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lunedì 18 giugno 2018

Recensione: Heidi, di Francesco Muzzopappa

| Heidi, di Francesco Muzzopappa. Fazi, € 15, pp. 237 |

Quest'anno ha un titolo che cita l'eroina tutta prati e libertà dell'anime di Hayao Miyazaki – non eravamo a Woodstock, no, ma nella Svizzera ottocentesca raccontata prima ancora da una certa Johanna Spyri, parola di Wikipedia – eppure Francesco Muzzopappa ha un tempismo che neanche Mary Poppins. Per sua fortuna non è servito un ombrello volante quanto mai fuori stagione. Me l'ha portato il postino qualche giorno fa, l'unico abbastanza intrepido da potermi vedere senza trasformarsi in un blocco di pietra nel pieno di una sessione estiva che mi vuole trascurato, brutto, intrattabile – il solito me, insomma, ma con molta più barba a chiazze. Penso che potrei abituarmi a essere viziato un po'. Sapendo ormai che il tempestivo autore barese mi legge nel pensiero e nei disagi, come immaginare un altro periodaccio senza le risate a profusione che solo lui e pochi altri assicurano? Per il suo sperato ritorno ha cambiato città, professione, sesso. Parla, e adesso è Chiara: trentacinque anni, la frangetta, una passione sconsiderata per le canzoni di Gary Barlow, costretta in ufficio per dodici delle ventiquattro ore della sua giornate. Tutto normale, se impiegata a rischio di licenziamento in un'azienda uscita da una Milano nevrotica, futurista, dominata da edifici di vetro e acciaio, puntualità maniacale e hipster dappertutto. Come sopravvivere al martellare della routine da astemi: darsi alle scorte di cioccolato per sopperire alla generale mancanza di affetto e agli ansiolitici di contrabbando, ingollati come fossero tisane al bergamotto prima di coricarsi. L'ordine mentale di Chiara, purtroppo, ha nemici giurati contro cui l'organizzazione e la calma dello Xanax nulla possono: lo Yeti, capo diabolico con la stessa politica sessista di Harvey Weinstein e accese conversazioni con Siri; la convivenza forzata con Massimo Lombroso, spietata firma del Corriere della Sera che si dà il caso essere suo padre nonché la vittima di una galoppante demenza senile. Eccolo lì, mentre danza come il nonno artritico di Bolle, pretende le caramelle o si incanta a guardare i balli folkloristici sui canali locali, semina disordine a destra e a manca e non mette mai i tappi sui pennarelli: non fatevi trarre in inganno, però, dal suo trasognato scodinzolare qui e lì. Lombroso ha un'alta citazione per ogni occasione, ricorda le parole di Byron, Dickens e Roth, ma non il nome dell'unica figlia. Perché il superfluo e Chiara no? L'anziano chiede di Fiocco di neve, Nebbia, Clara e della misteriosa sparizione delle alpi all'orizzonte, in preda a un buffo delirio cartoonesco. Ma nella metropoli nostrana in cui tutto va di fretta, comprese le malattie degenerative, caprette, fanciulle in carrozzella e paesaggi da cartolina hanno vita breve: alla mancanza di nebbia (non dico il cane, bensì il fenomeno metereologico) risponde almeno la piaga dello smog. Dettagli comunque trascurabili per l'anziano: Chiara è Heidi e Thomas – fisioterapista ventottenne con il look da surfista, una famiglia che gestisce il Central Perk, le scampagnate di domenica perché fuori in fondo è pur sempre estate – è l'inseparabile Peter.

Penso troppo, a volte; sono maestra nel rendere la mia vita difficile.

Sembrerebbe la protagonista di una commedia di Barbara Fiorio, ma invece puoi leggere di lei in un Muzzopappa sorprendentemente a proprio agio con una narratrice femminile: il segreto, forse, è non fare due pesi, due misure. Come fanno quegli scrittori che non sanno prendersi in giro? Francesco ha fatto della parodia un ramo della narrativa italiana e riconfermato, qui, come il romanzo umoristico viva non solo in funzione dei facili sorrisi di sorta. Come campa, soprattutto, quella gente che: giammai, io accendo la tivù soltanto per vedere Voyager e Superquark, mica Quattro ristoranti? Fate come me, oggi alle prese con una confessione shock: Piero e Alberto Angela li conosco giusto per i meme su Facebook, davanti ai programmi culturali storco gli occhi e, nelle sessioni di zapping durante i pasti, mi divido tra un Rubio e un Rugiati, DMAX e TV8. La sfida della nostra Heidi, addetta ai casting, è infatti smistare provini esilaranti e format così assurdi da funzionare, in cerca di idee vincenti e piani alternativi.

Una volta, per curare certe patologie si andava dal medico. 
Ora si va in televisione.

Una posizione scomoda descriveva il mondo della pornografia senza cadere nella volgarità; Dente per dente violava i dieci comandamenti per vendetta, eppure chissà come appariva indegno di scomunica. Heidi parla, fra le altre cose, di televisione spazzatura, ma non è mai trash. Le disavventure nei corridoi della fittizia Videogramma – dove si vendono illusioni, passatempo e aria fritta – fanno share, e pure ridere. Fra momenti di grande tenerezza e qualche altro di romanticismo, uno shot di Laura Palmer e una Carrie Bradshaw ben cotta al ristorante dei genitori di Thomas, l'umorismo caustico del romanzo precedente cede il passo alla leggerezza di un rosa pastello che proprio non stona. La Madonnina, dall'alto, veglia con aria compassionevole e le braccia spalancate, come a dire: tranquilla, Chiara, ci si separa, spesso si fa fiasco, ma alla fine si torna sempre insieme per l'happy ending. Come i Take That.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Talking Heads – Found a Job 

mercoledì 12 luglio 2017

Recensione: Dente per dente, di Francesco Muzzopappa

| Dente per dente, Francesco Muzzopappa. Fazi, € 15, pp. 218 |


La vendetta è un piatto da servire freddo. Le donne, che hanno la memoria lunga e dita abbastanza affusolate per legarci ben bene tutti i torti subiti, sono segretamente più abili con il revanscismo e i piani criminosi. L'ira funesta di Rosamund Pike, moglie trofeo con troppo tempo libero, adduceva infiniti lutti al povero Ben Affleck. Uma Thurman, invece, imbrattava di sangue e frattaglie l'abito d'organza e la tutina gialla, a caccia del suo famigerato Bill. Occorrono anni di dissimulazione, una meticolosa lista per punti, inventiva e rancore quanto bastano: farla pagare a qualcuno è una cosa seria. A Leonardo, ventottenne varesino, mancano due falangi e un piano. Il cinema e la letteratura sono pieni di vendette esemplari, infatti, ma non è questo il caso.

Non sono cattivo. Non lo sono mai stato. Ma questo vuol dire che ho molti arretrati. E ora intendo giocarmeli. Tutti.

Guardiano in un museo che esponendo il peggio dell'arte contemporanea si è meritato a pieno diritto l'acronimo MU.CO, il protagonista ha un debole per le donne e i motori. Se su un blog recensisce automobili che non ha mai guidato, in quanto a donne – benché magrolino, introverso, bello neanche agli occhi di una nonna – non si può lamentare. Sta da due anni con la capricciosa Andrea: brillante matematica, figlia di un politico religioso e intollerante, con il corpo da indossatrice e la condotta di una carmelitana scalza. Ci si sbaciucchia sì, ci si va vicino, ma il sesso è off-limits: solo da sposati. In nome dell'amore e delle palle blu, così, Leonardo compra un anello da poco, una torta al cioccolato e le fa una sorpresa: Andrea, a cavalcioni sulle zone erogene del vicino di casa fotomodello, gliene farà una ben più grande. In Dente per dente si reagisce al cuore infranto con maturità e aplomb. Dopo una settimana di ferie per piangere e strozzarsi col proprio vomito, tocca rimboccarsi le maniche. Reagire come farebbe un adulto. Consulente barra spalla su cui piangere, Ivan: collega comunista e dai dubbi gusti sessuali, che da grande vorrebbe diventare Vasco Brodi o Karl Marx. Se le cinque tappe dell'elaborazione sono una via crucis insostenibile, meglio ripiegare sui dieci comandamenti. E infrangerli – tra bestemmie scarabocchiate sui muri e piselli a matita sulla foto con alti prelati, sesso per ripicca, hamburger di Venerdì Santo e incendi dolosi – uno per uno. Andrea, traditrice impenitente che non sei altro: dov'è il tuo Dio adesso? Ci aspetterebbe la redenzione, le spade rinfoderate. Una morale che cala dall'alto dei cieli e fa: porgi l'altra guancia, figliolo; la legge del taglione è rétro. L'autore, in ringraziamenti che sono più che altro quattro pagine fitte di scuse, scongiura la clemenza degli animalisti, della Guardia Forestale, di Ronald McDonald e papa Bergoglio, delle lettrici suscettibili.

La sfiga, come un diamante, è per sempre.

Muzzopappa, che fa ridere sin dal cognome, non commette atti impuri: è soltanto un gran bravo ragazzo, qui al suo terzo romanzo. Dopo le promesse del Centro Sperimentale votate al mondo del porno e le aristocratiche decadute, temi di titoli precedenti che non vedo l'ora di recuperare, quest'estate propone le diseducative scorribande di un terrorista sentimentale. La trama è idiozia pura e semplice (sempre senza offesa: di Muzzopappa, a cui voglio bene a prescindere, si è già beffato l'anagrafe). Ma sarà che la solidarietà maschile esiste, sarà che divertire su carta è una faticaccia, sarà che ho una collezione segreta di meme blasfemi su WhatsApp, Dente per dente mi ha fatto ridere per la bellezza di 218 pagine. Alla faccia dei vicini d'ombrellone disturbati dal mio ragliare, di una narrativa che si crede convincente solo se indigesta, della lobby della tristezza. Vendicarsi è sconsigliabile, ma vuoi mettere la soddisfazione? Ridere, il supremo schiaffo morale.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The All-American Rejects – Gives You Hell