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mercoledì 23 dicembre 2020

Le visioni indie di dicembre: Sound of Metal | Ema | Matthias e Maxime | Waves | Under the Silver Lake

Lo cantavano Simon e Garfunkel: anche il silenzio ha un suono. Lo scopre d’un tratto Ruben, un batterista rock, all’improvviso costretto a rinunciare a un tour insieme alla compagna cantante. Perde l’udito. Ex tossicodipendente, fidanzato da quattro anni con la dolcissima Olivia Cooke e da quattro anni pulito, minaccia il suicidio; nega; si aggrava; nega ancora; distrugge. Al centro di un doloroso processo di accettazione, il protagonista si trasferisce in una comunità per non udenti dalle regole ferree. Quando gli ospiti – guidati da un Paul Raci in odore di nomination – comunicano fittamente fra loro nel linguaggio dei segni, sullo schermo non compaiono sottotitoli: lo smarrimento di Ruben, che non conosce la LIS, è pari al nostro. Questa è la grande sfida dell’esordio alla regia di Darius Marden: renderci vicinissimi all’esperienza del batterista. Complice un uso del sonoro mai sperimentato prima, Sound of Metal diventa allora una visione sperimentale, intima e immersiva: tagliati fuori, ma per questo perfettamente calati nel disagio di Ruben, ascoltiamo suoni ovattati, fischi, fruscii, tonfi, voci che sembrano rimbombare dalle profondità oceaniche. Gli anni Trenta erano il trionfo del cinema muto. Questo, invece, è un cinema sordo: capace di sfruttare le commoventi potenzialità della settimana arte per garantire totale empatia. Chiusi per due ore nella bolla della sordità, facciamo compagnia a un incredibile Riz Ahmed: l’attore di origini pachistane picchia i piatti della batteria con furia selvaggia e comunica resa a ogni sguardo. Artefice di una delle migliori performance su piazza, scrive pensieri farneticanti; impara pian piano a padroneggiare i movimenti delle mani, i vuoti, le parole non dette. Questo ex batterista fatica a riprendere il ritmo, ad abituarsi: insegue perciò l’utopia di un costosissimo impianto cocleare. Che rumore fa la disperazione? Cosa resta quando la musica finisce? A sorpresa, il silenzio – e l’oscurità, vecchia amica – garantiscono un’acustica perfetta. Marden li indaga sin nelle vibrazioni più infinitesimali. Il risultato, paradossalmente, è un’orchestra di emozioni. (8,5)

Sensuale e folle, mette a disagio soltanto aprendo bocca. Flirta spudoratamente e in ogni occasione. Ema ha i capelli ossigenati, una crew di amiche ballerine per branco e una lunga relazione con un coreografo di dodici anni più grande. Passando da un assistente sociale all’altro, vive sensi di colpa per un bambino voluto, cercato, infine ceduto nuovamente indietro. L’orfano che ha adottato con Gaston – già grandicello, con un’ombra di baffi sul labbro e l’hobby dei fiammiferi – ha rivelato agli altri l’inadeguatezza della coppia. Come può un bambino violento essere allevato da due genitori sui generis? O forse non ci potrebbero essere persone migliori di due ribelli poliamorosi per far sentire benaccetta una mina vagante? Dopo la biografia di un’algida first lady americana, Pablo Larraìn torna in Cile per un nuovo ritratto femminile. Per la prima volta, seminando sconcerto tra i suoi estimatori, lascia da parte l’impegno politico da parte. Non per questo meno ambizioso, il film presentato a Venezia è un puzzle sentimentale stranissimo mosso dalle forme d’amore più disparate. Benché sofisticato, si muove a ritmo di raggaeton. Pur rendendoci partecipe del dramma di una famiglia disfunzionale, ha le fattezze di un thriller erotico. Ammaliante ma respingente, malsano eppure armonioso, di una bellezza conturbante, è una festa di leggerezza e devasto con i rossi saturi di Noè e le passioni dell’Almodovar più scandaloso. Il bel Bernal fa un passo indietro davanti al magnetismo della rivelazione Mariana di Girolamo. Quintessenza della libertà, Ema e i suoi mille amanti – importanti un pompiere e un’avvocatessa – cercano il raggiungimento di un nuovo equilibrio nella maniera più controversa. Madre, moglie, ballerina, piromane, trasforma ogni mossa in un passo di danza; ogni incontro in un’ammucchiata. Tra fascino e inquietudine, è il soggetto di un ritratto più che moderno: futuristico. Contro natura, oltre natura. (8)

Dopo un viaggio in America che aveva dato vita al suo film più bistrattato – per me ingiustamente – Dolan torna alle origini per leccarsi le ferite. La provincia canadese è quella dei suoi primi successi, e sempre da lì vengono i miscugli particolarissimi tra inglese e francese, i rapporti di amore-odio con mamme troppo ingombranti, gli amori impossibili a tinte arcobaleno. Storia di un’amicizia messa all’improvviso in discussione, Matthias e Maxime parte con un bacio che i due protagonisti si scambiano per prendere parte a un corto cinematografico. Gli altri, intorno, non sembrano dar peso all’evento. Ma nei diretti interessati qualcosa cambia: contriti e confusi, prendono a evitarsi. Cosa nasconde il loro imbarazzo? Raccontati in presa diretta, sembrano muoversi senza seguire una sceneggiatura. Tra primissimi piani, dialoghi che si accavallano, brindisi e feste piene di armonia, permettono che l’incomunicabilità generi momenti di tensione. Riusciranno a confessarsi l’inconfessabile? Concitato, caotico e festoso, l’ultimo film dell’ex ragazzo prodigio mantiene un basso profilo. Tende a non strafare. Intimo, è al servizio di una storia semplice e priva di manierismi, che ovviamente non rinuncia ai classici riferimenti pop: la scena del bacio, la più memorabile, omaggia Titanic. Più sentito che riuscito, il film – fatto di esterni gelidi e d’interni calorosi, di un’allegria sguaiata intrisa di disperazione – è una festa di addio per salutare per sempre l’ultimo scampolo della giovinezza di Xavier. Ma è comunque una festa. (6,5)

Lo hanno abituato a eccellere. Afroamericano in un Paese intollerante, checché se ne dica, deve fare sforzi sovraumani per essere all’altezza delle aspettative altrui. Studente brillante e stella del wrestling, è spinto oltre i suoi limiti – o fino ai suoi limiti? – dalle pressioni di un padre troppo normativo. Come venire a patti prima con un infortunio, poi con l’arrivo di un bambino indesiderato, se nel suo futuro non sembravano esserci spazio per gli errori? Chi ha tutto, purtroppo, a tutto da perdere. E durante un ballo scolastico sotto antidolorici, la tensione crescerà fino a sfociare nella tragedia immancabile. Allora il film cambia aspect ratio e volto, cambia protagonista. Si lascia spazio al punto di vista della sorella minore, aspirante veterinaria alle prese con il primo amore per un tenerissimo Lucas Hedges. Waves – arrivato in homevideo con il sottotitolo Le onde della vita – è un dramma familiare con un bagaglio emotivo pesantissimo e una generosità fuori dall’ordinario. Potente, emozionante, vero, segue un andamento imprevedibile e tumultuoso. Sembra scosso dalle forze crudeli di una moderna tragedia. Parabola sull’ira e sul perdono, sulla disperazione e sulla libertà, scioglie i nodi intricati della prima parte con l’espiazione della seconda. Tra danze liberatorie sotto la luna, sbronze e faccia a faccia urlatissimi, riflette sulla mutevolezza delle sorti e dei sentimenti. Diretto da Trey Edward Shults – già notato con un interessante horror indipendente –, qui e lì è stato accusato di essere troppo pretenzioso. Con i suoi folgoranti primi piani, con le luci al neon e i colori fluo, con scene madri su scene madri, probabilmente lo è. Il montaggio da videoclip, inoltre, è una montagna russa. Ma il regista trentaduenne si è fatto le ossa come assistente di Terrence Malick, e si nota nella perfezione della messa in scena che ricorda anche le sperimentazioni visive di Dolan, le giovinezze allo stato brado di Guadagnino, i drammi all black di Jenkins. Strizzando l’occhio ai migliori, Shults cura maniacalmente la forma, però non scorda il cuore. Rinfrancato nello sguardo e nell’anima, mi sono goduto moltissimo questo doppio romanzo di formazione dove l’incomunicabilità prolifera per lasciare spazio al senso di colpa. Sui cocci della perfezione infranta, Waves regala picchi e creste. Travolge. Nelle sue onde, che ti circondano come un bozzolo, puoi o annegare o salvarti. (7,5)

Un impunito serial killer di cani. Una sensuale vicina di casa scomparsa nel nulla. Il cadavere di un milionario morto in un incendio doloso. Un fumettista occhialuto fissato con leggende e simbolismi. Un nuovo gruppo rock, Gesù e le spose di Dracula, i cui brani sono scritti da un misterioso paroliere che sembra custodire le sorti del mondo. Sto bene, sì? Cosa diamine sto guardando? Sta bene il regista, David Robert Mitchell, o ha scritto e diretto il suo ultimo film in pieno trip allucinogeno? Nel dubbio, per oltre due ore, ho sguazzato allegramente nelle stramberie di Under the Silver Lake. A metà tra un noir, una commedia grottesca e un horror esoterico, segue le indagini di un subito iconico Andrew Garfield: con jeans a sigaretta, converse e occhiali da sole, corre di qua e di là; spulcia; fa inseguimenti in macchina; bacia ragazze bellissimi e fatali. Messe da parte le sue grandi ambizioni, il giovane nullafacente affetto da manie persecutorie comincia a credere in messaggi subliminali, cospirazioni e schemi ricorrenti. Perfino il libero pensiero e le idee di rivoluzione sono una bugia instillata dai piani alti? Passato in sordina a Cannes e bistrattato dalla successiva distribuzione, il ritorno del regista dell’indigesto It Follows è il flop a cui soltanto i cultori di Lynch e Hitchcock, sul web, hanno dato nuova linfa vitale. È audace, sperimentale, pasticciato: troppo. È un inno al pop, alla cultura del consumo, alla solitudine delle stelle: spiazza. Benché irrisolto, però, offre una delle visioni più originali dell’anno. Una caccia al tesoro mossa da curiosità e inquietudine, dove non importa capire cosa ci sia bene in ballo. Un rebus divertente e confusionario, da portare a termine soprattutto per il piacere giocoso della sfida in sé. (7,5)

venerdì 28 giugno 2019

Mr. Ciak: La mia vita con John F. Donovan | Beautiful Boy | Serenity

Il cinema, la sessualità, le mamme. Alla luce del mio recente recupero, impossibile non pensare alla poetica di Pedro Almodòvar: uno dei pochi registi stranieri a non avere mai ceduto alle sirene delle major. Nell'errore, al contrario, è incappato l'adoratissimo Xavier Dolan: il ragazzo prodigio, ormai cresciuto, sognava Hollywood sin dall'infanzia. Il suo sogno americano, non a caso, contiene tracce innumerevoli di lui. Attore bambino con la cameretta tappezzata di poster, tormentato a scuola al suon di insulti omofobici, fa dell'ambizioso Jacob Tremblay il suo alter-ego; trova rifugio, per fortuna, nell'intrattenimento – vengono citati Jumanji, Il giardino segreto, la saga di Harry Potter – e nella venerazione di un teen idol sulla cresta dell'onda. Come starà vivendo il suo mito i giorni di gloria? Partito per l'estero ma sempre nella sua comfort zone, Dolan cerca compromessi che non lo accontentano fino in fondo. Ma la stessa frustrazione, diciamolo subito, non è vissuta anche dagli spettatori. Lontano dal disastro descritto dagli statunitensi, La mia vita con John F. Donovan non è forse l'opera della maturità che si domandava a un regista trentenne ma, benché mainstream, mostra un Dolan che non si tradisce. A differenza dei classici tranche de vie della provincia canadese, il suo ultimo film è un triplice melodramma: macchinoso giacché scrittissimo, scricchiola a causa di una scrittura romanzesca che nel bene e nel male limita i colpi di testa dell'autore. Rivestito di tutto punto, il regista in trasferta porta con sé la coperta di Linus dei temi cari pur rivestendoli con la patina attraente del cinema a stelle e strisce. Mentre la giornalista Thandie Newton prende appunti, assistiamo alla biografia fittizia di una stella emergente che vendette l'anima al successo. Particolarmente coraggiosa, allora, appare la scelta di un Kit Harington a un passo dall'implodere: la star della HBO polemizza con il suo ruolo di mentore del piccolo schermo e, con amara ironia, anticipa le dipendenze che di recente lo hanno condotto in rehab fra un pettegolezzo all'altro. Omosessuale represso, si ritrova nelle canzoni a squarciagola alla radio o nella vasca di mamma: una Saradon invadente quanto la miglior Dorval, a cui si contrappone dall'altra parte una Portman fredda e disattenta. La sceneggiatura è un taglia e cuci a cui neanche il montaggio funambolico riesce a star dietro. Per questioni di minutaggio sono stati tagliati personaggi e passaggi: su tutti, imperdonabile, quello a proposito della nascita di una scandalosa amicizia epistolare che nei fatti non c'è, quando dovrebbe essere invece il cuore della storia. Ma restano quel paio di scene madri da pelle d'oca; una colonna sonora che spazia da Florence ad Adele, dai Verve ai Green Day; un cast esageratamente assortito, con piani narrativi che combaciano purtroppo a fatica con il resto. Il regista canadese fa i conti con le aspettative altrui, la fama precoce e il bullismo subito, in un'altra questione privata che somiglia tanto a una seduta psicoanalitica. In poltrona, emozionati, vogliamo bene alla perseveranza e alla schiettezza mostrate. Peccato che a rendergliene merito, al cinema, fossimo appena in tre. Somigliassero tutti a questo Dolan fuori fuoco, i flop annunciati. (7)

Cosa significa essere il genitore di un tossicodipendente che non vuole lasciarsi salvare? Ispirato alle memorie del giornalista David Sheff, Beautiful Boy racconta la sua coraggiosa odissea accanto al figlio Nic: accettato da sei college alla fine del liceo, in cerca dello svago meritato, il diciassettenne ricade nel tunnel delle dipendenze. Se un dolcissimo Carrell regala ormai più soddisfazioni come attore serio che nei passati ruoli comici, il coprotagonista Chalamet sfoggia lacrime di coccodrillo che vengono presto a noia. Gli ambienti luminosi e confortevoli delle ville alto-borghesi, distanti dai ghetti malfamati dell'immaginario collettivo, incorniciano le levatacce del primo e le notti in bianco del secondo; le ansie, i sospetti innumerevoli e le bugie impenitenti di un adolescente carismatico ma difficile da amare. L'amore di un padre, così, ispira una ricerca sul campo in una tragedia comune a tante, troppe famiglie, con un epilogo per una volta eccezionalmente fortunato. Ma la guarigione, scontata e didascalica, passa attraverso lunghi abbracci, discorsi motivazionali e ricadute snervanti in quanto continue. Depotenziando un dramma familiare già compassato, nonostante i duetti da Actor's Studio, la cui maggiore delusione è attribuibile al lavoro del regista. Dopo il meraviglioso Alabama Monroe, Felix Van Groening usa il marchio di fabbrica di un montaggio frammentario – nel film precedente una poesia contemporanea, qui fonte perenne di sconcentrazione – per girare senza un piano costruttore, al suon dell'invadente colonna sonora indie, un brutto episodio di This is us. In quale vicolo sudicio ripescare Nic; in quale clinica ricoverarlo? Molto meno affannosa, al contrario, la domanda che ci ponevamo all'inizio, sapendo Beautiful Boy tagliato fuori dalla stagione dei premi: perché il cuore freddo di critici e giurati, davanti a un caso di coscienza che – a torto, su carta – ci sembrava struggente? (5,5)

Lui è un lupo di mare con un'amante focosa in ogni porto. Lei, femme fatale poco convincente sin dalla tinta bionda, è una ex in cerca di aiuto contro il marito manesco. Potrebbe sembrare un giallo hitchcockiano, se non fosse per la presenza di un personaggio secondario che proprio non ci si spiega: un omino occhialuto e bizzarro, così fuori posto e dal ruolo così imprevedibile. Su una bellissima isola che non c'è, dove tutti sanno tutto di tutti, si muovono con il pilota automatico personaggi in crisi: irrisolti, incompresi, si consolano ora con il rum a fiumi, ora con i tuffi spericolati dalle scogliere a picco. Nel mentre, pianificano il delitto perfetto o aspettano l'arrivo delle mareggiate. Se la collega Anne Hathaway, qui al suo peggio, è un pesce fuor d'acqua, Matthew McConaughey ha sprezzo dei suoi cinquant'anni portati alla grande: fuma e trinca, praticando l'amore libero, e concede più del solito a favor di telecamera un lato B estraneo alla forza di gravità. La fotografia assolata e il sex appeal dei protagonisti, comunque, non distraggono: il bastonatissimo Serenity, altro film sabotato dalla critica, a volte incappa in scivoloni grossolani o buchi di sceneggiatura grandi quanto voragini; altre nella stranezza di colpi di scena talmente campati in aria da risultare quasi degni di stupore. Alla deriva, senza una meta condivisibile, Steve Knight – altro che ha perso la bussola, dopo il successo di Locke – si dà a una risoluzione tanto inattesa quanto surreale, incoerente con il resto ma toccante a modo suo, in cui il McConaughey nudista sembra tornare a indossare la tuta spaziale del padre di Intestellar. Un po' thriller erotico anni Ottanta, un po' videogioco avventuroso, Serenity finisce per essere un divertente nulla di fatto. Un incrocio bizzarro, difficile da incasellare nel cinema dello sceneggiatore americano e, soprattutto, nella carriera di due premi Oscar. Come hanno potuto abboccare? (5)

giovedì 17 agosto 2017

Dear Old Mr. Ciak: Che fine ha fatto Baby Jane, J'ai tué ma mère, Beginners, Frantz

[1962] Papà Hudson ha reso Jane una stella del palcoscenico. I boccoli biondi della sua bambina prodigio hanno ispirato perfino una bambola. Molti esemplari resisteranno alll'eclissarsi della notorietà di lei: scalzata dalla sorella rivale, Blanche, che crescendo ha voluto pareggiare i conti. Un incidente, all'apice della gloria, le ha tarpato le ali e spezzato le gambe. Bloccata in sedie a rotella, vive di rendita e delle cure della sola Jane. In un cupo castello dedicato al dio passato, dove non sono ammessi visitatori e in cui, a lungo andare, l'insofferenza miete vittime. Chiudete in una stanza due sorelle che si accusano a vicenda di essersi rovinate la vita. Mettete sullo stesso set due dive sul viale del tramonto, professioniste che fanno di qualsiasi capriccio una questione personale, e buttate via la chiave. Allo scontro tra titani a colpi di battute taglienti sopravviverà la più posata Joan Crawford o l'insuperata Bette Davis? Se la prima è la vittima messa a tacere, vessata e schernita con una crudeltà così esemplare da divertire, l'altra pianifica un impossibile ritorno al passato. L'indimenticabile Jane nasconde topi e passerotti ammazzati sotto la cloche; strega con gli occhi spiritati, lo straordinario sprezzo del ridicolo e il trucco sbavato. Qual è la sorte dei ragazzini bollati anzitempo come promettenti, poi incapaci di mostrarsi all'altezza della situazione? Cos'è stato dei ritornelli di Nikka Costa, del biglietto aereo per Macaulay Culkin, del sesto senso dello struggente Haley Joel Osment? Che fine ha fatto Baby Jane? La domanda te la pone il titolo di un thriller psicologico passato alla storia. Uno di quelli che suscitano reverenza, che recuperi con sessant'anni di ritardo. La scusa perfetta: Feud, la serie antologica che accende i riflettori su una faida che seguì le protagoniste anche fuori dal set. Nonostante il bianco e nero, Che fine ha fatto Baby Jane? non è invecchiato di un giorno. Genitore degenere di qualsiasi Misery non deve morire; figlio tiranno del capolavoro Viale del tramonto; stella fissa. (8)

[2009] Il giovane Hubert condivide un appartamentino kitsch con l'irritante Chantale. A volte sono cane e gatto, altre metà complementari. A detta del giovane, la donna è la persona che più odia sulla faccia della terra. Affermazione forte, ma tutto nella norma: lui è un adolescente scalpitante, lei è una madre che lo ostacola con la scusa di ciò che è meglio per lui. Siamo nella provincia canadese, illuminata a sprazzi dai ninnoli e dai centrini colorati di una casa di bambole; siamo in un film del talentuoso Dolan. Per la precisione, il primo. Lui – attore, autore, regista – aveva vent'anni. L'invidia dovrebbere rendermelo antipatico. Quella, e la consapevolezza di non avere apprezzato pienamente i film che hanno preceduto il suo effettivo capolavoro – il ciarliero Les Amours Imaginaires, il nebuloso Tom à la ferme. Lì c'erano, accanto a un lato visivo comunque potentissimo, un lezioso compiacimento di fondo e molto autobiografismo: tra arte, omosessualità e pop-art, in un duplice ruolo, troppo Dolan per una conoscenza preliminare. Qui, alle radici dell'enfant prodige, è presente di tutto un po'. Ma, benché molto acerbo, ho trovato J'ai tué ma mère un'opera prima fresca e sincera. I rapporti interpersonali al limite, la dolcezza e le urla, i piatti infranti e gli aforismi da incorniciare. Anche agli inizi, una genitrice che somiglia proprio a Anne Dorval: tenuta a distanza, contestata, tanto da nascondergli l'esistenza di un fidanzato non per timore di non essere accettati, ma per puro dispetto; una madre nevrotica, ispiratrice di continue invettive e instancabili recriminazioni. Accanto a lei, un capriccioso e imberbe Dolan: all'occorrenza ottimo attore e pessimo figlio unico. Uccide la madre nei temi in classe, dicendosi orfano. Nei suoi sogni segreti, si inseguono all'ombra di un bosco: lei, nel clou di un curioso ma delicato complesso di Edipo, indossa l'abito da sposa. Hubert è un adolescente con il mondo contro e in cerca di se stesso, Chantale è una mamma chioccia che non si accorge di soffocarlo per paura di un ulteriore abbandono. Come loro, tutti i figli imperfetti e tutte le mamme single. Come Dolan, già in tempi non sospetti, nessuno. Dietro l'ingannevole confessione di un presunto matricida, J'ai tué ma mère è una storia vera. Lo schizzo in potenza che precede il disegno di Mommy, indimenticabile atto. (7,5)

[2010] Oliver ha tempo a sufficienza per fare un bilancio. Vive solo, il suo lavoro da illustratore lo tiene impegnato ma non troppo. Gli fa compagnia un Jack Russel e il pensiero di un'affascinante attrice francese, che alle feste mascherate ha l'aria di essere infelice tanto quanto lui. Il protagonista ha scelto di travestirsi da Freud. Per uno scherzo del subconscio o per precisa volontà, chissà, la maschera dello psicanalista la dice lunga sui problemi personali di Oliver. Su una famiglia strana e sfortunata, perfino più delle nostre, che si è decimata nel giro di pochi anni: prima è morta la madre, portata via da un tumore; poi l'ha seguita a ruota il padre, con lo stesso male e un clamoroso outing prima di andarsene. L'arzillo genitore ha approfittato della vedovanza, del poco tempo a disposizione, per uscire allo scoperto: si è avvicinato alla storia della comunità LGBT e ai siti di appuntamento; ha incontrato un personal trainer infedele ma presente, che è stato con lui fino alla fine dei suoi giorni. In Beginners, autobiografia agrodolce sotto forma di commedia indipendente, c'è un Ewan McGregor – bravissimo, al solito – in fase di elaborazione. Medita, ricorda, si innamora dello spirito girovago della Laurent. Fa respiri profondi e passeggiate al parco e nei corridoi degli hotel. Per essere sempre in fuga, d'un tratto si fossilizza a riavvolgere il passato. Mette radici in una camera d'albergo con la moquette a terra, accanto a una sconosciuta. Pensa alla scoperta della tenerezza e della sessualità di Cristopher Plummer, ma senza rancore: lo compiange, un po' imbarazzato all'idea di gestirne il disordine postumo e il compagno in lutto. Confronta il passato e il presente, e c'è spazio per gli schizzi, le fotoricordo e gli sprazzi di genialità molto cari al cinema del già promettente Mike Mills (quest'anno apprezzatissimo con 20th Century Women, gioiello in sordina). Ci sarà spazio anche per l'amore, dopo aver preso atto che quello tra i suoi genitori è stato una sciarada ma non proprio tutto, eppure, è perduto? Vedasi la leggerezza di Plummer: pienamente se stesso a settantacinque anni. Vedasi gli adorabili difetti della nostra lei: amante dei libri usati e delle case vuote. Come il titolo rivela, i protagonisti sono tre individui alle prime armi. Impreparati a voltare pagina – a convivere in pace, a morire in silenzio –, ma non del tutto inadatti. Plummer deve avere fatto sua la lezione alla scuola serale. Assente ma presente, dà ripetizioni sentimentali a principianti in attesa di ravvedersi e di rivedersi. Se l'amore è questione di famiglia, meglio condividerne i segreti. (7,5)

[2016] A proposito di registi francofoni che adoro: posto anche a Ozon. Il parigino che viene dal mondo della moda e spazia con nonchalance dal thriller alla commedia musicale, è stato a Venezia con l'applaudito Frantz. Un melodramma postbellico che rinuncia coraggiosamente al colore e si rifà a una pellicola di Lubitsch. In un paesello tedesco del primo Novecento, una vedova di guerra piange il promesso sposo. Sulla sua tomba, un giorno, trova un fiore. A depositarlo, un soldato francese. Adrien parla di Frantz, ma non come farebbe un semplice amico. Fa breccia nei cuori dei genitori del defunto, seduce l'anticonformista Anna. Poi sparisce, nel clou di una rivelazione, e le lettere inviate a lui ritornano al mittente. Chi era quel forestiero per il soldato caduto? Cosa si nasconde nei suoi modi gentili, nelle sue risposte vaghe, nello sguardo altrove? Come l'ultimo Dolan, anche Ozon sceglie di allontanarsi dalle piste consuete. Restano integri il mistero, il fascino, la splendida cura della regia. A malincuore, dopo una bellissima parte introduttiva, si fanno presto i conti con ciò che manca. Frantz è sobrio, lento, raffinatissimo. Il regista cede al richiamo di un film diverso dal solito. A un omaggio classico, languido, che riflette sulla verità e il perdono. Alla trama si rimprovera una certa piattezza, purtroppo, e sono le bugie e il ricordo a colorare magicamente i concerti privati del sempre bravissimo Niney (brutto ma bello, come solo i francesi possono) e i sorrisi della raggiante Beer. La pacatezza del bianco e nero ammorbidisce le passioni proibite, l'impostazione rigorosa abbraccia un'estetica splendida e trascura il coinvolgimento. Le cose belle, però, piacciono. E la classe rètro dell'etereo Frantz – un Ozon a metà, sprovvisto del suo eros e della sua ambiguità – incanta. Lo si apprezza, se non altro, per la Grande guerra raccontata dal punto di vista dei sopravvissuti a una generazione perduta, rievocata attraverso le inimicizie tra tedeschi e francesi: vicini di casa, eppure rivali. Finito il conflitto, finirà l'odio? E la vedovanza di una ventenne che, un po' come noi, si aspettava dall'elusivo amico di Frantz l'enigma, la svolta, l'amore ? (6)

mercoledì 22 marzo 2017

Mr. Ciak: La bella e la bestia, Logan, E' solo la fine del mondo, Rings

Con una videocasetta tutta consumata della Bella e la Bestia scoprii che per i film si poteva piangere. Il capolavoro Disney è tra quelli che ho visto e rivisto fino a distruggere il nastro. A ventidue anni, perciò, faccio parte di quei nostalgici che, sospirando, dicono: ai miei tempi le favole erano tutte un'altra cosa. Con la scusa pronta ho seguito quelle stesse storie farsi film. Nella moda del retelling ci ricasco volentieri. Ultima ma non ultima, è arrivata la trasposizione del mio cartone preferito. Restano le battute, perfino le canzoni, e il minutaggio sfiora le due ore con l'aggiunta di nuove sequenze – il passato dei protagonisti svelato in flashback, quel LeTont omosessuale che ha fatto scattare la censura in paesi da cancellare dalle carte geografiche. La Bella e la Bestia vorrebbe porsi sulla scia dell'incanto di ventisei anni fa. Gotico e opulento, è un conto alla rovescia che spiega il valore del tempo, l'importanza della bellezza interiore, il temperamento di un'eroina femminista venuta prima di qualsiasi Moana. Lo fa cantando e ballando, e con una morale nascosta prima dei titoli di coda. Purtroppo, però, il film di Condon ha difetti che lo rendono godibile il minimo. La pochezza interpretativa di Emma Watson: una Belle con un cachet stratosferico e la perenne espressione da prima della classe, in quel di Hogwarts. I consueti disastri che combina l'edizione italiana quando si parla di musical, tra una metrica sconosciuta e un doppiaggio che cancella le prove vocali degli interpreti (con immenso disappunto, della partecipazione della Thompson, McKellen e McGregor non resta quasi traccia). La sostanziale inutilità di copie carbone come questa. Nella prima parte lo si guarda con un occhio sì e un occhio no, disturbati dalle modifiche dei ritornelli più memorabili. Qualcosa, poi, cambia nella seconda, complice un ottimo Luke Evans e i passi dello storico valzer. Ma nel castello della Bestia ci si innamora in fretta e senza un vero perché. La rosa sfiorisce. Si bruciano le tappe - quel significativo sono amici e poi, uno dice un noi - e la poesia, il senso, si perdono in un compitino copiato al compagno di banco. Quanto impiego di mezzi e figuranti, quanta attesa mal riposta, per una costosissima recita scolastica e poco più. (5,5)

Puntualmente, quando la Marvel torna al cinema, ci pensa la critica a presentare il film di turno come fosse l'eccezione alla regola. Ed eccomi lì a parlarne sempre nei soliti termini, sempre con gli stessi pregiudizi. Applauditissimo in un clima festivaliero, Logan è l'ultimo capitolo della saga del mutante di Jackman. Ho accompagnato mio padre a vederlo più per scommessa che per voglia. Neanche troppo a sorpresa, sono uscito dalla sala toccato e convinto. I mutanti sono costretti a vivere come clandestini. Appartengono a una razza dai giorni contati, o così credono. La piccola Laura è una di loro. Tocca caricarla in macchina verso un Eden che non c'è. Dei supereroi che il mondo conosce non sono rimasti che gli albi. Wolverine pensa al suicidio e fa da badante a Xavier – un Patrick Stewart commovente –, che ha bisogno di aiuto per sedersi sulla tazza. Il suo cervello è un'arma di distruzione di massa, eppure ha i segni debilitanti dell'Alzheimer. Ne viene fuori un western on the road splatter e tenerissimo, che mescola polvere e malinconia. Un Léon che passa il testimone a una nuova generazione. In due ore, botte da orbi e l'introspezione che ti piace. Tempo necessario affinché i personaggi non si affrettino nel momento dei saluti. Mi ci sono affezionato nel mentre, io. Cose che suggeriva il titolo, perfino, con quel nome di battesimo che è sintomo di maggiore intimità. Jackman è granitico, ma mostra delle crepe. Si comporta da figlio e ricerca in sé l'istinto paterno. Vive e fa più in queste poche ore che in una vita eterna, testimone di un tempo qualitativo e non quantitativo. E quando il nostro insieme a lui finisce, calati i titoli di coda, si è incerti se abbandonare la sala o meno. Ci si assiepa alla porta, un piede dentro e uno fuori. E Logan è così che mi piacerà ricordarlo. Con un assurdo senso di attesa, Johnny Cash e l'usciere spuntato dal nulla. Un omino olivastro, straniero, che ci assicura: finisce qui, così. (7,5)

Per anni io e Xavier Dolan ci siamo studiati a distanza. Poi è successo Mommy. Una visione è bastata per trasformarlo in uno dei film del mio cuore. Come tornare al cinema dopo una epifania? Il sesto film del regista franco-canadese è ispirato alla pièce di Jean-Luc Lagarce. La mia tesi faceva tappa anche lì. Louis fa ritorno all'ovile in punta di piedi. Lo accolgono Léa Seydoux, sorella minore che pende dalle sue labbra; una remissiva e farfugliante Cotillard; Vincent Cassel, prepotente capobranco; infine, l'appariscente mamma chioccia di Nathalie Baye. E' Gaspar Ulliel, il viso spigoloso e la fronte imperlata di sudore, a guardarsi intorno spaesato e a cercare spesso l'orologio. C'è chi vuole fare colpo, chi mostra il lato peggiore. Nel bel mezzo di una guerra in corso, il protagonista deve dire loro che ha l'Aids. Meglio aspettare il dessert per stemperare l'amarezza? Un profumo, il vento, una canzone – l'improponibile Dragonstea Din Tei, che eppure il montaggio sa incasellare a regola d'arte – lo portano lontano stando fermo. Ulliel fa da testimone muto, da padre confessore, a questo cast di comprimari in stato di grazia. A tavola siede l'incomunicabilità, il non detto, e le parole sperperate, dette a sproposito, ti prendono a schiaffi in faccia. Fedele alla natura del testo, Dolan realizza un dramma che bello lo è, ma non nella tipica maniera clamorosa. L'impianto è collaudato e il regista, castigato, ci si muove piano. Il suo ego, tra quattro mura, non ci sta. E a volte, sotto la sua pressione, la casa esplode in parentesi suggestive in cui trovi il solito guizzo. Altre, invece, Xavier si stringe nelle spalle, addomestica la vanità, e cela al meglio il disagio di chi ama troppo qualcosa per stravolgerla, ma intanto scalpita nel vestito della domenica. Come a dire: vedete, sono un ragazzo educato se mi applico. Non datemi più del bambino prodigio. Però ora mi chiudo la porta alle spalle, c'è Moby in cuffia, e da domani vado a raccontare a modo mio le famiglie infelici a modo loro. (7)

Mai avuto paura delle apparizioni di Samara. La bambina con i capelli in faccia non esercitava timore su un ottenne dei primi anni Duemila. Ho visto il primo The Ring quando non avevo l'età. Lo ricordo con affetto, ma senza brividi. Il cerchio sembrava essersi chiuso con la riscossa di Naomi Watts. Si riapre, inatteso, più di qualche anno dopo. Nel mentre sono cresciuto, i videoregistatori si sono estinti e la mania del sequel a tutti i costi impazza. Ne è passata di acqua sotto i ponti e nei pozzi sperduti. Incurante, ci riprova Javier Gutiérrez. La storia di Rings vede la classica coppia di innamorati – la lei del duo è l'italiana Matilda Lutz, di cui abbiamo visto il potenziale e gli occhi da cerbiatta nell'ultimo Muccino – cercare un'altra via di fuga dalla maledizione. La tecnologia favorisce la scoperta di una traccia segreta: un video nel video. La protagonista, guidata dalle visioni, si lascia condurre dove tutto ha avuto inizio. Teen ma non troppo, Rings ha protagonisti più freschi e una struttura schematica che non si allontana dai sentieri passati. Le svolte non sono tra le più imprevedibili, ma la ricerca non annoia, il mistero irretisce e la regia curatissima offre pochi spauracchi, al solito, ma immagini interessanti: il prologo in volo, la pioggia che scorre al contrario, gli spezzoni mai visti del filmato originale. Rings, come da previsione, non è indispensabile, ma in un panorama di seguiti tanto brutti da non crederci – il pensiero va proprio a Blair Witch – la spunta facile. Diverte e intrattiene l'essenziale, soprattutto se l'effetto nostalgia e i primi piani della bella Matilda possono più dello sguardo che uccide dello spettro orientale. La morte correva sul filo del telefono. Colpiva in sette giorni. La sentenza, persasi nei bombardamenti dei call center e nella progressiva comparsa dei telefoni wireless, si fa perdonare con poco e niente il ritardo. E, a sorpresa, non suona come la morte dell'horror. (6+) 

giovedì 31 dicembre 2015

[2015] Mr. Ciak - Top 10

Buongiorno, amici lettori. Diversamente da quanto pensassi, entro l'anno, sono riuscito a stilare anche la Top 10 dei film – non ho la presunzione di dirvi che siano i migliori su piazza, ma sono quelli che penso avreste dovuto vedere, tra i tanti. L'attesa, l'incertezza - pubblicare adesso il post oppure no? -, tutta colpa di un anno, al cinema, di delusioni e di speranze mal riposte. Non mi è piaciuto Birdman, troppa forma, e le emozioni a colori di Inside Out non hanno fatto breccia. I film visti agli Oscar – The Imitation Game, La teoria del tutto, Wild – mi avevano intrattenuto a dovere, invece, ma dieci, undici mesi dopo non si fanno più ricordare dettagliatamente: per un pelo, alcuni di loro sono fuori dalle prime dieci posizioni. Nel recuperone degli ultimi giorni, ho visto cose che mi hanno colpito a sorpresa e che vi recensirò prestissimo – Per amor vostro, Love, Youth – e cose che non mi sono piaciute comunque abbastanza – Sicario e Le stazioni della fede. Sicurissimo sulle prime cinque posizioni – solo Noé, visto ieri, mi ha scombussolato il podio -, meno su quelle che restano. Riponevo speranze in altri titoli, ma il tempo stringe e, tra meno di ventiquattr'ore, sarà un altro anno e ci saranno altre storie. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori e no, non è la frase di lancio di Love. Ho fatto ordine e, blog mio, regole mie, ho inserito film distribuiti in sala e film ancora inediti. Addirittura, al primo posto, un film uscito lo scorso anno, ma così mal distribuito che l'ho recuperato solo ad aprile, in homevideo. Clicco su “pubblica”, va', prima di cambiare di nuovo idea. Ti è piaciuto fare il bastian contrario, mi direte, e nel listone che ci hai messo? Sperando che il 2016 ci riservi più gioie, nel privato e quando siamo seduti in poltrona, vi faccio tantissimi auguri di buona fine e di buon inizio. A presto, amici, e grazie ancora per la compagnia. Un abbraccio.


10. The Final Girls: Un brillante gioco di metacinema che non ci godevamo, forse, da Quella casa nel bosco. Qualche angelo dotato di abbondante autoironia, lassù, se ne procuri una copia per il Wes Craven che sempre ci manca: lo adorerebbe.
9. Per amor vostro: Napoli, e lì brilla sempre il sole, si spegne, se si accende la scintilla in Gaudino. Un lirico bianco e nero per il flusso di coscienza di una grande Golino. Un esperimento che non risulta mai manierismo fine a sé stesso, con la verità che non si discute e quelle famiglie in cui non c'è pace. Infelici a modo loro, ma anche a modo nostro.
8. Youth - La Giovinezza: Quante probabilità c'erano che l'ultimo Sorrentino mi piacesse, oltre qualsiasi mio fondato pregiudizio? Tanta poesia nelle rughe d'espressione di impareggiabili gentlemen e nella visione di un'orchestra invisibile, in mezzo a un prato. Dove tutto è musica e riconciliazione. Dove tutto è – davvero, questa volta – grande bellezza.
7. Il racconto dei racconti: Un filo teso nel vuoto e la significativa impresa di un funambolo fermo a metà. Il racconto dei racconti, facendo appello a un connaturato bisogno di suggestione, stai certo che non cade; sospeso nell'attimo.
6. Suburra: Uno di quei film che è una vergogna – ché siamo quello che siamo – e un orgoglio insieme – gli italiani sono ancora così provinciali come il luogo comune vuole? - esportare altrove.
5. Whiplash: Un Full Metal Jacket su un pentagramma strappato, che gronda viscido sudore, sangue copioso, vitale esuberanza. E tutto il resto è jazz.
4. Rudderless: Quando il peggio sembra passato, eccolo che riaffiora – con la sua faccia segreta, la vergogna – e lo si affronta, con la chitarra in braccio e le spiegazioni nel prossimo ritornello. Il commovente Rudderless mi ha rubato cuore e mp3.
3. Love 3D: Quanto sei disinibito? Quanto innamorato? Le inquadrature fisse, i corpi in moto, i giri di vite. Il fuoco dei lombi e il gelo dei cuori. I meccanismi del melodramma più struggente, prima, dopo e durante la passione. Il sesso incensurato ai tempi dell'amore.
2. Mad Max - Fury Road: Le magie di registi padroni del gioco e la settima arte che si fa pienamente spettacolo – senza trame, senza personaggi cesellati, senza la presunzione di cambiarti la testa. Al limite, quello che hai sulla testa: i capelli, elettrizzati. E il cinema – qui a livelli vertiginosi – è anche questo
1. Mommy: Ci sono giorni cattivi e giorni buoni, in cui la felicità, a portata di mano, è un'utopia in 16:9. I figli – e film come Mommy – so' pezzi 'e core.

Miglior attore protagonista:
Eddie Redmayne – La teoria del tutto
Paul Dano – Love & Mercy
Michael Caine – Youth
Migliore attrice protagonista:
Valeria Golino – Per amor vostro
Julianne Moore – Still Alice
Felicity Jones – La teoria del tutto
Migliore attore non protagonista:
J.K Simmons - Whiplash
Oscar Isaac – Ex Machina
Claudio Amendola – Suburra
Migliore attrice non protagonista:
Alicia Vikander – Ex Machina
Jane Fonda, Rachel Weisz – Youth
Jessica Chastain – Crimson Peak


Muchacha sexy:
Gemma Arterton – Gemma Bovery
Alicia Vikander – Ex Machina, Operazione UNCLE
Madalina Ghenea – Youth
Bello impossibile:
Matthias Shoenaerts – Via dalla pazza folla, Suite Francese, A Little Chaos
Jamie Dornan – Cinquanta sfumature di grigio
Michiel Huisman – The age of Adaline
Siamo la coppia più bella del mondo:
Anton Yelchin, Bérénice Marlohe - 5 to 7
Eddie Redmayne, Felicity Jones – La teoria del tutto
Jake Gyllenhaal, Rachel McAdams – Southpaw
Nice to meet you:
Alessandro Borghi – Suburra, Non essere cattivo
Dakota Johnson – Cinquanta sfumature, Black Mass
Taron Egerton – Kingsman, Testament of Youth


Sing:
Rudderless - Sing Along
La famiglia Belier – Je Vole
Spectre – Writing's on the wall
Psycho Killer:
Alba Rohrwacher - Hungry Hearts
Kevin Bacon – Cop Car
Lorenza Izzo e Ana de Armas – Knock Knock
Will you recognize me?
Jake Gyllenhaal – Southpaw
Nicholas Hoult, Charlize Theron – Mad Max
Roman Duris – Una nuova amica
I want your sex:
Aomi Muyock, Karl Glusman – Love 3D
Scamarcio, Trinca – Nessuno si salva da solo
Roman Duris, Anais Demoustier – Una nuova amica
Cry me a river:
Mommy – Ludovico Einaudi, Experience
Maggie – L'ultimo bacio a papà Schwarzenegger.
Southpaw – Jake Gyllenhaal e la rabbia del lutto
I love the way you l... die:
Malin Akerman e Bette Davis EyesThe Final Girls
La mattanza e, in sottofondo, WaitSuburra
Gli zii malefici uccisi a colpi di dildo – Deathgasm

mercoledì 23 settembre 2015

Mr. Ciak: Inside Out, Boulevard, Second Chance, Un disastro di ragazza, Elephant Song, Z for Zachariah

Non so come mai. Potrei giurare che la mia chiusura dinanzi al cinema animato derivi dallo spirito di ribellione contro genitori che, da bambino, mi dicevano cosa vedere – sì ai cartoni e alle storie edificanti, ad esempio – e cosa non vedere – un no categorio, allora, ai film di paura e al brivido – ma mentirei. Ho sempre guardato tutto quello che volevo, e perdere il sonno per un horror visto con l'inganno mi ha fatto compagnia mentre diventavo grande: crescere significa avere la libertà di sbagliare. Davvero non mi spiego, dunque, quand'è che abbia smesso di credere alle fate e alla magia dei cartoni, ripromettendomi di guardare – una volta cresciuto – solo cose da grandi. Quando, invece, il miracolo dell'animazione ormai commuove in sala più i papà che i figli. Mi sono avvicinato a Inside Out con la paura di non amarlo quanto gli altri, e così un po' è stato. Il perché – sarà colpa della parte centrale con le avventure di Tristezza e Gioia, meno interessante delle ripercussioni che la loro ricerca aveva, invece, sulla frenetica giornata di Riley? - è vago. Bello ma non bellissimo, e più per il mistero delle mie convinzioni che per evidenti difetti di fabbrica, è un trionfo che non mi ha fatto gioire del tutto. Anche se è orchestrato magnificamente, l'emozione dipinge un vasto spettro di colore, l'idea di partenza è splendida. Inside Out è un'originale esplorazione del nostro profondo. Il trasferimento di Riley in un'altra città – e una casa inospitale, e amici di cui conquistare da zero la fiducia, e i genitori presissimi dalle fatiche del trasloco – genera in lei un terremoto emotivo delicatamente indagato: Paura, Rabbia e Disgusto hanno preso il comando, mentre Gioia e Tristezza – con l'aiuto di un tenero amico immaginario – tentano, altrove, di ammortizzare il crollo di certezze e valori. Se il linguaggio del genere si scontra contro la mia scorza dura, e arriva e non arriva, impossibile ignorare – anche se non mi è piaciuto, in definitiva, quanto mi si assicurava – la magia di una storia essenziale, il coraggio di non rinnegare quelle parti del nostro animo che certi giorni ci rendono naturalmente inclini alla malinconia, la coerenza di non calcare la mano con la stucchevolezza. Dai creatori di Up (dieci minuti d'apertura che mi hanno fatto piangere il mare, ma del resto non ricordo altro), un Girlhood che con la grazia di Linklater, quasi, e la fantasia unica della Pixar mostra la fatica del crescere e ciò che resta e ciò che ci abbandona mentre, in vista del'adolescenza, lasciamo la via dell'infanzia. Ma mai del tutto. Il quartiere generale delle vostre emozioni, però, funzionerà assai meglio del mio. (7)

Facce dipinte, parrucche, abiti succinti e tacchi alti ai lati di una strada di città. In sottofondo, le sirene della polizia e il brusio dei guidatori, fermi a un semaforo accanto a un mercato di corpi umani. Una macchina si ferma e carica a bordo una di quelle anime in vendita. A fare inversione di marcia, a dire salta su, un uomo che ha una moglie che ama, un lavoro in banca, un segreto che ha promesso di portarsi nella tomba. Boulevard, ambientato lungo i viali malfamati e negli albergerghi a ore, parla di un sessantenne che per una volta osa essere sé stesso. Ma vive un'età in cui, purtroppo, l'amore vero pensa di non meritarselo ed è tardi, ormai, per uscire allo scoperto. Nolan si è fermato, sì: ha rimesso la prima ed è partito: a bordo, un ragazzo che si prostituisce per campare e che, quella notte, ha incrociato un uomo più grande che si è messo in testa la pazza idea di cambiargli la vita. Il dramma indie di Dito Montiel è dalla strada che parte, ma l'immagine di quel nonno dissoluto che paga la compagnia di un ventenne disperato non ha nulla di degradante. Merito di una scrittura delicatissima, che racconta uno strano amore mai consumato, e degli occhi buoni, compassionevoli, di un protagonista che comunica umanità a ogni sguardo. Se la sceneggiatura affronta con grande tatto un tema spinoso, è in Robin Williams – che va oltre i dettami dei copioni, con l'espressione affranta che nessuno può descriverti e un ultimo sorriso rubato alla vita – che questo Boulevard trova la sua luce e la sua pace. Straordinario, dopo una serie di prove minori che avevano disegnato nèi nella sua carriera costellata di successi, nel personaggio di Nolan – omosessuale alla riscoperta del coraggio – trova modi nuovi per dare voce alla sua gentilezza naturale e a alla potenza di un'espressività di cui ogni ruga diventa emozione aggiunta. Seduto al suo fianco, un bravissimo – e sconosciuto - Roberto Aguire: un terzo dei suoi anni; il volto del ragazzino che a diciassette anni magari si negò; la scusa di una seconda gioventù. Si indaga quello che loro dicono e sentono, non quello che fanno o non fanno, e il risultato – lieve e significativo – confluisce verso un epilogo meno amaro di quel che sembrerebbe. Boulevard è l'ultimo film prima di andare via. Una performance così bella, di una tenerezza così disarmante, che rende vivo il ricordo del buon Robin e commovente il suo congedo. (7)

Alexander ha sette settimane ed è il figlio di una coppia che si ama molto. Crescendo, nei temi parlerebbe di un papà poliziotto e di una mamma bellissima. Sofus ha sette settimane anche lui, ma è nato in un covo di tossici: giace sul pavimento di un bagno, sporco dalla testa ai piedi, con nessuno che si cura di lui. Il primo muore tragicamente, quando il secondo – abbandonato a sé stesso – è vivo ma nella casa sbagliata. Per curare il dolore di una moglie inconsolabile, per dare un nuovo destino a quel figlio di nessuno, Andreas scambia i due neonati: porta l'estraneo sotto il suo tetto, mentre lascia che il corpicino che ha il suo stesso DNA venga trovato, al mattino, dai due eroinomani. Troppo intontiti per accorgersi dello scambio, troppo spaventati per chiedere aiuto. Second Chance, grande ritorno di una Bier che si era persa all'inseguimento vano di Hollywood e che si ritrova, adesso, nelle atmosfere cupe della Danimarca da cui era stato male mortale allontanarsi, è tra i film più duri e strazianti visti quest'anno. Perché la vicenda di uno scambio di culla può essere stata affrontata altrove, ma nessuno – con questa onestà senza fronzoli, coi ritmi da noir e le svolte da tragedia greca – vi ha mostrato, e forse per fortuna, gli stessi corpi minuscoli sballottati da forze grandissime, la paternità all'estremo. Susanne Bier, questa volta, non fa flop. A immagini sconvolgenti, perché ai bambini non andrebbe torto neanche un capello, aggiungete un colpo di scena particolarmente crudele e un protagonista magistrale. I dubbi etici e i nervi a fior di pelle perciò, tutt'uno con gli occhi arrossati e la coscienza a terra. Il risultato è un dramma che pesa sull'anima e sullo stomaco, ma che andrà affrontato nei giorni in cui sarete padroni di voi, e che per le unghie nella carne e la bile che sale e scende – cose brutte, soprattutto, ma andatelo a dire ai ricordi intensi che lasciano – non si cancella con un sospiro di sollievo. Ma il male perpetrato e il bene mancato, le bugie impossibili e il marcio, alla fine saranno niente se, nella corsia di un supermercato, il candore di un bambino combatterà lo sporco. I pugni in pancia e poi una specie di carezza, in un thriller su morti bianche che più nere non si può. (7,5)

C'era tanta curiosità per Un disastro di ragazza e da parte mia anche un po' di pregiudizio. E' l'ultimo film, infatti, di Judd Apatow che di bello, grossomodo, ha fatto solo 40 anni vergine: per il resto, i suoi quarantenni in crisi e i genitori improvvisati, non so voi, mi hanno sempre messo addosso tristezza infinita. Si rideva con loro o si rideva di loro? Patetico è divertente? Il suo nuovo lavoro – campione di incassi in America – è un film dei suoi, lunghissimo e misteriosamente approvato dalla critica ufficiale, che comunque mi sono goduto più del solito, pur trovandolo classico e mai controcorrente. La storia di Amy, trentenne trasandata e paffuta, è quella di una giovane donna che, seguendo l'esempio paterno, si è detta allergica alle relazioni serie. Fa sesso, beve, fuma, spezza cuori: irriverente, il suo comportamento, perché priorità degli uomini, in una visione bigotta di amore e comicità che pensavo sinceramente passata di moda? L'audacia non è di casa ma, in due ore che volano, un paio di risate, molti nonsense e grandi partecipazioni che valgono, per me, il prezzo del biglietto. Abituati ai disamori di You're the worst, la condotta selvaggia della protagonista, brava anche in sequenze semiserie, non sorprende: la televisione e questo nuovo femminismo vanno d'accordo da anni. Più che in Un disastro di ragazza, addirittura, che pur seguendosi senza noie e entusiasmi, procede verso un epilogo – e un cambiamento di rotta – assai tradizionale. La Bridget Jones di oggi osa, sì, ma nella seconda parte troverà il suo Darcy: premuroso medico sportivo che le chiede una relazione esclusiva. Come sarà il suo lieto fine? Con promesse di originalità e uno svolgimento, al contrario, da manuale, Apatow dirige una commedia romantica in cui la Schumer si mostra attrice esplosiva anche se non autrice memorabile. (6,5)

Un dottore scompare nel nulla, mentre fuori arriva il Natale. Un collega indaga tra le mura di quell'ospedale psichiatrico e voci di corridoio lo indirizzano verso Michael, giovane paziente per cui il mistero è un gioco e la verità un'invenzione. In un lungo faccia a faccia, parlerà di abusi, scandali e elefanti. Elephant Song è un raffinato thriller, un dramma psicologico, uno di quei film che quando li finisci spegni tutto e dici boh. Ritmi giusti, teatrali, possibili solo se, come in questo caso, la regia non si limita a fotografare ciò che ha davanti e il cast riesce a reggere l'intensità di estenuanti scontri e repentini cambi di registro. Tra richiami vaghi a uno Shutter Island da camera e alla serie Hannibal, con il transfert freudiano e un omoerotismo sottintenso, intriga continuamente ma ti lascia, in quel finale tragico e meditato, con un pugno di mosche in mano: c'era il fumo, ma non l'arrosto. Del giallo le accattivanti premesse ma non i colpi di scena ad effetto, e se funziona è per la scrittura minuziosa – dai dialoghi indagatori, ma poco originali – e per il suo protagonista. Motivo, essenzialmente, per cui l'ho recuperato. Il prodigioso Xavier Dolan – autore di Mommy, il film più bello visto quest'anno – in un ruolo arduo. Passato questa volta davanti alla macchina da presa, recita in un film non suo: lui che, quando è interprete dei suoi lungometraggi, autoreferenziale e presuntuoso, non mi piace, sapete? Qui, bravissimo e esagerato, con le smorfie e le provocazioni, monopolizza prevedibilmente le attenzioni. L'enfant prodige che fa la parte enfant terrible, dunque, eccede e diverte, ma purtroppo Elephant Song vive solo in virtù delle sue improvvisate da mattatore. E così invade con il suo far cinema, potentissimo, il film di un altro, debole di per sé. (6)

Ragazza scampata all'apocalisse scopre di non essere sola. Z for Zachariah – ultimo esemplare dello sci-fi intimista che mi piace, con i ritmi lenti e l'aria indipendente – sulla carta era promettente. Metteteci tre bravi attori, poi, in grado di riempire un'ora e trenta con le loro sole facce e tanta credibilità. Il cast è bene assemblato e non ci si annoia, nonostante una specie di distopia non indagata e la staticità. Ma il film commette lo stesso errore di Maze Runner, e in quello – lungometraggio per ragazzi – la totale mancanza di tensione sessuale poteva starci. Qui, in un mondo arido ma popolato – e che fortuna – da persone che sono letteralmente la fine del mondo, i personaggi – in particolare quello di John, il più oscuro dei tre – appaiono asessuati. Rilassati, spesso, all'interno di un triangolo che se si complica non è per via di pulsioni primitive. Ejiofor non ha presubibilmente un solo pensiero impuro nei riguardi della sua coinquilina: una Robbie di certo più dimessa che nell'ultimo Scorsese, ma comunque splendida. Nella realtà, in casi così estremi, cosa sarebbe accaduto? Brutto dirlo, ma brutto è l'uomo, che la necessità rende bestia. Per dire: anche Chris Pine, bello com'è, con una botta in testa, si sarebbe beccato una botta. Qual è il punto, insomma: mostrare che nell'uomo c'è civiltà, che è giusto avere fiducia nel prossimo? O forse, come si intuisce dalla sinossi del romanzo, la Robbie doveva essere poco più che una bambina, il suo collega invece un uomo fatto e finito, e dunque la differenza d'età – il mostro della pedofilia – quietava ogni possibile pulsione? Margot è una sexy venticinquenne, non un'adolescente acerba; Chris, invece, un adone con cui si entrerebbe subito in contrasto; Chiwetel – il più capace, ma con un personaggio pieno di ma – appare perciò mosso da atteggiamenti irrealistici. Quando il realismo, nella rappresentazione essenziale, doveva invece essere di casa. Un film che va a finire come già sai, ma di cui non convince il modo di arrivare all'inevitabile epilogo. Il The Last Man On Earth in versione Sundance non serve: allora, meglio riderci su. (5)

mercoledì 29 aprile 2015

Mr. Ciak: Mommy, Adaline - L'eterna giovinezza, Pride, Le streghe son tornate

Quando ho smesso di piangere sono andato in cerca delle parole. E' successo più o meno così. Poi mi sono chiesto come avrei voluto parlarvene e quale scusa avrei trovato per inserire uno dei film più belli dello scorso anno – purtroppo, recuperato solo ora – nella Top Ten del cinema che è venuto nei quattro mesi scorsi e che verrà nei nove successivi. Imbroglierò; regole mie, blog mio. Mommy finirà in cima al podio e sull'header, sicuro come solo la morte. E le parole si sono nascoste, non si sono fatte trovare, perché alla fine più ci tornavo sopra, più mi rendevo conto che i fazzoletti non sarebbero bastati. A un certo punto, mi ero trovato con le guance umide senza preavviso. Succedeva e basta; avevo dato il mio via libera, e giù di goccioloni furiosi. Quando in casa sono solo e il film è bellissimo rendo di più. Ci sono i film che vanno pianti, altrimenti li capisci a metà. Mai pensato che Xavier Dolan – venticinque anni, cinque film presentati a Cannes; un artista della forma, ma dell'emozione? -, mi avrebbe regalato una delle visione più indimenticabili e il primo pianto dell'anno. Maledetto. Ma anche grazie. Scoperto la scorsa estate, aveva tutto ciò che odio - presunzione, sicurezza, autorialità – ma un occhio ipnotico: se lo sguardo ne era uscito appagato, il cuore non aveva trovato pane per i suoi denti. Con lui misuro un cinema che dev'essere sensazione: la sola forma è come un corpo che invecchia. Resta altro; e quelle poche benedette volte che resta lo senti nello stomaco. Come le farfalle che svolazzano o il dopo sbronza che risale. Mommy è un clamoroso esempio di cinema d'autore fatto per il mondo. Concezione impossibile, come gli unicorni e Babbo Natale; paradosso. Ma Dolan nella sua nicchia sonnolenta non ci sta. Si sentiva imbarazzato quando la critica lo paragonava ad autori che lui neanche conosce: non molto tempo fa, infatti, è stato un ragazzino che è cresciuto considerando genii Cameron, Spielberg e Columbus; un fruitore orgoglioso di pellicole mainstream; uno col mito dei film per famiglie vecchio stile – quando nella sua, di famiglia, c'era invece qualche problema. All'età in cui c'è chi si laurea e chi scappa all'estero, lui firma il suo capolavoro. Mommy è il film per famiglie secondo lui. Suo, suo per forza, ma diverso, finalmente: parla meno di sé; si emoziona di meno, c'è più controllo; ma emoziona di più te, con devastazione e dolcezza e generosità. Il cantante, nei concerti, stona un po' quando deve cantarti le sue storie d'amore e il suo privato. Allora il regista si mette da parte, toglie il suo nome dal cast e ci parla, mantenendosi dietro la macchina da presa, della prima parola che ogni bambino pronuncia: mamma. Ma la mamma sciagurata della magnifica Anna Dorval non festeggia il dieci maggio e ha un figlio pazzo che pensa di curare con il suo amore. Sono una famiglia sgangherata, in cui altri uomini non sono ammessi, ma - nonostante le botte e gli insulti - si vogliono bene con trasporto. Sono l'unica cosa che hanno. Guai a separarli. Lo spettatore entra in casa Dorval insieme alla vicina di Suzanne Clément, un'estranea che solo in mezzo a loro, altri estranei, riesce a parlare senza balbettare. Mommy è universale, ruvido e purissimo. Esagerato e strabordante. La scena madre, di solito, è quella che si ricorda. Quella in cui trionfa spontanea la commozione. Ma Mommy ha vari finali, troppe scene cult e la fattezza di una continua e lunga scena madre. Poetica della libertà, inventata da uno che ha la coscienza di un vecchio e l'iperattività di un bambino che a scuola purtroppo non fa faville: proprio non vuole capire che deve scrivere nel rigo giusto, che non deve uscire dai margini. Cerca di contenersi, perciò, chiudendo i personaggi in un significativo 4:3: due bande nere ai lati dello schermo, l'immagine come tra parentesi, Diane e Steve – di rado nella stessa inquadratura – imprigionati dalla pazzia di lui. Il prodigioso Antoine Olivier Pilon – sedici anni, la zazzera bionda, il grugno alla Macklemore – sul suo pianeta irraggiungibile. Che tenta il suicidio e chiede perdono alla mamma, come se avesse fatto rompere per sbaglio un bicchiere. Che piange, si dispera, cerca il suo aiuto, come ho fatto io il primo giorno all'asilo; quando la maestra Luciana le ha chiesto di andare via – e io piangevo e mamma piangeva – e alla fine è tornata a prendermi, ma tanto stavo già meglio. Che al karaoke, stonato, le dedica Vivo per lei – Bocelli e Giorgia in una surreale colonna sonora che comprende Dido, Lana Del Rey, Céline Dion, gli Oasis e Ludovico Einaudi. Ci sono giorni cattivi e giorni buoni, in cui la felicità, a portata di mano, è un'utopia in 16:9: lo schermo si amplia, le sbarre del carcere si fondono e Steve, a bordo di uno skateboard, scorazza nella vita vera. Finalmente organico, finalmente benvenuto al mondo. I figli – e film come Mommy – so' pezzi 'e core. (10)

Ci sono i film brutti, quelli belli e le occasioni mancate come questa: il terreno era fertile, ma nessuno ha voluto seminarlo. I frutti perciò sono pochi e acerbi. Se fosse stato un romanzo, Adaline sarebbe stato un Neri Pozza: lungo, minuzioso, elegante. La storia di una donna che ha smesso di invecchiare e che è stata testimone di anni e anni di storia: un cenno alle due guerre; una vaga sottotrama spionistica, magari; l'America oggi, ieri e domani, dal punto di vista di una che c'era col crollo di Wall Street, l'uomo sulla luna, le Torri Gemelle. Poi, oltre la storia, anche l'amore: immancabile per ogni vita appassionata, figuriamoci due. Hollywood non ci ha pensato. Un altro Benjamin Button sarebbe stato troppo, quindi ecco la splendida Adaline: ventinovenne da un secolo, innamorata dell'amore, colta, ma priva di esperienza. I flashback dei roaring years e dell'epoca beat, il Charleston e i capelloni, ma il resto? Manca il senso di profondità storica, la saggezza di cui la protagonista immortale non ha fatto dono ai suoi sceneggiatori. C'è un mondo d'amore – e non in senso negativo, perché i sospiri si contano e i sorrisi no – ma lo sfondo è evanescente. Adaline è infiocchettato ad arte, impeccabile, ma perfettino. La macchina da presa danzante, i fiocchi di neve, i costumi messi in risalto dalle forme della splendida protagonista e un epilogo fiabesco che, una mezz'ora prima della chiusa, già si intuisce – e io l'ho suggerito alla sala piena, ovviamente. La voce di un funzionale narratore, però, te lo racconta come fosse una fiaba e la suggestione c'è, anche se non sono riuscito ad oltrepassare mai l'uscio del palazzo. Buona la prova di Blake Lively – altissima, biondissima e purissima – ; e poi, guardatela, cammina sulle nuvole. Con lei Michiel Huisman, altro volto del piccolo schermo che, alla sua bellezza rude, unisce inaspettato brio; infine, un Harrison Ford il cui ruolo, teoricamente inaspettato, è svelato con idiozia nel trailer. Titolo vago e un po' ingannevole The Age of Adaline. Meglio dare spazio ai suoi “lovers” sin dalle premesse, così da chiarire che si tratta di una commedia romantica originale e non di una ricostruzione storica banale: è diverso, se ci si fa caso. (6)

Quella di Joe è la storia di tanti ragazzi della sua generazione; gente cresciuta ai tempi della musica dance, delle restrizioni della Lady di ferro, dell'Aids. Pride è l'orgoglio di Joe, pronto a spiccare il volo lontano dal nido, e quello della comunità omosessuale tutta che, all'alba di una rivoluzione di costume, scende in piazza e si fa sentire. Pride è l'orgoglio dei minatori britannici che, al centro di una crisi che forse ci è familiare, perdono il posto. Ma c'è anche un altro orgoglio, negativo, che è da prendere e mettere da parte: come conciliare operai di paese e gay di città? In Pride, tratto da una storia vera, la causa di uno diventa la causa di tutti. I minatori non hanno mai visto un omosessuale – almeno non dichiarato – e gli omosessuali non hanno mai visto un minatore – almeno non uno spogliarellista vestito da minatore. Così, operai tutti d'un pezzo balleranno, al centro della pista; arzille nonnine faranno le domande più indiscrete sulle pratiche erotiche di una coppia lesbo; gay londinesi riceveranno lezioni di mascolinità da uomini che sostituiranno padri conservatori che hanno tolto loro il saluto, mentre a loro volta essi tireranno fuori lati femminili nascosti e confessioni che hanno il potere di liberare. Passato in sordina in Italia, ma apprezzatissimo all'esterno, Pride è intelligente e ben confezionato, con punti di vista inediti e attori totalmente in parte – accanto ai mattatori della vecchia scuola, spicca il Dominic West di The Affair, passato brillantemente dal ruolo di sciupafemmine a quello di ballerino (e come balla!). Una miriade di tematiche affrontate con umorismo e delicatezza, uno script che abbraccia situazioni eterogenee e personaggi numerosi, un sentore di bontà che perdura. Le tregue, le strette di mano che siglano lunghe amicizie, i volti qualsiasi e le storie comuni che mostrano che un passo alla volta e perfino l'immutabile cambia. L'individualismo è un falso. Due ore piene, il pensiero speranzoso che forse è giusto – in questo nostro mondo bello perché vario - avere fiducia nel genere umano. (8)

Sotto la guida di un Gesù Cristo argentato, un soldato logorroico, Spongebob, l'uomo invisibile e un bambino criminale rapinano una gioielleria e scappano con la ricca refurtiva. Sembra una barzelletta surreale, ma le geniali sequenze d'apertura hanno il marchio di fabbrica di Alex de la Iglesia: regista spagnolo famosissimo, autore di pellicole che sono già cult – La Comunidad, suo, è uno dei film che riguardo più volentieri in assoluto -, figlio illegittimo di Almodòvar e Rodriguez, compagno di culla di Quentin Tarantino. O cose così. Dalla Spagna con squallore. A una prima parte da manuale, però, se ne alterna una seconda che sfocia in un finale lungo, sensazionalistico e non troppo in linea con il resto. Il difetto vero, purtroppo, è in agguato alla fine. Per una volta, il titolo italiano non sbaglia. Le streghe son tornare – che si rifà a uno slogan femminista – è un'arguta satira sui sessi dal linguaggio originalissimo, sebbene non completamente riuscita, e le protagoniste, fattucchiere perchè totalmente libere, mettono lo spettatore uomo in castigo in un angolo. La sanno lunga, la canzone; sanno quel che dicono. Per i protagonisti maschili, a questo punto, o la fuga o cambiare sponda. Dopo anni di assenza, ritorna con stile e ai Goya fa furore, subito pronto al'esportazione. Perché la storia rocambolesca di tre rapinatori nella casa delle streghe ha tanto del suo mondo ma a chi, profano, imparerà a conoscerlo da qui, con una commedia nera che gioca abilmente con l'horror, ricorderà un certo Edgar Wright, e non è poca cosa. Dalle parti di Hot Fuzz e La morte ti fa bella, in un calderone di effetti speciali, violenza e battutacce, si aggirano uomini in lotta per l'affidamento, ex diseredati, figli che devono rispondere alla domanda ossessiva vuoi più bene a mamma o a papà?; contro di loro, le partecipanti a un sabba demoniaco, in una casa abitata da donne. Che la lotta tra maschi e femmile, e tra bene e male, abbia inizio. (6,5)