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sabato 30 ottobre 2021

Halloween ai tempi di Netflix: Squid Game | Midnight Mass | You S03

È la serie del momento. La amano. La odiano. Amano odiarla. Io stesso l'ho affrontata con scetticismo, al pari di un tormentone estivo venuto a noia prima del tempo per via degli schiamazzi dei vicini. I primi episodi non mi davano torto: a causa dei meme spammati dappertutto, avevo l'impressione di averli già visti. E in una serie in cui l'originalità non è di casa – ricorda The Running Man, Battle Royale e Hunger Games, ma anche gli intrecci kitsch delle spagnole La casa di carta e Vis a vis – gli spoiler sparsi rovinavano le rare sorprese rimaste. Qualcosa è cambiato negli ultimi: quando questo gioco al massacro, eccezionalmente made in Corea, lancia guanti di sfida più sadici e imprevedibili; quando le uscite di scena cominciano realmente a spezzare il cuore. È un'arena in cui dei giocatori pronti a tutti si sfidano per un ricco montepremi: ne uscirà soltanto uno. Chi? Tra partite a un due tre stella, tiri alla fune e lanci d biglie, si procede in maniera implacabile sfida dopo sfida. Ci si affeziona ai più fragili, si detestano carcerieri e prepotenti, ma si sente spesso la mancanza di una satira sociale più spiccata – no, non siamo al cospetto di un nuovo Parasite –, così come si sorride delle imprese assurde di un poliziotto sotto copertura. Nonostante si tifi soprattutto per un papà povero in canna, il suo vicino di casa caduto in disgrazia e un'adolescente con un fratellino da salvare dall'orfanotrofio, le protagoniste assolute sono loro: le straordinarie scenografie dai colori pastello, capaci di coniugare stile e inquietudine. Tutt'altro che perfetta, Squid Game non è né un capolavoro né un flop, ma una soddisfacente via di mezzo: un intrattenimento solido, ma dal successo forse immotivato, che spero avvicinerà il pubblico medio alle visioni in lingua originale e alle chicche del cinema asiatico. (7,5)

Il talento narrativo e stilistico di Mike Flanagan è pressoché indiscutibile. Nato a Salem, cresciuto a pane e Stephen King, unisce l'horror al melodramma con un equilibrio che lascia ogni volta commessi. Anche quando, come questa volta, non tutto torna. Anche quando, come questa volta, non tutto appare funzionale: soprattutto i dialoghi fiume, destinati a sfociare gratuitamente in un epilogo di sangue e fiamme. Su un'isola dal fanatismo religioso totalizzante, l'arrivo di un nuovo parroco genera miracoli e misteri. La buona novella è un contagio. La comunione, cannibalismo vampiresco. Midnight Mass ha soltanto sette episodi, ma si prende il suo tempo. Lenta, corale e verbosa, intavola lunghe conversazioni sulla fede, la morte, il senso di colpa, la diversità culturale e religiosa. Gli elementi horror sono sparpagliati cautamente in ogni episodio e, quando il soprannaturale si manifesta, semina un po' di disappunto per quella computer grafica imperdonabilmente anni Novanta. La violenza e le lacrime, immancabili davanti a monologhi degni dei fasti di The Haunting of Hill House, giungono in ritardo e tutte insieme. Finendo per sconfessare, in parte, l'approccio un po' pretenzioso del resto. Perché tanto esistenzialismo per un caos che non lascia niente all'immaginazione? Accolta da molti come il capolavoro del regista, la serie mette tanta, troppa carne al fuoco. Discontinua ma generosa, punta su una sceneggiatura zeppa di scene madri e su un buon cast d'insieme: l'intensa e bella Katy Siegel, un Hamish Linklater finalmente in una performance da ricordare e Samantha Sloyan, più spaventosa di qualsiasi demone. Quanto è cieco il fanatismo? Quanto è fragile, quanto è disperata, la fede nell'impossibile? Ce lo spiega Flanagan, tra ambizione e kitsch,  prodigi e mostruosità, sacro e profano. (7)

Dopo aver sepolto la prima innamorata, lo stalker Joe ha finalmente trovato la sua anima gemella: Love, conosciuta nel corso della seconda stagione, a sorpresa era perfino più matta e sanguinaria di lui. All'improvviso neogenitori, prendono a seminare il caos in un ridente quartiere residenziale: mogli tentatrici, coppie no-vax e allettanti scambisti hanno ovviamente le ore contante. Tutti presi dal coprirsi le spalle a vicenda, i protagonisti non rinunciano tuttavia a nuove ossessioni: mentre Joe si invaghisce di una bella bibliotecaria in lotta per l'affidamento della figlioletta, Love si lascia lusingare dal vicino adolescente. E tutti fanno sesso con tutti, in questi dieci episodi di cinquanta minuti ciascuno, ma la serie è troppo grottesca e sopra le righe per risultare sexy. Il matrimonio riparatore? È la tomba dell'amore in You: da me attesissima, come sempre, nonostante un inizio intrigante e un prosieguo inspiegabilmente sciocco. Come mai gli sceneggiatori hanno deciso di trasformare i delitti di un fascinoso psicopatico in una commedia con qualche morto ammazzato qui e lì? Da vedere senza pretese, magari doppiata e sbrigando tutt'altro, la terza stagione diventa una novella Santa Clarita Diet che lascia gli zombie e flirta con i serial-killer. A darle un senso, oltre al consolidato carisma di Penn Badgley, sono il monologo conclusivo di una sempre bravissima Victoria Pedretti – a volte angelica, altre delirante, si concede una stoccata accesissima contro il perbenismo e il maschilismo della società contemporanea: in sottofondo Taylor Swift e Bon Iver – e l'insospettabile cambio di scenario degli ultimi minuti. Cosa succederà dopo un finale più movimentato e cattivo del resto, che solleva fuoco e fiamme in periferia? Ho il sospetto che al suo ritorno You – subito rinnovata per una quarta stagione – sarà nuovamente la discutibile parodia di sé stessa, ma che nuovamente me la gusterò in binge watching. (6,5)

sabato 17 aprile 2021

Verso gli Oscar: Minari | Nomadland | The Father | Un altro giro

Davanti alla presenza di una pellicola coreana agli Oscar, è impossibile non pensare ai fasti di Parasite: che il miracolo si ripeta anche quest'anno? Per quanto sorga spontaneo il confronto tra gli outsider asiatici alla conquista di Hollywood, i paragoni insensati andrebbero a discapito di Minari: lontano dalla folgorazione del thriller satirico, ma a modo suo bello e speciale comunque. Ambientato negli Stati Uniti degli anni Ottanta, il film segue la famiglia Yi dall'Oriente all'Arkansas. Partiti con il desiderio di mettere su una fattoria dove coltivare frutti e ortaggi asiatici, i protagonisti si ritrovano a condividere una bizzarra casa su ruote e venti ettari che, nei giorni pari, somigliano al giardino dell'Eden in terra. Mentre il cocciuto capofamiglia Steven Yeun investe anima e corpo nel suo sogno americano, la moglie trascurata patisce l'isolamento: smetteranno di litigare grazie alla suocera – Yoon Yeo-Jeong, in odore di statuetta –, esilarante vecchina che non cucina biscotti né prega per il Paradiso, ma in compenso impreca e rubacchia. In una casa in cui c'è bisogno di acqua corrente, manodopera e benedizioni, a portare dolcezza incommensurabile è il punto di vista del piccolo David: primo di una lunga galleria di personaggi adorabili, indossa gli stivali da cowboy e cerca di non affaticare troppo il suo cuoricino malandato. Meglio evitare le emozioni negative. Su misura del protagonista, così, Lee Isaac Chung cuce una saga familiare quieta, solare, delicata in maniera disarmante. Un incanto bucolico ben più significativo di Elegia americana, dove l'erba commestibile sulle anse del fiume – il “minari” del titolo – viene a simboleggiare l'arte di cavarsela. Un gioiello d'altri tempi, per imparare a vivere meglio e saggiamente i nostri. (8)

Sono i nomadi di oggi. Hanno condotto vite uguali ma diverse. Adesso, reduci da drammi e declassamenti, si riconoscono in quanto simili. Si sfiorano. Negli spiazzi affollati. Nei parcheggi per le roulotte. In un film ispirato all'omonimo reportage di Jessica Bruder. C'è una malata terminale all'inseguimento di un ultimo viaggio della speranza. C'è chi, in pensione anticipata, sogna la libertà. Chi, ancora, giovanissimo, è appena scappato di casa. Poi c'è lei, Fran: vedova in cerca di lavoro. Che si arrangia, chiede aiuto e, qualche volte, lo dà. Che si sposta inseguendo l'ispirazione, la fortuna, sé stessa. Finché un brav'uomo non la tenta con la stabilità. La rivelazione Chloé Zhao ha un bel bagaglio di storie dal quale attingere e uno sguardo partecipe, commosso. Piacciono i rituali e l'armonia dei suoi nomadi. Piace al solito Frances McDormand, tenera e ruvida come soltanto lei sa essere, alle prese con il personaggio di una novella Thoreau (non cita a memoria Walden, però, bensì un celebre sonetto di William Shakespeare). Ma Nomadland, piccolo, onesto, genuino, nonché splendidamente musicato dal nostro Einaudi, in parte confonde: è un documentario, più che un film, e stranisce allora trovare un'attrice affermatissima, per quanto aderente al ruolo, in mezzo ai reali attanti. Probabilmente, dopo il Leone d'oro a Venezia e il trionfo annunciato ai Golden Globe, vincerà anche l'Oscar al Miglior Film. La cosa non scontenterà nessuno, neanche il sottoscritto, ma il risultato complessivo mi è parso frammentario e delicato. Sin troppo. (7)

Un ingegnere in pensione viene accudito dalla primogenita mentre l'Alzheimer, inarrestabile, gli ruba gli ultimi scampoli di vita e di memoria. Esordio alla regia per il drammaturgo Florian Zeller, The Father racconta la senilità con un approccio parzialmente nuovo. Dramma dai risvolti inesorabili, vanta infatti un montaggio da thriller e una sceneggiatura caleidoscopica fedele alle percezioni falsate del protagonista. Sospettoso, crudele e aggressivo, anche se ironico e affascinante all'occorrenza, l'ultraottantenne Anthony Hopkins lascia attoniti davanti all'ennesima prova magistrale; un delirio ossessivo in cui subodora cospirazioni e tradimenti, puntando il dito a destra e a manca. Chi ha rubato il suo orologio? Chi ha cambiato l'arredamento? Come mai i più non vedono l'ora di chiuderlo in un ospizio? Amorevole e devota, benché sull'orlo di una crisi nervosa, lo assiste una misurata Olivia Colman. Rigorosamente britannico, il film d'impostazione teatrale trasuda eleganza e manierismo. Per certi versi troppo patinato, per altri originalissimo nel restituirci la confusione di Hopkins, The Father è un singolare home invasion in cui le nebbie della malattia cozzano un po' con la lucidità della regia. Troppo cerebrale, troppo scritto, troppo ragionato, dimentica presto l'intenzione di raccontare l'Alzheimer dal punto di vista di chi soffre realmente d'Alzheimer. In ogni caso, nella moquette di questo salotto alto-borghese, in questo magma temporale tenero e spaventoso insieme, è una goduria sprofondare in compagnia di un interprete impareggiabile. (7)

Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere, scriveva il francese Charles Baudelaire. In una Danimarca altrettanto decadente, un gruppo di frustrati professori di mezza età decide di sottoporsi a un esperimento sociale per migliorare le loro relazioni in famiglia e a scuola: ossia, bere. Stando a un filosofo realmente esistito, infatti, per ogni litro di sangue il nostro corpo avrebbe bisogno di 0,5 grammi di alcol per essere perfettamente bilanciato. All'improvviso più partecipi dome docenti, mariti e amici, i protagonisti con l'etilometro sempre in tasca giurano di non superare i limiti del consentito. Ma quanto è facile perdere la bussola, se ci si mette di mezzo l'imprevedibile dio Bacco? Dopo le infruttuose parentesi americane, Thomas Vinterberg torna alle origini danesi. Porta con sé il sempre grande Mads Mikkelsen – misuratissimo, qui depone la consueta aria ammaliante per un personaggio fragile e insicuro – e la fidata camera a mano, puntando agli Oscar. Pare, vincerà. Ma per me, a lungo indeciso tra provocazione e moralismo, tra dramma e commedia, il film è ben lontano dai fasti del Sospetto. Dopo una brillante prima, la riflessione sull'insostenibile leggerezza dell'essere (sbronzi) esaurisce in fretta lo spunto eversivo e si trascina su sé stessa, in un prevedibile vortice di autodistruzione. Martin, uomo di mezza età e marito insoddisfatto, riuscirà a lasciarsi alle spalle le inibizioni? E a smettere quando vuole con il vizio dei cicchetti di prima mattina? Nonostante tutto, la chiusa danzereccia è già cult. (6,5)

giovedì 6 luglio 2017

Mr. Ciak: Il padre d'Italia, Okja, The Circle, King Arthur, The Dinner

Non sentivo un film da mesi. Non cominciavo così da un po'. Trovo confortante, perciò, dirvi che si parte di nuovo da qui: come piace a me. Ragazzo conosce ragazza. Paolo, orfano pavido e bisognoso, si è perso in mezzo alle luci stroboscopiche di un locale gay: cerca di scongiurare il suo compagno affinché gli dia una seconda chance. Mia, volitiva sin dal nome, è al sesto mese di gravidanza: ha bevuto troppo, si accascia tra le braccia di lui. Che è un gigante buono dagli occhi tristissimi e, per carattere, non sa dire di no. Quella Madonnina con i tatuaggi e i capelli rosa lo prende per mano e lo trascina a 1300 chilometri di distanza. Da copione, ci si innamora o quasi nel mentre. Al centro: le chiacchiere e le liti, le tappe che nessuno avrebbe immaginato. Alla fine: una chiusa agrodolce, di quelle che se è la sera giusta sanno commuovere. Il padre d'Italia è un dramma su ruote con un po' di Away We Go, un po' di Una giornata particolare e tanta bellezza. Introspettivo, intimo, parlato a lungo, pone al centro i suoi personaggi – caratterizzati con cura e pazienza, vicini a me –, e la regia sincronizza di conseguenza il suo passo al loro. L'irruenza della Ragonese e i silenzi carichi di Marinelli (magnifico, e con un altro personaggio, dopo il memorabile Guido di Tutti i santi i giorni, in cui ci sono i miei stessi punti di saturazione) chiamano a sé gli Smiths e la Bertè canticchiati piano, le lunghe carrellate e i personaggi di spalle, le ipnotiche luci al neon del cinema di Dolan. Mollo ha lo sguardo indie che piace; l'alchimia di due che quei personaggi intensissimi sanno portarli in vita con un gesto; lo sfondo in movimento di un'Italia bigotta, con etichette che affibbiano sensi di colpa perfino all'amore. Paolo, troppo cerebrale di suo, ne è pieno. E' contro natura che uno come lui diventi genitore? E' contro natura, dopo la sofferta convivenza con un uomo, prendersi cura di una sciagurata che sfida il mare col petto in fuori e, a letto, gli ricorda quanto è caldo un altro corpo? Il liquido amniotico restituisce l'illusione di una seconda infanzia; le donne insegnano a galleggiare. Il padre d'Italia preferisce parlare d'appartenenza e istinto, senza sollevare polveroni. Di miracoli che, nella mano grinzosa di una figlia, fanno riaffiorare il volto di una madre. Dell'emozione di sbagliare strada, scoprendosi lo stesso a casa. (7,5) 

Sulle montagne della Corea crescono una bambina ribelle e un maiale da concorso, promesso ai banchetti di una spietata multinazionale. Il consumismo rompe l'idillio. L'animale è caricato a forza in un furgone. La sua amica non si arrende: lo segue ovunque, incrociando gli adepti della Mirando Corporation (Tilda Swinton, novella Crudelia De Mon, e il cacciatore dell'esagerato Gyllenhaal) e un gruppo di animalisti reazionari (Dano e la Collins, purtroppo poco utilizzati). Presentato a Cannes, l'ultimo Bong Joon-ho divideva perché non destinato alle sale: Netflix rappresenta forse un danno? Il ginepraio ha fatto sì che l'enorme animale domestico e il coraggio della sua amica passassero quasi inosservati. Benché fosse lecito aspettarsi qualcosa di più, soprattutto da una scrittura che accenna ma non approfondisce, Okja è un film per famiglie che vorrebbe divertire e sensibilizzare: in parte, ci riesce. Con una delicata computer grafica che non fa rimpiangere la rozzezza degli ultimi blockbuster e una regia al solito esemplare, la fiaba del regista orientale – social ed eco-friendly – è parzialmente irrisolta ma centrata. Ci si emoziona, ma senza scontarsi con i picchi melodrammatici cari ai coreani (perfino in Train to Busan, solido zombie-movie, toccava mettere in conto fiumi di lacrime); si lotta affinché trionfino il lieto fine e il candore dei bambini, ma tutto ha un prezzo. Un po' Babe in chiave satirica, un po' E.T.Okja lascia non abbastanza commossi da glissare sui punti oscuri della sceneggiatura, ma ricorda il cinema di storie, sentimenti e illusioni che mi ha reso un appassionato. Dove ci sono sia la forma che la sostanza. Dove il vecchio (penso alle amicizie di Dahl, a Ende) incontra un nuovo modo di pensare l'intrattenimento e, nel bene e nel male, ne ritocca i connotati. (7)

Tutti sono nell'occhio di The Circle, azienda futuribile che fa il verso al Grande Fratello di George Orwell. A scoprirlo, una stagista che suo malgrado diventa un esperimento che cammina. Fino a ritrovarsi, com'è prevedibile, con le spalle al muro. Le tecnologie brevettate da un aspirante Steve Jobs mostrano che un mondo senza segreti è un mondo senza bugie. In nome del bene pubblico, però, si può mettere in pericolo qualcun altro? Il best-seller di Dave Eggers sembrava plausibile e inquietante. Al cinema, invece, il thriller su una generazioni di esibizionisti e voyeur – pensate alle dirette su Facebook, alle storie di Instagram, ai selfie in ogni dove: all'esserci a tutti i costi – è inconcludente e confuso. Una delle peggiori visioni dell'anno. Lungo spot di Youtube da skippare, senza ritmo e senza tensione, The Circle ha uno spunto tutt'altro che esecrabile ma di cui, cosa che eppure accade perfino nelle peggiori trasposizioni, non ho visto il potenziale tra le righe – di recuperare il romanzo perciò no, non se ne parla. A remargli contro, due protagonisti che già ho poco in simpatia: l'indigesto guru Tom Hanks, che ci grazia con un ruolo marginale; una Emma Watson più rigida e fuori posto del solito, in vacanza o da Hogwarts o da una comune amish – fa piacere intravedere però il bimbo cresciuto di Boyhood e Bill Paxton, in una delle sue ultime apparizioni. Quanto sei social? Quanto odieresti avere una telecamera addosso, se vivi comunque una vita online? Cos'hai da nascondere? A rischio, la privacy; il futuro. Riflessioni brucianti ma scolastiche, troppe risposte eluse, un'idea alle ortiche. Gli scarti di Black Mirror non sfamano. (4)

A riprova di quanto sia stato un bambino strano, lo scarso interesse verso il ciclo arturiano. Non mi piaceva La spada nella roccia e, più in là, ho abbandonato per stanchezza la visione di Merlin e Camelot. Ci riprova Guy Ritchie – fratellastro ipodotato di Rodriguez e Tarantino, con un paio di mancati cult nei primi anni Duemila e una vita consacrata al gossip –, non pago di aver profanato la tomba di Conan Doyle. Il giovane Artù, allontanato dal palazzo reale, si muove tutt'altro che in sordina in una Londra postmoderna. Lo zio usurpatore vuole eliminarlo; il nipote mira al colpo di stato. Che costi pure qualche sacrificio, un tocco di magia, singolar tenzoni disputate al rallenty. Non mancano gli elefanti (in Inghilterra), il montaggio forsennato e una colonna sonora come un martello pneumatico. I destrieri nerissimi, le torri in costruzione e le immense adunate ricordano un Signore degli anelli in cerca della compagnia del cattivo gusto. King Arthur è confusionario e affollato. A me, dopo il divertimento della prima parte, ha dato un mal di testa che manco la prima e ultima volta in discoteca. Quello che appare spassoso, dopo un po', viene infatti a noia. Quei salti qui e lì, più lunghi della gamba, ispirano l'effetto collaterale di un conato. Law si tiene strette le smanie di potere del papa di Sorrentino e qualche ghigno di troppo: la cosa più degna di meraviglia, nella sua prova, è la la strenua lotta tra la stempiatura e la forza di gravità. Un loquace e piacione Hunnam, riposto il chiodo, ripiega sul fisico scolpito e un passato alla Oliver Twist. Esagera con il gel effetto bagnato, obbligatoriamente richiesto dal doppio taglio all'ultimo grido: l'unto della brillantina potrebbe dargli più di qualche grana durante l'incoronazione o, che Dio e il parrucchiere salvino le nostre anime, nell'eventualità di un sequel. (5) 

Un tavolo per quattro, un rigido dress code. Da una parte siedono Coogan e la Linney, professore idealista con consorte. Dall'altra, invece, l'aspirante governatore Gere e Rebecca Hall, moglie trofeo. Il tema lo conoscete, soprattutto se avete in libreria il romanzo di Koch o avete intravisto la riuscita trasposizione italiana, I nostri ragazzi: figli colpevoli di un crimine orribile. Denunciarli o proteggerli? Debitamente scandita dall'arrivo delle numerose portate, la versione americana di Oren Moverman approfondisce l'inconciliabilità dei fratelli Lohman, introducendo altre voci sul menu. Digressioni ora azzeccate, ora accessorie, che rimandano a data da destinarsi il momento di pagare il conto e fan sì che, purtroppo, la riflessione centrale passi in secondo piano – le nevrosi dell'uno e il politicamente corretto dell'altro distolgono dalla ferocia delle mamme chiocce, dai moventi un po' generalisti della nostra peggio gioventù. The Dinner, scegliendo ristorante e cast stellati, fa i conti con la retorica a stelle e strisce, un finale che non morde e la scelta incomprensibile di rimandare il momento clou a dopo il dessert. L'occhio, però, che ama il teatro e l'eleganza di certe messe in scena (Moverman non è né Haneke né Polanski: ma scimmiotta quelli giusti, ha buon gusto), è soddisfatto. La mise en place è da manuale, ma la compagnia antipatica e i piatti pretenziosi. Quest'ultima cena si dilunga, appesantisce, propone un conto salato. Squilibrata, acida, nerissima. A ricordarci che la famiglia, talvolta, è il miglior anticoncezionale. (6)

mercoledì 26 ottobre 2016

Mr. Ciak - Speciale Halloween: Train to Busan, Goodnight Mommy, 31, Martyrs (US)

Su un treno ad alta velocità diretto a Busan, in una Corea annientata da un contagio di cui si intuisce appena l'origine, si incrociano le storie di personaggi agli antipodi, ma in lotta per avere salva la vita. Dislocati da un capo e l'altro dello stesso convoglio, devono raggiungersi. Un broker anaffettivo, divorziato, e la figlia per cui non è mai stato presente; una scolaresca; una coppia in attesa del loro primogenito; due sorelle anziane, che vivono in simbiosi. Al centro, però, vagoni e vagoni stipati di infetti famelici: la bava alla bocca, i morsi letali, fame di carne umana. Presentato prima a Cannes, poi alla Festa del cinema di Roma, Train to Busan è il film sugli zombie che i festival internazionali – vuoi lo straordinario successo in patria o le coloriture politiche che, purtroppo, non ho saputo cogliere – non si sono lasciati sfuggire. Cosa ci fanno i morti viventi, tra pellicole impegnate e critici con la puzza sotto il naso? Come si sopravvive su un mezzo affollato che, spedito, punta dritto all'apocalisse? L'horror di Sang-ho Yeon, regista orientale che proviene dall'animazione più all'avanguardia e che solo ora, solo qui, passa agli attori in carne e ossa – la carne, però, dev'essere rigorosamente al sangue, come i survival di ogni dove insegnano -, piace ai più colti per il ritratto di una Corea contemporanea, dilaniata, contraddittoria; a tutti gli altri – dunque, a me, a digiuno di attualità – per l'intrattenimento perfetto che, con le sue due ore dense e angoscianti, rappresenta. Non sono un appassionato di cinema coreano e gli zombie, visti in tutte le salse, in ogni contesto immaginabile, sono le figure da brivido che meno mi attirano. Nonostante le riserve iniziali, però, Train to Busan è una corsa a perdifiato, sorprendente per realizzazione, ritmo, sentimenti in ballo; non mancano una o due trovate spassose – il buio pietrifica i non-morti, ad esempio, e i protagonisti, allora, si trovano ad attendere la galleria successiva come l'acqua nel deserto –, ma non erano stati messi in conto gli occhi un po' lucidi, in un finale mélo. L'umanità disparata e disperata di Yeon, autore altresì generoso con lo splatter e la spettacolarità in pieno stile Hollywood, si stringe forte, infatti, contro la pandemia; e gli esseri umani, vili, a volte feriscono più dei mostri. Questi zombie corrono come atleti olimpici, elevano muraglie di morti, si ergono come una barriera tra te e la speranza. Questi protagonisti, eroi disarmati ed empatici, fanno stringere i pugni e le lacrime della piccola Soo-an, mossa dalla tenera volontà di conquistare l'attenzione di un genitore sfuggente, spezzano il cuore. Senti il suo pianto, la sua canzone, alla fine del tunnel? (7,5)

Lucas ed Elias sono angelici, biondi e perfettamente identici. Per loro, ogni momento è buono per giocare; per loro, è sempre estate. Si inseguono sotto la grandine, giocano nei boschi e il loro rapporto, simbiotico e misterioso, è troppo stretto e morboso per comprendere un'altra persona. Esclusa perfino la mamma, dunque, che trovano assai cambiata dopo un'operazione di chirurgia plastica al viso. Sotto le bende, ci sarà la donna di sempre o c'è stato uno scambio? In una casa impersonale e dispersiva, immersa nel folto dei boschi viennesi, si consuma così un angosciante e malato gioco di ruolo: i posti si invertono, le vittime diventano carnefici e i dubbi si accumulano. Goodnight Mommy, gelido thriller psicologico coi ritmi lenti e le immagini senza sbavature del cinema europeo, parlerà di mamma folli o dell'innocenza del diavolo? Ibrido a metà strada tra il dramma esistenzialista e l'orrore, il lungometraggio diretto a quattro mani dalla coppia Fiala-Franz si rivela sì e no all'altezza delle alte aspettative. In rete, ormai mesi fa, già recensioni fidate lo accoglievano con entusiasmo. Goodnight Mommy è inquietante, simbolico, malato: materia freudiana fatta di incubi ad occhi aperti, disgustose allucinazioni a sprazzi, misteri che purtroppo hanno esiti molto prevedibili. Se il colpo di scena finale risulta scontato, al contrario appaiono però di grande originalità la curata messa in scena – la casa dei tre è una prigione austera, piena di ombre acuminate – e svolte crudeli che vanno al di là della violenza fisica e psicologica. I volti fasciati e la crisi di identità. Cornici vuote e tragedie di cui nessuno parla. Fratelli coalizzati sempre, anche nel perpetrare il male. Una paura realistica, ma meno universale che nello splendido The Babadook – anche lì l'infanzia, l'essere genitori e metafore su metafore – che non ti abbandona. Goodnight Mommy è una stridente ninna nanna con lo stile di La pelle che abito e un non so che del miglior Polanski: sgradevole e strisciante, nonostante tutto, come il pensiero che fino alla fine ti accompagna. Quante energie ti prosciuga un bambino? Soprattutto, perché un figlio? (7)

Siamo negli anni '70, ed è la notte più infestata dell'anno. C'è, però, chi ad Halloween si diverte a modo suo: a spese degli altri. Come una ricca e misteriosa coppia di coniugi che, imbellettati come due antichi artistocratici, ospitano una casa degli orrori che è la loro corte di sanguinari e bizzarri assassini. Tradizionalmente, giunto il trentuno di ottobre, catturano le loro prede: questa volta, una rozza e affiatata compagnia di giostrai girovaghi. Devono sopravvivere agli attacchi letali di nani neonazisti, losche figure da fumetto e pagliacci con nessunissima voglia di scherzare. Vedere l'alba, a Murder World, è un'impresa. Come eludere, per dodici ore, la compagnia della morte? Dopo i bistrattati Salem e Halloween, Rob Zombie – per alcuni regista cult, per altri sconclusionato affabulatore: io, al solito, sto comodo al centro -, sembra abbandonare i concettualismi da poco e ritornare alle origini. C'è tanto della famiglia Firefly, Sheri Moon compresa, nell'allegra brigata protagonista. Zombie ritorna con un horror piccolo, a basso budget, il cui titolo suona quasi come un matematico conto alla rovescia: dopo La casa dei 1000 corpi, adesso questo 31. Survival tutt'altro che inconsueto negli sviluppi, che sembra un The Purge rivisto e corretto: sporcato dentro e fuori, fino alle ossa, da un regista che non va per il sottile. Il gore, la patina di sporcizia superficiale, i villain memorabili – su tutti, il “conte” McDowell e un esagerato Richard Brake, che farebbe le scarpe a qualsiasi Joker da strapazzo. Purtroppo, l'originalità di 31 si limita al monologo d'apertura e a una chiusa irrisolta, con gli splendidi Aerosmith in cuffia; agli sporadici guizzi nella caratterizzazione dei comprimari. Il resto, una lotta alla sopravvivenza a cui ripetitività, interpretazioni e resa non giovano di certo. Zombie, raffinatissimo perfino nello shock e nei litri di profondo rosso versato, altrove si era dimostrato un abile regista: qui, senza controllo del mezzo e con un'irritantissima telecamera a mano, si dà alle riprese traballanti, amatoriali, e nelle scene più concitate confonde fino al mal di stomaco. 31, inizialmente annunciato dal modesto Rob come il suo capolavoro, perfino molto atteso, in realtà è il solito horror con figurine abbozzate, senza ieri e senza domani, con antagonisti rimarchevoli e la regia di uno Zombie che farà parlare pochissimo di sé, se non per la grana insolitamente grezza della sua ultima regia. (5,5)

Correva l'anno 2008. E, a scatola chiusa, mi procuravo sottotitolato un horror sconosciuto, che di lì a poco tutti avrebbero considerato capolavoro. Martyrs mi aveva convinto a metà: un inizio folgorante, che ammiccava alla ghost story, al “rape and revenge”, e un prosecuzione logorante, sadica, in cui l'occhio della macchina da presa indugiava fino alla noia sulle violenze ai danni della tribolata protagonista. La domanda: cosa c'è dopo la morte? Otto anni dopo, se qualcuno me lo chiedesse, direi che non mi era piaciuto, giacché di mio tengo a mente più gli epiloghi – quello, di estrema crudeltà – che gli ottimi spunti. Vuoi azzardare il remake di un cult, tu, se sei parte di una coppia di registi esordienti, hai un cast televisivo, tutto il mondo contro e la possibilità concreta che il film, messo già alla gogna, sia distribuito solo in homevideo? Vuoi sfidare i cinefili che ancora prima di vedero, avevano espresso un giudizio sfavorevole, su Imdb? I fratelli Goetz e gli sceneggiatori di Vacancy ci provano. Due orfane, a dieci anni dal loro incontro, fanno irruzione in una casa come tante: brutalmente, la più provata del duo massacra i membri della famiglia. E, nel loro scantinato, scoperchia un segreto scomodo. Fino a metà, il nuovo Martyrs è lineare e rispettoso: meno cupo, meno autoriale anche, non ha però il taglio dozzinale che presumevo. Nella seconda parte, invece, prende una strada alternativa, diventando tutt'altro: forse il solito horror americano, che meno indugia nei dettagli morbosi, meno prova le nostre resistenze, ma agli occhi di chi l'originale – proprio in vista del bagno di sangue conclusivo e degli spiegoni intrisi di misticismo – non l'aveva bene assimilato, il lavoro dei Goetz pare decoroso. Certo, le sevizie sono blande e lo splatter parsimonioso. Certo, forzato parlare di martirio – le sedute di tortura sono costellate di ellissi – e irrealistica la riscossa finale di una delle protagoniste. La Sally Langston di Scandal è un'affascinante antagonista;Troian Bellisario, con la sua eroina traumatizzata e dolorante, si conferma la sola interprete capace nell'allegro pollaio di Pretty Little Liars. E questo Martyrs perderà prevedibilmente il confronto con il suo capostipite – ne lima le particolarità, gioca a carte scoperte, non tenta la via della provocazione intellettuale – ma a chi, isolata voce fuori dal coro, all'altro aveva rimproverato presunzione, sofismi e persistenza, sembrerà un trattamento tutt'altro che barbaro; non il massacro predetto. (6)