Visualizzazione post con etichetta Julia Roberts. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Julia Roberts. Mostra tutti i post

martedì 25 novembre 2025

Ritorni di fiamma: Wicked 2 | After the Hunt | Una battaglia dopo l'altra | Bugonia | Materialists

Aspettare il ritorno di Wicked ha scandito il mio anno in maniera precisa. Un'emozione infantile, lieve, che si è rinnovata in una sala con i cosplayer all'ingresso e un pubblico abbigliato a tema. Il prosieguo della storia ha un difetto: anche a teatro, il secondo atto è meno memorabile e più ingenuo. Le canzoni da cantare a squarciagola sono poche. I colpi di scena non mancano, ma, come spesso succede a Broadway, è un deus ex machina — non il Mago di Oz — ad alimentare i triangoli, a trasformare i comprimari in cattivi, a scaraventare Dorothy giù dal cielo. Epico, ma con un eccezionale amore per i dettagli, Chu omaggia il talento delle maestranze — scenografi e costumisti su tutti — e quello di un cast perfetto. Se la forza di Erivo ha già brillato, qui si ha la consacrazione di Grande: incantevole, frivola e fragilissima, punta all'Oscar con una favola politica che ne fa ora una pedina, ora un simbolo. L'attesa di Wicked: For Good è stata più emozionante del film in sé? Forse. Ma perfino l’esplosione di una bolla di sapone finisce per suonare assordante — e magica, come le rivoluzioni. (7,5)

Dopo Queer, Guadagnino torna e divide. Yale trema per un'accusa di molestie. Nella caccia alle streghe, gli interrogativi incalzano. E tutti, pur di proteggere la propria reputazione, diventano capaci di tutto. Roberts, di bianco vestita ma moralmente in chiaroscuro, giganteggia accanto a Stulhbarg in un thriller senza vincitori né vinti. L'istrionico Garfield è davvero un predatore? Adebiri, mai all'altezza del resto del cast, usa la propria vulnerabilità per occultare un plagio? E cosa spinge la Roberts a schierarsi, o a non farlo? Citando Allen - il maggiore regista vittima della cancel culture -, Guadagnino provoca con un film sontuoso e ambiguo. Smaschera le ipocrisie della Gen Z dell'inclusione e dei trigger warning, ma anche l'omertà dei Boomer mai scesi a patti coi loro scheletri nell'armadio. Lo scontro avviene lasciando fuori i corpi: questa volta solo il pomo della discordia in un cinema dove i non detti, come in Anatomia di una caduta, feriscono più dei dialoghi o degli stridori della colonna sonora. «Di' tutta la verità», scriveva Dickinson, «ma dilla obliqua». After the Hunt la dice così, sbieca e tagliente, fino a confondere giusto e corretto. (8)

Chase Infiniti è una figlia che non ha mai conosciuto la madre. Leonardo DiCaprio è una padre sempre in hangover, con un passato da sovversivo per amore. Sean Penn è un militare repubblicano che, a dispetto dei segreti feticismi sessuali, vorrebbe sedere fra i suprematisti bianchi. Ambientato in una polveriera a ridosso del confine messicano, Una battaglia dopo l'altra è un film tra il thriller e la commedia nera, l'impegno politico e il grande intrattenimento, i fratelli Coen e Breaking Bad. Esilarante a dispetto dell'urgenza delle tematiche, frenetico nonostante la durata fiume, adatta Vineland di Thomas Pynchon ai giorni nostri e, in mezzo ad assalti, guerriglie e inseguimenti, non dimentica di indirizzare una lettera di speranza alle nuove generazioni: la meglio gioventù che erediterà dai padri il gusto della disobbedienza civile, ma non la mascolinità tossica. Se l'antieroe DiCaprio è un boomer lontano dai cliché action, l'Oscar sembra brillare per un Penn iconico come non mai. Il cinema è una cosa meravigliosa, soprattutto quello di un Paul Thomas Anderson in forma smagliante. Quando fa la rivoluzione, di più. (9)

Emma Stone (in sala anche con il brutto 
Eddington) è un'aliena sotto copertura con l'obiettivo di portare il genere umano all'estinzione? È la teoria del complotto di un imprevedibile Jesse Plemons, che insieme al cugino autistico progetta un rapimento in cui l'emergenza ambientale si mescola alla vendetta. Con un pugno di attori fidati, Yorgors Lanthimos torna con una commedia nera dalle derive splatter in cui mancano i suoi vezzi stilistici (grandangoli, fish-eye, campi lunghi o lunghissimi) e, soprattutto, il graffio vero nella scrittura. Sarà perché, questa volta, si tratta del remake di un piccolo cult coreano? O forse è per via della vaga noia per i soliti nomi, i soliti registi che sfornano un film all'anno, i soliti film appesantiti da venti minuti troppo? Nel dubbio che ci accompagna fino a fine visione, si sorride comunque al pensiero di ciò che i protagonisti sarebbero capaci di fare. Bugonia - il cui titolo spoilererà il finale ai secchioni del classico - è il Lanthimos meno disturbante e più sopra le righe. Ma anche quello inedito, perché finalmente divertente. (6,5)

Che fine hanno fatto le commedie romantiche: quelle leggere e patinate, a lieto fine, tipiche degli anni Novanta? Celine Song, reduce dal successo dell'intenso ma sopravvalutato Past Lives, risponde con un triangolo sentimentale degno dei classici di Jane Austen. La splendida Dakota Johnson è una novella Emma divisa tra lo scapolo d'oro Pedro Pascal e il cameriere di belle speranze Chris Evans, ragione e sentimento, in un film ambientato nell'inferno del dating, degli algoritmi e del consumismo sfrenato. I soldi non faranno la felicità, forse, ma garantiscono una serena vita di coppia. È la tesi di un film classico, ma diversissimo da come gli spot promozionali e il discutibile titolo italiano ce lo hanno raccontato. Cinico, contemporaneo e calcolatore, Materialists fa del matrimonio un contratto e dell'amore merce di scambio. La nostra affascinante eroina newyorkese troverà il suo principe azzurro, o rischierà il burnout? Inevitabile, a fine visione, sentirsi un po' più brutti, soli, poveri e bassi rispetto all'inizio. Celine, diccelo, per favore: cosa ti hanno fatto di male gli uomini alti soltanto uno e settanta? (7)

lunedì 15 aprile 2019

Mr. Ciak: Boy Erased, Ben is back, Wildlife, Mid90s, Hot Summer Nights, La diseducazione di Cameron Post

Si può guarire dalla propria natura? Qualcuno pensa di sì. Lo pensa, forse, anche il protagonista: un ventenne vulnerabile e confuso, che della sessualità ha conosciuto prima la violenza di un compagno di corso, poi la tenerezza di un pittore con cui ha diviso il letto senza spingersi oltre. Se sei omosessuale, se ti penti, puoi trovare assoluzione. Spiace dirlo, ma non si tratta di un romanzo distopico. Boy Erased, tratto dall'omonimo memoir letto lo scorso novembre, è una storia realmente accaduta. Nel passaggio al cinema sceglie toni crudi, iperrealistici, e un taglio a metà fra il documentario e il thriller d'inchiesta. Mosso da sconvolgenti tensioni spirituali e sessuali, è una cronaca di contrizione, di costrizione, approcciata con un distacco formale che mi ha spiazzato in positivo. Hedges, afflitto e struggente, si nasconde sotto una cappa di vergogna e senso di colpa con il temperamento dei grandi attori. Notevolissimo, poco indulgente verso personaggi e spettatori, Boy Erased va incontro a una ribellione troppo precipitosa, a toni qui e lì troppo freddi per paura di incappare nel pericolo didascalismo, ma tocca riconoscergli meriti diffusi. Quella biografia indigesta su carta, infatti, appariva inadattissima al cinema. I plausi spettano alla recitazione minimalista del cast in gran completo, con i mattatori della vecchia scuola e i nomi più glamour disposti a sparire in ruoli di supporto. A Joel Edgerton, alla sua seconda prova da regista, che adatta di proprio pugno e prende in prestito le atmosfere asfissianti della sua opera prima. Si fanno i conti con mamma Kidman e papà Crowe. Si allunga la mano fuori per saggiare di cosa sappia la libertà. Non si cancella la rabbia. (7)

Anche i tossicodipendenti vogliono festeggiare il Natale in famiglia. Anche a costo di confrontarsi con scie di cadaveri, speranze infrante e parenti sconosciuti. Sempre nell'occhio del ciclone, nel mezzo delle atmosfere nevose di Manchester by the sea, riabbracciano fratelli e genitori, accarezzano il cane, ma portan guai. L'onnipresente Hedges, misuratissimo e in parte, fa i conti con i suoi giovani crimini e con la mamma iperprotettiva di Julia Roberts, a volte intensa e altre sopra le righe, che a momenti alterni lo spalleggia e lo respinge. Da sinceramente toccante, Ben is back si fa ansiogeno nella seconda parte. Una ricerca porta a porta, nel peggio della provincia americana, verso vie di fuga dall'incubo: peccato che i risvolti criminosi, purtroppo, risultino posticci. Inseriti nella sceneggiatura per aumentare le tragedie, le lacrime, l'ansia, all'interno di una vicenda già complessa di per sé. Ambientato nell'arco di una lunga giornata, il film di Hedges padre è un viaggio nel lato oscuro delle festività, ammorbidito dal carattere solare della protagonista e dai toni indovinati dell'ora introduttiva. Difettoso ma coinvolgente, commovente senz'altro, resta uno di quei drammi che hanno il coraggio di poggiarsi esclusivamente sui loro interpreti, soltanto sulle emozioni che riescono a suscitare. Per riportare i figli recidivi all'ovile e i kleenex, quelli sperperati con gran mestiere, in sala. (6,5)

Si sono spostati dove li hanno portati gli ingaggi di lui. Quando il lavoro è venuto meno, assieme all'amore, i bellissimi Mulligan e Gyllenhaal si sono dovuti improvvisare altro. Lei, civettuola e vanitosa, dà lezioni di nuoto e lui, altezzoso al punto da rifuggire la routine, seda incendi; il figlio parsimonioso, invece, fa da aiutante in uno studio fotografico. La loro famiglia va in fumo all'improvviso. Nella frustrante attesa che cada la neve, ci si arrangia come si può. I divi hollywoodiani fanno i conti, così, con il brusco risveglio dal sogno americano; con la fine di un matrimonio felice. Le attenzioni, però, sono tutte per il silenzioso testimone della loro relazione: un adolescente che apre a forza gli occhi su un mondo di tradimenti e repressione, interpretato dalla rivelazione Ed Oxenbould. Non tutto oro è quel che luccica, no, a dispetto dei grandi nomi coinvolti, del best-seller di Richard Ford alla base e dell'apprezzamento riscosso presso i festival giusti. Le pecche di Wildlife, attesissimo esordio alla macchina da presa di Paul Dano, ha i suoi maggiori difetti in una scansione temporale confusa e in dialoghi quanto mai ridondanti: la regia, consapevole ed elegante, incornicia sullo sfondo dei meravigliosi anni Cinquanta una Mulligan perfino più insopportabile di quella vista nel Grande Gatsby. Adattamento rigoroso e distaccato, scritto insieme alla compagna Zoe Kazan, il dramma è un Revolutionary Road in piccolo e visto da una piccola prospettiva, con una presa emotiva minore del previsto e due personaggi troppo antipatici per suscitare alcuna empatia. Come la foto di un pallido dispiacere che, al cinema, si è già fatta ricordo. (6,5)

I 4:3 del miglior cinema indipendente. La patina granulosa delle videocassette. L'approccio neorealista dei bambini secondo Sean Baker. Diciamolo: non ci si aspettava un esordio così da Jonah Hill, ennesimo attore passato dall'altra parte. Famoso per la sua fisicità, per le commedie demenziali dei primi tempi a cui sono seguite due insospettabili candidature agli Oscar, l'interprete recentemente visto in Maniac raduna una compagnia di birbanti per raccontarci l'infanzia con i toni di Truffaut. Nocivi ma fondamentalmente buoni, talora dal talento inespresso, i protagonisti introducono Stevie nella loro cricca: ancora piccolo, con in casa una mamma single e un fratello dispotico interpretato dal solito Hedges, vuole imparare ad andare sullo skateboard. Per diventare la mascotte dei grandi, mostrandosi impavido e sconsiderato, bisogna approcciarsi anche alle droghe e al sesso. Da un lato Stevie ambisce al perfetto equilibrio, per non disobbedire a mamma e per non rompersi la testa. Dall'altro, invece, punta a luoghi fatti soprattutto per gli afroamericani, per gli adulti. Come un Eight Grade più distante da me per il linguaggio, l'approccio, il quartiere, Mid90s racconta la formazione di un ragazzino troppo educato per la vita di provincia, che in privato fa abuso di scuse e grazie. Colleziona amici e nemici, si fa rispettare. E la sua diseducazione, fra frequentazioni deleterie e momenti toccanti, è quella tipica di una generazione perduta che sperava di andare lontano: magari su due ruote. Ma ha confuso, purtroppo, il fine con il mezzo. La perdizione della vita di strada, ritratta senza sporcature eccessive o presunzioni da narratore impegnato, fa di questo esordio un film piccolo nel taglio e nelle intenzioni, ma con tanta voglia di svelare con una sincerità e una limpidezza contagiose le ginocchia sbucciate dei suoi teneri anni. (7)

Sono gli anni del Laureato e Terminator. Di Street Fighters nelle sale giochi. Thimotée Chalamet, intrappolato nella sua sonnacchiosa città costiera, non appartiene né alla schiera dei locali né a  quella dei villeggianti. Emblema dell'adolescente eternamente fuori posto, con bomboletta dell'asma in mano e un corpo allampanato, si trova coinvolto suo malgrado in una disavventura estiva che ha del paradossale, fra gente bellissima – l'irraggiungibile Maika Monroe, il piantagrane Alex Roe – e droghe leggere. Ma questo pesce piccolo sogna in grande: ha una straordinaria propensione a mettersi nei guai e, per fare il salto, spera di passare dall'erba alla cocaina. In un microcosmo di ragazze fatali, spacciatori e colorati luna park, quanto è semplice pestare i piedi alla gente sbagliata? Ennesima chicca targata A24, con un cast di giovani talenti e la regia retrò di Elijah Bynum, Hot Summer Nights sembra un po' una canzone di Lana Del Rey, un po' un romanzo di John Green. Un narratore esterno ai fatti parla a nome dell'intera città: i tre protagonisti, a detta sua, sono già diventati un mistero. A sorpresa, così, i personaggi più superficiali regalano attimi di struggimento e la svolta drammatica, che nel finale imbocca i territori precipitosi e serissimi del crime, gli dona più che a Ben is back: Lascia, infatti, l'amaro in bocca e gli occhi tristi. Queste caldi notti estive avevano proprio bisogno del refrigerio di un brivido, pur di mostrarsi più che una toccata e fuga nel lato oscuro degli abusati '80s. (7)

Un'altra identità da riformare. Un'altra sessualità negata. Questa volta siamo nei primi anni Novanta, nei panni di una ragazza interrotta. L'hanno beccata a pomiciare sui sedili posteriori con una compagna di scuola e per lei hanno decretato una guarigione forzata in un centro che mette al vaglio i sogni erotici che fa, la musica che ascolta, i traumi pregressi e i fidanzatini del liceo. Con il rischio di perdere sé stessa, di tradirsi, in nome di una religione a cui nessuno crede fino in fondo e di una normalità predicata soltanto in teoria. I toni sono quelli falsamente scanzonati di Noi siamo infinito. Le ambientazioni ricordano gli istituti correttivi di Fino all'osso e Cinque giorni fuori. Inferiore ai titoli citati, nonostante la delicatezza del tema, la discutibile vittoria al Sundance e l'enorme talento di una fragile e focosa Moretz, La diseducazione di Cameron Post racconta una storia di ribellione e affermazione, ma non ha né anima né originalità; colpi di testa o di cuore. L'esordio di Desiree Akhvan, eppure inspiegabilmente ben accolto in patria, si lascia rabbonire e semplificare, smussare. Troppo educato, titolo a parte, lascia che i suoi protagonisti in terapia disegnino iceberg, per poi indugiare con profonda amarezza soltanto sulla superficie. (5,5)

martedì 27 novembre 2018

I ♥ Telefilm: Homecoming | Crisis in Six Scenes

Le geometrie di Kubrick, gli split screen di De Palma, l'aspect ratio di Dolan, il Soderbergh che filmava la claustrofobia con l'iPhone. Sam Esmail, quarant'anni e una carriera tutta in discesa dopo il successo di Mr. Robot, è andato a scuola dai migliori. Primo della classe, nonostante le scarse attrattive di una storia lisergica di hacker e complotti che al suo esordio non mi aveva conquistato, torna a ipnotizzare dall'alto di una regia bellissima. La sua macchina da presa sfida la paura delle vertigini: un tutt'uno perfetto con l'eleganza del vetro e dell'acciaio, il verticalismo hitchcockiano delle scale a chiocciola, una colonna sonora che spazia dalle arie di Handel ai rimbombi stridenti dei noir vecchio stile. E nobilita, così, un thriller psicologico che più classico non si può: rigoroso ma non senza ironia, algido ma non senza sentimento; rétro eppure modernissimo. Un addetto all'ufficio reclami, ossessionato dalla verità, s'improvvisa investigatore: cosa nasconde una compagnia che cura i veterani dal disturbo post-traumatico? Diciotto pazienti, sei settimane per reintegrarsi; lavori di gruppo, giochi di ruolo, scherzi e confidenze, in una mensa dove il martedì servono gnocchi a pranzo. Qualcuno vorrebbe andare oltre, qualcun altro addita intrighi dappertutto. Potrebbe saperne di più l'ex consulente Julia Roberts, che matura – anagraficamente e artisticamente – senza tradirsi mai, donando il suo sorriso e tanta femminilità a un personaggio che all'inizio appare intransigente e distaccato. Non più psicologa, ma cameriera in una sudicia bettola, ha un nuova routine, un nuovo domicilio – vive con una mamma d'eccezione, Sissy Spacek – e misteriosi buchi nella memoria. Cosa l'ha spinta a quell'inspiegabile retrocessione professionale? Il presente asfittico è in 1:1, mentre il passato in 16:9. E nel passato si annidano le chiamate di uno spietato Bobby Cannavale, Mefistofele che scoraggia (e ispira) riflessioni etiche ed esami di coscienza; la complicità con Stephan James, che forse esula dalla relazione medico-paziente e insospettisce qualcuno ai piani alti. Semplice ma reazionario nel suo piccolo, Homecoming ha episodi che si aggirano intorno ai trenta minuti di durata – di solito, priorità delle comedy – e una chiusa poetica in stile Comet. Se l'ottava puntata è una doppia corsa a cui riescono a stare meravigliosamente dietro un montaggio e una scrittura senza segni d'affanno, nona e decima si prendono tutta la calma del mondo in vista dell'epilogo pacato e un po' magico dei film indie. Ecco le chiacchiere in una tavola calda, il sorriso commosso davanti a una posata fuori posto, i dubbi dopo i titoli di coda con la promettente Hong Chau. Homecoming si accalora, si colora, si amplia e, in campo neutrale, si apre finalmente all'emozione. Come una gita in macchina dalla Florida alla California, da The Manchurian Candidate a Eternal Sunshine of the Spotless Mind, che apre gli occhi sui pro e i contro di una società alla Black Mirror mentre invoglia a sognare un po'. (8)

Prendete una coppia in là con gli anni, ebrea e conservatrice: lui, pubblicitario e scrittore, riposta l'ambizione di diventare il nuovo Salinger, confessa al barbiere l'idea di sceneggiare una serie televisiva; lei, un po' Diane Keaton e un po' Allison Janney, è invece una consulente matrimoniale che si barcamena fra coniugi in crisi e borghesi annoiati. Fuori impazzano gli anni Settanta: le manifestazioni giovanili, il rock, la ferita del Vietnam. Possono forse sentirsi protetti dal divenire storico se nemmeno la loro casetta è a prova di invasore? Qualcuno irrompe nella loro routine senza annunciarsi né chiedere il permesso. È una Miley Cyrus che a sorpresa regge benissimo i dialoghi fiume e i tempi comici di un cinema al solito verbosissimo, con un ruolo cucitole su misura: bionda, hippy e spregiudicata, fugge dalle accuse di terrorismo – immaginatela come l'irrequieta Dakota Fanning di Pastorale Americana – e semina tempesta. Pane per i denti di un ottantenne ipocondriaco e misantropo, che sa ridere di morte e politica a patto che nessuno mangi a tradimento il pollo della sera prima o le adorate arance Navel. Il risultato della convivenza forzata? Un'esilarante andirivieni che mette a soqquadro un attempato club del libro (le adorabili partecipanti leggeranno gli aforismi di Mao, i segreti della guerriglia, le istruzioni per fabbricare bombe con gli stessi principi del bricolage), le ideologie di un cocco di mamma che d'un tratto scopre di preferire le cattive ragazze (con buona pace di Rachel Brosnaham, futura Mrs. Maisel), le giornate di due anziani professionisti convertiti presto all'agilità dello spionaggio. Scrive e sceneggia Woody Allen, e si sente, e si ride, e fa la differenza. Crisis in Six Scenes, produzione Amazon vista con estremo ritardo per via del gran parlarne male, mi è parsa una commedia di quelle che mancavano da un po'. Da Blue Jasmine in poi, infatti, il regista si era dato a copioni più malinconici e a stelle più sfavillanti. Si era nascosto dall'altra parte della macchina da presa, quando in realtà nei suoi occhiali a fondo di bottiglia e nei suoi modi goffi mi sono sempre rivisto con estrema simpatia. In un formato per lui inedito, in una casa sempre più rumorosa e affollata, riesce a far faville pur non osando mai con una storia di conflitti e dissapori generazionali in cui subito mi sono sentito nel mio elemento. Le orecchie attente ai botta e risposta pensati con la classica intelligenza newyorkese, gli occhi che saettavano dal poster del Che in camera da letto a un assembramento di impareggiabili mattatori, il cuore leggero e pesante insieme. Questo Natale sarà infatti più spento del solito, complici gli antichi scandali rispolverati, senza le chiacchiere di Allen in sala. Che sia l'occasione buona per scoprirlo, rivederlo o, come in questo caso, recuperarlo. (6,5)

mercoledì 7 febbraio 2018

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: I, Tonya | Wonder

Sfrecciava leggiadra sulle lame dei pattini, portandosi dietro scie di sangue. Si gettava con così tanto impeto nell'impresa impossibile di un triplo axel da apparire, complice la velocità, una figura indistinta al centro della pista. Giravano lei, il mondo, e quella figura sfocata appariva ora un'icona di stile, ora un mostro: una creatura bicefala. Tonya Harding, la pattinatrice. La mandante, o così si raccontò negli anni Novanta, del pestaggio di una collega rivale. Sulla sua vita, sulla sua verità, hanno ricamato a piacimento i media. I, Tonya racconta come fosse una lunga e incensurata intervista, un documentario bizzarro, l'ascesa e la caduta – soprattutto, i chiacchierati misfatti – di un nemico pubblico col vestito glitterato e il fiocco fra i capelli. Il risultato è la biografia politicamente scorretta che non ti aspetti. L'altro lato della medaglia. Bambina prodigio, spremuta come un limone sin dalla tenera età, la protagonista cresce nella violenza fisica e psicologica. Si affida ciecamente all'esempio della volgare mamma manager (un'irresistibile Janney in odore di vittoria, già genitrice degenere nella sit-com Mom), a un compagno manesco (il baffuto Sebastian Stan), all'imprevedibile volubilità del pubblico (che ora la acclama, ora la chiama campagnola); infine, ai servigi di un manipolo di sicari stupidissimi da cui non potevano dipendere né vite né reputazioni, no. La Harding si esibiva su note assordanti, portava lo smalto colorato in barba alle regole, indossava vestitini succinti cuciti personalmente a macchina la notte prima. Tecnicamente insuperabile, non piaceva ai giudici: in cerca di campionesse di pattinaggio, e di moralità. Su Netflix, lo esemplificavano già gli incontri a tavolino di Glow: una nazione di patrioti bellicosi, di benpensanti, ha bisogno di personaggi rivali nello sport; della battaglia fra bene e male. Tonya, suo malgrado, al contrario della dolce Nancy, era il male incarnato. Perché, cosa inammissibile, aveva una personalità. Amareggiata, sempre fuori posto, indesiderata, cerca allora la gloria che le spetta – e che in fondo merita – con le cattive. Il montaggio e la colonna sonora, pazzesca, sono martellanti. Craig Gillespie, alla regia, si muove come un David O. Russel rock n' roll. Una quasi irriconoscibile Margot Robbie, pronta a tutto per scollarsi di dosso l'etichetta di pupa bella e innocua, sorprende per una maturazione avvenuta dalla notte al giorno – al di là di un allenamento fisico che deve averla molto provata, di sedute estenuanti di trucco e parrucco che nemmeno riescono a imbruttirla troppo, ammiratene l'intensità dei pianti e dei sorrisi forzati allo specchio del camerino, a pochi minuti dal verdetto finale. La campionessa sovversiva ha un'interprete alla sua altezza, un film che la rispecchia. Fatto di sudore copioso, sangue pazzo e glitter ovunque. Di grazia su ghiaccio e ingiustificata barbarie. Per la tendenza tutta americana a non vedere sfumature, a non ammettere gradi di colpevolezza, c'è gente da amare e gente da odiare: punto e basta. Tu, Tonya, qui puoi finalmente essere amata. (7,5)

Sulla scia dell'entusiasmo generale, ai tempi, ho provato e riprovato a leggere quel romanzo con la copertina pastello che parlava di diversità e altruismo. Apprezzo sinceramente le storie che sanno rivolgersi a grandi e piccini, ma bastavano poche pagine appena per trovare insopportabile l'eppure apprezzatissimo Wonder. Questione di stile, forse. Questione di romanzi a tesi, a tavolino, che sanno di lacrime facili e furberia. L'ho aspettato al cinema senza aspettarlo mai per davvero. Un po' di curiosità per Chbosky, autore e regista di cui avevo perso notizie dopo il successo di un cult intitolato Noi siamo infinito; un po' di curiosità per il ritorno di Jacob Tremblay, il bambino prodigio in Room, in un adattamento che lo vuole ancora alle prese con la scoperta del mondo esterno e ancora coprotagonista, sebbene molto più in sordina, della stagione dei premi – il film, accanto alla nomination all'Oscar per il miglior trucco, ha ricevuto più di qualche menzione agli scorsi Critics Choice Award. Arrivato in sala sotto festività che dovrebbero addolcire di per sé, Wonder è il primo giorno di Auggie alle scuole medie. Un bambino che ama Star Wars e lo spazio profondo, parla di Halloween come della sua festa preferita e, a soli dieci anni, fa i conti con una malformazione al viso che l'ha reso oggetto di derisione. Si nasconde dietro un casco da astronauta, sotto il cappuccio della felpa, ma mamma Roberts e papà Wilson lo spingono delicatamente a uscire dal guscio; a crescere. Fra sfottò, pranzi in solitaria, amici che tali non sono, le ore di lezione – e di questo film – vanno come previsto. Qualcuno si ravvede in vista di un epilogo troppo buonista e qualcun altro impara la semplicità del perdono, la famosa bellezza interiore e la necessità, a volte, di un pugno sul naso ben assestato per zittire le risate di scherno. Dalle parti di Diario di una schiappa e Dietro la maschera, il piccolo Elephant Man del sempre dolce Tremblay è un prodotto in stile Giffoni, un inno alla gentilezza che a volte si perde nella stucchevolezza di una famiglia perfetta e nelle evitabili lungaggini del finale. I cosiddetti ragazzi normali sono forse risparmiati dall'agonia del crescere, del rapportarsi? Pur lontanissimo dalla meraviglia del titolo, Wonder piace allora. Quando, a punti di vista alterni, si apre ai comprimari – una sorella maggiore alla scoperta dell'amore e del teatro, un amico che ha tanto da farsi perdonare, un'adolescente meno superficiale di quanto non dicano le sue ciocche rosa – e alla segretezza delle loro battaglie. Scritte, ma non sulla faccia. (6)

lunedì 27 giugno 2016

Mr. Ciak: Tutti vogliono qualcosa, Altruisti si diventa, The Nice Guys, Money Monster, Cell

Richard Linklater è un grandioso cantore di amori, vite e gioventù. Anche quando, come in questo caso, non sembra. Anche quando, distante dagli amanti della trilogia di Prima dell’alba e dall’esistenza in presa diretta del miracoloso Boyhood, lontano dagli impegni, confeziona una commedia generazionale che somiglia a Tutti vogliono qualcosa: il titolo di una canzone dei Van Halen, le matricole di una confraternita sullo sfondo dei fortunati anni ’80 e, tra le righe e le risate, una verità universalmente valida. I giovani e l’inquietudine; la fatica del crescere. Questo, in un film al maschile disimpegnato e godereccio, ma spensierato solo in apparenza, che sembra raccogliere l’eredità di La vita è un sogno (non l’ho visto: rimedierò) e cominciare lì dove l’avventura del giovane Mason finiva: l’arrivo al college. Uno di quei film, forse, che piaceranno più alla critica che al pubblico: ai fedelissimi di Linklater, senz’altro. Ci vuole sforzo, inventiva e un pizzico di fiducia, infatti, nel prenderlo sul serio: nel vederci altro, o almeno un po’, dietro le feste di Animal House, gli sportivi sopra le righe di Blue Mountain State e i bagordi di un American Pie nella macchina del tempo. Parla di feste, feste e feste; dei tre giorni che precedono l’inizio delle lezioni; di una promessa del baseball che, iniziato agli eccessi e all’ozio della vita in autonomia, si rende conto, lì, di essere uno dei tanti, e non il migliore. Spassoso e nostalgico, Tutti vogliono qualcosa ha bei colori, belle tracce, belle facce – e, anche talent scout, il regista punta su stelle del piccolo schermo, nemmeno le più luminose del firmamento, che non ti aspetteresti. L’ingenuo Blake Jenner (Glee), il competitivo Tyler Hoechlin (Teen Wolf), l’esilarante Glen Powell (Scream Queens) e i loro soci vanno a caccia di ragazze in pista, filosofeggiano se sfatti, vestono jeans sfrangiati e camicie sgargianti, vivono a pieno l’euforia di una generazione lontana da loro, giovani leve, e da noi, spettatori del nuovo millennio. Ma contagiati comunque dal buonumore; dal senso di estati che dureranno per sempre. Brilli, valenti, speranzosi e affiatati, per due ore che scorrono indisturbate, tanto quanto gli studenti senza compiti per casa e senza progetti a lungo termine del Linklater più estivo – l’uscita a giugno, infatti, calza a pennello – su piazza. (7)

Ben, quarantacinque anni e un peso inconcepibile sulla coscienza, ha una moglie che lo assilla con le carte del divorzio, ricordi spiacevoli e una straordinaria propensione al bene. Vuole rendersi utile, trovale uno scopo, all’indomani di un lutto che l’ha spezzato, ma non vinto. La sua missione quotidiana, improvvisamente, somiglia a Trevor: ventenne in carrozzella, che si descrive come “bello e fico” - la modestia vien dunque da sé -, e ha la distrofia muscolare e una mamma preoccupatissima a troncargli la gioventù. Molto prosaicamente – e il contratto lo specifica -, Ben dovrà pulirgli il sedere e assisterlo, nelle sue giornate sprecate in soggiorno, tra commenti sozzi sulle presentatrici tivù, scherzi di dubbio gusto, litigi frequenti. Un giovane senza autonomia, un adulto senza senso: squadra tristanzuola, ma non troppo; improbabile di certo. In The Fundamental of Caring – Altruisti si diventa, produzione Netflix e chiare atmosfere da Sundance, sono proprio l’indipendenza e il perdono che si cercano, e magari sono la tappa successiva di un tenero ed esilarante viaggio on the road all’insegna dei desideri di Trevor: fare pipì all’impiedi, guardare il buco più profondo d’America, darsi al sesso orale con Katy Perry. Lungo il tragitto, però, accanto a una sconclusionata donna in dolce attesa, un’altra stellina del pop: Selena Gomez, ribelle e in fuga da casa. Mio carissimo Trevor, farai forse lo schizzinoso? Sono dettagli. E sono i dettagli – e i protagonisti - che contano in una commedia su ruote che fa il verso a Quasi amici e s’ispira a un romanzo del da noi inedito Jonathan Evison: libera, scorretta e un filino toccante. Vento di ponente nei territori del dolore, se seriosità e tragedie non hanno un invito formale. Sì, invece, a scaramucce, parolacce e buoni propositi di ripiego, con l’intenso Paul Rudd e l’adorabile Craig Roberts. Il resto: soste vietate e tante stupidaggini sul pensare positivo, che dette così, da loro, suonano assolutamente convincenti. Tant’è vero che, giunti a destinazione, spiace scendere e fare ciao. (7)

Una macchina sbanda, sulle colline di Hollywood, e finisce dritta dritta nel soggiorno di un bambino un po' vispo. Alla guida, morta, una pornostar che lui conosce dettagliatamente. La prima di tante morti sospette, quella, legate al mondo del cinema a luci rosse: roghi misteriosi, addetti ai lavori giustiziati e, adesso, una giovane ribelle in fuga. Sulle sue tracce – che ruolo avrà, infatti, in tutto ciò? - due detective privati. Uno senza licenza, l'altro con una vispa bambina a carico. Healy è massiccio e manesco; March è scaltro, segaligno e urla fortissimo. Agli antipodi, inizialmente, sono l'uno il nemico dell'altro, prima di allearsi. Il loro collante, la piccola Holly – che avrà fatto incetta di storie alla Nancy Drew – e omicidi legati al sicario Matt Bomer e alla potente Kim Basinger. Un chiacchierone Ryan Gosling le prende e un Russel Crowe dalla taglia forte, forse per la parte o forse semplicemente per la sua buona forchetta, le dà, in un buddy movie vecchio stampo che cita i nostri Bud Spencer e Terence Hill, Starsky e Hutch, con il desiderio di fare di questa strana coppia, magari, un'altra storica strana coppia. Ci sarà riuscito il buon Shane Black, legato alla serie di Arma Letale e già regista di Kiss Kiss Bang Bang, che similmente mescolava il giallo e la commedia al maschile? La critica ne è entusiasta, il pubblico ride. Io, intrattenuto ad arte per due ore e divertito il giusto, ho trovato loro perfetti, accattivante lo stile, gustosissimo l'intreccio. Ma, come accade con i film leggeri e leggerissimi, senza strascichi: lì per lì. Il ricordo di questi “bravi ragazzi” - il Bello e la Bestia – non resterà con me a lungo, e forse è svanito già. In poltrona, nel famoso lì per lì di cui sopra, non siamo stati stretti, tra poderose pacche sulla spalla, scazzottate, schizzi di sangue e sorrisi rilassati. Carino, molto; finché dura, almeno. (6,5)

Lee Gates, presentatore da strapazzo, nel suo seguitissimo show televisivo dà consigli a chi, investendo, spera di arricchirsi all'improvviso. Imbroglione che accenna passi di ballo e grossi sorrisi, però, di finanza e dintorni ne capisce il minimo indispensabile. Legge il gobbo alla lettera e, nelle orecchie, ha i suggerimenti di Patty, regista che ha tutto sotto controllo. O quasi. In diretta, infatti, vivono un incubo – che, sotto sotto, è il sogno di tutti coloro che sognano le impennate dello share, gli ascolti alle stelle, gli spettatori in visibilio. Kyle, giovane padre che ha perso i suoi pochi risparmi, armato di esplosivi, pistole e tanta disperazione, entra in studio e tiene Gates sotto tiro. A telecamere accese, racconta la sua storia; denuncia. E, dalla parte del torto, pian piano si sposta in quella della ragione. Le sue frecciate, i suoi sospetti, puntano a un imprenditore emergente e a sparizioni di denaro immotivate. La polizia è già fuori, l'accusato è al di sopra di ogni sospetto. Come finirà? Dopo lo spigliato La grande scommessa e l'emotivo 99 Homes, una professionale Jodie Foster – nonostante la sua regia senza guizzi, un po' televisiva – ci parla della recessione e di una Wall Street in caduta libera in questo Money Monster. Leggero, a sorpresa, ma per il resto ben poco sorprendente. Indeciso sui toni, non troppo caustico né troppo impegnato, ricorda Live! e il recente El desconocido, visto, piaciucchiato e snobbato. Mi tocca rivalutarlo, quel thriller spagnolo su un banchiere fraudolento in linea con un burattinaio truffato, all'indomani di un prodotto come questo, fatto di nomi altisonanti e scarso mordente. Se fa piacere, dopo Skins, vedere un O’Connell sempre più lanciato, Clooney e la Roberts – lui esagerato e lei, per ragioni di copione, sciatta – abbracciano ruoli interpretati in tempi recenti. E gli occhi dello spettatore, in prove attoriali senza sforzo e in risvolti telefonati, nonostante un ritmo forsennato e una Foster che fa tanto piacere ritrovare, passano oltre senza indugiare. (6)

Dieci anni fa, Stephen King firmava Cell. Uno spunto interessante, sì, ma, a detta di tutti, non un capolavoro. Di certo, non un romanzo degno di una trasposizione tutta sua. Soprattutto, non così in ritardo. Il Re, infatti, giocava con cannibalismo e tecnologia, prima che i social ci rendessero dipendenti, che la tivù ci proponesse appuntamenti settimanali con i non-morti di The Walking Dead, che qualcuno – per altre vie, sotto nomi diversi – s’impossessasse dell’idea, rielaborandola. E sono dieci anni, quindi, che la trasposizione cinematografica di Cell fa parlare di sé, ma non decolla. Eli Roth alla regia, oppure tra i produttori esecutivi? Film, o riduzione televisiva? Il 2016, anno in cui King ha subito un trattamento quantomeno dignitoso con la miniserie 22.11.63, vede il progetto andare in porto e, in sordina, giungere al cinema. D’estate. Stagione per eccellenza degli horror da poco. Il ritardo è imperdonabile; la curiosità è scarsa anche se si è fan sfegatati come me; il cast è buono, ma promette un compitino fatto di fretta. Nonostante tutto, però, Cell si rivela ben peggiore del previsto: inconcludente, inservibile, noiosissimo. Dopo un incipit piuttosto efficace in  un aeroporto contagiato dalla pazzia, e già lì, per bruttezza, spiccavano i titoli di testa, il film segue il viaggio di un inebetito John Cusack e di un insopportabile Samuel L. Jackson in cerca del figlio del primo. Lungo il cammino, giovani sopravvissuti – la nota meno dolente è Isabelle Fuhrman, bollata come promettente sin dai tempi di Orphan – e uomini e donne che hanno perso il senno. La violenza scarseggia, i dialoghi vorrebbero conferire invano intimità a una pellicola senza perché e, dando una spolverata a vecchi ricordi, giurerei che tanto, tra le pagine, andasse diversamente. Ennesimo caso in cui, passando sul grande schermo, Stephen King viene massacrato, Cell è un’operazione fuori tempo massimo, indesiderata, che, nel fatale passaggio, combina forse più disastri dell’ennesima, incomprensibile apocalisse. (3)

sabato 5 marzo 2016

Mr. Ciak: Perfetti sconosciuti, Suffragette, The Gift, 99 Homes, Il segreto dei suoi occhi

Cena coi fiocchi a casa di amici. Hanno un salotto ampio, cucina abitabile, un terrazzino con vista panoramica da cui osservare l'eclissi che incanta Roma. L'astro li rende tutti un po' lunatici, il vino bio assai su di giri e la noia del conoscersi bene li spinge perciò a un esperimento dagli effetti tragicomici. Tra una portata e l'altra, poggiare gli smartphone sul tavolo. E, ad alta voce, dirsi tutto quello che arriva. Quanto si è in armonia? Quanto sanno i mariti delle mogli, quanto le mogli dei mariti, e cosa nascondiamo al nostro migliore amico? La Rorhwacher e Leo, neosposini, devono far conto con la lucidità di lei – ultima arrivata – e la mancata serietà di lui. La Foglietta e Mastandrea, con un paio di mutandine sfilate di nascosto e uno scambio di cellulari per salvare una relazione di facciata, scendono all'ennesimo compromesso. Battiston, licenziato da poco e da poco fidanzato, quanto fa bene a non portare il suo ultimo amore a quella cena all'insegna della rivelazione. Giallini, chiurgo plastico, e la Smutniak, analista, irreprensibili padroni di casa, pensano all'aiuto di uno psicologo e a un ritocco al seno: preferirebbero, però, ricorrere a terzi. Perfetti sconosciuti, commedia italiana a sorpresa, perché così ben pensata e tanto di successo, darà senz'altro fiducia ai più. Per dire che il cinema italiano, come asserisco da un po', è in forma e che il pubblico generalista, a volte, individua e premia un prodotto valido ancor prima della critica. Per dire che, a me, le commedie di Genovese – viste in tivù quando capitava, mai recensite perché mi sarei limitato a usare poche parole e diminutivi da prima elementare – in realtà piacciono quasi sempre, mi rilassano, ma qui scrive e dirige meglio. Qui fa la differenza. E se il genere, dal granitico impianto teatrale, richiede situazioni credibili e ambienti circoscritti, ci pensano alcuni degli attori più impegnati e versatili di casa nostra – la Rorhwacher convince di più quand'è seria e pensierosa, ma Mastandrea e Battiston sono bravissimi. Ci si ispira al caustico Carnage e ci si inserisce in quel filone che, tra I nostri ragazzi e Il nome del figlio, lo scorso anno, mi aveva regalato finali agghiaccianti, discorsi fiume, interpretazioni maiuscole. Perfetti sconosciuti però, indispensabile presenza, è più divertente del primo – al contrario, atipico thriller – e più accattivante del secondo – libero adattamento di una pièce d'oltralpe. I panni sporchi si lavano tutti insieme, sotto una luna strana. La tensione si può tagliare – da servire a fette al posto del dolce, con altro alcol e le fedi lanciate come fossero trottole – e le riflessioni in abbondanza, se avanzano, le si porta a casa per il giorno successivo. Sempre che una risata che si colora d'amarezza non ci seppellirà tutti prima dell'arrivederci e dei dove l'ho lasciato, il cappotto? (8)

Maud, moglie e mamma, si spezza la schiena in una lavanderia industriale. La paga è una miseria e il capo ha le mani troppo lunghe. Quasi sicuramente, ha abusato di lei. Erano gli anni dieci del novecento e, di lì a poco, Londra e il mondo avrebbero vissuto i dolori di due guerre. Nei quartieri popolari, tra le baracche fatiscenti della classe operaia, il momento di marciare era arrivato in anticipo: un'altra piccola guerra e, a combatterla, le donne. Tutte in piazza per il diritto al voto. I discorsi ispiranti dell'attivista Emmeline Pankhurst e la toccante storia della coraggiosa Maud per parlare, così, di un'altra epoca e di figure femminili che, titaniche, non si lasciano mettere in un angolo. La colonna sonora è di Desplat, la sceneggiatura di Abi Morgan, il un cast è di lusso, sebbene Meryl Streep abbia poco più che un cameo e Helena Bonham Carter, credibile se lontana da Tim Burton, figuri in un ruolo secondario, al serivizio della coralità. Materiale rigoroso, storia vera, l'ombra vaga della BBC, per una pellicola di genere esatta e tradizionale. Sarah Gavron, semi-esordiente, lavora, infatti, a una ricostruzione sorprendentemente poco laccata. Protagonista dolce e combattiva, una potente Carey Mulligan: gli occhi belli e le fossette più adorabili in circolazione, in unione a un'espressività che emoziona. Personaggi struggenti, orgogliosi, fragili. Donne tormentate, maltrattate, battute, condannate al silenzio e alla sottomissione, in Suffragette, dramma d'apertura allo scorso Festival di Torino. E gli uomini, superficialmente si osserva, erano tutti tanto cattivi? Durante l'orario di lavoro, c'è il signorotto di turno che gioca a fare Dio. Il poliziotto Brendan Gleeson mantiene l'ordine con il pugno di ferro. In casa, ci sono mariti come Ben Whishaw, ottusi ma fondamentalmente buoni, che hanno idee ancora confuse. Suffragette, appassionante, ma poco memorabile, non ci risparmia neanche il sangue – la polizia placava le manifestazioni a suon di manganellate, non aveva pietà – e i trattamenti crudeli nelle galere inglesi – perquisizioni, docce fredde, percosse. A mancargli, forse, il fuoco della ribellione e, nell'esposizione, maggiore audacia; di sicuro, non una certa, connaturata forza d'animo. (6,5)

Per Simon e Robyn, sposi affiatati con il desiderio di ampliare la loro famiglia felice, è il trionfo del sogno americano: una splendida casa, un lavoro di successo per lui, nuove amiche per lei. Finché, dal passato di un marito al di sopra di ogni sospetto, non emerge un'ombra isolata. Gordo, compagno d'infanzia, che inizia a presentarsi alla loro porta con doni e attenzioni indesiderate. Ma niente sarà più come prima, se un passato vergognoso bussa alla tua porta e, nell'ultimo pacco regalo, troverai verità, e colpi di scena, impossibili da rimandare al mittente. Un Bateman ormai a proprio agio fuori dai territori della commedia e l'affascinante Rebecca Hall fanno da contraltare a quel Joel Edgerton, qui subdolo antagonista, che ho trovato completamente in parte solo in Warrior. L'attore australiano, però, fa perdonare il suo carisma latitante, scoprendosi non solo autore, ma anche regista, di questa riuscita opera prima. The Gift è il thriller rigoroso e senza sbavature, molto elegante nella resa, che proprio non ti aspettavi dai produttori di Sinister e Insidious. Il paranormale, questa volta assente all'appello, cede il posto, infatti, a un accattivante triangolo in cui, a una prima parte che non tenta di evitare i cliché degli Attrazione Fatale a fantasia, segue uno sviluppo da dramma borghese, all'insegna della scoperta dell'altro e dei segreti di un ennesimo "amore bugiardo". La vendetta, sottile e da servire fredda, tarda ad arrivare ma non fa sconti di sorta e l'epilogo, tra strizzate d'occhio a Bed Time e un palese omaggio a I soliti sospetti, sorprende ma non troppo, sovvertendo ogni cosa per i protagonisti, ma mantentendo intatto un equilibrio – stilistico e strutturale – che, intelligente fino all'ultimo, non altera la verosimiglianza dell'ispezione psicologica con gratuiti colpi di scena. (7-)

Ci sono lavori che non faresti mai. L'annunciatore di brutte notizie, l'ambasciator che porta pena, lo sciacallo. Ma qualcuno deve pur farli, no? Soprattutto all'indomani di una crisi finanziaria che ti butta a calci in mezzo alla strada. Prestiti scoperti, ipoteche sulla casa, i debiti che ti sommergono e tu poi anneghi. Dennis, ragazzo padre e onesto manovale, è l'ennesimo annegato che ha chiuso il suo passato in una scatola e, con madre e figlio, si è trasferito in un motel. A lanciargli il salvagente, l'agente immobiliare Rick Carver: la sigaretta elettronica, la pistola negli stivali, l'incarnazione del cinismo. Carver, una mattina, ha intimato a Dennis di abbandonare la casa in cui è cresciuto: ha decretato la sua rovina – e la sua ascesa. Il giovane uomo senza più futuro diventa prima factotum, poi stretto complice di quel delinquente in giacca e cravatta. L'allievo supererà il maestro? 99 Homes, un'ora e cinquanta e tanta voglia di vederlo, dalla presentazione - due estati fa - in quel di Venezia. Il dramma di Ramin Bahrani si rivela una triste storia di ordinaria follia. Una parabola ora ascendente, ora discendente di senso di colpa e porte in faccia. La terra delle opportunità, nel 2008, ne ha date fin troppe e le ha pretese indietro. C'è incubo peggiore di perdere tutto, perfino quella felicità che è il punto saliente di una costituzione che incanta e illude? Se Adam McKay, fresco di premio Oscar, guarda alla recessione con l'occhio del finanziere e il piglio da circense, Bahrani – origini indiane e un film solido, ma dal taglio televisivo e non esente da un po' di sana retorica a stelle e strisce – dirige un piccolo Wall Street aggiornato, in cui il Gekko di turno è uno Shannon al solito superbo e cattivissimo, e il suo discepolo è un contrito ed umano Andrew Garfield, addirittura più convincente dell'antagonista, che vuole emozionarci e ci riesce con un nonnulla. Non immagino, infatti, nulla di più spaventoso che perdere tutto. E ricominciare, sì, ma vendendo l'anima. 99 Homes, ben recitato ma scritto di fretta, colpisce punti nevralgici: esempio di un cinema timido e tradizionale, ma dal forte impatto emotivo, lì dove il sogno americano tuo diventa, ben presto, l'incubo di qualcun altro. All'umiliazione non c'è fine. Il dispiacere non trova tregua. E la violenza, in un mondo in cui tutto è all'asta, non ha prezzo. (7)

All'indomani dell'undici settembre, si vive nel terrore. Negli uffici di polizia, gran fermento e, sul campo, è lotta al terrorismo. Ma, quando è caccia al nemico straniero, in un commissariato in cui l'arrivo di Claire ha già turbato gli equilibri interni, ci si sposta dal timore degli ordigni a quello, più intimo e naturale, che nasce dallo stupro e dall'assassinio impunito di una figlia. Passano tredici anni. L'assassino si è volatilizzato, il caso è caduto nel dimenticatoio, la team force si è separata. Ma qualcuno non ha dimenticato. Il segreto dei suoi occhi, remake dell'omonimo film argentino, premio Oscar nel 2010, nessuno lo voleva e nessuno lo aspettava. Uscito in sordina lo scorso inverno, non aveva attirato su di se aspre critiche: l'operazione pareva discutibile, il risultato non necessario, ma un trio di ottimi attori e uno script rivisto, a tratti, assicuravano due ore non da buttare. E, grossomodo, questo è. L'originale l'ho visto sei anni fa, mi era anche piaciuto, ma lo ricordavo vagamente: qualcosa che aveva a che fare con la dittatura, un grande amore e un mistero da risolvere. Mi sono approcciato al remake senza pregiudizi e senza memoria. Ci si sposta dall'America Latina agli Stati Uniti e la dittatura cede il posto all'allarmismo post Bin Laden. L'amore, conflittuale sì, ma per nulla struggente, poco fa breccia con due personaggi così agli antipodi. Il mistero c'è, e ha più spazio del cuore e più spessore della cronaca. La Roberts, smunta e invecchiata, superba, cerca vendetta e sollievo. La Kidman, anche se troppo Lady Diana per convincere come procurato distrettuale, anche se troppo bella per essere vera – e infatti tanto vera non è -, ci suggerisce sporadicamente, ad esempio nella sequenza dell'interrogatorio, che un tempo era la migliore. Chiwetel Ejiofor, che offre la prova più costante tra i tre, è però un agente scritto seguendo qualche stilema televisivo di troppo. Qualcosa manca e, nonostante Il segreto dei suoi occhi resti una storia piena di dolore e passioni, al di là della buona prova dei tre, per nulla ci si addolora e ci appassiona il minimo indispensabile. (5,5)