È uscito il 29 febbraio. Estranei, rarissimo, somiglia al suo anno bisestile: è un paradosso spazio-temporale, un'eccezione alla regola, una seconda opportunità. L'ultimo Andrew Haigh non fornisce bussole. A guidarci abbiamo solo gli occhi di Andrew Scott: uno sceneggiatore che non ha mai elaborato l'incidente in cui sono morti i genitori, né un'omosessualità vissuta con spavento. Il suo vicino, Paul Mescal, appare invece più disinibito: figlio di un'altra generazione, preferisce definirsi “queer” e usa la sua fisicità come arma di seduzione. I protagonisti si leccano le ferite sulla soglia di un grattacielo vetrato fingendo che il mondo non sia loro precluso; credendosi irraggiungibili. Preferendo infine la vulnerabilità alla solitudine, uno straordinario Scott ci conduce nella casa in cui è cresciuto: per diventare un uomo vero ha bisogno di fare pace con il bambino che è stato; di dichiararsi ai genitori, anche se morti; di mettere il solito angelo in cima all'albero di Natale, anche se gli spettri di mamma e papà non riescono a essere sereni. Il protagonista inconsolabile, chiamato tuttavia a consolare i vivi e i morti, minimizza. Va tutto bene. È acqua passata. Ma intanto ho pianto mentre lui piangeva. L'illusione di ordine interiore è stata spezzata via dalla consapevolezza che alcune mancanze non soltanto restano, ma lasciano voragini che risucchiano tutto: anche l'amore? Alcuni nodi in gola non si sciolgono mai. Alcune lacrime non si asciugano. Sono destinate a seccarsi in faccia e sui cuscini, rendendo scomodissimo un letto da condividere. Non si smette mai di sentirsi orfani. Per fortuna si dividono le notti in bianco con Mescal: queste volta, misterioso come in Aftersun ma meno sfuggente, è disposto a farsi stringere dopo un giro di pista in discoteca. E gli abbracci che finalmente si chiudono ci risarciscono così dei cerchi rimasti a metà, dei nodi insoluti, delle solitudini non fugate, in un capolavoro sull'accettazione che, come un vampiro alla nostra porta, ci svuota per farci sentire più pieni. (9)
Lui
malato di Alzheimer, lei con tumori dappertutto. Relitti che insieme,
suggeriva Michael Zadoorian nel suo bellissimo romanzo, facevano una
persona intera. Lui il braccio, lei la mente. Una loquace Mirren fa
da navigatore e copilota a un meraviglioso Sutherland nel viaggio
della vita. Direzione: la casa di Hemingway. Inseguendo
la poesia di un autore immortale, ricordi di famiglia, il mito di un
amore che non vuol morire. La meta cambia (tra le pagine si puntava
infatti a Disneyland, con un briciolo di nostalgia per quei figli
ormai grandi e accasati), si aggiungono segreti e vecchie gelosie
strada facendo, ma restano intatti gli equilibri preziosi fra risate
e lacrime, la distanza di sicurezza da qualsiasi furberia, certe
occhiate tanto sincere da ispirare la commozione. Dopo i fasti della
Pazza Gioia, un Virzì sempre in fuga, ma stavolta in trasferta
hollywoodiana, ci racconta un altro bel viaggio disperato –
l'ultimo, si presuppone – ma di cui, di ritorno dal cinema, non
conserveremo né cartoline né ricordi per sempre. Il regista
livornese evita i pietismi e il noioso glamour delle Nostre anime di notte, confezionando un romantico Thelma & Louise in
cui ogni cosa va, tutto sommato, come dovrebbe. Virzì, regista di
cuore e alchimie, dirige però con il pilota automatico.
Lascia fare alle sue stelle splendenti. A una storia, comunque assai
nelle sue corde, che emoziona da sé, con poco. Si limita perciò a
sedere fra il chiacchiericcio irresistibile di Ella e John. Un po'
stretto, intimidito ma non troppo, Paolo va in America, e
non per fare il logico salto di qualità. Porta con sé uno sguardo
sensibile, limpido, ma leggermente spaesato. Parla del mandato di
Trump, del melting pot, di minoranze e multiculturalismo. Di una
America per sentito dire, con tutti i clichè a fin di bene del caso:
quella di chi l'ha vista di passaggio, e soprattutto al cinema –
gli sceneggiatori, italianissimi, sono infatti i soliti nomi
fidati. Perché meno a suo agio dei colleghi Muccino e Guadagnino in
tema di trasferte internazionali, ci si augura per Virzì che The
Leisure Seeker – recitato alla
perfezione, godibile ma senza sorprese: note di demerito per il
montaggio frettoloso e per l'approssimativo doppiaggio italiano – sia stato soltanto
una vacanza. Che il biglietto, il suo, preveda un'andata e un
ritorno a casa. (6,5)
Ferzan
Ozpetek, isolata certezza di buon gusto quando il cinema italiano
puzzava ancora di delusione, torna nella terra che l'ha accolto dopo
la pare non riuscitissima parentesi turca. Cambia genere, cambia
città. Il regista di Mine Vaganti spegne
gli arcobaleni ed esplora la Campania più segreta. Napoli,
come l'argentiana Torino, ha i suoi coni d'ombra, i suoi misteri. Se
ne accorge il medico legale interpretato da una ritrovata Mezzogiorno
– invecchiata negli anni lontano dal set, ma sempre intensa, sempre
bella –, che frequenta antiquarie streghe, saltimbanchi,
sconosciuti destinati ad andare incontro a morte certa. Dopo una
notte di passione, in quella scena lunga e bollente che già fa
discutere, il suo fascinoso amante – un Borghi senza accento romano
e senza vestiti addosso – viene ritrovato assassinato. La protagonista, che deve aver perso il contatto coi
vivi a furia di interrogare cadaveri e di rivangare il passato di una
mamma morta d'amore, si spinge insieme al regista fuori dal seminato;
nei territori dell'esoterico. Il capoluogo campano, animale notturno
e a sangue caldo, offre lo scenario più suggestivo. I protagonisti,
nudissimi, si svelano con generosità. Abbiamo il doppio di Ozon, le
follie fra sconosciuti di Bertolucci, le scale a chiocciola e i sosia
di Hitchcock, le sale autoptiche di Argento. E di Ozpetek, uno
chiede, che c'è? Il gusto per il kitsch, che però a
piccole dosi piace. La colonna sonora con quel neomelodico tanto
orientaleggiante di per sé. La mano di chi manovra meglio la
macchina da presa che i fili delle sue troppe trame. Napoli
velata ha infatti in una
scrittura approssimativa, confusa, a metà fra il melodramma e il
mistery, i suoi difetti peggiori. L'autore italo-turco, cantore di
storie e sentimenti vecchio stampo, non sa gestitire gli omaggi e la
tensione. Certamente nel suo se alle prese con il percorso
psicologico di un'amante ossessionata, smarrisce la bussola alla
ricerca di un'improponibile dimensione corale – qualche figurante
rischierà di risultare ridicolo (la poliziotta Calzone, la medium
Santella, il passepartout Barra), qualcuno messo in un angolo (la
Ranieri, la Ferrari), pochissimi figure chiave (la teatrale zia di
Anna Bonaiuto, solita garanzia di eleganza). Cala un velo nero, insomma,
su un mélange di generi che resta parzialmente riuscito. Su un
epilogo enigmatico o incompiuto quanto il resto, che però
suggestiona. Nonostante le sbavature, insomma, il velo dell'insolito Ferzan non è di quelli troppo
pietosi. (5,5)
Non
sono un fan del cinecomic: anzi, nei riguardi del genere mi fingo
snob e indifferente. Non sono amico, nella vita di tutti i giorni, di
chi gioca a fare lo spiritoso a tutti i costi: detesto in automatico
chi tutti trovano simpatico e, nei film, faccio il tifo per i musoni.
Almeno hanno una personalità e un vestiario total black, che non
guasta. Cosa ci faccio, dunque, un giovedì sera, al primo spettacolo
di questo Deadpool, che forse era vietato ai minori e forse
no, forse era un fumettone come tanti e forse no, che forse avrebbe
potuto sorprendermi e forse no? L'impressione, a pelle, che il
mercenario chiacchierone – lo stesso che, pare, non si sappia bene
di quale sponda sia; quello che non vuole unirsi all'allegra brigata
degli X-Men e che, rompendo la quarta parete, chiacchiera
spesso con i suoi spettatori – fosse più come Kick Ass,
outsider indipendente e sarcastico, che un personaggio di Stan Lee,
inconsueto giusto all'apparenza. Partono i titoli di coda, che hanno sì del geniale, e pian piano conosciamo il pimpante
Wade, la sua sexy ragazza e la malattia che l'ha reso un supereroe.
Ma guai a chiamarlo così. Perché Deadpool è "antieroe" che si
definisce, semmai, e perché tra i suoi compiti – oltre quello di
recuperare l'amata rapita e di combattere il crimine organizzato –
c'è quello di trovare il folle scienziato dall'accento british e
costringerlo a dargli una faccia nuova. Non ha una
nobile missione, interessi politici in ballo, una dolce zia da
proteggere: con la bellissima Vanessa c'è stato il sesso, tanto e
fantasioso, ma solo dopo l'amore vero. Invasioni di spot televisivi,
articoli e clip, ci promettevano a questo punto grasse risate, il politicamente
scorretto, la Marvel che non ti aspettavi. Il cinecomic
finto-alternativo di Tim Miller, invece, riesce a stento a far
sorridere: americanissimo, intraducibile, becero. Ci si
limita a: oh, ecco le chiappe di Ryan Reynolds: quanto osa. O ancora: oh, ha fatto un'allusione e un'altra ancora: ammazza, com'è
trasgressivo. Dalla sua, la sbarazzina colonna sonora anni '80, i
comprimari buffi – il tassista dal cuore spezzato, l'amico barista,
la coinquilina cieca – e la furbizia degli affabulatori.
Sottraetegli, però, le freddure e i fardelli del pessimo doppiaggio
italiano – il cattivo chi è, Joe Bastianich in persona? Di un personaggio
eccessivo, sboccato e irresistibile su carta, resta allora una dimenticabile
oretta e mezza, in cui perlopiù se la cantano e se la suonano:
eppure, altrove, mi fanno ridere il nonsense, le citazioni, il
triviale. Qui, invece, le brutture e le parolacce lasciano il
tempo che trovano, il divieto ai minori non ha motivo d'essere e
tutto l'ambaradan pubblicitario, che ci prometteva il sesso e il
sangue, si è rivelato il più ingannevole specchietto per le
allodole. Quando il trailer, dunque, ha più idee del film in sé. (5)
Nessuno
sa come viveva la detective Laurel prima della malattia. Un tumore ai polmoni,
fulminante. L'abbandono di quel lavoro che la appassionava e l'emergere di una persona accanto a lei che né i colleghi, né i concittadini conoscevano
bene. Stacy non è semplicemente la sua coinquilina: si sono
conosciute un anno prima, hanno messo su una modesta casetta, hanno
comprato un cane. Si sono volute bene e adesso, nel momento più
buio, continuano a volersene. Ma ecco, con l'emergere di quella
doppia verità – il cancro, l'omosessualità -, i retroscena di un
ambiente sessista e le falle del sistema giudiziario americano. Un tema quantomai attuale, questo, in giorni di
chiacchiere vuote e pubbliche manifestazioni di ignoranza. Il Family
Day contro le Unioni Civili, le scritte sul Pirellone che si
oppongono alla nuova normalità. E io che mi auguravo che al Circo Massimo aprissero le gabbie, oppure che con una sommossa, con un tranello, si proiettassero
in mezzo alle false famiglie felici le sequenze clou del recente Freeheld. Un film sulla fragilità
del corpo, l'indissolubilità del pregiudizio, la purezza del
sentimento. Anche se il tema – importantissimo – è più grande, questa volta, di un cinema impegnato ma
standard. Unioni Civili? Si è favorevoli, inutile dirlo, perché
di mezzo c'è l'amore. Magari, Ennis e Jack non facevano quella finaccia lì. Magari, Adele e Emma non si
lasciavano così, su due piedi. Ma alcuni l'amore non lo capiscono, e può starci, ma in ballo non c'è solo il matrimonio, il passeggiare alla luce del sole, le adozioni di cui i più parlano e sparlano. In
Freeheld, infatti, ci sono anche le scartoffie, i cavilli
tecnici, una legge da aggiornare. Per ricevere la pensione di lei,
quando Laurel – dopo ventitrè anni di servizio – morirà. Per
non dovere abbandonare una casa costruita insieme, come se la giovane Stacy
fosse un'estranea qualsiasi. Per poterne farle visita all'ospedale e
dire sì, sono una sua familiare: a tutti gli effetti. Tratto da
un'intensa e illuminante storia vera, Freeheld scende in
piazza e si batte per l'uguaglianza – nei diritti come nei doveri,
nell'amore. Visione che mi ha commosso ma che non ricorderò a lungo. Imprescindibile, ma non per uno
spumeggiante Carrell, né per uno Shannon ineditamente magnanimo. Non
per una Julianne Moore di grande sensibilità e bravura, né per la partner
Ellen Page che, dopo l'outing di qualche anno fa, è vittima del
cliché. Ma imprescindibile, appunto, a
testimonianza che l'amore, anche se a volte deve un po' imbrogliare,
smuovere le acque, vince su tutto e tutti. E che l'unica vergogna, ora e per sempre, sarà ostacolarlo. (6,5)
E'
cosa universamente nota che i personaggi e, di conseguenza, i romanzi
di Jane Austen, a lungo, almeno, non mi abbiano ispirato ammirazione
e simpatia. Anzi. Colpa di una conoscenza preliminare iniziata con
Emma, leziosa e attaccabrighe, e di storie d'amore e etichetta
più indirizzate a un pubblico femminile. Penso, infatti, che i
romanzi non abbiano un sesso, e per capire che c'era altro, al di là
dei sospiri e dei matrimoni combinati, mi è servito l'esame di
Letteratura Inglese, due Sessioni Estive fa. Me ne sono fatto un'idea
meno superficiale e la cara Jane l'ho capita, sì, ma ci siamo
limitati a incrociarci sul grande o sul piccolo schermo,
all'occorrenza. Prendere il suo Orgoglio e pregiudizio e
stravolgerlo completamente, operazione blasfema per i più, a me non
sembrava dunque cosa chissà quanto azzardata. E se le belle e
affiatate sorelle Bennet, un giorno, incontrassero gli zombie? L'idea
è passata prima in testa allo scrittore Seth-Smith Grahame, in
libreria, e poi in sala. Pride and Prejudice and Zombies, parodia
horror dalla gestazione assai travagliata e destinata, negli anni, a
una serie sfortunata di rimandi – all'inizio, infatti, Hollywood
voleva la Portman nel cast e O'Russell alla regia -, può, pur
facendo il verso a un capolavoro intramontabile, lasciarsi guardare
con piacere, attenzione e credibilità? Il film di Burr Steers, a
sorpresa, è semiserio e curato nei dettagli – truppo e parrucco,
dico, ghigni mostruosi e effetti splatter compresi -, con
un'impensata accuratezza filologica, soprattutto nella prima ora. La
Elizabeth dell'incantevole e fiera Lily James conosce l'etichetta, le
arti marziali, il ballo di coppia. E' bene educata, in età da
marito, abbastanza istruita per rispondere a tono al Darcy del poco
carismatico Sam Riley e per respingere schiere di redivivi. Ma una
fanciulla, in sé, quante risorse può avere, di grazia? Può essere
elegante e battagliera, preziosa e selvaggia insieme? Le battute sono
spesso identiche – si parla di sentimenti, uguaglianza tra sessi,
virus mortali – e, alla dichiarazione d'amore più celebre della
letteratura, seguono attizzatoi puntati, un corpo a corpo tra lui e
lei. Per una volta, dalla mia, avrei gradito più genuina stupidità:
Pride and Prejudice and Zombies non vuole far ridere, si
dilunga anche un po' e, con il pilota automatico delle più classiche
produzioni britanniche, ha poche botte di fantasia – oltretutto,
assicurate dalla presenza di un esilarante e esagerato Matt Smith.
Per me, che non amo la versione originale, la fin toppa attinenza al
testo ha rovinato la pazza idea che c'era alla base. (Quasi) la
solita trasposizione, ma dalla chiave di lettura parzialmente inedita.
Poteva essere meglio o peggio, be', dipende dai punti di vista, ma
questi inglesi – nel cast, gli immancabili Dance, Booth, Houston e
Lena Headey – sono fin troppo a modo, glamour, per darsi al trash che
cercavo io. (6)
Il
mondo che tutti noi conosciamo cambia nel momento in cui un'astronave
di altri pianeti oscura i cieli degli Stati Uniti. Se ne sta lì,
ferma, e gli alieni non si mischiano agli uomini. Verranno forse in
pace? L'invasione, lenta e graduale, è iniziata nel momento in cui i
dispositivi elettronici ci hanno abbandonato: si vive al buio,
all'indomani della prima onda. Poi i fiumi e i mari si ribellano,
rompendo gli argini ed erodendo le coste, e infine i volatili
diffondono una pestilenza che stermina la maggioranza degli adulti.
L'ultima ondata arriva e trova Cassie, sedici anni, sola e armata
fino ai denti. In una mano il fugile, nell'altra un orso di
peluche. Due genitori sepolti, un fratello minore da ritrovare,
imparare a sparare a bruciapelo: gli invasori, gli altri,
sono uguali a noi. Da una parte, la sua ricerca e l'incontro con un
misterioso e premuroso coetaneo che vive nei boschi. Dall'altra, la
vita del piccolo Sammy in un campo militare. Se gli adulti non ce
l'hanno fatta, i bambini devono infatti imparare in fretta l'arte
della guerra. Con lui c'è Zombie, un adolescente ferito che
nell'invasione ha perso la famiglia e l'identità, e un cattivo
tenente che non guarda in faccia a nessuno. I ragazzini uccidono e
vengono uccisi, l'innocenza si perde premendo il grilletto e gli
extraterrestri, silenziosi e discreti usurpatori, ci ricordano le
nostre, di invasioni massive, quando cercavamo terre promesse, posti
al sole e nuovi continenti. Sembrerebbe, su carta, l'erede lampo di
Hunger Games: una protagonista tenace, la violenza che non fa
eccezioni, una trilogia in corso di pubblicazione. Sembrerebbe, con a
bordo una giovane attrice che è un cavallo di razza, che
lo sci-fi del bravissimo Rick Yancey, al cinema, abbia trovato la sua
dimensione ideale. Con il condizionale però. Perché La quinta
onda, trasposizione frettolosa e tiratissima di un romanzo che
qualche anno fa mi aveva molto sorpreso, racconta una storia che è
la stessa del libro che l'ha ispirato, ma che non è la
stessa. Banalizzata e ridotta ai minimi termini, diventa un
intrattenimento modesto ed essenziale, che lascia a casa i tratti
distintivi dei mondi avventuosi di Yancey – l'ironia, la crudeltà,
tre punti di vista sapientemente resi – e poco stupisce, con un
lato visivo curato a sufficienza e una sceneggiatura ridotta
all'osso: un taglio netto ai dialoghi e alla caratterizzazione dei protagonisti, le navicelle di un District 9
e gli amori impossibili post
Twilight.
Né brutto né bello, rimarrà quasi sicuramente figlio unico e
finirà diritto nel mio personale dimenticatoio: un limbo di film
visti e scordati senza remore, di occasioni perse in partenza. Quando
la logica del guadagno facile vince sul bisogno di una trasposizione,
e ci perdono la potenza, la tensione e un po' anche il cinema. (5,5)
[2006] Once
l'ho visto una volta sola; me l'ero fatta bastare. Allora lo avevo
trovato bellissimo senza sapere perché: quella bellezza che sfuggiva
alle descrizioni aveva una magia particolare, la stessa che pervade
questo minuscolo film, e temevo che potesse sparire a una visione
rinnovata. Certe emozioni sono un buona la prima, non è
destino si ripetano. Sarebbe troppo facile impacchettarle, chiuderle
sotto vuoto, respirarle quando se ne ha voglia. Sono passati nove anni, o così dice Internet. Il tempo necessario a rimuovere
tutti i dettagli della trama – soprattutto se, come in questo caso,
è esilissima – e a rinnovare le cartelle dell'iPod. Pezzi
imbarazzanti che spariscono, ma
canzoni che restano, come quella Falling Slowly che
è il leitmotiv del musical di John Carney e che si ricorda per gli
applausi scroscianti agli Oscar e i ripetuti tragitti casa-scuola. Ci
mettevo due canzoni e qualcosa per arrivare a destinazione. Ora non
le conto, devo camminare sotto un ponte lunghissimo e tenere le
orecchie aperte ché non si sa mai, ma quando le tracce partono c'è
un duetto piano-chitarra che non può mancare. Scettico davanti
all'avventura americana di Carney, ma soddisfatto anche da
Being Again,
commerciale ma non svenduto, avevo avuto voglia di rivedere Once e
poi non più. Finché l'ho beccato su uno di quei canali del digitale che non guarda nessuno, romantico e evocativo come lo
ricordavo. Io, a corto di
definizioni come la prima volta. Cos'ha di speciale Once
non saprei, ma ha qualcosa che incanta – nonostante un direttore
della fotografia latitante, un budget esiguo, attori vestiti come gli
andava quel giorno, l'immagine slavata da documentario. Sembra
vecchio, e lo sembrava già allora. D'altre epoche, d'altro mondo.
Non la Dublino dei turisti e della birra dorata. Una città
qualsiasi, due persone qualsiasi, per una storia che nasce con la
musica e non finisce. Glen Hansard e Marketa Irglova camminano spalla a spalla, si aprono in due il cuore
davanti a un pianoforte, vanno a zonzo con la chitarra in spalla e
una aspirapolvere scassata al guinzaglio. Lui, aggiustatutto col
cuore che non si aggiusta e il sogno della fama. Lei, immigrata con
un matrimonio in forse e lavoretti salturi. Potresti incontrarli
duranta una passeggiata in una grande città. Chi suona per strada,
chi vende rose. Dura pochissimo e quando finisce gli occhi sono
lucidi senza apparente motivo e l'iPod peserà di una dozzina di
splendide canzoni in più. Quel ragazzo e quella ragazza sprovvisti
di un nome di battesimo si cantano in faccia i loro sentimenti –
amori distanti che poi arrivano a coincidere, gettando le fondamenta
invisibili del loro invisibile amore – e vivono grazie alla musica
una delle storie più toccanti degli ultimi anni, nonostante ci sia
il sentimento e manchi tutto il resto. Un futuro insieme, un numero
di telefono, perfino un bacio. Ma forse è toccante per quello: il
cantarsi timidamente l'incoffessabile con la purezza, e le voci, che hanno gli angeli. (8)
[2010] Come
dimenticare la vittoria del Discorso del re
che, qualche anno fa, con parecchio sgomento, aveva
sbaragliato una concorrenza di tutto rispetto?
Alcuni rosicano ancora. Quella che per pigrizia non avevo seguito con
l'hype degli ultimi tempi era stata un'annata fortunata: ricordo che
c'erano, sul tappeto rosso, esempi di grande
cinema, anche se, qualora qualcuno mi avesse chiesto una preferenza,
non avrei nascosto il mio entusiasmo per le ballerine folli di
Aronofsky. Immancabile, sul podio, il piccolo film in
costume. Quest'anno c'era The Imitation Game; quell'anno il più fortunato dramma di Tom Hooper. Il vincitore
che ha preso tutto: ha impugnato lo scettro e indossato la
corona del Miglior Film. Il discorso del re è
una rigorosa commedia british, vicina ai gusti dello
spettatore medio e alle preferenze dell'Academy. Ineccepibile e aristocratica,
anche se la vicenda del Duca di York, in tempo di guerra e di abdicazione, sa suscitare qualche risata che non ne intacca la sobrietà. Mi è piaciuto. E' dalla parte del popolo ed è di cuore, alla faccia della pellicola d'autore e di reali che non
mostrano bontà in pubblico. Però le nominations
erano tante e le quattro vittorie troppe. Resta una deliziosa
ricostruzione storica senza un comprimario e un dialogo fuori posto,
che ha tutta l'aria del polpettone sulla Grande Guerra e
un'inaspettata frivolezza. Déjà vu con il successo
inspiegato di Shakespeare In Love.
Godibile, confezionato con maestria, ma similmente
sopravvalutato. Il dato è tratto, inutile piangere sull'Oscar
assegnato e impossibile odiarlo. Gli si vuole bene. Si storce il naso nella parte
conclusiva, quando un'altra guerra sta per scoppiare e a palazzo ci
si preoccupa più di dizione che di questioni di Stato. Un po' come se fuori la gente chiedesse il pane e
dentro il sovrano facesse colazione coi cornetti, come disse qualcun altro. Ma Il
discorso del re è un prima, il
tempo delle lotte di tutti i giorni e sì, anche dei croissant; termina con un lieto fine, prima che il mostro Hitler –
con i suoi soldati e i suoi discorsi alla massa senza balbettii –
glielo rovini. Colin Firth, con tutta la sicurezza con cui è
possibile essere insicuri, è claudicante nel parlare e fragile in maniera convincente. Sua sposa fedele, una Helena Bonham Carter
che quando non fa l'idiota è assai capace.
Suo allenatore, amico e psicologo-fai-da-te, un Geoffrey Rush al di sopra dei colleghi: spinge il futuro Giorgio VI a
canticchiare e a coniare parolacce per superare l'incertezza e nel
suo studio, quello con i muri scrostati e spogli che ricordano la
piattezza dei fondali teatrali, la macchina da presa dà il
meglio e il mestiere dell'istrione si fa ammirare. (7)