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lunedì 23 settembre 2019

I ♥ Telefilm: Undone | Marianne | Élite S02

Nel primo autunno a corto di BoJack Horseman – a quando, Netflix, la sesta stagione? –, gli sceneggiatori Kate Purdy e Raphael Bob-Waksberg hanno unito le forze per una nuova serie animata. Lontani dai retroscena di Holliwoo, con Amazon a produrre, passano al tema fin troppo abusato dei viaggi nel tempo; dall’animazione tradizionale alla tecnica del rotoscope, già sdoganata da Richard Linklater. Inutile dire, non ci si aspettava semplicemente un bell’esordio: carico di aspettative, alla luce dell’entusiasmo letto in rete, confidavo in una delle serie dell’anno. Così non è stato, senza grandi rimpianti, e spiego subito il perché. Undone racconta del tracollo psicologico di Alma all’indomani di un incidente stradale: risvegliatasi dal coma, la maestra d’asilo scopre di poter parlare con il padre – scienziato morto in circostanze misteriose – e di essere in grado di cambiare il corso degli eventi. Ma la protagonista, interpretata dall’ottima Rosa Salazar, ha una nonna schizofrenica, cicatrici sui polsi, medicinali che a un certo punto sceglie di non prendere. La sua è una missione degna di un supereroe, o un’avvisaglia della malattia mentale? Nel frattempo la sorella sta per convolare a nozze, la mamma iperprotettiva per scoperchiare un vaso di Pandora colmo di rancore verso il compagno defunto – un insopportabile Bob Odenkirk – e il dolcissimo fidanzato Sam, come lei reduce da un’infanzia difficile, tenta di assecondarla nonostante il dubbio che stia delirando.  Vicina all’estetica della coppia Kaufman-Gondry, ma anche al romanticismo del nostro Valerio Mieli, la prima stagione di Undone è tanto brillante dal punto di vista umano quanto derivativa sotto l’aspetto fantascientifico. Le si riconoscono un’animazione all’avanguardia, la solita grande scrittura – qui non lineare –, quei personaggi adorabili e dolenti che funzionano soprattutto nelle situazioni di tutti i giorni, lontani dallo sperimentalismo della trama. Paradossalmente, è proprio la componente sci-fi – per quanto vicina al cinema che piace a me, quello minimalista del Sundance – a non far gridare al miracolo davanti a questa ricerca proustiana a metà fra l’irrestistibile Fleabag e il dimenticato Maniac. Per alcuni imperdibile, dal poco che si è visto appare sicuramente una visione stimolante. Ma, per il momento, con lo stesso senso d’irrisolto del titolo. (7)

Benvenuti a Elden, sinistra ma bellissima città portuale sulle coste francesi. L’unica attrazione turistica, all’inizio, era il vecchio faro. Ma dopo la fama raggiunta da una delle sue abitanti, l’attenzione si è spostata al mondo dei libri: quegli scenari sono stati d’ispirazione alle creazioni dell’amata-odiata Emma, scrittrice horror di fama mondiale di ritorno all’ovile in seguito a un evento preoccupante: l’antagonista della sua storia, una strega in cerca di vendetta, sembra essere sbucata fuori dalle pagine per ricattarla tirando in ballo la famiglia, gli ex compagni di scuola, un lutto passato. La colpa di Emma: aver messo un punto fermo alla saga di Lizzie Lark, quando il mostro – Marianne, sposa di Satana condannata ai tempi dell’Inquisizione – non voleva ancora essere dimenticata. In un villaggio in cui male e mare fanno rima, quattro amici d’infanzia si danno appuntamento per riabbracciare la ragazza e aiutarla. Ma lei, tipino sarcastico e scontroso dotata della bellezza rockettara di Victoire DuBois, è un buco nero che porta con sé sfortune e tragedie. Fra vecchi amori e nuovi incubi, la serie d’oltralpe non si lascia sfuggire elementi di sicuro raccapriccio: voci mostruose o cantilenanti, figure nell’ombra, risate di bambini spettrali, cani rabbiosi e denti strappati, anche se a ispirare l’inquietudine maggiore è la performance di una strepitosa Mireille Herbstmeyer. Non mancano gli inserti ironici, garantiti da un detective un po’ sopra le righe, né l’effetto nostalgia quando si entra in territori kinghiani: lo spunto è quello di un Misery in chiave soprannaturale, infatti, ma la rimpatriata ricorda proprio quella dei Perdenti di It. Tanto l’ultimo film di Muschietti è fallimentare nella componente orrorifica, però, quanto questo Marianne è riuscito. La serie, cosa rara, fa genuinamente paura. Una paura generata dagli innumerevoli jumpscare alla James Wan, ma anche dal fascino macabro delle tematiche e delle ambientazioni. Di grande atmosfera, piena di citazioni letterarie e sobbalzi, è consigliata a chi come me ha apprezzato l’ultimo Laugier. Un carrozzone del terrore sì ammiccante e già visto, ma comunque invidiabile per cura e gestione della suspance: perfetto per entrare nel mood di Halloween. (7+)

Erano giovani, carini e bugiardi. Erano, a mani basse, il guilty pleasure dello scorso anno. Sfacciatamente trash, un po’ Gossip Girl e un po’ Le regole del delitto perfetto, Elite mi aveva divertito da morire con il suo vortice di intrighi adolescenziali, sangue e sesso spinto. Chi aveva ucciso Marina? Era il grande dubbio della prima stagione. Quest’anno l’interrogativo cambia: cos’è successo al povero Samuel, l’outsider sulla bocca di tutti per via della sua borsa di studio e della parentela con l’accusato? Le variazioni sul tema sono minime: i nuovi ingressi sono un’arrampicatrice sociale, con una mamma pagata per fare le pulizie fra i corridoi della scuola privata; una presunta vincitrice della lotteria, in realtà coinvolta in un traffico di stupefacenti; il fratellastro della subdola Lola, ovviamente legato a lei da un’attrazione incestuosa alla Cruel Intentions. Scompaiono i volti più noti – Jaime Lorente e Miguel Herràn, forse impegnati sul set della Casa di carta – e la sorpresa è tutta per l’evoluzione del personaggio di Guzmàn, il fratello della ragazza assassinata, al centro di un cammino di vendetta e redenzione. Per fortuna sempre incensurati e recidivi, i giovani spagnoli sono meno divertenti e coinvolgenti che in passato, ma più maturi. La seconda stagione ha un andamento maggiormente lineare e conserva, per far presa garantita sui buoni amanti del trash, la sua natura di mancata soap opera. Innumerevoli le relazioni proibite, le coppie che ora scoppiano o si consolidano, le amicizie storiche messe in pericolo dal sospetto. Le tinte torbide, eppure, in teoria sono quelle di una moderna tragedia shakespeariana. Si parla nemmeno troppo fra le righe di quanto logorino la corruzione, il senso di colpa, il potere. Ma ci si distrae, se in un prodotto leggerissimo, alla maniera dei ricchi: fste grandi e rumorose, alcol a fiumi, cocaina sniffata nei bagni di lusso. Il non detto li rende tutti spensierati, ma anche complici e assassini. Il non detto ci renderà tutti curiosi, davanti all'idea di un rinnovo già annunciato. (6,5)

lunedì 15 ottobre 2018

I ♥ Telefilm: Élite | The Affair S04

Indossano le divise inamidate e le facce da schiaffi dei rampolli di Gossip Girl. Condividono i legami pericolosi e i segreti di How to get away with murder. Si parla di sesso e stupefacenti come in Skins, e non si ha paura di esporre generosamente i corpi o di rivolgersi all'occorrenza allo spacciatore di fiducia. È da una versione meno politicamente corretta di Tredici, però, che si prendono in prestito il cadavere di un'adolescente scomoda e tabù a fantasia. L'enorme differenza è che non siamo né nell'Upper East Side né in una serie a tesi pensata per un pubblico di adolescenti pudibondi. A spalancarsi, infatti, sono le porte di una scuola privata spagnola in cui non esistono censure o benpensanti. Si assisterà agli intrighi e agli amori dei teen drama di ogni dove, quindi, ma calcando la mano. Spesso esagerando non poco, vero, fra omosessualità e fondamentalismo religioso, truffe e gravidanze in forse, zuffe e discriminazione. Ma sono uno spettatore che rinnega talora le mezze misure e, se si tratta di guilty pleasure, pretendo siano così: divertenti e svergognati. Dopo La casa di carta, Netflix e la Spagna sono pronti a mostrarci lo scoppio della rivoluzione in un laccatissimo microcosmo impreparato all'ingresso del proletariato. A scuola ci sono tre nuovi studenti da scrutare con la puzza sotto il naso, infatti, e vengono dai bassi fondi: il timido cameriere Samuel nasconde un fratello galeotto e una cotta per una ragazza impossibile; Cristian, belloccio pronto a svendersi in cambio di un posto al sole, si lascia coinvolgere in un allettante mènage à trois da una coppia di fidanzatini in crisi, pronti a contenderselo per infantile capriccio; Nadia, musulmana praticante, indossa il velo a lezione, diventa l'oggetto di una scommessa erotica alla Cruel Intentions e protegge un fratello gay (in coppia proprio con un tennista della stessa scuola) dalle reazioni repressive di una famiglia troppo religiosa. Li unisce, li divide e li fa scoppiare, gettando prima il sasso e nascondendo poi la mano, la sfuggente Marina: sedicenne ribelle che si trasforma pian piano in vittima imperfetta, con una doppiezza e un'ambiguità che la collega Hannah Baker – capro espiatorio come lei – probabilmente si sognerebbe. Chi l'ha uccisa? Anzi, maestra di frequenti inimicizie quale era, chi l'avrebbe voluta viva? Gli spagnoli si confermano insuperabili con il giallo e gli eccessi delle telenovelas: alla combinazione tra le due cose, al trash che crea dipendenza vera, perciò non si resiste. Ricco, sfrontato, a nudo, Elite scotta per forma e contenuto, rivelandosi con malizia ben più colpevole delle serie affini. I suoi capi di imputazione: detenzione e spaccio, falsa testimonianza, omicidio colposo, atti osceni in luogo pubblico. Che dopo questi otto episodi introduttivi, allora, torni presto in aula: magari sexy e recidivo proprio come lo abbiamo conosciuto, pronti a dichiararlo l'imbattibile guilty pleasure di questa annata. (7)

Riallacciare i ponti con The Affair senza prima passare dalla terza stagione, definita disastrosa da spettatori di fiducia che, come me, avevano apprezzato per due anni consecutivi questo dramma che sempre di sesso, voltafaccia e menzogne parlava. L'ho fatto, sì, in nome di una serie che sembrava essere ritornata fortunatamente agli antichi fasti, sui propri passi, violando una regola non scritta nel manuale degli spettatori seriali: mai barare. C'era il senso di colpa. C'era il presentimento che mi mancassero i nessi logici, le basi, avendo saltato quasi per intero il precedente arco di episodi. Più forte, però, era il desiderio di qualcosa di valido, di qualcosa di ben scritto, se su altri fronti le incensatissime Sharp Objects e Maniac deludevano. Ho fatto bene, decisamente, e da qui sorge una domanda quanto mai piena di sconcerto: perché il passato scivolone, con un pessimo Fraser nel cast e nuove parentesi affatto convincenti, responsabile forse di aver fatto abbandonare a tanti un prodotto che a sorpresa aveva ancora molto da dare? Sono passati un numero imprecisato di anni dai fatti della prima stagione. Sono cambiati i partner, le città, il numero dei figli a carico, la conformazione delle famiglie. A restare è una struttura bipartita che mostra i quattro protagonisti allo specchio, al bivio: ognuno con una propria storia, ognuno con una versione dei fatti. Partiamo da Dominic West, lasciato prima dalla moglie e poi dall'amante, che dopo un best-seller e il carcere scopre la vocazione all'insegnamento e si trasferisce a Los Angeles per il bene di figli che, tuttavia, poco lo considerano: sarà uno studente talentuoso e ribelle a motivarlo, quando tutto sembra perso. Maura Tierney, la ex livorosa, fa invece i conti con la malattia del nuovo compagno – il chirurgo Vic, personaggio a cui si vuole un gran bene – e le tentazioni di Emily Browning, libertina vicina di casa. Ruth Wilson, da sempre donna fragile e problematica, ha avuto intanto un'altra bambina, frequenta un altro uomo – Ben, reduce di guerra perfino più fragile e problematico di lei – e, colta sull'orlo dell'abisso, rischia purtroppo di oltrepassare il punto di non ritorno. Questa, però, è la stagione per eccellenza di un Joshua Jackson in cerca di rivalsa e di se stesso: ora tradito, ora traditore, tenta di esorcizzare lo spettro del primo amore e, attraverso cinque compiti da portare a termine, di dire addio al ricordo di una Alison irraggiungibile. Che fine ha fatto quella Wilson ferita nell'anima, presenza evanescente sin dal primo episodio? In un viaggio a tre verso Princeton nasce un'impensata collaborazione tra West e Jackson, storici rivali costretti a riporre l'ascia di guerra per la donna a cui entrambi tengono ancora. Ci sono meno rancori, meno bugie, ma ugualmente tanti segreti. Scarseggia il sesso spinto, nella stagione più matura delle quattro, e ci si dà a confessioni struggenti (il nono episodio è uno shock) e a qualche rara caduta di stile (vedasi i padri che ritornano per un trapianto di reni, oppure le gravidanze inattese) grazie a una coralità compatta, prima dislocata e poi d'improvviso riunita, galeotta una Alison che fa da mastice e mistero. Ci si prova a rimpiazzare come si può, nell'impossibilità di dimenticarsi. Lo stesso, con un sospiro di sollievo, può dirsi anche di una serie tornata agli alti livelli di un tempo, che invece, sfiduciato nel profondo, io davo già per persa. Chiodo scaccia chiodo: lo sanno bene i protagonisti, tentati dall'idea della pace. E così, allo stesso modo, un grande ritorno scaccia al suon di dialoghi intensi e prove viscerali un errore di percorso che, a proposito di The Affair, ci era parso un tradimento imperdonabile. (7,5)