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domenica 31 dicembre 2023

Le mie Top 2023: il cinema e le serie TV

10. Nimona

Una fiaba per grandi e piccini che omaggia il genere e lo rivoluziona. A metà tra il ciclo bretone e lo steampunk, non ha bisogno di forzature per risultare inclusiva, femminista, nuova.

9. Beau ha paura

Come non averne, di paura, davanti a un film così lungo, ostico, sperimentale? Impavido, Aster divide con un'esperienza cinematografica impareggiabile. Freud sarebbe andato a nozze con l'odissea di questo stralunato Phoenix in fuga dalla madre.

8. Pearl

Apparso nel circuito festivaliero l'anno passato, è arrivato in Italia esclusivamente in homevideo. L'assassina seriale di West è un personaggio di rara complessità emotiva e Mia Goth le rende giustizia in un monologo lungo dieci minuti. Il resto è un incubo in technicolor che fa ben sperare per il terzo capitolo della serie.

7. The Whale

Aronofksy torna a parlare di corpi. E insieme a lui torna Fraser, a lungo assente dalle scene. La loro collaborazione, claustrofobica e provante in un salotto già affollato di disturbi – non solo alimentari –, non è per tutti, ma regala un'interpretazione dalla potenza annichilente.

6. La chimera

Gli stranieri ce la invidiano, ma noi abbiamo avuto occhi troppo distratti per riconoscere il talento di Alice. Spirituale, tragica, immaginifica, questa volta raduna un cast internazionale e ci regala il film più vitale dell'anno, pur parlando di morte.

5. Close

Corrono per i campi fioriti e non hanno pensiero alcuno. L'adolescenza porrà fine a quegli andirivieni e getterà lo spettatore in una valle di lacrime. Dopo Girl, dal Belgio un'altra storia di repressione e identità. Perché comportarsi da uomini, quando semplicemente bambini?

4. Anatomia di una caduta

Il vincitore all'ultimo Festival di Cannes è un'analisi del rapporto uomo-donna, un giallo, una foto di nozze. Sorretto dall'interpretazione di Huller, scivola dal francese all'inglese, così come scivola la verità stessa: sdrucciolevole, non renderà libera una famiglia infelice a modo suo.

3. Babylon

Stroncato in patria, è stato un flop. Perfino io l'ho saltato in sala e l'ho recuperato tardi, in una visione domestica non all'altezza di cotanto splendore. Perdonami, Chazelle, per aver dubitato: sei memorabile tanto nei musical quanto nei baccanali.

2. C'è ancora domani

Al botteghino, una casalinga ha sorpassato Barbie e Oppenheimer. Oltre allo straordinario successo di pubblico c'è di più. Cortellesi firma un esordio lieve e impegnato, il cui finale ci lascerà per anni a bocca aperta – con buona pace di Silvestri, che canta A bocca chiusa.

1. Aftersun

L'ho visto a gennaio, ma se chiudo gli occhi sono ancora lì, fra le luci di una discoteca. E cerco invano di carpire i segreti di un padre malinconico, di una figlia precoce, di un dramma sull'elaborazione mai realmente elaborato. In sottofondo, i Queen.

5. The Good Mothers

Nell'anno in cui l'Italia si è chiusa in un silenzio scioccato davanti all'ennesimo femminicidio, non poteva mancare la coproduzione internazionale candidata ai Critics' Choice Award. Un manifesto di resistenza femminile, in cui giganteggia una Bellè all'altezza delle star hollywoodiane.

4. Lezioni di chimica

Se Barbie ha sbancato i botteghini ma non ha conquistato il vostro favore, andate a conoscere Elizabeth Zott: intraprendente e biondissima, puntava al mestiere di chimico. Le toccherà passare prima dai fornelli, in una miniserie in cui Larson segue la scia della Fantastica signora Maisel (di cui non ho visto la stagione conclusiva).

3. Tore

La chicca dell'anno arriva dalla Svezia. Agrodolce, queer e stilosissima, è la storia di un Piccolo Principe in cerca della propria autonomia. Una colonna sonora irresistibile e comprimari a cui voler bene renderanno un lungo piacere questi soli sei episodi.

2. La caduta della casa degli Usher

Succession (che, per la cronaca, non ho seguito) ma in chiave horror. L'ultimo capolavoro di Mike Flanagan è in realtà un bignami del miglior Poe. Una bambola russa di storie dentro storie, con morti da manuale e un cast in stato di grazia.

1. Beef – Lo scontro

Può una zuffa tra automobilisti trasformarsi in una faida, in un'indagine socio-culturale, in una storia d'amore? Sì, se produce A24 e il cast è il regalo più prezioso del melting-pot. Dopo i fasti di Everything Everywhere All at Once, questi asiatici indie e sfrontati conquistano anche il blog.

martedì 31 ottobre 2023

Un Halloween in streaming: La caduta della casa degli Usher | The Last of Us

Dopo aver adattato Jackson e James, Mike Flanagan chiude la sua ispiratissima trilogia gotica cimentandosi con un altro capolavoro dell'horror. Questa volta si rifà al maestro dei maestri, Poe, e lo omaggia in una serie densa di citazioni. Se la cornice narrativa è quella del racconta La caduta della casa degli Usher, ogni episodio si rivela invece una reimmaginazione delle novelle più spaventose. Le puntate sono caroselli di storie dentro storie. Sontuose feste di morte in cui le dipartite, splatter e fantasiosissime, provengono ora da Il gatto nero, ora da Il pozzo e il pendolo. Roderick – un carismatico e fascinoso Greenwood – è il fondatore di un'industria farmaceutica responsabile di un'epidemia di oppiacei. Spietato e senza scrupoli, ha intrapreso una fulminante scalata sociale insieme alla sorella e messo al mondo una progenie corrotta quanto lui. In pochi giorni si troverà a seppellire tutti e sei i figli. Qual è il prezzo da pagare, in una vicenda di avidità, sesso e ambizione? Meno horror delle serie precedenti ma perfino più crudele, con i suoi monologhi caustici e riflessioni al vetriolo sul consumismo, l'ultima scommessa di casa Netflix è una saga generazionale sul male di cui, a volte, le famiglie sono capaci. A interpretare gli Usher tornano i soliti attori feticcio. Su tutti aleggia la presenza seducente di Carla Gugino, la cui bellezza senza tempo la fa muovere fra epoche e travestimenti, offerte e minacce. Chi non berrebbe un cognac con lei? Gli unici incorruttibili: una nipotina idealista e un tuttofare dal passato rocambolesco (di lui parlano Le avventure di Arthur Gordon Pym), interpretato da un inatteso Hamill. Dimenticate la commozione per gli sfortunati eredi di Hill House, per me di una perfezione insuperata; gli spettri – un po' troppo melensi – di Bly Manor. Qui non c'è consolazione nell'aldilà. Non c'è riconciliazione nell'oltretomba. Sono già uno strazio le cene condivise. Chi vorrebbe trascorrere insieme anche la vita dopo la morte? (8)

I videogiochi ispirano pessime trasposizioni: è una legge universale. The Last of Us non è soltanto l'eccezione alla regola, ma è una creatura ibrida che mette d'accordo sia gli appassionati del blockbuster che gli amanti del cinema d'autore. Merito dei suoi ritmi lenti e di un andamento che ricorda gli indie The Road e Light of My Life, e perfino un po' il nostro Anna. Horror on the road ambientato in una America post-apocalittica dilaniata da mostri e banditi, la serie HBO ha per protagonisti un uomo segnato dalla tragedia e un'adolescente misteriosamente immune. All'indomani di un'epidemia tratteggiata con agghiacciante realismo, gli esseri umani vanno temuti più degli infetti. Il dolcissimo Pedro Pascal, stando sempre un passo indietro, sorveglia Bella Ramsey come farebbe un genitore apprensivo e lascia a lei le scene madri più memorabili. La chimica fra i due garantisce emozioni altalenanti, ma innegabili. Dipinti entrambi con luci e ombre, sacrificherebbero la spasimata cura pur di non cedere ai morsi dell'abbandono? Dappertutto aleggia un senso di tragedia. In nome di un pathos inseguito a ogni costo, episodio dopo episodio, la serie dimentica a lungo andare sottotrame intriganti e comprimari creduti, a torto, importanti. Ma mentre il terzo episodio – parabola sulla persistenza di uno struggente amore gay – ci regala un capolavoro romantico musicato a Max Richter, gli altri finiscono per generare uno strano senso di assuefazione davanti all'ennesima morte, all'ennesimo sacrificio, all'ennesimo morso. Bella ma non bellissima, insomma, questa trasposizione videoludica sfida il luogo comune: agli Emmy è già record di nomination. Ma è realmente la serie dell'anno? (7)

sabato 30 ottobre 2021

Halloween ai tempi di Netflix: Squid Game | Midnight Mass | You S03

È la serie del momento. La amano. La odiano. Amano odiarla. Io stesso l'ho affrontata con scetticismo, al pari di un tormentone estivo venuto a noia prima del tempo per via degli schiamazzi dei vicini. I primi episodi non mi davano torto: a causa dei meme spammati dappertutto, avevo l'impressione di averli già visti. E in una serie in cui l'originalità non è di casa – ricorda The Running Man, Battle Royale e Hunger Games, ma anche gli intrecci kitsch delle spagnole La casa di carta e Vis a vis – gli spoiler sparsi rovinavano le rare sorprese rimaste. Qualcosa è cambiato negli ultimi: quando questo gioco al massacro, eccezionalmente made in Corea, lancia guanti di sfida più sadici e imprevedibili; quando le uscite di scena cominciano realmente a spezzare il cuore. È un'arena in cui dei giocatori pronti a tutti si sfidano per un ricco montepremi: ne uscirà soltanto uno. Chi? Tra partite a un due tre stella, tiri alla fune e lanci d biglie, si procede in maniera implacabile sfida dopo sfida. Ci si affeziona ai più fragili, si detestano carcerieri e prepotenti, ma si sente spesso la mancanza di una satira sociale più spiccata – no, non siamo al cospetto di un nuovo Parasite –, così come si sorride delle imprese assurde di un poliziotto sotto copertura. Nonostante si tifi soprattutto per un papà povero in canna, il suo vicino di casa caduto in disgrazia e un'adolescente con un fratellino da salvare dall'orfanotrofio, le protagoniste assolute sono loro: le straordinarie scenografie dai colori pastello, capaci di coniugare stile e inquietudine. Tutt'altro che perfetta, Squid Game non è né un capolavoro né un flop, ma una soddisfacente via di mezzo: un intrattenimento solido, ma dal successo forse immotivato, che spero avvicinerà il pubblico medio alle visioni in lingua originale e alle chicche del cinema asiatico. (7,5)

Il talento narrativo e stilistico di Mike Flanagan è pressoché indiscutibile. Nato a Salem, cresciuto a pane e Stephen King, unisce l'horror al melodramma con un equilibrio che lascia ogni volta commessi. Anche quando, come questa volta, non tutto torna. Anche quando, come questa volta, non tutto appare funzionale: soprattutto i dialoghi fiume, destinati a sfociare gratuitamente in un epilogo di sangue e fiamme. Su un'isola dal fanatismo religioso totalizzante, l'arrivo di un nuovo parroco genera miracoli e misteri. La buona novella è un contagio. La comunione, cannibalismo vampiresco. Midnight Mass ha soltanto sette episodi, ma si prende il suo tempo. Lenta, corale e verbosa, intavola lunghe conversazioni sulla fede, la morte, il senso di colpa, la diversità culturale e religiosa. Gli elementi horror sono sparpagliati cautamente in ogni episodio e, quando il soprannaturale si manifesta, semina un po' di disappunto per quella computer grafica imperdonabilmente anni Novanta. La violenza e le lacrime, immancabili davanti a monologhi degni dei fasti di The Haunting of Hill House, giungono in ritardo e tutte insieme. Finendo per sconfessare, in parte, l'approccio un po' pretenzioso del resto. Perché tanto esistenzialismo per un caos che non lascia niente all'immaginazione? Accolta da molti come il capolavoro del regista, la serie mette tanta, troppa carne al fuoco. Discontinua ma generosa, punta su una sceneggiatura zeppa di scene madri e su un buon cast d'insieme: l'intensa e bella Katy Siegel, un Hamish Linklater finalmente in una performance da ricordare e Samantha Sloyan, più spaventosa di qualsiasi demone. Quanto è cieco il fanatismo? Quanto è fragile, quanto è disperata, la fede nell'impossibile? Ce lo spiega Flanagan, tra ambizione e kitsch,  prodigi e mostruosità, sacro e profano. (7)

Dopo aver sepolto la prima innamorata, lo stalker Joe ha finalmente trovato la sua anima gemella: Love, conosciuta nel corso della seconda stagione, a sorpresa era perfino più matta e sanguinaria di lui. All'improvviso neogenitori, prendono a seminare il caos in un ridente quartiere residenziale: mogli tentatrici, coppie no-vax e allettanti scambisti hanno ovviamente le ore contante. Tutti presi dal coprirsi le spalle a vicenda, i protagonisti non rinunciano tuttavia a nuove ossessioni: mentre Joe si invaghisce di una bella bibliotecaria in lotta per l'affidamento della figlioletta, Love si lascia lusingare dal vicino adolescente. E tutti fanno sesso con tutti, in questi dieci episodi di cinquanta minuti ciascuno, ma la serie è troppo grottesca e sopra le righe per risultare sexy. Il matrimonio riparatore? È la tomba dell'amore in You: da me attesissima, come sempre, nonostante un inizio intrigante e un prosieguo inspiegabilmente sciocco. Come mai gli sceneggiatori hanno deciso di trasformare i delitti di un fascinoso psicopatico in una commedia con qualche morto ammazzato qui e lì? Da vedere senza pretese, magari doppiata e sbrigando tutt'altro, la terza stagione diventa una novella Santa Clarita Diet che lascia gli zombie e flirta con i serial-killer. A darle un senso, oltre al consolidato carisma di Penn Badgley, sono il monologo conclusivo di una sempre bravissima Victoria Pedretti – a volte angelica, altre delirante, si concede una stoccata accesissima contro il perbenismo e il maschilismo della società contemporanea: in sottofondo Taylor Swift e Bon Iver – e l'insospettabile cambio di scenario degli ultimi minuti. Cosa succederà dopo un finale più movimentato e cattivo del resto, che solleva fuoco e fiamme in periferia? Ho il sospetto che al suo ritorno You – subito rinnovata per una quarta stagione – sarà nuovamente la discutibile parodia di sé stessa, ma che nuovamente me la gusterò in binge watching. (6,5)

sabato 24 ottobre 2020

Piccoli brividi Netflix: The Haunting of Bly Manor | Qualcuno deve morire

Un detto dice che si è soliti tornare lì dove si è stati bene. All'indomani dei fasti di The Haunting of Hill House – senza rivali, la serie più bella della sua annata –, come rinunciare a un nuovo invito nella casa degli orrori di Mike Flanagan? L'autore e regista americano cambia domicilio e, nella migliore tradizione delle serie antologiche, cambia radicalmente scenario. Le sue presenze inquietanti e romantiche, infatti, si trasferiscono nella campagna inglese degli anni Ottanta: a Bly Manor. Mentre la prima stagione si proponeva di adattare in chiave contemporanea il gotico di Shirley Jackson, la seconda si cimenta col classico dei classici – Giro di vite di Henry James –, in questi giorni al cinema con l'ennesimo mediocre remake. L'originalità, insomma, non abita qui. E a sorpresa la serie è più fedele del previsto al modello di partenza: abbiamo una giovane istitutrice, due bambini pestiferi, il fantasma di una vecchia storia d'amore che si tinge di mistero. Se come me conoscete la storia originale, non regalerà sorprese di sorta scoprire il perché delle stranezze del piccolo Miles. Flanagan, per fortuna, ci distrae dalla prevedibilità ampliando il cast dei comprimari. Popolosa, corale e profondamente umana, la serie racconta le esistenze e i dolori di tutti gli abitanti della magione: dalla domestica al cuoco, dall'autista alla sfortunata insegnante precedente. Nonostante la capienza, Bly Manor potrà contenere tutti i loro tormenti? Ci provano nove lunghi episodi, così, che vorrebbero essere molto più che una canonica storia di fenomeni paranormali. Ma la serie finisce per perdersi in sottotrame superflue, in monologhi artificiosi e ridondanti, in una scrittura stanca e frammentaria non supportata dalla regia televisiva: Flanagan dirige soltanto il pilot, e si vede. La suspance è mal gestita. Le ombre, discrete e marginali, non fanno mai paura. Recitato con troppa enfasi – brave la scream queen Victoria Pedretti e l'invecchiata Carla Gugino, pessimo il tenebroso Oliver Jackson-Cohen –, questo puzzle dispersivo trova una bella chiosa, però, negli episodi otto e nove. Tra il fascinoso bianco e nero dell'episodio in flashback e un epilogo dolcissimo, che lascia letteralmente commossi, The Haunting of Bly Manor piace più parlando dell'umano che del soprannaturale. Ma a proposito di sentimenti sospesi, elaborazioni, attese infinite e leggi cosmiche, vi saprà dire meglio e di più lo splendido A Ghost Story: il resto è dèjà vu. (6)

Dal cast radunato ordinatamente sul poster, sembrerebbe un giallo all'inglese nello stile del recente Cena con delitto. Invece è spagnolo e, a dispetto del titolo, non muore nessuno fino al terzo e ultimo episodio. Né mystery a orologeria né spudorata soap opera, Qualcuno deve morire gioca a carte scoperte gli incastri e le combinazioni di quelle piccole saghe familiari fatte di segreti, tradimenti e sensi di colpa, sullo sfondo della Spagna degli anni cinquanta e della sanguinosa ma scenografica caccia al piccione. La trama è presto detta: come in Teorema di Pierpaolo Pasolini, una famiglia integerrima viene messa in crisi dall'arrivo di un ospite perturbante. Bello, ambiguo e chiacchierato, il ballerino messicano è un caro amico del primogenito. Il giovane protagonista si invaghisce di lui, e lo stesso succede alla madre e alla promessa sposa. Ma il ballerino chi ama davvero? Cosa cerca per il proprio futuro? Un poligono sentimentale alla Xavier Dolan è nobilitato dalle scenografie elegantissime e dal particolare contesto storico: il regime di Francisco Franco. Prevedibile ma dal forte impatto emotivo, la serie tocca le corde giuste quando mostra la spada di Damocle che pende sul collo del capofamiglia, direttore di uno spaventoso manicomio: deve rinchiudere lì il figlio amatissimo, bollato come invertito dal pettegolezzo generale? Con grande discrezione, Qualcuno deve morire non miete vittime inutili – se non nell'epilogo, il vero tasto dolente: brutale, gratuito, frettoloso – ma mostra un'attenzione emozionante verso la sorte di comunisti e omosessuali in pieno regime fascista. L'inossidabile Carmen Maura, qui particolarmente spregevole, è la matriarca; Ester Exposito, già vista in Elite, è l'antipatica fidanzata a un bivio; mente lo sconosciuto Alejandro Speitzer, protagonista di un monologo dolorosissimo, sorprende con la performance più sfumata. Più adatta a un film che a una miniserie, la storia si rivela essere – purtroppo o per fortuna – più sobria del previsto, ma per tre ore intrattiene con un crescendo piuttosto coinvolgente. Dopo averlo conosciuto qui, sono curioso di scoprire la penna di Manolo Caro – anche regista dell'ennesimo remake estero di Perfetti sconosciuti – in La casa de las flores: l'intrattenimento trash di cui non sapevo di avere il bisogno. (6,5)

sabato 9 novembre 2019

Mr. Ciak: Parasite | Doctor Sleep | L'uomo del labirinto

Li vediamo setacciare la casa, un seminterrato infestato dalle blatte, in cerca del segnale wi-fi da rubare ai vicini. Sono i membri di una famiglia di disperati che all’occorrenza sa reinventarsi, glissando sui legami di parentela o pompando il curriculum. Qualcuno potrebbe definirli degli imbroglioni, parassiti. Ma se appaiono in verità un gruppo di lavoratori instancabili, che male c’è a insediarsi a casa dei ricchi facendo qualche sgambetto per primeggiare? Agli antipodi, infatti, c’è una villa che è un capolavoro di design: due bambini irrequieti, cagnetti di razza e una coppia di genitori attraenti, con il classico uomo d’affari assente e una moglie con la testa tra le nuvole. In un Oriente devastato dalla lotta di classe e dalle disparità, è necessario fare di necessità virtù: in nome di una strana forma di nepotismo, piano piano, i protagonisti – un tutor d’inglese, una maestra d’arte, un autista e una domestica – rimpiazzano il personale preesistente. Quando i gatti non ci sono, i topi ballano. E nel tempo restante recitano come attori navigati la loro lista di menzogne, soprattutto se c’è da coprire le tracce dei loro dispetti. Ma potrebbe smascherarli un odore che fa arricciare il naso ai potenti. È quello di chi condivide lo stesso sangue sporco. È quello della povertà. Guerra tra disperati al tempo dei ricatti online e dei rifugi anti-Corea del Nord, l’ultimo vincitore della Palma d’oro è una commedia caustica e divertentissima, talora dai toni perfino fiabeschi, che spiazza con il bagno di sangue dell’epilogo e riflessioni a proposito di disparità sociali esemplificate nel contrasto alto-basso, grigliate in giardino ed esondazioni da arginare. Si ride a denti stretti e ci si indigna fino a perdere le staffe, senza però ricorrere mai a passaggi didascalici. Imbastito come una tragicommedia degli equivoci, ma teso come un thriller psicologico, Parasite si poggia su una sceneggiatura da Oscar e sulla regia millimetrica di Bong Jooh-ho. I colpi bassi, gli spruzzi di sangue e una vena sentimentale fortissima porteranno, nonostante tutto, a una di quelle chiuse commoventi possibili grazie alla magia del cinema asiatico. Ai travasi di bile, infatti, si risponde con una risata isterica degna di Arthur Fleck e con un messaggio di resilienza in codice Morse. Abbiate cura di questi parassiti, non correte ai ripari con la disinfestazione. Sono i protagonisti del mio film dell’anno. (9)

Qual è il termine oltre il quale un sequel può dirsi fuori tempo? Sono passati trentanove anni da Shining e sei dall’arrivo in libreria del secondo capitolo. King, infatti, aveva un conto in sospeso con questa storia. Ai ferri corti con Kubrick – regista colpevole di avere stravolto il materiale di partenza dello scrittore del Maine –, ha voluto ricondurci all’Overlook attraverso le disavventure di un Danny cresciuto. Tanto di cappello al talento di Mike Flanagan, questa volta schiacciato tra l’incudine e il martello: da un lato la visione di Kubrick e dall’altra quella di King; da un lato un epilogo sotto zero e dall’altro un drappo di fuoco e fiamme. Avrebbe saputo mediare? Equilibrista e arredatore di incubi bellissimi, fa il possibile confezionando l’intrattenimento che non ti aspetteresti sotto Halloween: un film lungo ed elegante, con nessun sobbalzo e una squadra di cattivi – capitanati da una magnetica Ferguson, superiore al resto del cast  – protagonista tanto quanto gli eroi. Meno spavaldo del previsto, fedele a un seguito che parte da lontano e giunge all’hotel con un pretesto da poco, Flanagan non si butta a bomba. Si prende il suo tempo: ossia quasi tre ore. Ci insegna, con la solita emozione, che non tutte le paure vanno chiuse in un cassetto. Ci mostra, in una sequenza debitrice agli archivi di Inside Out, i cassettoni dove sono racchiusi i segreti e le memorie di una bambina speciale – e guai a frugarci dentro, benché la sequenza del viaggio astrale di Rose Cilindro sia una delle migliori del film. Flanagan fa il giro lungo e, quando arriva al punto di partenza rifiuta di entrare dalla porta principale. Crea enfasi, ci prepara alla resa dei conti. E ci porta infine lì dove perfino un profano non vedeva l’ora di tornare: i corridoi dove si annidano le gemelle diaboliche, le vecchie marcescenti e i tricicli spericolati. Proprio qui, ahimè, si nascondono le pecche di un’operazione troppo rispettosa per rischiare, che prepara il terreno all’omaggio anziché preoccuparsi di essere memorabile. È fuori tempo massimo il sequel che adesso deve fare i conti anche con la Stranger Things mania – soprattutto se, a ben vedere, Dan e Abra ricordano Hopper ed Eleven? È destinato a rimanere nell’ombra l’horror che per incutere paura si limita a macinare strizzate d’occhio e citazioni? Ai posteri la sentenza. Nel dubbio, risulta comunque gradevole il dialogo telepatico e intergenerazionale tra passato e presente. Anche se la “luccicanza” di Doctor Sleep, con affetto, è luce riflessa. (6,5)

Ci sono storie che funzionano meglio su carta, perché troppo lunghe, troppo intricate, troppo immaginifiche. E  ci sono quei finali abbastanza clamorosi, per fortuna, da funzionare dappertutto. È questo il destino dell’Uomo del labirinto, ritorno alla regia dell’autore Donato Carrisi. Questa volta, come sapranno i lettori a lui affezionati, la faccenda si complica ulteriormente: ci sono un profiler straniero, un investigatore dalle ore contate e una ragazza sopravvissuta alle sevizie di un moderno Enigmista. Siamo in un tempo vago, al centro di una metropoli devastata dalla canicola e dagli annunci apocalittici. Ma i nomi dei personaggi, un po’ italiani e un po’ stranieri per depistarci, rendono le ambientazioni tanto care all’autore vagamente posticce nel passaggio al cinema. La sensazione iniziale, infatti, è quella di trovarsi in un girone infernale – fra figuranti spaventosi e testimoni grotteschi – grazie alle tappe di una caccia al tesoro forse più adatta al linguaggio delle serie TV. Donato ha cura nel dettaglio delle scenografie e della messa in camera, e dirige senza ansia da prestazione un cast di stelle non sempre brillanti come la loro fama garantirebbe: se Hoffman prende parte alla produzione devotamente e umilmente, con un ruolo piuttosto stratificato, il collega Servillo esagera in una prova sin troppo manierata; un plauso alla Bellè, invece, imbruttita e costretta in un letto d’ospedale, che regala anima e corpo al personaggio della mancata vittima – nonostante qui e lì, purtroppo, il doppiaggio  ne appiattisca le buone intenzioni. I difetti non sono pochi, e comprendono anche lungaggini e sottotrame da asciugare in fase di sceneggiatura, e superano senz’altro quelli del giallo precedente: una storia più radicata nel nostro paese, al contrario, che guardava alla cronaca nera anziché ai puzzle di Christopher Nolan e poteva vantare a bordo un ispirato Boni. Ma le sbavature hanno tutte a che fare con la passione di un professionista, narratore in primis, che nel passaggio alla pellicola tende a mettere tanto, troppo del proprio universo espanso: anche a rischio di confondere i profani. Con l’ambizione di un novello Icaro che si brucia, vero, ma lascia comunque ammirati. In un panorama italiano a corto di thriller, di colpi di scena o di testa, come non restare affascinati dalla follia di un salto più lungo della gamba? (7)

mercoledì 7 agosto 2019

I film che leggeremo: saghe, capitoli complementari e puntate

It: Capitolo 2
5 settembre 2019
Secondo e ultimo capitolo per l'adattamento cinematografico firmato da Andy Muschietti. Dopo le gioie e gli orrori di due anni fa, i Perdenti stanno tornando per la resa dei conti. E Pennywise, scacciato per ventisette anni, a giudicare dal trailer è più cattivo che mai. Dato il cast – in cui ora spiccano i bravissimi Jessica Chastain e James McAvoy –, data la durata annunciata – quasi tre ore –, non dovremmo aspettarci brutte sorprese o tagli da macellaio. Ma oggettivamente meno brillante di quella dedicata all'infanzia, la parte finale è la più dimenticabile: dunque, la più difficile da realizzare. Ricordate anche voi che disastro fece la miniserie degli anni Novanta? Da qui al cinque settembre, doppiamente spaventati, conteremo i giorni e i palloncini.


Doctor Sleep
7 novembre 2019
Ancora Stephen King, da qualche anno più inarrestabile che mai. Ancora un secondo capitolo. Questa volta tutt'altro che atteso. Accolto con preoccupazione diffusa dai fan del capolavoro di Stanley Kubrick – non lo siamo né io né l'autore del Maine –, Doctor Sleep è il seguito ufficiale di Shining. Il piccolo Danny, interpretato da Ewan McGregor, è cresciuto ma non ha perso la luccicanza. Mosso dal desiderio di proteggere una bambina con le sue stesse doti, si imbatte nella vampira Rebecca Ferguson – e sui luoghi del delitto dell'Overlook. Mike Flanagan si butta a bomba. Il trailer mozzafiato, infatti, ripercorre i corridoi iconici del primo film in ricostruzioni d'impressionante fedeltà. Abominio, dirà qualcuno. Ma del regista che ha firmato The Haunting of Hill House io scelgo di fidarmi a scatola chiusa.


Creepshow
26 settembre 2019
Negli anni Ottanta il compianto George Romero aveva realizzato un film a episodi firmato da un King sulla cresta dell'onda. Fortunato horror a basso budget, qualche anno dopo aveva avuto anche un seguito. Il franchise riparte trent'anni dopo. Sotto Halloween, prodotto dalla AMC, il grottesco carosello di Creepshow propone altre sei storie da brivido. Accanto a King, scrivono Joe Hill, Joe R. Lansdale e Josh Malerman. Se Ryan Murphy è venuto a noia da un pezzo e la visione dell'ultimo American Horror Story è quanto mai in forse, per questa squadra di scrittori, al contrario, sono già seduto in poltrona.


The Witcher
Fine 2019
In assenza di Game of Thrones e in attesa del Signore degli anelli, gli amanti del binge e del genere fantasy possono consolarsi con The Witcher. Famosa saga letteraria del polacco Andrzej Sapkowski, forse più nota per i videogiochi che per i romanzi, seguirà un biondo Henry Cavill – contestato da qualche nerd, ha fatto ricredere tutti o quasi in queste prime immagini – mentre, da bravo mercenario, caccia indistintamente demoni, orchi, elfi. Non esattamente il mio genere, ma auguro agli appassionati buona visione. 


His Dark Materials
Fine 2019
Dopo il flop del film Chris Weitz, arrivato in sala dodici anni fa con un cast di tutto rispetto, la trilogia fantasy di Philip Pullman – autore celebrato tanto quanto la Rowling, nonostante la scarsa popolarità qui in Italia – cede al piccolo schermo. Piccolo, be', si fa per dire. Produce la HBO, sempre in cerca di nuove punte di diamante; recitano James McAvoy, Ruth Wilson e la piccola Dafne Keen, già apprezzata in Logan; dirige il premio Oscar Tom Hooper, atteso al varco anche per Cats. La “bussola d'oro”, questa volta, punterà nella direzione che porta al successo?


Artemis Fowl
2020
Ispirato alla serie per ragazzi di Eoin Colfer, di cui avevo letto il primo volume una quindicina di anni fa senza nessun entusiasmo, fuori tempo massimo arriva in sala anche Artemis Fowl. Altro progetto spesso tramontato sul nascere. Altro film dalla lavorazione lunga e accidentata. Come se non bastasse, previsto per novembre, adesso è slittato direttamente all'anno prossimo per ragioni imperscrutabili. Domandiamolo alla Disney, sempre più carente di buone idee, e al regista Kenneth Branagh, qui alle prese con gli effetti speciali a profusione già mal gestiti in Thor: serviva?


Watchmen
Ottobre 2019
Non serve essere un accanito lettore di fumetti per averlo sentito nominare. Watchmen, la serie di Alan Moore, è un'istituzione. Inserita dal Time fra le cento migliori letture pubblicate dal 1923 al 2010, già protagonista di una trasposizione diretta da Zack Snyder, a ottobre sarà anche una serie HBO. Nel cast, i premi Oscar Jeremy Irons e Regina King. In una realtà alternativa in cui la Guerra Fredda è ancora in atto, dei vigilanti mascherati sono l'arma segreta degli Stati Uniti. Nell'attesa, vi consiglio vivamente la visione di The Boys su Amazon Prime Video. 


Cercando Alaska
18 ottobre
Avevo ormai perso le speranze. Ci avevo rinunciato. Eppure, ad anni di distanza dalla lettura del romanzo – tutt'oggi il mio preferito di John Green – e dopo l'annuncio di un film diretto da Sarah Polley sfortunatamente mai andato in porto, l'ossessione di Cercando Alaska ritorna. Sarà una miniserie Hulu in otto puntate ambientata agli inizi del nuovo millennio. Lui ama lei, ma lei ha un cuore impenetrabile che la porterà a commettere scelte scellerate. Ripasserò i dolori della lettura grazie al piccolo schermo. Della serie so poco altro, ma non importa: sono già felice così.

mercoledì 24 ottobre 2018

I ♥ Telefilm - Speciale Halloween: The Haunting of Hill House

Da bambino mi è capitato spesso di cambiare casa. È per questo che tutt'ora mi scopro sottilmente invidioso nel sentire parlare molti dei miei coetanei, che magari hanno avuto la fortuna di nascere e crescere fra le stesse quattro mura – per quanto monotone fossero, per quanto strette gli stessero –, anziché scoprirsi fra i cinque e gli otto anni maestri di scatoloni da fare e disfare, di addii impacciati. Ho vissuto in appartamenti grandi e piccoli, ho dormito in stanze con poche tracce del mio passaggio. Case con ricordi altrui, al pari di vestiti smessi – e ogni graffio nella carta da parati era una toppa sui jeans, ogni tacca sugli stipiti per segnare gli impercettibili cambiamenti di altezza un orlo da rimboccare. Il mio trasloco più recente risale all'aprile di due anni fa – no, purtroppo non sarà quello definitivo – e ricordo molto bene, da bravo nostalgico quale resto, l'ultima volta nei cento metri quadri che per un decennio abbondante avevano custodito i nostri litigi, le nostre chiacchiere a tavola o sul divano, le nostre sortite a tradimento. A quel domicilio ho lasciato le immagini del mio cane, Gerry, un bastardino morto dieci anni fa; il profilo di mia madre, affaccendata in qualche compito dei suoi, che dal dicembre di tre anni fa incontro ormai soltanto in ambienti neutrali; i giorni neri di mio padre, le porte ammaccate dalla rabbia di mio fratello, la consapevolezza che la famiglia al completo che ricordavo non mi avrebbe mai accompagnato altrove. La nostra storia privata, i segni del nostro tempo insieme, adesso appartengono a qualcun altro: nuovi affittuari che hanno ritinteggiato, buttato via il superfluo, non riuscendo però a scacciare completamente le tracce del soggiorno lì. Nei primi tempi, sapete, guidando sovrappensiero mi è successo perfino questo: di imboccare la solita curva, di fermarmi nel parcheggio di sempre, prima di ricordare di non appartenere più a quella modesta via del centro. È per questo che, se qualcuno mi chiedesse se credo nei fantasmi, risponderei di no. Nelle case infestate, invece, sì.
The Haunting of Hill House, terza trasposizione del romanzo dell'intramontabile Shirley Jackson – autrice di nuovo sulla cresta dell'onda, con all'orizzonte un biopic con Elisabeth Moss e la versione cinematografica di Abbiamo sempre vissuto nel castello –, è una serie horror che, più che infondere paura, vorrebbe parlare a sorpresa di questo: eredità genetiche, memorie irrinunciabili, genitori e figli. Dimenticate presto, infatti, l'esperimento antropologico a cui erano sottoposti gli eterogenei sconosciuti delle pellicole precedenti: questa è né più né meno la storia di una famiglia disfunzionale. Cos'è stato degli sciagurati Crane, che avrebbero dovuto passare a Hill House soltanto un'estate e che invece, a distanza di trent'anni, non riescono ancora a venire a patti con i misteri e i dolori di quella dimora maledetta? Si è trattato di suicidio o assassinio per quella mamma un po' fata – la sempre bellissima Carla Gugino –, della cui morte si continua ad accusare il gelido capofamiglia Timothy Hutton? Abbiamo cinque protagonisti per dieci episodi: la metà di questi, se in una serie lunga e introspettiva, saranno dedicati perciò all'indagine psicologica dei singoli personaggi. Ciascuno con i propri mostri personalizzati, ciascuno con le proprie colpe davanti alla tomba della fragile Nell: sorella minore che, come la loro madre, ha scelto infine il cappio al collo. Abbiamo lo scrittore scettico e senza scrupoli che ha fatto la cresta sulla tragedia, la proprietaria di un'azienda di pompe funebri in crisi coniugale, una psicologa omosessuale terrorizzata dal contatto umano, un tossicodipendente – il gemello della defunta Nell – che da novanta giorni ha rinunciato all'aiuto delle droghe. Molto semplicemente, ci si rincontra per un'occasione spiacevole: il funerale. E con una scrittura dall'inattesa potenza teatrale, fra monologhi struggenti e confessione amare, abbonderanno i faccia a faccia furenti e i salti temporali a cui un Mike Flanagan qui al suo meglio ci aveva già abituati con Oculus (troverete gli stessi raffinati raccordi di montaggio) e Il gioco di Gerald (innumerevoli comunque le influenze kinghiane, con i ritorni all'ovile di It e l'elaborazione soprannaturale secondo Pet Sematary).
Le puntate, a mio dire troppo dense per darsi al binge watching, andrebbero viste una al giorno: meditando sulla qualità della scrittura, sugli equilibri di un cast raccolto in cui si eccelle senza mettersi in ombra – un plauso alla scelta delle interpreti femminili, somigliantissime fra loro, e alla versatilità di Michiel Huisman, non più il bello che non balla di Game of Thrones – e ai guizzi della regia, che impressiona per l'alto livello tecnico nei piani sequenza del sesto episodio. Le voci infondate che parlano di spettatori in stato di shock, colti in preda ad attacchi di vomito o insonnia, andrebbero sfatate: l'inquietudine di The Haunting of Hill House è infatti suggerita appena, attraverso i cattivi presagi disseminati qui e lì e gli eterni ritorni del poetico A Ghost Story, mentre scarseggiano il sangue e i sobbalzi gratuiti. I fantasmi patiscono l'abbandono, l'ergersi dei muri ha un significato tanto letterale quanto metaforico, la casa ha non un cuore ma un segreto apparato digerente. Il soggiorno somiglierà dunque a una lunga trance della quale i protagonisti, suscettibili ai mormorii degli antichi tenutari, tentano per tutto il tempo di svegliarsi. Si confondono realtà e immaginazione nelle nebbie del dormiveglia. Si viene a patti, in una seduta di ipnosi che fra le righe ha del terapeutico, con la delusione di cinque bambini impreparati al mondo esterno. Non si può che crescere a metà, allora: nel mito delle promesse divorate poi dalla notte; cercando invano nelle proprie relazioni l'idillio improponibile fra una mamma trasognata e un papà monolitico – lei un aquilone, lui il suo rocchetto. Prigionieri prima di quelle stanze buie, poi del ricordo, i giovani Crane spergiurano, falliscono, commuovono e perdonano, su una via per l'elaborazione che porta in conclusione dove tutto ha avuto inizio. Ci viene richiesta un'identica assenza di logica per prestare fede all'amore, per credere all'orrore. Il resto, direbbe Nell, sono coriandoli. (9)

mercoledì 4 ottobre 2017

Mr. Ciak: L'inganno, Il gioco di Gerald, Le nostre anime di notte, I peggiori

Una scuola femminile nei boschi. Un frusciare di gonne e chiome. E l'isolamento che, ben presto, viene minacciato dal ritrovamento di un uomo ferito: un mercenario bello come Colin Farrell, finito nella novella più licenziosa di Boccaccio. Il caporale rifiuta Nicole Kidman: come in Stoker, ape regina tiratissima, algida e repressa. Fa innamorare la Dunst, romantica e ingenua maestrina di francese. Si lascia tentare da Elle Fanning, un tornado irresistibile di sguardi in camera e ammiccamenti. A metà tra le passioni dei feuilleton e gli orrori del romanzo gotico – mai distante dai territori della fiaba nera, con personaggi volutamente bidimensionali, senza passato, e castelli nella nebbia – L'inganno accoglie alla porta rovesci di fortuna e inversioni di ruolo. Un gioco di colpe, in cui uomini e donne escono parimenti sconfitti – lo esemplificano le sbarre della straordinaria inquadratura finale. Esempio di cinema d'autore che richiama il pubblico in sala e, a sorpresa, diverte per la scrittura dei dialoghi (molto arguti, a dispetto di una trama esile), l'ultima Coppola è un concentrato di civetteria e tensione erotica che si lascia ammirare con l'acquolina in bocca. Esercizio stilistico pieno di accortezza e ironia, in cui tutto scorre splendido ma banale, incanta con accortezze da bozzetto impressionista (vedasi le attività quotidiane delle allieve, in cui la monotonia è opera d'arte; l'attenzione per le mani e le acconciature, dalla crocchia severa della Kidman alla criniera indomabile della Fanning) e soggioga. Peccato manchi il guizzo. Per nulla distante da ciò che mostrano i trailer, L'inganno è una bomboniera piccola e cesellata in ogni sua componente, ma imperfetta. Se la regista brilla dietro la macchina da presa, resta però imbrigliata nelle maglie delle sceneggiatura – troppo romanzesca, troppo lineare, nonostante la presenza delle tematiche a lei più care (un verdeggiante giardino di vergini omicide, la tipica leziosità di fondo che questa volta non mi ha fatto grande antipatia). E da questo covo di donne e desideri taciuti, che un po' somiglia al paradiso e un po' all'inferno, si esce sì uguali a prima, al contrario del caporale McBurney, ma con lo sguardo pieno di bellezza. Anche l'occhio vuole la sua parte: qui, tutta. (6,5)

Un fine settimana romantico nella casa sul lago, una camicia da notte con ancora il cartellino dell'acquisto, un paio di manette per innocenti fantasie di stupro. Cosa non si fa per salvare un matrimonio che, dopo dieci anni, è già in crisi di identità? A cosa non ci si piega per solleticare l'ego e i boxer di un marito annoiato, che ricorre alla pillola blu e ai giochi di ruolo? E' da uno di questi che prende avvio l'incubo di Jessie: una Carla Gugino straordinaria, che piange, strepita e si sdoppia, con il cadavere del prestante Bruce Greenwood tra le gambe. Un infarto, e la fantasia erotica di una bella coppia di mezza età diventa il delirio di uno degli Stephen King più ardui e intraducibili – purtroppo, una decina di anni fa, del romanzo non ho mai conosciuto la fine, restituito al legittimo proprietario prima del tempo. Una stanza, due personaggi, un flusso di coscienza ininterrotto sul deperire delle relazioni amorose, la fierezza delle donne, i traumi sepolti. Rischioso che si facesse cinema senza scivolare, a tratti, nella noia o nel ridicolo. Per fortuna muove le fila il miglior Mike Flanagan. La sua regia, studiata e mai statica, al sesto film può contare su un cast di tutto rispetto; una sceneggiatura raffinata, quasi di impianto teatrale; qualche trovata particolarmente brillante, ispirata alle allucinazioni di lei, che fa sì che si affastellino ai piedi del letto cani famelici, mostri veri o inventati, presente e passato. Lo spettro di Greenwood, sollevatosi dal tappeto, sobilla così al chiaro di luna e dialoga con la proiezione di un'altra Gugino: quella libera, fresca e pettinata, che non sente né la fame né la sete (ripenso a Buried, a 127 ore) e affronta a occhi aperti i flashback di un lontano giorno di eclissi. Qualcosa si incrina in un epilogo feroce, diluito con lo splatter, la CGI e le spiegazioni di troppo, ma Il gioco di Gerald – trasposizione difficoltosa e sorprendente, in attesa di assistere ai fasti annunciati dell'acclamato It – è un claustrofobico teatrino della mente, tra elaborazione e metafora. Solido quanto la testiera che frena i polsi e la deriva della sua sfortunata protagonista. Profondo come un taglio, nel suo vagare senza pace pur restando fermo immobile. (7)

Essere soli da tanto tempo, con la notte che, a una certa età, mette paura. Perché non passarla insieme, anche a costo che nella minuscola Holt la gente parli e sparli? Suona così, all'incirca, la proposta indecente che Addie fa a Louis nel romanzo postumo di Kent Haruf. Erano vedovi, dirimpettai, e prendevano sonno chiacchierando. Senza pensare al sesso, ma all'amore chissà. Al cinema – si fa per dire, perché Le nostre anime di notte, presentato fuori concorso a Venezia, è una produzione originale Netflix – gli anziani innamorati diventano Jane Fonda e Robert Redford. Lei (che ha sepolto una figlia) senza peli sulla lingua, lui (che ha messo in pericolo i suoi affetti per una relazione extraconiugale) vagamente intimidito all'inizio. Come nel romanzo, si fingono una famiglia attorno al nipotino di Addie, con papà Shoenaerts che alza il gomito e rispolvera di tanto in tanto vecchie recriminatorie. La loro vicinanza, eppure miracolosa, rivela problematiche difficili da ignorare: non sono abbastanza, ottant'anni, per concedersi un po' di sano egoismo? Più fedele del previsto alle pagine rade e laconiche dell'autore scomparso, eccezion fatta per qualche aggiunta che ammorbidisce i toni e amplia un finale altrimenti troppo stringato, il film dell'indiano Ritesh Batra delude a malincuore. Di ingiustificabile foggia televisiva piuttosto che indie, scarico, privo di intimità. Se c'è l'emozione, somiglia più alla leggerezza di un Tutto può succedere che all'inevitabile malinconia delle occasioni perse e ritrovate. Il più grande pregio e il più grande difetto insieme: i protagonisti. Bellissimi, bravissimi: anche troppo. Così tanto da stringersi per l'ultima volta in un compitino troppo piccolo per loro, e da reggerlo interamente; così tanto da tradirla e illuminarla a giorno, questa notte di grilli e confessioni, con la luce di riflettori puntata più sul glamour che sui sentimenti. (5,5)

Fabrizio e Massimo, romani a Napoli, fuggono dall'onta di una mamma truffatrice e crescono una sorella tredicenne. Il primo aspirante avvocato, l'altro manovale in nero. Hanno una Panda scalcagnata, fanno spesa ai minimarket e, se il citofono suona, sono o gli assistenti sociali, o il padrone di casa. Come elevarsi dalla mediocrità, se la Campania nasconde le sue contraddizioni dietro un dito? Come arricchirsi, se alla criminalità spettano le porzioni migliori? Le risposte e le colpe sono da rintracciare nei fumetti. Una maschera (di Maradona), un account cifrato, un'armatura messa su alla bell'e meglio e, con un pene scarabbochiato come simbolo, i protagonisti si improvvisano novelli Robin Hood. Vigilanti che rubano ai ricchi per dare ai poveri, ma sotto compenso. La città e la regia, moderna e fresca, ricordano il cinema dei Manetti Bros. L'idea – eroi di periferia, armati di disperazione e belle speranze – ha il difetto di scontrarsi con il ricordo freschissimo e bellissimo di Lo chiamavano Jeeg Robot. Scapestrata commedia d'azione con i conti in rosso degli italiani e le suggestioni degli americani, da Kick-Ass a Birdman (occhio alla pioggia di luci all'ingresso di un negozietto cinese), I peggiori è meglio di quanto il titolo suggerisce. Merito, soprattutto, di due protagonisti convincenti tanto nei momenti comici quanto nel conflitto (il Lino Guanciale più amato dalle casalinghe italiane e la rivelazione Vincenzo Alfieri, che recita, abbozza e dirige). Si ride spesso e, tocca ammetterlo, più per la scontata verve del dialetto che per la brillantezza della scrittura. Si loda il tentativo, buono soprattutto nella prima metà, di allontanarsi da un cinema piccolo e provinciale. A non decollare, però, è l'indagine, dove un inedito Izzo tenta di incastrare Antonella Attili. Come se si trattasse di una puntata scritta alla buona, eppure decisamente perdonabile, di un serial che potrebbe altrimenti contare sui ritmi e i volti giusti. Un'emozione da poco, per dirla allo Zingaro, a cui chiedevamo tanto così di più. (6)