Quanto devono essere state belle quelle vite che approdando al cinema si fanno musical? La riflessione
valeva tanto per i circensi di The Greatest Showman –
spettacolo spettacolare per tutta la famiglia – quanto per Sir
Elton John, idolo generazionale con un cinquantennio di carriera alle
spalle. Non è tutto oro quel che luccica. Spesso, dietro la musica
leggera, si nascondono i fardelli. In Rocketman lo
dimostra bene un incipit che è tutto un programma: insaccato in una
tutina rosso fuoco, il protagonista marcia come un drago nel
corridoio di una clinica. Elton, a un bivio, sceglie di
disintossicarsi. Scenografico anche nel momento del bisogno, lava i
panni sporchi in una seduta psicoanalitica che nella sequenza
successiva si è trasformata già in fiaba. E c’è più personalità
in poche immagini che in due ore di Bohemian Rhapsody.
Benché non eguaglierà al botteghino l’agiografia di Mercury, il
biopic di Fletcher – sostituto di Singer nelle ultime fasi del film
sui Queen – è superiore per resa e impegno. La storia del
grassoccio Reginald, brutto anatroccolo che raggiunge la vetta ma
perde sé stesso, non ci risparmia l’alcol, le pasticche, un
rimpinzarsi di sesso e cibo che portarono alla bulimia. Conta numeri
ispiratissimi – il piano sequenza con Saturday Night’s
Alright, le struggenti Your song o Sorry
seems to be the hardest word, il tentato suicidio
sulle note della canzone eponima –, qualche caratterista
bidimensionale – Bryce Dallas Howard e Richard Madden, troppo
antipatici per essere veri: tenerezza infinita, al contrario, per
l’amico fraterno Jamie Bell – e un’ampia gamma di emozioni, in
un evento all’altezza di una carriera di cui in verità poco sapevo. Come il
regista di Dolor y Gloria, il cantante inglese si nutre d’affanni
e d’applausi. Si perde nel passato, sperando di venirne a capo. A
metà tra una seduta degli alcolisti anonimi e una baraonda colorata,
Fletcher attinge direttamente al vangelo secondo John: c’è un po’
di autocelebrazione, vero, ma per fortuna compensano tanta brutale onestà e il
contrappunto vincente dell’umorismo britannico. Non cronaca
scolastica, ma commedia musicale in tutto è per tutto, ha una
scrittura semplice e parabolica, ma risulta comunque innovativo. Sono
le canzoni dello stesso artista, come fu per i Beatles in Across the universe, a raccontarne gli alti e i bassi e non si respira
l’aria viziata, insincera, delle commemorazioni postume. Vivissimo,
onnipresente e fiero, il vero Elton può godersi in vita un
tributo trascinante che emozionerà fan e non. Dietro gli occhiali da
sole, sotto le piume di struzzo, battono il cuore e il talento puri
di un Egerton da Oscar. Tragico e festoso, di un’allegria ora
malinconica e ora isterica, l’attore indovina il ruolo
della vita e non lo spreca. Canta, balla, recita
senza diventare mai macchietta. Piccolo, anagraficamente e di
statura, è un razzo sul punto di esplodere. Fa fumo, rumore, e la
gioia di chi ama la bella musica e soprattutto il cinema solido. Il
suo film, che gli è affine, è un razzo. Non puoi che smarriti nella
sua scia, e fra gli applausi. (7,5)
Le
premesse sono le stesse del recente Dumbo. Ci si
aspettava poco. Dall’ennesimo live action stimato non necessario.
Dal nuovo film di Guy Ritchie, regista mai apprezzato
particolarmente. Ma mi hanno portato in sala il giusto stato d’animo e
il biglietto ridotto, insieme a un’adorazione viscerale per
il capolavoro di ventisette anni fa. Avrebbe potuto essere uno
sfacelo: gli appassionati di lunga data, si sa, sono una brutta
bestia. Ma dopo un prologo goffo, a sorpresa, Aladdin ingrana
e appassiona. Un diesel che, contro tutti i pronostici, aspettava
proprio l’ingresso del Genio Will Smith per superare l’empasse
iniziale: criticato a priori sui social, l’attore afroamericano
strappa risate a scena aperta grazie ai pezzi scoppiettanti (su
tutti, Un amico come me) e alle mosse riciclate dal successo di Hitch, con cui
conquistare l’altrettanto buffa ancella di Jasmine o trasformare
il protagonista in principe durante una colorata parata trionfale. La
seconda metà, con un intermezzo a palazzo tutto nuovo – il
culmine, un’esilarante scena di breakdance – e un epilogo che,
per quanto fedele, mi sono goduto più del previsto avendone scarsi
ricordi, riesce a far digerire la scelta di uno Jafar lontano dal
cattivo viscido e sornione della versione originale e quel briciolo
di delusione per Il mondo è tuo, duetto compromesso da
una fotografia sin troppo cupa. Ritchie, contenuto il giusto, può
concedersi rallenty e volteggi in libertà grazie al
fisico atletico dell’azzeccato Mena Massoud e a una trama già di
per sé molto frenetica. Poco deve inventare: per essere un cartone,
l’originale era pieno zeppo di intrighi. Lì, al solito, si
annidano i difetti e i pregi di operazioni simili a questa. Copie stinte che
nulla aggiungono ai capostipiti e, se tutto fila liscio, come in
questo caso, nel bene nulla tolgono. L’avventura di Aladdin resta
magica anche con attori in carne e ossa, sebbene meno incisiva, e al
contrario di ciò che succedeva nel pessimo La bella e la bestiapoco si ha da dire contro il decoroso adattamento
italiano, il casting perfetto dei protagonisti principali e
l’inserimento di un’immancabile dimensione femminista che,
complice la potenza della splendida Naomi Scott, non risulta mai
stucchevole – certo, quanti luoghi comuni nel testo di Speechless,
novella Let it go con acuti da pelle d’oca. Il
confronto è inevitabile. E, inevitabilmente, questo nuovo
adattamento lo perderebbe. Ma approcciato con basse aspettative, per
via dell’aria kitsch e posticcia dei trailer, la riscrittura in
salsa Bollywood del classico Disney mi ha sinceramente divertito e,
su un tappeto volante, ha fatto volare via due ore di visione e i
pregiudizi che portavano con sé. (7)
Ci
si aspettava poco. Dalla riproposizione di un cartone niente affatto
apprezzato da bambino. Dall'ennesimo live action di cui in fondo non
si sentiva il bisogno, con Aladdin e Il re leone già
attesi al varco nei prossimi mesi. Dal ritorno al cinema di Tim
Burton, mio regista del cuore, che purtroppo non indovina il film
giusto dai tempi del sentito Frankenweenie. Si è andati in
sala senza grandi pretese, con il biglietto pagato tre euro in
promozione e un pubblico misto di pargoli e nostalgici. La sorpresa,
se di sorpresa si può parlare, è che Dumbo risulti efficace nel suo niente di indispensabile. La fiaba animalista,
debitamente aggiornata alla luce di una morale necessaria,
più che a un adattamento somiglia a un seguito non dichiarato. Cos'è
stato dell'elefante bullizzato per le orecchie a sventola, dopo le
sue magiche lezioni di volo? La prima parte, a metà fra omaggio e
ammodernamento, è il cartone originale: qualcosa resta, come la
toccante Bimbo mio o
la famosa sequenza degli elefanti rosa; qualcosa si perde, come il
topolino per aiutante qui rimpiazzato dal reduce Farrell e dalla
terribile bambina protagonista, scelta più per mamma Thandie Newton
che per un'espressività che lascia molto a desiderare. Nella
seconda, da emarginato a stella, il protagonista attira le attenzioni
di Keaton, cattivo bidimensionale con al seguito l'incantevole e
ribelle Eva Green: la scalcagnata compagnia di De Vito, già circense
nell'insuperato Big Fish,
viene inglobata da una multinazionale da sogno. O da incubo? La
bestialità degli uomini e l'umanità degli animali emergerann, come
da copione, in una chiusa che è la parte debole: un trionfo di fuochi
e fiamme, d'ingombrante CGI, che perdeo amaramente il confronto con
la riuscita animazione dell'elefantino. Perché il nuovo Dumbo è
sempre lo stesso: imbranato e tenerissimo, cerca la mamma tenuta in
cattività e minaccia di commuoverci spesso da dietro i suoi grandi
occhi azzurri. Perché Burton, nel bene e nel male, è Burton:
scolastico ma in discreta forma, nonostante il lavoro alla buona
degli sceneggiatori, ripropone con trasporto la classica parabola
dell'emarginato: la poetica del freak, che perde d'originalità in
casa Disney, ma lascia spunti di riflessione ai giovanissimi. È il
compito di un film per famiglie tanto godibile quanto convenzionale,
che condanna la barbarie fuori moda del circo, omaggia la tecnologia
e la creatività degli artisti tutti e, nel suo piccolo, sa farti
volare a mezz'aria grazie alle orecchie di un'attrazione principali
davanti cui è impossibile non sospirare, inteneriti. (6)
Marwen
è un villaggio fittizio in Belgio, assiepato dai nazisti e difeso da
un esercito di donne armate fino ai denti. Marwen, ancora, è un
mondo in miniatura che si rivela essere ben presto lo specchio
consolatorio della realtà: l'elaborazione di un uomo sofferente, con
la testa spaccata da una gang di teppisti, mentre si perde appresso
agli amori platonici e a missioni di salvataggio degne di una spy
story. Disegnatore e miniaturista, divorziato, Mark Hogan nutre una
venerazione per il gentil sesso e il pallino per le scarpe con il
tacco. Un'ossessione mai chiarita, che suo malgrado l'ha reso
protagonista di un tragico attacco omofobico. Traumatizzato, adesso
vive attraverso i suoi giocattoli. Lì è un soldato valente e
fascinoso, che porta con orgoglio le cicatrici di guerra. Lì la sua
vicina di casa, una deliziosa Leslie Mann, accetterebbe di sposarlo
su due piedi. Apologo per grandi e piccini, a sorpresa flop al
botteghino, Benvenuti a Marwen ha la regia di un Zemeckis in
forma smagliante benché sottovalutato, effetti visivi ineccepibili –
con loro, scenografie e costumi –, un attore protagonista che fa la
differenza. Steve Carrell, senza scimmiottare il ben più famoso
Forrest Gump, è come Carrey: un attore comico che, cosa ormai
assodata, fa faville nei drammi, grazie a un sorriso svagato che
riesce ad essere tenero e struggente insieme. Peccato che la
sceneggiatura fatichi a decollare. Se l'idea di girare un biopic a
confine fra animazione e live action appare brillante,
sfortunatamente non segue a ruota una scrittura senza guizzi che
lascia fare tutto al comparto tecnico; all'espressività del
mattatore Carrell, colto nel divenire di un viaggio che racconta i
meccanismi di difesa, la dipendenza da antidolorifici, il velo di
Maya dei filosofi moderni. Quello che ottunde i sensi, ammortizza e
c'inganna. Insieme a Mark, un superstite, dovremmo perciò imparare a
discernere: la vita, infatti, non è una casa di bambole. (6,5)
Chiunque
abbia avuto la sfortuna di sedere in un'aula di tribunale ricorderà
le sedie sbrindellate, le attese estenuanti, le domande degli
avvocati che scavano come vanghe. La sensazione di
disagio, la ferrea volontà di non rimetterci mai più piede. Ma una sera, per
caso, ho scoperto che i tribunali non servono soltanto alla caccia
alle streghe; alle famiglie che finiscono. Realizzarlo, durante la
visione dell'inatteso Instant Family, mi ha commosso in
poltrona. Questa è la storia di una coppia senza figli, liberamente
ispirata alle vicissitudini dello stesso regista, che si sobbarca
un'impresa difficile il triplo: adottare, sì, ma un'orfana ormai
adolescente. E i suoi due fratelli minori. Con la loro età
malsicura, con i loro traumi, con la voglia di riabbracciare ancora la
mamma spacciatrice. Sulle orme di Una scatenata dozzina e This
is us, a metà fra l'intrattenimento godereccio e i mèlo dai
buoni sentimenti, Sean Anders indovina gli equilibri vincenti di una
commedia affatto originale, ma a modo suo sorprendente. Un film
vecchio stile che è proprio quello che appare, ma anche l'esatto
contrario. Ben scritto, recitato con contagiosa armonia – accanto a
Wahlberg e Byrne, occhio alle esilaranti caratteriste Spencer,
Cusack, Martindale –, in una serata leggerissima mi ha strappato
lacrime e risate in quantità. Rischiava di passare inosservato,
eppure, per via del solito poster, per colpa del solito cast. Un tema
lodevole è affrontato con realismo inatteso, invece, e note scorrette che non
guastano. Perché genitori si diventa, si diventa
una famiglia. Basta imparare: insieme. (7+)
E
se un invito anonimo promettesse di renderti finalmente felice?
Succede a una trentenne in crisi, con una carriera fallimentare in
campo artistico e una convivenza forzata sotto il tetto di mamma e
papà. Si improvvisa a malincuore segretaria, benché nel frattempo
punti ai mondi impossibili del proprio inconscio grazie a un
pigmalione dai completi variopinti: un Samuel L. Jackson istrionico
ai limiti dell'irritazione, che alla protagonista con la testa fra le
nuvole spalanca all'improvviso le porte del sogno. Invitandola a
prestare fede all'immaginazione. Ma quando è un bene, quando un
male, quando alienazione pura? I bontemponi sono definiti eterni
Peter Pan, ma le donne si figurano segretamente addestratrici di
unicorni. Store Unicorn, commedia strampalate dalle
scenografie arcobaleno e le luci iridescenti, ricorre al bagaglio di
uno spirito fanciullesco come antidoto a un'infanzia solitaria e a
una giovinezza interrotta. In questo bailamme di personaggi dolci e
surreali, dotati di un umorismo talmente particolare che potrebbe non
piacere a tutti, spicca il “capitano” Brie Larson: qui impegnata
in una doppia veste. Che piacere rivederla alle prese con i pregi e i
difetti del cinema indie, momentaneamente in pausa dai blockbuster
Marvel! Che piacere rivederla alle origini, nei panni di
un'infaticabile sognatrice, mentre mette in scena i mostri e le fate
negli armadi del suo passato, in una fiaba sui generis tutt'altro che
memorabile ma comunque molto sentita! Mentre si prepara ad accogliere
l'amico mitologico allestendo una mangiatoia, per la prima volta torna a vivere. Si guarda intorno, e non è
da sola. Un po', la aspettavamo noi. (6)
Con
una videocasetta tutta consumata della Bella e la Bestia scoprii che per i film si poteva piangere. Il
capolavoro Disney è tra quelli che ho visto e rivisto fino a distruggere il nastro. A ventidue anni, perciò, faccio parte di quei nostalgici che,
sospirando, dicono: ai miei tempi le favole erano tutte un'altra
cosa. Con la scusa pronta ho seguito quelle
stesse storie farsi film. Nella moda del retelling ci ricasco volentieri. Ultima ma non ultima, è arrivata la trasposizione del mio cartone preferito. Restano le battute, perfino le
canzoni, e il minutaggio sfiora le due ore con l'aggiunta di nuove
sequenze – il passato dei protagonisti svelato in flashback, quel LeTont omosessuale che ha fatto scattare la censura
in paesi da cancellare dalle carte geografiche. La
Bella e la Bestia vorrebbe porsi sulla
scia dell'incanto di ventisei anni fa. Gotico e
opulento, è un conto alla rovescia che spiega il valore del tempo,
l'importanza della bellezza interiore, il temperamento di un'eroina
femminista venuta prima di qualsiasi Moana.
Lo fa cantando e ballando, e con una morale
nascosta prima dei titoli di coda. Purtroppo, però, il film di
Condon ha difetti che lo rendono godibile il minimo. La pochezza interpretativa di Emma
Watson: una Belle con un cachet stratosferico e la perenne
espressione da prima della classe, in quel di Hogwarts. I consueti
disastri che combina l'edizione italiana quando si parla di musical, tra una metrica sconosciuta e un doppiaggio che
cancella le prove vocali degli interpreti (con immenso disappunto,
della partecipazione della Thompson, McKellen e McGregor non resta
quasi traccia).
La sostanziale inutilità di copie carbone come questa. Nella
prima parte lo si guarda con un occhio sì e un occhio no, disturbati
dalle modifiche dei ritornelli più memorabili. Qualcosa, poi, cambia nella
seconda, complice un ottimo Luke Evans e i passi dello
storico valzer. Ma nel castello della Bestia ci si innamora in fretta
e senza un vero perché. La rosa sfiorisce. Si bruciano le tappe -
quel significativo sono amici e poi, uno dice un noi - e la
poesia, il senso, si perdono in un compitino copiato al compagno di banco. Quanto impiego di mezzi e figuranti, quanta
attesa mal riposta, per una costosissima recita scolastica e poco più. (5,5)
Puntualmente,
quando la Marvel torna al cinema, ci pensa la critica a presentare il
film di turno come fosse l'eccezione alla
regola. Ed eccomi lì a parlarne sempre nei soliti termini,
sempre con gli stessi pregiudizi. Applauditissimo in un clima festivaliero, Logan è
l'ultimo capitolo della saga del mutante di Jackman. Ho accompagnato mio
padre a vederlo più per scommessa che per voglia. Neanche troppo a
sorpresa, sono uscito dalla sala toccato e convinto. I mutanti sono costretti a
vivere come clandestini. Appartengono a una razza dai giorni contati,
o così credono. La piccola Laura è una di loro. Tocca caricarla in macchina verso
un Eden che non c'è. Dei supereroi che il mondo conosce non sono
rimasti che gli albi. Wolverine pensa al suicidio e fa da badante a
Xavier – un Patrick Stewart commovente –, che ha bisogno di aiuto
per sedersi sulla tazza. Il suo cervello è un'arma di
distruzione di massa, eppure ha i segni debilitanti dell'Alzheimer. Ne viene fuori un western on the road splatter e tenerissimo, che
mescola polvere e malinconia. Un Léon che
passa il testimone a una nuova generazione. In due ore, botte da orbi e l'introspezione che ti piace.
Tempo necessario affinché i personaggi non si affrettino nel momento
dei saluti. Mi ci sono affezionato nel
mentre, io. Cose che suggeriva il titolo,
perfino, con quel nome di battesimo che è sintomo di
maggiore intimità. Jackman è granitico, ma
mostra delle crepe. Si comporta da figlio e ricerca in sé l'istinto paterno. Vive e fa più in queste poche ore che
in una vita eterna, testimone di un tempo qualitativo e non
quantitativo. E quando il nostro insieme a lui finisce, calati i
titoli di coda, si è incerti se abbandonare la sala o meno. Ci si assiepa alla
porta, un piede dentro e uno fuori. E Logan
è così che mi piacerà
ricordarlo. Con un
assurdo senso di attesa, Johnny Cash e l'usciere spuntato dal nulla. Un
omino olivastro, straniero, che ci assicura: finisce qui, così. (7,5)
Per
anni io e Xavier Dolan ci siamo studiati a distanza.
Poi è successo Mommy. Una visione è bastata
per trasformarlo in uno dei film del mio cuore. Come tornare al cinema dopo una epifania?
Il sesto film del regista franco-canadese è ispirato alla pièce di
Jean-Luc Lagarce. La mia tesi faceva tappa anche lì. Louis fa ritorno all'ovile in punta di piedi.
Lo accolgono Léa Seydoux, sorella minore che pende dalle sue labbra;
una remissiva e farfugliante Cotillard; Vincent Cassel, prepotente capobranco; infine, l'appariscente mamma chioccia di Nathalie Baye. E' Gaspar Ulliel, il
viso spigoloso e la fronte imperlata di sudore, a guardarsi intorno
spaesato e a cercare spesso l'orologio. C'è chi vuole fare colpo,
chi mostra il lato peggiore. Nel bel mezzo di una guerra in corso, il
protagonista deve dire loro che ha l'Aids. Meglio
aspettare il dessert per stemperare l'amarezza?
Un profumo, il vento, una canzone – l'improponibile Dragonstea
Din Tei, che eppure il montaggio
sa incasellare a regola d'arte – lo
portano lontano stando fermo. Ulliel fa da testimone muto, da padre confessore, a questo cast di
comprimari in stato di grazia. A tavola siede
l'incomunicabilità, il non detto, e le parole sperperate, dette a
sproposito, ti prendono a schiaffi in faccia. Fedele alla natura del
testo, Dolan realizza un dramma che bello lo
è, ma non nella tipica maniera clamorosa. L'impianto è
collaudato e il regista, castigato, ci si
muove piano. Il suo ego, tra quattro mura, non ci sta. E a
volte, sotto la sua pressione, la casa esplode in parentesi
suggestive in cui trovi il solito guizzo. Altre, invece, Xavier si
stringe nelle spalle, addomestica la vanità, e cela al meglio il
disagio di chi ama troppo qualcosa per stravolgerla, ma intanto
scalpita nel vestito della domenica. Come a dire: vedete, sono un
ragazzo educato se mi applico. Non datemi più del bambino prodigio. Però ora mi chiudo la porta alle
spalle, c'è Moby in cuffia, e da domani vado a raccontare a modo mio le famiglie infelici a modo loro. (7)
Mai
avuto paura delle apparizioni di Samara. La bambina con i capelli in
faccia non esercitava timore su un ottenne dei
primi anni Duemila. Ho visto il primo The Ring quando
non avevo l'età. Lo ricordo con affetto, ma senza brividi. Il
cerchio sembrava essersi chiuso con la riscossa di Naomi Watts. Si
riapre, inatteso, più di qualche anno dopo. Nel mentre sono
cresciuto, i videoregistatori si sono estinti e la mania del sequel a
tutti i costi impazza. Ne è passata di acqua sotto i ponti e nei
pozzi sperduti. Incurante, ci riprova Javier Gutiérrez. La storia
di Rings vede la classica coppia di innamorati –
la lei del duo è l'italiana Matilda Lutz, di cui abbiamo visto il
potenziale e gli occhi da cerbiatta nell'ultimo Muccino – cercare
un'altra via di fuga dalla maledizione. La tecnologia favorisce la
scoperta di una traccia segreta: un video nel video. La protagonista,
guidata dalle visioni, si lascia condurre dove tutto ha avuto inizio.
Teen ma non troppo, Rings ha protagonisti più
freschi e una struttura schematica che non si allontana dai sentieri
passati. Le svolte non sono tra le più imprevedibili, ma la ricerca
non annoia, il mistero irretisce e la regia curatissima offre pochi
spauracchi, al solito, ma immagini interessanti: il prologo in volo,
la pioggia che scorre al contrario, gli spezzoni mai visti del
filmato originale. Rings, come da previsione, non è
indispensabile, ma in un panorama di seguiti tanto brutti da non
crederci – il pensiero va proprio a Blair Witch – la
spunta facile. Diverte e intrattiene l'essenziale, soprattutto se
l'effetto nostalgia e i primi piani della bella Matilda possono più
dello sguardo che uccide dello spettro orientale. La morte correva
sul filo del telefono. Colpiva in sette giorni. La sentenza, persasi
nei bombardamenti dei call center e nella progressiva comparsa dei
telefoni wireless, si fa perdonare con poco e niente il ritardo. E, a
sorpresa, non suona come la morte dell'horror. (6+)
Ci sono casi
sporadici in cui le trasposizioni rendono meglio
della carta stampata: vedasi la lucidità del Green più logorroico e
distaccato, quello di Colpa delle stelle, che - per ben due volte – mi aveva fatto piangere fior di lacrime. Da lettore, mi faccio
abbindolare sì e no. Ma da spettatore, evviva le pellicole
ricattatorie e un po’ ruffiane; pollice insù per le famose lacrime
strappate. Poteva il bestseller di Jojo Moyes compensare alla mancata
commozione, alla vaga superficialità di fondo, passando dall’altra
parte? Con un conciliante Ed Sheeran, l’attenzione quasi filologica
al testo e due protagonisti che più perfetti non si poteva ero
sicuro di sì. Io prima di te, invece, si segue a occhi
asciutti e con un sorriso tirato sulle labbra. Meno furbo del
previsto? Addirittura, stravolto? Il lavoro di Thea Sharrock è
calzante, rispettoso e puntuale – tralasciando i riferimenti, per
me necessari però, ai traumi di lei e mandando avanti veloce le
glorie collezionate in salute da lui. La sceneggiatura glissa sui
loro tormenti e ammorbidisce gli attimi
romantici e le scelte di un epilogo coraggioso, che già fa
chiacchierare i benpensanti d’oltreoceano. Come in libreria, però,
Io prima di te e i suoi decorosi protagonisti sono a proprio
agio con la leggerezza e i buoni sentimenti, meno con la tragedia in
agguato: lacrime di coccodrillo da parte dell’adorabile Emilia,
secche le spiegazioni di Claflin. E gli inglesi, solitamente sciolti
se il politicamente scorretto incontra un tema di spessore (pensiamo
all’inedito Miss You Already o allo scanzonato Altruisti
si diventa, che british non era, ma adorabile sì), questa volta
sono divertenti, ma per nulla struggenti. Tanto negativi quanto
inevitabili, gli influssi di una Hollywood che da lontano uniforma,
smussa e trova compromessi scontati: i cuori spezzati, le tasche
rigonfie di banconote e infermiere che, se belle come la Khaleesi di
Games of Thrones, promettono miracoli – risvegliare
i Jon Snow e far camminare i tetraplegici non sono forse abilità
contemplate nel suo curriculum? Emilia Clarke, frivola, mora e sbadata,
è una deliziosa Lou; Sam Claflin, che interpreta senza grande sforzo
il ruolo di un uomo di successo ferito nel corpo, rende
piuttosto bene i musi lunghi e l’umorismo sprezzante di Will, senza
stravolgere la sua faccia da bravo ragazzo. Espressivi, fin troppo, i
due si abbandonano a una recitazione sopra le righe e a
sguardi languidi: bellissimi “quasi amici” dai sorrisoni
contagiosi, che finiranno per innamorarsi e piangersi addosso, senza
però farci innamorare e piangere, con disappunto di chi aveva buoni
propositi, aspettative parzialmente infrante e kleenex a portata di
mano. (6)
Abbandonava
l’Africa, l’uomo cresciuto dalle scimmie, nell’ultima scena del
capolavoro Disney – a sua volta ispirato al ciclo di romanzi di
Edgar Rice Burroughs. Al
suo fianco, Jane; la Londra vittoriana all’orizzonte. Dopo un lungo
viaggio di ritorno, Tarzan è
diventato marito amorevole e mancato padre di famiglia, attentissimo
al destino della casa che ha lasciato. Dopo otto anni, ritorna in
Congo in missione umanitaria e la vita in città non l’ha
impigrito: da ambasciatore a esca, il passo è breve. Re Leopoldo
minaccia di ridurre tutti in schiavitù e il ritorno a casa dell’ex
bambino del miracolo, architettato dal perfido Leon, mira a farlo
cadere nella tela di un capo tribù in cerca di vendetta.
The Legend of Tarzan, variazione sul tema diretta dall’ormai
esperto David Yates, è stato accolto con un discreto successo di
pubblico e critica, pare. Lo spunto:
cos’è stato del personaggio amato da generazioni vicine e lontane?
Una leggenda, trapiantata nell’Inghilterra civilizzata, smette
forse di essere tale? L’avventura secondo Yates ha coloriture
politiche, una cornice storica stranamente accurata e l’impegno che
non ti aspetteresti, tra abolizione della schiavitù, riflessioni
naturalistiche, messaggi ambientali. Serio e onesto film per
famiglie, però, che talora sceglie il linguaggio dei moderni
cinecomic e una computer grafica efficace ma onnipresente, mi ha
trovato sordo dinanzi al richiamo dell’avventura. Il caratteristico
urlo di Tarzan è quello di sempre, un ricordo d’infanzia, ma mi è
parso lungo e faticoso – nonostante la canonica ora e quaranta
complessiva – e l’impressione di un Io vi troverò
d’epoca, con Jane rapita e il fedele sposo sulle sue tracce, non ha
giovato. Ben realizzato e coinvolgente il minimo, si affida alla bellezza del lato visivo – e in tale
bellezza sono inclusi Skarsgard e la Robbie, mai tanto adagiati sugli
allori della loro gran prestanza fisica – e ai siparietti di un pessimo
Waltz, che sgrana rosari e scimmiotta se stesso, e di un Samuel L. Jackson
senza gloria. Manca la magia, ci si dimentica dei cuori: ci si stanca
presto, lo si dimentica subito e, in fretta, ci si aggrappa alla
prima liana di strada. Questa giungla mi distrugge. Soprattutto, non
mi invoglia a restare. (5,5)
In
francese, “ginocchio” si dice “genoux”. In sé, la parola ha
i pronomi personali je e nous, che significano io
e te. Che l’incidente in montagna di Toni sia perciò una richiesta d’aiuto? Che il ginocchio sia proporzionale
a un cuore che ancora soffre? Mentre fa fisioterapia, la protagonista
rievoca il tormentato amore con Georgio: lui fascinoso, inaffidabile,
pieno di vizi; lei, avvocato di grido e presto mamma, sempre più
spossata da una passione che non dà pace e da un uomo che non
cresce. Mon Roi è un melodramma lungo e intimo,
consueto nella resa, sui frammenti di una coppia scoppiata: in mezzo,
un bambino, una ex che si ferisce a morte per cercare attenzioni, gli
alti e bassi e le nevrosi di un duo contemporaneo, composto da un
uomo impossibile e da una donna irascibile, che non si sente alla sua altezza. Se la canaglia Vincent Cassel risulta
più seducente, in parte e, addirittura, più simpatico del solito –
quando io non gli invidio i tratti affilati, i ruoli e, inutile
dirlo, il caratteraccio –, sarà merito della sceneggiatura o forse
della partner, una Emmanuel Bercot sincera, ma insopportabile? Tanto
schietta nel portare in scena gli isterismi e le insicurezze del suo
personaggio quanto irritante nei modi, l’eppure premiatissima
Bercot ha messo in ottima luce lo spigoloso Vincent – che non mi è
sembrato così manipolatore, così padre padrone, in relazione a un
personaggio femminile antipatico come nessuno – e, se c’è un neo
non da poco, è che in un copione scritto da una donna per le donne,
contro la dipendenza affettiva e il maschilismo, attenzioni e aghi
della bilancia pendano curiosamente verso il monarca capriccioso del
titolo. Quello che, nella coppia, spicca per lingua sciolta e
ironia. Quello che, soffocato da proteste e scenate plateali, non ha
la possibilità di migliorarsi. E la volontà? Mon Roi, umorale e
appassionato, traduce in francese quello che Cianfrance ha detto in
inglese, quello che Castellitto e la Mazzantini hanno poi ribadito in
italiano: il desiderio è una fiamma, e non puoi alimentarlo a forza
quando muore, né confidare di maneggiarlo senza scottarti. Quello,
con la crudezza del cinema d’oltralpe, gli intraducibili giochi di
parole, tanta pesantezza e una sensibilità, questa volta, distante dalla mia. (6,5)
La
famiglia Radner, con un altro bebè in arrivo e una bambina che è lì
lì per muovere i primi passi (e giocare coi dildo di mamma) è
in crescita e sta cambiando casa. Li avevamo conosciuti, un’estate
fa, con la ricerca della tranquillità e l’incubo di una
confraternita: con Teddy, leader festaiolo e vendicativo, era finita, poi, tarallucci e vino. Ritorna, però, mentre gli amici crescono e
lui resta indietro, in quella casa sfitta. E aiuta tre ragazze in
cerca della propria indipendenza a mettere su la prima sorellanza del
quartiere: il quartetto si amplia presto, però, e nuovi rumori,
nuove canzoni e palla e nuovi dispetti sono dietro l’angolo.
Soprattutto se c’è da nascondere agli inquirenti la ragione di
quel vicinato sexy e turbolento... Sulla scia delle grasse risate e del
successo del primo, torna prevedibilmente un nuovo capitolo di
Cattivi vicini: da me, che in estate non ho mai abbastanza di
comicità spiccia e pensieri lievi, perfino un po’ atteso. Seth
Rogen e Zac Efron, agli antipodi ma già affiatati, regalano doppi
sensi, pance ballonzolanti contro addominali al vento; Chloe Grace Moretz,
di solito abituata a ben altri impegni, si scopre spensierata,
ribelle e bellissima, sempre di più. Tra le righe, questa volta,
tocchi di serietà a sorpresa: il femminismo secondo le matricole –
perché i maschi fanno feste e le femmine no? –, le nozze gay del
“compagnone” Dave Franco e un esame di coscienza, a proposito
dell’essere mamme e padri. Quasi per scusarsi, però, della piacevole scorrettezza del primo. E, in parte, dare il poco promesso,
senza spostarsi d’un passo dal vecchio vicinato - o dal già visto.
(6)
Lui
si chiama Jake: ha trent’anni e passa, si è arricchito facendo ciò
che più gli piace e a mettere la testa a posto non ci pensa proprio.
Come sistemarsi, se ha partner occasionali e continue tentazioni?
Lei, invece, è Lainey: maestra d’asilo di poco più giovane, ha
dato il benservito al ragazzo perfetto per una relazione adulterina
e, traditrice patologica, allergica alla serietà, ha deciso di
passare a vedere cosa insegnano ai raduni per sex addicted. E’ lì
che s’incontrano. Ma è un ehi, guarda chi c’è, non un colpo di
fulmine. Loro si sono conosciuti anni prima: hanno perso insieme la verginità. Che in
quella prima volta sia possibile rintracciare le cause dei cuori
freddi e dei letti caldi? Che Jake sia stato la rovina di Lainey, e
viceversa? Si studiano, si stuzzicano: si piacciono. Promettono,
però, di essere solo amici e di rimediare fianco a fianco ai
classici errori. Qual è il problema, nella monogamia? Qual è il
pregio della solitudine? E mentre si danno a lunghi, lunghissimi
tête-à-tête
e parlano di masturbazione femminile, usando un barattolo di vetro
come metafora, si scoprono gli innamorati recalcitranti di una gran
bella storia d’amore e i protagonisti delle romcom indipendenti di
cui non si ha mai abbastanza. In Sleeping with
other people tutti parlano di sesso, qualcuno lo fa, ma la volgarità
non è contemplata e c’è da penare, per avvicinarsi al lieto fine
tanto sperato. Rilettura, quasi, di Harry ti presento
Sally, ha una scrittura briosa, ritmi seducenti e protagonisti dolci
ed esilaranti – Sudeikis, verso cui eppure non nutro molta stima,
ha una perfetta faccia da suola; la Brie, sfacciata e fragile, è una
meraviglia di ragazza, e la cosa non mi era mai saltata all’occhio
prima d’ora. Solita storia, sì: ma la commedia osé è più
gustosa, se viene dal Sundance, ha toni femministi e, al posto di
divi inarrivabili, propone le imprese amorose di due così, che
dimostrano che la simpatia è sexy, e non è un bugiardo cliché.
(7)
Guardandole
non si direbbe. Una che si atteggia da gran signora, l’ombrellino
orientale e i vestitini griffati, e l’altra tutta nervi e tatuaggi. Che siano amiche, dico. E, soprattutto, che si
siano incontrate nella stessa gabbia di matti, in un rumoroso
casolare toscano. Beatrice, vanitosa e aristocratica, ha il numero di
George Clooney in rubrica, fa foto con il Presidente, millanta
parentele tanto importanti quanto improbabili.
Altezzosa e appariscente, starnazza, urla al complotto, ordisce – e
intuisce – piani superiori. Donatella, a un passo dall’anoressia
e dall’abisso, è tutta il contrario, con i modi rozzi, il fare
taciturno, il nome in un articoletto di cronaca nera. Scappano, con i
capelli al vento e le macchine rubate. Come Thelma e Louise sotto
Valium. Dai guai, dalle vane minacce dell’interdizione: verso una
gioia su misura. Per la prima, un bagno caldo, le bollicine, i
ristoranti stellati. Per l’altra, che parla poco e piange sempre,
il figlio che le tengono lontano. Non sanno tenere a bada gli sbalzi
d’umore e le ricadute: cosa combineranno con il cuore tuo,
spettatore medio, tra le mani? La pazza gioia, che arriva da
noi dopo la calorosa accoglienza a Cannes e il da me poco apprezzato
Il capitale umano, è il ritorno e la conferma di un regista
che ci rendeva fieri e soddisfatti ancora prima che un Mainetti, un
Genovese o un Rovere giungessero in sala, per farci gridare alla
novità. Virzì non si smentisce né si svende. E nemmeno sorprende,
a mio dire, con una tragicommedia che è perfettamente nelle sue
corde, e senz’altro alla sua risaputa altezza. Porta con sé due
fedelissime: Micaela Ramazzotti, che l’ha anche sposato; quella
Valeria Bruni Tedeschi che mi fa antipatia da un po’. Il
pregiudizio, però, lascia il tempo che trova. La prima avrà trovato sì un marito facoltoso, un nome, ma Virzì in lei ha incontrato la sua
musa: straordinaria, in particolare, in un monologo sul lungo mare di
Viareggio, in abito rosa confetto. L’altra, sorella di “Carlà”,
ci sfida a non trovarla esilarante e procace, questa volta, con la
parlantina a raffica, le scollature profonde, le arie da parvenu.
Sono in sincronia: opposte, ma inarrestabili. Non c’è camicia di
forza che tenga, non c’è sbavatura che le faccia sfigurare –
qualche ripetizione al centro, ad esempio, e un epilogo poco netto.
La pazza gioia fa affidamento su di loro, una scrittura preziosa,
un Virzì che per galanteria fa troppo spazio alla Archibugi
sceneggiatrice. E non si scappa, davanti a un’ilarità esagerata –
quella di chi un po’ ride e un po’ si strugge – e una
commozione che, se non fosse stato per un cinema pieno e la mia
discrezione, sarebbe giunta onesta e torrenziale. Con il
mare al mattino, l’intramontabile Paoli che concilia, tutta la
speranza del mondo. Anche se, inclini alla malinconia, i lieto
fine non ci piacciono, ma c’è chi – nonostante tutto e nonostante noi – si merita un bene possibile senza pastiglie.
(7,5)
Alice, non
richiesta, è tornata. Sulla terra ferma, dopo un viaggio presso i
confini del mondo. Nel Paese delle Meraviglie, usando uno specchio per portale. In sala, a sei anni di distanza, con un cast
riconfermato, un James Bodin che di Tim Burton scimmiotta il kitsch e
l’opulenza, un Johnny Depp che, come il suo Cappellaio, è in crisi
d’identità. Nei mondi vagamente ispirati ai capolavori surreali di
Lewis Carroll, infatti, c’è grande preoccupazione per le sorti di
colui che festeggia i non compleanni e anima l’ora del tè.
Colpevole non di violenza domestica ai danni della sua bellissima
moglie bensì di avere procurato la morte della sua famiglia (o
almeno è quello che tra sé e sé si dice), si è immalinconito e va
sbiadendo. Ritornare indietro nel tempo, allora, per saperne di più,
scongiurare la catastrofe e, per la seconda volta, ricercare un lieto
fine che ai matti e ai lunatici non dona granché. Tra i pochi al mondo
ad avere abbastanza gradito il primo – quindicenne, lo avevo visto
in compagnia, in un pomeriggio in cui ero stato particolarmente
felice –, mi approccio al sequel scettico, annoiato e già messo in
guardia dalla critica. Come da programma, io che eppure di recente mi
sono goduto cosette come Il cacciatore e la Regina di ghiaccio,
lo trovo caotico, buonista, pacchiano. Ci sono quei salti nel
passato per cui ho un noto debole (e qui si vengono a sapere i
segreti del Cappellaio e le gelosie tra le due Regine rivali), e c’è
il non trascurabile fatto che la Alice del titolo sia poco più che
una figurante, in una trama pretestuosa, raffazzonata, piena zeppa di
coincidenze e buchi cosmici. Se una giovane lanciatissima come la
Wasikowska, data la pochezza del ruolo, non avrebbe dovuto
partecipare, fanno bene – o almeno, il solito – questo Depp in
caduta libera, una scoppiettante Bonham Carter, un Sacha Baron Cohen
insopportabile. Il resto è la pochezza più totale, infiocchetta ad
arte dagli scaltri arraffoni dei castelli Disney: se proprio ti
piacciono i ghirigori, i toni iridescenti, gli interpreti sopra le
righe di personaggi fuori dal Creato, le bomboniere senza anima e confetti. (5)
Cody, passato
da una famiglia affidataria all'altra, vuole una mamma e un papà che
si prendano cura di lui. Jessie e Mark vogliono in casa una piccola presenza che scacci il
vuoto – e gli spettri – del figlio defunto. Le carte per
l'adozione, una psicologa che fa da tramite e, in poco, la loro
storia può avere inizio. Ma Cody, posato e intelligente, ha un
segreto miracoloso: di notte, i suoi sogni diventano veri. Il
salotto, dunque, è invaso da farfalle variopinte, alberi decorati e,
infine, dal riflesso di quel bambino annegato ma che, dall'aldilà,
attraverso l'illusione, consola i due protagonisti. C'è un ma: a
trasformarsi in realtà, anche i suoi incubi. E, in precedenza, hanno
già divorato i vecchi tutori, svaniti nel nulla. Chi è l'Uomo
Cancro di cui tanto ha paura? Come fermarlo, se non assecondando i
rituali del piccolo: caffè forte, bibite energetiche, luce accesa
per non prendere sonno? Somnia, thriller paranormale che
giunge in sala nel momento più propizio, ha la firma e la direzione
di Mike Flanaghan – molto apprezzato altrove per Oculus e
Hush: da me, non troppo – e, nei panni dell'infante del
mistero, il prodigio dell'anno: un Jacob Tremblay meno impegnato che
in Room, ma che anche con un taglio netto della chioma, una
sceneggiatura semplice ma d'effetto e un doppiaggio pessimo,
dall'alto del suo metro e un po', assicura empatia e sconfinata
tenerezza.
Insieme a lui, una buona Kate Bosworth e un Thomas Jane che, al
contrario dell'irresistibile Tremblay, avrebbe bisogno sì di
cambiare parrucchiere. Il trio, in un'ora e trenta che
scorre senza sbadigli o grossi sussulti, con uno spunto narrativo
originale sfruttato né al meglio né al peggio, spinge furbamente
sulla presa emotiva che, alla lontana, si rifà agli horror del filone più commovente: The Orphanage, Babadook, La madre.
Il risultato, sebbene poco memorabile, mi è piaciuto: la fattura è
quella dei prodotti di genere che affollano le sale nella bella
stazione, né più né meno – comprimari non di prima scelta,
sceneggiatura alla buona, riferimenti di cui non si è sempre
all'altezza –, ma davanti agli occhi grandi dell'attore dell'anno,
troppo profondi per spaventare, e a un risvolto toccante, fiabesco,
qualche brivido sparso e qualche farfalla immaginaria, al risveglio in un nuovo mattino, l'ho ritrovata. (6,5)
Laura, bella
e popolare, accetta tra le sue amicizie – virtuali e non – la
schiva Marina: l’abbigliamento goth, una vita sociale non
contemplata, la passione per l’arte e l’occulto. I suoi amici
sghignazzano, ma la protagonista, non la solita adolescente
superficiale e senza cuore, dà corda alla ragazza che, a lezione,
siede sempre da sola. Finché non inizia a diventare invadente, a
chiedere troppo: la diplomazia di Laura si esaurisce e Marina,
rifiutata, si impicca, lanciando un video che diventa virale. Non va
via, però: il suo corpo non viene ritrovato, la bacheca della sua
nemica diventa un luogo di video truci postati dall’oltretomba, il
portatile – come lo specchio nero delle streghe – potrebbe averne
conservato l’anima e la malvagità. Se Somnia poteva essere
meglio, da Friend Request, horror estivo ambientato nell’era
Facebook, ci si poteva aspettare certamente il peggio. Invece, pur
nella sua mediocrità, si guarda con piacere e qualche raro sussulto,
fino a un epilogo, a onor del vero, scontato: un’escalation
di suicidi, una vendetta, il cyber bullismo della vittima verso la
sua aguzzina senza colpe. La ghost story più atipica si muove a
colpi di click e “mi piace”; isolamento e orrore, la fobia tutta
contemporanea di trovarsi tagliati fuori dai social, sono messi a
fuoco da una regia cupa, spunti discreti, risultati dignitosi.
Ispirato a Carrie e a un The Ring, meglio di qualsiasi
Ouija, ha dalla sua protagonisti tollerabili – il principe
di The Royals, il fratello minore di Gossip Girl, la
bella di Fearing the Walking Dead – e un’ora e mezza che
va, forse non si ricorda, ma lascia comunque intrigati il necessario. (5,5)
Ancora prima
che il mio spirito del Natale morisse del tutto, c'è una cosa che ho
sempre detestato: il cenone in famiglia. Solo io, tra
tombolate per cui uccidere e discorsi che proprio boh, mi sono
chiesto: ma sotto quale cavolo mi avranno mai trovato? Se lo chiede
anche il piccolo Max che, a dieci anni, continua a scrivere lettere a
Babbo Natale e a confidare nelle tradizioni. Tranquillo e sognatore,
va in bestia quando iniziano le liti con i cugini più grandi, le
frecciate degli zii, i silenzi sospetti di mamma e papà. Strappa la
lettera indirizzata al Polo Nord, esprime un fatale desiderio. E
sulla casa, al buio, scoppia la bufera: tagliati fuori dal mondo, non
sanno che hanno aperto le porte all'ombra di Babbo Natale e ai suoi
aiutanti. Perché la nonna, che parla solo tedesco e crede alle
leggende, non vuole che il fuoco del camino si spenga? Di chi sono le
risate, le minacce e gli squitti che precedono l'arrivo del
famigerato nemico delle feste? Krampus, atteso lo scorso
dicembre in sala e poi misteriosamente scomparso dalla
programmazione, spunta in rete. Odio i film a tema che affollano
Canale Cinque nel periodo fatidico, ma anch'io, come tutti, ho avuto
un'infanzia piena di cult. Un posto speciale nella mia
memoria, dunque, al Mamma ho perso l'aereo che eppure precede
di quattro anni la mia nascita. Un'altra rimpatriata, altri parenti
che scatenano il peggio di noi, e così il desiderio
dell'indimenticabile Kevin McCallister diventava realtà: feste
solitarie per lui, festeggiamenti di sangue per la commedia horror di
Michael Dougherty, che cita – nel raccontarci l'assedio di Max e
dei suoi familiari – il cinema per tutti di Columbus e,
soprattutto, Joe Dante. Krampus è un home invasion sotto la
neve, essenzialmente, i cui ospiti – omini di pan di zenzero
assassini, clown, elfi poco amichevoli – strizzano l'occhio ai
celebri Gremlins e ai giocattoli in movimento di Small
Soldiers. Se l'idea è stuzzicante, se il mix colpisce nel segno,
la scrittura fa il minimo indispensabile: ci sono paurosi cali di
tensione a metà, gli spauracchi e i sorrisi scarseggiano, il finale
risulta telefonatissimo. Anche Krampus, così affascinante quando
mostrato in uno splendido flashback a cartoni, pur essendo l'ospite
più atteso, a tratti (nonostante la totale mancanza di ironia e
la recitazione amatoriale di quel film lì) lo si preferiva nel b movie A Christmas Horror Story, che non a caso avevo evitato di recensire. (6)
Allontanata
dalla comunità di appartenenza, una famiglia puritana si sposta in
una fattoria del New England. Fuori, il granaio e un bosco in cui è
vietato inoltrarsi. La sorella maggiore, Thomasin, gioca sul prato
con il più piccolo dei suoi fratelli: bubù-settete, e il
neonato scompare in un lampo. Le continue sparizioni e i misteri che
si rinnovano conducono proprio all'adolescente, pallida e seducente.
La madre è sospettosa, il padre pende dalle sue labbra, i gemelli
chiacchierano con un caprone nero e accusano la sorella di adorare il
Maligno, il fratello in pubertà è segretamente attratto dalle sue
scollature profonde. Stregoneria? The Witch, acclamatissimo e
subito annunciato come horror dell'anno, ha più di qualche falla
nelle trame, colmata però dal potere della fascinazione – che
risulta, in definitiva, immensa – e da una colonna sonora che si
concede picchi agghiaccianti. Cupissimo, ha una fotografia
impeccabile e la quiete apparente del cinema che più stupisce da
queste parti: quello indipendente. Pensato come racconto per non
dormire, oscilla tra il dramma domestico e la fiaba nera. I quadri
sapientemente cesellati di una famiglia che cresce all'ombra di un
Dio vendicativo, di un Medievo che ritorna, mi hanno ricordato i
quattordici piani sequenza che componevano l'interessantissimo
Kreuzweg – Le stazioni della fede e la suggestione di un The
Village: ascetismo, superstizione, follia. Flash onirici,
brutture, incubi ad occhi aperti. Leggenda o verità? Angoscioso e
ambiguo, pretenzioso giusto un po', The Witch è una tragedia
a tinte fosche, febbricitante ma preoccupantemente verisimile.
Psicologicamente infallibile, anche se già proposta altrove.
Comunque, mai così. Nella maniera personale, e forse troppo greve,
del cinema di nicchia. Si rimangia la promessa della paura, dunque,
ma attrae e destabilizza: meno emotivo di un The Babadook, più
sensato di quel buco nell'acqua di It Follows. Per tutto il
tempo, così, ti domandi: cosa sto guardando? Ed è così ben
realizzato, recitato con tanta di quella naturalezza, che il dubbio è
un piacere scellerato. Non il capolavoro annunciato a gran voce,
proprio no, ma l'opera prima di un esordiente di razza. Uno di quei
rari horror per palati fini, che in sala non troveranno mai posto, d'estate. (7)
Vedovo
di fresco, un pensionato convince il più giovane dei suoi
nipoti a seguirlo
in uno spensierato viaggio verso una landa tropicale piena di sole,
alcolici e modelle in bikini. Non è forse un paradiso la
lontana Daytona, durante lo spring break? Di certo non per il
responsabile Jason, trascinato dal nonno in una delle sue ultime
missioni: istruire il nipote sui miracoli del carpe diem e,
soprattutto, darsi al sesso riparatore con un'universitaria a caccia
di facoltosi attempati. Dirty Grandpa è stato definito, e non
a caso, un trito, sboccato e spiccio cinepanettone statunitense:
sbronze, doppi sensi, chiappe al vento, peti fragorosi e chi ne ha
più ne metta. Zac Efron viene spogliato, deriso, croficisso: gioca
al meglio le sue carte – fisico scolpito e karaoke che ricordano a
quelli della mia generazione, con un moto di vergogna sottile, i
duetti di High School Musical – e, a sorpresa, si rivela una
buona spalla comica. Con lui, parte fondamentale della strana coppia,
il nonno sporcaccione del titolo: un Robert De Niro trashissimo, al
meglio del suo peggio, che in camicia hawaiana e in una libera
interpretazione dei ruoli di Boldi, rischia di mettere una pesante
pietra tombale sopra i capolavori che costellano la sua carriera; piace di più, tuttavia, che nei panni di vecchi mafiosi o, ancora, dell'antipatico feticcio di David O. Russel. Meglio fermarsi, caro Bob,
prima di un altro passo falso che somiglia preoccupantemente a
un'altra commedia da poco come questa? Per alcuni, non c'è dubbio:
la risposta è sì. Per me, che lo reputo autoironico e furbissimo,
non proprio: come dicevano i latini, “pecunia non olet”.
Condiscono qualche gag politicamente scorretta, trivialità e
mercanzia in mostra, tre bellezze: l'adorabile Zoey Deutch, la leziosa
Julianne Hough e, su tutte, una maialissima Aubrey Plaza. La commedia
demenziale su un demente per patriarca è ritrita e spiccia, becera.
E, qui e lì, mi son proprio ma proprio divertito. (6)
"Specchio,
specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?" Quattro
anni fa, lo specchio dava ben due risposte – le punte kitsch di
Mirror Mirror, l'epos
non per palati fini di Biancaneve e il Cacciatore
– e, a lasciare stupiti, era quella che vedeva vincere, in una gara
di bellezza e acume, la principessa guerriera di una Kristen Stewart
che non aveva ancora preso lezioni di recitazione. Come poteva,
inespressiva e mascolina, sconfiggere la splendida Charlize Theron?
Serviva un prequel/sequel, con il per sempre felici e
contenti già agguantato, la
strega assassinata e l'ex Bella Swan che, nel frattempo, si è data
con stupore generale ai film da festival? Scontata la risposta, esile
il pretesto. Lo specchio di Ravenna, all'interno del quale è
imprigionata la sua anima, rende folle chiunque vi sia vicino. Come
l'anello per Frodo, porta tormenti e avventure alla squadra che,
seguendo gli ordini di un Sam Claflin di passaggio, devono
distruggerlo. L'impresa è nelle mani di Eric, ancora una volta
impersonato da un Chris Hemsworth che si destreggia discretamente tra
martelli e scuri: cos'è successo alla sposa del Cacciatore e dove è
stato allevato per diventare chi doveva diventare? Si introduce,
allora, la storia della Regina di ghiaccio: una variante psicotica e
fragile della Elsa di Frozen,
interpretata da una buona Emily Blunt in lotta, però, con l'ancor
più b(u)ona Theron. Nonostante la presenza di un'altra rossa da me
amatissima, quella Jessica Chastain qui troppo sprecata, a vincere la
disputa è la modella sudafricana, che, senza l'accigliata Kristen nei
dintorni, non solo tiranneggia ma porta questo secondo capitolo dalla
dubbia utilità a risultare un po' più coinvolgente del precedente. Perché,
sì, a me Il cacciatore e la Regina di ghiaccio ha
regalato due ore che non richiederei indietro: movimentato, dark e,
complice la presenza del nano di Nick Frost, spassosissimo. Una
scatola di star infiocchettata con stile, con un terzetto di prime
donne che sono una gioia per gli occhi - e per i costumisti di ogni dove. (6)
Greta trova lavoro nella casa sbagliata. Cosa c'è di meglio di una villa nella campagna
inglese, di un ruolo da tata che comprende vitto e alloggio e di due
padroni di casa affabili e generosi? Gli Heelshire nascondono un
segreto: il bambino di cui Greta dovrà prendersi cura è un
fantoccio. Ci sono regole ferree da seguire, e una di queste prevede
che la protagonista tratti Brahms come fosse un bambino di carne e
ossa. The Boy,
thriller d'atmosfera firmato da un giovane regista che già ha fatto
danni nel mondo dell'horror, è trascurabile ma non pessimo. Spiccano
una regia stranamente raffinata, gli interni labirintici della villa,
sprazzi affascinanti. Ha un'idea bella, ma mal gestita. L'incipit,
canonico ma citazionista, ricorda le prime pagine dei romanzi
d'appendice ottocenteschi: giovane di belle speranze in un mausoleo
di misteri. Le scenografie, allo stesso modo, strizzano un po'
l'occhio ai deliziosi orpelli gotici di un Del Toro e il tentativo di
fare del silenzioso Brahams la nuova Bambola assassina,
per fortuna, non è stato azzardato. The Boy,
così com'è, ma spostato al passato, sarebbe stato un prodotto
gotico senz'altro più accattivante. Mancano la volontà e la
consapevolezza, mancano le eroine di Henry James. Lauren Cohan, che
ha un sorriso bellissimo e poco altro, interpreta un personaggio
dalla psicologia spiccia. In lei, reduce da una gravidanza
interrotta, il senso materno si risveglia bruscamente e per caso. I
comprimari, inservibili, non hanno la scintilla. Tra ricercati
cliché, un andamento prevedibile e qualche spauracchio non andato a
buon fine, questo The Boy
né bello né brutto, ma scritto troppo di fretta, tenta l'effetto
sorpresa con un twist ad effetto, anche se già visto in un horror
piccino, australiano, che però non vi svelo... Annacquato il finale,
furbastra l'idea di lasciarsi aperta la porta di un sequel che vedrei
aspettandomi solo il peggio. L'inanimato Brahms, spettrale e maestro
degli sguardi in camera, offre comunque la performance migliore.
(5)
La
festività per eccellenza che prevede imbarazzanti reunion e
tradizioni familiari da cui mettersi in fuga, a volte, presenta delle
costanti che fanno eccezione, perché non infastidiscono e, miracolo,
non vengono a noia. Qual è il segreto di tre amici che si prendono
un notte per rinforzare il loro legame e tornare per un po' i
ragazzini brilli e leggeri dei bei tempi andati? Essenzialmente, ci
dice The Night Before, droghe libere, cicchetti a volontà e
feste blindatissime. Trentenni ed eterni Peter Pan, i protagonisti
danno il via a un alcolico amarcord che sembra qui e lì una riscrittura demenziale (ma non
troppo) di A Christmas Carrol. C'è chi si prepara a diventare
papà; chi, giocatore di basket, non si rassegna al pensionamento a
suon di anabolizzanti; chi, musicista senza arte e senza legami,
rivive il trauma della morte dei genitori. Per fortuna, ci sono le
sostanze stupefacenti – e le risate assicurate. Destinato
all'homevideo e ribattezzato Sballati per le feste, The
Night Before, con quel popò di
cast e alla regia lo stesso autore del toccante 50 e 50,
da noi non passa in sala – quando invece il mio spirito del Natale
agonizzante avrebbe assai gradito – e viene bollato come un The
Hangover a tema. Me lo aspettavo
dai neuroni affumicati e caricaturale, sconclusionato, e da amante
della comicità di un The Interview
la cosa mi andava pure a genio: i cameo che non ti aspetti, le
battute antisemite e un politicamente scorretto che si tempra con il
romanticismo, però, non mancano. L'esilarante Seth Rogen e un Joseph
Gordon-Levitt dai tempi comici a me sconosciuti formano un affiatato
terzetto insieme ad Anthony Mackie, e inseguono Lizzy Caplan, Mindy
Kaling e il destino, in una barzelletta sotto sotto un po' vera in
cui Miley Cyrus fa da damigella d'onore, un bicurioso James Franco
invia foto oscene al solito "compare" Rogen, e Michael Shannon, mai così inedito, fa da pusher e angelo
custode. (6,5)
Editore:
A
rincasare ubriachi nel cuore della notte si rischia di inciampare in
qualsiasi cosa: un gradino, i lacci delle scarpe, uno stuoino fuori
posto. Ma se ti chiami Giulia, sei una pubblicitaria di successo e
per te l'infanzia è solo una nicchia di mercato, puoi anche
inciampare in una camicia da notte con una bambina dentro: Rebecca,
la figlia della nuova vicina. Allora, tra i fumi dell'alcol, puoi
persino decidere di ospitarla per una notte sul tuo divano. Salvo poi
rimanere invischiata in sessioni di fiabe da raccontarle ogni volta
che la madre, misteriosamente, non c'è. Da Cenerentola a Pollicino,
da Raperonzolo alla Sirenetta, purché siano sempre le versioni
originali: quelle di Perrault, dei Grimm e di Andersen, dove i
ranocchi si trasformano in principi soltanto se li lanci contro un
muro, e non sono certo i baci a risvegliare le più belle del reame.
Se invece ti chiami Rebecca e sei arrivata da poco in città, puoi
provare a conquistare i compagni di classe con le "fiabe vere".
Salvo poi imbatterti nelle temibili bimbe della Gilda del cerchietto,
pronte a screditarti con le versioni edulcorate della Disney. E
forse, nonostante i tuoi nove anni, cercherai di far capire a Giulia,
la tua amica del pianerottolo, che, anche se i principi azzurri nella
realtà non esistono, l'uomo giusto a volte è più vicino di quanto
si pensi. Ciò che ancora non sai è che la verità costa cara. E non
solo perché certe cose è meglio non raccontarle, specie quando ci
sono di mezzo i segreti degli adulti.
La recensione
In
tempi recenti, ho scoperto che Barbara Fiorio faceva al caso mio, che
la biblioteca comunale della mia città aveva riaperto allegramente i
battenti mesi fa (facciamo anni) e, con la scusa vaga di reperire qualcosina per la
tesi, potevo guardarmi attorno e, nell'angolo degli ultimi arrivi,
portare a casa registrandomi titoli nuovi e nuovissimi. Mentre la
bibliotecaria all'accettazione, confusa dalle bizze del computer e
dal funzionamento dell'archivo elettronico, cercava per me qualche
testo universitario battendo sulla tastiera – lei poco convinta che
potessi trovarli lì, io addirittura meno di lei -, mi sono guardato
in giro. E siccome tornare a casa a mani vuote sembrava brutto, no?,
ho preso in prestito il mio primo libro. Aveva un fungo a pois in
copertina, mi faceva tanto sorridere, me ne parlavano con entusiasmo
e, nel farlo, ricambiavano di conseguenza il sorriso. Torno con
Qualcosa di vero sotto il
braccio un giorno, e il successivo ne vivo uno così sfortunato, così
pieno e assurdo, che mio padre, prima di coricarsi, chiosa con un
saggio: “Se
un gatto nero ci taglia la strada, è lui che deve grattarsi le
palle. Altroché.”
Combattuto da sensazioni opposte, incerto tra il pianto a dirotto e
le grasse risate, boh,
mi metto a letto, non prendo sonno ed è così che conosco Giulia,
Rebecca e le figure bizzarre che stanno loro attorno. Ed è così
che, ventidue anni ad aprile, mi godo una favola o due, le coperte
rimboccate, il conforto di un romanzo – non bello come dicono,
forse, ma comunque molto carino – nel momento propizio.
Appisolandomi piano, leggo di una pubblicitaria rampante che vive del
proprio lavoro e di cene galanti, offerte da corteggiatori random
che, dopo averla accompagnata sotto casa, con lei non avranno futuro.
Tutta tisane calde e scadenze, Giulia non è aperta né ai sentimenti
né all'idea dei figli. Il suo orologio biologico ticchetta
ossessivo, tic tac tic tac,
ma pazienza. Così come non è mai stata portata per le lezioni di
pianoforte, altrettanto non è tagliata per i bambini, le esigenze da
Telefono azzurro, le carezze a comando: in carriera, burbera ma con
tatto, inchiodata al pc. Finché una sera, brilla, non inciampa nella
nuova vicina di casa. Una bambina di nove anni con un peluche in
braccio, una mamma infermiera a lavoro, il bisogno di un riparo per
la notte – è rimasta, infatti, chiusa fuori – e la voglia di
chiacchierare del trasferimento, di com'è la vita lì, delle
prepotenze alla scuola elementare. La piccola è stata esiliata
all'ultimo banco dalla famigerata Gilda del cerchietto, accanto a un
taciturno novenne che disegna tutta la mattina draghi sputafuoco;
l'adulta, invece, inventa slogan fianco a fianco al grafico Lorenzo,
di qualche anno più giovane, che la ama in silenzio mentre lei,
maestra nell'arte della dissumulazione, finge di non notarlo per non
spezzargli il cuore e rovinare per sempre la loro invidiabile,
invidiata sinergia.
L'incidente sul pianerottolo darà il via a una
tenera amicizia intergenerazionale, in cui scambiarsi sogni, racconti
e segreti, ma tenendo rigorosamente all'oscuro le mamme troppo
fragili, i coetanei e chiunque non sia pronto ad accettare la notizia
che a lungo ci hanno mentito. Bugia più clamorosa dell'esistenza di
Babbo Natale, infatti, i finali riscritti dalla Disney, per
proteggere i bambini, tutt'altro che sprovveduti, dalla dura verità:
le principesse sono esseri stupidissimi, i principi appartengono a
una brutta razza, i ranocchi assumono forma umana se lanciati contro una parete, il per sempre felici e contenti è una
consolazione da poco. Perché Giulia, tra lubrificanti intimi da
lanciare, e-reader da studiare a fondo, cibi precotti in quantità,
ha il coraggio di trattare la sua piccola ospite con intelligenza e
rispetto: qualcuno deve spiegarle come stanno le cose, come gira il
mondo. Perché non lei, realista e disincantata? Perché non i Grimm,
Perrault e Andersen, con le loro favole censurate, le sirenette che
diventano spuma di mare e i baci appassionati che non servono a un
bel niente? Rebecca, dunque, imparerà a socializzare, conquistando
amici con il gusto del macabro e pestando i piedi a qualche nemica
che a Carnevale può vestirsi a pieno titolo da principessa, sia per via dei capelli lunghi, sia di una mente poco brillante.
Giulia,
d'altra parte, realizzerà che giusto è il realismo, ma più giusto
ancora, a volte, è tornare a crederci. Anche a quarant'anni.
Qualcosa di vero, in
verità, ci intrattiene a suon di fiabe grottesche raccontate un po'
come viene e con quelli che sono tutti gli stilemi della commedia
brillante americana: le professioni che solo nei film, l'input di un
About a boy al femminile, un
epilogo - eccezion fatta per un episodio a bruciapelo che ci invita a
riflettere sulla violenza domestica, e a denunciarla – come da
copione. Più che qualcosa di vero, ci trovereste dentro qualcosa
di buono. Buonissimo. E' infatti
un romanzo leggero, fantasioso e ironico di un'autrice che mi verrà
in soccorso, lo prevedo già, nei momenti scuri e quando il blocco
del lettore mi attanaglierà. Rassicurante, nel suo essere
esattamente come lo immagini. Tutto va come deve andare. Rimpiangerò di non averne
una copia tutta mia, domandate, io che non rileggo ma accumulo e,
affetto da smania di possesso, voglio voglio e voglio? Onestamente
no, ma mi ha ho sciolto un nodo qui, tra pancia e sterno, e già è
tanto. Il continuo andirivieni delle protagoniste, le porte che
sbattono nel cuore della notte e un segreto che doveva rimanere tale
metteranno sull'attenti maestre bigotte, genitori single,
l'esilarante dirimpettaio attore e, da un passato a tinte fosche, un
losco figuro in cachemire. Ci destano dai nostri doveri un colpo al
muro, poi un altro. Cadenzati e soppesati, come se chi sta dall'altra
parte conoscesse il linguaggio del codice Morse. La musica da intenditori in salotto
ha palesato, ancora prima che ricambiassimo il colpo, il
battito, la nostra presenza. Ci
desta, Rebecca, ma il sogno inizia allora. Da lei. Che parla alla
maniera di Barbara Fiorio, delicata e metaforica, e ti spiega, alla
fine, che le favole e le persone speciali sono come le fate in Peter
Pan. Se ci credi, non muiono.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Malika Ayane – Senza fare sul serio
C'è solo una
frase che, in vita mia, ripeto ancora più spesso di “ciao, cosa
leggi?”, ma tant'è. Ripetiamola per chi fa orecchie da mercante e
per il leggero disappunto di chi, scalpitante, attende di rincontrare
in sala, questa primavera, Batman, gli Avengers, i
prodigiosi allievi della scuola del Professor X. A me il cinecomic
tradizionale, sogno di infanzia dei tanti, sembra più un mezzo
incubo. Non mi piace, dura quanto un lungo film da festival, mi trova
annoiato e chiuso a riccio. Dopo la delusione Deadpool,
autocompiaciuto e ben poco brillante, ero in cerca della mia
eccezione alla regola. Se l'eroe da fumetto americano ti lascia
freddo, cosa potrà mai dirti o darti quello nato e cresciuto tra i
palazzoni fatiscenti di Tor Bella Monaca, direte voi, che tra l'altro
parla solo e soltanto romanesco, ha una maschera fatta all'uncinetto
e, per mirabolanti avventure e salvataggi spettacolari, può
affidarsi a un budget con una manciata di zeri in meno? Il primo eroe
nostrano, uscito qualche Natale fa, faceva in realtà le medie e
scompariva nel vento. Portava la firma del buon Salvatores e si
chiamava come me. Il ragazzo invisibile, pellicola ibrida
sull'infanzia e per l'infanzia, era stata frainteso da chi,
prevenuto, non ne aveva saputo apprezzare la delicatezza, le
citazioni, quel po' di magia. Se l'intrattenimento per famiglie, il
bollino verde alla tivù non fanno per voi, magari dovreste passare a
conoscere Enzo Ceccotti. Preceduto da una fama lampo ma non dal
solito pregiudizio, che ha la sua da dire lo sapete già. Serve
dirlo ancora, perciò? Serve davvero sforzarsi di trovare nuove
aggettivi? Lo chiamavano Jeeg Robot, folgorante esordio alla
regia di Gabriele Mainetti, è quel che avete già letto ma anche
qualcosa di più che, sotto sotto, non ti aspettavi. Non tanto da una
produzione italiana, quanto da un eroe che non sia, almeno,
l'affabile e emotivo Spider-Man. La regia è consapevole,
giovanissima: spuntate quella casella lì. Il villain di un Luca
Marinelli istrione, che canta Un'emozione da poco e subito è
cult, non sfigurerebbe nel folle squadrone del futuro Suicide
Squad:
altra casella riempita. New York, per una volta, è salva dagli
invasori di una nemica cività, ma Mainetti
tocca punti nevralgici e paure nostrane: il sacrosanto derby
Roma-Lazio; il Tevere, storica fabbrica di malanni; l'allarmismo di
un attentato terroristico, dopo Parigi. Sbarrata terza,
quarta e quinta casella. A quello che sapevate e, andate sicuri,
perché sono spunti e particolarità che troverete per certo,
aggiungo quello che forse vi era sfuggito. Lo
chiamavano Jeeg Robot,
infatti, sta in curiosi e significativi dettagli: il cattivo ha una
sessualità assai dubbia, la principessa in rosa e il suo lui
consumano un amplesso brusco e corto in un camerino del centro
commerciale, il cavaliere senza macchia guarda porno notte e dì e
ingurgita solo yogurt alla vaniglia. Il segreto, in un trio di
protagonisti fragili, familiari, elaboratissimi. Lo Zingaro, boss
locale interpretato da un Marinelli sopra le righe, è impegnato a sedare una guerriglia tra romani e
camorristi. Nel frattempo, sogna un ritorno sul piccolo schermo –
lo avevamo visto al Grande Fratello, o forse era Buona Domenica? - e
spera che, se non le sue doti canore e il look studiato, sia il culto
della violenza a condurlo alla gloria mediatica. La lei del falso
Jeeg, interpretata dalla deliziosa Ilenia Pastorelli, è sensuale,
inconsapevole, matta. Qualcuno l'ha fatta piangere, da bambina, e
adesso si imbatte nello scortese Enzo, che purtroppo non sa amarla
nel modo giusto. All'ex gieffina, rivelazione in abito confetto, si
affianca il corpulento Santamaria della porta accanto, che nelle
sequenze iniziali si becca radiazioni e superpoteri. E,
paradossalmente, all'inizio incapace di qualsivoglia tenerezza,
scortese e misantropo, è con la mutazione – e con la trasognata
Pastorelli per mano, come Reno e la Portman nello splendido Léon
- che rispolvera l'umanità di cui, in fondo, è capace. A
malincuore, mi trattengo mezzo voto – puntavo, infatti, a un otto
pieno – per un epilogo che, a tratti, può rivelare la perdonabile
modestia della produzione e la parentesi di un'organizzazione
criminale che, sulla scia delle cupe crime stories di Sollima e
Placido, avrebbe meritato un'indagine maggiore. Splatter,
autoironico, hard boiled, tenerissimo, Lo
chiamavanoJeeg Robot è
tanta roba (la “b”, prego, è doppia):dagli
americani prende due professionisti sorprendentemente versatili –
com'è noto, Santamaria e Marinelli hanno curato anche le tracce
della sconvolgente colonna sonora sanremese – ma agli
americani, sottovoce, insegna l'emozione non da poco che mancava. Ha
un cuore d'acciaio, nessuna paura e tutti noi, che gli restiamo
accanto: perché lui, che corre e va per la terra, che vola e va tra
le stelle, è il Jeeg che aspettavi ma non ti
aspettavi. Lui,
lui che può. (7,5)
Arrivavano con
l'alzarsi del vento e con la Quaresima alle porte, mamma e figlia,
per scombussolare i fioretti
dei parrochiani e gli equilibri di un incantato borgo
francese. In Chocolat, la bella pasticciera Binoche
seminava zizzania. Si alza il vento anche in
The Dressmaker e, in una
Australia degli anni cinquanta che sembra uscita dal vecchio west,
rotolano in stada le balle di fieno e sbattono gli stipiti delle
porte. Spunta di notte, come una strega, la figliol prodiga e
prende possesso della casa sulla collina.
Un tubino rosso fuoco, i tacchi a spillo, un abito per ogni occasione
che attira sguardi di disapprovazione. Tilly Dunnage, stilista alla moda, è
una donna in cerca un po' di risposte e un po' di vendetta. L'hanno
bandida da quelle terre, alla stregua di un demonio, e spiandola
tutti mormorano “assassina” a mezza voce. Però quant'è
seducente. Però quant'è rancorosa. Sarà vero oppure no che, da
bambina, ha spezzato il collo a un coetaneo, sperando di farla
franca? The Dressmaker,
presentato in anteprima al Torino Film Festival, è una squisita
commedia retrò, sullo sfondo di una polverosa Australia e cucita sulle misure di Kate Winslet: procace,
espressiva, costante nelle interpretazioni. I brutti anatroccoli diventano cigni, saltano i
matrimoni combinati e, dagli annales, fanno capolino tresche segrete
e scandali. L'eroina senza padre marcia, indomita come un'amazzone, e in cerca della verità mostra che rivalsa e guerriglia non sono
cosa da uomini e che il gentil sesso, vedi l'omertà e i colpi
proibiti, così gentile non è. Nella sua guerra privata, toni grotteschi, messaggi in filigrana e comprimari irresistibili: una
straordinaria Judy Davis, genitrice nevrastenica;
l'esilarante sceriffo Hugo Weaving, che dopo Priscilla
torna al sogno dei boa di piume
e dei lustrini; un galante Liam Hemswort, non il solito
marcantonio senza arte né parte. La prima parte,
frivolissima e spensierata, trae in inganno; la seconda, con questa
protagonista che si attira lutti da ogni parte, prende in
contropiede. Esiste la sfortuna? A cosa può spingere
provare che il tuo amore e più forte dell'odio altrui? Più che dai
colori pastello, allora, The Dressmaker si
rivela essere una commedia nera in transizione.
Unnovello Chocolat,
sì, ma più caustico, che avvelena i diabetici e della gramigna,
erba infestante, fa un doveroso falò di vanità. (7)
La
scintilla del fulmine, un corpo mostruoso che prende vita, uno
scienziato che – dall'alto del suo spirito di onnipotenza – urla
“è vivo”. Cosa c'era prima della creatura, il
suo esperimento più riuscito? Era una professione solitaria quella
del medico sui generis di Mary Shelley e com'erano la sua gioventù, il
suo passato, prima che inventiva, curiosità e genio lo portassero
sulla via del non ritorno? Dopo l'attento Branagh e il dissacrante
Brooks, senza voler ricordare infinite miniserie tivù né scomodare
i grandi classici della settima arte, da inserire nello stesso filone
di retelling in chiave dark (ma non troppo) di Dracula Untold
e The Wolfman,
arriva Victor
Frankenstein.
La storia che abbiamo letto e riletto, visto e rivisto, ma in chiave
giovanile e parzialmente postmoderna. Un po' prequel e un po' reboot,
ha la sua particolarità in un approccio scanzonato, che nella prima
parte coinvolge decisamente, e nel narratore: non il Victor del
titolo, enigmatico e spregiudicato rampollo, bensì Igor, il suo
deforme braccio destro. Chi era e come si conobbero?
Con Max Landis, figlio di cotanto padre, a scrivere e Paul McGuigan,
da me molto stimato in Slevin
e Wicker Park,
alla macchina da presa, Igor – salvato dal circo, innamorato di
un'avvenente trapezista, guarito dalla sua famosa deformità –
diventa socio alla pari, coinquilino e migliore amico. Interpretato
da un Radcliffe che sa prendersi poco sul serio e convincere, è lui,
in definitiva, la sola creazione senza intoppi di un McAvoy
esagerato, carismatico, la cui parlantina lascia francamente
ammaliati. Tanto il primo lavora a sottrarre, quanto il secondo ad
aggiungere e, soprattutto nella prima ora, si raggiunge un equilibrio
che convince, pur coi suoi limiti. E, strana coppia che non sono
altro, ricordano moltissimo Law e Downey Jr. nello SherlockHolmes
secondo Guy Ritchie: altrettanto leggeri, fisici, disimpegnati. Le
cose funzionano meno, purtroppo, nell'epilogo: una festa di effetti
speciali, l'ennesimo e poco necessario trionfo della computer
grafica, in cui la sceneggiatura di Landis si riallaccia come può al
capolavoro ottocentesco, ma il risultato, con il mostro che ricorda
un orco del
Signore degli anelli e
una o due esplosioni in surplus, lascia a desiderare. Più
affascinante e meglio recitato dell'accoppiata Stoker-Luke Evans,
meno soporifero di uno sbagliato Benicio Del Toro in versione
licantropo, il novello Victor
Frankenstein, godibile fino alla fine, non serviva e comunque non meritava il
pubblico linciaggio ma, poco ma sicuro, con l'accoppiata coperta e
divano, in una visione casalinga e con la pioggia fuori, garantisce una
non trascurabile compagnia. (6)
Negli anni, il
cileno Alejandro Amenàbar si è rivelato una giovane promessa su cui
puntare. Dopo l'esordio con il noir Tesis, che purtroppo mi
manca, ha mietuto grandi consensi con l'onirico Apri gli occhi, a
cui dobbiamo il per me bellissimo Vanilla Sky; lo psicologico The Others,
con una Kidman che sembrava Grace Kelly; il premiato Mare dentro; il
rabbioso ma illuminante Agorà.
Torna alla base, alle origini, con un thriller a tinte horror scritto
e diretto da lui in persona. Ma ne siamo proprio sicuri? Regression
segue le indagini dell'agente Kenner: Angela Gray, diciassettenne
pietrificata dallo shock, ha accusato il padre di violenza carnale,
in una ristretta e bigotta cittadina statunitense. Ma c'è di più.
Uomini di nero vestiti, chiamate nel cuore della notte e incubi
ricorrenti, potrebbero indicare – come Angela, d'altronde, giura –
la presenza del Maligno? Stupro brutale o sacrificio rituale?
L'ipnosi, tecnica sperimentale negli anni Novanta, per scovare quel
che le vittime hanno rimosso. Regression parla
di suggestione, e suggestiona: i suoi protagonisti si muovono infatti
tra il sonno e la veglia, nottetempo, e tutto è dubbio e mistero. La
resa visiva, ottima, cattura coi toni di grigio, la pioggia perenne,
i vetri appannati delle auto. Ma l'ultimo Amenàbar diventa –
neanche a farlo apposta – altrettanto grigio, slavato, appannato.
Faticoso nell'esposizione, cervellotico e cavilloso invano. Nella
chiusa, scontatissimo. Il detective accigliato, l'adolescente vittima
di abusi, le ombre lunghe e il sospetto dei riti satanici. Cosa è
vero e cosa no? Dov'è che finisce la superstizione e inizia la
verità? Regression gioca
a carte scoperte sin dall'inizio e, per tutto il tempo, invano,
soffia fumo negli occhi. Ethan Hawke, in parte al solito, sfrutta il
fascino dannato che naturalmente si ritrova e che io gli invidio. Emma Watson, attesissima
in un ruolo distante anni luce da quello dell'indimenticata Hermione,
con l'espressione sempre afflitta e l'aria da Santa Maria Goretti, è
forse la peggiore attrice dello scorso anno. Un ruolo chiave, un
personaggio ambiguo – ora serafico, ora diabolico -, ma lei eccede
di smorfie, faccine e la sua bellezza senza fronzoli finisce per
convincere più di una prova da recita scolastica. Allieva della
stessa scuola di Keira Knightley e Barbara D'Urso, secondo voi? Ancora,
Regression parla di
fede e credenza. Crederci
è la parola chiave. E io, assonnato e irritato dalle
lacrime di coccodrillo di lei, non ci ho creduto neanche un po'. (5-)