Anch'io sono stato schiavo del marketing. Negli anni, ho accumulato magliette, calzini, gadget a tema. Nonostante tutto, Stranger Things non è mai stata la mia serie della vita: nata come omaggio al cinema degli anni Ottanta – e ai classici di King, Tolkien, Rowling –, è stata sin dal pilot nostalgica, prudente, derivativa. Sarà per questo che, a differenza dei fan, ho affrontato le lungaggini e le falle della quinta stagione – la più debole accanto alla seconda – senza livori. Mi sono tenuto lontano sia dagli spoiler sia dai pronostici. In fondo, l'ho sempre seguita indipendentemente dalla trama: a spingermi, l'affetto verso i personaggi. Vado controcorrente, perciò, e dico che per me l'addio alla serie funziona proprio quando i militari non sparano, Vecna non rapisce nuovi innocenti e il Sottosopra non minaccia di invadere Hawkins. Il cuore della serie è nei ritagli, nelle pause, nei momenti d'insieme – troppo pochi in una stagione che, a tratti, mette troppa carne (e troppe storyline) al fuoco. Ricorderò, quindi, ciò che non è piaciuto a molti: una confessione disarmante, a cui non si può rispondere che con gli abbracci; la mezz'ora finale in cui non succede niente, eppure ci si gode tutta la calma, la gioia e la tristezza del congedo. Si chiude una porta. Adesso, si aprirà un portone – con tanto di sequel, spin-off, reboot? Tra qualche anno, quasi sicuramente. E quando accadrà, borbotterò da bravo bontempone. Ma è anche questa, in fondo, la magia di un prodotto che per dieci anni ha creato un ponte tra le generazioni e che, a ridosso dei titoli di coda, ci ha ricordato che certe storie iniziano nel momento esatto in cui smettiamo di raccontarle. (7)
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venerdì 16 gennaio 2026
Le più social di dicembre: Stranger Things 5 | Welcome to Derry | Heated Rivalry
Una
legge non scritta condanna Stephen King a
trasposizioni mal riuscite. Serviva HBO, pronta a riunire il team
creativo dell'ultimo adattamento di It e a mettere a punto una
serie che si rivela essere contemporaneamente un prequel,
un'espansione, un omaggio. Vietato affezionarsi ai personaggi:
l'emittente televisiva ci ha abituato al peggio. Welcome to Derry
non risparmia nessuno. Lo realizziamo presto, in un pilot destinato a
infrangere uno dei più grandi tabù: i bambini e la morte.
Provocatorio e violento, ma anche pieno della magia e del candore del
cinema del passato, fa luce sui segreti di una città maledetta e
soprattutto sulla figura del pagliaccio infernale. Questa volta,
siamo ventisette anni prima del film di Andy Muschietti. A lottare
contro l'entità piovuta dallo spazio profondissimo ci sono i
ragazzini della generazione precedente. Legati ai personaggi più
amati per mezzo di legami imprevedibili, si scoprono parte di un
piano in cui l'unico male non è quello annidato nelle fogne. Cosa
trama la base militare americana? Chi era il vero Pennywise? Al netto
di una pessima CGI e di qualche episodio intermedio non all'altezza,
la serie è un amarcord bellissimo perfino nelle ingenuità. Il
merito? Di una scrittura che farà la gioia dei veri fan, in cui si
intrecciano citazioni a Shining, Le ali della libertà,
The Mist. Del
grande ritorno di Bill Skarsgård, qui più inquietante e sontuoso
che mai: il settimo episodio, in particolare, è una masterclass di
regia e recitazione. Soprattutto, di nuovi piccoli eroi pronti a
commuoverci, a metà tra lo spirito di sacrificio La compagnia
dell'anello e la dolcezza intramontabile dei Goonies. (7,5)
E
se la serie più attesa dell'anno fosse, paradossalmente, quella che
nessuno aspettava? Sbucata dal nulla all'inizio di dicembre, girata
con un budget bassissimo in un mese scarso di e prodotta da
un'anonima emittente, si è imposta nella maniera più sorprendente:
con il passaparola sui social. Sexy, ma anche tenera e profonda,
affronta un tabù nel mondo dello sport professionistico e l'amore
proibito tra due nemici giurati. Succede quello che succederebbe se
Sinner, in segreto, frequentasse Alcaraz. Si respira qui e lì
un'innegabile aria di fanfiction e tutti, dai protagonisti ai
comprimari, hanno fisici scultorei e ormoni incontenibili, a cui
danno libero sfogo in chiacchierate scene di sesso. A brillare,
eppure, ci pensano la delicatezza del creatore di Jacob Tierney (in
passato, anche collaboratore di Xavier Dolan) e l'alchimia tra gli
astri nascenti Hudson Williams e Connor Storrie (quest'ultimo, texano
ma dall'accento russo strepitoso, è un nome su cui scommettere).
Quanto è coraggioso darsi alle commedie romantiche in tempi cinici
come i nostri? Quanto è folle sfidare il fandom di Stranger
Things, proprio nei giorni della conclusione? Eversiva nella sua
semplicità, questa versione per adulti di Hearstopper arriverà
presto su HBO Max e ci invita a credere, nel frattempo, di
nuovo nelle favole. E nell'amore. E nel sesso. Ma, per favore, non
domandatemi le regole dell'hockey. (7,5)
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Welcome To Derry
mercoledì 7 agosto 2019
I film che leggeremo: saghe, capitoli complementari e puntate
It: Capitolo 2
5 settembre 2019
Secondo
e ultimo capitolo per l'adattamento cinematografico firmato da Andy
Muschietti. Dopo le gioie e gli orrori di due anni fa, i Perdenti
stanno tornando per la resa dei conti. E Pennywise, scacciato per
ventisette anni, a giudicare dal trailer è più cattivo che mai.
Dato il cast – in cui ora spiccano i bravissimi Jessica Chastain e
James McAvoy –, data la durata annunciata – quasi tre ore –,
non dovremmo aspettarci brutte sorprese o tagli da macellaio. Ma
oggettivamente meno brillante di quella dedicata all'infanzia, la
parte finale è la più dimenticabile: dunque, la più difficile da
realizzare. Ricordate anche voi che disastro fece la miniserie degli
anni Novanta? Da qui al cinque settembre, doppiamente spaventati,
conteremo i giorni e i palloncini.
Doctor Sleep
7 novembre 2019
7 novembre 2019
Ancora
Stephen King, da qualche anno più inarrestabile che mai. Ancora un
secondo capitolo. Questa volta tutt'altro che atteso. Accolto con
preoccupazione diffusa dai fan del capolavoro di Stanley Kubrick –
non lo siamo né io né l'autore del Maine –, Doctor Sleep
è il seguito ufficiale di
Shining. Il piccolo
Danny, interpretato da Ewan McGregor, è cresciuto ma non ha perso la
luccicanza. Mosso dal desiderio di proteggere una bambina con le
sue stesse doti, si imbatte nella vampira Rebecca Ferguson – e sui
luoghi del delitto dell'Overlook. Mike Flanagan si butta a bomba. Il
trailer mozzafiato, infatti, ripercorre i corridoi iconici del primo
film in ricostruzioni d'impressionante fedeltà. Abominio, dirà
qualcuno. Ma del regista che ha firmato The Haunting of
Hill House io scelgo di fidarmi
a scatola chiusa.
Creepshow
26 settembre 2019
26 settembre 2019
Negli
anni Ottanta il compianto George Romero aveva realizzato un film a
episodi firmato da un King sulla cresta dell'onda. Fortunato
horror a basso budget, qualche anno dopo aveva avuto anche un
seguito. Il franchise riparte trent'anni dopo. Sotto Halloween,
prodotto dalla AMC, il grottesco carosello di Creepshow propone
altre sei storie da brivido. Accanto a King, scrivono Joe Hill, Joe
R. Lansdale e Josh Malerman. Se Ryan Murphy è venuto a noia da un
pezzo e la visione dell'ultimo American
Horror Story è
quanto mai in forse, per questa squadra di scrittori, al contrario,
sono già seduto in poltrona.
The Witcher
Fine 2019
In
assenza di Game of Thrones e
in attesa del Signore degli anelli,
gli amanti del binge e del genere fantasy possono consolarsi con The
Witcher. Famosa saga
letteraria del polacco Andrzej Sapkowski, forse più nota per i
videogiochi che per i romanzi, seguirà un biondo Henry Cavill –
contestato da qualche nerd, ha fatto ricredere tutti o quasi in
queste prime immagini – mentre, da bravo mercenario, caccia
indistintamente demoni, orchi, elfi. Non esattamente il mio
genere, ma auguro agli appassionati buona visione.
His Dark Materials
Fine 2019
Fine 2019
Dopo
il flop del film Chris Weitz, arrivato in sala dodici anni fa con un
cast di tutto rispetto, la trilogia fantasy di Philip Pullman –
autore celebrato tanto quanto la Rowling, nonostante la scarsa
popolarità qui in Italia – cede al piccolo schermo. Piccolo, be',
si fa per dire. Produce la HBO, sempre in cerca di nuove punte di
diamante; recitano James McAvoy, Ruth Wilson e la piccola Dafne Keen,
già apprezzata in Logan;
dirige il premio Oscar Tom Hooper, atteso al varco anche per
Cats. La “bussola
d'oro”, questa volta, punterà nella direzione che porta al
successo?
Artemis Fowl
2020
Ispirato
alla serie per ragazzi di Eoin Colfer, di cui avevo letto il primo
volume una quindicina di anni fa senza nessun entusiasmo, fuori tempo
massimo arriva in sala anche Artemis Fowl.
Altro progetto spesso tramontato sul nascere. Altro film dalla
lavorazione lunga e accidentata. Come se non bastasse, previsto per
novembre, adesso è slittato direttamente all'anno prossimo per
ragioni imperscrutabili. Domandiamolo alla Disney, sempre più
carente di buone idee, e al regista Kenneth Branagh, qui alle prese
con gli effetti speciali a profusione già mal gestiti in Thor:
serviva?
Watchmen
Ottobre 2019
Non
serve essere un accanito lettore di fumetti per averlo sentito
nominare. Watchmen,
la serie di Alan Moore, è un'istituzione. Inserita dal Time
fra
le cento migliori letture pubblicate dal 1923 al 2010, già
protagonista di una trasposizione diretta da Zack Snyder, a ottobre
sarà anche una serie HBO. Nel cast, i premi Oscar Jeremy Irons e
Regina King. In una realtà alternativa in cui la Guerra Fredda è
ancora in atto, dei vigilanti mascherati sono l'arma segreta degli
Stati Uniti. Nell'attesa, vi consiglio vivamente la visione di The
Boys
su Amazon Prime Video.
Cercando Alaska
18 ottobre
Avevo
ormai perso le speranze. Ci avevo rinunciato. Eppure, ad anni di
distanza dalla lettura del romanzo – tutt'oggi il mio preferito di
John Green – e dopo l'annuncio di un film diretto da Sarah Polley
sfortunatamente mai andato in porto, l'ossessione di Cercando
Alaska ritorna. Sarà una
miniserie Hulu in otto puntate ambientata agli inizi del nuovo
millennio. Lui ama lei, ma lei ha un cuore impenetrabile che la
porterà a commettere scelte scellerate. Ripasserò i dolori della
lettura grazie al piccolo schermo. Della serie so poco altro, ma non
importa: sono già felice così.
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sabato 21 ottobre 2017
Mr. Ciak - Speciale Halloween: It, La Babysitter, The Devil's Candy, The Monster
Il
mostro sotto la pelle del clown ballerino andava in letargo dopo aver
fatto razzie. Rifugiato nel suo nido acquitrinoso dove tutti
galleggiano, dormiva saltando un paio di generazioni ma non
risparmiando loro gli incubi del suo ghigno. Apre gli occhi
ogni ventisette anni, e tanti ne sono passati dalla prima volta in
cui Tim Curry – caratterista straordinario all'interno di un
adattamento altrimenti mediocre – lo ha fatto vivere e uccidere in una
miniserie insalvabile, se non vista con sguardo nostalgico. Nonostante l'improvviso
passaggio del testimone da Cary Fukunaga al semiesordiente Andrés
Muschietti, la seconda vita di Pennywise e
la sua caccia all'infante sono state possibili senza slittamenti o
delusioni. Presto accolto come l'horror dei record, atteso e
apprezzato anche da chi non sta al passo con le infinite
trasposizioni del Re, It è
la personale rilettura di una pietra miliare che, pur prendendosi
qualche libertà e semplificando l'antico potere della sua belva
seriale, non snatura il messaggio di un romanzo che parla più dell'umano che del mostruoso. Di adulti pessimi, a cui
insegnare la limpidezza dei dodici anni. Di un'infanzia persa tra le
fogne e mai restituita al proprietario. Di un'unione che proverbialmente fa la forza. Agli anni Cinquanta del romanzo si
preferiscono gli Ottanta, abusatissimi soprattutto sul piccolo
schermo ma qui ripresi con discrezione: le sale che danno Nightmare
e Arma Letale, un
poster dei vituperati New Kids On The Block in cameretta. Se
Stephen King usava il dopoguerra per omaggiare il cinema di quegli
anni (il suo villain si trasformava ora nella Mummia, ora nel Mostro
della laguna), il cambio d'epoca modifica per forza di cose citazioni
e referenti. Le paure dei giovani protagonisti, attualizzate, sono
purtroppo meno originali (restano il sangue a fiotti dallo scarico e
il lebbroso di Neibolt Street, ad esempio, ma l'orribile ritratto che
perseguita Stanley sembra richiamare da vicino il secondo The Conjuring, pur non avendo la
stessa classe di James Wan nella pianificazione dello spavento).
Quello, forse, l'unico neo. Una paura non tra le più raffinate, che
ricerca il sobbalzo facile e la fisicità travolgente di Bill
Skarsgard. Il Pennywise del figlio d'arte, già vampiro bello e
inquieto in Hemlock Grove,
è un giullare dall'impressionante mimica facciale, che danza con
scatti convulsi, canticchia e gioca con le prede prima di divorarle
in un sol boccone. Le sue entrate in scena non sorprendono però:
attrazione principale della sua stessa grotta degli orrori, il clown
sbuca come un pupazzo a molla e ti fa “Buh!”, fedele agli
spaventi basici di un regista sulla buona strada per imparare il mestiere. Muschietti, d'altra parte, riesce alla perfezione laddove mi
premeva di più: a inserirsi nel girotondo dei Perdenti senza
disturbare, immortalandoli affiatati e tenerissimi al crocevia
dell'infanzia. Brillano allora l'esilarante Finn Wolfhard di Stanger
Things e le chiome della
bellissima rivelazione Sophia Lillis, ma te li prendi tutti
indistintamente a cuore. Apprezzi la pienezza dei toni, che
comprendono anche qualche grassa risata; il miracoloso senso di
appartenenza di chi Derry l'ha visitata con loro giusto
l'estate scorsa; il candore di quel bacio dato a Beverly, in un
momento critico, preferito all'orgia onirica che mi ha sempre disturbato. Ho galleggiato anch'io nella luce dei defunti. E, se non
terrorizzato come
si legge dappertutto, ne sono comunque uscito emozionatissimo. Da
orgoglioso Perdente quale resto. (7,5)
A
dodici anni sei troppo grande per una tata. Se però somiglia a Bee,
boccoli biondi e tutte le curve al punto giusto, l'occhio ringrazia e
l'orgoglio acconsente. Soprattutto se in lei, a conti fatti, vedi non
soltanto un sogno erotico ma l'amica del cuore. Restare in piedi
sperando di vederla amoreggiare in salotto. E assistere, tuo malgrado,
a una mattanza. Questo è l'incubo di Cole, protagonista intelligente
e impacciato che di notte scopre
che il suo salotto è stato invaso da una combriccola di star
televisive (tra loro, Robbie Ammell e Bella Thorne, che divertono
prendendosi finalmente poco sul serio) e che la moquette è già chiazzata di sangue arterioso. Serve quello dell'innocente ragazzino, ora, per completare il
rito. E lui, che ha paura degli aghi e di mettersi al volante, pavido
per natura, non ha intenzione di offrirsi al nemico senza scalciare.
Anche se la morte somiglia a Samara Weaving, bella (e brava) come
Margot Robbie. La Babysitter, al pari delle recenti produzioni
Netflix, conserva cast, foggia e scrittura tipicamente televisive. La
commedia horror del prolifico McG, nella sua prevedibilità, ha però
vari pregi. Atmosfere finto anni Ottanta, con le nebbie imperiture di
Carpenter, le citazioni di Spielberg e un piccolo protagonista che si
scoprirà Rambo sognando Risky Business; l'indiscreto
divertimento di omicidi sanguinosissimi; due protagonisti che
spiccano, quando distolti dall'intento di ammazzarsi l'un l'altra. La
Babysitter è un Mamma
ho perso l'aereo autoironico e
splatter, come se Chris Columbus avesse infine ceduto il pilota a Joe Dante. Da bambino, probabilmente, lo avrei adorato. Da
grande meno, ma quanto ridere. (6,5)
La
solita casa teatro di un duplice omicidio. Il solito sociopatico a
piede libero, che combatte le voci con il rock
più duro e miete vittime per placare forse la malattia mentale,
forse il maligno. La solita famiglia felice – anche se di metallari
fascinosissimi e in armonia, non di borghesi con la puzza sotto il
naso – che in
quella casa va ad abitare, e con quell'assassino in sovrappeso s'incontra e si scontra. Dall'apprezzatissimo Sean Byrne, già autore
dell'adorabile e truce The Loved Ones,
ci si aspettava non il solito horror. Poteva sorprendere, The
Devil's Candy. Indipendente,
ristretto, con una colonna sonora assordante, un quartetto sui
generis e un look vintage – occhio alla bellezza dei rossi, alla
cura rimarchevole nella composizione. In Italia, arriva al cinema due anni dopo. Per un passo fuori stagione; in ritardo. Perché
distribuire in sala un horror passato finora in sordina? Cos'ha di
speciale questo home invasion non troppo splatter, non troppo
intrigante, in cui l'inquietante figura di Pruitt Taylor Vince fa la
maggior parte del lavoro sporco? La motivazione sfugge. The
Devil's Candy avrebbe potuto
essere uno di quei prodotti di nicchia saltati fuori all'improvviso, invece
mi accorgo a fine visione che non lascia scossoni: ennesima
riscrittura non detta di Amityville Horror,
con una certa simpatia di fondo e il buon gusto di un giovane regista
che ho preferito di gran lunga altrove. Caramelle da sconosciuti che
parlano col demonio? Accettate solo se a stomaco, e a mente, vuoti. (6)
Una
macchina in panne ai margini di un bosco. Una pioggia battente. Un
mostro. Bloccate nel veicolo inservibile ci sono l'adorata Zoe Kazan
– qui particolarmente intensa, con il personaggio di una giovane
alcolista – e una bambina di cui maledice la nascita. Sono mamma e
figlia. Si vogliono bene, anche se ricordarselo, tra
disintossicazioni, ricadute e fidanzati violenti, è difficile. Per
strada, in quel clima già tesissimo di per sé, le sorprende il
male: sotto una nuova forma. The Monster è
un horror timido, ma un dramma che per i suoi flashback quotidiani e
le sue prove attoriali rischia spesso di commuoverci. Come in The Babadook, non è importante lo
spauracchio bensì ciò che c'è dietro. I demoni sono quelli della
dipendenza, dell'incomunicabilità, e fronteggiarli insieme non
presenta sorprese né criptiche chiavi di lettura. Bryan Bertino, già
regista di quel The Strangers
troppo blando per farsi valere, non osa neanche questa volta. Il suo compito senza errori
e senza guizzi, però, complice qualche dramma toccante e la dolce
musa del cinema indie, si fa voler bene. Moltissimo. E i figli, anche
se nati da genitori vicini all'abisso, impareranno a lasciarsi il
buio alle spalle seguendo la luce. A non temere i mostri delle eredità genetiche.
(7-)giovedì 24 agosto 2017
Recensione: It, di Stephen King
|
It, Stephen King. Sperling & Kupfer. € 21, 90, pp. 1216
|
Quei
romanzi che cominci senza sapere quando li finirai.
Quelli
enormi, che stanno a stento nella borsa del mare o compressi fra i
pensieri – ma solo d'estate puoi trovare il tempo e la pazienza
necessarie, il coraggio nelle ore di luce più lunghe. Troppo famosi
per parlarne come se niente fosse, troppo belli per dovervi convincere a parole.
Quale
bambino nato tra gli anni Ottanta e Novanta, in un giorno di pioggia,
non è mai inciampato nella grata da cui sporgono gli artigli del
mostro che indossa la brutta faccia di un clown? Chi non ha
soggiornato nella lugubre Derry per il tempo di un incubo a occhi
aperti? Faccio parte dei lettori che sono stati iniziati alla lettura
da Stephen King. Del ricordo di It, però, possedevo immagini
confuse. Flash di un iconico Tim Curry e passaggi di un libro che un
po' per pigrizia, un po' per incostanza, da ragazzino avevo
letto discontinuamente. Galeotte la bellissima
ristampa e l'attesa per il film di prossima uscita, questa volta
non avevo né fretta né paura. La rilettura, se di rilettura si può
parlare, è durata più di due settimane. Il blog taceva, i ritmi
rallentavano e l'estate finiva, appresso a un mattone truce ma
emozionantissimo che monopolizzava gli spazi e le ore. Ci ho
scherzato sopra nell'attesa dell'ultima pagina: la speranza di
ritrovarsi dal nulla bicipiti grossi così, a furia di sfogliare e
sfogliare, e la vita percepita come quell'ammasso informe di cose che
ti capitano tutt'intorno, mentre entri a pieno titolo nel Club dei
Perdenti (fiero di esserlo, sì) e li aiuti a costuire dighe, botole,
pallottole d'argento; a cacciare i mostri grandi e piccoli che
attentano all'innocenza.
Se
qualcuno gli avesse domandato: «Ben, ti senti solo?» avrebbe
osservato quel qualcuno con sincero stupore. L'ipotesi non gli era
mai balenata. Non aveva amici, ma aveva i suoi libri e i suoi sogni
[...] Se si sentiva solo? avrebbe forse ripetuto, sconcertato. Come?
Cosa? Un bambino cieco dalla nascita non sa nemmeno di essere cieco
finché non glielo dice qualcuno. Anche allora si crea un concetto
perlopiù accademico di che cosa possa essere la cecità. Solo chi ha
perduto la vista può averne un'idea chiara. Ben Hanscom ignorava il
significato di solitudine, perché quella era da sempre l'unica
dimensione della sua vita.
I
protagonisti sono sette, e hanno l'età giusta per immaginare tigri a
spasso nei cannetti, piranha negli acquitrini, tesori sepolti nelle
discariche. Vivono nell'immaginaria Derry, tutta un gorgogliare di
tubi e di eventi sospetti, e non hanno vita facile. A undici anni,
credono ciecamente che saranno amici per sempre, che la legge del
silenzio non li renderà schiavi e che il bene vincerà ogni male. Ci
sono Bill che tartaglia, Ben e i suoi chili di troppo, l'ipocondria
di Eddie, le imbarazzanti imitazioni di Richie, le origini ebraiche
di Stanley, la pelle nera di Mike, i lividi sotto i ricci ramati di
Beverly (l'unica femmina del gruppo, di cui sono inevitabilmente tutti un po' cotti). Si sono trovati complici, stretti
contro la prepotenza del prossimo. Hanno esorcizzato la paura ribattezzandola con un
semplice pronome neutro: sfidano con l'incoscienza dell'età,
così, un male da stanare nelle radici stesse del paese. Da
chiamare per nome, coraggiosamente. Come hanno sconfitto la prima
volta l'entità primordiale e poliforme, forse piovuta dai confini
dell'universo, che adescava le sue vittime con un mazzo di palloncini
colorati e omaggiava gli horror fantascientifici in sala negli anni Cinquanta? I Perdenti se lo domandano adesso, cresciuti e con ricordi
vaghi, quando una telefonata li richiama dove tutto ha avuto inizio:
It si è svegliato, loro sono gli unici a sapere come annientarlo.
Anche se hanno un tassello in meno. Anche se crescendo hanno perso la
loro alchimia. Anche se rividersi in un ristorante cinese, e fare una
conta dei capelli in meno e delle rughe in più, fa sì che il tempo
scorra al contrario e che i Barren, quartieri di canali di drenaggio e
battaglie di pietre, si parino minacciosamente all'orizzonte. Ma perfino la minaccia sa di malinconia, a tavola, e le emozioni negate riaffiorano.
Allora
vai senza perdere altro tempo, vai veloce mentre l'ultima luce si
spegne, vattene da Derry, allontanati dal ricordo... ma non dal
desiderio. Quello resta, tutto ciò che eravamo e tutto ciò che
credevamo da bambini, tutto quello che brillava nei nostri occhi
quando eravamo sperduti e il vento soffiava nella notte. Parti e
cerca di continuare a sorridere. Trovati un po' di rock and roll alla
radio e vai verso tutta la vita che c'è con tutto il coraggio che
riesci a trovare e tutta la fiducia che riesci ad alimentare. Sii
valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio.
Più
del fiato corto per l'inquietudine (trent'anni dopo, proviamo ancora un timore reverenziale), più di una sincera stanchezza sopraggiunta verso l'epilogo
(troppo visionario, sbrodolato a tal punto da introdurre la scena di
un'orgia rituale di pessimo gusto), di It
– esperienza densa
e infinita, assolutamente da fare, benché sia un altro il Re che amo senza riserva alcuna – ricorderò i sorrisi stupiti di chi si
perde e poi si ritrova; la meraviglia nascosta dietro l'angolo.
L'angoscia corre, ma una bicicletta soprannominata Silver di più.
L'infanzia passa e si dimentica, gli amici mai. E preferirò
dimenticare qualche capitolo non indispensabile, io, la fatica al
giro di boa, tenendo bene a mente i miracoli di quel candore, il
ghigno di una città dannata, le risate che scoppiano contro la paura
inconcepibile di morire giovani. It parla
di un'epoca, dei riti di iniziazione di qualche estate fa, della
tragedia di crescere perdendo l'immaginazione. Quella che rende il
mostro reale e affamato. Quella che può trasformare gli inalatori in
armi infallibili e far luce oltre il buio delle nostre palpebre abbassate.
Ma
in verità i mostri vivono di fede, no? Mi sento trascinato
irresistibilmente verso questa conclusione. Il cibo può essere la
vita, ma la fonte del potere è la fede, non il cibo. E chi più di
un bambino è capace di un atto di fede?
Come
i Perdenti, da oggi mi sforzerò di dimenticare anch'io le insidie di
Derry. Farò ritorno tra ventisette anni, magari. Quando tornerà l'asma,
la balbuzie sfiderà qualsiasi consulto dei logopedisti e le cicatrici dei giuramenti
di sangue, scavate sui palmi delle mani col coccio di una vecchia
bottiglia di Coca-Cola, sanguineranno nei giorni dei pranzi andati di
traverso e dei ritorni a casa. E sarà come vivere per sempre.
Laggiù, dove eppure si va per morire.
Il
mio voto: ★★★★½
Il
mio consiglio musicale: Peter Gabriel - Heroes
venerdì 28 luglio 2017
Celebrating King | Le paure con (e dopo) IT
Buongiorno, amici. Come state? Oggi post diverso dal solito – una tappa di un blog tour, anche se ai blog tour sapete che poco sto appresso. L'eccezione: Stephen King. L'autore che mi ha iniziato alla lettura, una dozzina di anni fa, torna in libreria con la preziosa ristampa di IT. Sono passati trent'anni dalla sua pubblicazione e a ottobre, dopo la mediocre miniserie diventata in fretta cult, è atteso in sala il primo capitolo della duologia di Andrés Muschietti. La rilettura s'ha da fare: è nell'aria da un po'. Oggi, dopo Clarissa, Elisa e Luigi, è il mio turno di parlarvi di Pennywise. Si parla di paura, in particolare, e della paura dopo IT. Sulla scia del pagliaccio assassino, ombra minacciosa sullo sfondo del più straordinario dei coming of age, chi ha provato a farci saltare dalla poltrona? Chi ha reso inquietanti i bambini, le donne velate, i programmi per l'infanzia e la sindrome da abbandono? Vi accompagno perciò in una veloce carrellata, tra must, prodotti di un piccolo schermo mai così grande, giovani leve e film festivalieri. Vi do, in questa estate noiosissima, qualche scusa buona per non uscire di casa e, magari, darsi ai recuperi. Galleggiate con me?
Gli
anni '80 e '90. I più rimpianti e vagheggiati. Tra le altre cose, la
miniera d'oro del cinema horror. Il Michael Myers di John Carpenter,
una maschera inespressiva e il coltello affilatissimo, colpiva già
un decennio prima: un'infanzia in cui si nascondono le prime turbe,
l'ossessione di una sorella da braccare, una natura a metà
tra l'umano e il bestiale. L'incubo, semmai è finito, arriva fino ai
giorni nostri – Rob Zombie, qualche anno fa, ne ha
dato una rilettura personale e scabrosa, in due capitoli non troppo
apprezzati. Un'altra icona a cavallo degli anni e delle generazioni,
un altro mostro destinato a spauracchi e remake: Robert Englund è
Freddy Krueger. Giardiniere dal maglione a righe, arso vivo dalla
vendetta di un gruppo di genitori addolorati. Ha ironia da vendere,
artigli aguzzi, colpisce negli incubi: perdere il sonno è la via.
Non ci si sposta dal ricordo dell'indimenticato Wes Craven,
spaventoso con ironia. E la saga di Scream, che ha ispirato
una felicissima reunion e una blanda serie targata MTV, ora celebrata
e ora parodiata, sta a Hallowen – e, in generale, alle visioni a
tema – come il panettone a Natale.
Dall'oriente
con terrore.
Qualche
fantasma viene da lontano. Ha gli occhi a mandorla, parla giapponese.
Vedasi la presenza che infesta The Ring,
classico orientale che ha ceduto – e non a torto – alla
tentazione della lingua inglese. Raccontata nei romanzi di Koji
Suzuki, Samara è un mistero nascosto dietro
una cortina di capelli nerissimi: bambina infelice, tacciata di
crudeltà, è stata destinata alla peggiore delle morti. Sigillata in
un pozzo, al centro di un bosco. La sua vendetta viaggia sulle VHS e
attraversa i vecchi tubi catodici. Chiunque abbia una televisione, nei
primi anni Duemila, trema.
La
paura a puntate.
Incontrarla, la
paura, facendo zapping. Da bambino erano gli appuntamenti fissi con
Piccoli brividi, da grande le maratone di American Horror
Story, l'attesa del nuovo Stranger Things, l'occhio
curioso verso il sottovalutato Channel Zero. La serie
antologica di Ryan Murphy, quest'anno, compie sette anni: quale sarà
il tema, ci si domanda, se abbiamo avuto le ville infestate, i
manicomi confinanti con l'Area 51, le streghe di New Orleans, il
freak show, gli hotel assiepati di vampiri glamour, il mistero
della colonia scomparsa di Roanoke? Eleven, erede segreta delle
migliori bambine prodigio di King, fuggirà dal Sottosopra e
si scontrerà con qualcosa di peggiore del passato Demogorgone?
Infine, tornate sui vostri passi e concedete una possibilità alla
prima stagione di Channel Zero: una serie, per quanto
imperfetta, capace di una
profonda suggestione. Si attinge ai creepypasta, i penny dreadful nell'era del digitale. Uno scrittore torna a casa, e qui fa
i conti con la morte del fratello gemello, omicidi che riprendono
da dove si erano interrotti e, soprattutto, un misterioso
programma per bambini (fanno paura i pagliacci, ma non
sottovalutate le marionette) che è l'ultima cosa che incrocerai,
se un mostro fatto di denti umani bussa alla porta.
A
casa di James Wan.
James
Wan è la promessa indiscussa di un genere che non osa più.
Giovanissimo, ha una mano riconoscibile – i film diretti da lui si
indovinano a mille miglia: quanta cura, quanta eleganza nel
rimaneggiare i cliché – e un intero mondo cinematografico in
costruzione. I suoi film, le sue creature, si parlano tra loro. In
The Conjuring, i coniugi Warren (cacciatori di misteri tra l'altro realmente esistiti) si imbattono prima in Annabelle, inquietante
bambola di ceramica, poi nell'orrida suora di cui al momento poco
si sa. Prequel e spin-off sono alle porte. Si chiama Lipstick Face,
invece, il diavolo che tortura il bambino di Insidious, rimasto
intrappolato in un viaggio astrale. Maestro dei sobbalzi, delle
entrate in scena a sorpresa, si nasconde dietro una porta rossa,
anticipato dall'inquietante Tiptoe Through The Tulips –
canzone degli anni '20 con un motivetto innocuo e, tra le righe,
cenni ributtanti agli abusi infantili.
Tra
le righe, e negli armadi, del cinema indie.
Le
sorprese più grandi, i messaggi più profondi, vengono dal circuito
indipendente. Dove i mostri nell'armadio sono metafora di
qualcos'altro, di mali autentici. Dove, in un insolito clima
festivaliero, l'horror si scopre impegnato. E' il caso di
The Babadook e Under
the Shadow, in cui i
mostri sono metafore da interpretare. Il primo, film d'esordio
dell'australiana Jennifer Kent, salta fuori da un libro per bambini
balbettando ossessivamente null'altro che il suo nome. Ha un
cappello a cilindro, le mani lunghissime, una bocca grande per
inghiottirti meglio. Terrificante, e protagonista forse del film di
genere più bello degli ultimi anni, bracca una vedova e il suo
unico figlio. Ricorda loro l'assenza della figura maschile, il peso
del dolore: se non condiviso, se non nutrito, si mangia te. E quello
che ti rende buono. Viene dall'Iran, invece, una storia di
bombardamenti e case mal sicure. Un'altra mamma, un altro figlio:
un'altra presenza che non è quello che sembra. I fantasmi non
indossano più lenzuola con i buchi per occhi, ma il burqa. E fanno
un ritratto originale e doloroso, per quanto non sempre fruibile,
dell'essere donne – e ribelli – nella Tehran sotto assedio.
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