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mercoledì 22 marzo 2017

Mr. Ciak: La bella e la bestia, Logan, E' solo la fine del mondo, Rings

Con una videocasetta tutta consumata della Bella e la Bestia scoprii che per i film si poteva piangere. Il capolavoro Disney è tra quelli che ho visto e rivisto fino a distruggere il nastro. A ventidue anni, perciò, faccio parte di quei nostalgici che, sospirando, dicono: ai miei tempi le favole erano tutte un'altra cosa. Con la scusa pronta ho seguito quelle stesse storie farsi film. Nella moda del retelling ci ricasco volentieri. Ultima ma non ultima, è arrivata la trasposizione del mio cartone preferito. Restano le battute, perfino le canzoni, e il minutaggio sfiora le due ore con l'aggiunta di nuove sequenze – il passato dei protagonisti svelato in flashback, quel LeTont omosessuale che ha fatto scattare la censura in paesi da cancellare dalle carte geografiche. La Bella e la Bestia vorrebbe porsi sulla scia dell'incanto di ventisei anni fa. Gotico e opulento, è un conto alla rovescia che spiega il valore del tempo, l'importanza della bellezza interiore, il temperamento di un'eroina femminista venuta prima di qualsiasi Moana. Lo fa cantando e ballando, e con una morale nascosta prima dei titoli di coda. Purtroppo, però, il film di Condon ha difetti che lo rendono godibile il minimo. La pochezza interpretativa di Emma Watson: una Belle con un cachet stratosferico e la perenne espressione da prima della classe, in quel di Hogwarts. I consueti disastri che combina l'edizione italiana quando si parla di musical, tra una metrica sconosciuta e un doppiaggio che cancella le prove vocali degli interpreti (con immenso disappunto, della partecipazione della Thompson, McKellen e McGregor non resta quasi traccia). La sostanziale inutilità di copie carbone come questa. Nella prima parte lo si guarda con un occhio sì e un occhio no, disturbati dalle modifiche dei ritornelli più memorabili. Qualcosa, poi, cambia nella seconda, complice un ottimo Luke Evans e i passi dello storico valzer. Ma nel castello della Bestia ci si innamora in fretta e senza un vero perché. La rosa sfiorisce. Si bruciano le tappe - quel significativo sono amici e poi, uno dice un noi - e la poesia, il senso, si perdono in un compitino copiato al compagno di banco. Quanto impiego di mezzi e figuranti, quanta attesa mal riposta, per una costosissima recita scolastica e poco più. (5,5)

Puntualmente, quando la Marvel torna al cinema, ci pensa la critica a presentare il film di turno come fosse l'eccezione alla regola. Ed eccomi lì a parlarne sempre nei soliti termini, sempre con gli stessi pregiudizi. Applauditissimo in un clima festivaliero, Logan è l'ultimo capitolo della saga del mutante di Jackman. Ho accompagnato mio padre a vederlo più per scommessa che per voglia. Neanche troppo a sorpresa, sono uscito dalla sala toccato e convinto. I mutanti sono costretti a vivere come clandestini. Appartengono a una razza dai giorni contati, o così credono. La piccola Laura è una di loro. Tocca caricarla in macchina verso un Eden che non c'è. Dei supereroi che il mondo conosce non sono rimasti che gli albi. Wolverine pensa al suicidio e fa da badante a Xavier – un Patrick Stewart commovente –, che ha bisogno di aiuto per sedersi sulla tazza. Il suo cervello è un'arma di distruzione di massa, eppure ha i segni debilitanti dell'Alzheimer. Ne viene fuori un western on the road splatter e tenerissimo, che mescola polvere e malinconia. Un Léon che passa il testimone a una nuova generazione. In due ore, botte da orbi e l'introspezione che ti piace. Tempo necessario affinché i personaggi non si affrettino nel momento dei saluti. Mi ci sono affezionato nel mentre, io. Cose che suggeriva il titolo, perfino, con quel nome di battesimo che è sintomo di maggiore intimità. Jackman è granitico, ma mostra delle crepe. Si comporta da figlio e ricerca in sé l'istinto paterno. Vive e fa più in queste poche ore che in una vita eterna, testimone di un tempo qualitativo e non quantitativo. E quando il nostro insieme a lui finisce, calati i titoli di coda, si è incerti se abbandonare la sala o meno. Ci si assiepa alla porta, un piede dentro e uno fuori. E Logan è così che mi piacerà ricordarlo. Con un assurdo senso di attesa, Johnny Cash e l'usciere spuntato dal nulla. Un omino olivastro, straniero, che ci assicura: finisce qui, così. (7,5)

Per anni io e Xavier Dolan ci siamo studiati a distanza. Poi è successo Mommy. Una visione è bastata per trasformarlo in uno dei film del mio cuore. Come tornare al cinema dopo una epifania? Il sesto film del regista franco-canadese è ispirato alla pièce di Jean-Luc Lagarce. La mia tesi faceva tappa anche lì. Louis fa ritorno all'ovile in punta di piedi. Lo accolgono Léa Seydoux, sorella minore che pende dalle sue labbra; una remissiva e farfugliante Cotillard; Vincent Cassel, prepotente capobranco; infine, l'appariscente mamma chioccia di Nathalie Baye. E' Gaspar Ulliel, il viso spigoloso e la fronte imperlata di sudore, a guardarsi intorno spaesato e a cercare spesso l'orologio. C'è chi vuole fare colpo, chi mostra il lato peggiore. Nel bel mezzo di una guerra in corso, il protagonista deve dire loro che ha l'Aids. Meglio aspettare il dessert per stemperare l'amarezza? Un profumo, il vento, una canzone – l'improponibile Dragonstea Din Tei, che eppure il montaggio sa incasellare a regola d'arte – lo portano lontano stando fermo. Ulliel fa da testimone muto, da padre confessore, a questo cast di comprimari in stato di grazia. A tavola siede l'incomunicabilità, il non detto, e le parole sperperate, dette a sproposito, ti prendono a schiaffi in faccia. Fedele alla natura del testo, Dolan realizza un dramma che bello lo è, ma non nella tipica maniera clamorosa. L'impianto è collaudato e il regista, castigato, ci si muove piano. Il suo ego, tra quattro mura, non ci sta. E a volte, sotto la sua pressione, la casa esplode in parentesi suggestive in cui trovi il solito guizzo. Altre, invece, Xavier si stringe nelle spalle, addomestica la vanità, e cela al meglio il disagio di chi ama troppo qualcosa per stravolgerla, ma intanto scalpita nel vestito della domenica. Come a dire: vedete, sono un ragazzo educato se mi applico. Non datemi più del bambino prodigio. Però ora mi chiudo la porta alle spalle, c'è Moby in cuffia, e da domani vado a raccontare a modo mio le famiglie infelici a modo loro. (7)

Mai avuto paura delle apparizioni di Samara. La bambina con i capelli in faccia non esercitava timore su un ottenne dei primi anni Duemila. Ho visto il primo The Ring quando non avevo l'età. Lo ricordo con affetto, ma senza brividi. Il cerchio sembrava essersi chiuso con la riscossa di Naomi Watts. Si riapre, inatteso, più di qualche anno dopo. Nel mentre sono cresciuto, i videoregistatori si sono estinti e la mania del sequel a tutti i costi impazza. Ne è passata di acqua sotto i ponti e nei pozzi sperduti. Incurante, ci riprova Javier Gutiérrez. La storia di Rings vede la classica coppia di innamorati – la lei del duo è l'italiana Matilda Lutz, di cui abbiamo visto il potenziale e gli occhi da cerbiatta nell'ultimo Muccino – cercare un'altra via di fuga dalla maledizione. La tecnologia favorisce la scoperta di una traccia segreta: un video nel video. La protagonista, guidata dalle visioni, si lascia condurre dove tutto ha avuto inizio. Teen ma non troppo, Rings ha protagonisti più freschi e una struttura schematica che non si allontana dai sentieri passati. Le svolte non sono tra le più imprevedibili, ma la ricerca non annoia, il mistero irretisce e la regia curatissima offre pochi spauracchi, al solito, ma immagini interessanti: il prologo in volo, la pioggia che scorre al contrario, gli spezzoni mai visti del filmato originale. Rings, come da previsione, non è indispensabile, ma in un panorama di seguiti tanto brutti da non crederci – il pensiero va proprio a Blair Witch – la spunta facile. Diverte e intrattiene l'essenziale, soprattutto se l'effetto nostalgia e i primi piani della bella Matilda possono più dello sguardo che uccide dello spettro orientale. La morte correva sul filo del telefono. Colpiva in sette giorni. La sentenza, persasi nei bombardamenti dei call center e nella progressiva comparsa dei telefoni wireless, si fa perdonare con poco e niente il ritardo. E, a sorpresa, non suona come la morte dell'horror. (6+) 

venerdì 31 luglio 2015

Dear Old Mr. Ciak: Il sospetto, A Royal Affair, Amanti Criminali, Bronson, The Ring

[2012] I bambini strillano e strepitano; all'asilo non ci vogliono andare. Ma la piccola Klara, ultima nata in una famiglia litigiosa, lì sta bene. Soprattutto, per il maestro Lucas. Klara ogni tanto si perde e, quando tutta presa a contare le linee che solcano il marciapiede non guarda se la direzione presa è quella corretta, c'è Lucas – dolce, disponibile, affettuoso – a darle una mano e condurla verso il bene. A scuola, dove il maestro gioca a acchiapparella con alunni che lo venerano. A casa, dove spesso quell'adulto solitario – nella sua vita privata, infatti, stanze vuote, il divorzio e, all'orizzonte, la promessa dell'affidamento congiunto e di un nuovo amore – si ferma a pranzo. I bambini dicono tante bugie, ma le bugie non hanno mai fatto al caso di Klara, che al contrario è precoce e sotto sotto – come lo si può essere solo a quell'età - un po' innamorata del gigante buono e occhialuto che non nega a nessuno un sorriso. Finché la bambina – che non è la protagonista, perché questa non è la sua storia – non confessa, imbarazzata, l'incofessabile: il suo amico adulto le avrebbe fatto male. Come persone cattive sanno fare a bambini innocenti. Male così. Il sospetto è la storia dell'uomo su cui pesa l'accusa più grave che c'è. Il sospetto che è un titolo bugiardo: giacché lo spettatore, angosciato, non nutre il minimo dubbio che quel padre di famiglia senza macchie, senza colpe, abbia fatto pensieri impuri su quella creatura che maneggia, sulla strada verso casa, alla stregua di un gioiello fragile. Agghiacciante è la domanda che non mi sono posto – Lukas è un pedofilo davvero? - e tremendo, in assenza di un (ir)ragionevole dubbio, è osservarlo arrancare porta a porta, come un cane rognoso, mentre gli amici lo scacciano, i commercianti gli si negano, il suo viso insonne si fa tutto un livido scuro. Ho avvertito gli spintoni, gli insulti, il peggio. Le orecchie che fischiano per i sibili biforcuti delle malelingue e, sulla schiena, occhiate di quelle che squagliano il cappotto. Mi sono sentito il suo male mortale per tutto il tempo; due ore, queste, appresso a cui butti il sangue. Per resistere a uno dei drammi più duri di Vinterberg servono una trasfusione, nervi saldi. Sarai compassionevole? E tu, genitore, sarai abbastanza lucido da discernere la bugia dalla verità, se il sangue tuo verrà, e dio non voglia, a rivelarti un inquietante segreto? In mezzo a comprimari grandi e piccoli, in una chiesa colma di sguardi a Natale, il profilo inconfondibile di un Mads Mikkelsen – il signorile Hannibal che mi ha fatto scordare Hopkins – protagonista di una sublime performance che è un ingrato calvario verso l'oro a Cannes. Quell'anno, sospettato di essere una delle migliori pellicole dell'annata, volava agli Oscar. Vinceva Sorrentino, con quella Grande bellezza che – ancora prima di piangere su Alabama Monroe e di tormentarmi con l'epilogo senza pace ma perfetto dell'ultimo Vinterberg – borbottavo, incompreso dai più, fosse come La corazzata Potemkin per Fantozzi. Il sospetto resta straordinario, anche se ogni volta – troppa la bile che sale in gola, troppa l'ingiustizia – avrai bisogno di un trapianto di fegato. Presente la sensazione maledetta? (9)

[2012] Il medesimo anno di produzione, altra pellicola danese, lo stesso destino. A Royal Affair punta all'Oscar per il Miglior Film Straniero, un anno prima rispetto a Il sospetto. Con un Mikkelsen sempre magnetico che tenta l'en plein, portanto orgogliosamente la bandiera rossa e bianca di un Paese che sa fare grande cinema, e un genere diverso che – questa volta a giusta ragione – non è abbastanza ambizioso per il premio più desiderato. Alla base, un problema insuperabile: il mio disamore per tutto ciò che è storico. Quanto mi annoia? Tanto, troppo, e – con una durata che si aggira intorno alle due ore e venti – capirete perché il sontuoso dramma in costume di Nikolaj Arcel si sia prestato ora e non in precedenza a un sentito recupero. Ambientato nel XVIII secolo, alla corte di re Cristiano VII, parla di un Paese dalla storia ineditamente travagliata e di un triangolo che venne a crearsi nel momento in cui un carismatico medico – fruitore di libri proibiti, illuminista, rivoluzionario – s'intromise nella vita del re, infantile e iperattivo, e nelle stanze della giovane regina, splendida e malinconica nobildonna inglese. L'imperscrutabile Johann, consigliere fidato ed esperto conoscitore dei cuori nobili e delle sofferenze di un popolo miserabile, userà l'amicizia del sovrano e l'amore della consorte come instrumentum regni. A fin di bene, ma in un ambiente in cui covano l'inganno e la cospirazione da secoli. A Royal Affair, al di là di un lato tecnico all'avanguardia che non deve temere concorrenza alcuna, risulta un triangolo dai lati smussati. Classico, senza ombre. Corretto e fluido, nonostante la durata sostenuta, è all'altezza della migliore produzione BBC, con una prima parte che avvolge e una seconda, invece, che appare liquidata con inspiegabile fretta. Scorre e corre. A volte coinvolgente come un romanzo scritto ad arte, altre stringato come un riassunto per sommi capi, in vista di un esame che preoccupa. Comunque semplificato e condensato, con qualche espediente poco brillante che ha del televisivo – la protagonista morente che in una lettera ai figli, in flashback, ricostruisce la sua storia, ad esempio – e ragionevoli compromessi per appassionare – e così effettivamente è – chi tende a perdere il filo, a distrarsi. Resta il fatto che, se non sapessi il suo valore effettivo e la gloria appena sfiorata, non lo terrei probabilmente a mente. E restano tre interpreti magistrali – un Mikkelsen dal fascino indescrivibile, un Mikkel Boe Folsgaard che stupisce e diverte con la caratterizzazione del suo re matto, una intensa e bellissima Alicia Vikander, che – a tre anni di distanza – sta conquistando anche l'estero. C'è del marcio in Danimarca; lo scriveva Shakespeare. Ma, a conti fatti, c'è anche del buono. Sebbene questo A Royal Affair, altrove acclamato, non rappresenti per me il meglio. (6,5)

[1999] Quando avete scoperto François Ozon? Io ai tempi di Otto donne e un mistero – commedia musicale dai toni pastello, con un cast che comprendeva alcune tra le attrici più meravigliose del cinema d'oltralpe, allora come adesso, e un omicidio a cui dare un senso. Avevo ancora Sky, e Sky non si chiamava neanche così, dunque direi che è passato un po'. In realtà, Ozon – trentenne e con un passato da modello – faceva il suo debutto alla regia sul finire degli anni novanta. Dopo una capatina nel mondo del grottesco con l'introvabile Sitcom, è Amanti criminali la sua autentica opera prima. Giovane coppia di liceali assassini si smarrisce nel fitto di un bosco, con il cadavere di un coetaneo al seguito. Finché non si imbattono in una casa apparentemente disabitata e nell'ombroso orco che la popola. La regia era acerba, il cast povero, ma questo Ozon così diverso – sanguinoso, nudo e crudo – aveva già le idee, il talento e il passepartout per la fama internazionale. Si nota, la cosa, nel fantasioso mélange di toni – la commedia nera che, negli anni '90, spopolava negli USA; il retelling che adesso è venuto a noia a furia di usi e abusi; l'eros sadomasochistico – e nei caratteri ambiguamente delineati di due Bonnie e Clyde liceali: Alice, manipolatrice e fatale, e Luc, pazzo d'amore e sentimentalmente confuso. Coppia fatale: la mente e il braccio. Hansel e Gretel che sviluppano una spiazzante sindrome di Stoccolma nei confronti del loro aguzzino, e una sceneggiatura indigesta – sui misteri del desiderio, sulle ombre fosche dell'identità sessuale – che vuole come protagonista, inaspettatamente, il vulnerabile Jérémie Renier; la sexy ninfetta Natacha Régnierc, invece, è chiusa in cantina, in compagnia di roditori e cadaveri. Le colpe del loro sanguinoso crimine d'amore sottoposte, così, al giudizio di quel cacciatore normativo e spietato. Intrappolati in una baracca che ha una porta sola e di cui solo il loro personale Polifemo possiede la chiave, bramano la libertà e, tra sevizie fisiche e psicologiche, vengono rieducati, in un masochistico doposcuola che sembra sbucato dal cuore nero delle storie dei Grimm. E che, amorale, non tiene conto dell'ultima riga delle favole. (7)

[2008] Andatelo a dire a chi era in sala con me, in quel pomeriggio di giugno, che alle nostre orecchie il chiedersi “E questo Tom Hardy adesso chi è?”, davanti all'ultimo Mad Max, suona come la peggiore ammissione di colpa. Tom Hardy, che è sulla piazza da almeno un decennio e che – trentasette anni, il passato da eroinomane, i denti storti che era certo sarebbero stati un problema per Hollywood e invece no – a ogni lungometraggio con la sua strana faccia dentro si scopre bravissimo. E incredibile lo è sempre, soprattutto nell'eccesso: coi personaggi ipercaratterizzati, le scene forti, le macchine da presa di registi suonati che lo mostrano lurido, nudo, multiforme. Dopo il bel Stuart – A Life Backwards, Bronson è un altro consiglio della solita Lisa che, per un equivoco, pensava che le avessi consigliato proprio io uno dei primi Winding Refn, quando invece lo conoscevo solo per la losca fama che lo precedeva. Bizzarra biografia di un criminale senza arte né parte, questa, che, nel culto dell'amata ultraviolenza, cercava l'immortalità di un nome d'arte e una fama ottenuta a suon di pugni. Ancora in vita, ancora in carcere, Michael Gordon Peterson – per la stampa inglese, Bronson, come l'attore – si godrebbe questo suo quarto d'ora di notorietà: trent'anni passati in isolamento, ma finalmente le luci della ribalta. Lui che non sapeva cantare, ballare, recitare, ma sognava disperatamente la notorietà: ottenerla, perciò, diventando il detenuto più pericoloso – e costoso – del Regno Unito. Una spina nel fianco per la Regina in persona. Si parte canonicamente, da un'infanzia noiosa in una noiosa famiglia borghese, e seguono poi i pestaggi, gli atti vandalici, il sanguinoso bisogno d'attenzione; il tutto intervallato da scene grottesche perfette, in cui Bronson – con la faccia truccata di bianco, come un divo del muto – si rivolge a una sala vuota. E' in quei siparietti surreali che il film si scopre meno tradizionale e il protagonista straordinario: lui e la sua camminata alla Charlot, lui e il sogno dell'applauso. Hardy, tozzo e muscoloso, è la star indiscussa di un film che altrimenti, per una trama esile contrapposta a un personaggio che pesa, non mi è piaciuto del tutto. Visivamente all'avanguardia, con un regista che si dà a ritmi meno lenti dei suoi, le impennate pazzesche della colonna sonora classica, lo shock del colore sbattuto in faccia, ma il paragone con Kubrick è un azzardo, e si sapeva, e, alla fine, non si ricorda che per l'ennesima trasformazione di Hardy, e si sapeva. Forte, imponenente: anche abbastanza da reggere il tutto? E io che salto qui e lì nella sua caotica filmografia e, ogni volta, giuro che quella – questa? - sia la prova della sua carriera. Fino a quando, stupefatto, non assisto allla successiva. (6,5)

[2002] Era l'estate dei miei otto anni e avevamo traslocato. La ricerca di un appartamento in cui ci stessimo tutti e quattro, i materassi sul pavimento come barboni perché il camion che ci aveva seguito dalla Sicilia si era perso i letti in giro. Una città nuova, coi centri commerciali di vetro, i McDonald che profumavano di fritto, un negozio di videocassette e cd in cui passavo le ore. Ora è tutto cambiato: la città si è rimpicciolita mentre io crescevo, i supermercati si sono spopolati, quella videoteca non esiste più. Triste visione. Una mattina, ricordo di avere aiutato papà con cose noiose, da grandi: sono orgoglioso di quel bambino già maturo che faceva la fila alle poste, aiutava gli adulti a scegliere, andava matto per i film dell'orrore. Ricompensa per quel giorno, siccome non mi ero lamentato ed ero stato buono, un VHS in regalo. Avevo scelto The Ring, l'horror con la bambina nel pozzo che aveva fatto chiacchierare il mondo. Ricordavo più le circostanze dell'acquisto, sinceramente, che il film in sé. Lo conservo ancora, ma chissà se il nostro videoregistratore funziona... Lo avevamo visto a casa dei miei nonni, intorno a mezzogiorno. La nonna faceva avanti e dietro dalla cucina, lanciando occhiate riprovevoli alla tivù, e il cielo azzurro mi aiutava a scacciare la paura. O ero un bambino coraggioso io, oppure The Ring era una pizza: non mi aveva impressionato. Non come quelle volte quando io e Diego avevamo fatto dormire papà accanto a noi, sulla sdraio, per colpa di un film vietato ai minori. Adesso è cult e io ricordo più positivamente il seguito, piacevolissimo ma bistrattato, che l'inizio di questo cerchio (quasi) senza fine. L'ho rivisto un sabato pomeriggio, con la stessa familiare compagnia di un decennio fa, per vedere come lo avrei trovato a una seconda occhiata. Dodici anni di horror hanno reso scontato il mistero della mitica Samara, ma affascinanti i suoi oscuri simboli e i suoi crudeli percorsi. Ghost story classica, questa, di cui buchi narrativi e l'inconcludente finale, buttato lì a caso, senza un briciolo di enfasi, si scambiano però erroneamente per mistero. Da rivedere di nuovo per lo schermo a tubo catodico, i telefoni antiquati, le cassette maledette di cui ce ne freghiamo, tanto ormai tirano lo streaming e i Blu-Ray, l'effetto post Scary Movie 3. Il pregio è che, come la splendida Naomi Watts, The Ring invecchia bene. I passi concitati dell'indagine li ho seguiti con più curiosità della prima volta e i ricordi appannati che mi ritrovo hanno reso non dico inaspettate, ma riuscite alcune svolte di questo conto alla rovescia dalle ore contate. Per il resto, non inquietava allora; figuriamoci oggi. Gli si riconosce una regia di un perfezionismo notevole, la recitazione che per un horror mainstream è al di sopra della media, il merito – o la colpa? - di avere dato per primo tratti occidentali ai mostri con gli occhi da manga. (6)