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venerdì 26 giugno 2020

Recensione: Tommaso e l'algebra del destino, di Enrico Macioci

|Tommaso e l’algebra del destino, di Enrico Macioci. Sem, € 16, pp. 161 |

Non si giudica un libro dai colori pastello della sua copertina. Fareste meglio a fare attenzione, infatti, all’angoscia nascosta dietro questa innocua macchina giocattolo. Quella del piccolo Tommaso, un bambino di cinque anni e mezzo legato al sedile posteriore di una Citroen Picasso, è una storia di sopravvivenza che fa tornare in mente il King di Cujo e Il gioco di Gerald, ma anche Niccolò Ammaniti e Patrick Ness: quei narratori senza paura, insomma, che indagano l’età dell’innocenza e i suoi grandi orrori con una perizia da psicologi infantili. Tra il 14 e il 15 agosto, il piccolo protagonista resta intrappolato nella macchina di famiglia in una città deserta a causa dell’esodo dei vacanzieri. Avrebbe dovuto aspettare lì cinque minuti, ma un contrattempo che non vi svelerò ha prolungato di ore l’assenza del genitore. Cos’è successo al papà, un traditore sempre in fuga dalle responsabilità? Riuscirà la mamma, scossa a distanza da inspiegabili brividi premonitori, a soccorrere l’unico figlio e a mettere un punto fermo a un matrimonio al capolinea? Cos’hanno in comune con loro un accattone abile a fiutare l’olezzo della morte, un’infermiera alle prese con un vecchio amore e, infine, un chirurgo un po’ marpione?

Ogni cronologia è un’incertezza cucita sulla stoffa del buio.

Se lo chiede Tommaso, all’ombra ballerina di un oleandro, mentre combatte prima l’ipertermia e poi l’ipotermia; mentre piange per la ruspa, il drago arcobaleno e i wafer, caduti sul tappetino e dunque irraggiungibili; mentre affronta visioni infernali e paure profonde, in una scatola di metallo che presto raggiungerà i trentacinque gradi. Malinconico e pudico, impensierito dalle frequenti liti in famiglia e ancora fiducioso verso Babbo Natale e la Befana, il bambino è adorabile nel suo candore. E per questo vorremmo disperatamente proteggerlo dallo choc emotivo che sta vivendo. Ma nell’auto, intrappolato sul seggiolino da cui non sa sgusciare fuori, non è solo. Come nella migliore tradizione dell’horror psicologico, gli fanno compagnia i suoi piccoli demoni: lo spettro di Valerio Frasca, il bullo della scuola, che gli spiega per la prima volta il sesso e la corruzione; una misteriosa figura incappucciata che, durante l'improvviso nubifragio notturno, attenta alla sua anima.

La solitudine allunga il tempo, lo rende appiccicoso come un chewing gum. La solitudine fa crescere i bambini più in fretta, sottrae loro il sogno dell’eterna felicità, scolpisce meglio i confini indefiniti del mondo. La solitudine non rispetta le regole del tempo. La solitudine è un’onda di tempo senza frammenti, è puro tempo nudo e crudo.
Quanto tempo può un bambino resistere senza acqua e senza cibo, dissetandosi con le sue sole lacrime? A ogni pagina, in un conto alla rovescia asfissiante, sfumano man mano le sperane di salvezza. Complimenti vivissimi all’abruzzese Enrico Macioci, allora, che vivacizza una vicenda da cronaca nera con l’impiego di un narratore onnisciente, beffardo e fatalista. Ma anche, all’occorrenza, straordinariamente compassionevole. 
Tommaso e l’algebra del destino è la lettura da ombrellone che non ti aspetti. Un romanzo rapidissimo, ma tutt’altro che indolore, con una riflessione potente sulla cecità degli adulti e lo spirito d’adattamento dei bambini. Un incubo urbano che puzza «di piscio e di incubi, di allucinazioni e fiabe malvagie», destinato forse a restare una delle scoperte più piacevoli di quest’anno.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Talking Heads - Happy Day

lunedì 6 maggio 2019

Recensione: L'inverno di Giona, di Filippo Tapparelli

| L'inverno di Giona, di Filippo Tapparelli. Mondadori, € 17, pp. 190 |

Non ha che un maglione rosso, presumibilmente un modello femminile, per ripararsi dai rigori dell'alta montagna. Giona, quindici anni, vive in un villaggio senza nome e senza tempo. Per lui non esistono né il passato né il futuro. Soltanto un eterno presente, fatto di temperature in picchiata, terribili violenze – fisiche e psicologiche – e pochi ripari contro un gelo che pian piano ha messo radici anche nel cuore. Questa è la storia di un convivenza insostenibile: da qualche parte, in una casupola buia che sormonta tutto e tutti, il protagonista condivide i pochi spazi vitali con il nonno Alvise. Un vecchio dalle mani ferme e pesanti, dagli occhi di un azzurro impenetrabile, che con la stessa meticolosità con cui intreccia rami di castagno per fare gerle si ostina a tormentare il nipote: quintessenza della virilità, esempio di durezza e cattiveria, risulta elegante anche nel pestaggio. Nelle nocche lucide di sangue, nelle suole delle scarpe che calciano e spezzano le ossa. Questa è la storia del paese di Alvise: un microcosmo di case nude e argilla, di cieli dello stesso colore dell'orzata, che si regge a malapena su un ciottolo e sta perdendo misteriosamente il suo centro. Come sopravviverà senza il suo leader, e senza la complicità delle nebbie perenni?

Non ti ho mai conosciuto davvero, padre. Non sono tue le mani che mi spezzano la carne quando il vecchio mi punisce. Non è il tuo volto che mi tocco quando il freddo d'autunno mi congela le guance. Non sono volto, non sono labbra, non sono dita, denti, né altro. Io sono figlio del niente, senza padre né madre. Ma lei, a differenza tua, me la ricordo a ogni colpo che arriva, perché è il suo nome che invoco nella gola quando il male diventa più grande di me. Tu invece non sei mai esistito. Uomo sparito, fantasma di un fantasma. Ricordo la tua assenza, quando invece vorrei poter dimenticare la tua presenza inconsistente. Hai carne di vento, pelle di nebbia. Sei vecchio come Alvise. Non ti riconosco eppure sei me centomila volte al giorno. Le tue schegge non sono dolci, sono vetriolo che scende nello stomaco. Bruciano tutto quello che trovano, anche le grida.

Vincitore del premio Calvino sulla scia del bellissimo L'animale femmina, L'inverno di Giona racconta di un fragile universo che un singolo atto di ribellione minaccia di ridurre in polvere. Anche se niente è quel che sembra. L'ordine è rigoroso, il silenzio di tomba. Le case hanno le porte aperte e le scatole, che all'interno nascondono indizi indicibili, rifiutano lucchetti: lo spietato Alvise, sicuro della propria autorità, è infatti il peggiore deterrente. Suo nipote è nel fiore dell'adolescenza, ma al cospetto del vecchio sembra un bambino sperduto. Logoro e infreddolito, sozzo di sangue, nella prima parte mette alla prova le resistenze del lettore descrivendo una routine che fa impallidire: l'apice, quando è costretto a scegliere fra il passare una notte all'addiaccio o gettare nella fornace il suo maglione – già rattoppato alla bell'e meglio, per tutte le volte in cui Alvise lo ha strappato e bucherellato all'indomani di qualche sgarro. Solo al mondo, a digiuno di abbracci, Giona ha dato un nome di battesimo ai dodici gradini che conducono in cantina e ben presto sperimenta l'orrore delle strade vuote, dei boschi labirintici, come nella versione amara di Hansel e Gretel. La seconda parte, un soliloquio dai toni lisergici ma poetici, tratta di un doppio affrancarsi; di una fuga tanto letterale quanto metaforica, lontano da un villaggio giunto al collasso.

Sai come nasce un albero che sa fare i frutti? Non in modo spontaneo, non secondo natura. Non da solo. Scegli una pianta selvatica resistente, gli spacchi il legno e gli innesti dentro un ramo buono, con le gemme. Poi la mutili per anni con la potatura, lasci solo i rami più forti e li deformi per renderli adatti alla raccolta. Con il dolore, Giona. Solo con il dolore si impara.

Lì dove libertà fa rima con redenzione, l'animo smarrito del protagonista punta a mete sconosciute con lo spirito dei classici viaggi dell'eroe: gli fanno compagnia la spettrale Norina, una coetanea seguita a ruota da uno sfuggente gatto nero; la dolcezza di Anna, che mette in ordine una canonica rimasta purtroppo senza prete; i litigi aspri fra Attilio e Anna, che sparlano della figlia sciagurata che ha osato voltare loro le spalle. La terza parte invece, forse intuibile attraverso indizi ben seminati ma comunque agghiacciante, è la riflessione a ruota libera sulle fate e i demoni della nostra fantasia: qualche volta salva, qualche volta ammazza.
Sorretto da una scrittura dalla bellezza perturbante, vibrante com'è delle angosce e del candore delle infanzie di ogni dove, il premiato esordio di Filippo Tapparelli è un'allegoria esistenzialista consigliata a chi ha amato e sofferto con Sette minuti dopo la mezzanotte e Vita di Pi. Una strada senza uscita, che gira in tondo e porta sempre al punto di partenza. Tutto, pur di affrontare una scomoda verità. L'andamento perciò sarà di quelli vari e frastagliati. Ancorati a una prosa ispirata e scabrosa, piace tuttavia fidarsi a occhi chiusi. Non sapendo in principio dove porterà, il viaggio dell'autore veronese.

Non ci sono cose più fragili della verità. Per questo motivo va detta a bassa voce. Le parole la sporcano e la confondono, non sanno riportarla in modo fedele. La verità è fatta di silenzio. Un silenzio che riesce a rendere sordo il mondo, quando ciò che cela è troppo grande per essere compreso.

Seguiamo allora i sentieri di un microcosmo sdrucciolevole e impermeabile al divenire, che si sbriciola come un biscotto raffermo – le parole che diciamo a voce alta costruiscono, infatti, mentre quelle che tacciamo distruggono. Seguiamo, ancora, la bussola di un maglione rosso: tratto distintivo su una sagoma che sfreccia, si sporca, e infine ti coglie alla sprovvista alle spalle. Cosa accade quando un cane, spezzato il guinzaglio, si rivolta contro il padrone? Dove il tempo è relativo quanto mai e i freddi, interminabili, possono fiorire in gemme primaverili sotto le palpebre abbassate degli instancabili sognatori, un sacchettino con cinque pietre e la sagoma di una porta ci regaleranno il miraggio del sole all'insegna degli epilogo evocativi perché sospesi nel mezzo dei nostri forse. La fantasia è una catena. La fantasia è una liberazione.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Fabrizio De Andrè - Ho visto Nina volare 

lunedì 3 settembre 2018

Recensione: Mentre noi restiamo qui, di Patrick Ness

| Mentre noi restiamo qui, di Patrick Ness. Mondadori, € 17, pp. 232 |

C'entrano una dimensione mortifera pronta a riversarsi su di noi attraverso un portale magico, un gruppo di Prescelti assolutamente sacrificabili nella lotta agli Immortali, una cittadina nell'anonimato della provincia americana che al solito ignora ottusamente le forze oscure in ballo o il peggio in agguato. I veri protagonisti di questa vicenda da Urban Fantasy ormai fuori moda, però, si collocano dove meno ti aspetteresti. Non sul campo di battaglia, ma in quella città affatto coinvolta nell'avventura soprannaturale in corso; fra le fila dei figuranti. Potrebbe esserci un'apocalisse all'orizzonte, infatti, ma non è affar loro: impedirla, soprattutto, non è loro compito. Ci si limita a vivere – a sopravvivere –, anche se a sedici anni priorità e problematiche sono ben altre. Prendete Michael e i suoi amici, ad esempio. Nati una generazione dopo il caos delle invasioni zombie o dei fantasmi divoratori di anime; insospettiti dai daini imbizzarriti, da agenti di polizia dagli occhi di un azzurro terrificante e dalle sparizioni degli indie, alias i Prescelti, a cui gli adulti non danno il giusto peso. C'è qualcosa di grande in atto. Forse più di una popolare boy band che fa tappa in zona, del ballo di fine anno o della scelta di un college su misura dei nostri sogni, di piccoli drammi esistenziali che riguardano indistintamente ciascuna persona a cui il protagonista tenga?

Non a tutti tocca il destino del Prescelto. Quasi tutte le persone si limitano a vivere la vita meglio che possono, facendo piccole cose che sono grandi per loro, amando il prossimo in modo sano. E tutto questo pur nella consapevolezza che il mondo è folle, ma cercando un qualche modo per essere felici lo stesso.

Mentre la mamma senatrice battaglia per le imminenti elezioni politiche e un padre fuori di sé accarezza l'idea della disintossicazione, Michael fa i conti con la cotta per l'inarrivabile Henna, innamorata non corrisposta dell'ultimo arrivato a scuola; con i disturbi alimentari della sorella maggiore, Mel, che con coraggio sta recuperando l'anno scolastico e i chili perduti; con le insicurezze del migliore amico Jared, omosessuale e dio per metà, combattuto tra l'outing in pubblica piazza e l'ascensione. E non se la passa troppo bene nemmeno lui, no, schiavo com'è di disturbi ossessivi-compulsivi all'apparenza di poco conto che, in un capitolo da incorniciare – il sedicesimo, bellissimo –, prova infine a chiedere aiuto a una specialista: perché l'ansia, autentico cancro delle emozioni, va esorcizzata e non sminuita. Con la franchezza di chi, al centro di una spirale senza fine, pensa spesso sia meglio farla finita. E con la semplicità consolante di chi ti risponde che se sei lì, se ti confidi a cuore aperto e parli fuori dai denti, sei già a metà dell'opera: non quella di salvare il mondo, bensì di ricostruire te stesso. Narratore d'eccellenza dei sentimenti più sfumati, sempre in bilico tra orientamenti sessuali, amore e amicizia, ritroviamo tra le pagine il Patrick Ness dello struggente Sette minuti dopo la mezzanotte – stavolta più disimpegnato del solito, vero, con una storia all'interno della quale entri piano o perfino mai, se quell'umorismo sopra le righe proprio non fa per te, ma a cui eppure non puoi fare a meno di affezionarti un po'. Il suo malinconico gruppo di casi umani, con armonia e brio, con maturità impensata, accoglie stringendosi il peggio in agguato e, attraverso le battaglie di tutti i giorni, lotta per restare normale. Ma cos'è normale, poi.

No, davvero, perché tutto deve significare qualcosa? La vita non è già abbastanza complicata?

La scuola va a fuoco, ricordandoci le recenti minacce terroristiche, e i lasciti futuri sono accolti con un certo spavento. Michael e gli altri hanno tutta la vita davanti, ma prima ancora l'estate, e i quattro anni di università. Cosa può succedere dopo? Cosa, soprattutto, durante? Dopo Spontaneous e Paesaggio con mano invisibile, ecco la fantascienza trasformarsi durante l'arco dello stesso anno in un'altra ode sacrosanta all'adolescente medio, all'uomo qualunque. Con il paranormale brillantemente relegato negli incisi all'inizio di ogni capitolo, Mentre noi restiamo qui preferisce condividere la bellezza indiscreta dell'attimo fuggente e, con una sensibilità e un'ironia riconoscibili all'impronta, ci suggerisce di mettere tutto in prospettiva, e gli altri prima di noi.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: George Ezra – Pretty Shining People 

domenica 31 dicembre 2017

[2017] Top 10: Mr. Ciak


10. Il padre d'Italia
Mollo, con uno sguardo indie che conquista e l'alchimia di due personaggi vivissimi, parla d'appartenenza e istinto, di omogenitorialità, senza sollevare polveroni. Di miracoli che, nella mano grinzosa di una figlia, fanno riaffiorare il volto di una madre. Dell'emozione di sbagliare strada, scoprendosi lo stesso a casa.

9. Tito e gli alieni
Al Torino Film Festival l'universo qualche volta risponde. E ha la voce delle commedie fantascientifiche, quelle un po' americane e un po' napoletane, con un po' di Little Miss Sunshine e un po' di Her, e delle persone che hai amato e sempre amerai. Lontane dagli occhi, lassù tra le stelle, ma mai dal cuore. 

8. A Monster Calls - Sette minuti dopo la mezzanotte
Un'esagerata cura del lato visivo senza però scordarsi la commozione. Un angelo custode che si fa mostro, di questi tempi, per fugare i mostri del cancro, i bulli, l'insensatezza tutta umana del senso di colpa.

7. Blade Runner 2049
A caccia di replicanti, e della loro progenie segreta – un po' frutto dell'amore, un po' dei calcoli della scienza. A caccia di sequel felicissimi, e di film da guardare con occhi grandì così – che non siano poi miracolosi come gli eredi di Deckard e Rachael, troppo perfetti per scoprirsi anche emozionali, poco importa se al cospetto di un capolavoro visivo tanto straordinario. 

6. Arrival
L'ennesimo tassello di quella fantascienza minimal, umanista, in cui l'elemento perturbante – in questo caso, un'invasione di eptapodi venuti in pace – è un'ottima scusa per parlare di noi. Al pari di un dramma borghese in cui un ospite s'intrufola nella casa di una coppia e ne invade gli spazi, lascia il bagno in disordine, studia chi gli ha aperto la porta. Spingendoci o scoppiare, o a riconciliarci.

5. Moonlight
Storia distante per contesto, ma dal respiro universale. L'inquietudine di chi fugge, si maschera da gigante cattivo, ma poi si ritrova. Nel mare, che un caro amico ci ha insegnato ad affrontare anni fa. Nella luce della luna, che tinge la pelle nera di blu. Nell'amore, che è casa.

4. A Ghost Story
Il fantasma con la sindrome di abbandono commuove e angoscia. Sotto il lenzuolo nessuno può vederlo piangere. Domandare al vuoto cosmico che senso abbia questo suo esistere, e questo nostro resistere.

3. The Florida Project
I piccoli di Sean Baker non dovrebbero diventare mai adulti. Se il dramma irrompe, si prendono per mano e corrono più veloce del pensiero di crescere allontanandosi. Ti porto via io, promettono, e puntano all'arcobaleno. A riprendersi l'infanzia che finalmente spetta a noi, bambini grandi.

2. Manchester By The Sea
Straziante via crucis, sullo sfondo di città di mare che a dicembre soffrono l'abbandono. Mentre il lutto si scioglie e la speranza, chissà, fa primavera

1. La La Land
Una bolla di sapone, una campana di vetro, una dimensione dell'anima. Una fiaba postmoderna, acre, incastonata nella miracolosa cornice di un “se”. Il cinema che unisce e perdura. Quello con la lettera maiuscola.

lunedì 28 agosto 2017

Recensione: Il mistero del London Eye, di Siobhan Dowd

| Il mistero del London Eye, Siobhan Dowd. Uovonero, € 14, pp. 256 |

Il nome Siobhan Dowd potrebbe non dirvi niente. L'autrice irlandese, stroncata da un cancro all'età di quarantasette anni, era una presenza tutt'altro che in secondo piano nel bellissimo Sette minuti dopo la mezzanotte – oggetto, quest'anno, di una trasposizione cinematografica altrettanto struggente. L'idea dell'albero che si liberava delle radici e passava a trovare Conor, tredicenne con una perdita da metabolizzare e un ingiustificato senso di colpa, era di Siobhan. Che tra le pagine parlava di malattia, e della sua. Che si spegneva prima del punto fermo, dell'ultima fiaba del mostro. Patrick Ness, vincitore come la collega della Carnegie Medal, l'ha ultimato per non lasciare che un capolavoro dell'infanzia prendesse polvere in un cassetto. C'era la curiosità forte di leggere una Dowd senza intermediari; ancora tra noi. L'occasione si è palesata al mercatino del primo sabato del mese. Su una bancarella, ho trovato il suo esordio per soli due euro. Il mistero del London Eye è un giallo capitanato da due fratelli, Ted e Kat: il primo ha dodici anni e un diverso sistema operativo nel cervello, l'altra ne ha due in più e il pallino per lo shopping al centro commerciale. A Londra è primavera, ma un temporale è in arrivo. Somiglia a una grandinata che minaccia di farti rimanere a casa e al temperamento di zia Gloria: fumatrice incallita, divorziata senza drammi, mamma di un ragazzino da portare volente o nolente a New York. Salim è passato a salutare i cugini prima di trasferirsi. Propone un giro sul London Eye, perché ama gli edifici imponenti, le altezze, e lassù non ci è mai stato. I ragazzi sono in fila, quando Salim decide di saltare la coda e di accettare il biglietto da uno sconosciuto che all'ultimo momento si è tirato indietro per colpa delle vertigini: sale, salutato dai parenti, e quaranta minuti dopo non scende.

Sul mio cervello gira un sistema operativo diverso da quello delle altre persone. Vedo cose che loro non vedono e a volte loro vedono cose che io non vedo. Per quanto mi riguarda, se Andy Warhol era come me, allora un giorno sarò anch'io un'icona culturale. Invece che per le lattine di zuppa e divi del cinema, io sarò famoso per le mie previsione del tempo e per l'abbigliamento formale e andrà bene così.

Da Shutter Island e Contrattiempo, i thriller insegnano che è possibile sparire in una stanza chiusa a doppia mandata. E in cima a un enorme ruota di bicicletta, che sfida le nuvole, la gravità e le partenze dell'ultimo minuto? Coma ha fatto Salim a volatilizzarsi? Kat, spiccia e razionale, pensa a una fuga o a un rapimento; Ted, uno Sherlock Holmes in erba, prende in considerazione perfino l'idea dell'autocombustione. A raccontarci un'indagine intrigante quanto basta e intrisa di leggerezza, è lui, il piccolo di casa. Affetto come l'adorabile protagonista di Atypical da una forma di autismo ad alto funzionamento, ha hobby inconsueti (le previsioni metereologiche, gli abiti eleganti), scarse interazioni con i coetanei (non coglie i doppi sensi e le metafore, non regge gli sguardi altrui, non sa leggere i volti) e un'intelligenza sviluppatissima (se la polizia brancola nel buio, sappiamo che lui troverà comunque tutte le risposte). Amo i personaggi fuori dall'ordinario, affatto i narratori bambini. Il caro Ted, “neek” precoce e bizzarro con una famiglia a soqquadro, non mi ha ispirato purtroppo gran simpatia; non sono mai entrato nella sua testa per capire cosa avesse di diverso dalla mia. Del Mistero del London Eye tessono ovunque le lodi, ma io l'ho trovato scritto bene, scorrevole e nulla più; troppo infantile per i miei gusti. Un genietto si racconta. Suo cugino è scomparso. Il pretesto del giallo, però, desta scarsa preoccupazione, qualche sorriso centellinato e una profonda tristezza, quella sì, per una scrittrice andata via prima del tempo. Ci saranno modi migliori per riscoprirla, confido, e renderle più degnamente omaggio.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Cranberries – Just My Imagination

mercoledì 10 maggio 2017

Mr. Ciak: A Monster Calls, Get Out, I guardiani della galassia II, Personal Shopper, In guerra per amore

Conor ha una mamma che si sta spegnendo, una nonna che non sa come prendersi cura di lui e un padre lontano, americano, che se n'è lavato le mani. Ha tredici anni. Se avete letto la fiaba di Patrick Ness, saprete già cosa succede: un tiglio sbuca dal terreno e raggiunge la casa del protagonista. Gli occhi fiammeggianti, la voce di Liam Neeson e tre storie dal mancato lieto fine. Qual è la verità contenuta nella quarta, quella che soltanto il protagonista conosce? A Monster Calls, metafora struggente e originale, si fa cinema grazie allo spagnolo Bayona: uno che prima con gli spettri di Orphanage, poi con le onde anomale di The Impossible, sa colpire. Trasposizione curata e fedele, si conferma una meditazione sentita sull'elaborazione, gli stati della malattia e il lutto. Come in Ness, si evitano le frasi fatte e alla violenza dei bulli si risponde con la violenza. Si distruggono le cose, le case, e nelle tazze rotte e nelle finestre smantellate si cerca invano una specie di sollievo. Il dolore è furia cieca. E' un mostro che ti strappa dal letto e ti espone al gelo dei mancati lieti fine. Aggrapparsi all'illusione o abbandonarsi all'inevitabile? Durante la visione, ho trovato gli stessi spunti di riflessione e la stessa rabbia. Si piange, molto, e si impara la lezione insieme a un ragazzino che sta metabolizzando il tutto. La dolcezza di Felicity Jones incontra il rigore di mamma Sigourney Weaver, e la fiaba sposa i prodigi di una computer grafica che avrei dosato con più parsimonia. Le fiabe del mostro, infatti, sono mostrate con un'animazione troppo roboante che qui e lì tende a distrarre. Tra le pagine, invece, fioccavano bellissimi disegni in bianco e nero: l'essenzialità di cui un film già così intenso, così carico, avrebbe avuto bisogno. A Monster Calls si prende esagerata cura del lato visivo, ma non scorda il cuore. E te lo restituisce sciupato, come un foglio di carta con uno schizzo a matita sopra: un angelo custode che si fa mostro, di questi tempi, per fugare i mostri del cancro, i bulli, l'insensatezza tutta umana del senso di colpa. (7,5)

Un weekend da passare con i genitori di lei. Sbucare dal nulla, presentarsi come il fidanzato ufficiale, ma con l'aggiunta dell'effetto sorpresa. Loro sono bianchissimi, tu no, e la tua ragazza ha deciso di non dirglielo con la scusa del politicamente corretto. Gli assalti della polizia raccontano un'altra storia però. L'intolleranza è virale. Grazie al piano sequenza iniziale sappiamo di non essere in presenza di una riscrittura di Indovina chi viene a cena. Sappiamo che Get Out è un horror - uno di quelli acclamatissimi, sopravvalutati senz'altro, che al botteghino fanno furore. Cosa andrà per il verso storto nella storia d'amore tra Chris e Rose, se le presentazioni non hanno creato ansie e imbarazzi - non più del solito? Una riunione annuale, ospitata in giardino, piena di cibo e parenti molesti. Domandano al protagonista (un Daniel Kaluuya dalla faccia di gomma) se gli afroamericani siano più bravi a letto, più forti nelle competizioni, se si sentano più alla moda con Obama presidente per due mandati. Solo i domestici hanno la pelle del suo stesso colore: strani e ingessati, sono i custodi dei segreti di famiglia. L'horror di Peele, regista che viene dal mondo del cinema comico, è popolato da zii sui generis e inserti grotteschi. L'inquietudine è la padrona di casa, il rumore di un cucchiaio che picchia contro una tazzina da tè fa gelare il sangue, ma si è combattuti tra domande e ghigni davanti alle stranezze di una mamma ipnotista e un papà chirurgo. Divertentissimo e claustrofobico, intelligente nel suo copia-incolla, Get Out è attuale nel messaggio ma mai serioso. A tratti, manca della crudeltà che ci si aspetterebbe: la realtà, soprattutto nell'epilogo, serberebbe di certo orrori maggiori. Con cenni alla Fabbrica delle mogli, ha fughe per la libertà annunciate sin dal titolo e un agghiacciante bingo a fine pasto. Dotato di un lampante sottotesto politico, appare dunque una satira – il prodotto giusto nell'anno sbagliato – in cui tutto è a rovescio. Ipotizzando un nuovo arianesimo, tra le righe, e il ritorno ai demoni dello schiavismo. (7)

Qualche anno fa, complici i pareri della rete, avevo visto I guardiani della galassia. Cinecomic fracassone con splendida colonna sonora e trama da poco, mi era sembrato tale e quale agli altri del filone – non l'eccezione alla regola, se preferisci altro e magari soffri di una qualche forma di daltonismo (per distinguere un personaggio dall'altro, occhio, tocca affidarsi unicamente ai colori a fantasia della loro pelle). Avendo rimosso la visione del primo, trovavo tutt'altro che indispensabile concedermi il secondo capitolo. Mi è toccato accompagnare papà: uno che il cinema in solitudine non lo concepisce. In una sala non particolarmente partecipe ho visto un sequel che in fondo mi ha divertito: di certo più dell'altro, visto in una distratta visione domestica. Seduto in poltrona non mi annoio, anche se due ore e sedici sono troppe. Seduto in poltrona, dove tutto è più bello e più grande, guardo a cuor leggero anche cose che non fanno al caso mio. I guardiani della galassia è come lo immagini. Tutto luci ed esplosioni, tutto botte da orbi e rumori. Che dovresti dire, nel bene e nel male, che non sia intuibile? La trama, ma non azzardatevi a chiedermela domani, ruota attorno alla scoperta della natura semidivina di Star-Lord: un Pratt eclissato dal carisma di Kurt Russel, che vorrebbe antipaticamente apparire bello e simpatico a tutti i costi. Il Groot danzerino in apertura, il procione che si credeva un boss e un indelicato Batista, vera rivelazione della pellicola, sono la causa delle risate più sguaiate – non mancano i cameo folli, poi, tra i vari Stallone, Hasselhoff e Stan Lee. Contano più i legami di sangue o chi, senza nulla in cambio, ha abbracciato le nostre battaglie perse? Meglio la guida del burbero Youndu o l'affinità con un padre redivivo? Possono la Saldana e la Gillan, sorelle agli antipodi, odiarsi? Rumoroso, veloce e un po' stucchevole per via di quella sua morale tipicamente disneyana, ha momenti spassosi e in cuffia un Cat Stevens da brividi. Il resto, un falso cuore di ricotta (spoiler: in CGI pure quello) sullo sfondo di indistinguibili ammutinamenti intergalattici. Papà, dalla sua, è d'accordo. Cosa non si fa per la famiglia? (6,5)

Assayas, nel bellissimo Sils Maria, ci aveva mostrato l'intensità di Kristen Stewart. L'attrice, lontana dallo sfarvallio dei vampiri di Twilight, conquistava il premio César. Il regista che ha il pregio di avercela mostrata nel pieno delle sue potenzialità poteva rinunciare a lei nel suo lavoro successivo? Americana a Parigi, la Stewart è ancora una volta l'assistente di una donna capricciosa. Personal Shopper significa fare la spola tra faccende da poco e lunghe attese. Acquistare abiti firmati su commissione, indossarli di nascosto per il brivido del proibito, e tormentarsi in completa solitudine. Maureen non ha mai smesso di piangere la morte del fratello: erano medium, complici, gemelli. Aspetta da allora un suo segno dall'aldilà. Aguzza le orecchie e mette in pausa la propria esistenza. Ma la fidanzata del defunto ha trovato un altro amore. E la sua casa, forse infestata o forse no, è già sul mercato. Una Stewart sempre padrona della scena, arruffata ma bellissima, è in cerca di scricchiolii significativi e della propria identità – un look definito, una sessualità inesplorata, un lavoro che la appaghi. Interroga le stanze buie. A testa bassa, studia i messaggi di uno sconosciuto che incalzano sul suo cellulare. Occultismo, stalking, un omicidio a metà e, infine, un viaggio. Una confusione di uomini eleganti e fantasmi, hall e atelier, mentre il motorino semina il traffico e i dettagli si annebbiano. Maureen, per tutto il tempo, è perseguitata da malintenzionato o da uno spirito? A infrangere i bicchieri è quel fratello desideroso di comunicare o il nervosismo di una giovane insonne? Domande retoriche, inappagate, che fanno parte del mistero di Personal Shopper – fascinoso e frustrante. Un dramma metafisico, dalle atmosfere hitchcockiane, che riflette sulla malinconia dei sopravvissuti senza darci le giuste chiavi di lettura. Chiedendo, forse, un'esagerata sospensione dell'incredulità. Le certezze, quando tutto è astrazione, sono una classe sconfinata, la tensione alle stelle per l'insospettabile trillo di WhatsApp, le cuciture impercettibili sulla silhouette di una attrice che cresce. (6,5)

Il ritorno di Pif. Una conferma in cui riponevo fiducia, in un anno – quello passato – in cui gli italiani hanno saputo stupirci con storie confezionate con cura e cuore. Non faceva eccezione la serie ispirata all'opera prima del regista. La mafia uccide d'estate, tra fiaba e cronaca, toccava anche a puntate. Fedele al suo percorso, legato alla sua terra, Diliberto è tornato con In guerra per amore. Con lui: un asino volante, le ricostruzioni dei borghi degli anni '40 e una fidanzata bella come Miriam Leone. Pif torna, sì, e veste ancora i panni di un Giammarresi. Ancora, si parla di mafia. Ma la si affronta partendo da lontano: dalle origini, da New York. Arturo, travolto da vicende rocambolesche e comprimari buffi – su tutti, la strana coppia (di fatto) formata da un cieco e uno zoppo –, fa da spettatore all'avanzata degli alleati. Ma i tedeschi erano forse il male maggiore, se il loro arrivo porta all'amara restaurazione dello status quo ante? In guerra per amore è una commedia più ambiziosa del previsto: troppo, nonostante la nobiltà delle intenzioni. Se il comparto tecnico è di tutto rispetto, la sceneggiatura rivela innumerevoli ingenuità. Partiamo da una storia d'amore superflua, che da titolo apparirebbe invece centrale. Abbracciamo, poi, coprotagonisti pieni di potenziale e sketch comici fini a loro stessi. Quante storie? Quanta carne al fuoco? In guerra per amore è fatto meglio del precedente, ma è meno convincente. Storie che cominciano senza finire, rimanendo sospese. L'amore: nella messa in scena e, per dirlo storpiando una canzone, mai nell'aria. Anche se, difettoso e tutto, leggero ma mica tanto, gli si vuol bene comunque. (6)

venerdì 10 marzo 2017

Recensione: Il viaggio di Caden, di Neal Shusterman

Laggiù è un viaggio senza fine. Non credere a chi ti dice il contrario.

Titolo: Il viaggio di Caden
Autore: Neal Shusterman
Editore: Hot Spot – Il Castoro
Numero di pagine: 294
Prezzo: € 16,50
Sinossi: Caden Bosch ha 15 anni ed è sempre stato un ragazzo estroverso, pieno di amici e di talento. Da qualche tempo però ha cominciato a sentirsi inquieto, a fare strani sogni e sentire sensazioni ossessive, maniacali, compulsive. Sempre più spesso si ritrova su un galeone che solca il mare alla volta della Fossa delle Marianne, tra tempeste e mostri marini che non riesce a controllare. Caden va in crisi, non distingue più reale e irreale. Da una parte si ritrova in ospedale, accanto al dottor Poirot e agli amici Hal, Carlyle, Skye e Callie. Dall’altra parte è combattuto tra la lealtà verso il capitano della nave e il fascino dell’ammutinamento. Il fondo della Fossa delle Marianne è sempre più vicino e Caden deve scegliere: lasciarsi andare o cominciare la risalita?

                                         La recensione
Caden, quindici anni, vive in un mondo pericoloso. I suoi genitori, impostori, non sono chi dicono di essere. I delfini disegnati sui muri della sorella minore hanno sorrisi minacciosi quando cala il buio. A scuola, nei corridoi, ci sono studenti che attentano alla sua vita e progettano massacri a mano armata. In realtà, la sua famiglia è piccola e fortunata; gli schizzi sulla carta da parati non hanno né sorrisi sghembi né una volontà propria; i compagni di liceo che tramerebbero complotti si limitano a incrociare il suo sguardo e a passare oltre. Caden progettava videogiochi con i suoi migliori amici, era uno studente piacente e brillante, aveva speranze e un perfetto equilibrio interiore. A un certo punto qualcosa nel suo cervello ha fatto crack. Un corto circuito, un allagamento. Un diluvio universale. I pensieri positivi, il raziocinio, non hanno avuto scampo. L'immaginazione ha rotto gli argini: i sogni straripano, così, e la lucidità annaspa. L'adolescente rischia la morte per annegamento, la pazzia. Il viaggio di Caden è un romanzo interamente ambientato nella sua testa. A pubblicarlo, l'interessantissima Hot Spot. 
A mostrarci come funziona – e cosa, soprattutto, non funziona – l'acclamato Neal Shusterman. Un autore che mi hanno consigliato spesso, in particolar modo per via della saga interrotta di Unwind, e leggendolo ho capito perché. Pane per i miei denti, lui, con una lingua originalissima e young adult insoliti A prima vista mi ha ricordato Patrick Ness: lo stile frammentario, le illustrazioni a china a bordo pagina, una penna che sa trasformarsi di storia in storia. La nota dell'autore, a fine romanzo, mi ha lasciato intuire quanto di vero ci sia nella sua spaventosa odissea interiore. Shusterman ha un figlio che ha mostrato forti segni di squilibrio ma che, per fortuna, è riuscito a stringere a sé l'ultimo pezzetto di cielo; un amico che, da giovane, perse ad armi impari la guerra contro il mal di vivere. Quanta sofferenza, quanto autobiografismo, dev'esserci dietro queste pagine. E quanta ricerca, quanta elaborazione. Me ne sono reso conto soltanto con il senno di poi. Ho letto i vaneggiamenti e gli squarci del Viaggio di Caden alla ricerca di un senso, se c'era. Lì per lì mi ha dato il mal di mare: esercizio di stile troppo cervellotico per i miei gusti. Dove inizia la realtà e dove finisce l'incubo? Cosa succede se la depressione è un vortice che ti tira giù, e tu non sai neanche nuotare? 
La schizofrenia, per un quindicenne, è un galeone su un oceano di mostri marini e insidie. Le pagine, che si rivelano essere piene di personaggi allegorici e doppi significati, si dividono tra terapie di gruppo e cospirazioni. Da una casa in cui i parenti sono percepiti alla stregua di alieni, Caden – d'un tratto un pericolo per se stesso e per gli altri – viene trasferito in un reparto psichiatrico. Dagli infermieri ai medici, dai compagni di stanza alle ragazze interrotte, ognuno trova una puntuale corrispondenza nei deliri privati del narratore. I suoi incubi, intanto, si intensificano. Hanno la meglio. La nave veleggia verso l'abisso, popolata da spettri e stranezze – romantiche gomene, cervelli in fuga, saltatori nel vuoto –, e la ciurma minaccia un ammutinamento in piena regola. Il capitano, che ha un nocciolo di pesca al posto dell'occhio, rischia di essere scalzato dal suo pappagallo parlante, passato dal trespolo alle cospirazioni shakespeariane. Personalmente non sono mai stato un amante dei mondi meravigliosi di Lewis Carroll, e qui spuntano le stesse filastrocche in rima baciata, gli stessi oggetti parlanti e, da lettore semplice e pragmatico, non ho avuto voglia di cercare chiavi di lettura sotto coperta né pozioni a poppa. Altrettano poco nelle mie corde, poi, le immagini marinaresche: ponderate e calzanti, in questo caso, ma con sedicenti Capitani Nemo e Moby Dick di cui ho patito la compagnia, ora come in passato. Che ruolo avrà il protagonista in quella desolante deriva? Si salverà dalle stanze con le pareti imbottite e, dunque, dalle angosciose profondità marine? Caden immagina di potere avvertire i pensieri di gente dall'altra parte del mondo. Si preoccupa di provocare terremoti in Cina, e controlla ossessivamente le news del giorno. Sente il suo corpo abbandonarlo, diventare quasi pura energia. Insieme a lui, come per osmosi, il periodare si fa più astratto e discontinuo. Surreale. E la potenza del flusso di coscienza, spesso, mi ha stancato e sopraffatto.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Green Day – Basket Case

venerdì 21 agosto 2015

Coming This Fall #11 - Parte Uno

                                       Ritorni d'autore
Titolo: Quello che non uccide – Millennium IV
Autore: David Legercrantz
Editore: Marsilio
Prezzo: € 22,00
Data di pubblicazione: 28 Agosto
Sinossi: Sarà l'evento editoriale dell'anno e l'attesa, da parte dei media come dei lettori, è già alle stelle. Tutto ciò che riguarda il nuovo thriller che prosegue la Millennium Trilogy è avvolto nella massima segretezza, e per il momento non è possibile svelare alcun particolare relativo alla trama del romanzo. «Ci sono Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander. E poi Erica Berger, l'ispettore Jan Bublanski e Sonja Modig. Troverete il poliziotto Hans Faste, lo zelante pubblico ministero Richard Ekström, il sempre leale Holger Palmgren, Plague della Repubblica degli hacker, e molti altri.»

Titolo: Va', metti una sentinella
Autore: Harper Lee
Editore: Feltrinelli
Prezzo: € 19,00
Data di pubblicazione: 19 Novembre
Sinossi: Il romanzo che ha generato il celeberrimo Il buio oltre la siepe, scritto da Harper Lee qualche anno prima dell'opera che l'ha resa famosa ma dove incontriamo per la prima volta alcuni degli stessi protagonisti, tra cui l'indomita Scout (Jean Louise Finch) e suo padre, l'avvocato Atticus Finch.



Titolo: Anna
Autore: Niccolò Ammaniti
Editore: Einaudi
Prezzo: € 19,00
Data di pubblicazione: 29 Settembre
Sinossi: In una Sicilia diventata un’immensa rovina, una tredicenne cocciuta e coraggiosa parte alla ricerca del fratellino rapito. Fra campi arsi e boschi misteriosi, ruderi di centri commerciali e città abbandonate, fra i grandi spazi deserti di un’isola riconquistata dalla natura e selvagge comunità di sopravvissuti, Anna ha come guida il quaderno che le ha lasciato la mamma con le istruzioni per farcela. E giorno dopo giorno scopre che le regole del passato non valgono piú, dovrà inventarne di nuove. Una luce che si accende nel buio e allarga il suo raggio per rivelare le incertezze, gli slanci del cuore e la potenza incontrollabile della vita. Perché, come scopre Anna, la «vita non ci appartiene, ci attraversa».

Titolo: Chi perde paga
Autore: Stephen King
Editore: Sperling & Kupfer
Prezzo: € 19,90
Data di pubblicazione: 22 Settembre
Sinossi: John Rothstein, scrittore osannato dalla critica e amato dal pubblico, è stato reso immortale dal suo personaggio Jimmy Gold. Morris Bellamy, il suo fan più accanito, gli è piombato a casa sua nel cuore della notte, furibondo non solo perché Rothstein ha smesso di scrivere, ma perché ha fatto finire malissimo il suo adorato Jimmy. Bellamy è venuto a rapinarlo, ma soprattutto a vendicarsi. Non sa ancora che oltre ai soldi, John Rothstein nascondeva un tesoro ben più prezioso: decine di taccuini con gli appunti per un nuovo romanzo. E non sa che passeranno trent'anni prima che possa recuperarli. A quel punto, però, dovrà fare i conti con Bill Hodges, il detective in pensione eroe melanconico di Mr. Mercedes, e i suoi inseparabili aiutanti.

Titolo: Gli ospiti paganti
Autore: Sarah Waters
Editore: Ponte alle grazie
Prezzo: € 18,60
Data di pubblicazione: 15 Ottobre
Sinossi: Nel 1922 Londra mostra ancora i segni della guerra. Una famiglia è stata sfaldata dal conflitto e madre e figlia si ritrovano sole, senza i loro uomini persi in battaglia. Sono perciò costrette ad affittare le stanze della loro casa e Gli ospiti paganti sono una coppia di sposi con cui condivideranno intimità, rumori, incontri e abitudini. Ma a sconvolgere la quotidianità saranno un amore inaspettato, un'aggressione e un omicidio...

Titolo: Le tre notti dell'abbondanza
Autore: Paola Cereda
Editore: Piemme
Prezzo: € 17,50
Data di pubblicazione: 25 Agosto
Sinossi: Fosco è un paese arroccato su uno scoglio a picco sul mare. Per arrivare alla spiaggia, bisogna avventurarsi lungo una scala di legno e pietra che nessuno si è mai preso la briga di aggiustare. Perché il mare è maledetto e gli abitanti non lo possono avvicinare. La Calabria di Fosco è una terra aspra dove il tempo scorre lento, dove tutti corrispondono ai propri ruoli e ai propri cognomi e, fin dalla nascita, hanno il loro posto nel mondo. Le regole, dettate dalla malavita locale, sono legge per coloro che lì nascono. Per tutti, ma non per Irene. Irene ha quindici anni e un quaderno arancione sul quale disegna il quotidiano, così come se lo immagina. La notte, sui tetti di Fosco, si incontra con Rocco, il figlio di uno sparato, in uno spazio di complicità e tenerezza che permette di fantasticare un altro mondo possibile. Durante l’annuale pellegrinaggio alla Madonna delicata, Irene e Rocco ascoltano una conversazione tra masculi che cambia per sempre il corso delle loro vite. Le successive tre notti dell’abbondanza segnano un prima e un poi senza ritorno. E se è vero che le donne di Fosco nutrono il sistema e spingono i figli a vendicare, c’è chi prova a cambiare, nella convinzione che la vita si accetta ma non si subisce. Irene farà la sua scelta. La vita, per lei, è una pennellata di colore su un muro bianco.

Titolo: Chaos – Il nemico
Autore: Patrick Ness
Editore: Mondadori
Prezzo: € 17,00
Data di pubblicazione: Dicembre (?)
Sinossi: Todd sta per compiere tredici anni, ed è l'unico ragazzo sopravvissuto a Prentisstown. Qui le donne sono scomparse e tutti i 146 abitanti della cittadina sono affetti dal "rumore". In questa realtà in cui tutti sono perennemente "connessi" alla mente degli altri sembra impossibile nascondere i propri segreti. Eppure c'è un grande segreto da scoprire. Todd, armato di un misterioso coltello ricevuto in dono, sa solo che deve correre e fuggire lontano: ma da chi? E perché? Quando incontra Viola, la fuga diventa la ricerca della libertà dall'universo opprimente di Prentisstown. Ma la salvezza è lontana. Per salvarsi Todd e Viola sono costretti a separarsi. E a fidarsi del loro più grande nemico, il sindaco Prentiss. Todd ne diviene collaboratore e sodale; Prentiss, l'unico che abbia notizie del destino di Viola, tiene in pugno le esistenze di entrambi. Ma dove è nascosta Viola? È ancora viva? Qualcosa o qualcuno deve essere sacrificato per sempre, in nome della libertà.

                                        Narrativa Straniera
Titolo: Piccoli esperimenti di felicità
Autore: Hendrik Groen
Editore: Longanesi
Prezzo: € 14,90
Data di pubblicazione: 1 Ottobre
Sinossi: Hendrik è il tipo d’uomo che fa conti del genere ogni giorno. Anche perché nella sua casa di riposo c’è poco altro da fare. La vita trascorre placida, fin troppo. Ha sempre fatto buon viso a cattivo gioco, ma ora si chiede se davvero ne sia sempre valsa la pena. E soprattutto se vale la pena di continuare così. E siccome nella vita bisogna avere dei progetti, o perlomeno fare degli esperimenti, Hendrik decide due cose. La prima: farsi dare dal suo medico la pillola della dolce morte. La seconda: concedersi un anno, prima di prenderla, e in quell’anno fondare un club. In quest’anno di vita succederanno tante cose, tante scoperte, tante perdite e molti piccoli esperimenti di felicità... E alla fine si vedrà chi l’avrà vinta: la pillola o una nuova primavera da attendere.

Titolo: Florence Gordon
Autore: Brian Morton
Editore: Sonzogno
Prezzo: € 17,50
Data di pubblicazione: 17 Settembre
Sinossi: Florence Gordon ha settantacinque anni e vive a Manhattan, ma non è certo una vecchia signora. È una femminista ebrea divorziata, una scrittrice scorbutica, un’attivista testarda e orgogliosa. Detesta la maggior parte delle cose che la gente trova piacevoli e ama mettere gli altri in difficoltà. Anche la famiglia è per lei un fastidio più che una rete di affetti. Florence sta lavorando alla sua settima fatica, un libro di memorie, e desidera solo restarsene a casa tranquilla, quando un importante articolo del New York Times la definisce “patrimonio nazionale”. Di colpo viene catapultata sotto le luci della ribalta e la sua vita prende un’accelerazione definitiva, obbligando Florence a uscire da quel filo spinato che aveva costruito attorno a sé. La situazione precipita appena i suoi “cari”, dalla lontana Seattle, si trasferiscono a New York. Florence si sente sotto assedio e sarà costretta ad avere molti più contatti con il prossimo di quanti ne vorrebbe.

Titolo: Hugo & Rose
Autore: Bridget Foley
Editore: E/O
Prezzo: € 18,00
Data di pubblicazione: 10 Settembre
Sinossi: Rose è delusa dalla sua vita pur non avendone motivo – ha una bella famiglia e una deliziosa casa in un bel quartiere.  Ma per Rose questa vita ordinaria è messa in ombra dalla sua altra vita, quella che vive ogni notte nei suoi sogni. Da bambina, in seguito a un incidente, ha iniziato a sognare una meravigliosa isola ricca di avventure. Su quest’isola non è mai stata sola: c’è sempre Hugo, un ragazzo coraggioso che cresce assieme a lei negli anni fino a diventare il suo eroe. Ma quando con loro grande sorpresa i due si incontrano nel mondo reale dovranno scegliere cosa fare del loro rapporto: restare amici? Diventare qualcosa di più? Oppure continuare a vivere avventure solo nei sogni senza le incognite della realtà?

Titolo: So che sei qui
Autore: Clélie Avit
Editore: Mondadori
Prezzo: € 18,00
Data di pubblicazione: 15 Settembre
Sinossi: È in coma da venti settimane. Sente tutto, ma nessuna delle persone accanto a lei se ne accorge. Un giorno, per errore, entra nella sua stanza un ragazzo sconosciuto. Thibault non sa nulla della storia di Elsa, ma inizia a parlarle, conosce i suoi amici, qualcosa nella ragazza addormentata che profuma di gelsomino e gli sembra così dolce lo tiene legato magneticamente alla sua stanza. Giorno dopo giorno torna a farle visita. Ed Elsa? Sente tutto, ma non può rispondere. Non può chiedere a quel ragazzo gentile di prometterle che tornerà anche il giorno dopo, non può dirgli che sa riconoscere il suono della sua risata in corridoio e che ora quasi sente il calore del suo bacio sulla guancia. Thibault non sa che Elsa non si risveglierà più, perché a breve la staccheranno dalle macchine che la tengono in vita. L’hanno deciso i medici, la famiglia ha acconsentito. Tutti credono che sia impossibile che Elsa si risvegli, eppure ogni volta che Thibault entra nella stanza il suo cuore…

Titolo: Prometto di sbagliare
Autore: Pedro Chagas Freitas
Editore: Garzanti
Prezzo: € 16,40
Data di pubblicazione: 27 Agosto
Sinossi: Il locale è affollato e rumoroso. L’uomo è seduto vicino alla finestra e guarda il cielo grigio. Sono passati anni dall’ultima volta che l’ha vista, il giorno in cui l’ha lasciata. Da allora, lei si è rifatta una vita, e anche lui. Eppure solo ora si rende conto di non avere smesso di amarla neanche per un secondo. Per questo, quando lei cerca di fuggire da lui, troppo sconvolta dalle emozioni che la percuotono, l’uomo decide di fermarla. E nel loro abbraccio, in mezzo ai passanti, prometterle di tentare, agire, cadere, sbagliare di nuovo. Amarla. Davvero e per sempre. Questa sembrerebbe la fine, ma non è che l’inizio della loro storia. Perché ogni loro gesto, ogni lettera che si scrivono, ogni persona che incontrano, ha un universo da raccontare. E l’amore è il filo rosso che lega tutto.

giovedì 6 agosto 2015

Recensione: Chaos - La fuga, di Patrick Ness

Il Rumore è un uomo senza filtri.
Senza filtri, un uomo è solo caos che cammina.

Titolo: Chaos – La fuga
Autore: Patrick Ness
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 450
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Esiste un posto in cui si parla senza dire nulla. Perché tutti sentono i pensieri degli altri, anche se non vogliono. Giorno e notte, lontano e vicino, il Rumore ti raggiunge sempre. Gioia, paura, rimpianto, speranza: non c'è scampo al caos incessante che ronza nell'aria e affligge gli uomini di Prentisstown come un morbo, dopo aver sterminato le donne. Eppure anche nel Rumore è possibile mentire. Todd è l'ultimo nato al villaggio, parla una lingua tutta sua e presto compirà tredici anni, l'età in cui nella comunità si diventa adulti. Un evento tanto atteso e dalle conseguenze inimmaginabili, protette da un segreto che tutti seppelliscono sotto strati di pensieri. Ma Todd sta per scoprire che esiste un buco nel Rumore, un nucleo di silenzio che nessun pensiero può sporcare, e che non è vero che tutte le donne sono scomparse. 
                                     La recensione
Patrick Ness è bravissimo. E non ci voleva un genio per capirlo, anche se qualcosa – un paio di anni fa – non è andata per il verso giusto e la Chaos Walking Trilogy, altrove successo di critica e pubblico, da noi non è decollata. Il primo volume della saga di un autore che poi avrebbe destato le meritate attenzioni – facendosi conoscere anche dal sottoscritto – con la toccante fiaba nera Sette minuti dopo la mezzanotte era uscito con la Rizzoli, aveva come significativo titolo Il buco nel rumore e era destinato a essere il solitario mattone di una delle troppe case mai ultimate. I seguiti, non messi in conto. A salvare la serie dal pericolo dell'incompiuto, un'altra casa editrice che, con un'altra veste grafica e un altro titolo, ci fa conoscere un altro Ness ancora – il primo, in realtà – rispetto a quello degli incubi della buona notte che presto diventeranno un film di Bayona. E così, anni dopo, Chaos – La fuga arriva per restare. Mi sono imbattuto in quest'autore soltanto lo scorso autunno e, positivamente impressionato, ho consultato i soliti siti per sapere cos'altro avesse scritto. Tanto, anche se sfortuna vuole che da noi avessero tradotto un altro suo titolo e basta: poco noto, introvabile e di un genere non tra i miei preferiti. Ho avuto infine Chaos e sapendolo lungo ma bello, facile ma meritevole, poco nelle mie corde ma capace di farmi cambiare idea, l'ho lasciato per questa calda estate in cui leggere non va in ferie. Mi aspettavo qualcosa di buono, indubbiamente – tanti, infatti, i pareri positivi di amici fidati e i consigli spassionati -, ma cosa, nel dettaglio? Non lo sapevo; poi l'ho iniziato. All'inizio confuso, stranito, ma affascinato e coinvolto. Ciò che rendeva all'avanguardia l'esordio di Ness era quell'esatto mix di sensazioni in contrasto. Lo stile bizzarro, un mondo un po' fantascientifico e un po' distopico parzialmente originale, l'abbondanza di font diversi – e grassetti, e maiuscole – nella stessa pagina. In un futuro imprecisato, su un pianeta colonizzato da poco e liberato con la violenza dai mostruosi alieni che lo popolavano, vive Todd – dodici anni; quasi tredici – in una città senza scuola e senza donne, in cui quando si diventa adulti – ossia molto presto, e il grande giorno, per il piccolo protagonista, si avvicina – si viene istruiti su segreti inconfessabili e sulle leggi che regolano il Rumore. 
A Prentisstown, nel Nuovo Mondo, tutti sentono i pensieri di tutti; tutto è caos. A lungo andare ci si abitua; Todd – orfano di mamma e padre, nato dopo guerre leggendarie – è venuto al mondo quando il germe della confusione già aveva inquinato le città e sterminato tutte le donne. Lui non conosce il silenzio, fino a quando non incontra, nel bosco, una coetanea che viene da mondi lontani: Viola. Prima di lei, non conosceva nemmeno le ragazze. Che allora altrove esistono, e sono immuni al chiasso dei pensieri maschili, e risultano imperscrutabili. Dunque, pericolosissime. Ha inizio, così, una fuga a perdifiato verso una città che ha quasi il nome del paradiso – Haven – e in cui si racconta ci sia un antitodo per l'odio che muove gli adulti. Braccati da un esercito in continua espansione, il ribelle Todd – un cane tontolone accanto (ricordate Dug, l'amico a quattro zampe in Up?), un diario pieno di verità indecifrabili, un coltello dotato di vita propria – e l'estanea Viola – che non è mai un libro aperto, persa in un territorio ostile, eppure tenace – riusciranno a raggiungere chi vive al di là dell'ultima cascata? Cosa troveranno, mossi dall'ignoranza di chi, fino in fondo, sogna e spera? 
Sopra la media, ma arrivata un po' tardi per oscuri incidenti di percorso, questa nuova trilogia non risente troppo dei paragoni con romanzi simili – sebbene raggiunga ormai lettori smaliziati, che hanno già letto The Giver, Across the universe e guardato qualche puntata random di Wayward Pines – e nonostante un genere i cui segreti sono stati ampiamente sdoganati, per una moda recentissima, Chaos – caccia al bambino in cui non ci si ferma mai – è meritevole e sorprendente, anche con la sua esagerata voglia di fare, dire, stupire. Brilla sin dall'inizio per l'originalità della scrittura – raccontato in prima persona da un ragazzino analfabeta, che fa gran confusione con le doppie e i verbi, presenta infatti errori ortografici grandi e piccoli a cui subito ci si abitua – e per l'attualità di temi da approfondire – violenza sulle donne, soldati bambino, famiglie composte da due padri -, sullo sfondo di un universo caotico che metteremo meglio a fuoco nel romanzo successivo. Non ci vuole molto affinché conquisti, con la sua forza trascinante, anche se, verso la conclusione, il continuo tergiversare e qualche momento furbo – perdite dolorose e colpi di scena che si addicono più ai romanzi conclusivi, non a una saga che adesso si appresta a cominciare – mi hanno fatto vagamente rimpiangere l'immediatezza dei primi capitoli. Nel troppo generale che Chaos si rivela, non vorrei che questo Ness, mai uguale a sé stesso, coraggioso e brillante, si fosse giocato le carte migliori. E che, andando avanti, esagerasse per meravigliarci tutti con trucchetti forzati. Avrà misura? Propendo per il sì, al momento, ancora scosso da una lettura che incede e travolge con la potenza del primo Hunger Games. Però scritto meglio; parecchio. Come da un piccolo Stephen King violento e sognatore, che ci parla di mele avvelenate che crescono sull'Albero della Conoscenza – sicuro di volere conoscere chi sei davvero? - e dell'ultimo bambino senza sangue sulle mani. 
Proteggiamo l'innocenza.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Imagine Dragons – I Bet My Life