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giovedì 6 luglio 2017

Mr. Ciak: Il padre d'Italia, Okja, The Circle, King Arthur, The Dinner

Non sentivo un film da mesi. Non cominciavo così da un po'. Trovo confortante, perciò, dirvi che si parte di nuovo da qui: come piace a me. Ragazzo conosce ragazza. Paolo, orfano pavido e bisognoso, si è perso in mezzo alle luci stroboscopiche di un locale gay: cerca di scongiurare il suo compagno affinché gli dia una seconda chance. Mia, volitiva sin dal nome, è al sesto mese di gravidanza: ha bevuto troppo, si accascia tra le braccia di lui. Che è un gigante buono dagli occhi tristissimi e, per carattere, non sa dire di no. Quella Madonnina con i tatuaggi e i capelli rosa lo prende per mano e lo trascina a 1300 chilometri di distanza. Da copione, ci si innamora o quasi nel mentre. Al centro: le chiacchiere e le liti, le tappe che nessuno avrebbe immaginato. Alla fine: una chiusa agrodolce, di quelle che se è la sera giusta sanno commuovere. Il padre d'Italia è un dramma su ruote con un po' di Away We Go, un po' di Una giornata particolare e tanta bellezza. Introspettivo, intimo, parlato a lungo, pone al centro i suoi personaggi – caratterizzati con cura e pazienza, vicini a me –, e la regia sincronizza di conseguenza il suo passo al loro. L'irruenza della Ragonese e i silenzi carichi di Marinelli (magnifico, e con un altro personaggio, dopo il memorabile Guido di Tutti i santi i giorni, in cui ci sono i miei stessi punti di saturazione) chiamano a sé gli Smiths e la Bertè canticchiati piano, le lunghe carrellate e i personaggi di spalle, le ipnotiche luci al neon del cinema di Dolan. Mollo ha lo sguardo indie che piace; l'alchimia di due che quei personaggi intensissimi sanno portarli in vita con un gesto; lo sfondo in movimento di un'Italia bigotta, con etichette che affibbiano sensi di colpa perfino all'amore. Paolo, troppo cerebrale di suo, ne è pieno. E' contro natura che uno come lui diventi genitore? E' contro natura, dopo la sofferta convivenza con un uomo, prendersi cura di una sciagurata che sfida il mare col petto in fuori e, a letto, gli ricorda quanto è caldo un altro corpo? Il liquido amniotico restituisce l'illusione di una seconda infanzia; le donne insegnano a galleggiare. Il padre d'Italia preferisce parlare d'appartenenza e istinto, senza sollevare polveroni. Di miracoli che, nella mano grinzosa di una figlia, fanno riaffiorare il volto di una madre. Dell'emozione di sbagliare strada, scoprendosi lo stesso a casa. (7,5) 

Sulle montagne della Corea crescono una bambina ribelle e un maiale da concorso, promesso ai banchetti di una spietata multinazionale. Il consumismo rompe l'idillio. L'animale è caricato a forza in un furgone. La sua amica non si arrende: lo segue ovunque, incrociando gli adepti della Mirando Corporation (Tilda Swinton, novella Crudelia De Mon, e il cacciatore dell'esagerato Gyllenhaal) e un gruppo di animalisti reazionari (Dano e la Collins, purtroppo poco utilizzati). Presentato a Cannes, l'ultimo Bong Joon-ho divideva perché non destinato alle sale: Netflix rappresenta forse un danno? Il ginepraio ha fatto sì che l'enorme animale domestico e il coraggio della sua amica passassero quasi inosservati. Benché fosse lecito aspettarsi qualcosa di più, soprattutto da una scrittura che accenna ma non approfondisce, Okja è un film per famiglie che vorrebbe divertire e sensibilizzare: in parte, ci riesce. Con una delicata computer grafica che non fa rimpiangere la rozzezza degli ultimi blockbuster e una regia al solito esemplare, la fiaba del regista orientale – social ed eco-friendly – è parzialmente irrisolta ma centrata. Ci si emoziona, ma senza scontarsi con i picchi melodrammatici cari ai coreani (perfino in Train to Busan, solido zombie-movie, toccava mettere in conto fiumi di lacrime); si lotta affinché trionfino il lieto fine e il candore dei bambini, ma tutto ha un prezzo. Un po' Babe in chiave satirica, un po' E.T.Okja lascia non abbastanza commossi da glissare sui punti oscuri della sceneggiatura, ma ricorda il cinema di storie, sentimenti e illusioni che mi ha reso un appassionato. Dove ci sono sia la forma che la sostanza. Dove il vecchio (penso alle amicizie di Dahl, a Ende) incontra un nuovo modo di pensare l'intrattenimento e, nel bene e nel male, ne ritocca i connotati. (7)

Tutti sono nell'occhio di The Circle, azienda futuribile che fa il verso al Grande Fratello di George Orwell. A scoprirlo, una stagista che suo malgrado diventa un esperimento che cammina. Fino a ritrovarsi, com'è prevedibile, con le spalle al muro. Le tecnologie brevettate da un aspirante Steve Jobs mostrano che un mondo senza segreti è un mondo senza bugie. In nome del bene pubblico, però, si può mettere in pericolo qualcun altro? Il best-seller di Dave Eggers sembrava plausibile e inquietante. Al cinema, invece, il thriller su una generazioni di esibizionisti e voyeur – pensate alle dirette su Facebook, alle storie di Instagram, ai selfie in ogni dove: all'esserci a tutti i costi – è inconcludente e confuso. Una delle peggiori visioni dell'anno. Lungo spot di Youtube da skippare, senza ritmo e senza tensione, The Circle ha uno spunto tutt'altro che esecrabile ma di cui, cosa che eppure accade perfino nelle peggiori trasposizioni, non ho visto il potenziale tra le righe – di recuperare il romanzo perciò no, non se ne parla. A remargli contro, due protagonisti che già ho poco in simpatia: l'indigesto guru Tom Hanks, che ci grazia con un ruolo marginale; una Emma Watson più rigida e fuori posto del solito, in vacanza o da Hogwarts o da una comune amish – fa piacere intravedere però il bimbo cresciuto di Boyhood e Bill Paxton, in una delle sue ultime apparizioni. Quanto sei social? Quanto odieresti avere una telecamera addosso, se vivi comunque una vita online? Cos'hai da nascondere? A rischio, la privacy; il futuro. Riflessioni brucianti ma scolastiche, troppe risposte eluse, un'idea alle ortiche. Gli scarti di Black Mirror non sfamano. (4)

A riprova di quanto sia stato un bambino strano, lo scarso interesse verso il ciclo arturiano. Non mi piaceva La spada nella roccia e, più in là, ho abbandonato per stanchezza la visione di Merlin e Camelot. Ci riprova Guy Ritchie – fratellastro ipodotato di Rodriguez e Tarantino, con un paio di mancati cult nei primi anni Duemila e una vita consacrata al gossip –, non pago di aver profanato la tomba di Conan Doyle. Il giovane Artù, allontanato dal palazzo reale, si muove tutt'altro che in sordina in una Londra postmoderna. Lo zio usurpatore vuole eliminarlo; il nipote mira al colpo di stato. Che costi pure qualche sacrificio, un tocco di magia, singolar tenzoni disputate al rallenty. Non mancano gli elefanti (in Inghilterra), il montaggio forsennato e una colonna sonora come un martello pneumatico. I destrieri nerissimi, le torri in costruzione e le immense adunate ricordano un Signore degli anelli in cerca della compagnia del cattivo gusto. King Arthur è confusionario e affollato. A me, dopo il divertimento della prima parte, ha dato un mal di testa che manco la prima e ultima volta in discoteca. Quello che appare spassoso, dopo un po', viene infatti a noia. Quei salti qui e lì, più lunghi della gamba, ispirano l'effetto collaterale di un conato. Law si tiene strette le smanie di potere del papa di Sorrentino e qualche ghigno di troppo: la cosa più degna di meraviglia, nella sua prova, è la la strenua lotta tra la stempiatura e la forza di gravità. Un loquace e piacione Hunnam, riposto il chiodo, ripiega sul fisico scolpito e un passato alla Oliver Twist. Esagera con il gel effetto bagnato, obbligatoriamente richiesto dal doppio taglio all'ultimo grido: l'unto della brillantina potrebbe dargli più di qualche grana durante l'incoronazione o, che Dio e il parrucchiere salvino le nostre anime, nell'eventualità di un sequel. (5) 

Un tavolo per quattro, un rigido dress code. Da una parte siedono Coogan e la Linney, professore idealista con consorte. Dall'altra, invece, l'aspirante governatore Gere e Rebecca Hall, moglie trofeo. Il tema lo conoscete, soprattutto se avete in libreria il romanzo di Koch o avete intravisto la riuscita trasposizione italiana, I nostri ragazzi: figli colpevoli di un crimine orribile. Denunciarli o proteggerli? Debitamente scandita dall'arrivo delle numerose portate, la versione americana di Oren Moverman approfondisce l'inconciliabilità dei fratelli Lohman, introducendo altre voci sul menu. Digressioni ora azzeccate, ora accessorie, che rimandano a data da destinarsi il momento di pagare il conto e fan sì che, purtroppo, la riflessione centrale passi in secondo piano – le nevrosi dell'uno e il politicamente corretto dell'altro distolgono dalla ferocia delle mamme chiocce, dai moventi un po' generalisti della nostra peggio gioventù. The Dinner, scegliendo ristorante e cast stellati, fa i conti con la retorica a stelle e strisce, un finale che non morde e la scelta incomprensibile di rimandare il momento clou a dopo il dessert. L'occhio, però, che ama il teatro e l'eleganza di certe messe in scena (Moverman non è né Haneke né Polanski: ma scimmiotta quelli giusti, ha buon gusto), è soddisfatto. La mise en place è da manuale, ma la compagnia antipatica e i piatti pretenziosi. Quest'ultima cena si dilunga, appesantisce, propone un conto salato. Squilibrata, acida, nerissima. A ricordarci che la famiglia, talvolta, è il miglior anticoncezionale. (6)

venerdì 30 dicembre 2016

[2016] Top 10: Le serie TV



10. Rocco Schiavone: Per il vicequestore romano, i gialli da risolvere sono una rottura di coglioni del decimo grado. Ma, su una scala da uno a dieci, dov'è che si colloca il piacere della sua compagnia?
9. La mafia uccide solo d'estate: La fiaba che, in pillole, fa bene parlando del male.
8. Shameless VII: Anno bisesto, anno funesto; intanto, ci ha regalato ben due appuntamenti coi Gallagher. E alle loro rumorose catastrofi corrispondono puntualmente le nostre gioie.
7. Westworld: Ronza una mosca; i protagonisti la scacciano via con un gesto della mano. Un fastidio che anticipa il risveglio dei sensi. L'insetto continuerà a ronzare, insieme al pensiero di essere – e non a torto - in presenza di una fra le serie dell'anno.
6. Daredevil II: Occhio per occhio, e il mondo divenne cieco. 
5. The Young Pope: Non ha convertito appieno uno scettico come me, ma è comunque gaudio e tripudio per il controverso Pio XIII: bello come Jude Law e, pare, più di Gesù.
4. Black Mirror III: Lo specchio, agli inizi, è più nero che mai. Nella terza stagione lo lucidano regie patinate, volti noti, toni che accettano il compromesso. Ma il riflesso, in un caso come nell'altro, spaventa.
3. This is us: Semplice è bello. Bellissimo.
2. Stranger Things: I favolosi anni '80. Non c'ero, ma è come se ci fossi stato. 
1. The OA: Visione frustrante e degna di meraviglia. Imperfetta, e perciò rara. Ti prende e ti porta dove e quando vuole lei. A confine.

Migliore attrice protagonista:
Penny Dreadful III – Eva Green
American Crime Story – Sarah Paulson
The OA – Brit Marling
Migliore attore protagonista:
The Young Pope - Jude Law
Rocco Schiavone - Marco Giallini
Mozart in the Jungle III - Gael Garcia Bernal
Migliore attrice non protagonista:
Westworld - Thandie Newton
Penny Dreadful III – Billie Piper
This is us – Mandy Moore
Migliore attore non protagonista:
This is us – Ron Chepas Jones
The Young Pope – Silvio Orlando
Westworld - Anthony Hopkins, Ed Harris


Muchacha sexy:
The Exorcist – Hannah Kasulka
Mozart in the Jungle III – Monica Bellucci
The Get Down – Herizen Guardiola
Bello e impossibile:
Preacher – Dominic Cooper
Rocco Schiavone – Marco Giallini
This is us – Milo Ventimiglia, Justin Hartley
Nice to meet you:
Stranger Things - Mille Bobby Brown
Fleabag – Phoebe Waller Bridge
American Crime Story, This is us – Sterling K. Brown
La coppia più bella del mondo:
Black Mirror - Mbatha-Raw, Davis
Shameless – Monaghan, Fischer
Rocco Schiavone – Giallini, Ragonese


Sing!:
The Get Down – Set me free
Jane The Virgin III – Locked Out of Heaven
No Tomorrow – Don't Stop Believing
Psycho Killer!:
AHS: Roanoke – Kathy Bates
Westworld – Ed Harris
The OA – Jason Isaacs
Let's talk about sex:
Sense8: Speciale Natale – L'ammucchiata telepatica
Westworld – Thandie Newton, Rodrigo Santoro
The Oa – Paz Vega, Emory Cohen
Cry me a river:
This is us – The Trip
Penny Dreadful – A blade of grass
22.11.63 – The day in question
The A-Team:
This is us
Shameless
Stranger Things

sabato 3 dicembre 2016

I ♥ Telefilm: The Young Pope, Fleabag, You're the Worst - Stagione 3

Il Papa giovane conquistava, con l'angelus in apertura in cui si schierava a favore dell'aborto e delle unioni civili. Ma era solo il sogno ad occhi aperti di un quarantenne capitato per caso sul soglio pontificio. Pedina manovrabile, si rivelava poi un osso duro. Bello come Gesù, non si concedeva ai fotografi. Previdente, raccoglieva confessioni nerissime per ricatti e tornaconti personali. Il colpo di testa iniziale era solo lavoro d'immaginazione: e il resto? Lenny Belardo è un santo o un diavolo? Il suo pontificato è una farsa? Sorrentino ci è o ci fa? The Young Pope ha un inizio sorprendente, soprattutto se i manierismi e i vezzi del nostro regista poco li si tollera. Prende un sulfureo Jude Law, attore non più sulla cresta dell'onda, e lo consacra. Prende la Chiesa Cattolica, istituzione di dubbia limpidezza, e ne scandaglia i meccanismi segreti. Tutt'intorno, personaggi che il nostro Papa lo allisciano e lo sabotano: Diane Keaton, guida spirituale che sostituisce una figura materna latitante; uno strepitoso Silvio Orlando, più interessato alla formazione del Napoli che al suo gregge; le biondissime Cécile De France e Ludivine Sagnier, la prima scaltra addetta stampa e la seconda moglie di una guardia svizzera; Javier Càmara, a New York per incastrare chi la Chiesa la infanga commettendo violenza, e uno Scott Shepherd che in Honduras fa vita lussuriosa. Un cast in forma smagliante e un perfetto capomastro, eppure spesso fa capolino il Sorrentino che non capisco: se la vestizione di Lenny con I'm sexy and I know it in sottofondo ha del geniale, se Nada ringrazia per un suo pezzo passato inosservato e rispolverato qui dall'accorto regista campano, meno riconoscenza e meno stupore vanno a una scrittura fiume che, al solito, sconfina qui e lì nel kitsch. Mi sono parse ridicole – non so se volontariamente o non – le tresche di Dussolier con la conturbante consorte di un immaginario narcotrafficante; si arriva alle puntate conclusive, purtroppo non all'altezza delle prime, curiosi e un po' stanchi. Paolo Sorrentino non perde la sua infondondibile cifra stilistica: qualcuno se ne rallegra, io non troppo. Impossibile però, pur avendo storto a tratti il naso e nutrendo più dubbi sul suo finale che sull'esistenza dello stesso Dio, non riconoscergli innumerevoli meriti: monologhi e dialoghi potentissimi, quando non abbondano i silenzi o le canzoni pop; una direzione impeccabile e il coraggio dei folli; memorabili scene madri (la preghiera silenziosa sul fondo di una piscina, o quella tra il rombare dei camion). L'egocentrico Sorrentino racconta l'umanità di un Pontefice che somiglia un po' a Bergoglio, un po' a Luciani, un po' a Ratzinger, ma The Young Pope è tale e quale a lui: supponente, misantropo, strabordante. Crederci è un atto di fede. Non apprezzarlo – soprattutto se in dieci ore complessive, da spettatori profani, c'era da temere maggiori stranezze – è peccato mortale. The Young Pope non ha convertito appieno uno scettico come me - se si parla di religione, se si parla di presunto cinema d'autore. Ma nonostante i nostri reciproci peccati - ermetico lui, in compagnia di un fondatissimo pregiudizio io – è gaudio e tripudio per il controverso Pio XIII. (7,5)

La protagonista senza nome è una trentenne non particolarmente fortunata in una Londra non particolarmente ospitale. Proprietaria di un bar la cui attrazione principale è un porcellino d'india, abbandonata da una socia in affari morta suicida, la ragazza – single, anaffettiva, sarcastica – si dipana tra relazioni di una notte e via, imbarazzanti cene in famiglia, tentativi disperati di salvare dal fallimento quell'attività in cui ha investito tempo e speranze. Poco appariscente, sempre su piazza, accoglie nel proprio letto amanti occasionali che, dopo la sveltina, hanno sempre di meglio da fare. Sua sorella, madre di famiglia, al contrario, è la perfetta donna di casa. Fleabag è immatura e sola, ma ci ride su. Si concede e non pensa al futuro. Nei suoi sguardi in camera, tanta simpatia ma un fondo d'amarezza. Sboccata, leggera, irresponsabile, ci apre per venti minuti a settimana le porte della sua vita a un bivio. E fa morire dal ridere, con l'umorismo nero di Catastrophe e gli spunti di un Girls londinese, ma c'è altro. Tra siparietti e amplessi, il pensiero fisso all'amica scomparsa. C'è un segreto, un dolore, che la protagonista tiene infatti per sé. Fleabag potrebbe essere la comedy rivelazione di questo 2016. Ha un'ironia che adoro, un formato che non annoia e, soprattutto, una protagonista perfetta. La giovanissima Phoebe Waller-Bridge, anche autrice, ha un viso davanti al quale è impossibile restare seri: anche affascinante a modo suo, con un accento che rende perfino i brutti anatroccoli irresistibili, ha un'espressività – penso a Rowan Atkinson, a Leslie Nielesen – straordinaria. Purtroppo, sei episodi son pochi. E finisce senza che tu te ne accorga, quasi. La settimana successiva ero lì che, invano, ne aspettavo un altro. In attesa che la Waller-Bridge ritorni, con il suo trucco a pezzi e la sua tragicomica vita privata, con un segreto messo finalmente a nudo, si aguzzano le orecchie in attesa di un ronzio. Chi avrebbe mai detto che avrei aspettato con tale impazienza l'arrivo di una dolce parassita? (7)

Nella miriade di comedy che ho sedotto e abbandonato, You're the worst – che eppure parla di due amanti allergici alla serietà, alla relazioni a lungo termine – ha avuto un destino ben diverso. Mi fa compagnia da tre anni. La prima stagione, sexy e innovativa, era una commedia rosa che abbracciava un intero spettro di colori. La seconda, più riflessiva, mostrava i protagonisti a un bivio: si rimaneva amici di letto anche nella cattiva sorte? Si finiva con un ti amo, quella volta lì; con la voglia di non scappare a gambe levate dall'altra parte. Jimmy e Gretchen sono tornati con l'estate che finiva. Con loro, un Edgar che tenta la strada dello youtuber e cura i suoi traumi di guerra con la scusa della marijuana terapeutica; una Lindsday sempre irresponsabile e svampita che, in dolce attesa, si riprende il vecchio marito e propone di aprire la camera da letto a un terzo incomodo. Jimmy, romanziere dall'eterno blocco, scrive recuperando il tempo sprecato: l'improvvisa morte del padre, uomo profondamente odiato, da una parte lo motiva e dall'altra gli dà nuove rogne. Voleva diventare autore di best-seller e trasferirsi in America solo per fargli un dispetto? Gretchen, in cura da un'analista a cui rivolge insulti su insulti, uscita dal baratro, prova a essere una buona compagna e un'amica affidabile: difficile, se non addirittura impossibile, abbandonare il suo sregolato, consolidato modus vivendi. Stessa squadra vincente, stesso umorismo pungente, meno ammiccamenti e più responsabilità in ballo. Ma questo nuovo appuntamento con You're the worst, nonostante i suoi tredici episodi complessivi, non porta purtroppo a nuove svolte. Si sorride e, qui e lì, se gli episodi contemplano le vicessitudini di personaggi secondari che poco abbiamo a cuore, li si salta per noia. L'inglesino Chris Geere e l'adorabile Aya Cash non maturano, eludendo per il terzo anno consecutivo doveri e scadenze. Quando si passa da impegnati a fidanzati ufficialmente? Quando si cresce? Se non si va né avanti né indietro, perché allora non ci si lascia per sempre? La serie di Stephen Falk resta realistica, cinica, brillante. Nel male, la solita. (6)

sabato 12 novembre 2016

Zapping: The Young Pope, Rocco Schiavone, No Tomorrow

L'hanno eletto pensando di manipolarlo. Ma Lenny, orfano americano protagonista di un'ascesa folgorante, ne sa una più del diavolo. E, di bianco vestito e con un crocifisso sulla testata del letto, è il Pontefice in persona. The Young Pope, attesissima dai più, è la serie evento firmata da Paolo Sorrentino. Orgoglio italiano, mi ha sempre suscitato una profonda antipatia. Presuntuoso, patinato, vanesio com'è. Il suo regno, La grande bellezza. In cerca di redenzione, mi ero ricreduto con Youth: una storia ambientata sulle alpi svizzere, con un cast d'eccezione, in cui non tutto era un copia-incolla in memoria di Fellini. Potevo sorbirmi, però, dieci ore complessive di Sorrentino? Poteva entusiasmarmi il suo ritorno alla Roma di Toni Servillo, e per di più sullo sfondo di un mondo che mi vuole scettico? I manierismi di Paolo, la Chiesa cattolica: troppo, se tutto insieme. Invece, sin dall'incipit, The Young Pope stupisce e diverte. Pungente, anticonformista, provocatorio. Perfettamente riconoscibile, ma meno astratto, meno onirico; con dialoghi fiume a cui non assistevo dalla visione di Steve Jobs, scarsi sofismi, angelus surreali che celebrano la modernità. Il Papa, in una Roma uggiosa in cui si diradano le nubi all'improvviso, parla di masturbazione, aborto, eutanasia, unioni civili. E non le condanna. E, benché fotogenico e affascinante, “più bello di Gesù”, rifiuta l'apparenza. E' buono o cattivo? Vuole distruggerla o riformarla, questa Chiesa corrotta e antiquata che ci allontana dal culto, anziché salvarci? Impossibile esprimersi, se un Jude Law fascinoso e carismatico come non mai ha una faccia che dice tutto e niente. Certo, più cristalline – seppure nella loro crudeltà – le intenzioni dell'esilarante Silvio Orlando e di un'impassibile Diane Keaton, che sembrano rubati agli intrighi di Scandal. In attesa di capire dove vorrà andare a parare, in cerca dell'episodio successivo, questo imprevedibile Sorrentino in pillole mi ha convertito alla sua causa. (Sì)

Ho notato in libreria i gialli di Antonio Manzini quando, ormai, il debutto della serie televisiva era questione di giorni. Dopo i pessimi L'allieva e I Medici – premiati dagli ascolti, ma abbandonati al primo episodio senza colpo ferire -, le speranze latitavano. Guardo il primo episodio e basta, mi sono detto: prevedibilmente, mi invoglierà a non proseguire e, da lì, recuperare i romanzi sarà automatico. Rai Due, dopo L'ispettore Coliandro, vuole sorprenderci con un'altra chicca. Il primo episodio, trasposizione di Pista nera, è un piccolo film a tutti gli effetti: taglio cinematografico, protagonista di prima scelta, toni noir che conoscono un inaspettato umorismo. Dirige Michele Soavi, a lungo bollato come promettente e altrettanto a lungo collaboratore di Dario Argento; interpreta il vicequestore romano trasferito in alta montagna un Marco Giallini perfetto. Tipo bizzarro, Schiavone: il carattere burbero, il linguaggio colorito, troppe sigarette e perfino qualche canna, nonostante il distintivo. Cosa ha causato il suo esilio al nord? Riuscirà a rigare dritto, mentre un amico trafficante gli indica un carico che scotta? Per certi versi capace di grandi gesti di generosità, per altri truffaldino e avido, Schiavone è l'incarnazione del politicamente scorretto. Lascia Isabella Ragonese a casa, mentre si intrattiene con l'amante sul retro di una boutique di abiti da sposa; tenta di dare un'identità al cadavere smembrato trovato sotto i cingoli di un gatto delle nevi; collabora con la giustizia e, nel mentre, la ostacola. Con lui, un giovane poliziotto debole di stomaco da indirizzare al lato oscuro della divisa e alle gioie del sarcasmo gratuito. Calibrato mix di rigore e leggerezza, Rocco Schiavone si fa seguire partecipi, divertiti e, davanti al colpo di scena dell'epilogo, colti in contropiede. Nel mentre, fa borbottare i politici e i benpensanti. Sotto la neve, i cadaveri e le vere sorprese del piccolo schermo. Ecco come si può fare bene con poco, non planando sulle vette e gli eccessi dell'ultimo Sorrentino. Ecco come rosico, io, perché questo Rocco lo conosco solo ora. Solo qui. (Sì)

Evie fa tira e molla con il fidanzato storico e fantastica su un ragazzo incrociato al mercato. Per puro caso, si rivedono: lui, infatti, è il nuovo vicino di casa. A essere bello è bello, a piacersi si piacciono, ma Xavier ha un segreto di cui prontamente la mette a conoscenza. Un difetto grande quanto un meteorite. Fanatico di cospirazioni, si dice in possesso delle prove dell'imminente fine del mondo. Si è licenzialo. Ha deciso di godersi la vita, finché dura. E vuole trascinare Evie nella sua folla. Se avesse torto? Ma se, in fondo, avesse ragione? A No Tomorrow, commedia romantica targata The CW, non si può dire granché male. Piacevole, lieve e solare, ha uno spunto interessante che vivacizza una storia d'amore, in apparenza, piuttosto convenzionale. La paura di un'imminente catastrofe, infatti, spinge i protagonisti a bruciare le tappe; a mettersi in gioco. Perché non voltare pagina, perché non vincere la paura del palcoscenico e cantare, se del “domani non v'è certezza”? Ho avuto l'impressione che quaranta minuti fossero un po' troppi, però: in formato sit-com, No Tomorrow risulterebbe molto più facile da incastrare tra una visione e l'altra. Tori Anderson, canadese bionda e tutta pepe, fa simpatia. Joshua Sasse, salutato in Galavant, ci riprova. Gli episodi intanto si accumulano, e di darsi a una maratona, nonostante la leggerezza, c'è poca voglia. Discreto, sì. Non la fine del mondo. (Nì)