesso è slittato direttamente all'anno prossimo per ragioni imperscrutabili. Domandiamolo alla Disney, sempre più carente di buone idee, e al regista Kenneth Branagh, qui alle prese con gli effetti speciali a profusione già mal gestiti in Thor: serviva?


Watchmen
Ottobre 2019
Non serve essere un accanito lettore di fumetti per averlo sentito nominare. Watchmen, la serie di Alan Moore, è un'istituzione. Inserita dal Time fra le cento migliori letture pubblicate dal 1923 al 2010, già protagonista di una trasposizione diretta da Zack Snyder, a ottobre sarà anche una serie HBO. Nel cast, i premi Oscar Jeremy Irons e Regina King. In una realtà alternativa in cui la Guerra Fredda è ancora in atto, dei vigilanti mascherati sono l'arma segreta degli Stati Uniti. Nell'attesa, vi consiglio vivamente la visione di The Boys su Amazon Prime Video. 


Cercando Alaska
18 ottobre
Avevo ormai perso le speranze. Ci avevo rinunciato. Eppure, ad anni di distanza dalla lettura del romanzo – tutt'oggi il mio preferito di John Green – e dopo l'annuncio di un film diretto da Sarah Polley sfortunatamente mai andato in porto, l'ossessione di Cercando Alaska ritorna. Sarà una miniserie Hulu in otto puntate ambientata agli inizi del nuovo millennio. Lui ama lei, ma lei ha un cuore impenetrabile che la porterà a commettere scelte scellerate. Ripasserò i dolori della lettura grazie al piccolo schermo. Della serie so poco altro, ma non importa: sono già felice così.

mercoledì 10 luglio 2019

I ♥ Telefilm: Stranger Things S03 | Black Mirror S05

Ero partito annoiato in partenza. Negativamente prevenuto, e per via di un passaparola che, fra fumetti, romanzi e pubblicità, aveva reso poco sentito il ritorno a Hawkins. Sono uno spettatore che si annoia presto: la seconda stagione, troppo seriosa per i miei gusti, aveva già smorzato gli entusiasmi iniziali. Sono un pioniere solitario che alle mete frequentatissime – per esempio Game of Thrones, mai seguita – non s'interessa. Per fortuna cambiare idea si può. Così come, partiti sulla difensiva, ritrovarsi a guardare con gli occhi a cuoricino una sorprendente terza stagione: forse la migliore. Il merito non spetta, no, all'inventiva degli sceneggiatori. Stranger Things è sempre lo stesso, ma quest'anno c'è magia nel contenitore con all'interno il meglio degli anni Ottanta. Non soltanto creature alla Tremors o invasati che ricordano gli zombie di Romero, ma anche l'umorismo delle commedie adolescenziali: ironiche e smaliziate, con tanto di conflitto maschi contro femmine o di giochi da tavolo traditi, infine, per i primi baci. I protagonisti sono diventati grandi. A un passo dall'adolescenza sperimentano pomiciate e gelosie; imboccano strade differenti ma la paura li raduna comunque nello stesso luogo. Più horror che in passato ma anche più spassoso, Stranger Things si veste di leggerezza per l'estate. Mentre il quattro luglio si avvicina, e distrae gli adulti con le giostre in piazza o i cieli di mille colori, nessuno sembra accorgersi del pericolo in agguato: i russi trafficano con il paranormale e come laboratorio segreto hanno il nuovo centro commerciale. La Ryder e Harbour, abbastanza sopra le righe da risultare irritanti, torchiano un sovietico già idolatrato in rete; l'esilarante Steve, lasciata la noiosa Nancy a indagare, serve gelati accanto a una nuova arrivata – la splendida figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke – e s'intrufola in cunicoli proibiti guidato da Dustin e dalla sorellina di Lucas, altra inaspettata spalla comica; Eleven, confusa dai sentimenti verso Mike e ancora al centro del ciclone, questa volta preferisce affidarsi ai pregi della coralità nella lotta al male. Il Mind Flayer, infatti, non è andato via. Splatter e irriverente, un tempo poteva contare soprattutto sull'effetto nostalgia e sui poteri straordinari della sua eroina: al centro di un assedio adrenalinico, queste otto puntate aggiuntive spaziano invece dal survival allo spionaggio, regalandoci un'avventura basata su comprimari vincenti e toni sempre indovinati. La sensazione che ci assale, ai titoli di coda, è una malinconia simile a quella del mese di settembre. Come rinunciare all'incanto di vacanze in cui ogni stranezza è possibile, se ci aspettano la scuola e le responsabilità degli adulti? Spaventano i viaggi e il dolore; spaventano i cambiamenti. Ma a tirarci su, sotto forma di duetto, c'è una canzone iconica finora associata alla Storia infinita: canta di mondi di fantasia e favole senza fine. Sarebbe stato bellissimo, tuttavia, se Stranger Things avesse voluto contraddirla per fermarsi qui: a un finale con i fuochi d'artificio, che piace immaginare risolutivo perché perfetto. (8)

Lui, lei, l'altro: un triangolo a tinte gay, consumato fra realtà virtuale e vita vissuta. C'è lo spunto, ma manca lo sviluppo. Un tassista sull'orlo di una crisi di nervi prende in ostaggio lo stagista di una società di comunicazioni: c'è un attore incredibile, ma manca una riflessione che risulti meno didascalica di così. Un'adolescente emarginata trova un'amica nella bambola progetta a immagine e somiglianza di una cantante sulla cresta dell'onda, ma la quotidianità di una star generazionale non è tutta applausi o luccicori: a bordo c'è un'ospite chiacchieratissima, Miley Cyrus, ma manca il senso. La superficie dello specchio nero di Charlie Brooker era già incrinata da un po'. Quest'anno apre le ennesime, preoccupanti crepe, ma spiace meno dello scorso anno grazie a pochi episodi – tre in totale – che almeno invogliano al binge. Attento non tanto alla fantascienza quanto all'umano, Black Mirror riflette sui social media e sull'importanza della comunicazione faccia a faccia: cosa mai accaduta prima, si apre perfino alla speranza. Su carta, quelli descritti potrebbero sembrare i segreti di una stagione che reagisce alla stanchezza rinnovandosi. Ma, un po' delusi, ci si accorge che sono semplicemente le avvisaglie di una serie che in assenza di fantasia sta perdendo la ferocia delle idee iniziali. Realizzando episodi con la lunghezza dei mediometraggi, di buona qualità ma niente affatto memorabili, che chiudono la satira fra parentesi tonde e passano dal dramma omosessuale al thriller alla Locke, fino a concedersi una tappa inclassificabile nella commedia adolescenziale. Caro Brooker, ora fermati. Prenditi il tempo che serve, per scrivere e metabolizzare le critiche ricevute. Frena le pressioni dell'emittente e, se necessario, non proseguire. Cerca il brillantante per il tuo specchio opaco, o cambiagli titolo; trovagli un nuovo impiego. Non basta l'indiscutibile bravura di Andrew Scott, preferibile al Vetril, per tirarlo a lucido come pretenderemmo. (6,5)

giovedì 23 agosto 2018

I ♥ Telefilm: Insatiable | UnREAL S04

In sovrappeso, seguita a ruota da una migliore amica dai dubbi gusti sessuali, figlia di una mamma single che per lavoro sforna burritos e di un padre dall'identità segreta, Patty, diciassette anni e sentirsene cento, è il ritratto dell'impopolarità in un'età – in un Paese – che pretenderebbe bellezza, valori tradizionali, modelli vincenti. Chi poteva immaginarlo che l'ennesima prepotenza – il pugno di un barbone rissoso – avesse dei pregi? Dimagrita di trenta chili durante la convalescenza, più avvenente ma non per questo più felice, la liceale punta alla vendetta. Adesso vuole vincere, anche a costo di umiliare o allontanare gli altri. Soltanto così può andare oltre il famigerato soprannome di Maiale Patty. Rimpiazzandolo, magari, con una nuova reputazione: anche pessima. Sete di sangue e fame di vendetta portano la semisconosciuta Debby Ryan a incrociare così la strada di Dallas Roberts, irresistibile cinquantenne in crisi d'identità – ufficialmente avvocato ma, a porte chiuse, consulente di bellezza nell'occhio del ciclone –, che si barcamena fra le arringhe e i pettegolezzi, la moglie Alyssa Milano e il rivale brillante di un Christopher Gorham che più invecchia, più si fa bello. Boicottato per presunto fat shamingInsatiable è l'anti-Tredici per eccellenza: commedia adolescenziale di nero vestita che scherza sullo stupro, sull'aborto e la sessualità, sui chili in più, con sommo disappunto di chi non apprezza il grottesco o l'umorismo caustico. A ben vedere, però, il dente avvelenato è pura apparenza: ecco la morale, sempre (ben) nascosta dietro l'ennesimo sfottò alle serie TV a tesi, al perbenismo medio-borghese, a cacce alle streghe in nome del politicamente corretto che di questi tempi fanno più male che bene. Cattiva Patty, che per tutta l'adolescenza ha covato tra sé e sé una rabbia ferocissima, o forse gli altri? I comportamenti diseducativi dell'ex bruttina, comunque eternamente sulla difensiva, smascherano infatti l'opportunismo di nemici convertiti in amanti. Si parte dalle aule di tribunale del pilot, per poi muoversi fra concorsi di bellezza e aule scolastiche: la stessa giungla spietata. Insatiable, ho constatato con un po' di sorpresa, non ha la struttura della comedy che ci si aspetterebbe: quei quaranta minuti, giudicati troppi all'inizio, si rivelano utili invece per seguire le vicende di amici, mentori e figuranti, tutti ugualmente indispensabili – e, sempre con un po' di sorpresa, tocca scoprire strada facendo quanto gli intrighi degli adulti divertano più di quelli dei giovanissimi del cast. La scrittura, per quanto spassosa, non è purtroppo il punto forte: va incontro a qualche problema con personaggi che troppo in fretta passano da buoni a cattivi, dall'ira al pentimento insincero; svolte e situazioni a dir poco sopra le righe, con attori ridotti a macchiette caricaturali per amore della risata facile; contaminazioni con l'horror o con le soap opera che mancano tuttavia del candore sincero di un Jane The Virgin. Deliziosamente perfido, questo guilty pleasure al sangue pizzica il palato con personaggi al limite – dell'immoralità, del buon gusto – e battute senza peli sulla lingua che scontenteranno i buonisti. Se la scorrettezza con me vince facile, minaccia sul fronte opposto di far perdere iscrizioni in casa Netflix: probabilmente non rivedremo Insatiable, da sacrificare sull'altare delle future cancellazioni, e me ne dispiaccio. Morale della favola? La vendetta dà la bulimia. Ma la mia insaziabile fame di trash, intanto, è stata per fortuna parzialmente placata. (6,5)

Dopo l'affannoso trascinarsi della stagione precedente, inatteso e in sordina torna per la quarta volta UnREAL. Il proposito di non proseguire: accantonato senza ripensamenti alla notizia che all'indomani di questo nuovo arco di episodi – otto, e non dieci come da patti – non ce ne sarebbero stati altri. Accorciata, cancellata, la serie scritta dall'acclamata Marti Noxon – autrice in questo stesso palinsesto del soporifero Sharp Objects – era stata infatti salvata da Hulu, e da Hulu messa in streaming per un binge watching conclusivo. Lasciati da parte i toni delle passate puntate, più moraliste e per questo, forse, inadatte a chi sin dall'inizio domandava intrattenimento senza tabù, Everlasting – fittizio programma d'incontri sulla scia del nostro Temptation's Island – riscopre fieramente il trash e la crudeltà. Che gli spettatori armati di un altro po' di pazienza, perciò, si preparino a un'edizione stellare. Shiri Appleby e Constance Zimmer, all'apparenza complici e manipolatrici come ai tempi d'oro, hanno chiamato all'appello vecchi concorrenti affinché a nessuno venisse negato il lieto fine. Tra questi, un ballerino bisessuale e tossicodipendente, con un programma tutto suo in uscita e le peggiori intenzioni di rovinarsi gambe e reputazione; una giovane vittima di stupro che in gara ritrova proprio il suo assalitore, ben lontano dall'abbandonare il suo spregevole vizietto; una spogliarellista, un'intrusa, che nella sorpresa generale dà al femminismo un nuovo volto. Se Quinn, incinta contro ogni pronostico, a tratti si addolcisce in nome dell'istinto materno, è una Rachel bionda e spregiudicata a far sembrare quisquiglie gli scorsi misfatti: totalmente fuori controllo, fa concorrenza alle partecipanti, facendo perdere il conto degli amanti e degli errori. È lei la vera nemica delle ragazze in gara, e soprattutto di sé stessa. Per un lungo tratto, dunque, riaccogliamo a braccia aperte il black humour, i piani machiavellici, gli sgambetti che infrangono legge e buon gusto. Cosa vuol saperne la coscienza, infatti, se lo share parla chiaro? Troppo presto, però, per cantare vittoria. E ci si mette purtroppo di mezzo quel finale affrettato, imperdonabilmente tarallucci e vino, all'insegna della solidarietà – e dell'incoerenza – femminile. Più che una brusca virata, si fa allora retromarcia. Quando, date le premesse, il redivivo UnREAL poteva ambire in extremis persino a superarsi. (6)

lunedì 18 giugno 2018

Recensione: Heidi, di Francesco Muzzopappa

| Heidi, di Francesco Muzzopappa. Fazi, € 15, pp. 237 |

Quest'anno ha un titolo che cita l'eroina tutta prati e libertà dell'anime di Hayao Miyazaki – non eravamo a Woodstock, no, ma nella Svizzera ottocentesca raccontata prima ancora da una certa Johanna Spyri, parola di Wikipedia – eppure Francesco Muzzopappa ha un tempismo che neanche Mary Poppins. Per sua fortuna non è servito un ombrello volante quanto mai fuori stagione. Me l'ha portato il postino qualche giorno fa, l'unico abbastanza intrepido da potermi vedere senza trasformarsi in un blocco di pietra nel pieno di una sessione estiva che mi vuole trascurato, brutto, intrattabile – il solito me, insomma, ma con molta più barba a chiazze. Penso che potrei abituarmi a essere viziato un po'. Sapendo ormai che il tempestivo autore barese mi legge nel pensiero e nei disagi, come immaginare un altro periodaccio senza le risate a profusione che solo lui e pochi altri assicurano? Per il suo sperato ritorno ha cambiato città, professione, sesso. Parla, e adesso è Chiara: trentacinque anni, la frangetta, una passione sconsiderata per le canzoni di Gary Barlow, costretta in ufficio per dodici delle ventiquattro ore della sua giornate. Tutto normale, se impiegata a rischio di licenziamento in un'azienda uscita da una Milano nevrotica, futurista, dominata da edifici di vetro e acciaio, puntualità maniacale e hipster dappertutto. Come sopravvivere al martellare della routine da astemi: darsi alle scorte di cioccolato per sopperire alla generale mancanza di affetto e agli ansiolitici di contrabbando, ingollati come fossero tisane al bergamotto prima di coricarsi. L'ordine mentale di Chiara, purtroppo, ha nemici giurati contro cui l'organizzazione e la calma dello Xanax nulla possono: lo Yeti, capo diabolico con la stessa politica sessista di Harvey Weinstein e accese conversazioni con Siri; la convivenza forzata con Massimo Lombroso, spietata firma del Corriere della Sera che si dà il caso essere suo padre nonché la vittima di una galoppante demenza senile. Eccolo lì, mentre danza come il nonno artritico di Bolle, pretende le caramelle o si incanta a guardare i balli folkloristici sui canali locali, semina disordine a destra e a manca e non mette mai i tappi sui pennarelli: non fatevi trarre in inganno, però, dal suo trasognato scodinzolare qui e lì. Lombroso ha un'alta citazione per ogni occasione, ricorda le parole di Byron, Dickens e Roth, ma non il nome dell'unica figlia. Perché il superfluo e Chiara no? L'anziano chiede di Fiocco di neve, Nebbia, Clara e della misteriosa sparizione delle alpi all'orizzonte, in preda a un buffo delirio cartoonesco. Ma nella metropoli nostrana in cui tutto va di fretta, comprese le malattie degenerative, caprette, fanciulle in carrozzella e paesaggi da cartolina hanno vita breve: alla mancanza di nebbia (non dico il cane, bensì il fenomeno metereologico) risponde almeno la piaga dello smog. Dettagli comunque trascurabili per l'anziano: Chiara è Heidi e Thomas – fisioterapista ventottenne con il look da surfista, una famiglia che gestisce il Central Perk, le scampagnate di domenica perché fuori in fondo è pur sempre estate – è l'inseparabile Peter.

Penso troppo, a volte; sono maestra nel rendere la mia vita difficile.

Sembrerebbe la protagonista di una commedia di Barbara Fiorio, ma invece puoi leggere di lei in un Muzzopappa sorprendentemente a proprio agio con una narratrice femminile: il segreto, forse, è non fare due pesi, due misure. Come fanno quegli scrittori che non sanno prendersi in giro? Francesco ha fatto della parodia un ramo della narrativa italiana e riconfermato, qui, come il romanzo umoristico viva non solo in funzione dei facili sorrisi di sorta. Come campa, soprattutto, quella gente che: giammai, io accendo la tivù soltanto per vedere Voyager e Superquark, mica Quattro ristoranti? Fate come me, oggi alle prese con una confessione shock: Piero e Alberto Angela li conosco giusto per i meme su Facebook, davanti ai programmi culturali storco gli occhi e, nelle sessioni di zapping durante i pasti, mi divido tra un Rubio e un Rugiati, DMAX e TV8. La sfida della nostra Heidi, addetta ai casting, è infatti smistare provini esilaranti e format così assurdi da funzionare, in cerca di idee vincenti e piani alternativi.

Una volta, per curare certe patologie si andava dal medico. 
Ora si va in televisione.

Una posizione scomoda descriveva il mondo della pornografia senza cadere nella volgarità; Dente per dente violava i dieci comandamenti per vendetta, eppure chissà come appariva indegno di scomunica. Heidi parla, fra le altre cose, di televisione spazzatura, ma non è mai trash. Le disavventure nei corridoi della fittizia Videogramma – dove si vendono illusioni, passatempo e aria fritta – fanno share, e pure ridere. Fra momenti di grande tenerezza e qualche altro di romanticismo, uno shot di Laura Palmer e una Carrie Bradshaw ben cotta al ristorante dei genitori di Thomas, l'umorismo caustico del romanzo precedente cede il passo alla leggerezza di un rosa pastello che proprio non stona. La Madonnina, dall'alto, veglia con aria compassionevole e le braccia spalancate, come a dire: tranquilla, Chiara, ci si separa, spesso si fa fiasco, ma alla fine si torna sempre insieme per l'happy ending. Come i Take That.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Talking Heads – Found a Job