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venerdì 16 gennaio 2026

Le più social di dicembre: Stranger Things 5 | Welcome to Derry | Heated Rivalry

Anch'io sono stato schiavo del marketing. Negli anni, ho accumulato magliette, calzini, gadget a tema. Nonostante tutto, Stranger Things non è mai stata la mia serie della vita: nata come omaggio al cinema degli anni Ottanta – e ai classici di King, Tolkien, Rowling –, è stata sin dal pilot nostalgica, prudente, derivativa. Sarà per questo che, a differenza dei fan, ho affrontato le lungaggini e le falle della quinta stagione – la più debole accanto alla seconda – senza livori. Mi sono tenuto lontano sia dagli spoiler sia dai pronostici. In fondo, l'ho sempre seguita indipendentemente dalla trama: a spingermi, l'affetto verso i personaggi. Vado controcorrente, perciò, e dico che per me l'addio alla serie funziona proprio quando i militari non sparano, Vecna non rapisce nuovi innocenti e il Sottosopra non minaccia di invadere Hawkins. Il cuore della serie è nei ritagli, nelle pause, nei momenti d'insieme – troppo pochi in una stagione che, a tratti, mette troppa carne (e troppe storyline) al fuoco. Ricorderò, quindi, ciò che non è piaciuto a molti: una confessione disarmante, a cui non si può rispondere che con gli abbracci; la mezz'ora finale in cui non succede niente, eppure ci si gode tutta la calma, la gioia e la tristezza del congedo. Si chiude una porta. Adesso, si aprirà un portone – con tanto di sequel, spin-off, reboot? Tra qualche anno, quasi sicuramente. E quando accadrà, borbotterò da bravo bontempone. Ma è anche questa, in fondo, la magia di un prodotto che per dieci anni ha creato un ponte tra le generazioni e che, a ridosso dei titoli di coda, ci ha ricordato che certe storie iniziano nel momento esatto in cui smettiamo di raccontarle. (7)

Una legge non scritta condanna Stephen King a trasposizioni mal riuscite. Serviva HBO, pronta a riunire il team creativo dell'ultimo adattamento di It e a mettere a punto una serie che si rivela essere contemporaneamente un prequel, un'espansione, un omaggio. Vietato affezionarsi ai personaggi: l'emittente televisiva ci ha abituato al peggio. Welcome to Derry non risparmia nessuno. Lo realizziamo presto, in un pilot destinato a infrangere uno dei più grandi tabù: i bambini e la morte. Provocatorio e violento, ma anche pieno della magia e del candore del cinema del passato, fa luce sui segreti di una città maledetta e soprattutto sulla figura del pagliaccio infernale. Questa volta, siamo ventisette anni prima del film di Andy Muschietti. A lottare contro l'entità piovuta dallo spazio profondissimo ci sono i ragazzini della generazione precedente. Legati ai personaggi più amati per mezzo di legami imprevedibili, si scoprono parte di un piano in cui l'unico male non è quello annidato nelle fogne. Cosa trama la base militare americana? Chi era il vero Pennywise? Al netto di una pessima CGI e di qualche episodio intermedio non all'altezza, la serie è un amarcord bellissimo perfino nelle ingenuità. Il merito? Di una scrittura che farà la gioia dei veri fan, in cui si intrecciano citazioni a Shining, Le ali della libertà, The Mist. Del grande ritorno di Bill Skarsgård, qui più inquietante e sontuoso che mai: il settimo episodio, in particolare, è una masterclass di regia e recitazione. Soprattutto, di nuovi piccoli eroi pronti a commuoverci, a metà tra lo spirito di sacrificio La compagnia dell'anello e la dolcezza intramontabile dei Goonies. (7,5)

E se la serie più attesa dell'anno fosse, paradossalmente, quella che nessuno aspettava? Sbucata dal nulla all'inizio di dicembre, girata con un budget bassissimo in un mese scarso di e prodotta da un'anonima emittente, si è imposta nella maniera più sorprendente: con il passaparola sui social. Sexy, ma anche tenera e profonda, affronta un tabù nel mondo dello sport professionistico e l'amore proibito tra due nemici giurati. Succede quello che succederebbe se Sinner, in segreto, frequentasse Alcaraz. Si respira qui e lì un'innegabile aria di fanfiction e tutti, dai protagonisti ai comprimari, hanno fisici scultorei e ormoni incontenibili, a cui danno libero sfogo in chiacchierate scene di sesso. A brillare, eppure, ci pensano la delicatezza del creatore di Jacob Tierney (in passato, anche collaboratore di Xavier Dolan) e l'alchimia tra gli astri nascenti Hudson Williams e Connor Storrie (quest'ultimo, texano ma dall'accento russo strepitoso, è un nome su cui scommettere). Quanto è coraggioso darsi alle commedie romantiche in tempi cinici come i nostri? Quanto è folle sfidare il fandom di Stranger Things, proprio nei giorni della conclusione? Eversiva nella sua semplicità, questa versione per adulti di Hearstopper arriverà presto su HBO Max e ci invita a credere, nel frattempo, di nuovo nelle favole. E nell'amore. E nel sesso. Ma, per favore, non domandatemi le regole dell'hockey. (7,5)

mercoledì 7 agosto 2019

I film che leggeremo: saghe, capitoli complementari e puntate

It: Capitolo 2
5 settembre 2019
Secondo e ultimo capitolo per l'adattamento cinematografico firmato da Andy Muschietti. Dopo le gioie e gli orrori di due anni fa, i Perdenti stanno tornando per la resa dei conti. E Pennywise, scacciato per ventisette anni, a giudicare dal trailer è più cattivo che mai. Dato il cast – in cui ora spiccano i bravissimi Jessica Chastain e James McAvoy –, data la durata annunciata – quasi tre ore –, non dovremmo aspettarci brutte sorprese o tagli da macellaio. Ma oggettivamente meno brillante di quella dedicata all'infanzia, la parte finale è la più dimenticabile: dunque, la più difficile da realizzare. Ricordate anche voi che disastro fece la miniserie degli anni Novanta? Da qui al cinque settembre, doppiamente spaventati, conteremo i giorni e i palloncini.


Doctor Sleep
7 novembre 2019
Ancora Stephen King, da qualche anno più inarrestabile che mai. Ancora un secondo capitolo. Questa volta tutt'altro che atteso. Accolto con preoccupazione diffusa dai fan del capolavoro di Stanley Kubrick – non lo siamo né io né l'autore del Maine –, Doctor Sleep è il seguito ufficiale di Shining. Il piccolo Danny, interpretato da Ewan McGregor, è cresciuto ma non ha perso la luccicanza. Mosso dal desiderio di proteggere una bambina con le sue stesse doti, si imbatte nella vampira Rebecca Ferguson – e sui luoghi del delitto dell'Overlook. Mike Flanagan si butta a bomba. Il trailer mozzafiato, infatti, ripercorre i corridoi iconici del primo film in ricostruzioni d'impressionante fedeltà. Abominio, dirà qualcuno. Ma del regista che ha firmato The Haunting of Hill House io scelgo di fidarmi a scatola chiusa.


Creepshow
26 settembre 2019
Negli anni Ottanta il compianto George Romero aveva realizzato un film a episodi firmato da un King sulla cresta dell'onda. Fortunato horror a basso budget, qualche anno dopo aveva avuto anche un seguito. Il franchise riparte trent'anni dopo. Sotto Halloween, prodotto dalla AMC, il grottesco carosello di Creepshow propone altre sei storie da brivido. Accanto a King, scrivono Joe Hill, Joe R. Lansdale e Josh Malerman. Se Ryan Murphy è venuto a noia da un pezzo e la visione dell'ultimo American Horror Story è quanto mai in forse, per questa squadra di scrittori, al contrario, sono già seduto in poltrona.


The Witcher
Fine 2019
In assenza di Game of Thrones e in attesa del Signore degli anelli, gli amanti del binge e del genere fantasy possono consolarsi con The Witcher. Famosa saga letteraria del polacco Andrzej Sapkowski, forse più nota per i videogiochi che per i romanzi, seguirà un biondo Henry Cavill – contestato da qualche nerd, ha fatto ricredere tutti o quasi in queste prime immagini – mentre, da bravo mercenario, caccia indistintamente demoni, orchi, elfi. Non esattamente il mio genere, ma auguro agli appassionati buona visione. 


His Dark Materials
Fine 2019
Dopo il flop del film Chris Weitz, arrivato in sala dodici anni fa con un cast di tutto rispetto, la trilogia fantasy di Philip Pullman – autore celebrato tanto quanto la Rowling, nonostante la scarsa popolarità qui in Italia – cede al piccolo schermo. Piccolo, be', si fa per dire. Produce la HBO, sempre in cerca di nuove punte di diamante; recitano James McAvoy, Ruth Wilson e la piccola Dafne Keen, già apprezzata in Logan; dirige il premio Oscar Tom Hooper, atteso al varco anche per Cats. La “bussola d'oro”, questa volta, punterà nella direzione che porta al successo?


Artemis Fowl
2020
Ispirato alla serie per ragazzi di Eoin Colfer, di cui avevo letto il primo volume una quindicina di anni fa senza nessun entusiasmo, fuori tempo massimo arriva in sala anche Artemis Fowl. Altro progetto spesso tramontato sul nascere. Altro film dalla lavorazione lunga e accidentata. Come se non bastasse, previsto per novembre, adesso è slittato direttamente all'anno prossimo per ragioni imperscrutabili. Domandiamolo alla Disney, sempre più carente di buone idee, e al regista Kenneth Branagh, qui alle prese con gli effetti speciali a profusione già mal gestiti in Thor: serviva?


Watchmen
Ottobre 2019
Non serve essere un accanito lettore di fumetti per averlo sentito nominare. Watchmen, la serie di Alan Moore, è un'istituzione. Inserita dal Time fra le cento migliori letture pubblicate dal 1923 al 2010, già protagonista di una trasposizione diretta da Zack Snyder, a ottobre sarà anche una serie HBO. Nel cast, i premi Oscar Jeremy Irons e Regina King. In una realtà alternativa in cui la Guerra Fredda è ancora in atto, dei vigilanti mascherati sono l'arma segreta degli Stati Uniti. Nell'attesa, vi consiglio vivamente la visione di The Boys su Amazon Prime Video. 


Cercando Alaska
18 ottobre
Avevo ormai perso le speranze. Ci avevo rinunciato. Eppure, ad anni di distanza dalla lettura del romanzo – tutt'oggi il mio preferito di John Green – e dopo l'annuncio di un film diretto da Sarah Polley sfortunatamente mai andato in porto, l'ossessione di Cercando Alaska ritorna. Sarà una miniserie Hulu in otto puntate ambientata agli inizi del nuovo millennio. Lui ama lei, ma lei ha un cuore impenetrabile che la porterà a commettere scelte scellerate. Ripasserò i dolori della lettura grazie al piccolo schermo. Della serie so poco altro, ma non importa: sono già felice così.

sabato 21 ottobre 2017

Mr. Ciak - Speciale Halloween: It, La Babysitter, The Devil's Candy, The Monster

Il mostro sotto la pelle del clown ballerino andava in letargo dopo aver fatto razzie. Rifugiato nel suo nido acquitrinoso dove tutti galleggiano, dormiva saltando un paio di generazioni ma non risparmiando loro gli incubi del suo ghigno. Apre gli occhi ogni ventisette anni, e tanti ne sono passati dalla prima volta in cui Tim Curry – caratterista straordinario all'interno di un adattamento altrimenti mediocre – lo ha fatto vivere e uccidere in una miniserie insalvabile, se non vista con sguardo nostalgico. Nonostante l'improvviso passaggio del testimone da Cary Fukunaga al semiesordiente Andrés Muschietti, la seconda vita di Pennywise e la sua caccia all'infante sono state possibili senza slittamenti o delusioni. Presto accolto come l'horror dei record, atteso e apprezzato anche da chi non sta al passo con le infinite trasposizioni del Re, It è la personale rilettura di una pietra miliare che, pur prendendosi qualche libertà e semplificando l'antico potere della sua belva seriale, non snatura il messaggio di un romanzo che parla più dell'umano che del mostruoso. Di adulti pessimi, a cui insegnare la limpidezza dei dodici anni. Di un'infanzia persa tra le fogne e mai restituita al proprietario. Di un'unione che proverbialmente fa la forza. Agli anni Cinquanta del romanzo si preferiscono gli Ottanta, abusatissimi soprattutto sul piccolo schermo ma qui ripresi con discrezione: le sale che danno Nightmare e Arma Letale, un poster dei vituperati New Kids On The Block in cameretta. Se Stephen King usava il dopoguerra per omaggiare il cinema di quegli anni (il suo villain si trasformava ora nella Mummia, ora nel Mostro della laguna), il cambio d'epoca modifica per forza di cose citazioni e referenti. Le paure dei giovani protagonisti, attualizzate, sono purtroppo meno originali (restano il sangue a fiotti dallo scarico e il lebbroso di Neibolt Street, ad esempio, ma l'orribile ritratto che perseguita Stanley sembra richiamare da vicino il secondo The Conjuring, pur non avendo la stessa classe di James Wan nella pianificazione dello spavento). Quello, forse, l'unico neo. Una paura non tra le più raffinate, che ricerca il sobbalzo facile e la fisicità travolgente di Bill Skarsgard. Il Pennywise del figlio d'arte, già vampiro bello e inquieto in Hemlock Grove, è un giullare dall'impressionante mimica facciale, che danza con scatti convulsi, canticchia e gioca con le prede prima di divorarle in un sol boccone. Le sue entrate in scena non sorprendono però: attrazione principale della sua stessa grotta degli orrori, il clown sbuca come un pupazzo a molla e ti fa “Buh!”, fedele agli spaventi basici di un regista sulla buona strada per imparare il mestiere. Muschietti, d'altra parte, riesce alla perfezione laddove mi premeva di più: a inserirsi nel girotondo dei Perdenti senza disturbare, immortalandoli affiatati e tenerissimi al crocevia dell'infanzia. Brillano allora l'esilarante Finn Wolfhard di Stanger Things e le chiome della bellissima rivelazione Sophia Lillis, ma te li prendi tutti indistintamente a cuore. Apprezzi la pienezza dei toni, che comprendono anche qualche grassa risata; il miracoloso senso di appartenenza di chi Derry l'ha visitata con loro giusto l'estate scorsa; il candore di quel bacio dato a Beverly, in un momento critico, preferito all'orgia onirica che mi ha sempre disturbato. Ho galleggiato anch'io nella luce dei defunti. E, se non terrorizzato come si legge dappertutto, ne sono comunque uscito emozionatissimo. Da orgoglioso Perdente quale resto. (7,5)

A dodici anni sei troppo grande per una tata. Se però somiglia a Bee, boccoli biondi e tutte le curve al punto giusto, l'occhio ringrazia e l'orgoglio acconsente. Soprattutto se in lei, a conti fatti, vedi non soltanto un sogno erotico ma l'amica del cuore. Restare in piedi sperando di vederla amoreggiare in salotto. E assistere, tuo malgrado, a una mattanza. Questo è l'incubo di Cole, protagonista intelligente e impacciato che di notte scopre che il suo salotto è stato invaso da una combriccola di star televisive (tra loro, Robbie Ammell e Bella Thorne, che divertono prendendosi finalmente poco sul serio) e che la moquette è già chiazzata di sangue arterioso. Serve quello dell'innocente ragazzino, ora, per completare il rito. E lui, che ha paura degli aghi e di mettersi al volante, pavido per natura, non ha intenzione di offrirsi al nemico senza scalciare. Anche se la morte somiglia a Samara Weaving, bella (e brava) come Margot Robbie. La Babysitter, al pari delle recenti produzioni Netflix, conserva cast, foggia e scrittura tipicamente televisive. La commedia horror del prolifico McG, nella sua prevedibilità, ha però vari pregi. Atmosfere finto anni Ottanta, con le nebbie imperiture di Carpenter, le citazioni di Spielberg e un piccolo protagonista che si scoprirà Rambo sognando Risky Business; l'indiscreto divertimento di omicidi sanguinosissimi; due protagonisti che spiccano, quando distolti dall'intento di ammazzarsi l'un l'altra. La Babysitter è un Mamma ho perso l'aereo autoironico e splatter, come se Chris Columbus avesse infine ceduto il pilota a Joe Dante. Da bambino, probabilmente, lo avrei adorato. Da grande meno, ma quanto ridere. (6,5)

La solita casa teatro di un duplice omicidio. Il solito sociopatico a piede libero, che combatte le voci con il rock più duro e miete vittime per placare forse la malattia mentale, forse il maligno. La solita famiglia felice – anche se di metallari fascinosissimi e in armonia, non di borghesi con la puzza sotto il naso – che in quella casa va ad abitare, e con quell'assassino in sovrappeso s'incontra e si scontra. Dall'apprezzatissimo Sean Byrne, già autore dell'adorabile e truce The Loved Ones, ci si aspettava non il solito horror. Poteva sorprendere, The Devil's Candy. Indipendente, ristretto, con una colonna sonora assordante, un quartetto sui generis e un look vintage – occhio alla bellezza dei rossi, alla cura rimarchevole nella composizione. In Italia, arriva al cinema due anni dopo. Per un passo fuori stagione; in ritardo. Perché distribuire in sala un horror passato finora in sordina? Cos'ha di speciale questo home invasion non troppo splatter, non troppo intrigante, in cui l'inquietante figura di Pruitt Taylor Vince fa la maggior parte del lavoro sporco? La motivazione sfugge. The Devil's Candy avrebbe potuto essere uno di quei prodotti di nicchia saltati fuori all'improvviso, invece mi accorgo a fine visione che non lascia scossoni: ennesima riscrittura non detta di Amityville Horror, con una certa simpatia di fondo e il buon gusto di un giovane regista che ho preferito di gran lunga altrove. Caramelle da sconosciuti che parlano col demonio? Accettate solo se a stomaco, e a mente, vuoti. (6)

Una macchina in panne ai margini di un bosco. Una pioggia battente. Un mostro. Bloccate nel veicolo inservibile ci sono l'adorata Zoe Kazan – qui particolarmente intensa, con il personaggio di una giovane alcolista – e una bambina di cui maledice la nascita. Sono mamma e figlia. Si vogliono bene, anche se ricordarselo, tra disintossicazioni, ricadute e fidanzati violenti, è difficile. Per strada, in quel clima già tesissimo di per sé, le sorprende il male: sotto una nuova forma. The Monster è un horror timido, ma un dramma che per i suoi flashback quotidiani e le sue prove attoriali rischia spesso di commuoverci. Come in The Babadook, non è importante lo spauracchio bensì ciò che c'è dietro. I demoni sono quelli della dipendenza, dell'incomunicabilità, e fronteggiarli insieme non presenta sorprese né criptiche chiavi di lettura. Bryan Bertino, già regista di quel The Strangers troppo blando per farsi valere, non osa neanche questa volta. Il suo compito senza errori e senza guizzi, però, complice qualche dramma toccante e la dolce musa del cinema indie, si fa voler bene. Moltissimo. E i figli, anche se nati da genitori vicini all'abisso, impareranno a lasciarsi il buio alle spalle seguendo la luce. A non temere i mostri delle eredità genetiche. (7-)

giovedì 24 agosto 2017

Recensione: It, di Stephen King

| It, Stephen King. Sperling & Kupfer. € 21, 90, pp. 1216 |

Quei romanzi che cominci senza sapere quando li finirai.
Quelli enormi, che stanno a stento nella borsa del mare o compressi fra i pensieri – ma solo d'estate puoi trovare il tempo e la pazienza necessarie, il coraggio nelle ore di luce più lunghe. Troppo famosi per parlarne come se niente fosse, troppo belli per dovervi convincere a parole.
Quale bambino nato tra gli anni Ottanta e Novanta, in un giorno di pioggia, non è mai inciampato nella grata da cui sporgono gli artigli del mostro che indossa la brutta faccia di un clown? Chi non ha soggiornato nella lugubre Derry per il tempo di un incubo a occhi aperti? Faccio parte dei lettori che sono stati iniziati alla lettura da Stephen King. Del ricordo di It, però, possedevo immagini confuse. Flash di un iconico Tim Curry e passaggi di un libro che un po' per pigrizia, un po' per incostanza, da ragazzino avevo letto discontinuamente. Galeotte la bellissima ristampa e l'attesa per il film di prossima uscita, questa volta non avevo né fretta né paura. La rilettura, se di rilettura si può parlare, è durata più di due settimane. Il blog taceva, i ritmi rallentavano e l'estate finiva, appresso a un mattone truce ma emozionantissimo che monopolizzava gli spazi e le ore. Ci ho scherzato sopra nell'attesa dell'ultima pagina: la speranza di ritrovarsi dal nulla bicipiti grossi così, a furia di sfogliare e sfogliare, e la vita percepita come quell'ammasso informe di cose che ti capitano tutt'intorno, mentre entri a pieno titolo nel Club dei Perdenti (fiero di esserlo, sì) e li aiuti a costuire dighe, botole, pallottole d'argento; a cacciare i mostri grandi e piccoli che attentano all'innocenza.

Se qualcuno gli avesse domandato: «Ben, ti senti solo?» avrebbe osservato quel qualcuno con sincero stupore. L'ipotesi non gli era mai balenata. Non aveva amici, ma aveva i suoi libri e i suoi sogni [...] Se si sentiva solo? avrebbe forse ripetuto, sconcertato. Come? Cosa? Un bambino cieco dalla nascita non sa nemmeno di essere cieco finché non glielo dice qualcuno. Anche allora si crea un concetto perlopiù accademico di che cosa possa essere la cecità. Solo chi ha perduto la vista può averne un'idea chiara. Ben Hanscom ignorava il significato di solitudine, perché quella era da sempre l'unica dimensione della sua vita.

I protagonisti sono sette, e hanno l'età giusta per immaginare tigri a spasso nei cannetti, piranha negli acquitrini, tesori sepolti nelle discariche. Vivono nell'immaginaria Derry, tutta un gorgogliare di tubi e di eventi sospetti, e non hanno vita facile. A undici anni, credono ciecamente che saranno amici per sempre, che la legge del silenzio non li renderà schiavi e che il bene vincerà ogni male. Ci sono Bill che tartaglia, Ben e i suoi chili di troppo, l'ipocondria di Eddie, le imbarazzanti imitazioni di Richie, le origini ebraiche di Stanley, la pelle nera di Mike, i lividi sotto i ricci ramati di Beverly (l'unica femmina del gruppo, di cui sono inevitabilmente tutti un po' cotti). Si sono trovati complici, stretti contro la prepotenza del prossimo. Hanno esorcizzato la paura ribattezzandola con un semplice pronome neutro: sfidano con l'incoscienza dell'età, così, un male da stanare nelle radici stesse del paese. Da chiamare per nome, coraggiosamente. Come hanno sconfitto la prima volta l'entità primordiale e poliforme, forse piovuta dai confini dell'universo, che adescava le sue vittime con un mazzo di palloncini colorati e omaggiava gli horror fantascientifici in sala negli anni Cinquanta? I Perdenti se lo domandano adesso, cresciuti e con ricordi vaghi, quando una telefonata li richiama dove tutto ha avuto inizio: It si è svegliato, loro sono gli unici a sapere come annientarlo. Anche se hanno un tassello in meno. Anche se crescendo hanno perso la loro alchimia. Anche se rividersi in un ristorante cinese, e fare una conta dei capelli in meno e delle rughe in più, fa sì che il tempo scorra al contrario e che i Barren, quartieri di canali di drenaggio e battaglie di pietre, si parino minacciosamente all'orizzonte. Ma perfino la minaccia sa di malinconia, a tavola, e le emozioni negate riaffiorano.

Allora vai senza perdere altro tempo, vai veloce mentre l'ultima luce si spegne, vattene da Derry, allontanati dal ricordo... ma non dal desiderio. Quello resta, tutto ciò che eravamo e tutto ciò che credevamo da bambini, tutto quello che brillava nei nostri occhi quando eravamo sperduti e il vento soffiava nella notte. Parti e cerca di continuare a sorridere. Trovati un po' di rock and roll alla radio e vai verso tutta la vita che c'è con tutto il coraggio che riesci a trovare e tutta la fiducia che riesci ad alimentare. Sii valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio.

Più del fiato corto per l'inquietudine (trent'anni dopo, proviamo ancora un timore reverenziale), più di una sincera stanchezza sopraggiunta verso l'epilogo (troppo visionario, sbrodolato a tal punto da introdurre la scena di un'orgia rituale di pessimo gusto), di It esperienza densa e infinita, assolutamente da fare, benché sia un altro il Re che amo senza riserva alcuna – ricorderò i sorrisi stupiti di chi si perde e poi si ritrova; la meraviglia nascosta dietro l'angolo. L'angoscia corre, ma una bicicletta soprannominata Silver di più. L'infanzia passa e si dimentica, gli amici mai. E preferirò dimenticare qualche capitolo non indispensabile, io, la fatica al giro di boa, tenendo bene a mente i miracoli di quel candore, il ghigno di una città dannata, le risate che scoppiano contro la paura inconcepibile di morire giovani. It parla di un'epoca, dei riti di iniziazione di qualche estate fa, della tragedia di crescere perdendo l'immaginazione. Quella che rende il mostro reale e affamato. Quella che può trasformare gli inalatori in armi infallibili e far luce oltre il buio delle nostre palpebre abbassate.

Ma in verità i mostri vivono di fede, no? Mi sento trascinato irresistibilmente verso questa conclusione. Il cibo può essere la vita, ma la fonte del potere è la fede, non il cibo. E chi più di un bambino è capace di un atto di fede?

Come i Perdenti, da oggi mi sforzerò di dimenticare anch'io le insidie di Derry. Farò ritorno tra ventisette anni, magari. Quando tornerà l'asma, la balbuzie sfiderà qualsiasi consulto dei logopedisti e le cicatrici dei giuramenti di sangue, scavate sui palmi delle mani col coccio di una vecchia bottiglia di Coca-Cola, sanguineranno nei giorni dei pranzi andati di traverso e dei ritorni a casa. E sarà come vivere per sempre. Laggiù, dove eppure si va per morire.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Peter Gabriel - Heroes


venerdì 28 luglio 2017

Celebrating King | Le paure con (e dopo) IT


Buongiorno, amici. Come state? Oggi post diverso dal solito – una tappa di un blog tour, anche se ai blog tour sapete che poco sto appresso. L'eccezione: Stephen King. L'autore che mi ha iniziato alla lettura, una dozzina di anni fa, torna in libreria con la preziosa ristampa di IT. Sono passati trent'anni dalla sua pubblicazione e a ottobre, dopo la mediocre miniserie diventata in fretta cult, è atteso in sala il primo capitolo della duologia di Andrés Muschietti. La rilettura s'ha da fare: è nell'aria da un po'. Oggi, dopo ClarissaElisa Luigi, è il mio turno di parlarvi di Pennywise. Si parla di paura, in particolare, e della paura dopo IT. Sulla scia del pagliaccio assassino, ombra minacciosa sullo sfondo del più straordinario dei coming of age, chi ha provato a farci saltare dalla poltrona? Chi ha reso inquietanti i bambini, le donne velate, i programmi per l'infanzia e la sindrome da abbandono? Vi accompagno perciò in una veloce carrellata, tra must, prodotti di un piccolo schermo mai così grande, giovani leve e film festivalieri. Vi do, in questa estate noiosissima, qualche scusa buona per non uscire di casa e, magari, darsi ai recuperi. Galleggiate con me?

Instant cult.
Gli anni '80 e '90. I più rimpianti e vagheggiati. Tra le altre cose, la miniera d'oro del cinema horror. Il Michael Myers di John Carpenter, una maschera inespressiva e il coltello affilatissimo, colpiva già un decennio prima: un'infanzia in cui si nascondono le prime turbe, l'ossessione di una sorella da braccare, una natura a metà tra l'umano e il bestiale. L'incubo, semmai è finito, arriva fino ai giorni nostri – Rob Zombie, qualche anno fa, ne ha dato una rilettura personale e scabrosa, in due capitoli non troppo apprezzati. Un'altra icona a cavallo degli anni e delle generazioni, un altro mostro destinato a spauracchi e remake: Robert Englund è Freddy Krueger. Giardiniere dal maglione a righe, arso vivo dalla vendetta di un gruppo di genitori addolorati. Ha ironia da vendere, artigli aguzzi, colpisce negli incubi: perdere il sonno è la via. Non ci si sposta dal ricordo dell'indimenticato Wes Craven, spaventoso con ironia. E la saga di Scream, che ha ispirato una felicissima reunion e una blanda serie targata MTV, ora celebrata e ora parodiata, sta a Hallowen – e, in generale, alle visioni a tema – come il panettone a Natale.


Dall'oriente con terrore.
Qualche fantasma viene da lontano. Ha gli occhi a mandorla, parla giapponese. Vedasi la presenza che infesta The Ring, classico orientale che ha ceduto – e non a torto – alla tentazione della lingua inglese. Raccontata nei romanzi di Koji Suzuki, Samara è un mistero nascosto dietro una cortina di capelli nerissimi: bambina infelice, tacciata di crudeltà, è stata destinata alla peggiore delle morti. Sigillata in un pozzo, al centro di un bosco. La sua vendetta viaggia sulle VHS e attraversa i vecchi tubi catodici. Chiunque abbia una televisione, nei primi anni Duemila, trema. 


La paura a puntate.
Incontrarla, la paura, facendo zapping. Da bambino erano gli appuntamenti fissi con Piccoli brividi, da grande le maratone di American Horror Story, l'attesa del nuovo Stranger Things, l'occhio curioso verso il sottovalutato Channel Zero. La serie antologica di Ryan Murphy, quest'anno, compie sette anni: quale sarà il tema, ci si domanda, se abbiamo avuto le ville infestate, i manicomi confinanti con l'Area 51, le streghe di New Orleans, il freak show, gli hotel assiepati di vampiri glamour, il mistero della colonia scomparsa di Roanoke? Eleven, erede segreta delle migliori bambine prodigio di King, fuggirà dal Sottosopra e si scontrerà con qualcosa di peggiore del passato Demogorgone? Infine, tornate sui vostri passi e concedete una possibilità alla prima stagione di Channel Zero: una serie, per quanto imperfetta, capace di una profonda suggestione. Si attinge ai creepypasta, i penny dreadful nell'era del digitale. Uno scrittore torna a casa, e qui fa i conti con la morte del fratello gemello, omicidi che riprendono da dove si erano interrotti e, soprattutto, un misterioso programma per bambini (fanno paura i pagliacci, ma non sottovalutate le marionette) che è l'ultima cosa che incrocerai, se un mostro fatto di denti umani bussa alla porta.


A casa di James Wan.
James Wan è la promessa indiscussa di un genere che non osa più. Giovanissimo, ha una mano riconoscibile – i film diretti da lui si indovinano a mille miglia: quanta cura, quanta eleganza nel rimaneggiare i cliché – e un intero mondo cinematografico in costruzione. I suoi film, le sue creature, si parlano tra loro. In The Conjuring, i coniugi Warren (cacciatori di misteri tra l'altro realmente esistiti) si imbattono prima in Annabelle, inquietante bambola di ceramica, poi nell'orrida suora di cui al momento poco si sa. Prequel e spin-off sono alle porte. Si chiama Lipstick Face, invece, il diavolo che tortura il bambino di Insidious, rimasto intrappolato in un viaggio astrale. Maestro dei sobbalzi, delle entrate in scena a sorpresa, si nasconde dietro una porta rossa, anticipato dall'inquietante Tiptoe Through The Tulips – canzone degli anni '20 con un motivetto innocuo e, tra le righe, cenni ributtanti agli abusi infantili.


Tra le righe, e negli armadi, del cinema indie.
Le sorprese più grandi, i messaggi più profondi, vengono dal circuito indipendente. Dove i mostri nell'armadio sono metafora di qualcos'altro, di mali autentici. Dove, in un insolito clima festivaliero, l'horror si scopre impegnato. E' il caso di The Babadook e Under the Shadow, in cui i mostri sono metafore da interpretare. Il primo, film d'esordio dell'australiana Jennifer Kent, salta fuori da un libro per bambini balbettando ossessivamente null'altro che il suo nome. Ha un cappello a cilindro, le mani lunghissime, una bocca grande per inghiottirti meglio. Terrificante, e protagonista forse del film di genere più bello degli ultimi anni, bracca una vedova e il suo unico figlio. Ricorda loro l'assenza della figura maschile, il peso del dolore: se non condiviso, se non nutrito, si mangia te. E quello che ti rende buono. Viene dall'Iran, invece, una storia di bombardamenti e case mal sicure. Un'altra mamma, un altro figlio: un'altra presenza che non è quello che sembra. I fantasmi non indossano più lenzuola con i buchi per occhi, ma il burqa. E fanno un ritratto originale e doloroso, per quanto non sempre fruibile, dell'essere donne – e ribelli – nella Tehran sotto assedio.