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giovedì 17 ottobre 2019

Mr. Ciak: Joker | It - Capitolo due

Dichiararsi confuso davanti al film su cui tutti hanno le idee chiarissime. Succede quando diventa impossibile elaborare una recensione dal taglio tradizionale. Per l’ultimo vincitore del Festival di Venezia, infatti, servirebbe uno di quegli articoli monografici a cura di Gianni Canova: la lente d’ingrandimento puntata su un aspetto in particolare – la recitazione di Joaquin Phoenix –, con il resto lasciato in secondo piano. Come parlare altrimenti di un film che esiste esclusivamente in funzione dell’istrionismo del primo attore? Secondari l’intreccio, la morale di fondo, il comparto tecnico. Tanto è già stato scritto a priori: il cinecomic d’autore farà storia per il suo trionfo nel tempio della critica impegnata, il passaggio di Phillips dalla commedia demenziale alle atmosfere scorsesiane, le rappresaglie all’uscita delle sale statunitensi. Ma, a ben vedere, il ritorno della nemesi di Batman è un dramma di rivalsa tanto solido quando convenzionale, prevedibile nello svolgimento e meno coraggioso del previsto. Indegno delle assurde controversie in patria, e della vittoria in Laguna? Tutto va come da programma, nella metamorfosi del giullare che voleva diventare re. Messo ai margini, costretto a prendersi cura di una madre che non sempre la conta giusta, il protagonista sta a cuore con poco: capitano tutte a lui, è il capro espiatorio per eccellenza, e quando inizia a seminare morte miete vittime fra personaggi sgradevoli o sacrificabili. Lancia il sasso ma nasconde la mano. Senza fare spoiler, per esempio, perché non mostrare l’esito della relazione fra lui e la vicina di casa: paura di gettare ulteriori ombre su un cattivo che risultasse tale ma non troppo? Seguendo Arthur nel suo sogno irrealizzabile – quello di un mondo gentile –, ci lasciamo turbare dal rantolio sofferto della sua risata e guidare da una scena madre all’altra. Quant’è incredibile Phoenix mentre si concede una danza liberatoria in bagno o, leggero come non mai, quando affronta saltellando una scalinata all’inizio spossante: probabilmente è una delle migliori performance di cui abbia memoria. Ma se molto fanno le danze e gli alterchi improvvisati sul set, il corpo scarnificato per i venti chili persi, quali meriti spettano invece alla sceneggiatura? Se il film fosse pari alla complessità della sua prova, sarebbe lecito gridare al capolavoro. Invece resta un buon compromesso, per me distante dalla potenza del nostro Dogman – altra fiaba nera di perdenti al limite, altro anti-eroe struggente –, che funziona alla stregua di un’esibizione di stand-up comedy. Un palco vuoto, un canovaccio appena abbozzato, le luci della ribalta. Ma non sorprendono né le battute del mattatore, che tiene banco con riflessioni didascaliche, né le reazioni del pubblico. Phoenix è più spettacolare dello spettacolo – un’arma a doppio taglio. Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante. Allora il suo Joker è un planetario; una cazzo di discoteca itinerante. (7)

La paura c’era, ma per le ragioni sbagliate. Già stroncato dalla critica, il ritorno di Pennywise partiva svantaggiato: non sarebbe stato superiore al primo capitolo, e lo sapevano a prescindere dal minutaggio eccessivo – quasi tre ore – o da una computer grafica tremendamente kitsch. Nella lista dei difetti: la mancanza dei magici anni Ottanta e la consapevolezza che King e i finali non vadano d’accordo. Lo fanno notare anche al personaggio di Bill, suo alter-ego alle prese con l’adattamento di un besteller: saprà architettare una chiusa decorosa? Si fa dell’autoironia e, in cerca dell’epilogo perfetto, ci si mette in viaggio: direzione Derry. Sono passati ventisette anni dalla promessa di rimanere amici per sempre: il pagliaccio è tornato a colpire e i Perdenti si riuniscono così come si sono divisi. Allegra rimpatriata di morte, il secondo capitolo di It funziona proprio come reunion commossa e godereccia: nel ristorante cinese del romanzo, scopriamo quanto sono belli la Chastain e MacAvoy – ma occhio a Jay Ryan, non più bambino in sovrappeso –, quant’è esilarante Hader, quanto sia stato ridimensionato il personaggio del bibliotecario Mike. Bowers evade, ma la sua fuga costituisce un pericolo passeggero; di ritorno all’ovile, Beverly e Bill non sono seguiti né da un marito manesco né da una moglie avventata. La resa dei conti – esemplificata, esclusiva – conta i personaggi superstiti e Pennywise, bullo sopra le righe a digiuno di scene madri – a parte l’adescamento allo stadio o nella casa degli specchi, il resto sono apparizioni di fantocci grotteschi in una pessima CGI – ma non di carne fresca. Chiamato a un compito arduo, Muschietti s’impegna: gestisce al meglio le tempistiche e le stelle del suo cast, nella prima metà pretende miracoli dal direttore della fotografia e dal tecnico del montaggio, ma la seconda frana poi goffamente fra riti e trappole per ragni. Pessimo come la miniserie originale non lo diventa mai, ma il problema è uno: perché l’accento esagerato su battute sarcastiche e sfottò in contrapposizione alla totale mancanza di tensione? Salti in poltrona a parte, le bizze di Skarsgard non suscitano più spavento; il conflitto finale celebra sì un’unione che fa la forza, ma resta la copia sbiadita del film precedente. Da bravo fan, tuttavia, conosco bene il mondo interiore di King – qui impegnato anche in un cameo –, e non vive soltanto di spauracchi da multisala. Ci illumina la Chastain, in parte, ricordandoci che un attizzatoio potrebbe diventare anche un’arma letale: basta crederci. Quando si uniscono passato e presente e la solita nostalgia canaglia s’intromette a gamba tesa, così, l’incanto di un’estate sul filo del rasoio risulta per fortuna sano e salvo. (6,5)

mercoledì 7 agosto 2019

I film che leggeremo: saghe, capitoli complementari e puntate

It: Capitolo 2
5 settembre 2019
Secondo e ultimo capitolo per l'adattamento cinematografico firmato da Andy Muschietti. Dopo le gioie e gli orrori di due anni fa, i Perdenti stanno tornando per la resa dei conti. E Pennywise, scacciato per ventisette anni, a giudicare dal trailer è più cattivo che mai. Dato il cast – in cui ora spiccano i bravissimi Jessica Chastain e James McAvoy –, data la durata annunciata – quasi tre ore –, non dovremmo aspettarci brutte sorprese o tagli da macellaio. Ma oggettivamente meno brillante di quella dedicata all'infanzia, la parte finale è la più dimenticabile: dunque, la più difficile da realizzare. Ricordate anche voi che disastro fece la miniserie degli anni Novanta? Da qui al cinque settembre, doppiamente spaventati, conteremo i giorni e i palloncini.


Doctor Sleep
7 novembre 2019
Ancora Stephen King, da qualche anno più inarrestabile che mai. Ancora un secondo capitolo. Questa volta tutt'altro che atteso. Accolto con preoccupazione diffusa dai fan del capolavoro di Stanley Kubrick – non lo siamo né io né l'autore del Maine –, Doctor Sleep è il seguito ufficiale di Shining. Il piccolo Danny, interpretato da Ewan McGregor, è cresciuto ma non ha perso la luccicanza. Mosso dal desiderio di proteggere una bambina con le sue stesse doti, si imbatte nella vampira Rebecca Ferguson – e sui luoghi del delitto dell'Overlook. Mike Flanagan si butta a bomba. Il trailer mozzafiato, infatti, ripercorre i corridoi iconici del primo film in ricostruzioni d'impressionante fedeltà. Abominio, dirà qualcuno. Ma del regista che ha firmato The Haunting of Hill House io scelgo di fidarmi a scatola chiusa.


Creepshow
26 settembre 2019
Negli anni Ottanta il compianto George Romero aveva realizzato un film a episodi firmato da un King sulla cresta dell'onda. Fortunato horror a basso budget, qualche anno dopo aveva avuto anche un seguito. Il franchise riparte trent'anni dopo. Sotto Halloween, prodotto dalla AMC, il grottesco carosello di Creepshow propone altre sei storie da brivido. Accanto a King, scrivono Joe Hill, Joe R. Lansdale e Josh Malerman. Se Ryan Murphy è venuto a noia da un pezzo e la visione dell'ultimo American Horror Story è quanto mai in forse, per questa squadra di scrittori, al contrario, sono già seduto in poltrona.


The Witcher
Fine 2019
In assenza di Game of Thrones e in attesa del Signore degli anelli, gli amanti del binge e del genere fantasy possono consolarsi con The Witcher. Famosa saga letteraria del polacco Andrzej Sapkowski, forse più nota per i videogiochi che per i romanzi, seguirà un biondo Henry Cavill – contestato da qualche nerd, ha fatto ricredere tutti o quasi in queste prime immagini – mentre, da bravo mercenario, caccia indistintamente demoni, orchi, elfi. Non esattamente il mio genere, ma auguro agli appassionati buona visione. 


His Dark Materials
Fine 2019
Dopo il flop del film Chris Weitz, arrivato in sala dodici anni fa con un cast di tutto rispetto, la trilogia fantasy di Philip Pullman – autore celebrato tanto quanto la Rowling, nonostante la scarsa popolarità qui in Italia – cede al piccolo schermo. Piccolo, be', si fa per dire. Produce la HBO, sempre in cerca di nuove punte di diamante; recitano James McAvoy, Ruth Wilson e la piccola Dafne Keen, già apprezzata in Logan; dirige il premio Oscar Tom Hooper, atteso al varco anche per Cats. La “bussola d'oro”, questa volta, punterà nella direzione che porta al successo?


Artemis Fowl
2020
Ispirato alla serie per ragazzi di Eoin Colfer, di cui avevo letto il primo volume una quindicina di anni fa senza nessun entusiasmo, fuori tempo massimo arriva in sala anche Artemis Fowl. Altro progetto spesso tramontato sul nascere. Altro film dalla lavorazione lunga e accidentata. Come se non bastasse, previsto per novembre, adesso è slittato direttamente all'anno prossimo per ragioni imperscrutabili. Domandiamolo alla Disney, sempre più carente di buone idee, e al regista Kenneth Branagh, qui alle prese con gli effetti speciali a profusione già mal gestiti in Thor: serviva?


Watchmen
Ottobre 2019
Non serve essere un accanito lettore di fumetti per averlo sentito nominare. Watchmen, la serie di Alan Moore, è un'istituzione. Inserita dal Time fra le cento migliori letture pubblicate dal 1923 al 2010, già protagonista di una trasposizione diretta da Zack Snyder, a ottobre sarà anche una serie HBO. Nel cast, i premi Oscar Jeremy Irons e Regina King. In una realtà alternativa in cui la Guerra Fredda è ancora in atto, dei vigilanti mascherati sono l'arma segreta degli Stati Uniti. Nell'attesa, vi consiglio vivamente la visione di The Boys su Amazon Prime Video. 


Cercando Alaska
18 ottobre
Avevo ormai perso le speranze. Ci avevo rinunciato. Eppure, ad anni di distanza dalla lettura del romanzo – tutt'oggi il mio preferito di John Green – e dopo l'annuncio di un film diretto da Sarah Polley sfortunatamente mai andato in porto, l'ossessione di Cercando Alaska ritorna. Sarà una miniserie Hulu in otto puntate ambientata agli inizi del nuovo millennio. Lui ama lei, ma lei ha un cuore impenetrabile che la porterà a commettere scelte scellerate. Ripasserò i dolori della lettura grazie al piccolo schermo. Della serie so poco altro, ma non importa: sono già felice così.

sabato 21 ottobre 2017

Mr. Ciak - Speciale Halloween: It, La Babysitter, The Devil's Candy, The Monster

Il mostro sotto la pelle del clown ballerino andava in letargo dopo aver fatto razzie. Rifugiato nel suo nido acquitrinoso dove tutti galleggiano, dormiva saltando un paio di generazioni ma non risparmiando loro gli incubi del suo ghigno. Apre gli occhi ogni ventisette anni, e tanti ne sono passati dalla prima volta in cui Tim Curry – caratterista straordinario all'interno di un adattamento altrimenti mediocre – lo ha fatto vivere e uccidere in una miniserie insalvabile, se non vista con sguardo nostalgico. Nonostante l'improvviso passaggio del testimone da Cary Fukunaga al semiesordiente Andrés Muschietti, la seconda vita di Pennywise e la sua caccia all'infante sono state possibili senza slittamenti o delusioni. Presto accolto come l'horror dei record, atteso e apprezzato anche da chi non sta al passo con le infinite trasposizioni del Re, It è la personale rilettura di una pietra miliare che, pur prendendosi qualche libertà e semplificando l'antico potere della sua belva seriale, non snatura il messaggio di un romanzo che parla più dell'umano che del mostruoso. Di adulti pessimi, a cui insegnare la limpidezza dei dodici anni. Di un'infanzia persa tra le fogne e mai restituita al proprietario. Di un'unione che proverbialmente fa la forza. Agli anni Cinquanta del romanzo si preferiscono gli Ottanta, abusatissimi soprattutto sul piccolo schermo ma qui ripresi con discrezione: le sale che danno Nightmare e Arma Letale, un poster dei vituperati New Kids On The Block in cameretta. Se Stephen King usava il dopoguerra per omaggiare il cinema di quegli anni (il suo villain si trasformava ora nella Mummia, ora nel Mostro della laguna), il cambio d'epoca modifica per forza di cose citazioni e referenti. Le paure dei giovani protagonisti, attualizzate, sono purtroppo meno originali (restano il sangue a fiotti dallo scarico e il lebbroso di Neibolt Street, ad esempio, ma l'orribile ritratto che perseguita Stanley sembra richiamare da vicino il secondo The Conjuring, pur non avendo la stessa classe di James Wan nella pianificazione dello spavento). Quello, forse, l'unico neo. Una paura non tra le più raffinate, che ricerca il sobbalzo facile e la fisicità travolgente di Bill Skarsgard. Il Pennywise del figlio d'arte, già vampiro bello e inquieto in Hemlock Grove, è un giullare dall'impressionante mimica facciale, che danza con scatti convulsi, canticchia e gioca con le prede prima di divorarle in un sol boccone. Le sue entrate in scena non sorprendono però: attrazione principale della sua stessa grotta degli orrori, il clown sbuca come un pupazzo a molla e ti fa “Buh!”, fedele agli spaventi basici di un regista sulla buona strada per imparare il mestiere. Muschietti, d'altra parte, riesce alla perfezione laddove mi premeva di più: a inserirsi nel girotondo dei Perdenti senza disturbare, immortalandoli affiatati e tenerissimi al crocevia dell'infanzia. Brillano allora l'esilarante Finn Wolfhard di Stanger Things e le chiome della bellissima rivelazione Sophia Lillis, ma te li prendi tutti indistintamente a cuore. Apprezzi la pienezza dei toni, che comprendono anche qualche grassa risata; il miracoloso senso di appartenenza di chi Derry l'ha visitata con loro giusto l'estate scorsa; il candore di quel bacio dato a Beverly, in un momento critico, preferito all'orgia onirica che mi ha sempre disturbato. Ho galleggiato anch'io nella luce dei defunti. E, se non terrorizzato come si legge dappertutto, ne sono comunque uscito emozionatissimo. Da orgoglioso Perdente quale resto. (7,5)

A dodici anni sei troppo grande per una tata. Se però somiglia a Bee, boccoli biondi e tutte le curve al punto giusto, l'occhio ringrazia e l'orgoglio acconsente. Soprattutto se in lei, a conti fatti, vedi non soltanto un sogno erotico ma l'amica del cuore. Restare in piedi sperando di vederla amoreggiare in salotto. E assistere, tuo malgrado, a una mattanza. Questo è l'incubo di Cole, protagonista intelligente e impacciato che di notte scopre che il suo salotto è stato invaso da una combriccola di star televisive (tra loro, Robbie Ammell e Bella Thorne, che divertono prendendosi finalmente poco sul serio) e che la moquette è già chiazzata di sangue arterioso. Serve quello dell'innocente ragazzino, ora, per completare il rito. E lui, che ha paura degli aghi e di mettersi al volante, pavido per natura, non ha intenzione di offrirsi al nemico senza scalciare. Anche se la morte somiglia a Samara Weaving, bella (e brava) come Margot Robbie. La Babysitter, al pari delle recenti produzioni Netflix, conserva cast, foggia e scrittura tipicamente televisive. La commedia horror del prolifico McG, nella sua prevedibilità, ha però vari pregi. Atmosfere finto anni Ottanta, con le nebbie imperiture di Carpenter, le citazioni di Spielberg e un piccolo protagonista che si scoprirà Rambo sognando Risky Business; l'indiscreto divertimento di omicidi sanguinosissimi; due protagonisti che spiccano, quando distolti dall'intento di ammazzarsi l'un l'altra. La Babysitter è un Mamma ho perso l'aereo autoironico e splatter, come se Chris Columbus avesse infine ceduto il pilota a Joe Dante. Da bambino, probabilmente, lo avrei adorato. Da grande meno, ma quanto ridere. (6,5)

La solita casa teatro di un duplice omicidio. Il solito sociopatico a piede libero, che combatte le voci con il rock più duro e miete vittime per placare forse la malattia mentale, forse il maligno. La solita famiglia felice – anche se di metallari fascinosissimi e in armonia, non di borghesi con la puzza sotto il naso – che in quella casa va ad abitare, e con quell'assassino in sovrappeso s'incontra e si scontra. Dall'apprezzatissimo Sean Byrne, già autore dell'adorabile e truce The Loved Ones, ci si aspettava non il solito horror. Poteva sorprendere, The Devil's Candy. Indipendente, ristretto, con una colonna sonora assordante, un quartetto sui generis e un look vintage – occhio alla bellezza dei rossi, alla cura rimarchevole nella composizione. In Italia, arriva al cinema due anni dopo. Per un passo fuori stagione; in ritardo. Perché distribuire in sala un horror passato finora in sordina? Cos'ha di speciale questo home invasion non troppo splatter, non troppo intrigante, in cui l'inquietante figura di Pruitt Taylor Vince fa la maggior parte del lavoro sporco? La motivazione sfugge. The Devil's Candy avrebbe potuto essere uno di quei prodotti di nicchia saltati fuori all'improvviso, invece mi accorgo a fine visione che non lascia scossoni: ennesima riscrittura non detta di Amityville Horror, con una certa simpatia di fondo e il buon gusto di un giovane regista che ho preferito di gran lunga altrove. Caramelle da sconosciuti che parlano col demonio? Accettate solo se a stomaco, e a mente, vuoti. (6)

Una macchina in panne ai margini di un bosco. Una pioggia battente. Un mostro. Bloccate nel veicolo inservibile ci sono l'adorata Zoe Kazan – qui particolarmente intensa, con il personaggio di una giovane alcolista – e una bambina di cui maledice la nascita. Sono mamma e figlia. Si vogliono bene, anche se ricordarselo, tra disintossicazioni, ricadute e fidanzati violenti, è difficile. Per strada, in quel clima già tesissimo di per sé, le sorprende il male: sotto una nuova forma. The Monster è un horror timido, ma un dramma che per i suoi flashback quotidiani e le sue prove attoriali rischia spesso di commuoverci. Come in The Babadook, non è importante lo spauracchio bensì ciò che c'è dietro. I demoni sono quelli della dipendenza, dell'incomunicabilità, e fronteggiarli insieme non presenta sorprese né criptiche chiavi di lettura. Bryan Bertino, già regista di quel The Strangers troppo blando per farsi valere, non osa neanche questa volta. Il suo compito senza errori e senza guizzi, però, complice qualche dramma toccante e la dolce musa del cinema indie, si fa voler bene. Moltissimo. E i figli, anche se nati da genitori vicini all'abisso, impareranno a lasciarsi il buio alle spalle seguendo la luce. A non temere i mostri delle eredità genetiche. (7-)