Visualizzazione post con etichetta Unreal. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Unreal. Mostra tutti i post

giovedì 23 agosto 2018

I ♥ Telefilm: Insatiable | UnREAL S04

In sovrappeso, seguita a ruota da una migliore amica dai dubbi gusti sessuali, figlia di una mamma single che per lavoro sforna burritos e di un padre dall'identità segreta, Patty, diciassette anni e sentirsene cento, è il ritratto dell'impopolarità in un'età – in un Paese – che pretenderebbe bellezza, valori tradizionali, modelli vincenti. Chi poteva immaginarlo che l'ennesima prepotenza – il pugno di un barbone rissoso – avesse dei pregi? Dimagrita di trenta chili durante la convalescenza, più avvenente ma non per questo più felice, la liceale punta alla vendetta. Adesso vuole vincere, anche a costo di umiliare o allontanare gli altri. Soltanto così può andare oltre il famigerato soprannome di Maiale Patty. Rimpiazzandolo, magari, con una nuova reputazione: anche pessima. Sete di sangue e fame di vendetta portano la semisconosciuta Debby Ryan a incrociare così la strada di Dallas Roberts, irresistibile cinquantenne in crisi d'identità – ufficialmente avvocato ma, a porte chiuse, consulente di bellezza nell'occhio del ciclone –, che si barcamena fra le arringhe e i pettegolezzi, la moglie Alyssa Milano e il rivale brillante di un Christopher Gorham che più invecchia, più si fa bello. Boicottato per presunto fat shamingInsatiable è l'anti-Tredici per eccellenza: commedia adolescenziale di nero vestita che scherza sullo stupro, sull'aborto e la sessualità, sui chili in più, con sommo disappunto di chi non apprezza il grottesco o l'umorismo caustico. A ben vedere, però, il dente avvelenato è pura apparenza: ecco la morale, sempre (ben) nascosta dietro l'ennesimo sfottò alle serie TV a tesi, al perbenismo medio-borghese, a cacce alle streghe in nome del politicamente corretto che di questi tempi fanno più male che bene. Cattiva Patty, che per tutta l'adolescenza ha covato tra sé e sé una rabbia ferocissima, o forse gli altri? I comportamenti diseducativi dell'ex bruttina, comunque eternamente sulla difensiva, smascherano infatti l'opportunismo di nemici convertiti in amanti. Si parte dalle aule di tribunale del pilot, per poi muoversi fra concorsi di bellezza e aule scolastiche: la stessa giungla spietata. Insatiable, ho constatato con un po' di sorpresa, non ha la struttura della comedy che ci si aspetterebbe: quei quaranta minuti, giudicati troppi all'inizio, si rivelano utili invece per seguire le vicende di amici, mentori e figuranti, tutti ugualmente indispensabili – e, sempre con un po' di sorpresa, tocca scoprire strada facendo quanto gli intrighi degli adulti divertano più di quelli dei giovanissimi del cast. La scrittura, per quanto spassosa, non è purtroppo il punto forte: va incontro a qualche problema con personaggi che troppo in fretta passano da buoni a cattivi, dall'ira al pentimento insincero; svolte e situazioni a dir poco sopra le righe, con attori ridotti a macchiette caricaturali per amore della risata facile; contaminazioni con l'horror o con le soap opera che mancano tuttavia del candore sincero di un Jane The Virgin. Deliziosamente perfido, questo guilty pleasure al sangue pizzica il palato con personaggi al limite – dell'immoralità, del buon gusto – e battute senza peli sulla lingua che scontenteranno i buonisti. Se la scorrettezza con me vince facile, minaccia sul fronte opposto di far perdere iscrizioni in casa Netflix: probabilmente non rivedremo Insatiable, da sacrificare sull'altare delle future cancellazioni, e me ne dispiaccio. Morale della favola? La vendetta dà la bulimia. Ma la mia insaziabile fame di trash, intanto, è stata per fortuna parzialmente placata. (6,5)

Dopo l'affannoso trascinarsi della stagione precedente, inatteso e in sordina torna per la quarta volta UnREAL. Il proposito di non proseguire: accantonato senza ripensamenti alla notizia che all'indomani di questo nuovo arco di episodi – otto, e non dieci come da patti – non ce ne sarebbero stati altri. Accorciata, cancellata, la serie scritta dall'acclamata Marti Noxon – autrice in questo stesso palinsesto del soporifero Sharp Objects – era stata infatti salvata da Hulu, e da Hulu messa in streaming per un binge watching conclusivo. Lasciati da parte i toni delle passate puntate, più moraliste e per questo, forse, inadatte a chi sin dall'inizio domandava intrattenimento senza tabù, Everlasting – fittizio programma d'incontri sulla scia del nostro Temptation's Island – riscopre fieramente il trash e la crudeltà. Che gli spettatori armati di un altro po' di pazienza, perciò, si preparino a un'edizione stellare. Shiri Appleby e Constance Zimmer, all'apparenza complici e manipolatrici come ai tempi d'oro, hanno chiamato all'appello vecchi concorrenti affinché a nessuno venisse negato il lieto fine. Tra questi, un ballerino bisessuale e tossicodipendente, con un programma tutto suo in uscita e le peggiori intenzioni di rovinarsi gambe e reputazione; una giovane vittima di stupro che in gara ritrova proprio il suo assalitore, ben lontano dall'abbandonare il suo spregevole vizietto; una spogliarellista, un'intrusa, che nella sorpresa generale dà al femminismo un nuovo volto. Se Quinn, incinta contro ogni pronostico, a tratti si addolcisce in nome dell'istinto materno, è una Rachel bionda e spregiudicata a far sembrare quisquiglie gli scorsi misfatti: totalmente fuori controllo, fa concorrenza alle partecipanti, facendo perdere il conto degli amanti e degli errori. È lei la vera nemica delle ragazze in gara, e soprattutto di sé stessa. Per un lungo tratto, dunque, riaccogliamo a braccia aperte il black humour, i piani machiavellici, gli sgambetti che infrangono legge e buon gusto. Cosa vuol saperne la coscienza, infatti, se lo share parla chiaro? Troppo presto, però, per cantare vittoria. E ci si mette purtroppo di mezzo quel finale affrettato, imperdonabilmente tarallucci e vino, all'insegna della solidarietà – e dell'incoerenza – femminile. Più che una brusca virata, si fa allora retromarcia. Quando, date le premesse, il redivivo UnREAL poteva ambire in extremis persino a superarsi. (6)

venerdì 11 maggio 2018

I ♥ Telefilm: Una serie di sfortunati eventi S02, Ash Vs Evil Dead S03, UnReal S03

La sigla suggeriva di non farlo, di non guardare. Noi, affezionati lettori dei volumi targati Salani o bambini cresciuti in compagnia dei bislacchi travestimenti di Jim Carrey, abbiamo disobbedito. Guardando gli otto episodi introduttivi della serie Netflix: belli ma con riserva. Ritornando dagli orfani Baudelaire per una seconda stagione ancora. Nuove disavventure, nuova crudeltà aggiunta, nuovi antagonisti del lieto fine. Lo schema, immutato: i protagonisti scappano, vengono acciuffata, se la cavano, vengono riacciuffati ancora. Ricominciare dall'inizio, ogni volta, con altri trasferimenti, in un altro angolo della fantasia di Lemony Snicket. A onor del vero, le vicende si fanno più collegate – flashback di un passato vicino o lontano, vecchi volti che diventano personaggi ricorrenti, informazioni sulla società segreta di cui i genitori di Violet, Sunny e Klaus facevan parte. Si fanno più indipendenti dal film di quattordici anni fa, ma non da una struttura che resta purtroppo il loro più grande difetto e la loro più lampante particolarità insieme. Un collegio infernale, un grattacielo senza ascensore, un villaggio assiepato dai corvi, un ospedale in cui si è a rischio di lobotomia, un freak show con talenti da strapazzo e leoni che hanno fame di frugoletti. Insieme a loro, questa volta, la collaborazione di Isadora e Duncan, orfani parimenti disgraziati e brillanti; l'agente segreto Nathan Fillion, la bibliotecaria Sara Rue e l'irresistibile Lucy Punch, innamorata di un Patrick Harris a lungo andare, spiace ammetterlo, insopportabile; i siparietti musical e gli sprazzi horror che lo rendono, al solito, uno stilosissimo esercizio di fantasia. Tutto giusto. Tutti bravi. Tutto bello. Dividerla in un mese di visione, però, è stata una scelta necessaria, anche se non so quanto vincente. Per sopportare quella ripetitività che proprio non torna e ritmi che funzionano meglio su carta che in TV. Per non lasciare prevalare i contro, per non lasciarla, affezionato come resto alle tragedie dei tre fratelli, al fare sornione del narratore Patrick Warburton e alla tavolozza variopinta di questi intrecci rocamboleschi, a metà fra il gotico di Burton e lo zucchero filato di Anderson. (6,5)

Ci sono voluti tre film di Sam Raimi e tre stagioni con la serie TV che porta il suo nome affinché Ash Williams, non più il giovincello perso nei boschi del primo Evil Dead, fosse scagionato dal sospetto dei concittadini. Non assassino impunito ma cacciatore di demoni a tempo indeterminato, sul finire della seconda stagione rivelava l'esistenza del Male con la lettera maiuscola agli scettici e, in ritardo, veniva acclamato eroe. Per lui e i suoi aiutanti, però, non c'è pace. Il sogno di gestire un ferramenta tutto suo, infatti, dura Natale e Santo Stefano – sabotato da un'altra ondata di mostri, da svolte più o meno previste che portano davanti a un bivio (più che bivio, è un portale spalancato su un'inquietante dimensione parallela). Mentre Pablo è conteso da forze opposte e Kelly, pronta a dire sì all'amore, cede suo malgrado il corpo a un'entita primordiale, il solito Ash fa i conti con grattacapi incresciosi: la salvezza del mondo e, soprattutto, una paternità imprevista. Come può il cazzaro di sempre crescere un'adolescente che, per di più, lo detesta? Come può essere il salvatore biblico in cui un paio di eletti credono? Prima stagione che vedo lontano da casa, senza la compagnia del mio, di papà, quella di Ash Vs Evil Dead è a sorpresa anche l'ultima: la Starz ha annunciato la cancellazione il mese scorso, nel rumoreggiare amareggiato dei fan. Nonostante quel finale sospeso, che annunciava per il futuro prossimo mondi e avventure alla Mad Max, io dico poco male: la comedy horror si congeda, e si concede secchiate di sangue, morti spassosissime, personaggi sopra le righe. Onestamente, però, iniziava a farsi meno godibile, con il suo ripetere massacri e situazioni grottesche. Più che per l'addio al piccolo schermo in sé, allora, spiace per quello che potrebbe significare per il caro Bruce Campbell, da anni in cerca – senza successo – di una vita dopo Ash: gli toccano forse la tristezza del pensionamento, appese al chiodo motosega e casacca blu? Nel dubbio, non ditelo a papà: che ci si fa vecchi, che il divertimento è bello quando dura poco, che si finisce qui. (6,5)

I retroscena di un programma televisivo alla Uomini e donne. Chi corteggia chi e, alla fine, un'unica scelta da condurre in parata all'altare. Nel mentre, immancabili le manipolazioni degli autori, che da dietro le quinte non si perdono un intrigo o la migliore occasione per aizzare il fuoco. UnReal, partito anni fa su un'emittente ben poco propensa a brillare per qualità, era la commedia nera che intrigava e, zitta zitta, faceva il filo alla stagione dei premi. Protagoniste bravissime, sceneggiature affilate, risvolti malsani. L'ultima volta, per proteggersi, ci si era spinti fino all'omicidio. Shiri Appleby e Constance Zimmer, nonostante tutto ottime padrone di casa, sono ora alle prese con il senso di colpa e un'ennesima edizione di Everlasting. Fuori onda: il desiderio da parte della volubile Rachel di affrancarsi dai ricatti e di far luce su abusi di cui chiedere spiegazioni in famiglia; Quinn, sempre in cerca di pace e Emmy. Sotto i riflettori, invece, si cerca l'amore con un'unica varazione sul tema: lo scapolo stavolta è donna – femminista non così convinta, in fondo – e i corteggiatori saranno dunque ragazzoni aitanti con concezioni agli antipodi. L'idea della Lifetime, in una terza stagione strascicata e poco necessaria, sembra avere esaurito il suo potenziale. Istanze e riflessioni ammiccano spesso al caso Weinstein; i protagonisti, viziosi e insopportabili, si proteggono a vicenda le spalle. C'è poco pepe. C'è, soprattutto, poco trash. Anche in un finale apparentemente risolutivo, tarallucci e vino, in cui l'elemento di maggiore interesse è il promo, in chiusura, della quarta stagione già girata. Resisterò al richiamo della metamorfosi di Rachel, da produttrice a concorrente d'eccezione, con lei che vorrebbe cambiare disperatamente vita e io canale? (5,5)

mercoledì 7 settembre 2016

I ♥ Telefilm: The Get Down, Unreal II, Feed the Beast

Dopo Stranger Things, Netflix fa l'en plein? Dopo gli anni Ottanta, un salto nel decennio precedente e, magari, un'altra serie candidata a essere la serie? Baz Luhrmann a vegliare sulla produzione, e tutt'altro che silenziosamente; un budget ricco e una colonna sonora fantasiosissima, per raccontare le origini di un genere e di una generazione; un cast di giovani che vogliono farsi conoscere, e sanno di certo come attirare l'attenzione. Eppure sapete che ho fatto fatica, io? I primi sei episodi di The Get Down – i restanti sei saranno trasmessi il prossimo anno - parlano dei sogni di gloria e delle avventure di un gruppo di ragazzi nel selvaggio Bronx. L'altro lato di una città di luci; un quartiere che sembra una città sotto i bombardamenti. Gli anni della disco e dell'hip hop; i graffiti che imbrattano treni e muri; i bambini abili con i grilletti, il ballo, il rap. Ezekiel, orfano e talentuoso paroliere, ama Mylene, figlia di un rigido pastore dall'ugola d'oro. Vogliono la fama, ma il canto è diventato il piano B. Lui preso da un team che lo vorrebbe anima del gruppo, lei alla ricerca disperata di una casa discografica. Lei con le sue amiche barra coriste; lui con i suoi coetanei, writer e teppisti, guidati da uno che si muove furtivo come Bruce Lee e si immischia negli affari dei boss locali. Hanno un cuore buono, grossomodo, e sentimenti nobili. Sperano di cambiare la loro realtà difficile a suon di buona volontà e canzoni di denuncia. Delineati con tratti rapidi di biro, spiccano a sprazzi e qualche storyline interessa di più, qualcuna di meno. Sei episodi visivamente impeccabili, ma distribuiti in quasi un mese: colpa della mia scarsa affinità verso queste serie all black – vedasi il tamarrissimo Empire -, che trovo kitsch, sguaiate, disordinate. Abbinateci Luhrmann, autore del mio film preferito in assoluto, ma altrettanto kitsch, sguaiato e disordinato, è il troppo qui e lì storpia. Da un lato, The Get Down è una serie più lineare e leggera del previsto; dall'altro, già carica di per sé, rincara la dose con l'horror vacui del tenutario del Moulin Rouge. E' mancata la scintilla, il guizzo nell'intreccio e, se resisto e restisterò, è solo per un Luhrmann all'ennesima potenza che qui, in veste di produttore e qualche volta di regista, ho amato e odiato come non mai. Sommerge di suoni e strass, disorienta e stordisce: gioca coi suoi montaggi futuristici, gli accostamenti bizzarri e gli innesti personali, esagera e confonde. Uno straordinario ambaradan; un caotico e nostalgico “spettacolo spettacolare”, con il limite di una storia troppo elementare. Il rumore: tanto. E se Get Down nulla proprio non è, comunque, al momento, pare un po' poco. (7)

Serie rivelazione della passata stagione, Unreal era il guilty pleasure con qualcosa in più. La commedia nera della Lifetime coi ritmi del thriller psicologico era arcigna, crudele, intelligente, recitata ad arte. Era, e per molti lo è anche quest'anno. Si conservano i personaggi principali, chi questo show alla Uomini e donne lo pensa e lo manovra, ma a bordo piscina troviamo un altro scapolo d'oro e altre debuttanti senza scrupoli. Su carta, Unreal ci propone l'edizione di Everlasting di cui tutti parleranno: perché, per la prima volta, c'è uno scapolo di colore – e, checché se ne dica, il razzismo è una piaga lontana dall'estinguersi – e, in mezzo alle partecipanti, belle e vuote, covano risentimento e intolleranze. Ci si sfrega le mani: c'è di che divertirsi, c'è di che riflettere. Darius, campione sportivo reduce da un grave infortunio, non è Adam, l'inglesino biondo della scorsa stagione. E le giovani donne del suo harem - fatta eccezione per Yael, protagonista di un'umiliazione indimenticabile – le ho già scordate. Da una parte, ho trovato che il novello Unreal si discostasse il minimo indispensabile dal suo predecessore, come per pigrizia; dall'altra, invece, che quel minimo indispensabile non fosse poi gran cosa. Stagione similissima alla prima, ma dallo scarso mordente, di cui non conquistano i nuovi ingressi – accanto a corteggiatore a corteggiatrici, un inservibile Ioan Gruffud e un Michael Rady dall'esito scontato – ma danno significative conferme le bravissime Shiri Appleby e Constance Zimmer, nomi di punta anche nella stagione dei premi. Everlasting si segue senza attenzione, questa volta. Unreal è il solito, ma il solito, nel suo caso, è bene. O sono una sola cosa e quella è la scusa degli sceneggiatori, che furbescamente tanto fanno, tanto dicono, da non fartelo sembrare una mezza delusione? (6,5)

Tommy, vedovo affranto e padre di un bambino che, per lo shock, ha perso la voce, si arrangia come può. Dion, piantagrane e tossicomane, si mette spesso nei guai: l'ultima volta, è finito dietro le sbarre. Esce, senza però avere espiato un debito esorbitante. Cos'hanno in comune? Il sogno di aprire un ristorante in memoria di Rie, uccisa da un pirata della strada, e un'amicizia che dura da vent'anni. Perché il loro sogno pare impossibile? Perché la loro amicizia, eppure consolidata, va d'un tratto in crisi? Il ristorante greco in progetto vogliono aprirlo nel cuore del Bronx, e nessuno punta su di loro; la donna scomparsa, stando al geloso Tommy, considerava Dion molto più che un amico. Il quartiere chiama su di sé morti e sparatorie, sui due cala il velo del dubbio. In mezzo ai protagonisti, la bella Lorenza Izzo, conosciuta a un gruppo di supporto; un temibile boss dal grilletto facile e dalla sessualità tormentata; un minore traumatizzato che, aprendo bocca, potrebbe chiarire le dinamiche di un incidente che chissà se davvero un incidente è stato. Feed the beast, remake di un'impronunciabile serie danese, è una produzione AMC ingiustamente fischiata che, zitta zitta e dal futuro assai incerto, mi ha fatto tanta compagnia quest'estate. Mi piacciono i progetti persi a monte, il crime e l'alta cucina, il redivivo David Schwimmer e lo scapestrato Jim Sturgess. E, divertito e intrattenuto, con prematuri e ingannevoli paragoni con Breaking Bad che lasciano prevedibilmente il tempo che trovano, ho trovato che l'amalgama di Feed the beast funzionasse. Gli ingredienti segreti (e i bravi interpreti) risaltavano, tra pistole, carichi di droga e padelle roventi. Gli ascolti bassi, tanto quanto l'inospitale Bronx, potrebbero mandare all'aria i bei propositi, le interpretazioni di due tanto simpatici al sottoscritto e far sì che, lasciati a bollire più del dovuto, gli spaghetti si scuociano. Non mancano né il sale né il pepe, ma è questione di tempi sbagliati. E Feed the beast, come commedia in dieci episodi, in una stagione e basta, poteva starci ad hoc. All'indomani di un ultimo episodio intitolato Fire – il che è tutto un programma – servirebbero gli estintori e le risposte. La pietanza si è bruciata, e c'è chi non tollera la crosta croccante; e ci sono io che odio i finali mancati. Perché non finirla qui, non raccogliere baracca e burattini, quando sarebbe stata questione di uno schiocco di dita appena, cosa da nulla, risolvere i problemi ai fornelli dei cari chef del ghetto? (6,5)

lunedì 23 maggio 2016

Recensione: Unrivaled - La sfida, di Alyson Noel

"Era rimasta chiusa in camera a meditare sulla linea sottile che separava la fama dall'infamia. Per un colpo di sfortuna, la sorte aveva voluto che per lei fossero inestricabili."

Titolo: Unrivaled – La sfida
Autrice: Alyston Noel
Editore: Harper Collins
Numero di pagine: 284
Prezzo: € 16,00
Sinossi: Tutti desiderano diventare qualcuno nella vita. Layla Harrison vuole fare la giornalista; Aster Amirpour sogna di essere un'attrice di successo; Tommy Phillips ha intenzione di diventare una rockstar. Madison Brooks ci è riuscita: ha afferrato il destino e lo ha piegato al proprio volere molto tempo fa. Ora è la più acclamata stella di Hollywood, e ciò che ha fatto per diventare il personaggio di cui tutti parlano è solo una macchia sull'asfalto, polvere sotto i tacchi delle sue Louboutin. Finché Layla, Aster e Tommy non ricevono un invito speciale per entrare nel mondo esclusivo della vita notturna di Los Angeles e partecipare a una spietata competizione di cui Madison Brooks è l'obiettivo. Ma proprio quando le loro speranze si accendono come stelle che bucano lo smog della California, Madison Brooks scompare... e le aspettative dei quattro ragazzi si spengono, oscurate da una nebbia di bugie.

                                              La recensione
La visione di Blake Lively a Cannes – stupenda in azzurro, in rosa, in oro e, con la gravidanza a fare capolino e ad arrotondarle le forme, forse, ancora di più – mi ha ricordato perché al ginnasio fossi perdutamente cotto della sua inarrivabile Serena van der Woodsen e seguissi, fedelissimo, un mondo di intrecci, tradimenti e surreali colpi di scena descritti da colei che, nell'anonimato, cantava e condannava i rampolli e le meteore delle scandalose élite di Manhattan. Tra il teen e la soap, trash solo verso la conclusione, Gossip Girl era – è – il mio guilty pleasure con la lettera maiuscuola. Da allora, cercasi rimpiazzo. A consolare gli orfani e i nostalgici, chi a New York non ci ha mai messo piede e alcuni party di certo non può permetterseli, ci hanno pensato le amiche di Pretty Little Liars e, lo scorso anno, i nobili britannici secondo The Royals: serial che, senza cerimonie, ho abbandonato strada facendo. Il primo, infatti, non mi aveva anticipato che oltre che carine e giovani le quattro protagoniste fossero stupide da non credere; con il secondo, nonostante il piacere degli episodi introduttivi, era venuta meno la curiosità e non restava, allora, che il trash. Quello, in dosi abbondanti: ingenerose. Finché, tra i guilty-pleasure-ma-non-troppo, non è spuntato dal nulla Unreal. Quali meccanismi nascondeva un programma in cui ragazze bellissime si sfidavano per il cuore di un lui assai ambito, se le sporche manovre della produzione facevano vittime innocenti e la commedia nera prendeva d'un tratto il sopravvento? Unreal e Unrivaled: un titolo in assonanza, un'altra sfida annunciata, la contaminazione a fantasia tra il mistery e lo chick lit. Come nel caso del telefilm Lifetime, anche con Alyson Noel c'era la sorpresa, dietro l'angolo? Primo di una serie, tradotto in tempi record e coccolato dalla nascente HarperCollins Italia, Unrivaled è ambientato in una Los Angeles festaiola e rumorosa, ha protagonisti che indossano le migliori griffe e coltivano i peggiori propositi, fa una satira non troppo caustica ma che si legge, e lì sta la sorpresa, con un ghigno di sottile apprezzamento. Il titolo si riferisce alla missione di tre diciottenni senza grilli per la testa, determinati sin dall'inizio, che rispondono all'invito del potente e misterioso Ira, proprietario dei locali notturni più in
La fragola in copertina, intinta nell'oro, è il frutto proibito a cui Tommy, Layla e Aster tendono la mano, ignari degli effetti collaterali della loro cupidigia. Vogliono sfondare. Il primo, ragazzo di periferia con la chitarra in spalla, sogna la carriera delle rock star e il cenno del capo di un padre gelido, ignaro della sua stessa esistenza; la seconda, hipster fino al midollo e con un fidanzato storico che sprizza gioia di vivere, scrive cattiverie e news su un blog di pettegolezzi; l'ultima, che per ribellarsi a due genitori aristocratici e normativi gioca a fare la cattiva ragazza, sa che la sua pelle caffellatte e il fare da gatta morta le apriranno in fretta e furia le porte dello showbusiness. Intanto, fanno i promoter per l'uomo che, in pugno, custodisce le chiavi di Los Angeles. Ci sono tre locali da riempire e loro sono i leader di tre diverse squadre. Chi la avrà vinta? Chi potrà vantarsi di avere, come fiore all'occhiello, l'attrice Madison Brooks e la sua dolce metà? La ragazza che s'inchina davanti alle stelle, però, scompare nel nulla. Cosa hanno a che fare i protagonisti con il sequesto dell'ospite più ambita?
Il romanzo della Noel è una lettura disimpegnata ma coinvolgente, che lascia più domande che risposte. Una “toccata e fuga” dal senso d'irrisolto, di incompiuto, che nel pugno stringe un pugno di mosche; generi che si combinano sì e no; polvere di stelle cadenti. Pensato per un pubblico di giovanissimi, nonostante le premesse, non risulta di certo più cinico o provocante del young adult medio; e il riferimento principale, ahinoi, è quello delle “liars”, tanto benvolute altrove. Con un mistero che, nel prossimo romanzo, ci darà i debiti grattacapi e un finale che suona tanto come un arrivederci, alla prossima puntata.
Ci sono romanzi dallo stile chirurgico e nitido, che non puoi fare a meno di definire cinematografici. Unrivaled è invece modesto, nel bene e nel male, e ammiccante: televisivo, con il bollino giallo. Tra lo standard e l'irriverente, segue un compromesso che, questa volta, non mi è dispiaciuto, benché non ami le vie di mezzo, le pietanze senza pepe, la satira senza coraggio. Ma La sfida mi ha divertito, intrigato il necessario, e un'altra puntata di prova, un altro romanzo, me lo concederei ben volentieri. Al momento, sospendo il giudizio. Non cambio canale, senza sapere che fine ha fatto Madison Brooks e com'è, nel dettaglio, un mondo che qui ho occhieggiato tra i flash dei paparazzi e in mezzo ai punti di vista di un trio all'oscuro dei fatti. Freno un po' l'istinto di darmi allo zapping sfrenato. Il guilty pleasure, però, resta più appetibile sul divano, in pigiama e alla luce dello streaming, che tra le pagine. 
Su questo no, non cambierò idea. 
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Vogue – Madonna 

mercoledì 12 agosto 2015

I ♥ Telefilm: True Detective II, UnReal, Wayward Pines, Descendants

True Detective 
Stagione II
Era il ritorno che tutti attendevano, dopo i fasti della scorsa stagione. Quando True Detective – serie antologica, produzione cult – si era imposta come rivelazione dell'anno. Lungometraggio di otto ore, diretto da un Cary Fukunaga che si fa desiderare e che, da allora, tutti portano sul palmo della mano, in alto, aveva protagonisti dai grandi nomi e dai grandi ruoli, sequenze da manuale, ritmi accattivanti uniti a dialoghi che suonavano come un lungo, memorabile aforisma. Recuperato un po' in ritardo, dopo essere stato messo alla prova dalla flemma dilemmatica del pilot, lo avevo venerato, anche se poco tende a piacermi, di solito, ciò che piace a tutti. Ma, da cultore di un cinema di pancia e di testa, impossibile trattenere l'entusiasmo davanti a quel racconto pulp di amicizia tradita, morte e redenzione, con i suoi certosini piani sequenza, i suoi exploit da applauso, la malinconia della senilità. Come non vedere la grandezza in True Detective? Come attendere il secondo capitolo – anche se era un capitolo che raccontava altri crimini, altre vite – e osare ridimensionare le alte aspettative? I paragoni non dovrebbero nascere, ma spontaneamente nascono. Pur sapendo - e questo nuovo ciclo di episodi non smentisce purtroppo il dolente presagio - che andranno a sfavore di una serie che ha punte di diamante non da meno, ma scarso appeal. Cambiano cast e scenari. Siamo in California e l'omicidio di un ricco manager – coinvolto in traffici illeciti, alleanze, scandali sessuali – chiama in azione tre professionisti in cerca di una seconda chance. Velcoro – padre in lotta per l'affidamento di un bambino, possibile frutto di uno stupro; Woodrugh – eroe di guerra che vive con vergogna la propria natura, accusato di molestie da un'aspirante starlette; Bezzerides – donna che fa un lavoro da uomini, le cui inspiegabili avventure di una notte e via potrebbero trovare risposta in un trauma infantile rimosso. Dalla parte della criminalità organizzata, un piccolo boss locale e la sua consorte sempre nell'ombra; maledetti dalla sterilità, in cerca di un erede. Se il loro privato – tra voglia di paternità e innocenza persa – risulta interessante, non può dirsi lo stesso di un mistero complesso e difficile da tenere a bada. Francamente, non sono certo neanche di averlo capito. Il nuovo True Detective ha i consueti otto episodi, ma ha bisogno di una guida – sul web fioccano, infatti, riassunti, schemi, post per afferrare il punto della situazione. C'è dunque qualcosa che non quadra. Come questi intrecci dispersivi, l'indagine inutilmente cavillosa, le mosse di un poliziesco qualsiasi. Il buon Pizzolatto – su cui pesavano troppe aspettative – abbandona le paludi della Louisiana e, trasferendosi sulla costa, fa il verso a un Ellory, tra traffici umani, corruzione, piccole Arcore d'oltreoceano: i confronti lasciano il tempo che trovano e si perdono autorialità, guizzi, momenti impressi nella memoria. E pure i grandi occhi – chiamiamoli così, okay? - di Alexandra Daddario. Farrell è in gamba, bravo come sempre lo trovo  ma senza superlativo assoluto, con il ruolo, e i baffi folti, di Miami Vice. Kitsch è bello – ed era anche il momento che le ragazze, assidue spettatrici, si rifacessero un po' gli occhi – ma, come vuole il detto, non balla. La McAdams – sì grintosa e convincente, agguerrita, con la smorfia incazzosa e la fronte increspata – la preferiamo quando è sorridente, romantica, coi mariti che viaggiano nel tempo e la memoria che la abbandona. Sorpresa il malavitoso Vaughn – affiancato da Kelly Reilly, tanto affascinante quanto superflua e sperduta – con l'intenso monologo del secondo episodio, tanta umanità e validi tete-à-tete, seduto a un tavolo, con la star principale. Tenetevi pronti per un finale ad effetto, sospeso tra amarezza e banalità, che colpisce emotivamente protagonisti e spettatori – me compreso -, lasciando spazio alla speranza delle donne e a una storia d'amore in potenza, che per un po' rende la bella Rachel l'eroina romantica a cui tutti vogliamo bene. Dopo un inizio in sordina, ci si risolleva dal quinto episodio in poi, anche se non è comunque abbastanza. Resta la sigla, bellissima. Se avesse avuto un altro titolo, okay: altra storia. Grazie alle buone interpretazioni e ai pochi pregi, non avrebbe mosso critiche e rumori. Ma se avesse avuto un altro titolo davvero, con puntate similmente dispersive e pretestuose, chi lo avrebbe guardato per intero? Il nome True Detective significa attenzioni sicure e, di sicuro, non sentirsi all'altezza. Il resto, questa volta, almeno, è delusione. "Tutto chiacchiere e distintivo”. (6)

UnReal
Stagione I
Prendete quei programmi che tanta gente - anche quella insospettabile, senza macchie - guarda. Un Uomini e donne, un Temptation's Island. Avvenenti e giovani pretendenti, uno scapolo d'oro, un matrimonio in grande nell'episodio conclusivo. Su Everlasting l'amore è una farsa e Cupido è uno spietato direttore esecutivo che controlla ogni cosa. Unreal, serie televisiva estiva apparsa all'improvviso e destinata a essere il probabile guilty pleasure dell'anno, è il backstage di una fiaba scritta da altri. Si spengono le telecamere e, lontano dagli occhi degli spettatori, nascono rivalità, gelosie, tradimenti. Ci viene mostrata, infatti, l'edizione più imprevedibile e scoppiettante di un reality show dalla lunga fortuna: sul metaforico trono, un vizioso inglesino con un'immagine a cui dare nuova credibilità. A contenderselo, una quarantenne reduce da un divorzio burrascoso; una spigliata campagnola; una caliente modella di intimo; una raffinata avvocatessa con una perfetta capigliatura da Lady Diana. Da aggiungere alla lista, infine, anche la protagonista, Rachel: professionista senza scrupoli, sopravvissuta a una brutta crisi di nervi, che per lavoro spinge le pretendenti tra le braccia del playboy della situazione e, imprevedibilmente, ci finisce lei in primis. Cosa c'è stato prima della diretta ufficiale? Morti non troppo accidentali, ricatti, vendette. Unreal, commedia nera di notevole fattura – tanto da non sembrare un prodotto Lifetime; tanto da essere un piacere sì, ma poco colpevole – ha una diverentissima componente trash – un programma come un'agenzia matrimoniale – e un attento studio di reazioni, meccanismi di causa effetto, colpi di scena che gli valgono l'etichetta di thriller psicologico. Cinico, sfrontato e asprigno, già confermato per la seconda stagione, è esteticamente impeccabile, ha una scrittura intelligente che nessuno si aspetterebbe e un cast assortito e sexy, composto perlopiù da volti del piccolo schermo, in cui spiccano Freddie Stroma – biondo dall'accento regale visto anche nella saga di Harry Potter – e una Shiri Appleby bravissima, tornata sotto le luci della ribalda dopo il successo di Roswell, nei tardi anni novanta. Per chi quando chiedeva “ma come fai a guardare un programma come quello della De Filippi?” si sentiva dire “è per un'indagine antropologica, e per le risate involontarie”. Con Unreal, grossomodo, valgono le stesse regole e la stessa svergognata scusa. (7+)

Wayward Pines
Stagione I (Cancellato)
Un incidente automobilistico e Ethan, agente sulle tracce di colleghi scomparsi, si sveglia in quel di Wayward Pines. Microcosmo dal perimetro che è severamente vietato oltrepassare, pena la morte, la città – paragonata senza cognizione di causa alla leggendaria Twin Peaks – ha leggi proprie e segreti custoditi con il silenzio. Cosa proteggono gli abitanti? E da chi cercano protezione? Tratta dall'omonima trilogia di Blake Crouch e annunciata come serie rivelazione, con la protezione di un tristissimo Shyamalan che si dà da anni a filmacci e cattivi investimenti, l'ultima produzione Fox è partita con un pilot accattivante e, puntata dopo puntata, è andata a morire in un pozzo di infamia. Ti muore sotto gli occhi, semplicemente, mentre in principio non sa dove andare, poi lo scopre e, infine, in un quinto appuntamento che è il peggio del peggio, cerca di spiegare l'inspiegabile con una tirata di quaranta minuti che mostra la pochezza della storia di Crouch, i limiti di una serie partita al meglio, la caduta mortale del regista del Sesto senso. Brutto come brutte sono tante serie passate, brutto come saranno tante serie future. Ma qui, in maniera imperdonabile. Un padrino d'eccezione, i paragoni prematuri con Lynch e, nel cast, nemmeno un attore che suonasse anonimo. Protagonisti, infatti, tutti presi dal cinema – da Matt Dillon, alla sempre splendida Carla Gugino; da Shannyn Sossamon agli eccelsi caratteristi Toby Jones e Melissa Leo; passando, inoltre, per i passeggeri Juliette Lewis e Terence Howard. Lo stesso spunto del sottovalutato The Village, le modalità del sonnolento Under the Dome, un abbozzo di distopia sul modello del pessimo Maze Runner, un sacrificio finale che ha del ridicolo – altro che commovente –, uguale a quello di Io sono leggenda. Tra un déjà vu ed un altro, copiando un po' qui e un po' lì, Wayward Pines è come un pessimo alunno che, nel tema rubato al compagno di banco scemo, dimentica di aggiungerci del suo. Ricorda altro; non si ricorda. (4)

Descendants
Film Tv
L'ultima riga delle favole, e poi? Cosa è stato delle coppie più amate e, soprattutto, degli antagonisti che a lungo hanno tramato contro il lieto fine? Gli eroi delle fiabe – e i loro nemici storici – sono diventati genitori. I buoni vivono tutti insieme, in un mondo in cui, a scuola, si insegnano gentilezza e bontà. I cattivi, invece, esiliati su un'isola deserta, se ne stanno senza incantesimi e wi-fi. Ma, nel frattempo, pensano al colpo di stato. E così, per un progetto mirato all'integrazione di una minoranza, la prole delle canaglie più temute va a studiare accanto ai “figli di”. Un rinnovo generazionale che era già nell'aria; il ritorno di favole mai alla moda come adesso; i villain più amati che appaiono appesantiti, stanchi, invecchiati, mentre i loro eredi sognano la moda, un dalmata da crescere, essere parte di una squadra. Quando è giusto smettere di seguire le orme dei nostri genitori e scegliere di essere né buoni, né cattivi, ma semplicemente noi stessi? Descendants – film prodotto da Disney Channel, unico canale che rimpiansi, quando i miei decisero di dare un taglio a Sky – è una commedia musicale in salsa fantasy che ha caratteristiche che avrei amato, alle medie, e premesse che appaiono disastrose adesso che non si ha l'età. Regia televisiva, costumi di seconda mano, effetti speciali raffazzonati, stucchevolezza. Un pubblico di soli bambini e genitori. Ma - vuoi la nostalgia canaglia, un lato visivo che è mediocre quanto in Once Upon a Time, e dunque abbastanza accettabile, il Kenny Ortega, alla regia, di due miei cult d'infanzia: Hocus Pocus e High School Musical – questa storia di seconde opportunità, accoglienze calorose e unione, condita da canzoni orecchiabili e sprazzi musical architettati da bravi addetti ai lavori, funziona e diverte, con tutta la leggerezza e la magia di cui la televisione – modestissima – è capace. Nel cast di giovani, occhio alla bella Dove Cameron – con la canzone If Only che non fa invidia a Let it go, una serenata alla 10 cose che odio di te da parte di un principe pazzo d'amore, la versione remixata di Stia con noi – e alla meno giovane Kristen Chenoweth, qui una Malefica autoironica e vendicativa, meglio della Jolie. Si fa riferimento a un sequel e, sperando non arrivi tra tanto tempo, vedrò di farmi trovare pronto; con la solita età un po' sbagliata e la testa da bambino cresciuto quanto basta. (6,5)