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lunedì 1 dicembre 2025

Torino Film Festival 2025: Pillion | Eternity | Kiss of the Spider Woman | El Cautivo

Harry Melling, anonimo ausiliario del traffico con l'hobby del canto corale, diventa lo schiavo – sessuale e non solo – del bellissimo motociclista Alexander Skarsgård. Nel loro rapporto i baci sulla bocca, le confidenze troppo intime, le cene in famiglia sono severamente al bando. Ma se i sentimenti ci mettessero lo zampino? A più di vent'anni da Secretary, arriva un'altra commedia indie – nei nostri cinema dal prossimo 12 febbraio – a sdoganare la dipendenza emotiva e il sadomasochismo. Con tutte le carte in regola per diventare un nuovo cult, Pillion parte come una fantasia di sottomissione. Ben presto, però, si trasforma in una parabola sul tabù della vulnerabilità maschile. L'inesperto Melling osa. Può forse dirsi lo stesso di Skarsgård, impietrito dalla quotidianità? Se la loro relazione è rigida e normata, perfino nella trasgressione, l'esordio di Harry Lighton gioca senza regole. E prima diverte, poi imbarazza, infine spezza il cuore, rivelandosi la versione in latex del capolavoro di Todd Haynes. L'amore più struggente dell'anno? Ha un'orgia come festa di compleanno. E insegna che la libertà, a volte, passa dal BDSM. (8)

Il mio primo film del Torino Film Festival, la mia prima sorpresa. Perché Eternity, a breve in sala, resterà la romcom più riuscita dell'anno. Garbato, elegante, divertente senza rinunciare a un po' di struggimento, è la storia di un triangolo amoroso ultraterreno. Morta ormai anziana e in un letto d'ospedale, Elizabeth Olsen si scopre nuovamente desiderata in un aldilà variopinto e dettagliato in cui i trapassati hanno una settimana per scegliere dove trascorrere l'eternità. Il paradiso avrà le fattezze della Florida o di una baita in montagna, delle Hawaii o della Francia degli anni Trenta? Indecisa tra mille proposte, in un gate che somiglia a una giornata dell'orientamento, dovrà anche districarsi tra il burbero marito Miles Teller e l'indimenticato primo amore del fascinoso Callum Turner. Accanto a loro, sempre in equilibrio tra emozione autentiche e sfumate, c'è la premiata all'Oscar Da'Vine Joy Randolph come spalla comica. Prendete la serie TV The Good Place. Conferitele l'estetica di The Truman Show. Sceneggiatela come una commedia teatrale della Golden Age. E la delizia, targata al solito A24, è presto servita. (7,5)

Se il cinema è evasione, il musical è il genere più cinematografico tra tutti. Ma si può trasformare una pagina nerissima di storia contemporanea in un abbagliante incanto in technicolor? L'ultima trasposizione del romanzo di Manuel Puig canta di dittatura e lustrini, amori e rivoluzioni, oscillando dal dramma carcerario al musical degli anni Cinquanta. Siamo in Argentina, durante la dittatura militare. Due prigionieri – un omosessuale accusato di atti osceni e un rivoluzionario – combattono le violenze fisiche e psicologiche raccontandosi la Hollywood degli anni d'oro. Le coreografie sono trascinanti, ma le canzoni poco memorabili. Le fantasie metacinematografiche non sempre si amalgamano al resto, e la patina delle danze spesso sconfina anche in cella. Jennifer Lopez, splendida come non mai, è una diva che interpreta una diva. Sempre in parte Diego Luna, qui affiatatissimo con il querulo e struggente Tonatiuh – quest'ultimo, esordiente, affronta a testa alta il ruolo che valse l'Oscar a William Hurt. Nonostante siano tutti intonatissimi, qualche stonatura c'è. Ma quando la vita imita l'arte, e viceversa, che shock l'accendersi delle luci in sala e l'arrivo dei titoli di coda. (7)

Che fine ha fatto Alejandro Amenàbar? Ormai lontano dai trionfi di Apri gli occhi, The Others e Mare dentro, torna al cinema a un decennio dall'ultimo film. La sua ultima fatica è la biografia romanzata dell'autore di Don Chisciotte, con tutti i pregi e i difetti che ci si aspetterebbe da una coproduzione Rai e Netflix. Pop, godibile e ammiccante, racconta la prigionia del giovane Miguel De Cervantes. In fuga da Madrid con l'accusa di omosessualità, finisce catturato ad Algeri. In pugno ai mori, che vorrebbero convertirlo all'Islam, mette a frutto le sue doti oratorie per rabbonire il crudele Bajà. Ben presto, il carceriere – al vertice di un dissoluto  harem al maschile – si scoprirà attratto sia dalle storie del prigioniero galantuomo, sia dalla sua bellezza. Diviso tra amore e libertà, nostalgia per i mulini della Mancia e interesse verso i costumi orientali, Julio Peña Fernandez - classe 2000, e già stella dei teen drama spagnoli – è il protagonista di un dramma storico non sempre accurato e dall'esotismo a tratti stucchevole, ma con un Alessandro Borghi degli occhi bistrati per fiore all'occhiello. L'ode al potere seduttivo delle storie? Piace, in fondo: anche quando le storie, come in questo caso, sembrano frutto di Wattpad. (6)

sabato 4 luglio 2020

La paura resta a casa: Favolacce, The Lodge, Vivarium, The Room, Gretel and Hansel, The Turning

Un gruppo di bambini in preda alla noia dell'estate. I rispettivi genitori: disincantati, volgari, maneschi. Una ragazza incinta, né piccola né grande, che vorrebbe chiamare sua figlia Sara: come la canzone di Paolo Meneguzzi. Intorno a loro, una provincia romana talmente sonnacchiosa da sembrare, a torto, rassicurante: presto comparirà in tutti i telegiornali. Ritratto tragico e disturbante, talora un po' gratuitamente, il secondo film dei D'Innocenzo mescola stilemi fiabeschi e cronaca nera. Ma nella forma ammicca ai grandi maestri – Haneke, Lanthimos, Coppola, perfino l'Ari Aster del recente Hereditary –, affascinando grazie a una confezione minimalista ed elegante. Rispetto all'esordio, il più compiuto ma prevedibile La terra dell'abbastanza, i registi mettono meglio a fuoco la loro poetica e alzano l'asticella con un film ambizioso. Come i piccoli protagonisti, costruiscono bombe come compito per casa ma non le fanno mai esplodere. Preferiscono innervosire lo spettatore, accumulando tensione fino all'ultimo; allettarlo con una fotografia incantevole e tematiche – sesso, depravazione, omicidio –, al contrario, respingenti. Ne viene fuori un dramma irresistibile nella sua complessità, con una chiusa shock e un Elio Germano, nonostante il ruolo marginale, indimenticabile nella sua fragilità. I bambini sembrano usciti da un film di Sean Baker. Ma i campi lunghi, i quadretti familiari stranianti e grotteschi, li rendono imprevedibili. A raccontarceli è la voce di Tortora, che legge un diario scritto a penna verde: è verità o fantasticheria? Nel dubbio, ben vengano favolacce di queste. Che ti fanno svegliare di soprassalto, anziché andare a dormire sereno. La morale arriverà forte come uno schiaffo. (7,5)

Due bambini, la nuova fidanzata di papà, una convivenza forzata durante prima di Natale. Potrebbe sembrare l'inizio di una commedia anni Novanta, sull'armonia delle feste e le famiglie allargate, ma fuori c'è una tempesta di neve che ricorda i tracolli emotivi di Shining. È l'avvio di un incubo che si addice agli autori di Goodnight Mommy: come questo, un horror psicologico ad altezza bambino sulla maternità, l'isolamento, l'elaborazione. Mentre i bambini hanno da poco seppellito la madre suicida, la giovane matrigna è reduce da un passato traumatico che combatte ingollando pillole. In quella casa, per quanto grande, c'è spazio per un unico disagio.The Lodge resterà uno dei prodotti di genere migliori dell'anno. Scomodo e destinato a dividere, destabilizza con i suoi personaggi odiosi e un epilogo esemplare nel suo essere beffardo. Snervante dall'inizio alla fine, è un logorio interiore che non ha nulla da invidiare al cinema di Aster o Eggers: anzi, a differenza dei registi citati, Severin Fiala e Veronika Fanz non peccano mai di inutile manierismo. Qui, affiancati dal direttore della fotografia di Lanthimos, non tradiscono né la loro poetica né il loro disagio e convincono ancora più che in passato grazie a una straordinaria Keough, attrice su cui scommettere in futuro. The Lodge è un infernale notte bianca presso una meta frequentatissima – l'alta montagna –, che a sorpresa ci regala un incubo che non avevamo ancora sognato. (8)

Una coppia in cerca di una sistemazione si rivolge a un'agenzia. L'impiegato propone un quartiere residenziale fatto di villette a schiera tutte uguali e di vicini talmente silenziosi da sembrare invisibili. I cieli sono dipinti di un azzurro perenne e, solcati da nuvole paffutelle, sembrano sbucati da un dipinto surrealista. Una volta entrati nel quartiere, però, sarà impossibile uscirne. Non fatevi ingannare da due protagonisti solitamente solari e simpatici, qui sull'orlo di una crisi di pianto. Non fidatevi dell'incantevole poster alla Dalì. Vivarium è un esperimento sociale che ha poco di commerciale, poco di accomodante, poco di colorato. L'idea di partenza, abbastanza strana da risultare buffa, si rivela lo spunto di un loop amaro e claustrofobico. Visivamente e narrativamente affascinante, il film ricorda il Polanski della Trilogia del Condominio e i deliri di Lynch; conferma il talento poliedrico della sottovalutata Imogene Potts, inoltre, e piace anche senza indicazioni relative a come uscire incolumi. Il difetto è che si perde in un dedalo spaventoso, anche a costo di girare un po' a vuoto. Di amareggiare chi si aspettava una spiegazione razionale, lo scioglimento moraleggiante di quest'apparante metafora sul conformismo fatale della vita di provincia. Con l'uomo che sgobba e la donna che si fa angelo del focolare. Con entrambi che restano intrappolati nelle gabbie dei ruoli di potere. Con entrambi morti, ma di noia e routine. (7)

Ricordate la Stanza delle necessità della saga di Harry Potter? È realtà per una coppia di sposi novelli, partiti dall'Europa per vivere il loro sogno americano. L'acquisto di una casa nuova, al solito decadente e dal passato losco, con una camera segreta non indicata nella planimetria: all'interno tutti i sogni diventano realtà. Dal denaro alle opere d'arte, dagli abiti ai gioielli. Cosa succederebbe se chiedessero qualcos'altro, ad esempio il bambino che manca per essere felici davvero? A dispetto dell'incipit canonico, The Room – ennesimo omaggio alle atmosfere della Twilight Zone – si difende bene con uno sviluppo fascinoso e interessante, giocato nei territori dell'etica. Radunate pochi mezzi e una buona idea, ingaggiate una manciata di attori convincenti, aggiungete scenografie favolose – cupe, opulente e immaginifiche, capaci di ricreare perfino un bosco innevato tra le pareti domestiche. Rielaborazione moderna della favola di Pinocchio e del mito di Edipo, il film – dalla forte matrice europea, per fortuna – si mostra interessato non tanto all'aspetto paranormale quanto al lato umano, e indaga così le tensioni crescenti nella coppia anziché i misteri della casa maledetta. Peccato: in un anno diverso da quello corrente, avrebbe trovato anche un meritato angolino nelle sale cinematografiche. (7)

C'erano una volta due bambini, un bosco e una strega cattiva. L'epilogo, ovviamente lieto, lo conoscono anche le pietre. In tempo di rifacimenti in chiave contemporanea e femminismo, però, lasciate ogni speranza voi ch'intrate nella famigerata casa di marzapane. Riletta dal talentuoso Oz Perkins, la favola dei Grimm diventa un horror iniziatico sotto funghetti allucinogeni – imperfetto ma affascinantissimo – che ricorda nello stile e nelle riflessioni The Witch e The Neon Demon. Portentoso dal punto di vista visivo e anticonformista nel messaggio, pone al centro del titolo e dell'avventura – senza forzature – il personaggio di Gretel. Alla scoperta della propria identità, l'eroina si libera dai legami e dalle convenzioni dei generi. Tra lei e la strega, questa volta, ci sono simmetrie inquietanti. Che il fratellino, il terzo incomodo, sia sacrificabile? Film dalle atmosfere conturbanti, nonostante la sceneggiatura confusa, è un racconto allegorico che potrebbe fare la gioia degli esteti e dei cultori del genere. Il regista è il figlio di Psycho, la protagonista è la Beverly dell'ultimo It, la strega cattiva era già l'indimenticabile villain della trasposizione di Silent Hill. Venghino signori, venghin. Questo vaneggiamento è un incubo lisergico da cui non vorremo svegliarci. (6,5)

Una bambinaia lascia la città per un incarico dell'ultimo minuto. Badare a una coppia di ragazzini inquieti e inquietanti, che vivono in una magione dall'aria infestata. Se la trama non vi è nuova, è perché ispirata al classico di Henry James: Giro di vite, gotico proposto e riproposto in remake a volte dichiarati, altre meno. A prendere le mosse da qui sono stati anche due capolavori come The Innocents e The Others. La pescarese Floria Sigismondi traspone il romanzo in chiave moderna. Purtroppo, com'era prevedibile, l'operazione non trova né la forza né il coraggio di abbandonare l'archetipo. Anacronistico, il film si lascia guardare in ogni caso con piacere grazie al fascino indiscreto delle sue suggestioni. Ma tra bambole, manichini e ombre minacciose, non manca proprio niente a un repertorio di cliché lontano dall'essere rinnovato. Scontato, superfluo e stiracchiato, The Turning non si lascia neanche rivalutare alla luce del confusissimo colpo di scena finale. Mackenzie Davis è sempre incantevole, Finn Wolfhard e Brooklyn Prince sono sempre insopportabili. Lo zampino della DreamWorks si noterebbe anche a occhi chiusi. Durante la visione, ho pensato vagamente ai vecchi Haunting e Le verità nascoste. E quest'ultimo tassello, ambientato vent'anni fa, per ironia della sorte finisce per sembrare proprio un figlio dei 90s abbastanza tradizionale da risultare sorpassato. (5)

lunedì 16 aprile 2018

Recensione: Mary e il Mostro, di Lita Judge

| Mary e il Mostro, di Lita Judge. Il Castoro, € 15,50, pp. 312 |

In anteprima allo scorso Torino Film Festival aveva il fuoco interiore e la bellezza statuaria di una Elle Fanning ancora inedita nelle sale. Mary Shelley, nella romanzata e romantica biografia della regista saudita Haifaa Al-Mansour, era un'eroina d'altri tempi con il desiderio di prendere il mondo a morsi e d'imporsi a testa alta sulla logica maschilista della Londra vittoriana. Qualche dettaglio sfuggiva, nella fretta di due ore di cronaca, ma a distanza di mesi ne ricordo bene la curiosità intellettuale, l'innata grazia, i drammi; la voglia di approfondire, anche a costo di farmi male, gli impulsi che portarono una ragazza di diciotto anni appena a meditare sui moventi e i punti di rottura (e sutura) di un mostro che – per umanità, per ferocia – non ha mai smesso di rubarci notti e donarci spunti di riflessione. Mary Wollstonecraft Godwin: chi era davvero? Non condensata in un feuitteton, anche se di quelli assai ben fatti. Non sottoposta alle leggi dei padri, degli editori e di quella natura matrigna di cui, superba a giusta ragione, la scrittrice si rivelò a sorpresa superiore.

Raccolgo le gambe e le braccia
per farmi piccina.
Ma non sarò mai così piccola
da smettere di pensare.

La racconta fra i versi e le immagini una biografia assolutamente singolare, scritta e illustrata da Lita Judge. Un diario poetico in bianco e nero, al carboncino, con il fascino della graphic novel e le parole centellinate ad arte del flusso di coscienza. 
Chi era, ancora, il suo anonimo mostro, al quale i più attribuiscono per errore il nome del folle creatore che lo creò per poi abbandonarlo a sé stesso?

Le ragazze dovevano essere gentili
e obbedire alle regole.
Le ragazze dovevano essere silenziose
e ingoiare punizioni e dolore.

Ma lei non si nascose.
Non si lasciò zittire.
Lottò contro la crudeltà della natura umana.
Scrivendo.

Nacque in una casa piena di libri, con la notte tagliata in due da una cometa dal nome di donna. Il padre, libraio spregiudicato piegato dal pugno di ferro della seconda moglie; la madre, poetessa dai costumi notoriamente liberali, morta dando alla luce la secondogenita. Le dissertazioni di Coleridge a cena, e l'idea di poter diventare qualsiasi cosa volesse. Prima dei debiti. Prima del colpo di fulmine per Percy Bysshe Shelley: dongiovanni già sposato e affatto intenzionato a far di lei una donna onesta, la destinerà a un'esistenza errabonda, sulla scia di un sogno – quello della scrittura – che prima li unisce e poi li divide. Le loro migrazioni continue con al seguito Claire, sorellastra di Mary e compagna di letto di Percy, li condurranno dalle speranze infrante della Francia napoleonica all'Italia vacanziera, fino alla villa di campagna del dissoluto Lord Byron. Lì, nel bel mezzo di una tempesta metereologica e creativa, nascerà per sfida e per sfogo un capolavoro della narrativa gotica. Nel mezzo: la perdita di un figlio, il disonore per i continui tradimenti coniugali e, in uno splendido covo di angeli caduti, ecco consumarsi la rivoluzione dell'amore. 
In pieno XIX secolo, l'oppio, l'abbraccio del fiume e i dolori del parto uccidono spietatamente molte delle figure femminili che incrociano la strada di Mary. Ma le donne, fragili e sfortunatissime in epoche così malsicure, sono fatte però della stessa sostanza dell'Onnipotente: creano la vita da una spinta, da una scintilla.

Creare spezza le ossa,
come le membra di un neonato
che spingono attraverso il corpo della madre.

E' un cuore che batte,
come il bambino appena nato
che tieni in braccio.

E' terribile,
e bello,
come imparare a respirare di nuovo.

Le scintille sono quelle del fulmine, delle scosse elettrostatiche, quando il mostro si solleva dalle pagine e dal tavolo autoptico. Frankenstein è metafora di un altro parto, per una Mary dal grembo e dal cuore ormai inaridito. La costola di Eva. Un alter-ego dell'autrice stessa, dei suoi figli bastardi, che fa da giustiziere e da cassa di risonanza. E allora può crearsi un dialogo fra loro, creatura e creatrice, in un evocativo gioiellino di forma e contenuto da esporre con vanto in libreria. Da sfogliare, leggere e rileggere, per rinfrancare a qualsiasi età occhi, cuore e mente. 
Oltre che per l'indicibile cura dell'impaginazione, Lita Judge sorprende infatti per una scrittura interessantissima, a confine, che non si accontenta di fare da semplice didascalia. Per saperne di più dei dolori del processo creativo, dei reali retroscena. Per scoprire un'arte a tutto tondo che non mi appartiene, no, eppure mi chiamava da un po'. Dalle nebbie da un tempo – due secoli, ormai – che è sembrato volare. Dalla tomba, a sei piedi sotto terra.

sabato 10 marzo 2018

Mr. Ciak - Torino Film Festival: Revenge, The Crescent, The Lodgers, Les Affamés

Alcune bellezze sono così sfacciate da mettere nei guai. Succede a Jen, che arriva a bordo di un elicottero privato nella villa dell'amante. Una casa da rivista nel bel mezzo del deserto di Mad Max. Il sesso, le feste, i viscidi soci di lui. Che la guardano ballare con la bava alla bocca, la desiderano, la hanno con la forza. Prima stuprata, poi messa a tacere con le cattive, Jen muore e resuscita in un letterale bagno di sangue. La sua sola colpa: essere troppo bella. Il suo solo scopo, se in un rape and revenge di quelli classici ma rigorosissimi, vendicarsi in maniera memorabile. Nero, esilarante, femminista, Revenge di originale non avrebbe nemmeno il titolo. Cosa me l'ha resto però un potenziale cult all'interno di un sottogenere che di spregevoli violenze sessuali e torture esemplari ne ha proposte e riproposte in abbondanza? Lo stile inappuntabile di chi sa unire Lolita a Rambo, un'estetica assurdamente alla moda a una violenza ributtante. Il corpo a corpo a nudo, come in La promessa dell'assassino, e trip allucinogeni che amplificano i cinque sensi ma spengono il dolore. Il mancato physique du role di due dei tre aguzzini, quasi buffi, e quello invece da capogiro di una Matilda Lutz che ci mette l'anima e soprattutto il corpo. Non violentate Jennifer, recitava il titolo del capostipite di film come questo. Non ci provate neanche lontanamente con l'attrice di origini italiane, già vista con occhi innamorati in L'estate addosso e Rings, che qui impressiona ancheggiando perfino uno spettatore poco ormonale come me e lascia che tutti i nodi vengano al pettine, armata di fucile e tanga. Se in un film che ha la marcia in più del cinema francese, se diretta da una regista donna, se in un'opera prima di quelle autoironiche e spregiudicate, Matilda passa da succinta icona sexy ad amazzone, da oggetto sessuale a corpo contundente. Mostrando che per alcuni fondoschiena, per qualche amore sbagliato, è necessario avere il porto d'armi. (7,5)

Mamma e figlio, una villa sulla scogliera troppo grande per due, un vuoto. Si sente forte la mancanza dell'uomo di casa, se il bambino piange e fa i capricci. Si sente forte la mancanza di un compagno, se si è ancora giovani per essere vedove e il crepuscolo, il vicinato, pietrificano per lo spavento. Quando cala il buio, dall'acqua emergono figure spettrali. Il male gocciola sul bagnasciuga e, immobile, spia dalle finestre. Cosa vuole la notte da quei protagonisti fragilissimi, già perseguitati dalla morte e dagli spettri della perdita? Horror psicologico che con molta probabilità e altrettanto disappunto qui non vedrà mai la luce, The Crescent è un esordio precoce, impressionante, nel segno delle tragedie familiari e dei simboli sfuggenti di quel Babadook che miete già proseliti. La prima parte ha la lentezza e l'intensità di un dramma a due. Mamma e figlio, bravissimi, dividono la scena fra momenti di sconforto e altri di tenerezza. Ti ci affezioni piano. Speri che lui si comporti da ometto e che lei riesca a trovare nella pittura, nell'amore per il piccolo, una via di fuga dalla depressione. La suggestione, le stranezze, salgono insieme all'alta marea, ma l'esordio del canadese Seth A. Smith affascinava già prima che i misteri della costa venissero a galla. Per la bellezza dei moti ondosi che, in sequenze quasi liriche, si confondono con i grumi di colore delle opere d'arte della protagonista. Per l'umanità di naufraghi del dolore che per tutto il tempo vorrebbero soltanto aggrapparsi: alla vita che resta, tra loro. Spaventa la mutamorfosi del sinistro dirimpettaio, che nasconde sotto la pelle la corazza di un paguro in cerca di casa. Si intuisce il colpo di scena finale, arrivati al giro di boa, ma il difetto è un altro: quei finali, al plurale, sì, che appaiono di troppo. Puntini sulle “i” per dare confini precisi a un incubo lynchiano; a un delirio subacqueo che un senso, una chiave di lettura, li troverebbe lo stesso. Alla deriva in un film, in un oceano – emblema ora di vita, ora di morte –, che strappa e risarcisce. (7,5)

La solita magione fatiscente nell'Irlanda del primo Novecento. Due gemelli – lui morboso e agorafobico, lei desiderosa di scappare con un giovane soldato ferito – che hanno chiuso fuori il mondo. A mezzanotte, la loro casa ospita i fantasmi. I due, chiusi in camera da letto, ne evitano il contatto: pur sapendo che è cosa impossibile eludere le loro attese; cambiarne i piani. Il regista Brian O'Malley, presente in sala, ha citato The Others, Giro di vite e Miriam si sveglia a mezzanotte fra le proprie ispirazioni. Ha parlato di un'educazione come artista, che si palesa a colpo d'occhio nelle atmosfere fiabesche e in un'insolita cura formale – nota a margine, ha scelto come set cinematografico una casa dalla fama losca che, nell'anno delle riprese, avrebbe compiuto fatidicamente 666 anni. Avrei anche perdonato la scarsa originalità, un colpo di scena male assestato, ma The Lodgers non ci prova nemmeno. Nessuna attesa, nessuna suspance, nessun brivido. Che senso hanno i fantasmi senza questioni irrisolte, se di un solito horror si tratta? Accanto alla bravura dei protagonisti, quei Charlotte Vega e Bill Milner che a onor del vero hanno volti inquietanti il giusto, in The Lodgers purtroppo si stentano a trovare altri pro. Affascinante nelle atmosfere ma sonnolento – chiedetelo a mio fratello, che non ha resistito a occhi aperti allo spettacolo delle ventidue –, questa solita ghost story ha spauracchi che paura non fanno e uno sviluppo non prevenuto. Stanco, non ho neanche avuto voglia di pungolare Diego per irritarlo a dovere. The Lodgers si meritava il suo sonno, sì, e i sottotitoli su Cineblog01. Non una sala per sé, né di certo un festival. (4,5)

Il solito manipolo di sopravvissuti, tra le nebbie e le campagne di un paese che resiste a un'inspiegata apocalisse. Spostarsi qui e lì, ma purtroppo a passo di gallina, in cerca di qualche supersiste con cui relazionarsi e di non morti ora da raggirare, ora da uccidere con qualsiasi arma a disposizione. Ero curioso di conoscere gli zombie secondo Robin Aubert, pare assai bene accolto allo scorso Toronto Film Festival. Di scoprire un cinema franco-canadese che non viveva soltanto del genio di Xavier Dolan, ma anche di registi poco conosciuti alle prese con una storia troppo risaputa. Les affamés (disponibile anche su Netflix, con il titolo I famelici) non mi è piaciuto, e non ne faccio misteri. L'ho trovato irritante, pretenzioso, e a fine visione non ho fatto compagnia a quegli spettatori che hanno abbozzato un mezzo applauso. Visivamente suggestivo (i misteriosi totem eretti nella brughiera, l'inquietante fissità di mostri immobili come le gemelline di Kubrick, un gore presente nelle giuste dosi), è un horror scarno, secco, ma vuoto più che esile. Si va lenti, molto, pur essendo per tutto il tempo in pericolo mortale. Si vagabonda senza speranze come nella Strada di Cormac McCarthy, ma senza mai prendere a cuore i protagonisti – volti e vicende anonime, che il pomeriggio stesso avevo già scordato. In un genere a digiuno di novità, con gli zombie che da otto anni a questa parte si sono fatti anche a puntate, Les affamés sceglie le peggiori borie da film da festival per distinguersi. Come se tutta questa noia, nell'horror, fosse poi l'ingrediente che mancava. (5,5)

sabato 9 dicembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: The Florida Project, They, Daphne, Favola

Un conglomerato di palazzine lilla a un passo da Disneyland. Che carino, dici tu: i colori delicati, un cortile con piscina, i cartelli stradali che parlano di Sette Nani e altri personaggi da fiaba. In una scena, però, una coppietta di sposini porta i bagagli nella hall e subito fa dietrofront, fra l'indignazione di lei e la mortificazione di lui. Il parco divertimenti, infatti, è vicino ma non abbastanza. Il complesso di appartamenti gestito da un dolcissimo Willem Dafoe ospita brutta gente, brutte storie. Gli sfrattati dalla vita che si arrangiano – facendo lavori a tempo determinato, truffando chi capita, spesso prostituendosi con i figli chiusi giusto nella stanza accanto – ed esistono ai margini delle strade a scorrimento veloce, del sogno di una America per turisti che non sanno o non vogliono guardare da vicino. Nell'equivalente delle nostre case popolari, gli ospiti di Dafoe – che non pagano puntuale, si azzuffano, lo invischiano in disastri grandi e piccoli – lasciano che d'estate i loro bambini scorazzino qui e lì. Mamme single, soprattutto, mamme adolescenti, con uomini che, richiusa in fretta la patta, sono scappati altrove. La Florida di Sean Beaker, di cui dopo questo gioiello indie mi toccherà rimediare il rimediabile, con la bella stagione diventa la terra dei più piccoli. Gelati condivisi, ché un po' lecco io e un po' lecchi tu; facciamo a gara a chi sputa più lontano, centrando magari la macchina parcheggiata nel vialetto e la sua proprietaria arrabbiatissima; diamoci ai cibi spazzatura, alle parolacce, agli atti di piromania, tanto è tutto un gioco, e non c'è pericolo alcuno. The Florida Project, con una fotografia che contempli con occhi grandi così, mostra le giornate di tre sboccate e adorabili canaglie a cui non si resiste – Brooklynn Prince in particolare è di una naturalezza straordinaria, in gesti e dialoghi che ho immaginato improvvisati al momento. L'estate non finisce mai, come i loro sei anni. Gli adulti non vegliano. Quando si accorgono di qualcosa, quando finalmente guardano, vorrebbero infervorarsi ma scoppiano a ridere davanti a quella tenerezza tanto sfacciata. Allo stesso modo, quando potrebbe farsi più furbo e pesante – non scordiamoci del degrado tutt'attorno, di educazioni pessime che mettono sul chi va là gli assistenti sociali –, Sean Baker sdrammatizza con il filtro di infanzie in presa diretta che, nonostante la durezza del contesto, mi hanno ricordato la magia di quella di Boyhood e un po' la mia. I piccoli di The Florida Project, che poi sono il suo tutto, sono limpidi e incorruttibili. Non dovrebbero diventare mai uomini. Perciò, se il dramma irrompe, si prendono per mano e corrono più veloce del pensiero di crescere allontanandosi. Ti porto via io, promettono, e puntano all'arcobaleno. A prendere l'oro nascosto in una pentola, stando alla leggenda. A uccidere i folletti che lo sorvegliano. A riprendersi l'infanzia che spetta a noi, bambini grandi. (8)

Si fa chiamare J. Così, con un punto netto alla fine. La protagonista di They rifiuta infatti generi e pronomi. A volte indossa vestitini a fiori, altre pinocchietti da maschiaccio. I capelli corti, un visino bello e indefinibile, un foglio sul comodino su cui appuntare se nel giorno in questione si sente maschio o femmina. Nel dubbio, lascia parlare di sé alla terza persona plurale: loro. Loro deve passare qualche giorno con la sorella e il fidanzato di lei, entrambi artisti, se mamma e papà sono via per badare a una zia che sta perdendo la memoria. Loro ha poco tempo per sospendere la cura ormonale che ne rallenta lo sviluppo e per scegliere, in presenza del suo dottore, chi e che cosa essere da grande. Non si può rimanere bambini per sempre? Senza nome di battesimo, senza età, senza sesso? L'iraniana Anahita Ghazvinizadadeh sceglie per il suo primo film americano una storia difficilissima, di crescita e identità, a cui per fortuna conferisce con tocchi essenziali la delicatezza di un cinema indipendente che sa come non appesantire. A una prima parte sommessa e poetica, in cui ho sentito quasi che avrei potuto amarlo, il film prodotto da Jane Campion sceglie di parlare doppiamente di pluralità. Da una parte, la confusione di una protagonista ancora incapace di dare confini alla propria anima e al proprio corpo. Dall'altra, nel secondo tempo, la coralità dell'accogliente famiglia iraniana del cognato di J., più vicina alle origini della regista che alle necessità di una storia che di scorci d'oriente, di volti in più, non aveva affatto bisogno. Discreto, prezioso, irrimediabilmente irrisolto, They è sospeso fra scelte, fra sentieri, come certi bei film da festival. Come certe sessualità. (6,5)

Vive a Londra. Ha amanti di una notte e via, mai innamorati da presentare ai parenti. Ha un buon lavoro in centro, ma minaccia di licenziarsi un giorno sì e l'altro pure. Vorrebbe mangiare meglio, andare a correre regolarmente, smettere di fumare. Non desidera che un po' di felicità. Non sto parlando di Bridget Jones. Il film porta il nome di un'altra: Daphne. Una trentunenne sempre di corsa, rossa e segaligna, allergica alle frecce di Cupido. Non crede all'amore, descritto come una malattia degenerativa. Nel finesettimana, non va a cena da una mamma che ha combattuto contro un tumore alla tiroide. L'energica protagonista interpretata da una Emily Beecham da tener d'occhio – mio fratello giura di essersi invaghito di lei negli episodi della sottovalutata Into the Badlands – è preda del senso di inquietudine di chi si è perso in una grande città e porta sulle spalle un'armatura pesante di indifferenza. La corazza si infrange non quando trova banalmente l'uomo giusto – ne incontra diversi, ma non è interessata a nessuno di loro –, ma assistendo suo malgrado a un atto di violenza. Una rapina finita male di cui raccontare il trauma a uno psicologo. Ma Daphne non sente niente, o così crede. Da bambina desiderava la morte dei genitori per essere un'orfana servita e riverita, da adulta spezza cuori senza neanche accorgersene. Meccanismi di difesa che me l'hanno resa umana, antipatica: simile a me in maniera esasperante, in giorni in cui non mi piaccio, no. Ci si aspettava, in generale, più brio. Più divertimento da una anti-eroina di oggi a metà tra l'incallita zitella della Fielding e la dissacrante protagonista di Fleabag. Realistico, quotidiano, Daphne sembra aprirsi tardi al gusto del sarcasmo britannico e alla mano tesa del prossimo. Amareggiando troppo, con la differenza tutt'altro che sottile che passa tra l'essere single e l'essere soli. (5,5)

Gli anni '50 di quel cinema intramontabile a cui Todd Haynes, con grazia esemplare, ama rifarsi. I colori pastello, tutti elegantissimi, una finestra in soggiorno da cui si scorgono la cura del giardino e la bandiere americana. A casa, davanti a un drink, si scambiano chiacchiere e confidenze intime Miss Fairytale e l'inseparabile amica Emerald. Discorsi da casalinghe di quel tempo, lontane dalla parità dei sessi. I mariti traditori e a volte violenti, il sogno di vivere in una commedia con la Day, scappare insieme come una versione retrò di Thelma e Louise. Per quel che vale, potrebbero essere la Moore e la Blanchett, la Davis e Kim Novak. L'ospite è Lucia Mascino, bravissima attrice teatrale. La padrona di casa, invece, un Filippo Timi en travesti. Che interpreta non un personaggio transessuale, ma una donna con le gonne a campana e la messa in piega. Che non rende acuta la voce con cui ha doppiato Tom Hardy in Nolan, eppure ci appare scena dopo scena un esilarante e bellissimo angelo del focolare. Con gli UFO avvistati nel suo ridente sobborgo statunitense, un cambiamento a cui abituarsi dall'oggi al domani, un omicidio a sangue freddo da pianificare con la fuga che naturalmente ne consegue. Sua complice, insieme alla Mascino, Lady: una subdola cagnetta bianca per cui ogni occasione è buona per imboccare la porta principale – per fortuna, la riportano a casa a turno tre aitanti gemelli monozigoti –, peccato soltanto sia imbalsamata. Trasposizione per il cinema di una pièce che Timi ha scritto e interpretato qualche anno fa – sì, uno dei migliori attori del panorama italiano, stimato dai registi più impegnati di casa nostra, ha in realtà un ingegno acuto e una sorprendente anima queer –, Favola è una commedia grottesca, nera, unica nel suo genere, che potrebbe trovare più di qualche difficoltà a imporsi in sala. Come far circolare questo delirio irresistibile di danze, amori impossibili e costumi sgargianti, se il surreale lo si accetta più a teatro? Come rinunciarci però? Applausi e risate in sala, per un'accoglienza sorprendentemente calorosa che ha inorgoglito e imbarazzato quel Timi seduto tre file davanti a me. Per la regia di Sebastiano Mauri, che gioca e stranisce, e che il teatro sa come metterlo in camera. Per la cornice finale, che dà una spiegazione a un nonsenso forse già appagante così. Per un piccolo grande cast di trasformisti, che ti invitano a mantenerti affamato e strano. (7,5)

domenica 3 dicembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: Darkest Hour, Mary Shelley, Professor Marston and The Wonder Women

Mali estremi richiedono estremi rimedi. La Seconda guerra mondiale è in atto. Hitler avanza. Diffonde la paura per le sue scelleratezze soprattutto in Europa. L'Inghilterra e le truppe alleate tremano. A chi affidarsi in tempi così disperati? Chi vorrebbe sobbarcarsi il peso di scelte decisive, questioni di vita e di morte? La proverbiale patata bollente spetta a Winston Churchill: primo ministro, essenzialmente, perché non c'era altra scelta. All'opinione pubblica non piacevano i suoi modi radicali. I suoi discorsi infervorati che parlavano della guerra come necessaria, mai banalmente di pace. Darkest Hour, ritratto pubblico e privato del politico inglese, racconta un uomo e un Paese indecisi sul da farsi. Circondati da forti venti di guerra, da opinioni divergenti. Cosa voleva il mondo da loro? Cosa il popolo? Dirige con mano elegante, al solito, un impeccabile Joe Wright. Whiskey a colazione, la cenere dei sigari dappertutto, le scelte importanti prese sulla tazza del water. Qualche gradevolissimo tocco di umorismo british ma, in definitiva, troppa pesantezza. Da colui che mi ha reso digeribile Jane Austen, moderna la letteratura russa, memorabile e spregevole la piccola Saoirse Ronan, mi aspettavo classe immancabile, sì, e quella punta di interesse che manca. Non amo il film bellico e Wright, che in un meraviglioso piano sequenza aveva colto invece l'essenza della battaglia di Dunkerque meglio e prima di Cristopher Nolan, non fa eccezione. La guerra è mostrata non in campo ma nelle retrovie. Con il linguaggio tutt'altro che semplice degli addetti ai lavori. All'azione, Darkest Hour preferisce così i fiumi di parole di un oratore bravissimo. Rigoroso e teatrale, il film finisce per annoiare spesso. Soltanto il Churchill uomo – vulnerabile, bizzoso, capace di tenerezza giusto con la moglie Kristin Scott Thomas e la stenografa Lily James – prende, diverte, con quella sua figura tozza e un parlare indescrivibile, biascicato, che si perderà sfortunatamente in fase di doppiaggio. Non possono bastare neanche i virtuosismi di un Gary Oldman da Oscar – più grande del film in sé, qui si dà a un one man show che fa quasi dimenticare gli sbadigli – per illuminarla a giorno però, quest'ora più buia. (6)

Figlia di due intellettuali, Mary cresce curiosa e malinconica, leggendo poesie al cimitero e intrattenendo i fratelli con storie di spettri. Appassionata di scienza e occulto, orgogliosa e romantica come Jane Eyre, cade in contraddizioni a sedici anni: si innamora corrisposta di Percy, impenitente e carismatico dongiovanni, e abbandona tutto – la famiglia, l'horror, soprattutto il rispetto per se stessa – per stargli accanto. Fanno scandalo. Convivono senza essere sposati, vivono ambigui ménage a cui Mary a volte non riesce a opporsi e, senza fissa dimora, sono assillati dai creditori. Lui predica e pratica l'amore libero. Lei lo appoggia in teoria, ma nella pratica vorrebbe trovare una voce e radici sentimentali più salde. Mary Shelley, romanzesco e appassionantissimo, lungo ma leggero come una piuma, è uno di quei rari film in costume che sono riusciti a non annoiarmi nel mentre. Complice una Elle Fanning la cui vista rinfranca ogni volta il cuore e che, per temperamento ed eleganza, ricorda la Kidman dei tempi felici. Con lei il narcisista Douglas Booth, l'indivisibile sorella interpretata dalla Bel Powley delle commedie indie e Tom Sturridge, perfetto Lord Byron dalla sessualità fluida e dagli occhi bistrati. Incalzante, classico, bene attento alle emozioni e ai passi del processo creativo, il dramma biografico di Haifaa Al-Mansour passa dal petto alla testa, dalla desolante morte di un figlio agli avvisi dei creditori, fino ad arrivare a una pubblicazione inizialmente accolta nell'anonimato. In giorni di pioggia, ospite presso il castello di Byron, Mary sfidò se stessa e le aspettative di un marito – e di un mondo – ancora maschilista. Frankenstein nacque per ripicca contro l'ozio di un inverno e l'insoddisfazione di una giovane donna che si atteggiava a femminista ante litteram, per poi struggersi con vergogna per le proprie pene d'amore. Dalla sindrome di abbandono che portò con sé dal giorno della nascita. Dai continui voltafaccia di un amante capriccioso, umorale e già sposato. Nel ritratto semplice ma intenso di un'eroina da film di Victor Fleming, ci sono tutta la grazia di una Fanning che ormai non sbaglia la scelta di un ruolo; il fuoco interiore che ne anima le fughe, i discorsi accesi e le naturali contraddizioni; quell'amore totalizzante, malsicuro, che genera i peggiori mostri e i migliori capolavori. (7)

Insegnano psicologia. Insieme da una vita, belli e affiatati come il primo giorno, si stimolano intellettualmente. Si piacciono ancora. Non temono, perciò, che un'amante – la studentessa più promettente del corso di lui, che con la sua bellezza da bambola attira sguardi a lezione – possa dividerli. A quella ventiduenne che vorrebbe cambiare il mondo, i coniugi Marston aprono prima la camera da letto, poi la casa. Si innamorano entrambi di lei, con la scusa di voler studiare i meccanismi delle confraternite, le relazioni umane, i misteri della sessualità. William Moulton Marston perfezionerà la macchina della verità, sperimenterà i piaceri del bondage e della vita a tre, inventerà – per amore delle sue donne straordinarie – il personaggio di Wonder Woman. Lontana dall'eroina buonista dello strombazzato film della Jenkins, l'amazzone sfidava il tabù dell'omosessualità, praticava il sadomasochismo e, come il suo ideatore, viveva in un mondo di sole donne. Il costume un po' succinto ispirato al mondo del burlesque, corde e legacci come metafora del rapporto amoroso: dove a volte bisogna sottomettere e altre dominare, se in cerca di equilibri. Un Luke Evans non troppo convincente deve difendersi a spada tratta dalle accuse di immoralità e dal bigottismo di una Connie Britton che lo torchia. Deve farle capire, farci capire, che non era solo per il gusto fine a sé stesso di provocare. Che lui, la candida Bella Heathcote e una straordinaria Rebecca Hall si amavano davvero: alla pari. E mettono così su famiglia, crescono figli senza distinguerli fra è mio o è tuo, vivono un felice ménage à trois – anche se l'intolleranza, le crisi melodrammatiche sono dietro l'angolo – che può funzionare anche lontano dagli appartamenti francesi di The Dreamers. Peccato che Professor Marston & The Wonder Women, sulla falsa riga di Masters of Sex, vorrebbe parlare di un erotismo, di una modernità, che vuoi gli stilemi da fiction, vuoi le briglie tirate da un'impersonale Angela Robinson, non riesce a mettere in pratica. Peccato che un triangolo di belli e bravi sia notevolmente sbilanciato, se la presenza della Hall – per fascino e maturità – offusca quella di compagni non alla sua altezza. Rispettosa e delicata, troppo, televisiva nella scrittura, la biografia dell'uomo che ispirò Wonder Woman e le famiglie non convenzionali interessa ma non solletica certe fantasie. Una vicenda moderna, da conoscere, che rinuncia al sesso ma che di sesso parla – quando c'è, girato con molto impaccio, ha Feeling Good in sottofondo. Marston e le sue orgogliose odalische sarebbero fieri di sapere che, decenni e decenni dopo, nell'anno in cui la loro invincibile Diana è arrivata in sala con successo, il cinema stia parlando finalmente di loro, mostandone serenamente i pensieri sconvenienti e le passioni all'avanguardia. Meno all'idea che, nel raccontare loro che di vergogna non ne avevano affatto, intervengano i toni cauti, le immagini pulite, di un biopic che vorrebbe ma non può. (5,5)

giovedì 30 novembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: Tito e gli alieni, Smetto quando voglio: Ad Honorem, Riccardo va all'inferno

Tito e Anita, rimasti soli al mondo, fanno in fretta i bagagli per il Nevada. Adesso non hanno che uno zio, vedovo malinconico e cronicamente introverso, che possa prendersi cura di loro. Sanno che lì, lontano lontano, dall'altra parte dell'Oceano, fa lo scienziato: lavora in un osservatorio – anzi, un ascoltatorio, verrebbe da dire col senno di poi – in cui interpreta il cielo, le stelle, e ciò che hanno da svelarci. Il bambino sogna gli ufo e non ha mai smesso di chiedere di mamma e papà. La bambina, quasi donna, civetta con i militari e cura ogni animale randagio con la Citrosodina tritata. Dall'Italia, i piccoli immaginavano le luci di Las Vegas, le ville con piscina e Lady Gaga come vicina di casa. Trovano invece un parente sconosciuto, burbero ma di buon cuore, che ha dato a una macchina il nome di Linda, la moglie defunta, e non crede di poter ricambiare le tenerezze di una adorabile Clemence Posey. Trovano invece un modo tutto loro per intaccare quella solitudine siderale. Per ritrovare loro stessi su questa stessa terra, non scomodando né gli extraterrestri né sfidando l'impossibile velocità della luce. Un po' come me, che un pomeriggio sono finito a vedere Tito e gli alieni a sorpresa, a scatola chiusa. E, nel primo film italiano presentato al festival, ho scoperto un piccolo gioiello un po' napoletano e un po' americano, con un po' di Little Miss Sunshine e un po' di Her. La commozione a un passo dai titoli di coda, i volteggi surreali della macchina da presa e la magia di un ritratto di famiglia all'improvviso, all'ombra dell'Area 51. Perseguitati dal dolore e dal destino come nell'ultimo Lonergan, i teneri “scugnizzi” di Paola Randi interrogano il loro tutore sul senso della vita, della morte, dello stare insieme. Un magnifico Valerio Mastandrea – che alieni, all'inizio, considera soltanto i suoi nipoti da accudire – si imbatte nelle risposte giuste ricercandole per amor loro, e il bello è che a sua volta se ne convince. Quali sono i confini della volta celeste, degli Stati Uniti, della memoria del cuore? Qual è la voce dell'universo, e cosa ti dirà mai? Tito e gli alieni gli parla, sì, e invita a credere fermamente anche uno scettico come me. Che pensava che il dolore, l'abbandono, fossero vita natural durante. L'universo qualche volta risponde. E ha la voce delle commedie fantascientifiche, quelle più belle ancora perché rigorosamente a chilometro zero, e delle persone che hai amato e sempre amerai. Anche lontano dagli occhi, fra le dune roventi e queste stelle che muoiono. (7,5)

Avevo apprezzato ma non troppo Smetto quando voglio. Il primo liquidato in poche righe come carino e poco più, non sapendo ancora ci fossero seguiti in arrivo. Il secondo, invece, per me sbrodolato e tutt'altro che indispensabile, è un commento su Word – altrettanto stringato, ma più netto – che non ho mai avuto voglia di postare sul blog. Vedere in anteprima il terzo e ultimo capitolo, con parte del cast in sala, il regista e i produttori Matteo Rovere e Domenico Procacci, e farsi un selfie al volo con un gentilissimo Neri Marcorè (troppo brutto, però, per condividerlo sui social). Ad Honorem, onestamente, non era tra le mie priorità. Avevo l'abbonamento, e ho detto perché no. Questa mia freddezza, nonostante un pubblico fervente, le risate in sala e una tifoseria ormai nutrita della nota squadra dei ricercatori. O forse proprio per quello: il troppo parlarne, il troppo sopravvalutarlo? Con attese nettamente ridimensionate, dopo quel Masterclass di cui conservavo un po' di noia e ricordi flash, sono tornato dagli spiantati trafficanti di Sydney Sibilia. Dietro le sbarre, separati, ma eccezionalmente riuniti a Rebibbia in attesa di processo. Tocca pianificare una spassosa evasione, se Luigi Lo Cascio – cattivo in cerca di vendetta, spiace dirlo non a suo agio con la commedia brillante – vuole avvelenare La Sapienza con del gas nervino, approfittando delle migliori (o peggiori) personalità italiane lì in riunione. Trattati come criminali, si improvvisano eroi. In Ad Honorem, i soci di Edoardo Leo ripongono l'ascia da guerra contro il Paese che li ha falciati e, in fuga, cercano di salvare l'università che è stata la loro casa. Il mondo intero. Al solito, spiccano le ipocondrie di De Rienzo, la fisicità e le inaspettate doti canore di Fresi e, questa volta, la doppiezza di un Marcorè affascinante anche imbruttito (e abbruttito), come notavano le mie vicine di posto. Gli omaggi non si contano, ed è palese quello a una scena di Lost con i Coldplay in sottofondo. La fotografia resta acidissima, le battute vincenti e i ritmi concitati, la sceneggiatura assolutamente ben orchestrata. Breaking Bad: punto di riferimento sempiterno. Da spacciatori a salvatori fai da te, i ricercatori ricercati di Sibilia sanno come uscire di scena, in una conclusione divertente e degna anche per chi, fino all'ultimo, si è mostrato come me poco entusiasta del progetto. Troppo tu vuò fa' l'americano, forse, per farmelo insierire tra le bellezze di un cinema italiano che, da un paio d'anni appena, ha finalmente bevuto un sorso alla fonte della nuova giovinezza. (6,5)

Riccardo torna a casa. Storpio, assetato di vendetta, brutto ma dalla voce bella. Con quella di un camaleontico Massimo Ranieri, precisamente, ci canta in apertura l'inverno del nostro scontento. Riccardo torna a casa, in un regno fittizio che altro non è che una borgata romana di poveracci arricchiti, e ha una lunga lista di persone a cui farla pagare. L'hanno accusato del crimine più infame. L'hanno chiuso in una clinica psichiatrica per tutta la vita, alimentando con cattiveria aggiunta una natura già instabile e malevola. Riccardo, che nel suo covo segreto ha grotteschi ma irresistibile scagnozzi che somigliano alla versione horror dei Minions, è il principe folle di William Shakespeare. Un uomo senza scrupoli e senza speranza che nel ritorno alla regia dell'innovatrice Roberta Torre – suo il kitsch Tano da morire, a cui tutto deve un Ammore e Malavita – si trasferisce dall'Inghilterra ottocentesca all'Italia post-moderna, dal blank verse al musical più psichedelico. Canta, circondato da figuranti bizzarri, ballerini in latex e scenografie barocche, e mira a rovesciare la regina di una magnetica Sonia Bergamasco – tirata e bionda come Amanda Lear, diverte e ruba a mani basse la scena al protagonista assieme alla sorella di Silvia Gallerano, sensuale Barbie Xanax a un passo dal baratro. Chi è davvero sano? Chi, in definitiva, ha le mani pulite? Si impilano morti ammazzati, ritornelli e stranezze. Pistole dai calci glitterati, teschi con diamanti per occhi, scene pulp. Così lontane dall'intrattenimento di cuore ma realizzato molto alla buona dei Manetti Bros. Da un cinema commerciale che, forse, non avrebbe avuto la stessa spavalderia della Torre nel risultare ambiziosa, presuntuosa, prendendo Shakespeare per vestirlo da un videoclip di Gaga, dal Refn che più divise Cannes. Il difetto: una sceneggiatura che dalla tragedia shakespeariana perde il dolore, la potenza, scegliendo di investire talenti ed energie sui dettagli più piccoli della messa in scena. A quella, ipnotica e psichedelica, gli occhi. Le orecchie, invece, aguzzate per ascoltare i versi (e le canzoni) di un Bardo rock, dark, in una trasposizione – l'ennesima, verrebbe da dire, e invece no – che non lo prende alla lettera, ma ce ne ricorda l'attualità sconcertante. E la sconsideratezza di qualche film italiano che sa stupire e stranire, visivamente e non solo, assicurando che in questi inferni metropolitani e metaletterari ci si diverte molto più che fra gli angeli del paradiso. (7)

mercoledì 29 novembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: The Disaster Artist, Wind River, Final Portrait

Greg, la faccia d'angelo di James Dean e una San Francisco che non crede in lui, vorrebbe fare l'attore. Troppo timido, troppo dimesso, ha bisogno di un miglior amico come Tommy Wiseau: il fenomeno da baraccone della sua classe di recitazione, con un indefinito accento dell'est Europa (anche se giura di essere nato a New Orleans) e introiti inspiegabili (contante a non finire, case dappertutto, ma di un impiego neanche l'ombra), gli fa infatti da spalla e promotore. Giurin giurello, mignoli intrecciati, e in nome del loro affetto lo invita a Los Angeles; gli scrive un film su misura. Girato in tempi biblici, assurdamente costoso, The Room rimarrà nella memoria collettiva come uno dei peggiori film mai realizzati. Scritto male, diretto peggio, ispirato a Tennessee Williams eppure involontariamente ridicolo. Il biopic al cinema dovrebbe essere un genere rigoroso, serio, patinato. Dovrebbe meritarselo qualcuno all'altezza. Si può fare un bel film – una commedia che farà senz'altro faville ai prossimi Golden Globe – ispirandosi alle gesta dell'Ed Wood dei nostri tempi? Si può far bene, anzi benissimo, partendo dalle peggiori premesse? Sì, si può. Tommy Wiseau ci mise la faccia e i mezzi. Checché se ne dica, ci mise l'amore. Per il proprio ego spropositato. Per una settima arte in cui lascerà l'impronta, ma non come avrebbe voluto. Un po' come lo strano caso di James Franco: paradossalmente ha adattato Faulkner e Steinbeck, in tempi e festival recenti, non rimanendo impresso. Questa volta invece, scemo ma con innata intelligenza, caratterista strepitoso, miete consensi all'unanimità. A unirlo a Wiseau, il fatto che un po' ci sia e un po' ci fatta; il mettersi in gioco a tutto tondo dirigendo e recitando. E come Wiseau parla, sghignazza, si muove: un conte Dracula dagli occhi di ghiaccio, i capelli unti fino alle radici, che sbaglia le battute, ha violenti attacchi di gelosia e, fra una grassa risata e un'emozione inattesa, sa regalargli a sorpresa il miglior ruolo dai tempi di 127 ore. Sarà che Franco, vulcanico e contraddittorio, ha due anime di solito inconciliabili. Quella trash, che qui trova a scatola chiusa terreno fertile. E l'altra più nobile, che legge e riscrive la letteratura americana a piacimento: in questo The Disaster Artist ricerca con successo, così, un'epica tutta sua, le avventure più sconsiderate, i desideri di gloria contro i mulini a vento. Particolarmente nel suo, l'attore impersona un giullare esilarante, disperato, che ha sprezzo del ridicolo e le mani bucate. Con i suoi soldi da buttare può comprarsi l'amicizia di Dave Franco (e di comprimari o comparse che comprendono Rogen, Hutcherson, Efron, Cranston, la Stone e la Griffith), le sale vuote di Hollywood, ma non i sogni. Che non stanno nel proverbiale cassetto. Che non distinguono, nel suo caso, il fine dal mezzo. Le risate buone da quelle cattive. Un applauso da un fischio. Il trionfo, appunto, dai dolori del disastro. (7,5)

Le orme conducono al cadavere di un'adolescente pellerossa. Mezza nuda, abusata, ha corso per dieci chilometri prima di morire assiderata: annegata nel suo stesso sangue. Da chi fuggiva? Jeremy Renner – di solito spalla da poco, qui protagonista tormentato e convincente come mai prima d'ora – imbraccia il fucile, si mimetizza, e va a caccia di felini e assassini a sangue freddo: la giovane vittima e una figlia morta allo stesso modo, invendicata, sono accomunate da un simile destino e da una lunga amicizia tra i banchi di scuola. Con lui, nuovamente nella stessa squadra dopo le poco fantastiche avventure degli Avengers, il dolce e agguerrito agente dell'FBI di una Elizabeth Olsen che, per colpa di una sceneggiatura che non approfondisce, a tratti sembra purtroppo un pesce fuor d'acqua: impreparata alle temperature in picchiata, al maschilismo, alla cattiveria vera. Dopo Sicario e Hell or High Water, Taylor Sheridan – al suo esordio alla macchina da presa, già premiato per la miglior regia a Un Certain Regard – torna con un terzo film di frontiera. Gli riconosco ancora una volta un grande talento, una lodevole propensione per un cinema alla Clint Eastwood, ma è ancora una volta che non mi convince fino in fondo. E non so perché. Wind River è un western atipico, ad alta quota. Un thriller che ai colpi di scena sensazionali e all'ironia dissacrante di Fargo preferisce il piglio rigoroso delle storie vere. Potente nelle immagini e nelle razioni al dolore. Artico, ma accorato nei drammi umani. Si scava nei problemi familiari della vittima, in una vita amorosa di cui in pochissimi sapevano, nello sporco ben celato del candido Wyoming. Si parla dei contro dell'immobilismo, della noia che genera mostri; della (mancata) integrazione delle poche riserve indiane rimaste in piedi. Di senso di colpa, vendetta e infinita crudeltà. Quella di una Madre Natura che non guarda in faccia nessuno. Quella dei nostri simili, che ti sbranano se gli volti le spalle, dando poi la colpa ai lupi. (7)

In posa per il pittore Alberto Giacometti. Italiano a Parigi, amico-nemico di Picasso e Chagall, artista minuzioso e cronicamente insoddisfatto. Mani fra le ginocchia, mento basso, sguardo fisso. Vietato accavallare le gambe, vietato sorridere, vietato alzarsi prima della fine della seduta. James, scrittore americano in vacanza con un ritorno da posticipare all'infinito, ha l'onore e l'onere di fargli da modello. Immobile, all'inizio incuriosito e poi semplicemente stremato, viene osservato e a sua volta osserva: il disordine nello studio del pittore, la doppia relazione con la moglie e l'amante, la collaborazione con il fratello Diego. Final Portrait, ambientato qualche anno prima della sua morte, racconta la lunga gestazione dell'ultima opera lasciata in eredità al mondo. Il ritratto dell'americano sarà ultimato e cancellato ogni volta. Perché l'artista, capriccioso e sboccato, fragilissimo, riteneva fermamente che non esistessero ritratti finiti. E film così, che d'arte e incompiutezza vorrebbero parlare, loro malgrado vanno incontro a esiti simili. Si ha l'impressione, infatti, che finiscano senza neanche cominciare. Rush, impeccabile e somigliante istrione, porta le tempere, le bizze e un umorismo caustico tipicamente britannico. Armie Hammer, pare in odore di nomination per l'atteso Chiamami col tuo nome, mette la voce conciliante e quella sua bellezza noiosamente squadrata. Ancora più di loro, eppure ugualmente in parte, brilla la sorprendente regia di uno Stanley Tucci dall'altra parte della barricata: elegantissima, mai laccata, con la caligine malinconica del cinema d'oltralpe e la palette di colori di un Tom Hooper. Colto, teatrale, riuscito a metà, Final Portrait è il biopic atipico che descrive non i drammi del pittore, ma gli alti e bassi del processo creativo. Dalla creazione, in novanta minuti appena, perciò il fascino, gli sbaffi di colore e, purtroppo, la ragionevole monotonia. (6)

sabato 5 marzo 2016

Mr. Ciak: Perfetti sconosciuti, Suffragette, The Gift, 99 Homes, Il segreto dei suoi occhi

Cena coi fiocchi a casa di amici. Hanno un salotto ampio, cucina abitabile, un terrazzino con vista panoramica da cui osservare l'eclissi che incanta Roma. L'astro li rende tutti un po' lunatici, il vino bio assai su di giri e la noia del conoscersi bene li spinge perciò a un esperimento dagli effetti tragicomici. Tra una portata e l'altra, poggiare gli smartphone sul tavolo. E, ad alta voce, dirsi tutto quello che arriva. Quanto si è in armonia? Quanto sanno i mariti delle mogli, quanto le mogli dei mariti, e cosa nascondiamo al nostro migliore amico? La Rorhwacher e Leo, neosposini, devono far conto con la lucidità di lei – ultima arrivata – e la mancata serietà di lui. La Foglietta e Mastandrea, con un paio di mutandine sfilate di nascosto e uno scambio di cellulari per salvare una relazione di facciata, scendono all'ennesimo compromesso. Battiston, licenziato da poco e da poco fidanzato, quanto fa bene a non portare il suo ultimo amore a quella cena all'insegna della rivelazione. Giallini, chiurgo plastico, e la Smutniak, analista, irreprensibili padroni di casa, pensano all'aiuto di uno psicologo e a un ritocco al seno: preferirebbero, però, ricorrere a terzi. Perfetti sconosciuti, commedia italiana a sorpresa, perché così ben pensata e tanto di successo, darà senz'altro fiducia ai più. Per dire che il cinema italiano, come asserisco da un po', è in forma e che il pubblico generalista, a volte, individua e premia un prodotto valido ancor prima della critica. Per dire che, a me, le commedie di Genovese – viste in tivù quando capitava, mai recensite perché mi sarei limitato a usare poche parole e diminutivi da prima elementare – in realtà piacciono quasi sempre, mi rilassano, ma qui scrive e dirige meglio. Qui fa la differenza. E se il genere, dal granitico impianto teatrale, richiede situazioni credibili e ambienti circoscritti, ci pensano alcuni degli attori più impegnati e versatili di casa nostra – la Rorhwacher convince di più quand'è seria e pensierosa, ma Mastandrea e Battiston sono bravissimi. Ci si ispira al caustico Carnage e ci si inserisce in quel filone che, tra I nostri ragazzi e Il nome del figlio, lo scorso anno, mi aveva regalato finali agghiaccianti, discorsi fiume, interpretazioni maiuscole. Perfetti sconosciuti però, indispensabile presenza, è più divertente del primo – al contrario, atipico thriller – e più accattivante del secondo – libero adattamento di una pièce d'oltralpe. I panni sporchi si lavano tutti insieme, sotto una luna strana. La tensione si può tagliare – da servire a fette al posto del dolce, con altro alcol e le fedi lanciate come fossero trottole – e le riflessioni in abbondanza, se avanzano, le si porta a casa per il giorno successivo. Sempre che una risata che si colora d'amarezza non ci seppellirà tutti prima dell'arrivederci e dei dove l'ho lasciato, il cappotto? (8)

Maud, moglie e mamma, si spezza la schiena in una lavanderia industriale. La paga è una miseria e il capo ha le mani troppo lunghe. Quasi sicuramente, ha abusato di lei. Erano gli anni dieci del novecento e, di lì a poco, Londra e il mondo avrebbero vissuto i dolori di due guerre. Nei quartieri popolari, tra le baracche fatiscenti della classe operaia, il momento di marciare era arrivato in anticipo: un'altra piccola guerra e, a combatterla, le donne. Tutte in piazza per il diritto al voto. I discorsi ispiranti dell'attivista Emmeline Pankhurst e la toccante storia della coraggiosa Maud per parlare, così, di un'altra epoca e di figure femminili che, titaniche, non si lasciano mettere in un angolo. La colonna sonora è di Desplat, la sceneggiatura di Abi Morgan, il un cast è di lusso, sebbene Meryl Streep abbia poco più che un cameo e Helena Bonham Carter, credibile se lontana da Tim Burton, figuri in un ruolo secondario, al serivizio della coralità. Materiale rigoroso, storia vera, l'ombra vaga della BBC, per una pellicola di genere esatta e tradizionale. Sarah Gavron, semi-esordiente, lavora, infatti, a una ricostruzione sorprendentemente poco laccata. Protagonista dolce e combattiva, una potente Carey Mulligan: gli occhi belli e le fossette più adorabili in circolazione, in unione a un'espressività che emoziona. Personaggi struggenti, orgogliosi, fragili. Donne tormentate, maltrattate, battute, condannate al silenzio e alla sottomissione, in Suffragette, dramma d'apertura allo scorso Festival di Torino. E gli uomini, superficialmente si osserva, erano tutti tanto cattivi? Durante l'orario di lavoro, c'è il signorotto di turno che gioca a fare Dio. Il poliziotto Brendan Gleeson mantiene l'ordine con il pugno di ferro. In casa, ci sono mariti come Ben Whishaw, ottusi ma fondamentalmente buoni, che hanno idee ancora confuse. Suffragette, appassionante, ma poco memorabile, non ci risparmia neanche il sangue – la polizia placava le manifestazioni a suon di manganellate, non aveva pietà – e i trattamenti crudeli nelle galere inglesi – perquisizioni, docce fredde, percosse. A mancargli, forse, il fuoco della ribellione e, nell'esposizione, maggiore audacia; di sicuro, non una certa, connaturata forza d'animo. (6,5)

Per Simon e Robyn, sposi affiatati con il desiderio di ampliare la loro famiglia felice, è il trionfo del sogno americano: una splendida casa, un lavoro di successo per lui, nuove amiche per lei. Finché, dal passato di un marito al di sopra di ogni sospetto, non emerge un'ombra isolata. Gordo, compagno d'infanzia, che inizia a presentarsi alla loro porta con doni e attenzioni indesiderate. Ma niente sarà più come prima, se un passato vergognoso bussa alla tua porta e, nell'ultimo pacco regalo, troverai verità, e colpi di scena, impossibili da rimandare al mittente. Un Bateman ormai a proprio agio fuori dai territori della commedia e l'affascinante Rebecca Hall fanno da contraltare a quel Joel Edgerton, qui subdolo antagonista, che ho trovato completamente in parte solo in Warrior. L'attore australiano, però, fa perdonare il suo carisma latitante, scoprendosi non solo autore, ma anche regista, di questa riuscita opera prima. The Gift è il thriller rigoroso e senza sbavature, molto elegante nella resa, che proprio non ti aspettavi dai produttori di Sinister e Insidious. Il paranormale, questa volta assente all'appello, cede il posto, infatti, a un accattivante triangolo in cui, a una prima parte che non tenta di evitare i cliché degli Attrazione Fatale a fantasia, segue uno sviluppo da dramma borghese, all'insegna della scoperta dell'altro e dei segreti di un ennesimo "amore bugiardo". La vendetta, sottile e da servire fredda, tarda ad arrivare ma non fa sconti di sorta e l'epilogo, tra strizzate d'occhio a Bed Time e un palese omaggio a I soliti sospetti, sorprende ma non troppo, sovvertendo ogni cosa per i protagonisti, ma mantentendo intatto un equilibrio – stilistico e strutturale – che, intelligente fino all'ultimo, non altera la verosimiglianza dell'ispezione psicologica con gratuiti colpi di scena. (7-)

Ci sono lavori che non faresti mai. L'annunciatore di brutte notizie, l'ambasciator che porta pena, lo sciacallo. Ma qualcuno deve pur farli, no? Soprattutto all'indomani di una crisi finanziaria che ti butta a calci in mezzo alla strada. Prestiti scoperti, ipoteche sulla casa, i debiti che ti sommergono e tu poi anneghi. Dennis, ragazzo padre e onesto manovale, è l'ennesimo annegato che ha chiuso il suo passato in una scatola e, con madre e figlio, si è trasferito in un motel. A lanciargli il salvagente, l'agente immobiliare Rick Carver: la sigaretta elettronica, la pistola negli stivali, l'incarnazione del cinismo. Carver, una mattina, ha intimato a Dennis di abbandonare la casa in cui è cresciuto: ha decretato la sua rovina – e la sua ascesa. Il giovane uomo senza più futuro diventa prima factotum, poi stretto complice di quel delinquente in giacca e cravatta. L'allievo supererà il maestro? 99 Homes, un'ora e cinquanta e tanta voglia di vederlo, dalla presentazione - due estati fa - in quel di Venezia. Il dramma di Ramin Bahrani si rivela una triste storia di ordinaria follia. Una parabola ora ascendente, ora discendente di senso di colpa e porte in faccia. La terra delle opportunità, nel 2008, ne ha date fin troppe e le ha pretese indietro. C'è incubo peggiore di perdere tutto, perfino quella felicità che è il punto saliente di una costituzione che incanta e illude? Se Adam McKay, fresco di premio Oscar, guarda alla recessione con l'occhio del finanziere e il piglio da circense, Bahrani – origini indiane e un film solido, ma dal taglio televisivo e non esente da un po' di sana retorica a stelle e strisce – dirige un piccolo Wall Street aggiornato, in cui il Gekko di turno è uno Shannon al solito superbo e cattivissimo, e il suo discepolo è un contrito ed umano Andrew Garfield, addirittura più convincente dell'antagonista, che vuole emozionarci e ci riesce con un nonnulla. Non immagino, infatti, nulla di più spaventoso che perdere tutto. E ricominciare, sì, ma vendendo l'anima. 99 Homes, ben recitato ma scritto di fretta, colpisce punti nevralgici: esempio di un cinema timido e tradizionale, ma dal forte impatto emotivo, lì dove il sogno americano tuo diventa, ben presto, l'incubo di qualcun altro. All'umiliazione non c'è fine. Il dispiacere non trova tregua. E la violenza, in un mondo in cui tutto è all'asta, non ha prezzo. (7)

All'indomani dell'undici settembre, si vive nel terrore. Negli uffici di polizia, gran fermento e, sul campo, è lotta al terrorismo. Ma, quando è caccia al nemico straniero, in un commissariato in cui l'arrivo di Claire ha già turbato gli equilibri interni, ci si sposta dal timore degli ordigni a quello, più intimo e naturale, che nasce dallo stupro e dall'assassinio impunito di una figlia. Passano tredici anni. L'assassino si è volatilizzato, il caso è caduto nel dimenticatoio, la team force si è separata. Ma qualcuno non ha dimenticato. Il segreto dei suoi occhi, remake dell'omonimo film argentino, premio Oscar nel 2010, nessuno lo voleva e nessuno lo aspettava. Uscito in sordina lo scorso inverno, non aveva attirato su di se aspre critiche: l'operazione pareva discutibile, il risultato non necessario, ma un trio di ottimi attori e uno script rivisto, a tratti, assicuravano due ore non da buttare. E, grossomodo, questo è. L'originale l'ho visto sei anni fa, mi era anche piaciuto, ma lo ricordavo vagamente: qualcosa che aveva a che fare con la dittatura, un grande amore e un mistero da risolvere. Mi sono approcciato al remake senza pregiudizi e senza memoria. Ci si sposta dall'America Latina agli Stati Uniti e la dittatura cede il posto all'allarmismo post Bin Laden. L'amore, conflittuale sì, ma per nulla struggente, poco fa breccia con due personaggi così agli antipodi. Il mistero c'è, e ha più spazio del cuore e più spessore della cronaca. La Roberts, smunta e invecchiata, superba, cerca vendetta e sollievo. La Kidman, anche se troppo Lady Diana per convincere come procurato distrettuale, anche se troppo bella per essere vera – e infatti tanto vera non è -, ci suggerisce sporadicamente, ad esempio nella sequenza dell'interrogatorio, che un tempo era la migliore. Chiwetel Ejiofor, che offre la prova più costante tra i tre, è però un agente scritto seguendo qualche stilema televisivo di troppo. Qualcosa manca e, nonostante Il segreto dei suoi occhi resti una storia piena di dolore e passioni, al di là della buona prova dei tre, per nulla ci si addolora e ci appassiona il minimo indispensabile. (5,5)