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lunedì 15 aprile 2019

Mr. Ciak: Boy Erased, Ben is back, Wildlife, Mid90s, Hot Summer Nights, La diseducazione di Cameron Post

Si può guarire dalla propria natura? Qualcuno pensa di sì. Lo pensa, forse, anche il protagonista: un ventenne vulnerabile e confuso, che della sessualità ha conosciuto prima la violenza di un compagno di corso, poi la tenerezza di un pittore con cui ha diviso il letto senza spingersi oltre. Se sei omosessuale, se ti penti, puoi trovare assoluzione. Spiace dirlo, ma non si tratta di un romanzo distopico. Boy Erased, tratto dall'omonimo memoir letto lo scorso novembre, è una storia realmente accaduta. Nel passaggio al cinema sceglie toni crudi, iperrealistici, e un taglio a metà fra il documentario e il thriller d'inchiesta. Mosso da sconvolgenti tensioni spirituali e sessuali, è una cronaca di contrizione, di costrizione, approcciata con un distacco formale che mi ha spiazzato in positivo. Hedges, afflitto e struggente, si nasconde sotto una cappa di vergogna e senso di colpa con il temperamento dei grandi attori. Notevolissimo, poco indulgente verso personaggi e spettatori, Boy Erased va incontro a una ribellione troppo precipitosa, a toni qui e lì troppo freddi per paura di incappare nel pericolo didascalismo, ma tocca riconoscergli meriti diffusi. Quella biografia indigesta su carta, infatti, appariva inadattissima al cinema. I plausi spettano alla recitazione minimalista del cast in gran completo, con i mattatori della vecchia scuola e i nomi più glamour disposti a sparire in ruoli di supporto. A Joel Edgerton, alla sua seconda prova da regista, che adatta di proprio pugno e prende in prestito le atmosfere asfissianti della sua opera prima. Si fanno i conti con mamma Kidman e papà Crowe. Si allunga la mano fuori per saggiare di cosa sappia la libertà. Non si cancella la rabbia. (7)

Anche i tossicodipendenti vogliono festeggiare il Natale in famiglia. Anche a costo di confrontarsi con scie di cadaveri, speranze infrante e parenti sconosciuti. Sempre nell'occhio del ciclone, nel mezzo delle atmosfere nevose di Manchester by the sea, riabbracciano fratelli e genitori, accarezzano il cane, ma portan guai. L'onnipresente Hedges, misuratissimo e in parte, fa i conti con i suoi giovani crimini e con la mamma iperprotettiva di Julia Roberts, a volte intensa e altre sopra le righe, che a momenti alterni lo spalleggia e lo respinge. Da sinceramente toccante, Ben is back si fa ansiogeno nella seconda parte. Una ricerca porta a porta, nel peggio della provincia americana, verso vie di fuga dall'incubo: peccato che i risvolti criminosi, purtroppo, risultino posticci. Inseriti nella sceneggiatura per aumentare le tragedie, le lacrime, l'ansia, all'interno di una vicenda già complessa di per sé. Ambientato nell'arco di una lunga giornata, il film di Hedges padre è un viaggio nel lato oscuro delle festività, ammorbidito dal carattere solare della protagonista e dai toni indovinati dell'ora introduttiva. Difettoso ma coinvolgente, commovente senz'altro, resta uno di quei drammi che hanno il coraggio di poggiarsi esclusivamente sui loro interpreti, soltanto sulle emozioni che riescono a suscitare. Per riportare i figli recidivi all'ovile e i kleenex, quelli sperperati con gran mestiere, in sala. (6,5)

Si sono spostati dove li hanno portati gli ingaggi di lui. Quando il lavoro è venuto meno, assieme all'amore, i bellissimi Mulligan e Gyllenhaal si sono dovuti improvvisare altro. Lei, civettuola e vanitosa, dà lezioni di nuoto e lui, altezzoso al punto da rifuggire la routine, seda incendi; il figlio parsimonioso, invece, fa da aiutante in uno studio fotografico. La loro famiglia va in fumo all'improvviso. Nella frustrante attesa che cada la neve, ci si arrangia come si può. I divi hollywoodiani fanno i conti, così, con il brusco risveglio dal sogno americano; con la fine di un matrimonio felice. Le attenzioni, però, sono tutte per il silenzioso testimone della loro relazione: un adolescente che apre a forza gli occhi su un mondo di tradimenti e repressione, interpretato dalla rivelazione Ed Oxenbould. Non tutto oro è quel che luccica, no, a dispetto dei grandi nomi coinvolti, del best-seller di Richard Ford alla base e dell'apprezzamento riscosso presso i festival giusti. Le pecche di Wildlife, attesissimo esordio alla macchina da presa di Paul Dano, ha i suoi maggiori difetti in una scansione temporale confusa e in dialoghi quanto mai ridondanti: la regia, consapevole ed elegante, incornicia sullo sfondo dei meravigliosi anni Cinquanta una Mulligan perfino più insopportabile di quella vista nel Grande Gatsby. Adattamento rigoroso e distaccato, scritto insieme alla compagna Zoe Kazan, il dramma è un Revolutionary Road in piccolo e visto da una piccola prospettiva, con una presa emotiva minore del previsto e due personaggi troppo antipatici per suscitare alcuna empatia. Come la foto di un pallido dispiacere che, al cinema, si è già fatta ricordo. (6,5)

I 4:3 del miglior cinema indipendente. La patina granulosa delle videocassette. L'approccio neorealista dei bambini secondo Sean Baker. Diciamolo: non ci si aspettava un esordio così da Jonah Hill, ennesimo attore passato dall'altra parte. Famoso per la sua fisicità, per le commedie demenziali dei primi tempi a cui sono seguite due insospettabili candidature agli Oscar, l'interprete recentemente visto in Maniac raduna una compagnia di birbanti per raccontarci l'infanzia con i toni di Truffaut. Nocivi ma fondamentalmente buoni, talora dal talento inespresso, i protagonisti introducono Stevie nella loro cricca: ancora piccolo, con in casa una mamma single e un fratello dispotico interpretato dal solito Hedges, vuole imparare ad andare sullo skateboard. Per diventare la mascotte dei grandi, mostrandosi impavido e sconsiderato, bisogna approcciarsi anche alle droghe e al sesso. Da un lato Stevie ambisce al perfetto equilibrio, per non disobbedire a mamma e per non rompersi la testa. Dall'altro, invece, punta a luoghi fatti soprattutto per gli afroamericani, per gli adulti. Come un Eight Grade più distante da me per il linguaggio, l'approccio, il quartiere, Mid90s racconta la formazione di un ragazzino troppo educato per la vita di provincia, che in privato fa abuso di scuse e grazie. Colleziona amici e nemici, si fa rispettare. E la sua diseducazione, fra frequentazioni deleterie e momenti toccanti, è quella tipica di una generazione perduta che sperava di andare lontano: magari su due ruote. Ma ha confuso, purtroppo, il fine con il mezzo. La perdizione della vita di strada, ritratta senza sporcature eccessive o presunzioni da narratore impegnato, fa di questo esordio un film piccolo nel taglio e nelle intenzioni, ma con tanta voglia di svelare con una sincerità e una limpidezza contagiose le ginocchia sbucciate dei suoi teneri anni. (7)

Sono gli anni del Laureato e Terminator. Di Street Fighters nelle sale giochi. Thimotée Chalamet, intrappolato nella sua sonnacchiosa città costiera, non appartiene né alla schiera dei locali né a  quella dei villeggianti. Emblema dell'adolescente eternamente fuori posto, con bomboletta dell'asma in mano e un corpo allampanato, si trova coinvolto suo malgrado in una disavventura estiva che ha del paradossale, fra gente bellissima – l'irraggiungibile Maika Monroe, il piantagrane Alex Roe – e droghe leggere. Ma questo pesce piccolo sogna in grande: ha una straordinaria propensione a mettersi nei guai e, per fare il salto, spera di passare dall'erba alla cocaina. In un microcosmo di ragazze fatali, spacciatori e colorati luna park, quanto è semplice pestare i piedi alla gente sbagliata? Ennesima chicca targata A24, con un cast di giovani talenti e la regia retrò di Elijah Bynum, Hot Summer Nights sembra un po' una canzone di Lana Del Rey, un po' un romanzo di John Green. Un narratore esterno ai fatti parla a nome dell'intera città: i tre protagonisti, a detta sua, sono già diventati un mistero. A sorpresa, così, i personaggi più superficiali regalano attimi di struggimento e la svolta drammatica, che nel finale imbocca i territori precipitosi e serissimi del crime, gli dona più che a Ben is back: Lascia, infatti, l'amaro in bocca e gli occhi tristi. Queste caldi notti estive avevano proprio bisogno del refrigerio di un brivido, pur di mostrarsi più che una toccata e fuga nel lato oscuro degli abusati '80s. (7)

Un'altra identità da riformare. Un'altra sessualità negata. Questa volta siamo nei primi anni Novanta, nei panni di una ragazza interrotta. L'hanno beccata a pomiciare sui sedili posteriori con una compagna di scuola e per lei hanno decretato una guarigione forzata in un centro che mette al vaglio i sogni erotici che fa, la musica che ascolta, i traumi pregressi e i fidanzatini del liceo. Con il rischio di perdere sé stessa, di tradirsi, in nome di una religione a cui nessuno crede fino in fondo e di una normalità predicata soltanto in teoria. I toni sono quelli falsamente scanzonati di Noi siamo infinito. Le ambientazioni ricordano gli istituti correttivi di Fino all'osso e Cinque giorni fuori. Inferiore ai titoli citati, nonostante la delicatezza del tema, la discutibile vittoria al Sundance e l'enorme talento di una fragile e focosa Moretz, La diseducazione di Cameron Post racconta una storia di ribellione e affermazione, ma non ha né anima né originalità; colpi di testa o di cuore. L'esordio di Desiree Akhvan, eppure inspiegabilmente ben accolto in patria, si lascia rabbonire e semplificare, smussare. Troppo educato, titolo a parte, lascia che i suoi protagonisti in terapia disegnino iceberg, per poi indugiare con profonda amarezza soltanto sulla superficie. (5,5)

sabato 10 novembre 2018

I film che leggeremo: Grandi autori, grandi attori

Widows – Eredità criminale
15 novembre 2018
Sono le mogli affrante di un gruppo di criminali colti in flagranza di reato. I loro mariti avevano una doppia vita di cui non le donne non erano a conoscenza e, siccome l'elaborazione pretende spietate simmetrie, adesso hanno diritto a una doppia vendetta raccogliendo fedelmente l'eredità dei compagni. Colpiscono il sistema coalizzandosi e, insieme, le sale cinematografiche di un mese già pieno di uscite. Se lo sviluppo da classico heist movie poco chiama – l'omonimo romanzo di Lynda La Plante ha già ispirato una miniserie degli anni Ottanta –, lo stesso non può dirsi di un cast femminile al tempo del #metoo. Cuore della rapina una Viola Davis sempre e comunque in odore di nomination. Le menti, invece, sono lo Steve McQueen di Shame e 12 anni schiavo e l'onnipresente Gillian Flynn.


Chesil Beach 
15 novembre 2018
Squadra vincente non si cambia. Lo sa bene Ian McEwan che, passato purtroppo in sordina con l'intenso The Children Act di cui si parlerà a breve, quest'anno torna sul grande schermo portandosi dietro una piccola grande interprete a cui devo il mio amore e il mio odio smisurato per Espiazione: maestoso dramma in costume che sempre da un romanzo dell'autore britannico era tratto. Siamo nei primi anni Sessanta, il sesso è tabù. Come se la caveranno a letto due timidi sposini – lei non poteva che essere, allora, l'instancabile Saoirse Ronan – durante una travagliata luna di miele? Il romanzo, a titolo preventivo, mi aspetta sul comodino.


Un piccolo favore
13 dicembre 2018
Una gentilezza tra mamme, una cosa da poco. Soprattutto se tu sei Anna Kendrick, blogger goffa e svampita, e lei al contrario ha le forme statuarie di una Blake Lively affascinante e autoironica. Peccato che l'invidiata moglie trofeo scompaia nel nulla, con una valigia carica di segreti e un compito ingrato per l'altra. Il giallo è dietro l'angolo, nel film campione d'incassi di Paul Feig, ma si tinge a tratti di glamour e sorrisi sardonici come pare succeda nel romanzo di Darcey Bell. Un po' thriller, un po' chick lit: sarà all'altezza dei paragoni con Big Little Lies?


The Little Stranger – L'ospite
31 agosto 2018 (USA)
Nemmeno il tempo di buttare via la zucca intagliata, di chiudere la parentesi dedicata a brividi freddi e salti in poltrona, che mi trovo di nuovo a pretendere una visione a tema Halloween. E che visione! Una villa infestata, l'arrivo di uno straniero, il confine invisibile tra psiche e paranormale. Scrive Sarah Waters, consolidata promessa del mystery. Dirige Lenny Abrahamson, che dopo l'indie si dà al gotico. Ruth Wilson, Domhnall Gleeson e Charlotte Rampling, invece, figurano come eccellenti padroni di casa. I tiepidi pareri d'oltreoceano suggeriscono di non aspettarsi il bis, no, all'indomani dei fasti di The Haunting of Hill House. Male che vada, comunque, cosa pretendere di più british di così?


Wildlife
19 ottobre 2018 (USA)
Ci sono tanti, troppi buoni motivi per cui dovremmo affrettarci a conoscere la storia dei coniugi Brinson. Proviamo a elencarne appena un paio. Si tratta di un dramma neorealista in stile Revolutionary Road che parla di sogni – l'amore per sempre, quello americano – in crisi: a portarlo in libreria è stato l'osannato Richard Ford. È l'esordio alla regia di Paul Dano, attore passato dall'altra parte della macchina da presa fra gli applausi di Cannes e del Sundance. Segna la prima collaborazione tra alcuni dei più grandi e sottovalutati di Hollywood: Jake Gyllenhaal e Carey Mulligan. Abbastanza per diresì, sì, assolutamente sì?


Bel Canto
14 settembre 2018 (USA)
Avrebbe dovuto dirigerlo il nostro Bernardo Bertolucci prima dell'inattività, pare. Lo ha salvato dal cestone delle sceneggiature dimenticate, infine, il volenteroso Paul Weitz. È tratto da un titolo Neri Pozza atteso al varco per una ristampa richiestissima in rete. Ha fra i protagonisti i premi Oscar Julianne Moore, qui splendida cantante lirica, e un Ken Watanabe sotto sequestro. Insomma, quando è così, viva il riciclo. Presi in ostaggio dai terroristi in un paese del Sud America, i due saranno al centro di una storia di suspance, solidarietà e forse amore. Che melodramma vecchio stampo sia, purché appassionato.

giovedì 28 giugno 2018

Mr. Ciak: Ogni giorno, Stronger, La terra di Dio, Tulip Fever

Un altro Young Adult sceglie il grande schermo. Questa volta, però, tocca a una storia che qualche anno fa avevo consigliato in lungo e in largo: Ogni giorno, diventato un piccolo film da un momento all'altro, in sala trova il regista della Memoria del cuore e l'autore di Quel fantastico peggior anno della mia vita. Nonostante l'affidabilità dei nomi coinvolti e un cast freschissimo, l'impresa era difficile se non impossibile. A conti fatti, non è stata persa in partenza. Scoprire al suono della sveglia di essersi svegliati in un corpo diverso: spunto abusatissimo. Ogni giorno, eppure, fa eccezione. Perché A. è un'anima antica che si sveglia ogni giorno, appunto, in un corpo estraneo. Qualche male intenzionato parla di lui come di uno spirito demoniaco, ma il protagonista non ha cattive intenzioni. Soltanto tanta voglia di restare, quando osa innamorarsi di Rhiannon, diciassettenne con due genitori in crisi e un fidanzato che la dà per scontata. All'inizio è arduo credere alle parole di uno sconosciuto che a volte è il ragazzo dell'armadietto accanto, altre un'aspirante suicida; a volte un orientale obeso, altre un'adolescente transessuale; alcune maschio, altre femmina. Quanto è difficile, infatti, andare oltre il guscio esterno per ricordarsi che lì sotto c'è chi ci ha regalato momenti perfetti? Quando è difficile pensare un dramma sentimentale in cui il protagonista cambia faccia a ogni stacco di montaggio? Sucsy e la sua squadra di attori – segnaliamo Lucas Zumann da 20th Century Women – ci provano, prediligendo la prospettiva del personaggio femminile e facendo una cernita doverosa delle infinite storie di A. Ne viene fuori una produzione forse non all'altezza dello spunto vincente, ma d'impatto. Il film sceglie la via più onesta. Non strappa lacrime con furberia, non si concede effetti speciali o una chiusa meno agrodolce, e ci ricorda con delicatezza il suo messaggio. Da dove nasce l'attrazione? Dalle tracce dei vecchi innamorati che ricerchiamo nelle fotografie, negli hashtag, nel gesto di riavviare una ciocca di capelli. Come ti rapporteresti con il prossimo, se l'empatia fatta sostanza ti avesse fatto soggiornare per un po' nella sua esistenza? Considerando tutto il mondo casa, ribadisce David Levithan, e l'amore un'esperienza trasversale. (6,5)

Ha promesso di aspettarla al traguardo. Voleva farsi perdonare le mancanze, i ritardi. Sostenerla con un cartellone impiastricciato alla maratona di Boston. Fra i due è tutto un tira e molla. Colpa di lui, che non è pronto a crescere, a impegnarsi, ad abbandonare il pollaio. Perciò Erin corre e Jeff, che non sta mai fermo, che si sbraccia e si sgola come un bambino cresciuto, la aspetta come prova di fiducia. Un'esplosione. Il fumo. La caccia istantanea agli attentatori. Jeff li ha visti e sopravvive: può denunciare. Jeff si sveglia nel sangue e non ha più gli arti inferiori: tranciati di netto sotto il ginocchio. Stronger, ritorno al cinema e alla serietà di David Gordon Green, ne racconta la caduta e la risalita. Biografia di un uomo e di un Paese – patriottica alla Eastwood maniera, ma piuttosto onesta; commovente ma lieve –, restituisce la verità, l'energia, gli sbagli, a un trentenne trasformato dai media in simbolo istantaneo. Uscito dall'ospedale, il protagonista ha le telecamere sbattute in faccia: due occhi che dicono tanto, un sorriso tirato, il pollice all'insù. L'America, come lui, è forte. Non viene vinta, non si arrende. Spente le luci, il ragazzo era soltanto un sopravvissuto bocconi, che reclamava il suo spazio per soffrire e guarire. Il bambinone irrequieto dell'inizio, a cui toccava dipendere dalla pietà degli altri; a cui toccava dare l'esempio che non era in grado di offrire. Un Gyllenhaal straordinario si strugge in solitudine, si ubriaca coi compagni di merende, si trascina nella polvere per scongiurare Tatiana Maslany – stanca delle sue continue bizze, di mamma Richardson che deve metter sempre bocca –, e infine si rialza. Lui, molto meglio di un ritratto a modo, godibile, a cui manca la spinta decisiva. Per imporsi presso un Academy che non troppo a sorpresa l'ha ignorato, e all'inizio ci si chiedeva il perché. Per metterci in ginocchio con la sua tragedia, e poi tenderci la mano. (6,5)

La storia di un amore omosessuale tra le nebbie dello Yorkshire. Si parla di braccianti e mandriani, di bestie da far nascere o macellare, e la cupezza delle atmosfere e l'alta quota richiamano subito Brokeback Mountain. Si parla di giovani uomini sporchi, incolti, laconici, agli antipodi rispetto agli innamorati elitari di Chiamami col tuo nome. Lassù ci si capisce con il linguaggio dei gesti, o così sembra. Sullo sfondo di paesaggi mozzafiato, la regia spartana dell'inglese Francis Lee – vincitore a sorpresa agli scorsi Satellite Awards accanto a Tre manifesti a Ebbing, Missouri – segue la routine di due personaggi ridotti all'osso, che passano dal reciproco fastidio all'attrazione senza quasi bisogno di parlarsi. Lo scapestrato Josh O'Connor e il solerte Alec Secareanu si trovano a collaborare fianco a fianco per mandare avanti l'azienda agricola del primo: nonna Gemma Jones che sa tutto ma non dice, un padre disabile in fondo interessato alla felicità dell'unico figlio, la difficoltà immane di farsi andar bene una vita imposta da qualcun altro. Quella terra non può domarla nessuno, se non il Padreterno. Il piccolo God's Own Country, approdato anche in qualche coraggioso cinema italiano con il titolo La terra di Dio, è un'educazione alla natura e ai sentimenti. I corpi pelosi, nudi, che nell'unica scena di sesso si limitano a toccarsi. I parenti che tacitamente acconsentono. Una discrezione scambiata per indifferenza soltanto in principio: non ci si chiede scusa, lì, e non si dice né grazie né prego. Manca loro, purtroppo, la testardaggine che una fattoria da mandare avanti e una relazione sentimentale inevitabilmente presuppongono; non di certo la tenerezza che non ti aspetteresti, benché agli agnelli e agli amanti si riservino le stesse cure spicce. God's Own Country è lento, crudo, secco. Sarà per questo che sorprende in punta di piedi quell'intensità finale, quel trasporto emotivo fortissimo, in un melodramma bucolico per il resto pieno di spifferi e violenza. Il lieto fine, raro e meritato dopo una giovinezza di compromessi e sacrifici. I colpi di testa e di cuore, i sorrisi stentati, in terre a picco in cui gli innamorati fan da padroni, andandosene via, infine, perfino il Creatore. (7)

Nella cornice dell'Olanda seicentesca, una serva impertinente – Holliday Grainger, innamorata del pescatore Jack O'Connell – racconta con un inglese perfetto la corsa all'oro, anzi ai tulipani, e le sfortune della famiglia Sandvoort. Lei moglie bambina, lui scafato mercante, in attesa di un erede o di una tentazione da cogliere: a strappare una Vikander bellissima e annoiata dal cupo castello di Waltz, cattivo al solito ma con qualche sfumatura in più, arriva così il pittore di un anonimo DeHaan. La loro passione clandestina: fragile quanto quei fiori di cui qualcuno vive e qualcuno muore. Tulip Fever si poggia sull'intrigo, sull'inganno, sul malinteso. Dramma della gelosia e della sorte, ha un clima ben reso – la regia moderna e il montaggio concitato suggeriscono il fervore, il respiro affannoso della corsa e del sesso – ma svolte macchinose e dialoghi a tratti ridicoli. Se non fosse per la scarsa fretta nel trovargli una distribuzione in Italia e per la fredda accoglienza, se non fosse per il romanzo piacevole e poco più alla base, sarebbe stato lecito nutrire alte aspettative. Con quel ricco cast, tra protagonisti e figuranti (ci sono anche la badessa Dench, il giullare Galifianakis e la prostituta Delevingne). Con quell'aria giusta, a scatola chiusa, da film assai caro all'Academy. Ma, guardando il bicchiere mezzo pieno, l'ultimo film di Chatwin poteva risultare altresì noioso, pesante, ingessato. Leggero e sensuale, dai ritmi vorticosi e caotici, Tulip Fever è invece una visione che si affronta con leggerezza e con altrettanta leggerezza si dimentica. Una febbre lunga un pomeriggio appena, con i sintomi di una sfarzosa mise-en-scène, di un inutile impiego di nomi e mezzi, di una bellezza formale (nei costumi, nei luoghi, nei nudi) che a malincuore subito sfiorisce. (5,5)

sabato 10 giugno 2017

Mr. Ciak: Raw, Wonder Woman, La tenerezza, Colossal, Life

Primo giorno di università per Justine – diciannove anni, una maglietta con gli unicorni, una famiglia vegetariana. Diligente e ben educata, è destinata a diventare la prima della facoltà. A traviarla, il giro sulla giostra delle prime volte. Justine fantastica sui gemiti che provengono dalla stanza dell'attraente coinquilino gay. Prima ne segue le orme e poi prende le distanze da una sorella maggiore che ha rinnegato la dieta bio e le sue origini alto-borghesi. Assaggia un morso di carne cruda, per gioco, e capisce che il suo corpo ne ha bisogno. Raw, tanto cruento da provocare conati di vomito a Cannes, fa socchiudere gli occhi in preda a un vago disgusto, ma non mette mai a dura prova le resistenze. Horror ibrido, femminile, francese, è un esordio che ha la ricercatezza e la profondità del cinema festivaliero. Lontano dai bagni di sangue, nonostante Garance Marillier abbia sempre il mento imbrattato di rosso arterioso, somiglia a un romanzo di formazione non di difficile interpretazione. Originale e mirato, grottesco e sottilmente erotico, Raw racconta la scoperta di sé con leggerezza e stile – ha un che di Dolan, ad esempio, Ma che freddo fa in chiusura o la sequenza in cui gli studenti, sporchi di vernice, sono spinti a baciarsi in una versione surreale del gioco della bottiglia. Il tempo delle mele ha i vestiti corti e la ceretta alla brasiliana, il bicchiere sempre pieno e un sesso di fretta. Cosa direbbero i genitori, a cui Justine deve i modi da bimba e il regime alimentare? Dovrebbe forse prendere esempio da Alexia, spintasi ormai troppo in là? La protagonista tampona uno sbaffo di rossetto sulle labbra, un rivolo di sangue sul mento. Ti guarda con gli occhi di chi ha imparato ad arte a padroneggiare l'arma della malizia. Raw è l'addio al liceo, al nido, alle inibizioni. Uno strappo del cordone ombelicale, cambiare pelle. L'indipendenza spalanca gli occhi e lo stomaco. Fuori c'era un mondo che per tutto il tempo aspettava solo noi – e reclamava carne fresca. E Justine, di quel mondo, ha fame chimica. (7,5)

Quando parlo di cinecomic è perché mi porta a vederli di peso papà. Quando capita, lo faccio sempre con gli stessi toni. Tocca annoiarvi anche con la cronaca dell'ultimo giunto in sala? Benché diretto dalla regista di Monster, il cinecomic sulle origini dell'amazzone DC non fa breccia. Cominciamo malissimo, con una prima metà vittima spesso del ridicolo involontario: su un'isola interamente popolata da donne – una novella Lesbo protetta da schiere di Xena –, Gal Gadot è una Sirenetta che sceglie di seguire il naufrago Chris Pine nel mondo reale. Fuori c'è la guerra, ed è tutta colpa di Ares. E anche una Europa grigiastra e sotto assedio, in cui tutti vanno di fretta e indossano abiti scomodi. Se sopravvissuti all'incipit, la seconda parte si farà seguire con meno smorfie: un po' Allied, tra battute maliziose e gala a cui infiltrarsi; un po' un Hacksaw Ridge in gonnella, con mine calciate ed eroismo spiccio in trincea. L'amore tra due che si somigliano e si pigliano sboccia, nonostante gli uomini servano solo per procreare e le ragazze sappiano divertirsi da sé. I villain abbondano – un nazista e la sua scienziata rubata a Austin Powers, un Ares da ridere in chiusura – e, insieme all'inconsistenza della sceneggiatura, risultano i tasti più dolenti. Rito di iniziazione di una mancata femminista Disney, il Wonder Woman della Jenkins è un film introduttivo e non da cestinare in toto. Purtroppo, pecca di una CGI non sempre inappuntabile e di quella sciatteria che non perdono. Diana, come tutte le bellissime con la fascia da miss, fa discorsi sulla pace nel mondo e l'importanza dell'amore. A lei dobbiamo la fine della Seconda guerra mondiale e gli uomini che si lasciano volentieri salvare dalle loro innamorate, riposto l'orgoglio. Le bambine e Alice Sabatini prendano appunti, intanto, così da snocciolare sogni edificanti e la storia contemporanea secondo Zack Snyder nel prossimo futuro. (5,5)

Una Napoli senza accento, un condominio in cui si intrecciano generazioni e solitudini. Un avvocato con la reputazione sporca stringe amicizia con la dirimpettaia: moglie di un uomo nevrotico, spinge quel signore scontroso a sorridere davanti a un caffè. Lo spunto lo riconoscete, i personaggi forse: vengono dalla Tentazione di essere felici. Essenzialmente: la parabola di un vedovo che capiva che non tutta la vita veniva per nuocere. Adatta con licenza poetica Amelio, autore di un cinema soldissimo e sentito. Cambia il titolo, i nomi e le professioni, la struttura. Ci sono le presentazioni in apertura, una tragedia a metà, il percorso dei figli rancorosi in conclusione. La dolcezza, in apparenza, solo nel nome. La tenerezza, dramma intimista e di vecchio stampo, è infatti una storia altra e con un altro linguaggio – questo, con buona pace dei lettori di Marone. Ritratto disperato di un uomo che ha preferito fare terra bruciata attorno a sé (Renato Carpentieri, di una bravura clamorosa), è la trasposizione asciutta e realistica di un romanzo che, nell'anima, era una favola partenopea. Al cinema c'è la solitudine della vecchiaia: brutta bestia. Un perdono che si nega per il bene del passato. La cronaca nera irrompe prima del previsto. Nomi altisonanti (Germano, la Ramazzotti, la Mezzogiorno; ci pensa una Scacchi sotto shock, piuttosto, a scuotere con un monologo bellissimo) richiamano l'attenzione dal poster ma non restano. La tenerezza è un film di genitori e figli. Di persone che, imperterrite, continuano a sbagliare. E a prendersi a cuore il prossimo. Ci si può disaffezionare? A settant'anni la vita smette di colpire sotto la cintola? Si vive per conquistare il bene di un altro, in gran segreto, e affinché qualcuno voglia affidarci il peso delle proprie chiavi di casa. Interrompi la visione e ti chiedi se esista, questa tenerezza. Cosa sia – un gesto o un sentimento? E in quale mano tesa, in quale veglia proibita, cercarla. (7)

Anne Hathaway torna in provincia con la coda tra le gambe. In una città che non è cambiata neanche un po' incontra un compagno di scuola, Jason Sudeikis. Mettici le atmosfere indie, mettici una colonna sonora ad hoc, e otterresti una commedia romantica a là Blue Jay. Non mancano due protagonisti amareggiati e stanchi, che hanno paura di crescere e di piacersi, né i momenti di vulnerabilità faccia a faccia. Peccato che i notiziari li vogliano vigili e preoccupati: nella lontana Corea un mostro terrorizza gli abitanti. Peccato, soprattutto, che la lei del duo si accorga che il mostro obbedisce ai suoi comandi. Fa balletti buffi e inciampa. Commete massacri involontari quando è brilla. Colossal, secondo film americano di Nacho Vigalondo, è una creatura strana e, nel bene e nel male, unica nel suo genere. Cosa c'è dietro la connessione telepatica di una donna sull'orlo di una crisi di nervi e un alieno che mette a soqquadro l'altra parte del mondo? Cosa nasce dall'incontro tra Drinking Buddies e Godzilla? Se i trailer suggeriscono una storia demeziale, a sorpresa Colossal si rivela tutt'altro: denso e semiserio, è una metafora – non del tutto riuscita, ma acuta – che con la scusa dei mostri parla di noi. Precisamente, dell'insoddisfazione perenne di una coppia impossibile – lei, infatti, non ricambia le attenzioni di lui – che un giorno qualsiasi può elevarsi dalla propria mediocrità, da fegati ulcerati e matrimoni mancati, giocando a fare Dio. La Hathaway e Sudeikis, bravissimi, fanno da spettatori annoaiti alle loro stesse vite. Di pomeriggio, in un cortile, si accorgono di poter cambiare quelle degli altri – annientarle, risparmiarle. Se vinto e disperato, ti ecciterrebbe sentirti onnipotente? Colossal è un racconto grottesco di amicizie a senso unico, ossessioni e seconde chance. Una storia dall'equilibrio ondivago, che ci ricorda di comportarci come se il prossimo dipendesse dal più piccolo gesto; da una nostra birra di troppo. (6,5)

Quest'anno lo spazio fa tendenza. Agli Oscar, la poesia di Arrival e il cielo sopra Hidden Figures. In sala, richiesto ma non troppo, il sequel di Prometheus. A metà strada, lo scorso marzo, c'era anche questo Life – un trio stellare, la regia del capacissimo Daniel Espinosa, infondate voci di corridoio che lo volevano prequel di Venom. Thriller fantascientifico nello spazio profondissimo, il film segue gli studi di una squadra di astronauti intenti a studiare un campione proveniente da Marte. C'è vita altrove. Da impercettibile e innocuo, un punto sul vetrino, l'alieno crescerà e minaccerà di mandarli alla deriva. Lo svolgimento, tutt'altro che inconsueto, si dipana tra scelte di vita o di morte, esplosioni e fughe che somigliano a un eterno rimpiattino. Reynolds, la Ferguson e Gyllenhaal – quest'ultimo pesce fuor d'acqua in un blockbuster piacevole ma mediocre – scappano fluttuando e vengono perseguitati in maniera implacabile. Personaggi scritti con sufficienza impersonati da attori sprecati, esiti assai intuibili, un mutante che non possiede né l'iconismo di Blob né la ferocia della Cosa. Life, passato in sordina perché non all'altezza delle attese iniziali, eppure non dispiace. Accanto ai difetti: l'alta tensione e la cura di un comparto tecnico che si ispira a Cuaròn, nelle vertigini e nei capogiri. Senza peso, vola via nella sua tuta linda e perfetta. E che non sia l'infinito la meta finale, nostro malgrado, poco tange. (5,5)

mercoledì 4 gennaio 2017

Mr. Ciak: Animali Notturni, Blue Jay, Passengers, La ragazza del treno

Susan, sofisticata gallerista, riceve un manoscritto inedito da Edward, il primo marito. Lei borghese e lui senza il becco di un quattrino: tra i due, quando la ribellione aveva ceduto il passo alla routine, non era finita bene. A ispirarle un impensato esame di coscienza, a rubarle il riposo, quella lettura che la rabbonisce e la schiaffeggia. Il dolce Edward la turba pagina dopo pagina, con un'opera di cui non lo credeva capace: la parabola violenta, disperata, di un uomo che persegue una lenta vendetta. Animali Notturni è il ritorno di Tom Ford dopo lo struggente A Single Man. A suo agio con le scarpe a specchio e i divi senza un capello fuori posto, qui vuole stupire – e ci riesce, anche se in definitiva gli ho preferito il più scontato melodramma con Firth – con una storia nella storia. Animali Notturni, coinvolgente thriller allo specchio, si divide in due metà perfette e complementari: costruito su piani narrativi opposti, alterna la realtà di Susan – fredda, manierata, brillante come l'acciaio: e lì, in tutta la sua eleganza, c'è il tocco del pioniere delle passerelle – alla fantasia di Edward – al contario polverosa, sporca, selvatica. E, ambizioso, il film è a due generi inconciliabili che guarda: il languore del melodramma, così, viene stuprato dagli energumeni sudici e logorroici del pulp di Tarantino. Tra passato e presente, sparatorie e vernissage, Animali Notturni è essenzialmente l'amara storia d'amore e vendetta di due vecchi amanti – la magnifica Amy Adams, il tormentato Jake Gyllenhaal – che, rancorosi ma presi, si tolgono il sonno a vicenda. Cos'è stato dell'universitaria tanto disgustata dal perbenismo borghese? Cosa dell'artista debole e bisognoso, ora artefice di parole come lame? Le lunghe e soffocanti notti di Tom Ford non sono fatte per l'amore. Il regista con il cognome da eroe western e lo sguardo dell'esteta, cinico e sempre padrone di sé, bilancia le prove del suo cast di fuoriclasse, gli opposti, le gradazioni di colore. La luna sussurra un agghiacciante racconto pulp che, tra le righe, riassume vent'anni di lontananza. E la scrittura, ammaliante e ragionata, onnipotente, è un'arma che assicura finalmente l'ultima parola a chi – contro Cupido e l'ipocrisia – una volta ha già perso. Quando ti innamori di uno scrittore, dicono, vivi per sempre. E quando gli spezzi il cuore? (7,5)

Quanto è bella Sarah Paulson: non ci avevo fatto caso. Quello il primo pensiero, vedendola sorridere per la prima volta senza badare alla dizione perfetta o alle rughe d'espressione. Meno manierata che in passato, sciolta e confidente, mette in scena non un personaggio ipercaratterizzato dei suoi: Amanda ha il suo stesso viso, un marito molto più grande e, tornata nella città natale per aiutare la sorella incinta, consacra un pomeriggio alle spese folli per assecondare le voglie della parente. Tra le corsie del supermercato incrocia il Jim di un sorprendente Mark Duplass: al liceo erano innamorati pazzi, ma ventidue anni di silenzi e lontananza li hanno trasformati. Lei, con un berretto che le schiaccia i capelli e un giaccone trasandato, è tentata di volgere lo sguardo altrove; lui è uscito di casa senza radersi e lavarsi i denti. Ma loro invece si guardano e se lo domandano: com'è possibile ritrovarsi lì, in quell'angolo di California in cui niente – attempati cassieri compresi – è davvero cambiato? Possono fingersi per una notte quelli di sempre, come se non ci si fossero messi di mezzo matrimoni, amarezze e bivii raggirati? Blue Jay è un poco galante invito a cena che nasconde, in realtà, una scusa: viaggiare attraverso gli anni Novanta, dando man forte alle musicassette e alla nostalgia, e ballare scordinati Annie Lennox pestandosi le scarpe. Dramma indie prodotto da Netflix e presentato in anteprima a Toronto, ha quel che cerco in una storia d'amore da Prima dell'alba in poi: lunghi dialoghi che fanno il bello e il cattivo tempo, personaggi che trasformano le reciproche fragilità in vanto – Amanda non sa piangere, mentre l'emotivo Jim deve avere dimenticato come frenare le lacrime – e registi discreti, che ci sono ma non si vedono. Blue Jay, eppure, ha l'esordiente Alex Lehmann a dirigere, e la sua scelta è ricaduta su intensi primi piani e uno struggente bianco e nero. Però la splendida Paulson e il sensibile Duplass, protagonisti di una magica sintonia, chiacchierano senza intralci – intorno a loro è scomparsa la troupe, dev'essere finito anche il mondo – e si abbandonano indisturbati ai ricordi. Maestri dell'improvvisazione, si fingono marito e moglie con accenti posticci e languori che scoppiano in sincere risate. Ma la loro buffa e agrodolce farsa è più vera della realtà: più felice di sicuro. I grigi limpidi e i sorrisi rubati per un soffio a Blue Jay stracciano il cuore. E come dicono di una ballad di Adele che canta la gioventù perduta e seconde possibilità che spaventano, nel mentre puoi sentire perfino la nostalgia delle persone che non hai ancora amato. (8)

C'è chi, nei momenti di sconforto, nel freezer ci trova il gelato al pistacchio. E chi, naufrago verso un pianeta da colonizzare, scongela a piacimento una Jennifer Lawrence per combattere l'incontenibile tristezza che affligge i passeggeri solitari. Jim si risveglia con novant'anni d'anticipo. Il resto dell'equipaggio, immerso in un sonno criogenico, continua a dormire. L'insonne condanna alla sua stessa sorte Aurora, sperando di proteggerla il più a lungo possibile dalla verità. Futuristici Adamo ed Eva su una navicella che cola a picco dopo il romantico idillio iniziale, Christ Pratt e Jennifer Lawrence. Coppia tanto attraente quanto sopravvalutata, i due riempiono il secondo film statunitense di Morten Tyldum di ammiccamenti, litigi e occhiate poco convinte. A scatola chiusa, eppure, Passengers sembrava fantascienza seria. Distribuito nell'imminente stagione dei premi sulla scia del fortunato The Imitation Game, faceva il verso a Gravity con la partecipazione dell'asso piglia tutto Jennifer Lawrence. Furbo e attesissimo, il film prometteva odissee nello spazio e scintille: chi non ha letto almeno una volta le dichiarazioni della protagonista, brilla per combattere l'imbarazzo delle scene più spinte? Passengers ha un sesso immaginario – a qualcuno andrà forse meglio, con una visione passeggera del sedere di Pratt – e una scrittura vittima del ridicolo involontario. Se l'ironia di lui ispira empatia, l'assurda concitazione della Lawrence fa sì che la nave (ogni riferimento a Titanic non è causale) imbarchi altra acqua. Passengers altro non è che una commedia superficiale nello spazio profondo. Da non amante della fantascienza, non posso dire che la leggerezza della traversata mi abbia annoiato. Le esplosioni delle grandi produzione e le potenziali svolte tragiche, però, fanno sorridere. A contendersi la colpa di questo blockbuster in avaria, lo sceneggiatore e, a sorpresa, due divi colti impreparati dalle lunghe e spontaee passeggiate dalle romcom che dico io. Con un bravissimo Michael Sheen al bancone, automa loquace e pettegolo, si beve per dimenticare le fotoricordo di una goffa e pacchiana crociera tra le stelle. (5)

Rachel affoga i dispiaceri in una bottiglia di chardonnay e, dal finestrino del regionale, sbircia le vite altrui. Spia l'ex, felice accanto a un'altra donna, e fantastica su una coppia sconosciuta che associa alla perfezione. Viaggiando assiste a un tradimento che fa vacillare le sue fiabe. E, svegliandosi da una notte di eccessi, insanguinata e piena di lividi, scopre che Megan – la bionda tanto invidiata – è stata uccisa. Rachel ha visto l'assassino in un momento di lucidità? O è lei, gelosa, a essersi macchiata del delitto? La trama la conoscete: è quella del thriller più venduto da due anni a questa parte. La mia opinione, forse, pure: un gonfiatissimo caso editoriale, criticato per lo stile pedestre e il giallo intuibile. La ragazza del treno era raffazzonato, intricato invano. Una trasposizione poteva fare solo meglio. Il film di Tate Taylor, stroncato dalla critica, mi ha convinto il giusto, mostrandosi superiore al romanzo della Hawkins – poco ci vuole, uno dice – e alle mie scarse aspettative. La struttura tripartita resta, e insieme a quella anche i difetti. Le voci narranti, il montaggio che prevede salti indietro tutt'altro che pratici, il ritmo lontano da qualsiasi frenesia si addicono poco alle esigenze del cinema di genere. Se il gioco non vale la candela, se il mistero è modesto come in questo caso, il puzzle di prospettive diverse – schematico ma originale – giova. Se personaggi maschili ridicolmente belli e sospetti fanno da corollario, allora, meglio le donne: sprecata la Ferguson, annoiata moglie trofeo; sorprendente la sexy Haley Bennett, irrequieta e sofferente traditrice; in odore di nomination una farfugliante, stravolta Emily Blunt. La ragazza del treno continua a non avere i segreti diabolici di Gone Girl, ma i pensieri incensurati delle protagoniste lo avvicinano a un dramma psicologico che, tra le righe, convince parlando di maternità e relazioni. Tu togli una pessima scrittura e aggiungi un cast di prime donne: così facendo, anche i prodotti più modesti non escono fuori dai binari. (6,5)

venerdì 16 settembre 2016

Mr. Ciak: The Neon Demon, Demolition, La foresta dei sogni, Man in the Dark, Il condominio dei cuori infranti

Certi ritorni in sala sono eventi. Nicolas Wending Refn - autore danese di cui non ho visto ancora tutto, ma il necessario – evento lo è per principio: artista a tutto tondo, mosso da questo incontenibile spirito d'onnipotenza che lo porta a curare nel dettaglio ogni aspetto più piccolo delle sue pellicole. Tutti suoi i pregi, se li si scorge; tutte sue le colpe, e quelle le si trova, sì. Perché, mai come questa volta, l'estetica prevale sul senso pratico. La prima cosa che salta all'occhio guardando The Neon Demon, horror astratto, è l'armonia delle linee, le musiche assillanti, gli accostamenti maniacali, il luccichio abbagliante della confezione regalo. La prima, e l'ultima. La parabola di Jessie, sedicenne di periferia che si imbatte in gelosie profonde e stilisti che fanno a gara, ha un'evoluzione minima e agghiacciante. Cos'ha lei, eterea e gentile, una di quelle ragazze che arrossiscono con un niente e sono splendide senza trucchi, che le altre modelle non hanno? La protagonista, persa in una Los Angeles patinata e infernale, è carne fresca, non contaminata; nelle sue vene, visibili sottopelle, magari scorrerà un sangue blu, che fa gola. Elle Fanning, sbocciata d'un tratto, attira nelle sue stanze un fotografo infatuato (da Love, Karl Glusman), un sinistro portinaio (Reeves), una truccatrice ossessiva (l'irresistibile Malone, protagonista di un'incriminata sequenza di necrofilia) e una coppia di sorellastre maligne. I puma in amore, perfino, che fiutano il suo odore dolcissimo nei motel e scelgono di sconfinare nella città. Colpa di Jessie, mantide religiosa, o di un mondo a rovescio? Sotto il vestito, che è d'alta sartoria, se non niente, di certo c'è poco: corpi spigolosi, tutt'ossa, e carne turgida. Niente a cui aggrapparsi. Le indossatrici sono quarti di bue in scadenza: esposte, senza passato, altrove. Così le interpreti, costrette a una recitazione statica, a essere fotogeniche e nulla più. Coerente fino in fondo, immerso anima e corpo nei suoi abissi, The Neon Demon descrive un regno passeggero, sfarzoso e vacuo, e si uniforma ad esso, per legittima difesa. “La bellezza è l'unica cosa”, dice uno dei comprimari, e parla forte e chiaro per voce del regista. In una frase, così, riassunto il senso di due ore di grazia e crudeltà fini a loro stesse. E la bellezza, se assoluta, inafferrabile, non è per tutti. Puoi mandarla giù a forza. Ma alla fine, letteralmente, ne fai indigestione; macchi la moquette. Lo stesso può dirsi di quest'ultimo Refn. Stopposo, però incanta. (7,5)

Davis, bancario, ha costruito tanto in poco. Un automobilista che non rispetta il dare precedenza, rumore di lamiere, la moglie che gli muore accanto. Lui non riporta nemmeno un graffio. Non si concede né un pianto, né una parola gentile al funerale di lei. Preso dalla sua routine, arrabbiato con un distribuitore automatico che non gli ha dato la barretta al cioccolato per cui aveva pagato. Scrive una lettera di protesta alla ditta che gli ha rovinato l'appetito; nero su bianco, dà libero sfogo a ciò che sente o non sente. Confessa a una sconosciuta del servizio clienti che lui, quella moglie scomparsa, non la amava. La sconosciuta, madre single, risponde. Dopo la lotta all'HIV e quella contro una natura selvaggia, Vallée ritorna con un'altra grande interpretazione e un'altra storia di rinascite. Demolition è il modo alternativo – suo, e del cinema indie tutto – di approcciarsi alla perdita. Lo sottolineano la regia, asciutta ed energica, e una sceneggiatura di rara sincerità, che non contempla scene madri, strepiti, personaggi dal cuore buono e ulcerato. Jake Gyllenhaal, questa volta in borghese, è un disadattato emotivo. Un uomo che non conosce vie di mezzo, tra l'euforia e l'angoscia, e che incontra alla cornetta una fragile Naomi Watts con cui instaurare una di quelle relazioni alternativamente romantiche per cui stravedo nelle commedie del Sundance: si addormentano insieme, ma in letti separati. Quale esempio possono essere, lui con i suoi dotti lacrimali atrofizzati e lei con il suo lavoro precario, per la rivelazione Judah Lewis – quattordicenne in crisi di identità, quasi preso in prestito da Shameless? Se il dolore ci coglie impreparati, poco predisposti, scoprire cosa si è rotto, e quando. Rivoltarsi l'anima, le tasche, la casa. Mettere prima a soqquadro e poi in ordine, lungo lo strano percorso dell'elaborazione. Uno scatenatissimo Gyllenhaal armato di martello distrugge cose e case, cerca i difetti di frabbrica e forse gli indizi segreti. Davvero non si muove nulla, in quel suo cuore di ghiaccio? Davvero quando salta, balla e demolisce non le torna in mente lei: loro? Le macerie si accumulano, in Demolition, e allora si ride per (e con) un giovane vedovo in cerca di stimoli passeggeri: la fatica, perfino un chiodo calpestato o un colpo di pistola a bruciapelo, son da preferirsi all'oblio. Quando si passa, poi, alla necessaria costruzione, l'inconsueta ed esagerata tragicommedia di Vallée imbocca la consueta e ridimensionata via. E, nonostante il tempo ben speso in compagnia, lo spirito da tenera canaglia e il cast di mattatori, l'emozione affiora in Davis, ma non contagia. Penso a un gelido Fassbender, non più padrone di sé stesso, e alla sua presa di coscienza finale, scoppiata in Shame insieme al temporale. Fulmini e saette, e le lacrime di chi, sotto la pioggia, si alleggerisce di un peso. Sullo sfondo di Demolition, invece, più forti gli sghignazzi dissacranti e il rumore dei crolli. (7)

Arthur prenota un biglietto per Tokio. Destinazione: la foresta dei suicidi. Il luogo perfetto dove farla finita, con un peso nel petto e le tasche piene di barbiturici. Finché un viandante, che all'ultimo momento ha cambiato idea, non gli chiede aiuto. Nel cercare l'uscita, accorgersi che la retta via è smarrita. E, nel mentre, con una natura che mette a dura prova e il sentiero che, ogni volta, si nega, pensarci e ripensarci. La foresta dei sogni, ultimo film dell'acclamato Van Sant, ha subito un'accoglienza tutt'altro che felice. Portato a spasso per festival internazionali, ha deluso gli spettatori e ispirato al peggio le penne dei critici; in rete, i commenti positivi sono di chi l'ha visto senza chiedere nulla in cambio, ricercando una sera qualsiasi la compagnia di un film qualsiasi. Possibilmente, appassionante. Alle voci fuori dal coro, da oggi, aggiungete anche me. Che mi aspettavo la pesantezza, l'amaro in gola, e invece ho trovato un dramma delicato, pacifico, luminoso. All'ombra del monte Fuji, un viaggio dentro e fuori il sempre intenso McConaughey, che qui si confida a cuore aperto con un saggio Ken Watanabe e rimpiange Naomi Watts, moglie sconosciuta. Stutturato in modo classico – coi flashback che ci introducono gli strilli e i dispiaceri di una coppia contemporanea, provata da una malattia improvvisa –, il film è a metà tra il survival e il melò ma, per intero, è un'avventura dantesca, allegorica, in cui gli spiriti orientali conoscono i nostri santi in paradiso. La chiave di lettura è immediata, i simboli si decifrano a colpo d'occhio, ma lontano dal pessimo The Forest e più affine a un Al di là dei sogni, è una visione che ho trovato affascinante e fortemente conciliante. Un Van Sant minore e senza grandi mire, ma con cast all'altezza. Più adatto a una visione in solitaria che a Cannes - coi suoi tempi, con i suoi silenzi - , non vuole sgomitare con pellicole impegnate, né sorprenderti coi colpi di scena delle ultime battute: comunque, non sarebbe in grado. Ma se ti coglie una sera a casa, sul tuo divano, allora sa trovarti teso e lasciarti, ai titoli di coda, un po' cambiato. (7-)

Un gruppo di ladruncoli di periferia s'introducono a casa di un veterano di guerra. L'uomo, non vedente, custodirebbe gelosamente un tesoro. Il piano è giusto, ma la casa si rivelerà quella sbagliata. Il reduce non è quello che immaginavano. E, oltre al considerevole malloppo, in cantina nasconde un segreto. Cosa potranno tre giovani, avidi e sani come pesci, contro quell'insospettabile nemico dagli occhi lattiginosi? Man in the dark, sorprendente campione d'incassi negli Stati Uniti, può vantare medie da capogiro e la regia del promettentissimo Fede Alvarez: il regista del remake di Evil Dead, già rilettura di grande efficacia, gestisce i tempi, i travelling vertiginosi, le leggi della tensione. Qui, con un thriller claustrofobico e dallo spunto interessante, che placa i denigratori di ogni dove e accontenta i più. Loro, meno che me. Nonostante la sapienza nella direzione e la presenza fissa di Jane Levy, Man in the dark esaurisce in fretta le idee. E senza scomodare le stanze antipanico di Fincher, ma pescando dal baule degli horror ingloriosi uno Shut In (visto quest'estate: storia di malviventi che pensano, a torto, di tenere in scacco una ragazza affetta da agorafobia) e The Collector, ci si accorge che il gioco del gatto col topo orchestrato dal buon Alvarez non ha significative eccezioni alla regola. Anzi, quando tira dal cilindro colpi di scena così gonfiati nelle recensioni d'oltreoceano, si dà a tutti gli scivoloni e le esagerazioni di sorta: il ragazzo posato e romantico avrà le sette vite di un gatto; il villain di Stephen Lang, valente e inquietante caratterista, sarà un incrocio tra Michael Myers e Andrea Bocelli. Ma qui e lì, le riprese a infrarossi e il fiato trattenuto aiuteranno a scovare i pregi, che sembrano nascondersi più dei difetti. Man in the dark, lunga sfida a mosca cieca, diverte, ma il calore dell'accoglienza stranisce. Godibile horror estivo giunto fuori tempo: null'altro. (6)

In una Francia periferica e industriale, sorge una palazzina che conta un paio di piani e una manciata di inquilini dai musi lunghi. Il titolo originale, Asphalte, fa cenno al grigio tutt'intorno; alle strade ruvide e piene di pozzanghere. Quello italiano, Il condominio dei cuori infranti, ti fa fiutare i loro dolori, ma c'è quel cuore fucsia al posto della “o”, un font sbarazzino, per dirti che in una crepa dell'asfalto possono nascere i fiori e le amicizie che nessuno si aspettava. Presentato a Cannes, il film di Benchetrit è un dramma corale sotto un cielo cupissimo e malinconico da cui, un giorno, cascano gli astronauti. E se l'americano Michael Pitt, in missione per la Nasa, atterra sul tetto come se nulla fosse, allora tutto può succedere: Isabelle Huppert, attrice da troppo lontana dalle scene, rivaluta un copione importante grazie ai consigli del dirimpettaio adolescente; una Bruni Tedeschi infermiera notturna, con le occhiaie e le sigarette accese una appresso all'altra, accetta di farsi fotografare da un taccagno solitario. Pitt, intanto, viene servito e riverito da una donna abbandonata, che gli prepara il cous cous e lo fa dormire nel letto del figlio carcerato. Grottesco e surreale, ma emozionantissimo nell'epilogo, Il condominio dei cuori infranti è un soggiorno poco confortevole, in uno spazio ristretto ma affollato. E quando sembra che le pareti ti vangano addosso, brutte e sfigurate dai murales, quando l'aria sta per venire meno per il malessere diffuso, ti accorgi finalmente di essere stato in buona compagnia. Stretto dalle pretese del cinema radical chic - vanitoso, ma mai vano -, in una nicchia d'autore che, in fondo, sei stranamente triste all'idea di lasciare. (6,5)

mercoledì 21 ottobre 2015

Recensione [libro e film]: I segreti di Brokeback Mountain - Gente del Wyoming, di Annie Proulx

La camicia pareva pesante, ma poi Ennis si accorse che all'interno ce n'era un'altra, con le maniche accuratamente infilate dentro quelle della camicia di Jack. La sua vecchia camicia scozzese persa tanto tempo prima: sporca, con il taschino strappato, i bottoni saltati, rubata e nascosta. Eccole là, come due pelli, una nell'altra.

Titolo: Gente del Wyoming – I segreti di Brokeback Mountain
Autrice: Annie Proulx
Editore: Dalai Editore
Numero di pagine: 51
Prezzo: € 9,30
Sinossi: In Gente del Wyoming, Annie Proulx, che ormai si è affermata come una delle poche e indiscussi eredi della grande tradizione narrativa nordamericana, è riuscita a fare un piccolo miracolo. L’intreccio è una specie di ingranaggio esplosivo. I due personaggi centrali sono uomini semplici, rudi cowboy abituati alle lunghe solitudini delle transumanze e dei pascoli estivi. Nel desolato paesaggio, tra i due gradualmente si accende una passione erotica, una vera pulsione amorosa. Siamo però nel cuore dell’America tradizionale, dove i ruoli sessuali sono rigidi e le identità tagliate a colpi di accetta e di autocensure. Questo sentimento “proibito” è quindi destinato a scatenare conflitti, che sconvolgeranno tutto il loro mondo. Da questo romanzo e’ stato tratto il film di Ang Lee “Brokeback Mountain”, vincitore del Leone D’Oro alla Mostra del cinema di Venezia 2005.
                                               La recensione
Tu non hai voluto saperne, Ennis, e adesso quel che abbiamo è Brokeback Mountain.
Tutto costruito su quello. Fai il conto di quanti pochi minuti siamo stati insieme, in vent'anni. Io non sono te. A me non bastano un paio di scopate ad alta quota un paio di volte l'anno.Tu sei troppo importante per me, Ennis, figlio di una puttana troia. Vorrei riuscire a mollarti.” Sono due poveri diavoli, in cerca di un impiego per l'estate. Si scrutano furtivamente, appoggiati ai loro pick up rugginosi, e si domandano senza dirselo se troveranno un punto in comune, spunti per fare quattro chiacchiere, in quei tre mesi di solitudine, in alta montagna. Sono giovani mandriani, con ancora le facce belle della gioventù, ma le mani già segnate per la fatica dei campi: conservano banconote in un barattolo, sognando di mettere su famiglia e di essere proprietari di un piccolo appezzamento di terra; finalmente, non più schiavi. Fuori, tutt'intorno, la natura mostra i suoi volti nascosti, con il sole battente, la grandine all'improvviso, la neve ad agosto. Dentro, in una tenda, nel frattempo, Ennis Del Mar – tanto secco che, se non fosse per gli stivali pesanti, potrebbe soffiarlo via il vento - e Jack Twist – i denti a zappa, i fianchi larghi, la cintura con la fibbia dei rodei - scoprono la loro, di natura. In quell'estate di fatica e passione che va a intaccare, così, vent'anni e due vite parallele. Un avvenire intriso di malinconia che vive di rari incontri, spizzichi e bocconi, immensi rimpianti. Struggendosi nel ricordo di un fazzoletto di terra, un ruscello, un misero sacco a pelo contro la tempesta. Tutto quello – ed era poco, pochissimo – di cui c'era bisogno per volersi bene alla luce del sole. Brokeback Mountan potrebbe smettere di essere una bolla di sapone, un'isola che non c'è, se tutti sanno – lo raccontano, nelle bettole, contadini ciarlieli – qual è il destino degli uomini che vivono senza donne, nel sospetto perenne del vicino di casa? Un acro di felicità vale forse una vita piena di bugie? Per tutto il tempo, allora, i due immensi protagonisti si fronteggiano, tremanti. Gli speroni piantati a terra, le braccia ai lati, per prendere pistole – o scudi, ché a volte serve solo proteggersi – invisibili. Lo sguardo rassegnato, ma fiero. Occhi che sembrano lampeggiare e dire: ora lo stritolo, lo ammazzo. Ora lo bacio. Il cuore vuole una cosa, il corpo un'altra. Messi alle strette, l'uno si adatta all'altro. Sembra tutto facile, no? Quest'anno, I segreti di Brokeback Mountain compie dieci anni. All'epoca ero bambino, frequentavo la quinta elementare, forse la prima media, e la storia dei due cowboy innamorati mi faceva ridacchiare. Se solo fossi stato a conoscenza, invece, delle lacrime e dei nervi, ogni volta, in agguato... Era il duemilacinque. Grandi attori avevano rifiutato il ruolo, troppo forte l'imbarazzo, e il dramma declinato al maschile di Ang Lee era stato sottoposto a una censura tanto inspiegabile quanto spietata. Tante cose sono cambiate, per fortuna, anche se il film, vietato ai minori di quattordici anni, con l'America che ha detto sì e Facebook che si è tinto di arcoboleno per qualche giorno, è tutt'ora destinato a repliche in tarda serata, su canali secondari. 
Quando invece vent'anni fa, dunque dieci anni prima, un altro cowboy romantico ci aveva mostrato, anche se con toni più melensi, qualcosa di simile: l'acre faccia del rimpianto. I ponti di Madison County, come il più impegnato Brokeback Mountain, è il ritratto dell'amore che, a un bivio, aspetta che la vita – lenta, inesorabile come un camion dal carico pesante – liberi il passaggio a due che, da un lato e l'altro della strada, si guardano senza potersi raggiungere. In mezzo, un mare di pedoni che giudicano senza clemenza e schiere di coniugi che non possono chiudere un occhio una volta di troppo. Sergio Leone, parlando di Eastwood, lo diceva dotato di due espressioni messe in croce: con e senza il cappello. Ennis Del Mar ha un cappello per tutte le stagioni, invece, e una sola espressione – è rassegnato; è stato un bambino triste e un adulto a metà – ed è perciò che strazia quando, nei suoi occhi, spunta un luccichio, nella scena in cui – dopo quattro anni – rivede Jack. Lo aspetta con addosso il completo buono: un jeans senza toppe, una camicia stirata a puntino da Alma, la moglie. Lo chiama piccolo mio, in quell'intimità spiata da una partner giustamente sospettosa, giacché non conosce tenerezze, burbero e pragmatico com'è, se non quelle che rivolge alle sue figlie. E' giusta la sua tristezza? E' giusta quella di una moglie che lo ama – una dolcissima Michelle Williams – ma che deve accettare di condividerlo con un altro? Heath Ledger, qui, e per questo la sua scomparsa è così dolorosa, è come il giovane Eastwood secondo Leone, ma migliore. Laconico, scostante, fedele come un cane pastore. Sembra mettersi meno in gioco, non tenere altrettanto a quel Gyllenhaal chiacchierone e solare; meno angosciato senz'altro, quest'ultimo, da una sessualità che, probabilmente, per lui non era un mistero da un po'. Il Jack Twist sempre in moto, sempre innamorato. Bisognoso di certezze e piani di riserva – ad esempio, una compagna intelligente e capace come quella Anne Hathaway in carriera. Ma, come gli rivela nell'ultimo, indimenticabile confronto, è per Jack che Ennis ha messo in pausa matrimonio e lavoro. 
Per potere scattare alla porta, pimpante e puntuale, sentendo scricchiolare il suo camioncino sulla ghiaia del vialetto di casa. Allora non resta che l'eco di quella dannata armonica scordata e due camicie, appese sulla stessa gruccia, mai lavate, che sopravvivono, insieme a una cartolina, alla maledizione dei compromessi e perfino a loro stessi. Fu pioggia di candidature e qualche statuetta guadagnata – anche se sembra eccessiva quella a un Ang Lee con un progetto sì coraggioso, ma una regia, purtroppo, poco più che modesta; i pugni chiusi di Heath Ledger, straordinario, meritavano indubbiamente riconoscimenti più del resto – per un film storico: una delle ingiustizie più grandi commesse dall'Academy – quell'anno, gli preferirono il dimenticabile Crash – e tra le storie d'amore più commoventi del decennio passato. Alla sua base, il racconto asciutto, rapido e indolore di un'autrice Premio Pulitzer. Un'attenta descrizione di quello che succede intorno a loro, fuori, ma non di inquietudini laceranti e battiti mancati. Più cronaca che narrazione, dunque, laddove abbondano le descrizioni paesaggistiche e scarseggiano, sfortunatamente, gli stati d'animo. Scene in rapida sequenza; dialoghi calzanti, ripresi per filo e per segno nel lungometraggio. Ma non ci si sbilancia, non si dice altro che non si sappia già. Li ha sentiti più Lee – a cui tanto si può rimproverare, ma non un'emozione latitante: in caso contrario, fatevi controllare il cuore; c'è qualcosa che non va – che la Proulx. Valida narratrice, non aiutata da quelli che per me sono i pochi pregi e i molti difetti della dimensione del racconto. C'è però la verosimiglianza. La realtà rude che il cinema poi finisce per abbellire – vedi i protagonisti, scelte secondarie della produzione, quasi ultime ruote del carro, che sono (o erano) tra gli attori più corteggiati e richiesti – e il sentimento che la grazia dell'immagine e la forza di interpretazioni maiuscole, poi, acuisce. E' così breve, è cosi veloce, che – leggendolo – non si immagina di trovarsi davanti a una storia grande, entrata immediatamente, di petto, nell'immaginario collettivo. Avendo visto già il film, sembra un riassunto. Un racconto basato su una sceneggiatura, e non viceversa. Se la lettura non è imprescendibile, la visione sarà al contrario necessaria – stessa cosa, lo scorso anno, avevo detto parlando del deludente romanzo che aveva ispirato, negli anni novanta, il triste randez vous tra Eastwood e la Streep. La vita è breve, l'amore è lungo. Ma, accanto alla persona sbagliata, nel letto sbagliato, accade il contrario. Gli aggettivi si invertono. La vita si allunga a dismisura – e come passarla, se sei condannato a una gioia clandestina? - e l'amore si accorcia – in incontri tra amanti pieni di vergogna, e in sprazzi di libertà che ti fanno sentire contento e colpevole. Non sprecate un attimo, perciò.
Per dire “Jack, io giuro”, usate questa vita. Usate questo amore.
Il libro: ★★★ Il film: 8
Il mio consiglio musicale: Gustavo Santaolalla - The Wings

mercoledì 7 ottobre 2015

Mr. Ciak: Enemy, Dove eravamo rimasti, Ritorno alla vita, Magic Mike XXL, Reversal, A Royal Night Out

“Ti hanno mai detto che sei tale e quale all'attore di quel film?”. Una domanda come un'altra e la giornata di Adam, mite professore, prende una piega surreale. Recupera i film in cui il suo doppio famoso ha lavorato come comparsa, e si intrufola, pian piano, nelle giornate di quell'aspirante stella che vive di rari ingaggi e delle motivate gelosie di una compagna in dolce attesa. Tanto il primo è modesto e abitudinario – stesse spiegazioni a scuola, farneticazioni a proposito di equilibrio e caos -, tanto il secondo è continuamente in cerca di stimoli: se la compagnia della moglie non dovesse bastargli, nella tasca della giacca ha la chiave di un club esclusivo à la Eyes Wide Shut. Enemy – chi è il nemico di chi si scoprirà solo alla fine – è un altro film dell'ottimo Denis Villeneuve che, in attesa di vedere quel Sicario che sta conquistando i più, ho finalmente recuperato. Due è il numero magico. Perché due sono i Gyllenhaal – identici, anche se la differenza tra loro è nello sguardo: ora basso, ora sfrontato – e Enemy, ispirato a un romanzo di Saramago, è il suo secondo film che guardo dopo Prisoners. Il secondo girato in lingua inglese; il secondo con quel Jake sempre più bravo nel cast. Lì, il suo detective dagli occhi grandi e con simboli massonici sulla pelle era una mezza incognita senza soluzione; qui – convincente e inquieto due volte – ha un ruolo che intriga e confonde al quadrato. Apparentemente tradizionale nello snodo di una trama hitchckockiana, il thriller psicologico del canadese Villeneuve sorprende, però, per una resa all'avanguardia – il montaggio forsennato e la fotografia sgranata – e per una sequenza finale che, quando tutto sembrava avesse un perché, lascia a bocca spalancata; che diavolo di senso ha? In rete, per spiegare quello che è considerato uno degli epiloghi più strani degli ultimi anni, fioccano supposizioni e libere interpretazioni – dalle fantascientifiche alle psicoanalitiche. Come il poster lascia intendere, la soluzione è da ricercare, per me, nella mente: lì, dove si stagliano i grattacieli, un latente complesso di Edipo, l'incapacità dell'uomo contemporaneo di stabilire relazioni durature, la paura dei ragni. Nel mito, creatura a otto zampe metafora di madri e donne: pensate ad Aracne, tramutata in insetto, o a Narciso, ossessionato dall'altro sé stesso riflesso nelle acque del lago. Pensate alla presenza di tre personaggi femminili dall'importanza capillare – l'amante Laurent, la moglie Gadon, la mamma Rossellini – e al “cigno nero” che, nel migliore Aronofsky, in quello stesso lago cambiava il piumaggio. Il tutto, nell'assurdo incubo di essere uguale a Jake Gyllenhaal. (7,5)

Ricki, di giorno cassiera e di notte star su palcoscenici di periferia, non ha più l'età. Per rimediare ai tanti errori, perché non partire dalla famiglia che ha abbandonato? Tra outing, matrimoni e tentati suicidi, cercherà di capire cosa si è persa quando ha dismesso i panni di genitrice. Dove eravamo rimasti è una commedia familiare che, con coerenza, dà il poco che promette. Diablo Cody, che ha perso smalto e irruenza dai tempi di Juno, scrive bene e poco: una trama gradevole e dialoghi convincenti che si concentrano in una prima parte equilibrata per perdersi, poi, in una seconda metà in cui c'è chi, tanto, regge il timone. Se l'ultima mezz'ora scivola a suon di canzoni famose e inerzia, la prima parte – prevedibile, ma non in senso negativo – a sorpresa non è lo show di Meryl, qui scatenata e dalla voce graffiante. Si ha bisogno di lei successivamente, ed ecco che un istrionismo leggendario colma le lacune, ma nelle cene imbarazzanti e nei freddi ritorni all'ovile c'è chi tiene testa a quell'ironico tornado in pantaloni di pelle: Rick Springfield, rocker dal cuore d'oro; l'ex marito Kevin Kline; la figlia Mamie Gummer, a testimoniare che la mela non cade mai lontana dall'albero. Il lavoro di Demme, regista premio Oscar, è nei dettagli; quello della Streep, apparentemente leggera, in quello che non c'è scritto in un copione risicato. Ci si diverte tanto per divertirsi, senza pensare alla stagione dei premi che verrà. E anche quella che per me è la più grande attrice vivente, oggi, può permettersi il privilegio di un'ora d'aria. Per dimostrare che è streepitosa, anche quando riprende fiato. (6,5)

Scrittore, durante una tempesta, investe due fratelli: uno resta ucciso, il maggiore sopravvive. In undici anni riassunti in due ore – uno dice poche, ma pesano – una nuova compagna e la rinnovata ispirazione, l'amicizia con la famiglia della vittima e il percorso verso il perdono. Ritorno alla vita, dramma esistenzialista del Wim Wenders, ha in copertina il nome di un regista di richiamo e un cast che ha subito attirato la mia attenzione. Ambientato in una America luminosa e candida, affronta un tema diffuso e angosciante: neanche il mese scorso, in un paese vicino al mio, è accaduto infatti qualcosa di simile. Un padre di famiglia, di ritorno dal mare, ha ucciso sul colpo una quindicenne che, in quel momento, attraversava la strada per cercare il suo gatto. A casa mia, ci siamo disperati. Nell'ultimo Wenders, il senso di colpa si percepisce ma non trova valvola di sfogo. Dilatato in decenni che mostrano i protagonisti sempre uguali, una peba che va attenuandosi piano. Film raffinato, ma emotivamente costipato, è una parabola discendente di dolore e dolori che non convince quando si parla, soprattutto, di quello vissuto da Tomas – impersonato da un James Franco con un piglio che varia poco, e dal sornione all'annoiato. Apatico anche il resto del cast: una Gainsbourg svuotata, una McAdams che fa da comparsa. Lui scrive e rimugina. Lei disegna a qualche volta piange. Pensierini elementari, per un film essenziale: delicato, con il rischio di essere impalpabile. Si patisce molto la prima ora, che scorre lentissima, ma poi si fa perdonare per il legame sottile tra il protagonista e il bambino, ora adolescente, che riuscì a salvare. Parlando di come uno sfortunato attimo possa stravolgere la vita, il film dura una vita - o così sembra, autoriale e sonnolento - e non resta per più di un attimo. Supportato da un'eleganza che non lascia l'occhio indifferente e attutito dalla neve che cade. (5,5)

Quando il 2015 ha già mostrato quanto sia cattiva l'idea di realizzare sequel senza utilità di film di grande successo, a farmi cambiare idea è l'arrivo del secondo capitolo di un film che, qualche anno fa, non mi era piaciuto. E non perché fosse essenzialmente intrattenimento per signore – il pubblico diviso, la puntuale scusa del “non è per te” vale solo per i film brutti – ma perché Magic Mike, storia di un manipolo di spogliarellisti alla ricerca di un posto nel mondo, diretto da Soderbergh e impreziosito dalla performance di un McConaughey già in odore di Oscar, aveva un'infondata parvenza di autorialità e la scusa del sogno americano. Con la perdita di centralità, spazio allora per una dimensione corale in equilibrio, cameratesca e rilassata, e per sketch su sogni segreti e su quello che le donne, in cuor loro, vorrebbero: si ride di gusto con Manganiello che, mentre i Backstreet Boys cantano in sottofondo, tenta di sedurre la cassiera dell'autogrill o con gli accenni, in pista, alla Vogue di Madonna. Magic Mike perde così per strada un grande coprotagonista, un (quasi) grande regista, ma sorprendentemente ne guadagna di sveltezza, allegria e onestà. Apre le porte a qualche personaggio femminile – la maitresse Jada Pinkett Smith, l'imbarazzata Amber Heard, la casalinga Andie MacDowell – e, coi personaggi in crisi e in procinto di appendere il perizoma al chiodo, ha tutta l'aria di un amichevole viaggio on the road, gaio e mascolino insieme, in cui nobile missione della squadra di Channing Tatum è regalare un sorriso a signore tristi. La trama – gli stripper noti diretti a una convention – è ridotta all'osso, ma ammicca e allude senza pretese. E c'è una specie di poetica in quello che fanno, sapete? Un conto è l'amore, un conto è il sesso: altro paio di maniche l'essere desiderate, coccolate, la vanità risvegliata per un po'. Perciò, mariti indaffarati, non siate gelosi di questa commedia danzereccia, con meno carne in mostra e più coreografie, con meno distrazioni e più voglia di svago. (6,5)

Una giovane donna schiava di un predatore sessuale. Uno scantinato che è la sua prigione da due anni. Non ci è dato sapere come abbia trascorso il tempo all'inferno: Reversal – a ottobre anche al cinema – parte lì dove l'horror trazionale finisce. Nei primi cinque minuti, la protagonista si ribella al suo aguzzino: lo ferisce, ma non scappa. Legandolo con un cappio, si lascerà condurre in una ricerca nel cuore della notte: un radicato senso di colpa la spinge ad agire, e ci sono altre prigioniere che hanno bisogno di lei. Nel film, che parte con un incipit spiazzante e dopo si perde, la bella Eve scoprirà che ci sono vittime e vittime, traffici di donne e che, per ogni guardiano dello zoo, c'è un cacciatore in agguato. Ma gli eterni dubbi legati alle scream queens di ogni dove non solo restano ma si duplicano e, dopo un prologo serissimo, la piega che prende convince e non. Come nell'ultimo dramma dei Dardenne, si procede porta a porta, casa degli orrori per casa degli orrori, in un gioco di ruolo manovrato dall'alto, forzatamente, e con regole nebulose. Neanche l'elaborato montaggio – con filmini delle vacanze mirati a spiegarci l'identità dei personaggi – serve a dare spessore a ciò che l'esiguo minutaggio toglie e a ciò che svolte non condivisibili annullano. Un horror, in cui la ragazza di turno è più forte di cattivi di passaggio, da prendere così com'è. Caratterizzato da una regia curatissima e aiutato dalla buona prova di Tina Ivlev, protatonista “bad ass” con un complesso dell'eroina esagerato, si rifà a un certo cinema degli anni settanta – è, infatti, un “rape e revenge” al contrario e una variante dei funzionali thriller on the road – e diverte un po' nel viaggio, con la durata contenuta, i personaggi tagliati con l'ascia, promettenti sequenze d'apertura destinate a non avere sbocco. (5,5)

Sul finire di Il discorso del re, Giorgio VI sconfiggeva balbuzie e pregiudizi, diventando idolo di un popolo inglese pronto a combattere. Con un salto nel tempo, la guerra è finita. In strada, si è pronti a festeggiare calorosamente e, nei pub, tutti aspettano un nuovo discorso: cosa avrà da dire questa volta il re che, nel frattempo, è diventato padre di due figlie adolescenti che strepitano per unirsi ai cortei? A Royal Night Out parla della notte più avventurosa ed eccitante nella vita di Elisabetta e Margaret: la prima, sovrana longeva e fortunata, al tempo assennata e timida, trascorrerà le ore lontane dal Palazzo aggrappata al braccio di un romantico disertore; la seconda, sciocca e infantile, si metterà spesso nei pasticci, tra bordelli e bevute. Mentre Hooper cede metaforicamente il testimone al valido Julian Jarrold, con le attenzioni di turno che passano dai genitori alle figlie, mamma e papà diventano Emily Watson e Rupert Everett. La maggiore delle loro eredi, invece, un'adorabile Sarah Gadon: e quanto è bella la musa di Cronenberg in una commedia retrò a ritmo di charleston, con il caschetto castano? Merito di una sceneggiatura vivace tra verità e invenzione, d'altronde in perfetto stile british, e di una confezione meno patinata che nei tradizionali mondi BBC. Diverte, a tratti, con i guai e gli imprevisti di una notte in assoluta libertà, e poi intenerisce con la storia della futura regina e del soldato di belle speranze destinata, forse, a finire all'alba, proprio come piace a noi. Era il 1945 e, durante l'ultima puntata di Miss Italia, qualcuno avrebbe potuto suggerire questa data all'imbarazzata - e imbarazzante - Alice Sabatini: era così forte la gioia, infatti, dopo anni di dolore. Erano così emozionanti e belli i giovani in festa, con i sorrisi amplificati dopo i troppi dolori. (7)