È la serie del momento. La amano. La odiano. Amano odiarla. Io stesso l'ho affrontata con scetticismo, al pari di un tormentone estivo venuto a noia prima del tempo per via degli schiamazzi dei vicini. I primi episodi non mi davano torto: a causa dei meme spammati dappertutto, avevo l'impressione di averli già visti. E in una serie in cui l'originalità non è di casa – ricorda The Running Man, Battle Royale e Hunger Games, ma anche gli intrecci kitsch delle spagnole La casa di carta e Vis a vis – gli spoiler sparsi rovinavano le rare sorprese rimaste. Qualcosa è cambiato negli ultimi: quando questo gioco al massacro, eccezionalmente made in Corea, lancia guanti di sfida più sadici e imprevedibili; quando le uscite di scena cominciano realmente a spezzare il cuore. È un'arena in cui dei giocatori pronti a tutti si sfidano per un ricco montepremi: ne uscirà soltanto uno. Chi? Tra partite a un due tre stella, tiri alla fune e lanci d biglie, si procede in maniera implacabile sfida dopo sfida. Ci si affeziona ai più fragili, si detestano carcerieri e prepotenti, ma si sente spesso la mancanza di una satira sociale più spiccata – no, non siamo al cospetto di un nuovo Parasite –, così come si sorride delle imprese assurde di un poliziotto sotto copertura. Nonostante si tifi soprattutto per un papà povero in canna, il suo vicino di casa caduto in disgrazia e un'adolescente con un fratellino da salvare dall'orfanotrofio, le protagoniste assolute sono loro: le straordinarie scenografie dai colori pastello, capaci di coniugare stile e inquietudine. Tutt'altro che perfetta, Squid Game non è né un capolavoro né un flop, ma una soddisfacente via di mezzo: un intrattenimento solido, ma dal successo forse immotivato, che spero avvicinerà il pubblico medio alle visioni in lingua originale e alle chicche del cinema asiatico. (7,5)
sabato 30 ottobre 2021
Halloween ai tempi di Netflix: Squid Game | Midnight Mass | You S03
sabato 17 aprile 2021
Verso gli Oscar: Minari | Nomadland | The Father | Un altro giro
Davanti alla presenza di una pellicola coreana agli Oscar, è impossibile non pensare ai fasti di Parasite: che il miracolo si ripeta anche quest'anno? Per quanto sorga spontaneo il confronto tra gli outsider asiatici alla conquista di Hollywood, i paragoni insensati andrebbero a discapito di Minari: lontano dalla folgorazione del thriller satirico, ma a modo suo bello e speciale comunque. Ambientato negli Stati Uniti degli anni Ottanta, il film segue la famiglia Yi dall'Oriente all'Arkansas. Partiti con il desiderio di mettere su una fattoria dove coltivare frutti e ortaggi asiatici, i protagonisti si ritrovano a condividere una bizzarra casa su ruote e venti ettari che, nei giorni pari, somigliano al giardino dell'Eden in terra. Mentre il cocciuto capofamiglia Steven Yeun investe anima e corpo nel suo sogno americano, la moglie trascurata patisce l'isolamento: smetteranno di litigare grazie alla suocera – Yoon Yeo-Jeong, in odore di statuetta –, esilarante vecchina che non cucina biscotti né prega per il Paradiso, ma in compenso impreca e rubacchia. In una casa in cui c'è bisogno di acqua corrente, manodopera e benedizioni, a portare dolcezza incommensurabile è il punto di vista del piccolo David: primo di una lunga galleria di personaggi adorabili, indossa gli stivali da cowboy e cerca di non affaticare troppo il suo cuoricino malandato. Meglio evitare le emozioni negative. Su misura del protagonista, così, Lee Isaac Chung cuce una saga familiare quieta, solare, delicata in maniera disarmante. Un incanto bucolico ben più significativo di Elegia americana, dove l'erba commestibile sulle anse del fiume – il “minari” del titolo – viene a simboleggiare l'arte di cavarsela. Un gioiello d'altri tempi, per imparare a vivere meglio e saggiamente i nostri. (8)
giovedì 6 luglio 2017
Mr. Ciak: Il padre d'Italia, Okja, The Circle, King Arthur, The Dinner
Non sentivo un
film da mesi. Non cominciavo così da un po'. Trovo confortante,
perciò, dirvi che si parte di nuovo da qui: come piace a me. Ragazzo conosce ragazza. Paolo, orfano pavido e bisognoso, si è perso
in mezzo alle luci stroboscopiche di un locale gay: cerca di
scongiurare il suo compagno affinché gli dia una seconda chance. Mia, volitiva sin dal nome, è
al sesto mese di gravidanza: ha bevuto troppo, si accascia tra le braccia di lui. Che è un
gigante buono dagli occhi tristissimi e, per carattere, non sa dire di no. Quella Madonnina con i tatuaggi e i capelli rosa lo
prende per mano e lo trascina a 1300 chilometri di distanza. Da
copione, ci si innamora o quasi nel mentre. Al centro: le chiacchiere
e le liti, le tappe che nessuno avrebbe immaginato. Alla
fine: una chiusa agrodolce, di quelle che se è la sera giusta sanno commuovere. Il
padre d'Italia è un dramma su ruote con un po' di Away We Go, un po'
di Una giornata particolare e tanta bellezza. Introspettivo, intimo, parlato a lungo, pone al
centro i suoi personaggi – caratterizzati con cura e pazienza,
vicini a me –, e la regia sincronizza di conseguenza il suo passo
al loro. L'irruenza della Ragonese e i silenzi carichi di Marinelli
(magnifico, e con un altro personaggio, dopo il memorabile Guido di Tutti
i santi i giorni, in cui ci sono i miei stessi punti di saturazione) chiamano a sé gli Smiths e la Bertè canticchiati piano, le lunghe carrellate e i personaggi di spalle, le ipnotiche luci al neon del cinema di Dolan. Mollo ha
lo sguardo indie che piace; l'alchimia di due che quei personaggi
intensissimi sanno portarli in vita con un gesto; lo sfondo in
movimento di un'Italia bigotta, con etichette che affibbiano sensi di colpa perfino all'amore. Paolo, troppo cerebrale di
suo, ne è pieno. E' contro natura che uno come lui diventi
genitore? E' contro natura, dopo la sofferta convivenza con un uomo, prendersi cura di una sciagurata che sfida il mare col petto in fuori e, a letto, gli ricorda quanto è caldo un altro corpo? Il liquido amniotico restituisce l'illusione di una
seconda infanzia; le donne insegnano a galleggiare. Il padre
d'Italia preferisce parlare d'appartenenza e istinto, senza sollevare polveroni. Di miracoli che, nella mano grinzosa
di una figlia, fanno riaffiorare il volto di una madre. Dell'emozione di sbagliare strada, scoprendosi lo stesso a casa. (7,5)
A
riprova di quanto sia stato un bambino strano, lo scarso interesse verso il ciclo arturiano. Non mi piaceva La spada nella
roccia e, più in là, ho
abbandonato per stanchezza la visione di Merlin e Camelot. Ci riprova Guy Ritchie – fratellastro ipodotato
di Rodriguez e Tarantino, con un paio di mancati cult nei primi anni
Duemila e una vita consacrata al gossip –, non pago di aver
profanato la tomba di Conan Doyle. Il giovane Artù, allontanato dal
palazzo reale, si muove tutt'altro che in sordina in una Londra
postmoderna. Lo zio usurpatore vuole eliminarlo; il nipote mira al colpo di stato. Che costi pure
qualche sacrificio, un tocco di magia, singolar tenzoni disputate al rallenty. Non mancano gli elefanti (in Inghilterra), il montaggio forsennato e una colonna sonora come un
martello pneumatico. I destrieri nerissimi, le torri in costruzione e
le immense adunate ricordano un Signore degli anelli in
cerca della compagnia del cattivo gusto. King
Arthur è confusionario e affollato. A
me, dopo il divertimento della prima parte, ha dato un mal di testa
che manco la prima e ultima volta in discoteca. Quello che appare
spassoso, dopo un po', viene infatti a noia. Quei salti qui e lì, più
lunghi della gamba, ispirano l'effetto collaterale di un conato. Law si tiene strette le smanie di potere del papa di Sorrentino e
qualche ghigno di troppo: la cosa più degna di meraviglia, nella sua
prova, è la la strenua lotta tra la stempiatura e la forza di
gravità. Un loquace e piacione Hunnam, riposto il chiodo,
ripiega sul fisico scolpito e un passato alla Oliver
Twist. Esagera con il gel effetto bagnato, obbligatoriamente
richiesto dal doppio taglio all'ultimo grido: l'unto della
brillantina potrebbe dargli più di qualche grana durante
l'incoronazione o, che Dio e il parrucchiere salvino le nostre anime, nell'eventualità di un sequel. (5) mercoledì 26 ottobre 2016
Mr. Ciak - Speciale Halloween: Train to Busan, Goodnight Mommy, 31, Martyrs (US)
Lucas
ed Elias sono angelici, biondi e perfettamente identici. Per loro,
ogni momento è buono per giocare; per loro, è sempre estate. Si
inseguono sotto la grandine, giocano nei boschi e il loro rapporto,
simbiotico e misterioso, è troppo stretto e morboso per comprendere
un'altra persona. Esclusa perfino la mamma, dunque, che trovano assai
cambiata dopo un'operazione di chirurgia plastica al viso. Sotto le
bende, ci sarà la donna di sempre o c'è stato uno scambio? In una
casa impersonale e dispersiva, immersa nel folto dei boschi viennesi,
si consuma così un angosciante e malato gioco di ruolo: i posti si
invertono, le vittime diventano carnefici e i dubbi si accumulano.
Goodnight Mommy, gelido thriller psicologico coi ritmi lenti e
le immagini senza sbavature del cinema europeo, parlerà di mamma
folli o dell'innocenza del diavolo? Ibrido a metà strada tra il
dramma esistenzialista e l'orrore, il lungometraggio diretto a
quattro mani dalla coppia Fiala-Franz si rivela sì e no all'altezza
delle alte aspettative. In rete, ormai mesi fa, già recensioni
fidate lo accoglievano con entusiasmo. Goodnight Mommy è
inquietante, simbolico, malato: materia freudiana fatta di incubi ad
occhi aperti, disgustose allucinazioni a sprazzi, misteri che
purtroppo hanno esiti molto prevedibili. Se il colpo di scena finale
risulta scontato, al contrario appaiono però di grande originalità
la curata messa in scena – la casa dei tre è una prigione austera,
piena di ombre acuminate – e svolte crudeli che vanno al di là
della violenza fisica e psicologica. I volti fasciati e la crisi di
identità. Cornici vuote e tragedie di cui nessuno parla. Fratelli
coalizzati sempre, anche nel perpetrare il male. Una paura
realistica, ma meno universale che nello splendido The
Babadook – anche lì
l'infanzia, l'essere genitori e metafore su metafore – che non ti
abbandona. Goodnight Mommy è
una stridente ninna nanna con lo stile di La pelle che
abito e un non so che del
miglior Polanski: sgradevole e strisciante, nonostante tutto, come il
pensiero che fino alla fine ti accompagna. Quante energie ti prosciuga un bambino? Soprattutto, perché un figlio? (7)












