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mercoledì 4 gennaio 2017

Mr. Ciak: Animali Notturni, Blue Jay, Passengers, La ragazza del treno

Susan, sofisticata gallerista, riceve un manoscritto inedito da Edward, il primo marito. Lei borghese e lui senza il becco di un quattrino: tra i due, quando la ribellione aveva ceduto il passo alla routine, non era finita bene. A ispirarle un impensato esame di coscienza, a rubarle il riposo, quella lettura che la rabbonisce e la schiaffeggia. Il dolce Edward la turba pagina dopo pagina, con un'opera di cui non lo credeva capace: la parabola violenta, disperata, di un uomo che persegue una lenta vendetta. Animali Notturni è il ritorno di Tom Ford dopo lo struggente A Single Man. A suo agio con le scarpe a specchio e i divi senza un capello fuori posto, qui vuole stupire – e ci riesce, anche se in definitiva gli ho preferito il più scontato melodramma con Firth – con una storia nella storia. Animali Notturni, coinvolgente thriller allo specchio, si divide in due metà perfette e complementari: costruito su piani narrativi opposti, alterna la realtà di Susan – fredda, manierata, brillante come l'acciaio: e lì, in tutta la sua eleganza, c'è il tocco del pioniere delle passerelle – alla fantasia di Edward – al contario polverosa, sporca, selvatica. E, ambizioso, il film è a due generi inconciliabili che guarda: il languore del melodramma, così, viene stuprato dagli energumeni sudici e logorroici del pulp di Tarantino. Tra passato e presente, sparatorie e vernissage, Animali Notturni è essenzialmente l'amara storia d'amore e vendetta di due vecchi amanti – la magnifica Amy Adams, il tormentato Jake Gyllenhaal – che, rancorosi ma presi, si tolgono il sonno a vicenda. Cos'è stato dell'universitaria tanto disgustata dal perbenismo borghese? Cosa dell'artista debole e bisognoso, ora artefice di parole come lame? Le lunghe e soffocanti notti di Tom Ford non sono fatte per l'amore. Il regista con il cognome da eroe western e lo sguardo dell'esteta, cinico e sempre padrone di sé, bilancia le prove del suo cast di fuoriclasse, gli opposti, le gradazioni di colore. La luna sussurra un agghiacciante racconto pulp che, tra le righe, riassume vent'anni di lontananza. E la scrittura, ammaliante e ragionata, onnipotente, è un'arma che assicura finalmente l'ultima parola a chi – contro Cupido e l'ipocrisia – una volta ha già perso. Quando ti innamori di uno scrittore, dicono, vivi per sempre. E quando gli spezzi il cuore? (7,5)

Quanto è bella Sarah Paulson: non ci avevo fatto caso. Quello il primo pensiero, vedendola sorridere per la prima volta senza badare alla dizione perfetta o alle rughe d'espressione. Meno manierata che in passato, sciolta e confidente, mette in scena non un personaggio ipercaratterizzato dei suoi: Amanda ha il suo stesso viso, un marito molto più grande e, tornata nella città natale per aiutare la sorella incinta, consacra un pomeriggio alle spese folli per assecondare le voglie della parente. Tra le corsie del supermercato incrocia il Jim di un sorprendente Mark Duplass: al liceo erano innamorati pazzi, ma ventidue anni di silenzi e lontananza li hanno trasformati. Lei, con un berretto che le schiaccia i capelli e un giaccone trasandato, è tentata di volgere lo sguardo altrove; lui è uscito di casa senza radersi e lavarsi i denti. Ma loro invece si guardano e se lo domandano: com'è possibile ritrovarsi lì, in quell'angolo di California in cui niente – attempati cassieri compresi – è davvero cambiato? Possono fingersi per una notte quelli di sempre, come se non ci si fossero messi di mezzo matrimoni, amarezze e bivii raggirati? Blue Jay è un poco galante invito a cena che nasconde, in realtà, una scusa: viaggiare attraverso gli anni Novanta, dando man forte alle musicassette e alla nostalgia, e ballare scordinati Annie Lennox pestandosi le scarpe. Dramma indie prodotto da Netflix e presentato in anteprima a Toronto, ha quel che cerco in una storia d'amore da Prima dell'alba in poi: lunghi dialoghi che fanno il bello e il cattivo tempo, personaggi che trasformano le reciproche fragilità in vanto – Amanda non sa piangere, mentre l'emotivo Jim deve avere dimenticato come frenare le lacrime – e registi discreti, che ci sono ma non si vedono. Blue Jay, eppure, ha l'esordiente Alex Lehmann a dirigere, e la sua scelta è ricaduta su intensi primi piani e uno struggente bianco e nero. Però la splendida Paulson e il sensibile Duplass, protagonisti di una magica sintonia, chiacchierano senza intralci – intorno a loro è scomparsa la troupe, dev'essere finito anche il mondo – e si abbandonano indisturbati ai ricordi. Maestri dell'improvvisazione, si fingono marito e moglie con accenti posticci e languori che scoppiano in sincere risate. Ma la loro buffa e agrodolce farsa è più vera della realtà: più felice di sicuro. I grigi limpidi e i sorrisi rubati per un soffio a Blue Jay stracciano il cuore. E come dicono di una ballad di Adele che canta la gioventù perduta e seconde possibilità che spaventano, nel mentre puoi sentire perfino la nostalgia delle persone che non hai ancora amato. (8)

C'è chi, nei momenti di sconforto, nel freezer ci trova il gelato al pistacchio. E chi, naufrago verso un pianeta da colonizzare, scongela a piacimento una Jennifer Lawrence per combattere l'incontenibile tristezza che affligge i passeggeri solitari. Jim si risveglia con novant'anni d'anticipo. Il resto dell'equipaggio, immerso in un sonno criogenico, continua a dormire. L'insonne condanna alla sua stessa sorte Aurora, sperando di proteggerla il più a lungo possibile dalla verità. Futuristici Adamo ed Eva su una navicella che cola a picco dopo il romantico idillio iniziale, Christ Pratt e Jennifer Lawrence. Coppia tanto attraente quanto sopravvalutata, i due riempiono il secondo film statunitense di Morten Tyldum di ammiccamenti, litigi e occhiate poco convinte. A scatola chiusa, eppure, Passengers sembrava fantascienza seria. Distribuito nell'imminente stagione dei premi sulla scia del fortunato The Imitation Game, faceva il verso a Gravity con la partecipazione dell'asso piglia tutto Jennifer Lawrence. Furbo e attesissimo, il film prometteva odissee nello spazio e scintille: chi non ha letto almeno una volta le dichiarazioni della protagonista, brilla per combattere l'imbarazzo delle scene più spinte? Passengers ha un sesso immaginario – a qualcuno andrà forse meglio, con una visione passeggera del sedere di Pratt – e una scrittura vittima del ridicolo involontario. Se l'ironia di lui ispira empatia, l'assurda concitazione della Lawrence fa sì che la nave (ogni riferimento a Titanic non è causale) imbarchi altra acqua. Passengers altro non è che una commedia superficiale nello spazio profondo. Da non amante della fantascienza, non posso dire che la leggerezza della traversata mi abbia annoiato. Le esplosioni delle grandi produzione e le potenziali svolte tragiche, però, fanno sorridere. A contendersi la colpa di questo blockbuster in avaria, lo sceneggiatore e, a sorpresa, due divi colti impreparati dalle lunghe e spontaee passeggiate dalle romcom che dico io. Con un bravissimo Michael Sheen al bancone, automa loquace e pettegolo, si beve per dimenticare le fotoricordo di una goffa e pacchiana crociera tra le stelle. (5)

Rachel affoga i dispiaceri in una bottiglia di chardonnay e, dal finestrino del regionale, sbircia le vite altrui. Spia l'ex, felice accanto a un'altra donna, e fantastica su una coppia sconosciuta che associa alla perfezione. Viaggiando assiste a un tradimento che fa vacillare le sue fiabe. E, svegliandosi da una notte di eccessi, insanguinata e piena di lividi, scopre che Megan – la bionda tanto invidiata – è stata uccisa. Rachel ha visto l'assassino in un momento di lucidità? O è lei, gelosa, a essersi macchiata del delitto? La trama la conoscete: è quella del thriller più venduto da due anni a questa parte. La mia opinione, forse, pure: un gonfiatissimo caso editoriale, criticato per lo stile pedestre e il giallo intuibile. La ragazza del treno era raffazzonato, intricato invano. Una trasposizione poteva fare solo meglio. Il film di Tate Taylor, stroncato dalla critica, mi ha convinto il giusto, mostrandosi superiore al romanzo della Hawkins – poco ci vuole, uno dice – e alle mie scarse aspettative. La struttura tripartita resta, e insieme a quella anche i difetti. Le voci narranti, il montaggio che prevede salti indietro tutt'altro che pratici, il ritmo lontano da qualsiasi frenesia si addicono poco alle esigenze del cinema di genere. Se il gioco non vale la candela, se il mistero è modesto come in questo caso, il puzzle di prospettive diverse – schematico ma originale – giova. Se personaggi maschili ridicolmente belli e sospetti fanno da corollario, allora, meglio le donne: sprecata la Ferguson, annoiata moglie trofeo; sorprendente la sexy Haley Bennett, irrequieta e sofferente traditrice; in odore di nomination una farfugliante, stravolta Emily Blunt. La ragazza del treno continua a non avere i segreti diabolici di Gone Girl, ma i pensieri incensurati delle protagoniste lo avvicinano a un dramma psicologico che, tra le righe, convince parlando di maternità e relazioni. Tu togli una pessima scrittura e aggiungi un cast di prime donne: così facendo, anche i prodotti più modesti non escono fuori dai binari. (6,5)

sabato 31 dicembre 2016

[2016] Top 10: Mr. Ciak



10. Il piccolo principe: L'essenziale è invisibile agli occhi, ma qui si vede chiaro e tondo; l'immagine di un'aspirapolvere che risucchia via gli acari e le stelle mi tormenta ancora.
9. Blue Jay: I grigi limpidi e i sorrisi rubati per un soffio a Blue Jay stracciano il cuore. E, davanti a Sarah Paulson e Mark Duplass che si pestano le scarpe ballando in cucina, senti nostalgia perfino delle persone che non hai ancora amato.
8. Animali Notturni: Quando ti innamori di uno scrittore, dicono, vivi per sempre. E quando gli spezzi il cuore? La risposta, nell'opera seconda di un regista con il cognome western e lo sguardo dell'esteta.
7. Sing Street: Se crescendo ci si è scordati di com'erano teneri ed esilaranti i quindici anni, ci si rinfresca la memoria fischiettando la colonna sonora più bella del mondo.
6. Swiss Army Man: L'opera prima di un assortito duo di nicchia smuove qualcosa, nel profondo di te. Non sono solo i succhi gastrici: c'entra un po' anche l'anima
5. La pazza gioia: Non si scappa davanti a un’ilarità esagerata e alla commozione. Con il mare al mattino, l’intramontabile Paoli, tutta la speranza che c'è.
4. Lo chiamavano Jeeg Robot: Ha un cuore d'acciaio, nessuna paura e tutti noi, che gli restiamo accanto: perché lui, che corre e va per la terra, che vola e va tra le stelle, è il Jeeg che aspettavi ma non ti aspettavi.
3. Captain Fantastic: Si fuggiva dalla cella di Room per scoprirsi più prigionieri all'esterno.Qui, invece, si fa breve ritorno al conformismo, agli orizzonti industriali, e mancano il completo da funerale e il pudore. Questi Gallagher naturisti si mettono in discussione, scoprono la bellezza delle mezze misure, non si trasformano in ciò che odiavano. Dicono addio e cambiano aria.
2. Perfetti sconosciuti: I panni sporchi si lavano tutti insieme, sotto una luna strana. La tensione si può tagliare – da servire a fette al posto del dolce – e le riflessioni, se avanzano, le si porta a casa per il giorno successivo. Sempre che una risata che si colora d'amarezza non ci seppellisca tutti prima dell'arrivederci.
1. Room: Per vivere in questo mondo ci vogliono gli occhiali scuri, la crema solare, un cappello a forma di orso per ripararsi da una pioggia scrosciante che no, non ci affogherà. Bisogna farsi gli anticorpi, contro l'insensata crudeltà del prossimo. Allo spettatore, per sopportarla, basta invece guardare gli occhi blu dello straordinario Jacob Tremblay: grandi e stupiti, mentre contempla un cielo sconosciuto.

Migliore attore protagonista:
Room – Jacob Tremblay
The Danish Girl – Eddie Redmayne
Steve Jobs – Michael Fassbender
Migliore attrice protagonista:
La pazza gioia – Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti
Room – Brie Larson
Blue Jay – Sarah Paulson
Migliore attore non protagonista:
Swiss Army Man – Daniel Radcliffe
Lo chiamavano Jeeg Robot – Luca Marinelli
Creed – Sylvester Stallone 
Migliore attrice non protagonista:
The Danish Girl – Alicia Vikander
Other People – Molly Shannon
Lo chiamavano Jeeg Robot – Ilenia Pastorelli 

Muchacha sexy:
The Dressmaker – Kate Winslet
Suicide Squad – Margot Robbie
Cafè Society – Kristen Stewart
Bello e impossibile:
Nonno scatenato, Mike & Dave – Zac Efron
The Legend of Tarzan – Alexander Skarsgard
La ragazza del treno – Evans, Theroux, Ramirez
Nice to meet you:
Veloce come il vento – Matilda De Angelis
Other People – Jesse Plemons
Sing Street – Ferdia Walsh-Peelo
La coppia più bella del mondo:
Lo chiamavano Jeeg Robot – Santamaria, Pastorelli
Macbeth – Fassbender, Cotillard
Blue Jay – Paulson, Duplass

Sing!:
Lo chiamavano Jeeg Robot – Un'emozione da poco
Captain Fantastic – Sweet Child O'Mine
Blue Jay - No more I love you's
Psycho Killer!:
Hateful Eight – Gli otto assassini
Lo chiamavano Jeeg Robot – Luca Marinelli
The Neon Demon – Jena Malone
Will you recognize me?:
The Danish Girl – Eddie Redmayne
Veloce come il vento – Stefano Accorsi 
Suicide Squad – Jared Leto
Let's talk about sex:
Sausage Party – L'orgia finale
Anomalisa – Michael e Lisa
The Neon Demon - Necrofilia 
Cry me a river:
Miss you already – Il finale
The Danish Girl - “I want my husband”
Il drago invisibile – Il finale
The A-Team:
Perfetti sconosciuti
Florence Foster Jenkins
Spotlight