
Susan,
sofisticata gallerista, riceve un manoscritto inedito da Edward, il
primo marito. Lei borghese e lui senza il becco di un quattrino: tra i due, quando la ribellione aveva ceduto
il passo alla routine, non era finita bene. A ispirarle un impensato esame di coscienza,
a rubarle il riposo, quella lettura che la rabbonisce e la
schiaffeggia. Il dolce Edward la turba pagina dopo
pagina, con un'opera di cui non lo credeva capace: la
parabola violenta, disperata, di un uomo che persegue una lenta
vendetta. Animali Notturni è il ritorno di Tom Ford dopo lo struggente A Single
Man. A suo agio con le scarpe a specchio e i
divi senza un capello fuori posto, qui vuole stupire – e ci riesce,
anche se in definitiva gli ho preferito il più scontato
melodramma con Firth – con una storia nella storia. Animali
Notturni, coinvolgente thriller
allo specchio, si divide in due metà perfette e complementari:
costruito su piani narrativi opposti, alterna la realtà di Susan –
fredda, manierata, brillante come l'acciaio: e lì, in tutta la sua
eleganza, c'è il tocco del pioniere delle passerelle – alla
fantasia di Edward – al contario polverosa, sporca, selvatica. E,
ambizioso, il film è a due generi inconciliabili che guarda: il
languore del melodramma, così, viene stuprato dagli energumeni
sudici e logorroici del pulp di Tarantino. Tra passato e
presente, sparatorie e vernissage, Animali Notturni è
essenzialmente l'amara storia d'amore e vendetta di due vecchi amanti
– la magnifica Amy Adams, il tormentato Jake Gyllenhaal – che,
rancorosi ma presi, si tolgono il sonno a vicenda. Cos'è stato
dell'universitaria tanto disgustata dal perbenismo borghese? Cosa
dell'artista debole e bisognoso, ora artefice di parole come lame? Le
lunghe e soffocanti notti di Tom Ford non sono fatte per l'amore. Il
regista con il cognome da eroe western e lo sguardo dell'esteta,
cinico e sempre padrone di sé, bilancia le prove del suo cast di
fuoriclasse, gli opposti, le gradazioni di colore. La luna sussurra
un agghiacciante racconto pulp che, tra le righe, riassume vent'anni
di lontananza. E la scrittura, ammaliante e ragionata, onnipotente, è
un'arma che assicura finalmente l'ultima parola a chi – contro
Cupido e l'ipocrisia – una volta ha già perso. Quando ti
innamori di uno scrittore, dicono, vivi per sempre. E quando gli
spezzi il cuore? (7,5)
Quanto
è bella Sarah Paulson: non ci avevo fatto caso. Quello il primo
pensiero, vedendola sorridere per la prima volta senza badare alla
dizione perfetta o alle rughe d'espressione. Meno manierata
che in passato, sciolta e confidente, mette in scena non un
personaggio ipercaratterizzato dei suoi: Amanda ha il suo stesso
viso, un marito molto più grande e, tornata nella città natale per
aiutare la sorella incinta, consacra un pomeriggio alle spese folli
per assecondare le voglie della parente. Tra le corsie del
supermercato incrocia il Jim di un sorprendente Mark
Duplass: al liceo erano innamorati pazzi, ma ventidue anni di silenzi
e lontananza li hanno trasformati. Lei, con un berretto che le
schiaccia i capelli e un giaccone trasandato, è tentata di volgere
lo sguardo altrove; lui è uscito di
casa senza radersi e lavarsi i denti. Ma loro invece si guardano e se lo domandano: com'è possibile
ritrovarsi lì, in quell'angolo di California in cui niente –
attempati cassieri compresi – è davvero cambiato? Possono fingersi
per una notte quelli di sempre, come se non ci si fossero messi di
mezzo matrimoni, amarezze e bivii raggirati? Blue Jay è un
poco galante invito a cena che nasconde, in realtà, una scusa:
viaggiare attraverso gli anni Novanta, dando man forte alle
musicassette e alla nostalgia, e ballare scordinati Annie Lennox
pestandosi le scarpe. Dramma indie prodotto da Netflix e
presentato in anteprima a Toronto, ha quel che cerco in una storia
d'amore da Prima dell'alba
in poi: lunghi dialoghi che fanno il bello e il cattivo tempo,
personaggi che trasformano le reciproche fragilità in vanto –
Amanda non sa piangere, mentre l'emotivo Jim
deve avere dimenticato come frenare le lacrime – e registi
discreti, che ci sono ma non si vedono. Blue Jay,
eppure, ha l'esordiente Alex Lehmann a dirigere, e la sua scelta è
ricaduta su intensi primi piani e uno struggente bianco e nero. Però
la splendida Paulson e il sensibile Duplass, protagonisti di una
magica sintonia, chiacchierano senza intralci – intorno a loro è
scomparsa la troupe, dev'essere finito anche il mondo – e si
abbandonano indisturbati ai ricordi. Maestri dell'improvvisazione, si
fingono marito e moglie con accenti posticci e languori che
scoppiano in sincere risate. Ma la loro buffa e agrodolce farsa è
più vera della realtà: più felice di sicuro. I grigi limpidi e i
sorrisi rubati per un soffio a Blue Jay stracciano
il cuore. E come dicono di una ballad di Adele che canta la gioventù perduta e seconde possibilità che spaventano, nel mentre puoi sentire perfino la nostalgia delle persone che non hai ancora amato. (8)

C'è
chi, nei momenti di sconforto, nel freezer ci trova il gelato al
pistacchio. E chi, naufrago verso un pianeta da colonizzare, scongela
a piacimento una Jennifer Lawrence per combattere l'incontenibile
tristezza che affligge i passeggeri solitari. Jim si risveglia con novant'anni
d'anticipo. Il resto dell'equipaggio,
immerso in un sonno criogenico, continua a dormire. L'insonne condanna alla sua stessa sorte Aurora, sperando di proteggerla il più a lungo
possibile dalla verità. Futuristici Adamo ed Eva su una navicella
che cola a picco dopo il romantico idillio iniziale, Christ Pratt e
Jennifer Lawrence. Coppia tanto attraente quanto sopravvalutata, i
due riempiono il secondo film statunitense di Morten Tyldum di
ammiccamenti, litigi e occhiate poco convinte. A scatola chiusa,
eppure, Passengers sembrava
fantascienza seria. Distribuito nell'imminente stagione
dei premi sulla scia del fortunato The Imitation Game,
faceva il verso a Gravity con
la partecipazione dell'asso piglia tutto Jennifer Lawrence. Furbo e
attesissimo, il film prometteva odissee nello spazio e scintille: chi
non ha letto almeno una volta le dichiarazioni della protagonista,
brilla per combattere l'imbarazzo delle scene più spinte? Passengers
ha un sesso immaginario – a
qualcuno andrà forse meglio, con una visione passeggera del sedere
di Pratt – e una scrittura vittima del ridicolo involontario. Se l'ironia di lui
ispira empatia, l'assurda concitazione della Lawrence fa sì che la
nave (ogni riferimento a Titanic non
è causale) imbarchi altra acqua. Passengers altro
non è che una commedia superficiale nello spazio profondo. Da non
amante della fantascienza, non posso dire che la leggerezza della
traversata mi abbia annoiato. Le esplosioni delle
grandi produzione e le potenziali svolte tragiche, però, fanno sorridere. A
contendersi la colpa di questo blockbuster in avaria, lo
sceneggiatore e, a sorpresa, due divi colti impreparati dalle lunghe
e spontaee passeggiate dalle romcom che dico io. Con un bravissimo
Michael Sheen al bancone, automa loquace e pettegolo, si beve per
dimenticare le fotoricordo di una goffa e pacchiana crociera tra le
stelle. (5)

Rachel
affoga i dispiaceri in una bottiglia di chardonnay e, dal finestrino
del regionale, sbircia le vite altrui. Spia l'ex, felice accanto a
un'altra donna, e fantastica su una coppia sconosciuta che associa
alla perfezione. Viaggiando assiste a un tradimento che fa vacillare
le sue fiabe. E, svegliandosi da una notte di eccessi, insanguinata e
piena di lividi, scopre che Megan – la bionda tanto invidiata – è stata uccisa. Rachel ha
visto l'assassino in un momento di lucidità? O è lei, gelosa, a essersi macchiata del delitto? La trama la conoscete: è
quella del thriller più venduto da due anni a questa parte. La mia
opinione, forse, pure: un gonfiatissimo caso editoriale, criticato
per lo stile pedestre e il giallo intuibile. La ragazza del treno
era raffazzonato, intricato
invano. Una trasposizione poteva fare
solo meglio. Il film di Tate Taylor, stroncato dalla
critica, mi ha convinto il giusto, mostrandosi superiore al
romanzo della Hawkins – poco ci vuole, uno dice – e alle mie
scarse aspettative. La struttura tripartita resta, e insieme a quella
anche i difetti. Le voci narranti, il montaggio che prevede salti
indietro tutt'altro che pratici, il ritmo lontano da qualsiasi
frenesia si addicono poco alle esigenze del cinema di genere. Se il gioco non
vale la candela, se il mistero è modesto come in questo caso, il
puzzle di prospettive diverse – schematico ma originale –
giova. Se personaggi
maschili ridicolmente belli e sospetti fanno da corollario, allora, meglio le
donne: sprecata la Ferguson, annoiata moglie trofeo;
sorprendente la sexy Haley Bennett, irrequieta e sofferente
traditrice; in odore di nomination una farfugliante, stravolta Emily
Blunt. La ragazza del treno continua
a non avere i segreti
diabolici di Gone Girl,
ma i pensieri incensurati delle protagoniste lo avvicinano a un
dramma psicologico che, tra le righe, convince parlando di maternità
e relazioni. Tu togli una pessima scrittura e aggiungi un cast di
prime donne: così facendo, anche i prodotti più modesti non
escono fuori dai binari. (6,5)