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giovedì 17 dicembre 2020

Il cinema al tempo del Covid-19: Mank, Elegia americana, L'incredibile storia dell'isola delle Rose, Uncle Frank, Il processo ai Chicago 7

Acclamato dalla critica come il film dell’anno, lo si attendeva con ansia. Mank, l’ultima fatica di David Fincher, sbancherà ai prossimi Oscar soprattutto nelle categorie secondarie. Prodigio di tecnica, con il suo bianco e nero pastoso e un audio leggermente gracchiante, sembra sbucato dagli anni Quaranta. Ci si poteva aspettare forse qualcosa di meno da un biopic che racconta la genesi dell’intramontabile Quarto potere? Seppur meno funambolico e barocco del capolavoro originale, Mank è una visione perfino più godibile del previsto grazie ai dialoghi scoppiettanti e a un personaggio sopra le righe. Il cuore, però, dov’è? Il sempre impeccabile Oldman interpreta l’eponimo sceneggiatore: erano anni di crisi. Con ancora i postumi della Grande Depressione, il cinema faceva il passo dal muto al sonoro e assoldava drammaturghi per attirare nuovo pubblico. C’erano l’avanzata di Hitler, inoltre, e le elezioni del 1934 da sabotare al suon di falsi cinegiornali. Chiamato a scrivere un film su commissione per Welles, il protagonista sceglierà un soggetto inusuale: la vita di un ricco magnate perso dietro gli intrighi del subdolo Mayer. Accompagnato dall’incantevole Amanda Seyfried, moglie trofeo ingiustamente bollata come bella e stupida, Oldman si muove tra i labirinti, le fontane e gli animali esotici della reale Candalù. In un puzzle costruito su diversi piani temporali, Fincher – con una sceneggiatura del defunto padre Jack – lavora al ritratto di un malinconico giullare destinato a farsi sempre terra bruciata per via della lingua lunga. Sbronzo e caracollante, Oldman punta il dito contro i miti e i mostri della MGM; scandalizza i figuranti della fitta corte dei miracoli di Charles Dance; menziona attori, addetti ai lavori, politicanti sconosciuti. Pieno di rimandi com’è, Mank affascina per la foggia bellissima ma lascia spesso indifferenti per il contenuto: quando Hollywood parla di sé, infatti, dovrebbe farlo con un linguaggio alla portata di tutti. Ripiegato su sé stesso, invece, il film va incontro a un controsenso. La fabbrica dei sogni ci svela dall’interno il proprio funzionamento. E, come dopo lo svelamento di un trucco, perde parte della magia. (7)

Su carta aveva tutto per piacermi. Le atmosfere rurali dei romanzi di Haruf, un regista classico ma solidissimo, due protagoniste che sin dal trailer facevano a gara di bravura. Le recensioni avevano presto frenato le aspettative. Elegia americana, tratto dal romanzo biografico di J.D. Vance, era il disastro preannunciato? Storia di tre generazioni a confronto, il film racconta il sogno americano del solito self-made man: uno scrittore partito dal nulla e giunto con successo al prestigio, che tuttavia non ha dimenticato l'importanza delle radici. Diviso tra dovere e famiglia, deve fare i conti con il richiamo del proprio sangue e con i guai ereditati da una genitrice perennemente sull'orlo dell'abisso. Articolato in una serie di lunghi flashback, Elegia americana si concentra sui bracci di ferro tra la madre e la nonna di Vance: più che a lui, infatti, si lascia spazio agli strepiti di due donne al centro di un rapporto di amore-odio. Amy Adams, imbolsita e fuori parte, esagera con i pianti, le urla e le salopette sformate: così sopra le righe da risultare involontariamente comica, offre purtroppo la prova peggiore della sua carriera a causa di un personaggio che segue tutti i cliché delle donne autodistruttive. Molto meglio Glenn Close, nonna dolcissima nonostante i modi spicci, che sotto il suo mascherone posticcio e l'andatura caracollante riesce comunque a lasciar trapelare una grande commozione: sarà la volta buona per l'Oscar? Dopo gli eccessi melodrammatici della prima parte, le cose si aggiustano nella seconda, dedicata al riscatto personale del protagonista. Moralmente edificante, vittima dei luoghi comuni e di un'intensità variabile, il film  è sin troppo caricaturale per apparire veritiero e la sceneggiatura – scritta a tavolino per strizzare l'occhio all'Academy – viene presto a noia: il tocco di un Clint Eastwood, più schietto del patinatissimo Howard, avrebbe fatto la differenza. Ciò che resta è una puntata di This is us lunga e dimenticabile, che riesce nell'impossibile: deludere, nonostante la presenza delle sue stelle. (6)

Dopo aver raccontato dei ricercatori al verde di Smetto quando voglio, criminali per necessità, il talentuoso Sibilia confeziona un’altra ode spassionata alla follia e al coraggio dei sognatori; a coloro che inventano e si reinventano. Ispirato a una vicenda talmente assurda da essere realmente accaduta, L’incredibile storia dell’isola delle Rose segue le avventure picaresche di un sempre ottimo Elio Germano. Ingegnere di belle speranze, più volte segnalato alle autorità per le sue invenzioni strampalate, a un certo punto progetta un’isola a largo di Rimini. In acque internazionali, nel 1968, sorge una piattaforma sorretta de sei piloni d’acciaio: sembra un lido o poco più, una discoteca. Invece era un’utopia galleggiante con le pretese di diventare uno Stato indipendente dall’Italia. Come acquisire la giusta credibilità, se accusato di contribuire al malcostume del Paese con la sua concezione di dolce vita? Rifugio felice per naufraghi, apolidi, reduci e neomamme, l’esistenza dell’isola insospettirà i piani alti – Zingaretti e Bentivoglio, esilaranti – e sarà discussa a Strasburgo, nel consiglio d’Europa. Accompagnati da una romantica De Angelis, Sibilia e il suo Germano ci rendono partecipi di una pagina di cronaca dal forte valore emblematico. Perfetto nel cast, nella CGI e nei colori sfavillanti, il film Netflix non è esente dalle lungaggini della seconda metà ma si riscatta con un epilogo emozionantissimo, che propone una catena di mani intrecciate e una morale sempreverde: i sogni non li abbattono neanche le cannonate. Il regista convince anche a ritmo di twist e con accento bolognese: artefice di prodotti giovani, ambiziosi e rinvigorenti, fatti di intuizioni e soprattutto di idee. Può esistere un’isola che non c’è? E un cinema che non c’era? (7+)

Hanno tutti un parente che si distingue dagli altri. Quello colto e distinto, seduto in disparte a leggere Flaubert, che per un motivo imprecisato non piace a nessun membro della famiglia. Quello diverso, in una maniera di cui da bambini non si capisce bene il perché. Ma Frank non è poi così diverso da Betty: la sua nipote prediletta, che nonostante le origini campagnole ha puntato alla Grande Mela per studiare letteratura. Lì scopre che lo zio professore ha una doppia vita: omosessuale, nasconde un compagno amorevole e amici strampalati. Costretti a tornare a casa per un funerale, nipote e zio viaggiano in macchina da New York a Creekville sulle scene di un passato doloroso. Quale trattamento ha ricevuto Frank? Cosa lo ha reso disincantato e omertoso? Alan Ball, autore premio Oscar per American Beauty, torna su Amazon. E scrive e dirige una commedia drammatica vagamente autobiografica, con un immediato effetto benefico. Ora spensierato, ora malinconico, Uncle Frank risulta leggerissimo nonostante i temi luttuosi. Riuscito tanto nelle ambientazioni anni Sessanta quanto per la caratterizzazione interiore dei personaggi, si ricorderà soprattutto per la bravura insospettabile di Paul Bettany: dolente e spiegazzato, elegantissimo, emoziona per la piega amara della bocca e per il tremore impercettibile delle mani. Con lui la giovane Sophia Ellis, un volto su cui puntare. Tra confronti, funerali e coming out, Uncle Frank è la rimpatriata agrodolce sull'orgoglio di essere pecore nere. (7)

Non amo i film d’inchiesta, ma per Aaron Sorkin ho fatto un’eccezione. Lo sceneggiatore e drammaturgo americano, qui anche regista, ci porta nell’estate turbolenta del 1968. Alle porte dell’Hotel Hilton, dove in previsione di una convention di democratici si riuniscono a pretestare tre gruppi di sinistra: uguali ma diversi, hanno intenti pacifisti – correva l’epoca del Vietnam – ma lo scontro con la polizia è inevitabile. Chi ha colpito per primo? Il film, un puro dramma processuale, racconta del processo per stabilire se la colpa spetti ai dimostranti o alle forze dell’ordine. Concitatissimo, parte con i migliori auspici e un montaggio serrato, ma si perde in un prosieguo caotico man mano che il caso diventa più logorante. Profondamente americano, il dramma di Sorkin strizza l’occhio con incertezza all’attualità e pecca di una caratterizzazione molto semplicistica, indulgente verso gli indagati e impietosa contro la polizia. Per me non al suo meglio, lo sceneggiatore riesce a essere comunque sorprendentemente piacevole a tratti, ma per me la sua ricostruzione non centra il punto. Nel cast, popoloso ma dispersivo, inoltre non spicca nessuno in particolare fatta eccezione per Sacha Baron Cohen e Jeremy Strong: due spassosi hippy, che rispondono a tono e con ironia. Peccato che nulla possano contro un epilogo alla Spielberg, altamente retorico, che vorrebbe stillare lacrime e miele in quantità, ma finisce soltanto per far sbuffare. Probabilmente non ne ho compreso l’urgenza. Non amo i film d’inchiesta, e Aaron Sorkin non è stato l’eccezione. (5,5)

domenica 3 dicembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: Darkest Hour, Mary Shelley, Professor Marston and The Wonder Women

Mali estremi richiedono estremi rimedi. La Seconda guerra mondiale è in atto. Hitler avanza. Diffonde la paura per le sue scelleratezze soprattutto in Europa. L'Inghilterra e le truppe alleate tremano. A chi affidarsi in tempi così disperati? Chi vorrebbe sobbarcarsi il peso di scelte decisive, questioni di vita e di morte? La proverbiale patata bollente spetta a Winston Churchill: primo ministro, essenzialmente, perché non c'era altra scelta. All'opinione pubblica non piacevano i suoi modi radicali. I suoi discorsi infervorati che parlavano della guerra come necessaria, mai banalmente di pace. Darkest Hour, ritratto pubblico e privato del politico inglese, racconta un uomo e un Paese indecisi sul da farsi. Circondati da forti venti di guerra, da opinioni divergenti. Cosa voleva il mondo da loro? Cosa il popolo? Dirige con mano elegante, al solito, un impeccabile Joe Wright. Whiskey a colazione, la cenere dei sigari dappertutto, le scelte importanti prese sulla tazza del water. Qualche gradevolissimo tocco di umorismo british ma, in definitiva, troppa pesantezza. Da colui che mi ha reso digeribile Jane Austen, moderna la letteratura russa, memorabile e spregevole la piccola Saoirse Ronan, mi aspettavo classe immancabile, sì, e quella punta di interesse che manca. Non amo il film bellico e Wright, che in un meraviglioso piano sequenza aveva colto invece l'essenza della battaglia di Dunkerque meglio e prima di Cristopher Nolan, non fa eccezione. La guerra è mostrata non in campo ma nelle retrovie. Con il linguaggio tutt'altro che semplice degli addetti ai lavori. All'azione, Darkest Hour preferisce così i fiumi di parole di un oratore bravissimo. Rigoroso e teatrale, il film finisce per annoiare spesso. Soltanto il Churchill uomo – vulnerabile, bizzoso, capace di tenerezza giusto con la moglie Kristin Scott Thomas e la stenografa Lily James – prende, diverte, con quella sua figura tozza e un parlare indescrivibile, biascicato, che si perderà sfortunatamente in fase di doppiaggio. Non possono bastare neanche i virtuosismi di un Gary Oldman da Oscar – più grande del film in sé, qui si dà a un one man show che fa quasi dimenticare gli sbadigli – per illuminarla a giorno però, quest'ora più buia. (6)

Figlia di due intellettuali, Mary cresce curiosa e malinconica, leggendo poesie al cimitero e intrattenendo i fratelli con storie di spettri. Appassionata di scienza e occulto, orgogliosa e romantica come Jane Eyre, cade in contraddizioni a sedici anni: si innamora corrisposta di Percy, impenitente e carismatico dongiovanni, e abbandona tutto – la famiglia, l'horror, soprattutto il rispetto per se stessa – per stargli accanto. Fanno scandalo. Convivono senza essere sposati, vivono ambigui ménage a cui Mary a volte non riesce a opporsi e, senza fissa dimora, sono assillati dai creditori. Lui predica e pratica l'amore libero. Lei lo appoggia in teoria, ma nella pratica vorrebbe trovare una voce e radici sentimentali più salde. Mary Shelley, romanzesco e appassionantissimo, lungo ma leggero come una piuma, è uno di quei rari film in costume che sono riusciti a non annoiarmi nel mentre. Complice una Elle Fanning la cui vista rinfranca ogni volta il cuore e che, per temperamento ed eleganza, ricorda la Kidman dei tempi felici. Con lei il narcisista Douglas Booth, l'indivisibile sorella interpretata dalla Bel Powley delle commedie indie e Tom Sturridge, perfetto Lord Byron dalla sessualità fluida e dagli occhi bistrati. Incalzante, classico, bene attento alle emozioni e ai passi del processo creativo, il dramma biografico di Haifaa Al-Mansour passa dal petto alla testa, dalla desolante morte di un figlio agli avvisi dei creditori, fino ad arrivare a una pubblicazione inizialmente accolta nell'anonimato. In giorni di pioggia, ospite presso il castello di Byron, Mary sfidò se stessa e le aspettative di un marito – e di un mondo – ancora maschilista. Frankenstein nacque per ripicca contro l'ozio di un inverno e l'insoddisfazione di una giovane donna che si atteggiava a femminista ante litteram, per poi struggersi con vergogna per le proprie pene d'amore. Dalla sindrome di abbandono che portò con sé dal giorno della nascita. Dai continui voltafaccia di un amante capriccioso, umorale e già sposato. Nel ritratto semplice ma intenso di un'eroina da film di Victor Fleming, ci sono tutta la grazia di una Fanning che ormai non sbaglia la scelta di un ruolo; il fuoco interiore che ne anima le fughe, i discorsi accesi e le naturali contraddizioni; quell'amore totalizzante, malsicuro, che genera i peggiori mostri e i migliori capolavori. (7)

Insegnano psicologia. Insieme da una vita, belli e affiatati come il primo giorno, si stimolano intellettualmente. Si piacciono ancora. Non temono, perciò, che un'amante – la studentessa più promettente del corso di lui, che con la sua bellezza da bambola attira sguardi a lezione – possa dividerli. A quella ventiduenne che vorrebbe cambiare il mondo, i coniugi Marston aprono prima la camera da letto, poi la casa. Si innamorano entrambi di lei, con la scusa di voler studiare i meccanismi delle confraternite, le relazioni umane, i misteri della sessualità. William Moulton Marston perfezionerà la macchina della verità, sperimenterà i piaceri del bondage e della vita a tre, inventerà – per amore delle sue donne straordinarie – il personaggio di Wonder Woman. Lontana dall'eroina buonista dello strombazzato film della Jenkins, l'amazzone sfidava il tabù dell'omosessualità, praticava il sadomasochismo e, come il suo ideatore, viveva in un mondo di sole donne. Il costume un po' succinto ispirato al mondo del burlesque, corde e legacci come metafora del rapporto amoroso: dove a volte bisogna sottomettere e altre dominare, se in cerca di equilibri. Un Luke Evans non troppo convincente deve difendersi a spada tratta dalle accuse di immoralità e dal bigottismo di una Connie Britton che lo torchia. Deve farle capire, farci capire, che non era solo per il gusto fine a sé stesso di provocare. Che lui, la candida Bella Heathcote e una straordinaria Rebecca Hall si amavano davvero: alla pari. E mettono così su famiglia, crescono figli senza distinguerli fra è mio o è tuo, vivono un felice ménage à trois – anche se l'intolleranza, le crisi melodrammatiche sono dietro l'angolo – che può funzionare anche lontano dagli appartamenti francesi di The Dreamers. Peccato che Professor Marston & The Wonder Women, sulla falsa riga di Masters of Sex, vorrebbe parlare di un erotismo, di una modernità, che vuoi gli stilemi da fiction, vuoi le briglie tirate da un'impersonale Angela Robinson, non riesce a mettere in pratica. Peccato che un triangolo di belli e bravi sia notevolmente sbilanciato, se la presenza della Hall – per fascino e maturità – offusca quella di compagni non alla sua altezza. Rispettosa e delicata, troppo, televisiva nella scrittura, la biografia dell'uomo che ispirò Wonder Woman e le famiglie non convenzionali interessa ma non solletica certe fantasie. Una vicenda moderna, da conoscere, che rinuncia al sesso ma che di sesso parla – quando c'è, girato con molto impaccio, ha Feeling Good in sottofondo. Marston e le sue orgogliose odalische sarebbero fieri di sapere che, decenni e decenni dopo, nell'anno in cui la loro invincibile Diana è arrivata in sala con successo, il cinema stia parlando finalmente di loro, mostandone serenamente i pensieri sconvenienti e le passioni all'avanguardia. Meno all'idea che, nel raccontare loro che di vergogna non ne avevano affatto, intervengano i toni cauti, le immagini pulite, di un biopic che vorrebbe ma non può. (5,5)