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sabato 30 novembre 2024

Sulla bocca di tutti: Wicked | The Substance | Anora | Parthenope

Smisurato, opulento, coloratissimo, resterà lo spettacolo spettacolare di queste feste. Messo in scena a Broadway da oltre vent'anni, Wicked è un classico del musical che aspettava di arrivare al cinema da un po'. L'ha spuntata, infine, Jon M. Chu: dopo in In the Heights, il regista torna con agilità al genere e raduna un cast impareggiabile. Se il film elettrizza non è soltanto per le scenografie degne delle magie di Hogwarts, né per le coreografie trascinanti (il numero migliore è affidato a Bailey: irresistibile principe-ballerino in fuga dai cliché), ma per l'affinità alchemica tra Erivo e Grande. Se la prima impersona con fierezza un'emarginata dalla pelle verde e dagli acuti struggenti, è la popstar la vera rivelazione: frivola e appariscente, stupisce per gli eccezionali tempi comici e per l'adesione al personaggio. Molto più di un semplice prequel, Wicked punta il dito contro le macchinazioni dei potenti: il potere è un'illusione ottica e la diversità può diventare strumento di propaganda. Divisa tra orgoglio e repressione, Elphaba cerca il suo posto nel mondo in una fiaba che parlava di inclusione, disabilità e specismo ben prima dell'algoritmo di Netflix. Onesto e mai didascalico, il film giunge forse in ritardo a ribadire il messaggio, ma conserva la purezza disarmante di chi fa le cose per la prima volta. Se vi siete sentiti incompresi, qui troverete un senso di appartenenza che vi farà sentire parte di una grandiosa coreografia a prova di gravità. Non abbiate paura di apparire scoordinati: la vita, a tempo debito, vi ha già insegnato tutti i passi. (8)

Non c'è amante più ingrato dello show business. Cinquant'anni sono troppi, decreta, e a poco servono le sedute di ginnastica sfiancanti o i bisturi dei chirurghi. Hollywood si è trasformata in un tritacarne anche per Demi Moore. A lungo lontana dagli schermi, l'ex sex symbol degli anni Novanta si mette a nudo con un ruolo a tratti autobiografico. Non è un canto del cigno, questo, ma un ritorno di fiamma. Fargeat, bravissima in materia di vendette, le cuce addosso un “revenge dress” impossibile da ignorare, con un profondo scollo sulla schiena: è da lì, dalla carne viva, che sbuca Margaret Qualley — la versione più giovane, bella, soda di Demi. Chi vorrebbe tornarsene in un anonimato fatto di comfort food e appuntamenti mancati quando il proprio alter-ego giganteggia, intanto, sui manifesti pubblicitari? Glamour e ributtante, puntuale tanto nei rimandi filmici — Kubrick, Cronenberg, Zemeckis — quanto nelle scudisciate al patriarcato, l'horror premiato a Cannes si confronta con il tema del doppio per riflettere di standard irraggiungibili, competizione femminile, fallocentrismo. La regista escogita un brillante contrappasso di aghi e tagli, escrescenze e secrezioni, dove i mostri del gotico inglese (Frankenstein, Gray, Jekyll e Hyde) trascinano in un amplesso insanguinato tutte le dive tristi raccattate lungo il viale del tramonto (Swanson, Davis, Crawford). Irreversibilmente intrecciati, i morti di fama formeranno una creatura plasmata dai desideri più meschini degli uomini. Per non chiamarci mostri, la chiameremo mostro. (9)

Qualche anno fa, per un addio al celibato, sono stato in uno strip club. Ricordo il vago imbarazzo e la fascinazione verso le spogliarelliste: maestose, ti sussurravano all'orecchio proposte di privé e storie personali. L'ultima protagonista di Sean Baker avrebbe potuto essere una di loro. Giovane e piena di dignità, fa del palo un mezzo di ascesa sociale. Quale sarebbe il risultato se i Coen o Tarantino dirigessero una commedia romantica? Fresco di Palma d'oro, Baker firma un tour de force spassoso e tentacolare, destinato a una deriva rocambolesca in cui questa novella Pretty Woman rischia, a tratti, di scomparire. In cerca del viziato neomarito in fuga, una Mikey Madison da Oscar dà anima e corpo a una sex worker candida e sboccata, divisa tra romanticismo e rivalsa. A proprio agio con il sesso, ma terrorizzata dall'intimità, ci regala la scena più esilarante dell'anno (il tentativo dei tirapiedi russi di rabbonirla) e quella più struggente (l'epilogo in macchina). Il volume delle conversazioni resta troppo alto per i miei gusti. La dimensione corale sposta frequentemente il focus sui lazzi comici dei comprimari. Ma Anora, per fortuna, riconquista le attenzioni dello spettatore proprio in chiusura, spalleggiata da uno scagnozzo dal cuore d'oro. Quando la volontà di potenza, ormai annientata, ti lascia con l'amaro in bocca e il risveglio dal famoso sogno americano ti strappa dagli occhi, infine, il pianto di un bambino deluso. (7,5)

Sedotta e abbandonata da Ulisse, Parthenope si tolse la vita schiantandosi sugli scogli. Napoli è sorta lì: sulla scena del crimine di un amore infelice. La protagonista dell'ultimo Sorrentino e la sirena di Omero hanno in comune ben più del nome. Ma mentre il personaggio leggendario muore tragicamente, la Parthenope di Paolo Sorrentino scoppia di vita in un film che ha la grazia, l'incanto e la presuntuosità della gioventù. Interpretata da Celeste Dalla Porta, abbagliante come lo fu soltanto Bellucci in Malena, cerca dappertutto sé stessa: mai negli occhi degli uomini, anche se tutti (dallo scrittore omosessuale interpretato da Gary Oldman al fratello incestuoso) ne sono invaghiti. La tenteranno le chimere del cinema e i rituali dei clan malavitosi, la corruzione del clero e il mondo accademico. Per il resto, c'è Sorrentino che fa Sorrentino: immagini e colonna sonora si sposano in fantasmagorie barocche; gli inserirti onirici, parodici e grotteschi abbondano; le sequenze memorabili — il ballo a tre sulle note di Cocciante — sono giustapposte a sequenze troppo slegate. Cosa pensa Parthenope? Cosa pensare, soprattutto, di Parthenope? Il film e la sua protagonista hanno la risposta sempre pronta, ma si trincerano dietro snervanti aforismi. Si schermano dietro veli, vetri, maschere per nascondere e amplificare i loro misteri. Sono un miracolo o una truffa? Il dubbio resta, anche se uno sguardo di Dalla Porta — un'altra disunita, un'altra grande bellezza — scioglierebbe finanche il sangue di San Gennaro. (7)

venerdì 3 dicembre 2021

Le serie sulla bocca di tutti: Strappare lungo i bordi | Maid | Scenes from a Marriage | The White Lotus | Only Murders in the Building

Zero, artista aspirante, maestro dell'inazione e degli amori inespressi, è un analfabeta sentimentale con un armadillo per grillo parlante e un biglietto per Brescia. Nel tempo libero si stordisce di seghe, plumcake e autocommiserazione. Dove sta andando accompagnato dagli amici di sempre, Sara e Secco? Per ingannare l'angoscia, durante questo viaggio della vita – e della morte –, darà avvio a un flusso di coscienza brillante, verboso, coloratissimo, capace di raccontare a suon di citazioni nerd il precariato, l'indecisione cronica, l'istruzione scolastica, le relazioni tossiche, gli aneddoti belli e quelli brutti. Già conosciuto attraverso la trasposizione di La profezia dell'armadillo, Zero mi ha fatto prima bene e poi male. Zero non mi piace. Zero mi somiglia così tanto da mettermi in imbarazzo. Alter-ego di un famoso fumettista romano, che questa volta scrive, dirige e doppia per Netflix, è la voce dolente di una generazione vicinissima alla mia tanto nella pazza gioia quanto nella disperazione. Perché essere giovani, oggi, significa sentirsi degli eterni fogli accartocciati. Non abbiamo linee tratteggiate da seguire, né forbici per realizzare un bel lavoro di precisione. Strappiamo alla cazzo di cane, e ci strappiamo. Siamo stracci, coriandoli. Siamo tagli. Nel ricordarcelo, nichilista con ironia, Zerocalcare firma una delle migliori novità dell'anno corrente. (8)

In fuga da una relazione tossica insieme alla figlioletta, Alex sbarca il lunario come domestica. Pulisce le case dei ricchi, e ne carpisce le storie, i segreti, le felicità apparenti. Alex smacchia, sgrassa e lucida in silenzio. Ma a dispetto degli sforzi titanici non riesce a cancellare i dolori della propria famiglia disastrata, composta da una madre bipolare, un padre assente e un partner tenero ma imprevedibile negli sbalzi d'umore. Attraverso i viavai giornalieri della protagonista, questa miniserie – ispirata a una storia vera – racconta con sguardo partecipe i figli di un Dio minore. Quelli dei sussidi statali, delle case-famiglia, del buoni pasti: i novelli miserabili. Prodotta dagli autori di Shameless e Promising Young Woman, Maid descrive in maniera simile il disagio sociale e la solidarietà femminile senza però mai propendere per il grottesco. Realistica, introspettiva, ma all'occorrenza sognante, è un'ordinaria storia d'ispirazione e coraggio sorretta da un cast straordinario. Benché stupisca il Nick Robinson dell'adolescenziale Tuo, Simon, giganteggiano Margaret Qualley e Andie MacDowell. Mamma e figlia anche nella vita reale – la prima una definitiva consacrazione, l'altra un insperato ritorno di fiamma: le rivedremo entrambe ai Golden Globe – minacciano di andare in pezzi in continuazione. Ma, miracolose fino all'ultimo, non si rompono. (7,5)

Oscar Isaac e Jessica Chastain – quanta bellezza, quanta bravura: ne saranno ben felici i nostri ormoni – si amano e si odiano alla follia nella miniserie ispirata a Bergman. Seppure a ruoli inversi rispetto al film originale, discutono di monogamia, sesso e tradimenti nell'arco di cinque puntate. Lui, insegnante di filosofia, è caloroso e accomodante. Lei, manager ambiziosa, appare più disincantata. Nonostante la sceneggiatura e le performance, di altissimo livello, siano state acclamate all'unisono al Festival di Venezia, il piglio freddo e cerebrale del tutto non è riuscito mai a emozionarmi. Anzi: lo script sembra fare il possibile per renderli insopportabili, con Isaac ridotto a uno zerbino e Chastain trasformata in un'aguzzina capricciosa. Alle “scene” di Hagai Levi – sbrodolate sedute psicoanalitiche mascherate da schermaglie coniugali – manca qualsiasi spontaneità. Possibile che fosse più dolorosa una lite di pochi minuti nell'ultimo Baumbach rispetto a questo profluvio di recriminazioni e pavoneggiamenti stellari? Per riprendersi dall'eventuale delusione, consiglio la terza stagione di Master of None altro tributo al maestro svedese – o Chiamami ancora amore, un Kramer VS Kramer all'italiana prodotto dall'insospettabile mamma Rai. (6)

Una famiglia con detestabili figli adolescenti al seguito. Una coppia di neosposi minacciata dalla tristezza di lei, insofferente verso quel marito capriccioso. Un'appariscente donna di mezza età con un'urna da spargere nell'oceano. E un resort esclusivo, nelle sognanti Hawaii, che per qualche tempo ne accoglie le storie, gli strepiti e i disastri tragicomici, mentre il suo impettito direttore rischia di perdere il suo buon nome. Le esistenze dei villeggiantisi intrecceranno con risultati imprevedibili a quelle dei dipendenti. Grottesca, acidissima, scritta in stato di grazia, The White Lotus fa ridere a denti stretti a proposito di white privilege, patriarcato e perbenismo. Come nella migliore tradizione della satira sociale, la sceneggiatura – perfetta nei primi episodi – bacchetta i vizi di questi riccastri vuoti e superficiali. I toni sono corrosivi, la colonna sonora tribale, il cast strabiliante – l'iconica Jennifer Coolidge su tutti, ma occhio anche ai sorprendenti Murray Bartlett e Alexandra Daddario. Peccato per l'epilogo, agrodolce ma senza coraggio: un ritorno alla normalità (con omicidio) che non convince completamente. Bella, ma non quanto si leggeva in giro ai tempi della messa in onda su Sky, resta la versione riuscita della pessima Nine Perfect Strangers ma non il capolavoro annunciato. (7)

Un attore sul viale del tramonto, un regista in bancarotta e una ventiseienne dal passato enigmatico fanno squadra per indagare su un omicidio avvenuto nel loro condominio. Che la morte di un solitario uomo d'affari sia correlata a quella di una giovane di buona famiglia, caduta dall'ultimo piano qualche anno prima? I sospettati, di tutto rispetto, comprendono anche Nathan Lane e la rockstar Sting. Giocando a fare i detective, i tre protagonisti contribuiscono a creare un un podcast dal successo istantaneo e questa deliziosa comedy d'ambientazione newyorese, che nei suoi momenti più felici ricorda proprio il Woody Allen di Misterioso omicidio a Manhattan. Peccato che, nonostante qualche trovata particolarmente brillante – il settimo episodio, un prodigio tecnico girato dal punto di vista di un inquilino non udente – e colpi di scena in quantità, il risultato sia tanto piacevole quanto innocuo. Già confermato per una seconda stagione, Only Murders in the Building resta in ogni caso l'intrattenimento ideale per gli amanti di Agatha Christie e per spettatori arzilli anche se in là con gli anni. I suoi pregi maggiori? Aver riporto sugli schermi Steve Martin e Martin Short, irresistibili mattatori, che ammiccano alle nuove generazioni – da qui il coinvolgimento di Selena Gomez – e brindano alla vita scherzando a lungo con la morte; la sigla animata, tra le più belle dell'anno corrente; il format vincente, purtroppo supportato da un intreccio poliziesco tutt'altro che indimenticabile. (6,5)