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giovedì 30 giugno 2022

Recensione: I grandi sognatori, di Rebecca Makkai

| I grandi sognatori, di Rebecca Makkai. Einaudi, € 22, pp. 528 |

La rete lo ha paragonato al romanzo di Hanya Yanagihara e per un po' l'impressione è stata la stessa. Non c'è New York, ma Chicago. E ci sono Yale e Charlie – il primo un ambizioso gallerista in erba, l'altro direttore di un giornale politicamente schierato –, all'apparenza felici e monogami, che si amano nel mezzo di una popolosa galleria di amici geniali: attori dongiovanni che affrontano la vita come se fosse un parco divertimento, avvocati dalla voce stentorea, fotografi e artisti destinati a essere studiati in futuro dagli addetti ai lavori. Ma questa non è la loro storia, o comunque non soltanto. I grandi sognatori racconta di una generazione perduta: anzi tre. Rebecca Makkai, infatti, intreccia traumi collettivi e personali in un dramma fatto di corsi e ricorsi storici, dove la paura cambia nome – prima guerra, poi Aids, infine terrorismo – ma la perseveranza dei superstiti, invece, resta immutata. È una fortuna o una tragedia sopravvivere? È un dono o una maledizione trovarsi a essere il custode di mille storie di fantasmi?

Abbiamo vissuto qualcosa che i nostri genitori non hanno vissuto. Ci ha reso più vecchi di loro. E quando sei più vecchio dei tuoi genitori, che fai? Chi ti insegna a campare?

Strutturato tra passato e presente, il romanzo ha il personaggio di Fiona per filo conduttore: sorella minore di un giovane omosessuale morto nel clou degli anni Ottanta, è diventata prima l'anima del gruppo degli amici del defunto e poi, anni dopo, una madre talmente assente da lasciare l'unica figlia in balia di una setta religiosa. C'è un limite massimo all'amore che possiamo garantire agli altri? Fiona lo ha forse superato, al punto da essere ormai un guscio vuoto? Ultracinquantenne, vola nella Parigi del Bataclan per fare ammenda, ma laggiù il passato è più vivo che mai: come non pensare agli aneddoti della prozia, musa dei maggiori pittori della Belle Epoque, o a Yale – il più grande tra i sognatori – che fino all'ultimo tentò di rendere giustizia all'anziana?

Non ci pensi mai, che so, a dove andiamo dopo la morte? […] Secondo me è come dormire, ma aiutando a sognare il mondo. Qualunque cosa accade sulla terra, tutti i fatti incredibili che capitano, l'eruzione di un vulcano, per dire, nasce dai sogni collettivi di chi ha vissuto.

C'è tanto materiale per un romanzo solo: troppo, perfino per queste 500 pagine. Avrebbero avuto bisogno di essere limate, asciugate dagli eccessi, sintetizzate. Si fatica in particolare nella prima parte, quando l'autrice si addentra nei dettagli delle opere da autenticare o nella disputa tra gli eredi. Per fortuna, però, appare altrettanto meticolosa quando si giunge al focus principale: l'epidemia di Aids. Makkai, alla maniera della serie TV It's a Sin, fa delle ultime pagine un manifesto umano e politico di attese snervanti in ospedale, diagnosi spaventose, slogan e striscioni contro il sistema sanitario americano, deleghe e lasciti. I migliori amici erediteranno sciarpe a righe, scarpe troppo strette, del filo interdentale, perfino un gatto. E nel tempo che resta loro – purtroppo, mai abbastanza – offriranno al prossimo spalle su cui piangere e baci plateali in pubblico. Ti viene da ringraziarla, allora, quest'autrice con talmente tanto da dire, da dare, da sacrificare la compattezza di un romanzo che avrebbe potuto senz'altro essere migliore di così. Ti viene da correggerti e definirla non più disordinata, ma semmai generosa, con le sue trame densissime che tentano di risolversi a vicenda e regalano, in rewind, in sogno, una seconda illusoria giovinezza a Fiona, Yale e gli altri. In pegno – per noi, per la pazienza e le lacrime – lascerà un pugno di cenere e glitter.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Simon & Garfunkel – America

sabato 10 aprile 2021

Sulla bocca di tutti: WandaVision | It's a Sin | Speravo de morì prima

Lei, sorridente e con una messa in piega inappuntabile, è la classica mogliettina pronta ad accogliere gli ospiti alla porta. Lui, impiegato sottopagato, si dedica a testa bassa al lavoro d'ufficio ma nasconde un'identità segreta. Lei strega potentissima, lui robot dal cuore d'oro, sono moglie e marito su uno sfondo saltato fuori dagli anni Cinquanta. Cosa hanno da spartire Wanda e Visione – due degli eroi più amati della squadra degli Avangers – con quelle sitcom senza tempo in stile Vita da strega? Cosa ho da spartire io, ancora, nemico giurato delle produzioni Marvel, con la serie più attesa e chiacchierata dei fumetti? Bene a conoscenza degli eventi del MCU grazie agli spoiler frequentissimi di amici e parenti, ho approcciato la serie in nove episodi senza confusione. Perché questo sacrificio? Gli stessi amici e parenti mi dicevano di vincere il pregiudizio e di gettarmi a capofitto in questo esperimento metatelevisivo senza precedenti. Man mano che la famiglia dei protagonisti si amplia – nascono due gemelli; la vicina di casa, Agnes, diventa una presenza fissa –, la serie cambia aspetto. Si avanza dagli anni Cinquanta ai Duemila, passando da Genitori in blue jeans a Malcolm in the Middle. Quale stregoneria è mai questa? Cosa succede nella cittadina di Eastview, protetta da una barriera impenetrabile e da leggi tutte sue? Inutile spendere parole di troppo, gli spoiler sarebbero dietro l'angolo. Tra omaggio luccicante e immancabile thriller a tinte action, WandaVision non è forse il capolavoro di cui si è letto qui e lì – sono troppi i buchi di sceneggiatura e l'epilogo, chiassoso, non mi è all'altezza della raffinatezza del resto –, ma resta in ogni caso una serie deliziosa. È l'anello di congiunzione tra il cinecomic e il film d'autore. È il ritratto sovrumano del più umano dei drammi, ossia l'elaborazione del lutto. È la consacrazione di Elizabeth Olsen, interprete splendida e versatile, accompagnata dal più dimenticabile Paul Bettany. È, sopratutto, uno spassionato atto d'amore verso l'amore e le serie TV: che, ora come non mai, ci salvano dai conflitti, dall'isolamento e, qualche volta, perfino dai noi stessi. (7,5)

Già profetico lo scorso anno, con il distopico Years and Years, Russell T. Davies si conferma la penna più adatta per catturare il meglio e il peggio dei nostri anni matti. Questa volta fa un passo indietro e si guarda alle spalle. Verso un passato che brucia ancora. Dichiaratamente omosessuale, Davies doveva avere la stessa età dei suoi protagonisti quando la paura ha cominciato a monopolizzare le conversazioni di un'intera generazione. Inizialmente sembrava una cosa destinata a sconvolgere soltanto i lontani Stati Uniti. In Inghilterra giovani, sfrenati, continuavano a darsi alla pazza gioia. Succede a Ritchie, aspirante attore che colleziona rapporti a rischio; a Roscoe, in fuga dalle restrizioni della famiglia; a Colin, discreto ma non per questo al sicuro. Unica donna della compagnia, la solerte Jill: un personaggio di una bontà mai vista, devota tanto ai propri coinquilini quanto alla causa gay. Inquadrati nella Londra dei primi anni Ottanta, i protagonisti sono un gruppo di ventenni che fronteggiano l'avvento spaventoso dell'Aids. L'ansia, le bugie, il negazionismo, gli ospedali affollati, i funerali in solitaria, la pulizia ossessiva e maniacale, il terrore viscerale del contatto fisico. Se tutto appare attualmente come non mai, in tempi di emergenza sanitaria, a risollevare gli animi ci pensa una dimensione corale degna di una sitcom bellissima. Qualche storia è a lieto fine, qualcun'altra purtroppo no. Scopriremo di famiglie accoglienti e di altre tenute all'oscuro. Vedremo le conseguenze della malattia – sarcomi, linfomi, perfino demenza – e i mezzi più ignoranti per scongiurarla – bere la propria urina, ingerire il liquido delle batterie. Quanta umanità e quanta follia nei protagonisti. Quanto bene gli ho voluto, nonostante avessero in molti casi il destino segnato. Che fosse una miniserie ironica, ben recitata e scritta benissimo, avrei potuto urlarlo al mondo anche soltanto dopo una manciata di episodi. Ma reduce dal quinto e ultimo, butto via i kleenex stropicciati e vi dico che la miniserie sulla morte ai tempi dell'amore resterà tra le più indimenticabili dell'anno corrente. (8,5)

Il lungo addio di Francesco Totti: l'ottavo re di Roma. Sei episodi dai toni indovinati, a metà strada tra la verve grottesca di Boris e il piglio esistenzialista di Paolo Sorrentino, per il biopic calcistico che non sapevi di stare aspettando. Lontano dal diventare un'agiografia stucchevole di matrice Rai, la serie diretta da Luca Ribuoli si conferma una fiera commedia nazional popolare: leggerissima, ma dotata altresì di una malinconia contagiosa, racconta cosa succede quando le luci dei riflettori stanno per spegnersi e cita con gusto Rocky, L'attimo fuggente e il cinema western di Sergio Leone. Nel mezzo del cammin della sua vita, dopo venticinque anni di onorato servizio, un “Pupone” sulla soglia dei quaranta si prepara a malincuore a riporre gli scarpini al chiodo. E a diventare finalmente uomo. Ma come non assecondare d'altra parte la tentazione tutta umana di inseguire un ultimo derby; un secondo tempo della giovinezza? Al congedo solenne partecipano figuranti d'eccezione – Del Piero, Pirlo, Calabresi, Memphis, Guzzanti –, quei genitori onnipresenti, dolcissimi e un po' cafoni – Guerritore e Colangeli –, i compagni di squadra – l'esilarante Antonio Cassano su tutti, dipinto come una sorta di delirante Lucignolo –, il nemico giurato Spalletti, la Blasi di una preziosissima Greta Scarano. Ma se la serie andata in onda su Sky si rivela essere la sorpresa televisiva di questo 2021 è soprattutto grazie al figlio d'arte Pietro Castellitto: una scommessa vinta. Che ci importa che sia più giovane e meno prestante del Francesco in carne e ossa, se becca a colpo sicuro la parlata strascicata, le smorfie e la capacità di far battute restando serio come Buster Keaton? Re e prigioniero all'interno di una Roma piena di contraddizioni, il capitano giallorosso si lascia raccontare tra pubblico e privato. E in una narrazione fluida, dove i ricordi d'infanzia si mescolano ad autentiche visioni a occhi aperti, segna il goal decisivo conquistando anche l'ammirazione di un profano mai stato all'Olimpico. (7,5)

lunedì 18 febbraio 2019

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Bohemian Rhapsody | BlacKkKlansman | Se la strada potesse parlare

Doveva essere prima Sacha Baron Cohen, poi Ben Whishaw, ma la scelta è ricaduta all'ultimo su Rami Malek: fra uno slittamento e l'altro, la travagliata scelta dell'attore protagonista aveva accontentato tutti. Alla regia, invece, Brian Singer era stato sostituto nel mentre da Dexter Fletcher: gli scandali sessuali, si sa, non avvisano in anticipo le major hollywoodiane. Con tutti gli accorgimenti delle pellicole sofferte, rattoppate, che soltanto nel mentre decidono cosa essere e cosa non essere, Bohemian Rhapsody ha finalmente visto la luce lo scorso novembre. Nonostante le disastrose premesse, al botteghino si è rivelato un successo straordinario. Gli è andata senz'altro meglio che ad altri biopic al centro di simili rimaneggiamenti, ma il risultato, modestissimo, non cambia. In quale momento la voce solista dei Queen è diventata leggendaria? Da dov'è partita l'ascesa inarrestabile di Freddie Mercury, a cui nemmeno la morte precoce ha tarpato le ali? Nato a Zanzibar, facchino in un aeroporto britannico, aveva quattro incisivi superiori, un'estensione da pelle d'oca e avventure sentimentali che, con l'avvento dell'Aids, facevano tremare la comunità gay. Figlio maggiore in una famiglia di immigrati, sentiva il bisogno di sentirsi parte di qualcosa: tutto partì da una semplice band universitaria. Sognava di vedersi idolo delle folle. Non gli mancheranno attorno cattivi consiglieri, e la solitudine, a giorni alterni, si farà sentire. Quando tutti andranno avanti, si stancheranno di festeggiare e di seguirlo a ruota nelle sue bizze da primadonna. Mai, tuttavia, di starlo ad ascoltare. Biografia parziale e canonica, godibile ma mai all'altezza del suo ispiratore, in Bohemian Rhapsody funzionano quelle canzoni sempiterne; lo scatenato Malek, che compensa con gli sguardi e i movimenti all'impaccio delle parrucche e agli inguardabili denti posticci; le ville piene di gatti adorabili e la freschezza dell'attrice Lucy Boynton, descritta come l'amore di una vita a dispetto del compagno storico. Scarseggiano il sesso, le droghe, gli amanti sbagliati. Scarseggiano gli eccessi, la voglia di provocare e gli autentici colpi di genio. Sovversivo qual era, Mercury si merita ben più di una agiografica vittima dei divieti e dei cambi di rotta. I Queen hanno riempito gli stadi, e continuano a farlo con Adam Lambert come erede spirituale. Riempiono le sale, ora, rubando premi immeritati e infrangendo record. Il loro film piacerà ai fan di vecchia data, alle famiglie riunite, meno agli appassionati. Povero di trovate stilistiche, di guizzi, al punto da stonare un po': un autentico paradosso, dipingendo a spizzichi, bocconi e ritornelli da cantare a memoria un leader dall'intonazione perfetta. (6)

Ci sono quelle storie talmente assurde da essere vere. Ci sono sceneggiature – da premio Oscar, i bookmaker hanno parlato – che brillano senza grandi sforzi, perché la cronaca ha già mostrato umorismo e inventiva in dosi abbondanti. Questa è la storia, assurda per l'appunto, di un poliziotto che ha l'ardine di infiltrarsi in un covo pericolosissimo: il Ku Klux Klan. Un poliziotto afroamericano. Come passare inosservati nella setta intollerante per antonomasia, se la pelle nera e la voce grossa non mentono? Unico sbirro di colore a Colorado Springs, spiccherebbe nella massa di per sé: alle sue origini, aggiungete anche idee reazionarie. Rifiutare il modesto lavoro in archivio e far crollare nel decennio delle rivolte per la guerra in Vietnam, delle manifestazioni per il famoso Black Power, la casa degli orrori. Basta un annuncio sul giornale per comporre un numero di telefono e dichiarare di volerne fare parte dall'oggi al domani. Basta un aiutante – bianco, però – da guidare all'interno passo dopo passo. Non abbastanza militante per la comunità afroamericana, la mente John David Washington si appoggia al braccio Adam Driver, al contrario non abbastanza ebreo. Loro, che non hanno mai pensato alla razza, alla religione, né al dramma delle proprie origini, prenderanno coscienza di sé all'improvviso. I poliziotti, sul chi va là, guardano intanto dalla parte sbagliata. I membri del Ku Klux, affatto invisibili, cercano un nuovo leader carismatico: magari per puntare, un giorno, alla presidenza degli Stati Uniti? L'America, ci si consola invano, non eleggerebbe mai uomini così. O forse sì? Ci ha smentiti l'avvento Trump e, ancora una volta, il terrore è venuto dall'interno, non dallo straniero. Uno Spike Lee in forma smagliante punta il dito, fa nomi su nomi, non le manda a dire. Divertentissimo e arrabbiatissimo, prende in prestito l'aria scanzonata delle commedie poliziesche e un tema che scotta. Un po' classico buddy movie, un po' satira, un po' biografia d'inchiesta, BlacKkKlansman sa ridere della tragedia del razzismo e di se stesso. Ignora qualsiasi retorica, si fa beffe del politicamente corretto, ma conferma nel male la mia scarsa affinità con il cinema di Lee: regista che poco mi piace, e di cui avrò visto i film sbagliati. Appiattito dal doppiaggio e banalizzato strada facendo da uno sviluppo meno originale dello spunto di partenza – due protagonisti prima rivali e poi amici, un piano criminale da sabotare, l'immancabile trucco del microfono nascosto che, in ultima battuta, fa storcere il naso –, intrattiene con il suo carico di indignazione e attualità, grandi attese e grandi nomi. Graffia, ma poco aggiungono gli attori, la regia dai toni retrò, la settima arte. Il messaggio arriva, forte e chiaro, ma ci si aspettava una marcia in più. (6,5)

Passato alla storia per aver soffiato lo scettro a La La Land, Barry Jenkins aveva infastidito più di qualcuno – occhi puntati a quella vittoria politica, a quel dramma tetro preferito al musical di Chazelle –, ma non il sottoscritto. Moonlight mi aveva commosso, imperfetto e strabordante com'era. A colpirmi, l'universalità e la discrezione di un autore che raccontava una storia d'amore senza farne mai un film LGBTQ. Atteso al varco, quest'anno è tornato: l'intento, quello di parlare di persecuzione razziale senza mai scomodare il razzismo. Possibile? Lo splendido romanzo di James Baldwin gli aveva già spianato la strada: si parlava d'amore, mica di odio, e i toni erano quelli inconsueti di una fiaba romantica. In cui lui ama lei, c'è un bambino in arrivo, ma il poliziotto sbagliato accusa l'uomo sbagliato: può Stephan James aver stuprato una donna indifesa? L'incantevole Kiki Layne non ci crede e, con il pancione che cresce, mobilita gli avvocati difensori e le famiglie in frantumi – se quella di Fonny, a proposito di fiabe, sarà composta da matrone bigotte appena uscite dalle pagine di Cenerentola, la ragazza potrà contare sull'ostinazione di Regina King: una mamma che s'impunta, s'improvvisa segugio in viaggio a Puerto Rico, ma non rischia di restare nel cuore con un'eroina femminile che sa di già visto. Bellissima dal punto di vista stilistico, la trasposizione colpisce lo sguardo per l'approccio di un Jenkins esteta come non mai: l'intimità mozzafiato dei piani sequenza, la scelta dei colori pastello, l'avvolgente colonna sonora jazz. Il filtro insolito della favola urbana, tuttavia, fa correre al regista un rischio serissimo: quello di risultare fuori tempo, con un melodramma alla Frank Capra. Mancano la vena sarcastica di Lee, la potenza dialettica di Washington, la concordia di Farrelly, e questo messaggio d'amore, purtroppo, al cinema trova un mondo troppo scettico, troppo cinico. Lì, nella sua semplicità, il suo grande coraggio ma anche la sua insanabile pecca. Il romanzo, scritto cinquant'anni fa, sembra stato pensato ieri; il film, fedelissimo, risulta antiquato. La tristezza, quella vera, nasce davanti al monologo di un vecchio amico appena uscito di galera e terrorizzato all'idea di farvi ritorno. L'empatia, quella vera, è per un Dave Franco che apre casa sua alle coppie felici, mentre i protagonisti – che penetranti sguardi in camera, che volti telegenici – fantasticano su come arredare un open space. Fonny e Tish credono in Dio, nella giustizia, in loro stessi. Se la strada potesse parlare, allora, ti racconterebbe di un epilogo sospeso nella speranza, di un passo indietro per Jenkins, di un tentativo a metà. Al chiaro di luna, Beale Street aveva tutta un'altra forza. (6)

mercoledì 2 gennaio 2019

Recensione: Seguimi con gli occhi, di Nadia Galliano

Seguimi con gli occhi, di Nadia Galliano. Bookabook, € 15, pp. 261 |

I romanzi per ragazzi e la malattia, dalla commozione post Colpa delle stelle in avanti, hanno sempre avuto un rapporto stretto. Ispiravano amori tragici mai passati di moda e riflessioni importanti su testamenti morali e check-up da concedersi con frequenza regolare. Ci sono malattie e malattie però: alcune quasi nobilitanti, che chiamano a sé amici solidali e compagni di battaglia; altre tabù, sotto silenzio, che al contrario provocano un ingiustificato imbarazzo. Toccherebbe infatti parlare di sesso non protetto, droghe, eredità genetiche. È il caso dell'HIV: cosa da tossicodipendenti o drammi LGBTQ, diremmo con un'alzata di spalle; un morbo estraneo alle persone perbene. Lo scopre a proprie spese Emma, ragazza all'ultimo anno di liceo, con un canale YouTube piuttosto popolare e un fratello maggiore, Nicola, che in seguito a una polmonite aggressiva scopre di essere sieropositivo: è troppo tardi. Quel ragazzo dai capelli lunghi che derideva gli hashtag e amava viaggiare, leggendo fumetti alternativi o imbarcandosi in quattro e quattr'otto per mete accattivanti, è morto da due anni. In un letto di ospedale, dietro una veneziana d'ordinanza, accanto a una sorella disinformata che a un certo punto aveva perfino paura di tenergli la mano: come se il virus, mortale se non localizzato in tempo, si diffondesse con un semplice contatto.

Lo persi senza lottare. Fu un colpo intenso, ben assestato. Tra il torace e l'addome, diretto al diaframma. Lì, su due piedi, mi mancò il respiro. Non per un attimo, non per qualche minuto. Anche quello, come il cuore, mi scappò via per un tempo immenso. Persi il cuore e il respiro tutto d'un fiato, tutto d'un colpo. 

La protagonista ha confessato il proprio dolore in rete e in risposta sono arrivati i leoni da tastiera, i diffamatori di quel Nicola da lei stessa guardato con il filtro del pregiudizio. Adesso ha un appuntamento fisso con un loquace terapista – Emma parla poco, attratta piuttosto dagli origami ipnotici sulla scrivania di lui – e, proprio quando credeva non ci fosse via di fuga al senso di colpa, ecco giungerle in soccorso la brochure di un gruppo di supporto colorato e un po' glamour ospitato in un palazzo del centro. La ragazza sta sulle sue, osserva e presta ascolto, impara. Noi lettori insieme a lei. 
Ci sono Met, passato dal mondo delle passerelle al ruolo delicato di moderatore; Teresa e Camilla, donne di mezza età con figli a carico e una diagnosi da ingannare ricercando forti emozioni con un biglietto aereo; Carlo, volontario attratto dalla ritrosia di Emma e con il sogno alquanto insolito a vent'anni di diventare notaio; Adele, artista di strada fragilissima e autolesionista, tutta risposte secche e tagli profondi per richiesta d'aiuto. 
C'è un'asta di beneficenza da organizzare, soprattutto, affinché quel giovane disperato che tanto ricorda Nicola – Leonardo, senza una casa all'indomani dei risultati allarmanti delle analisi – non finisca in mezzo a una strada.

Tutto è nato da un sentimento che si è trasformato in diagnosi.

Seguimi con gli occhi, in campagna prima con Bookabook e infine scelto dai lettori, è un romanzo di (in)formazione dolcissimo e didascalico solo di rado. Il linguaggio semplice e pertinente di Nadia Galliano – medico con una specializzazione in psichiatria – è quello di un'addetta ai lavori prestata alla narrativa con buoni risultati. Perfino la dimensione corale, tanto spiccata da far perdere a tratti il punto di vista di Emma nella pluralità di storie e membri della Heart to Haart Foundation, è in linea con lo spirto di comunità che hanno fatto di anonimato e solidarietà la loro regola. Per fortuna, ad aggiungere un tocco di letterarietà in più è l'emozionante capitolo finale alla Sliding Doors, con l'inedito punto di vista del compianto Nicola. La malattia ha distrutto contemporaneamente il suo sistema immunitario e il cuore ancora innocente della sorella.

La vita non ti viene ad amare, la devi amare tu.

Magra ai limiti dell'anoressia, Emma scopre il piacere di riprendere a mangiare in un ristorante al buio uscito dalla migliore sequenza di Questione di tempo; avanza verso il microfono, si apre, abbandonando il sottile egoismo che a lungo l'ha fatta concentrare soltanto sul proprio dolore. Accusando dello sfacelo familiare una perfetta sconosciuta – la ragazza del fratello, la cui identità sarà svelata in prossimità del finale con un riuscito colpo di scena –, quando in realtà la colpa spettava soltanto alla mancata precauzione. Coloro che vengono colpiti, infatti, hanno paura di chiedere aiuto al prossimo, ignorano i segni finché è possibile. Fino a quando l'avanzare del virus è ormai irrimediabile. In questo caleidoscopio non senza tocchi di lirismo, non senza tocchi d'ironia, l'autrice segue da vicino vittime, superstiti e testimoni invitandoci a fare altrettanto. A seguire con gli occhi la rinascita di un'adolescente ancora incapace di voltare pagina, i segni e le diagnosi, se prevenire leggendo è meglio che curare.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Martina Attili – Cherofobia

venerdì 30 maggio 2014

Mr Ciak #36: The Normal Heart, Un amore senza fine, Godzilla, What Maisie Knew, Ti ricordi di me?


La HBO non sbaglia mai. Spara e, a colpo sicuro, centra il bersaglio. Quei rari film all'anno che produce sono eventi. Fanno parlare, si lasciano amare, si fanno guardare. L'anno scorso, Behind The Candelabra aveva superato i confini del piccolo schermo: era arrivato nei cinema. Spero, in tutta sincerità, cheThe Normal Heart abbia la stessa sorte. Lo meriterebbe. Dopo delusioni (in)dimenticabili, Ryan Murphy torna a posizionarsi dove sta meglio. Nelle preziose retrovie della macchina da presa. Ci racconta l'avvento dell'Aids, all'ombra della rivoluzione sessuale: una parata, sguaita e volgare sulle note dei Village People, che ha il fervore e la follia che caratterizza tutte le cose che si fanno in segreto e poi esplodono per far baccano. Ogni giorno è festa. Senza freni, senza limiti, senza protezioni. I protagonisti vivono al centro di una parentesi color arcobaleno che non conosce scadenza. Lontani da genitori che ignorano le loro tendenze, dai pregiudizi, rintanati in doppie vite indegne e in lussuriose isole a tema. Il pericolo arriva come in un film dell'orrore. Un contagio che trasforma tutti in zombie, i cuori in poltiglia, i corpi in scheletri. Si muore in ospedali che, da un giorno all'altro, diventano troppo pieni. Di uomi in frantumi che si tengono per mano. Di mascherine per prevenire la diffusione, e vassoi che nessuno consegna, e cibo che nessuno mangia. Mentre l'America si volta dall'altra parte per non guardare, ha inizio una battaglia che prende di mira il mondo della politica; la sanità, la scienza. A capitanarla, uno scrittore che ha la sfortuna e la fortuna di trovare la persona della sua vita in un mondo di sangue infetto. Al centro di un pandemonio in cui tutti spingono, piangono, si lasciano morire. Quando Ned s'innamora di Felix la battaglia diventa guerra. Trovare un vaccino per il virus diventa questione di vita e di morte. Un fatto personale. Perché non può lasciarlo andare: non adesso. Crudo, coraggioso, emozionante, di televisivo non ha nulla. Completo. Alla base, una pièce teatrale che, ormai, ha lunga vita: dialoghi lunghi e inattaccabili, script soldissimo, attori – dal più piccolo al più grande – destinati a momenti di virtuosismo formidabili. La storia cattura più di quanto facesse quella del troppo lucido Dallas Buyers Club. Qui si gioca con la commozione, si ci intrattiene con personaggi di un'umanità immensa e calati in uno scenario tristemente realistico, si parla del tentativo di costruire una relazione sana in un campo di granate inesplose. Moralmente impegnato, politicamente schierato, il film a volte è come il suo protagonista. Scontroso, senza mezze misure. Un filo dell'alta tensione. Il successo è nel cast. Una Julia Roberts combattiva e feroce, bloccata su una sedia a rotelle e sulla soglia di cinquant'anni che mettono in mostra tutte le sue fantastiche rughe d'espressione; un Mark Ruffalo – protagonista eccelso – da applausi, e destinato ad exploit terrificanti. Negargli una statuetta, un crimine contro l'umanità. L'elemento più debole, il Jim Parson di Big Bang Theory: forzato, innaturale. Illuminante Matt Bomer: struggente nella seconda parte, insieme a un generoso Ruffalo che gli infonde un po' della sua luce. Lo travolge con il suo talento; lo bersaglia di buste di latte, frutti, pane integrale, pasticche, per convincerlo a mangiare. Fino a questo momento, della star di White Collar avevo colto solo una cosa. La più lampante. Matt Bomer è bello, e di quella bellezza che distrae e mette in imbarazzo. Gli altri e sé stessi. Sulla scia di Jared Leto, abbandona quello che più lo limita: il suo corpo. Ho capito quanto bravo fosse quando ha fatto sua la sofferenza di Felix. Con venti chili di meno, la pelle che cadeva a scaglie, una fisicità - un tempo perfetta - alla deriva. Le trasformazioni impressionano, la sua non fa eccezione. Saperlo omosessuale, sposato, padre di due bambini, rende la finzione meno fasulla: la sua prova più viscerale ancora. Ci sono due scene di nudo che lo vedono coinvolto. Nella prima, sembra una statua; nella seconda, con la pelle ricoperta di macchie e il corpo che si accartoccia sotto l'acqua della doccia, mentre Ned tenta di tirarlo su, dopo aver ripulito il suo corpo rachitico dai liquidi corporei che non riesce più a trattenere, viene naturarle distogliere lo sguardo. Le due immagini – simmetricamente opposte – spiegano più delle parole cosa voleva dire ammalarsi. The Normal Heart, schietto, racconta cos'era l'hiv e chi era a venirne ammazzato. Ma non come farebbe un impersonale servizio giornalistico; semplicemente, come farebbe un bel film, con la scrittura dinamica e i momenti drammatici di un romanzo che annichilisce tanto che è intenso. Vedi le facce e conosci le piaghe di personaggi che diventano il paradigma di una generazione. Il sipario, puntuale, arriva dopo centoventi minuti e si chiude su una scena toccante e significativa come poche: una promessa senza preti, carte, avvocati. Same Love. Ai prossimi Golden Globe, immagino di conoscere già in anticipo uno dei grandiosi titoli che saranno in lizza. (8,5)

Dramma in salsa adolescenziale poco malvagio. Lei ricca, lui povero. Insieme, belli come il sole ad agosto. Prima dei vari Moccia, c'era Un amore senza fine. L'adolescenza si ballava e si cantava, gli amori impossibili erano il top, i padri che si opponevano agli appuntamenti con i “bad boys” erano all'ordine del giorno. L'etichetta new adult non esisteva. L'Endless Love di Zeffirelli doveva essere bruttissimo! Questo, arrivato la bellezza di 33 anni dopo, non lo è poi tanto. La prima parte del remake di Endless Love è la più carina. La seconda vira spesso verso il melodramma, facendo aggrottare fronti e storcere nasi. Questo 2014, orfano di uno dei film sentimentali targati Nicholas Sparks, ci prova ugualmente, e a colpo sicuro, con Shana Feste alla regia. Con uno script poco impegnativo per le mani, lei lavora con quel che ha. Convincono due vecchie stelle nel ruolo dei genitori di lei e, per il resto, si punta sui protagonisti. Alex Pettyfer è sicuro, padrone della scena, a suo agio. Guida, tenendola per mano, la collega Gabriella Wilde: altissima e magrissima. Una ragazza elfo troppo adulta per il ruolo e troppo bella per essere invisibile, ma con un fisico acerbo e un visino innocente che ingannano. La perdita della sua innocenza coinvolge anche la sua famiglia, con quell'amore avventato e giovane che contagia gli adulti, scongela gli animi, lotta contro la perdita. Capostipite di un genere ora in voga, è un intrattenimento gradevole, romantico, che funziona discretamente. Tre decadi dopo, scommetto che sa far ancora sospirare più di qualche spettatrice intenerita. Ci sono state debite migliorie alla sceneggiatura. E il cast e gli scenari convincenti combattono, poi, quell'aria perenne da fotoromanzo. (5,5)

Sono andato a vederlo più per il brivido di pagare il biglietto tre euro che per il film in sé, che mi era indifferente e mi è rimasto indifferente. Caciarone, vagamente divertente, dozzinale. Senza cattiveria, senza tensione emotiva. Un blockbuster come mille altri. Peccato che l'8.3 su Imdb mi suggerisse altro. Visivamente impeccabile, con bagni di effetti speciali a coprire la pochezza del resto. Salti spaziali, salti temporali, sprazzi vari di Giappone, Las Vegas, Filippine. Ottimi, anche se in ruoli minuscoli, Cranston, la Binoche, Sally Hawkins. Spenta la Olsen e, accanto a lei, un Aaron Johnson che sfoggia muscoli e una serie di facce ebeti che, dopo la prova nell'istantaneo cult Kick Ass, non ci aspetteremmo da lui. Scarsi sentimenti, per un film che eppure pullula di bambini, padri e figli, relazioni familiari: confrontate le scene finali, poi, con quelle di The Impossible e scovate le differenze. Star del film, accompagnata da due mostruose damigelle d'onore, un Godzilla colossale ed epico, espressivo ed umano. Un'isola in movimento. La sua uscita dalle acque potrebbe ambire a diventare più nota di quella di Ursula Andress, in Licenza d'uccidere. O della Venere di Botticelli. Peccato che il Re sia coinvolto in una serie di scontri e d'intrecci che hanno l'acuta intelligenza artificiale del videogame "War of the Monsters", ve lo ricordate? Se volete un monster movie come si deve, recuperate il bellissimo The Host, dalla Corea con furore. Su questo reboot dico: mah. Così, sintentico. (5)

Film belli e mai arrivati da noi. Una Julianne Moore, fresca di Palma d'oro, magistrale come al solito: la sua, una naturalezza disarmante. Quella di una mamma rock-star, mai grottesca, che ci prova davvero a fare tutto. Un Alexander Skargard schivo, allampanato, paterno: intimidito, curvo, innamorato pazzo di quella principessina con la frangetta e i vestiti cordinati. Come un padre, come un pellegrino. Una protagonista piccolissima e straordinaria, Onata Aprile, che ti porta alla sua altezza, per vedere - dal basso della sua statura - il mondo come lo vede lei. Una faida familiare, genitori nomadi, due sconosciuti da amare come fossero una mamma e un padre. Un gigante biondo che fa il barista per sbarcare il lunario, una ex baby sitter che il ruolo imprevisto di matrigna non ha incattivito per nulla. Sposati, entrambi, con persone che non si amavano e che non le amano. Soli. Loro e Maisie. Abbandonati nel mondo. Incompresi. Tra la piccola e Alexander, una specie di miracoloso imprinting. Riprese frequenti ad altezza bambino. Plongèe che schiacciano gli attori, li comprimono, rendendoli alti quanto gli adulti o bassi, a seconda dei casi, quanto bimbi: pari. I registi potevano fare una riuscita operazione strappalacrime, con una storia simile. Magari avrei anche gradito di più, chissà. L'emozione, in casi come questi, mi potrebbe anche vincere: avrebbe avuto gioco facile. Invece, con classe e esperienza, gli autori fanno di What Maisie Knew un film contenuto, delicato, tenerissimo. Realistico, attuale, quotidiano, pieno di pace. Su quello che Maisie sa. Su quello che Maisie guarda. Su quello che Maisie sente. Una variante della storia della "mitica" Matilda Wormwood, senza il bollino di favola per l'infanzia, e perfettamente calata nella freddezza grigiastra del mondo contemporaneo. Eppure la scriveva Henry James, qualcosa come un secolo fa. La lungimiranza dei geni. (7)

Roberto e Beatrice sono uniti da un filo rosso follia. Il loro amore nasce da una condivisa e manifesta stranezza. Entrambi vivono fuori dal mondo. Lui cleptomane, lei narcolettica: potrebbe mai funzionare? Eppure s'innamorano. Ma l'amore è costanza e i ricordi di Beatrice non ne hanno: emozioni forti, shock, sorprese impreviste minacciano di resettare completamente la sua memoria. La sua memoria, e il ricordo di quel ladruncolo che le ha rubato pure il cuore. Ti ricordi di me? è una commedia italiana che ricorda il cinema francese. Quello lieve, romantico, ironico, pieno di grazia e d'incanto. Ha personaggi bizzarri, passaggi che fanno sorridere il cuore, intrecci semplici, ma funzionali e ben scritti. I convincenti e simpatici Ambra Angiolini ed Edoardo Leo vivono in un mondo moderno, ma scintillante di magia. Curioso, affascinante, pazzo. In una di quelle sfere che giri per vedere la neve e i brillantini cadere. L'epilogo lo immagini già, ma viene naturale confidare nel lieto fine. Perché se lo merita quello scrittore di grottesche fiabe per bambini, con le camicie che sembrano tovaglie da pic-nic e i brutti capelli a scodella, e se lo merita quella maestra di scuola elementare, che indossa gonne lunghe e vestiti a fiori e che, con un librone rosso sotto il braccio, saltella da una striscia pedonale all'altra, in attesa di scorgere una faccia amica, in una folla pericolosa. Ci sono gli imbarazzi di 50 volte il primo bacio, le panchine di Woody Allen, gli sguardi timidi, le spalle basse e le ginocchia strette al petto di Adam. Le polaroid di Amelie, i toni surreali di Emotivi anonimi. Niente di originale, niente di memorabile, ma piacevole per gli occhi e per la testa. Una delizia dai colori pastello. (6)

martedì 13 maggio 2014

Recensione: Promettimi che ci sarai, di Carol Rifka Brunt

Io voglio immaginare il tempo con le sue pieghe, e boschi pieni di lupi, e lande desolate a mezzanotte. Sogno persone che non hanno bisogno di fare sesso per sapere di amarsi. Sogno persone che non vanno oltre un bacio sulla guancia.

Titolo: Promettimi che ci sarai
Autrice: Carol Rifka Brunt
Editore: Piemmme
Numero di pagine: 418
Prezzo: € 17,90
Sinossi: Quando hai quattordici anni, il tuo cuore è un luogo oscuro, un labirinto di sentimenti che non sai decifrare. Timida, goffa e sognatrice, June è a disagio tra i coetanei. Preferisce rifugiarsi nel bosco dietro la scuola, con ampie gonne e strambi stivali, fingendo di essere stata catapultata a New York dal Medioevo, l'epoca in cui sarebbe potuta diventare un falconiere. Sarebbe bello riuscire a richiamare a sé, proprio come creature alate, le persone che non ci sono più. Come lo zio Finn: grande pittore e migliore amico di June, l'unico in grado di capirla, strappato troppo presto alla vita da una malattia di cui in famiglia è proibito parlare. Un giorno, June riceve un pacco misterioso. All'interno c'è la teiera preferita di Finn, accompagnata da una lettera firmata da un certo Toby: l'uomo che nessuno, al funerale dello zio, ha osato avvicinare. E che ora chiede proprio a lei di incontrarlo in segreto. June dovrà fare i conti con la paura e la gelosia prima di accettare il fatto di non essere stata l'unica persona speciale nella vita dello zio. E prima di aprirsi a un'amicizia che potrebbe aiutare sia lei che Toby a colmare quel grande vuoto. Dopotutto, era quello che avrebbe voluto Finn: fare incontrare le persone che più aveva amato, unirle come in un'unica cornice affinché si prendessero cura l'una dell'altra. Ecco il suo ultimo desiderio, ecco il suo più grande capolavoro.
                                                 La recensione
Sapevo tutto sulle piccole cose. Sulla proporzione. So tutto dell'amore che è troppo grande per stare in un piccolo secchio. Che schizza dappertutto nel più imbarazzante dei modi. Ho puntato questo libro appena è arrivato da noi. Era gennaio, e ricordo che faceva freddo. L'inverno si era concentrato tutto in quei trentuno giorni dell'anno nuovo. Non è passato molto prima che prendesse posto sul mio scaffale. Celeste, voluminoso, nuovo, era lì, a portata d'occhio. C'era un non so cosa a trattenermi. Scuse su scuse. La sessione d'esami prima, altri libri poi: l'ordine naturale delle cose, nella vita di un blogger. L'ho portato insieme a me, in valigia, in un weekend lontano da casa. Speravo che sapesse farmi compagnia, anche se il caldo era scoppiato e la sua stagione – quella rigida, piovosa, pungente – era passata da un po'. C'è stata tanta cura nel portarlo nelle nostre libreria. Un nuovo titolo, una frase di lancio, una nuova cover. Una copertina dai toni pastello diversa da quella a stelle e strisce, ma dettagliata, originale, bellissima. Ombre cinesi, alberi che compongono un disegno, un ricamo. I rami, le fronde, i tronchi sono il corpo di un lupo che ulula al cielo azzurro del primo mattino. A una luna che si è spostata dalla mezzanotte, all'ora della prima colazione. E io? Io vorrei parlarvi di Promettimi che ci sarai con la stessa cura, con la stessa tangibile passione. Sfortunatamente, non posso. Non completamente, almeno. Il decollo della storia è stato più lungo e tortuoso del previsto. Rimandato di qualcosa come centocinquanta, duecento pagine per il cattivo tempo. O un funerale. Ho trovato lento lo svelarsi di ciò che veniva raccontato nella quarta di copertina, e mi sono stancato prima di arrivare al più bello. Al meglio. L'autrice sembrava attardarsi nell'introdurci i suoi personaggi e una vicenda familiare riassumibile in poco tempo. La mia attenzione si disperdeva. Non a caso, cosa che non faccio mai, l'ho alternato con altri due romanzi brevi: che era un esordio promettente lo riconoscevo e non volevo, francamente, trascinarmelo a peso morto. Non se lo meritava. Ho concluso prima quelli della Gamberale, poi, sul comodino, mi è rimasto questo e basta. Ero prevenuto, ero alquanto stufo. Centellinavo le pagine con falsa scrupolosità, perdevo i personaggi e li ritrovavo sempre allo stesso punto. Una mattina è semplicemente accaduto. La luce dell'abat jour mi ha svelato l'anima di Carol Rifka Brunt, nella pace di un giorno festivo. Ho letto questo passo e l'ho amato, con occhi nuovi: Se trovavi una persona così, non è che dovevi per forza farci sesso. Potevi semplicemente tenertela, no? Sedertici vicino, stringerti al suo corpo fino a sentire il movimento della sua macchina interna. Potevi premere l’orecchio contro la schiena di quella persona e ascoltarne il ritmo, sapendo che eravate fatti entrambi allo stesso modo. Potevi fare cose del genere. A volte, se si sta proprio vicino a qualcuno, non si capisce nemmeno di chi è lo stomaco che brontola. Ci si guarda, tutti e due, si chiede scusa e si dice Era il mio e poi si scoppia a ridere. Non hai bisogno di fare sesso per queste cose, perché il tuo corpo si dimentica di dirti se ha fame. Perché scambi la fame dell’altro per la tua.
Parole di June, quattordici anni. Non si rivolge a nessuno di preciso, lei. Non ha un pubblico. Parla tra sé e sé, per sé stessa. Per l'importanza di custodire certi ricordi, di porsi certi dubbi, di amare a voce altra certe persone. La comunicazione, nella prima parte, mi è risultata leggermente ristretta. Promettimi che ci sarai, visto al cinema, emozionerebbe forse di più. La verità è che quell'adolescente saggia ti mette il cuore in mano e tu sei in imbarazzo. Non sai come prenderlo, hai paura di schiacciarlo, temi ti scivoli via dalle mani. Strizzi gli occhi e lo tieni lontano da te. Come si fa con le cose disgustose, scivolose, o solo fragili. Scopri che lei sa che, nella società, esistono tanti tipi d'amore. L'amore verso un pesce rosso, quello verso un parente, quello verso un'anima che consideriamo nostra gemella. Non sa, però, cosa fare se i tipi d'amore si invertono. E se ci troviamo ad amare un nostro familiare fedelmente, ciecamente, ma senza la malizia degli adulti. Con lo stomaco e tutto il resto. Lei vive per le passeggiate nel bosco, le gonne lunghe e i maglioni sformati, gli stivali di cuoio e suo zio Finn. Lui è gay, lo sa da quand'è piccola. Non è mica un problema. Non ama le donne, si ripete, e amerà lei, solo e soltanto. Sarà quella quattordicenne un po' matta la sua donna per la vita. L'unica. Una vita che s'interrompe bruscamente. I fili tenuti tesi dalle Parche rosicchiati dai mostri dell'Aids; quei mostri che si sono attaccati come pesci carnivori a un amo umano. Erano gli anni '80. Si moriva, tra le altre cose, anche d'amore. La narrazione ha inizio nel bel mezzo del periodo delle tasse. Vale a dire che i genitori di June sono sempre fuori per lavoro. Vale a dire che lei e sua sorella, Greta, campano di surgelati, cibo da asporto, bibite frizzanti. Un tempo si fingevano orfane, si divertivano. Un tempo... Ora qualcosa è cambiato. E' cambiato tutto. Greta è diventata cattiva e dispettosa e lo zio Finn è morto. Lui dipingeva e, nel cavò sotterraneo di una banca, resta l'ultima quadro che ha realizzato. Il ritratto delle due sorelle, ferme all'inverno del 1986, con lo sguardo fisso e la sagama di un lupo invisibile tra di loro. 
L'enigmatico titolo dell'opera: Dite ai lupi che sono a casa. I segreti nascosti nell'ultimo capolavoro del compianto artista costituiscono, in realtà, la sottotrama dell'esordio della Brunt. Una parentesi separata, con un certo spazio e e una certa importanza, ma che non riuscivo a trovare interessante. Non mi importava dell'interesse dei giornalisti verso quell'ultimo ritratto, non mi convincevano le scene che come protagonista a sorpresa avevano il mondo dell'arte. Il romanzo vince nel momento in cui da Tell the Wolves I'm Home si accontenta di diventare il più scontato Promettimi che ci sarai. Allora è arrivata la commozione. Nella rievocazione spontanea del sentimento profondissimo che legava June a Finn. Nella promessa solenne fatta a un angelo volato in cielo da una bambina rimasta sulla terra. Sulla terra, sotto un cumulo di foglie secche, nel bosco, lei deve ricordare di non essere sola. I lupi vivono in branco e c'è un lupo con la scabbia che ha bisogno di lei, mentre tutti lo schivano o lo prendono a sassate. Il colpevole, l'assassino, l'uomo a cui nessuno rivolge la parola al funerale dello zio. Il compagno di Finn: Toby. Ha l'accento inglese, il corpo come un giunco, la voce di chi fuma quaranta sigarette al giorno ma che sa dare nuovo smalto ai ricordi. Quel Toby che ride come se avesse ingoiato il sole e con cui June ha sempre avuto, incosapevolmente, un rapporto fantasma. Toby e Finn erano la vergogna della loro famiglia, lo scandalo del loro quartiere: persone che si nascondevano nel rifugio segreto in cantina, pur di non farsi vedere insieme da occhi indiscreti. Carol Rifka Brunt ha un nome difficile e una prosa convincente. Semplice, immediata, intrisa di tenerezza e crudeltà. Ha lavorato tanto d'introspezione, fino a rendere il suo scritto il diario segreto di una quattordicenne. Credibilissimo. Ho creduto a quello che la narratrice mi confidava, e ho credo al fatto che lei avesse quattordici anni sul serio. Tanta onestà, in un adulto, non penso l'avrei trovata. June ha altruismo e personalità. Fuma e tossisce. E' convinta di tornare indietro nel tempo, saltando con la corda al contrario, il più velocemente possibile. Infonde calore, infonde fiducia e, schiva e di poche parole, dà spazio agli altri: un padre pacato, una madre con sogni repressi, un compagno di scuola carino, una sorella da stritolare. Con brutalità, ma con tutta la brutalità con cui si possa dare un abbraccio. Quello di Greta è un personaggio detestabile, ma che arrivi a comprendere. Sente il peso di essere la figlia perfetta; sente di dover andare presto all'università, e coltiva il rimpianto taciuto di non aver passato abbastanza tempo con le persone “per cui valeva la pena”. Se non nell'imperdibile Luna, non credo di aver mai conosciuto due sorelle altrettanto umane. Le pagine si facevano di meno, gli sproloqui sul quadro diminuivano e gli occhi si appannavano di autentica emozione. Quel Finn si scopre il primo, grande amore di June e Toby: vedovi di cui nessuno è disposto a riconoscere il dolore. Con la voce di June a guidarti, ti stupisci della sua innocenza. Ti ci soffermi, perché quando racconta il primo incontro dei suoi due zii maschi pensa che quella sia la vera faccia dell'amore. Perché questo mondo dovrebbe essere governato da un bambino. Promettimi che ci sarai è un libro che implode. Non esplode. E' una supernova. La detonazione è interna. Non manifesta. Ma, forse per quello, più fragorosa.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Rent – Seasons of Love