Secondo
David Foster Wallace, tutte le storie d'amore sono storie di
fantasmi. E quelle di famiglia, invece? Per la seconda estate
consecutiva, mi sono regalato la lettura di un romanzo-mondo di
Nathan Hill. Anche questa volta, un'epopea varia e giocosa,
tentecolare e ambiziosissima, sulla vita vera e immaginaria di due
generazioni a confronto. Senza sorprese, l'autore di Wellness
fa ancora centro — anzi, lo aveva già fatto un decennio fa: Il
nix
è il suo esordio. Subito opzionato per una serie TV con Meryl
Streep, purtroppo mai andata in porto, parte dall'aggressione
all'aspirante presidente degli Stari Uniti. Cosa ha spinto una
pensionata con un passato da sessantottina a lanciare sassi contro
l'alter-ego di Trump?
Se
non hai paura, non è un vero cambiamento.
A
tentare di scrivere la biografia della terrorista di cui tutti
parlano è Samuel, professore sull'orlo del licenziamento: Faye è la
madre che l'ha abbandonato. È possibile perdonare ciò che scoprirà?
O è proprio in quella conoscenza che si nasconde un’occasione di
trasformazione? È così che il romanzo si apre, si espande, si
moltiplica. Con invidiabile intelligenza, Hill ci guida tra linee
temporali che si rincorrono, cambi di prospettiva, rimpianti a
confronto. C’è l’infanzia di Samuel, segnata dall’incontro
ambiguo con l'amico Bishop e dalla presenza di Bethany, la gemella
violinista. C’è poi l’adolescenza di Faye, tra l’assassinio di
Martin Luther King e un poligono sentimentale bruciato tra poesie di
Ginsberg e lacrimogeni. Ma prima ancora c’è lui, nonno Frank: un
immigrato norvegese che produce napalm, ma rimpiange una casa color
salmone affacciata sui fiordi. È da lui che arriva la leggenda del
titolo: il nix è uno spirito mutevole, che si manifesta sotto forma
di ciò che desideri di più — ma solo per colpirti dove sei più
vulnerabile.
Forse
accanto al mondo reale c'era questa fantasia, quest'altra vita in
cui aveva ereditato la fattoria color salmone. A volte queste
fantasie possono essere più persuasive della vita vera, Faye lo sa.
Una cosa non è necessario che accada perché sia vera.
Si
viaggia dai videogiochi di ruolo ai libri-game, dai beatnik ai gamer,
dal Vietnam all'Iraq. Ogni generazione ha il suo linguaggio, i suoi
traumi, le sue rivoluzioni. Ma l'America di Hill, oggi, è un paese
in cancrena, dove perfino la politica è un’operazione di marketing
e il cinismo appare l’unica via di fuga. Eppure il suo è un
debutto che vibra di rivoluzione, attraversato dalla consapevolezza
che anche la rabbia, la disillusione, la paura siano scosse. Perché
niente cambia senza crisi. E nessuna generazione si salva da sola.
Il
mio voto: ★★★★★ Il
mio consiglio musicale: The Beatles - Come Together
A quindici anni ho visto 500 giorni
insieme. Ricordo distintamente la gioia e la rabbia, lo schermo
spaccato in due da un indimenticabile split screen: la realtà contro
le aspettative, lui contro lei. Ho ripensato spessissimo
all'anti-commedia romantica di Marc Webb — e ad Ahia,
l'album dei Pinguini Tattici Nucleari consumato in pandemia —,
mentre leggevo della rottura tra Andy e Jen. Dopo quattro anni di
relazione, appena rientrati da un viaggio nella città dell'amore, si
lasciano: anzi lei, rigorosa assicuratrice, lascia lui, comico che
non fa ridere. Mi aspettavo una lettura brillante, leggera,
divertente. A sorpresa, ho trovato un manuale bellissimo sulla
scienza del crepacuore in cui finalmente è svelato il supremo tabù: anche gli uomini piangono. Possibile che la disamina più profonda
sulla vulnerabilità maschile sia opera di una donna?
Non lasci
andare qualcuno tutto in una volta. Dici addio nell'arco di una vita
intera. Magari puoi non pensare a lei per dieci anni, poi senti una
canzone che te la ricorda o finisci in un posto dove una volta siete
stati insieme, ed ecco che qualcosa che avevi completamente
dimenticato riaffiora in superficie. E dici un altro addio. Devi
essere pronto a lasciarla andare un migliaio di volte.
Credibilissima, l'inglese Dolly Alderton fa di Andy l'archetipo del trentacinquenne medio:
spaventato dalla calvizie e dalla solitudine, si rifugia nelle chat e
rinuncia ai carboidrati, si strugge con Bon Iver e sperimenta la
convivenza con coinquilini sconosciuti. La gente si lascia in
continuazione, lo consolano. Ma queste parole, intanto, arrivano da
coetanei troppo impegnati per fare un salto al pub. Quand'è
successo di trovarsi in un'età più vicina ai cinquanta che ai
venti? Com'è possibile guarire se tutto, perfino un profumo o una
fantasia masturbatoria, ci ricorda lei? Questa storia, però, appartiene
anche a Jen. Siamo sicuri, infatti, che nel film Zoey Deschanel fosse
una stronza senza cuore? Pur non tradendo mai il punto di vista di
Andy, fallito nel lavoro e nell'amore, Alderton ricorda anche le
difficoltà dell'essere donna oggi: l'orologio biologico, le
pressioni sociali, l'angoscia di trovarsi in un vicolo cielo se senza
figli né anello al dito.
Qualche
volta è piacevole non essere una cosa che cerca disperatamente di
essere una persona.
Mentre
si accumulano gli episodi esilaranti — la notte in una casa
galleggiante, la convivenza con un vecchio complottista, la
frequentazione con una ragazza della generazione Z che giudica tutto
“cringe” —, Andy prende nota. Spera che, prima o poi, possa
condividere ogni dettaglio con la sua Jen, nel frattempo bloccata su
Instagram. E che, magari, la sua alienazione, le sue lagnanze, il suo
dolore possano ispirare uno spettacolo più convincente dei suoi
sketch triti. Se pensate che l'arte imiti la vita e che
autocommiserarsi sia un diritto inalienabile del maschio,
troverete un po' di voi tra queste pagine. I coniugi diStoria di
un matrimonioscrivevano una lettera dove il lutto rimava con la
celebrazione del passato. Dolly Alderton, destinata a restare una sorpresa delle sorprese letterarie del 2025, ne fa un irresistibile spettacolo
di stand-up.
Il
mio voto: ★★★★½ Il
mio consiglio musicale: Pinguini Tattici Nucleari – Islanda
|Wellness,
di Nathan Hill. Rizzoli, € 22, pp. 736 |
È
possibile provare l'esistenza dell'amore a prima
vista? Jack ed Elizabeth, dirimpettai, si studiano dalle finestre dei
rispettivi palazzi: a separarli c'è soltanto un vicolo. Lui,
fotografo, si è lasciato dietro le praterie del Kansas:
romanticissimo, nasconde una sensibilità d'altri tempi dietro
l'aspetto studiatamente trasandato. Lei, studentessa cresciuta in una
magione invasa dai pipistrelli, è l'erede di una famiglia
arricchitasi sulle disgrazie altrui: ribelle, molla tutto e decide di
vivere da bohémien. Siamo nella Chicago degli anni Novanta, ma
sembra di essere a Montmartre. Mentre l'avvento di internet semina
dappertutto promesse, la scena artistica si colora di sperimentazioni. “Diversi in modi simili”, i nostri protagonisti tuonano contro
il capitalismo e si fingono orfani. Cos'è dei loro sogni vent'anni
dopo?
Credi
in quello che vuoi, mia cara, ma credici con delicatezza. Credici con
consapevolezza. Credici con curiosità. Credici con umiltà. E non
fidarti dell'arroganza della sicurezza.
Ormai
sposati, Jack ed Elizabeth puntano a mimetizzarsi tra le famiglie del circondario.
Performanti, moderni, perfettibili, tentano (invano) di educare il
figlio a un uso più accorto del Tablet e investono (invano, sempre)
su un cantiere in corso d'opera, in un quartiere dove i grattacieli
sono talmente brillanti da tendere trappole agli stormi. Le agenzie
immobiliari sponsorizzano “case per sempre”, ma intanto
consigliano alle coppie di dormire separate. Servono sex toys e
locali per scambisti, pare, per tenere viva la scintilla. La società
impone l'appagamento di bisogni continui, ma nel frattempo
annichilisce con idiosincrasie, tensioni, caos. Gli orologi
monitorano i respiri, gli algoritmi tracciano gli alti e bassi delle prestazioni lavorative e alcuni credono perfino che la vita non
sia altro che una simulazione: il presente, insomma, è una distopia. Jack non tituba, ha finalmente una famiglia tutta sua per contrastare
la solitudine vissuta nell'infanzia. Ma Elizabeth, più cinica, guarda
angosciosamente la curva discendente della mezza età. È possibile
preservarlo, l'amore? Famosa per gli studi sull'effetto placebo, sa
che le persone amano lasciarsi ingannare pur di superare il dolore di
vivere. E se la loro storia, sin dal primo incontro, fosse una
frottola al pari dell'agopuntura?
Si
poteva scegliere di essere sicuri o si poteva scegliere di essere
vivi.
Wellness,
sontuoso boy meets girl con dieci pagine di bibliografia in
chiusura, resterà la folgorazione dell'anno. Arguto e coltissimo, Nathan Hill impiega 700 pagine per
indagare il più grande dei misteri: il benessere matrimoniale. La
sua prosa deve somigliare ai dipinti realizzati dalla sorella di
Jack. Pennellate semplici e veloci, dettagli fugaci, con l'obiettivo
della massiva universalità: la letteratura, così come le tempere,
va fatta respirare. E questo romanzo respira, sì, e vive una vita
propria in un luogo di confine in cui la commedia romantica e il
saggio antropologico possono coesistere, fare l'amore e riprodursi.
Come in Rooney, al centro ci sono due protagonisti perfetti
l'uno per l'altra ma vittime dell'autosabotaggio. Come in Yanagihara, sullo sfondo, c'è una città popolata da bohémien
vestiti da yuppie. Come in Franzen ci sono il disincanto, il grottesco, la satira, e si sorride
a denti stretti di papà che cospirano su Facebook, strampalate
coppie aperte, fortune fraudolente legate al Ku Klux Klan.
Visceralmente contemporaneo, Hill gioca con la chimica delle emozioni
e sonda le prese di coscienza di un'età in cui somigliare a tutti
gli altri sembra la scelta più comoda. Si è troppo grandi per
credere alle favole, alle bugie, alle cospirazioni. O forse no? Se
perfino il mercato immobiliare collassa, infatti, gli
unici architetti restano i romantici: costruttori di
straordinarie bugie, in un mondo sempre piùdigitale
e distratto, creano ogni giorno le emozioni per guarire in autonomia.
Bisogna soltanto avere fede nella cura, e tenersi stretta la fede al
dito. Il matrimonio è un placebo. Ma quanto è bello credere a una
storia d'invenzione, per poi scoprirsi realmente cambiati?
Il
mio voto: ★★★★★ Il
mio consiglio musicale: The Smiths – How Soon Is Now?
|Cuore nero, di Silvia Avallone. Rizzoli, € 20, pp. 368 |
Nelle
ultime settimane ho recuperato Mare fuori. L'ho visto in
apnea. Ne ho parlato a lezione con i miei studenti, citando ora gli
amanti rivali di Shakespeare e ora Manzoni, con quella testa calda di
Renzo in fuga da Milano. L'ho divorato, ma criticato, facendo
riflettere i più giovani sulla romanticizzazione della criminalità,
sull'approssimazione della sceneggiatura e della recitazione, ma
soprattutto sulla pecca maggiore: perfino nella furia compulsiva del
binge watching non può sfuggire la completa assenza di speranza in
una produzione pensata per un target adolescenziale. Per i beniamini
del pubblico non c'è riscatto: quando escono dall'IPM di Napoli sono
destinati o a ritornarci, o a moririre. Ho alternato alla visione
l'ultimo romanzo di Silvia Avallone: provvidenzialmente, un'altra
storia che similmente parla di carcere minorile, amicizie fatali,
giovinezze interrotte. Qui, tuttavia, c'è ciò che manca alla
produzione Rai: una riflessione sulla fatica di ricominciare. Non
altrove, bensì da sé stessi. Dopo un'adolescenza spesa nel minorile
di Bologna, c'è chi non riesce a riscattarsi e si toglie la vita;
c'è chi non soltanto si reinventa, ma nel frattempo si è diplomato
o finanche laureato; infine c'è Emilia, la protagonista, che in fuga
dalla gogna mediatica si rifugia in un eremo irraggiungibile ai
confini del Piemonte. A Sassaia non ci sono strade percorribili in
macchina, televisori, persone che possano ricordare i dettagli di
cronaca. Quel borgo fantasma che ha ospitato streghe, eretici e
partigiani conta due abitanti appena: con l'arrivo di Emilia, tre.
Ora
ti sembrerà impossibile. Ma io ti garantisco che tutto passa. E, se
non può passare, cambia.
La
donna, ormai trentunenne, è disabituata al silenzio, alla
tecnologia, a uomini che non siano suo padre. Ferma all'estate dei
suoi quindici anni, ai poster di DiCaprio e Britney Spears, è la
caricatura di una teenager controcorrente, tutta sigarette e
scarponi. Reagisce alla libertà come un cerbiatto accecato dagli
abbaglianti. Diffidente, non si fida nemmeno di Bruno: un solitario
maestro elementare che lascia le castagne migliori in dono ai defunti
genitori e combatte l'analfabetismo della valle nell'impossibilità
di fare altrettanto coi propri dolori. Leggerà poesie per fare
addormentare Emilia. Ci andrà a letto prima di conoscere il suo
nome: troppa la fame di calore umano. Si innamorerà di lei,
ricambiato, senza conoscerne l'oscurità interiore. Cosa penserebbe
lui, vittima dell'ingiustizia, della relazione con lei, carnefice? A
raccontarci la loro storia è Bruno, a lungo ignaro, che costruisce
la nuova routine di coppia su una fragile bugia in cui hanno entrambi
il disperato bisogno di credere. Ma Cuore nero non è soltanto
il resoconto di un incontro vissuto con l'entusiasmo febbrile di una
seconda adolescenza. È soprattutto l'esame di una coscienza sporca,
logora, che per trovare rattoppi ha dovuto conoscere la detenzione:
con le sue privazioni, con le sue amicizie e inimicizie, con
l'autolesionismo e gli psicofarmaci, ma anche con l'istruzione
carceraria.
Ti
dicono: “Vai, sei prosciolta”, ma è solo una parola. Come troia
e ti odio nel diario dei sedici anni. La verità è che non ti puoi
sciogliere da te stessa, che non c'è modo di tornare indietro,
sistemare le cose, tirare un sospiro di sollievo e, finalmente,
andare avanti.
Grazie
alla prof giusta, le detenute scoprono Dante e Dostoevskij.
Sostengono la maturità da privatiste, commosse dall'opportunità di
mimetizzarsi per una volta con i loro coetanei. «Stronze, troie e
regine», corrono perfino alle urne. Tra un romanzo e l'altro,
l'autrice ha insegnato scrittura creativa in carcere. Ha dialogato
con detenuti, educatori, giudici. È nata così una vicenda sì
d'immaginazione, ma attentissima ai sogni e agli incubi dei
diseredati. Com'è la neve vista da dietro le sbarre? Cosa significa
scoprire il sesso a trent'anni? Quanto è profondo l'abisso, quanto
difficile coltivare fiori sul suo bordo vertiginoso? Tragico,
commovente e realistico, questo ritorno in libreria colpisce e
affonda grazie a due protagonisti chiaroscurati e al calore di una
scrittura che infonde quiete. Avallone non è più l'autrice
arrabbiata degli inizi. È cresciuta, e la ribellione dell'esordio ha
lasciato spazio a maturità e consapevolezza. La leggo e la immagino
in pace. In Emilia è possibile scorgere traccia dei vecchi spigoli
di Silvia, dei prefabbricati industriali e dei sentimenti morbosi di
Acciaio, ma il meglio di lei è in Bruno: un omone a cui dona
grazia, pacatezza, empatia. È lui a spiegare si suoi alunni che la
nostra lingua è viva: cambia, si evolve. Gli errori di ortografia
sono legittimi. Si impara a furia di sbagli, e c'è speranza anche
per Martino Fiume, un discolo che proprio non vuol saperne di
applicarsi. Ha sbagliato anche Emilia: un'anima smarrita da
ricondurre sulla retta via dell'auto-assoluzione. E in discoteca,
nella notte Capodanno, in un passo a due sulle note di un tormentone
di Gigi D'Agostino. Il male dietro. Il mare fuori, certo, ma a un
passo.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Gigi D'Agostino – L'Amour Toujours
|
Il nemico,
di Iain Reid. Rizzoli, € 18, pp. 256 |
Non
sono un lettore che ama la fantascienza. Rifuggo le navicelle
spaziali e le guerre intergalattiche, preferisco le atmosfere intime
agli effetti speciali. C'è una fantascienza, però, che mi piace.
Quella che parla non degli extraterrestri, ma di noi: alieni, spesso,
gli uni per gli altri. Fa parte di questo filone, purtroppo meno
nutrito di quanto spererei, anche il nuovo romanzo di Iain Reid. Dopo
il cervellotico thriller psicologico che ha ispirato l'ultimo
capolavoro di Charlie Kaufman, l'autore canadese torna in libreria e
presto anche al cinema con la storia di un'invasione. Junior e Hen,
sposati da sette anni, vivono immersi nelle campagne del Midwest
quando un paio di fari verdi squarciano la notte. Alla loro porta
bussa un burocrate vestito di tutto punto, Terrance, che comunica
alla coppia l'esito di una misteriosa lotteria. Penseremmo subito a
Shirley Jackson, se non fosse per la svolta avveniristica in agguato:
il marito, infatti, è fra i fortunati prescelti per le
colonizzazione di un nuovo pianeta: la moglie resterà a casa, in
compagnia di un rimpiazzo robotico ancora da mettere a punto.
Precipitiamo, a questo punto, in un episodio degno delle migliori
stagioni di Black
Mirror:
perché a dispetto della narrazione pacata, delle atmosfere placide e
sonnacchiose, l'inquietudine serpeggia sottopelle. E scricchiola,
dietro le pareti di una casa improvvisamente violata.
Non
riceviamo visite. Non qui.
Costretti
a tenere il segreto, resi partecipi di uno stadio successivo
dell'evoluzione umana, i protagonisti sono formiche sotto la lente di
ingrandimento di Terrance. Logorati dall'invadenza dell'ospite, sono
monitorati notte e giorno tramite interviste che lentamente diventano
interrogatori. Han diventa sospettosa, distante. Junior, confuso,
stringe i pugni per difendere la loro vecchia routine. Ma cos'è, in
fondo, la normalità? Prima di Terrance erano davvero così felici?
Con una prosa sommessa e senza fronzoli, vicina alla narrativa di
frontiera, Reid scrive una storia ambigua sulla solitudine, sui
rapporti di genere, sul terrore del cambiamento. Isola i suoi
personaggi in un limbo snervante, fatto di campi di colza e pollai, e
mette a punto un esperimento antropologico che pone tutto in
discussione. Il colpo di scena c'è, vero, ma non sconvolge. A
spiazzare è piuttosto il risveglio delle coscienze di uomini e donne
guidati dal senso pratico, senza ricordi né desideri, che si
affacciano angosciosamente sul futuro e per la prima volta si
soffermano sul presente. Con la consapevolezza di essere, nonostante
le tutto, incontrovertibilmente vivi. Serve allora un'altra lotteria,
un'altra missione, per conquistare il proprio “spazio”?
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Baby, It's Cold Outside
A
prima vista sembrano “le vergini suicide” del film di Sofia
Coppola. Pallide, bellissime, inquietanti: senza paura. Hanno nomi di
quattro lettere ciascuno e un legame viscerale, che misteriosamente
va al di là del sangue. Le hanno unite il bosco e il trauma. Sparite
durante la notte di Capodanno quando erano bambine, furono trovate un
mese dopo nello stesso luogo in cui erano scomparse: nude, con una
cicatrice a mezzaluna alla base del collo. Sane, non salve. Crescendo
si sono allontanate. Grey, bellissima e spregiudicata, posa sulle
copertine di Vogue e mescola l'alta sartoria con l'imbalsamazione;
Vivi, bassista in un gruppo rock, sciupa la sua avvenenza con
piercing e tatuaggi e provoca continuamente; infine c'è Iris, la
minore, che vorrebbe passare disperatamente inosservata ma deve
convivere con i non detti della madre e l'eredità ingombrante delle
sorelle. Di loro si dice che siano sirene, streghe, alieni.
Esercitano una misteriosa fascinazione su uomini e donne. Hanno una
fame vorace, insaziabile. Vengono realmente da mondo ultraterreni, o
hanno forse ereditato la follia del padre, morto suicida?
Eravamo
sorelle. Sentivamo il dolore delle altre. Provocavamo dolore alle
altre. […] Ci difendevamo. Ci mentivamo. Fingevamo di essere più
grandi, diverse: travestirci era un gioco per noi. Ci spiavamo. Ci
possedevamo come oggetti luccicanti. Ci amavamo con furia ardente e
intensa. Furia animale. Furia mostruosa. Le mie sorelle. Il mio
sangue. La mia pelle. Che legame raccapricciante condividevamo.
Dopo
due bellissimi romanzi sulle fragilità del cuore adolescente, una
irricoscibile Krystal Sutherland sposa l'horror a sfondo esoterico e
le atmosfere crepuscolari di Shirley Jackson. Il suo ritorno in
libreria è mellifluo e respingente, bello e spaventoso: un intreccio
di ghirlande e incubi, fanciulle incantevoli e uomini-bestie, che
diventa un'ossessione irrinunciabile una pagina dopo l'altra.
Ambientato tra l'Inghilterra e la Scozia, prende avvio dalla
scomparsa della sorella maggiore alla stregua di un giallo e si
snoda, poi, in una caccia al tesoro senza esclusione di svolte
spiazzanti. A tratti, mette una paura matta. Cosa finisce nella
fessura del divano, dove si annidano monetine e briciole di popcorn?
Cosa si nasconde nelle intercapedini della nostra realtà? È stata
una lettura lontana dalla mia comfort zone soltanto all'apparenza. Le
sorelle Hollow
è un ritorno alle coccole e agli orrori della mia adolescenza. A
quando vivevo per storie così e, in segreto, ne scrivevo di mio
pugno (una l'ho perfino pubblicata).
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Lana Del Rey - Gods & Monsters
| Il cardellino, di Donna Tartt. Rizzoli, € 17, pp. 890 |
Ho
iniziato a leggerlo ad agosto, su un treno per il Salento. Quel tomo ingombrante, dalla copertina avorio,
aveva attirato le attenzioni di più di qualcuno – compreso il
controllore che, stupito per la mia buona volontà, si era
complimentato per la scelta. Era un grande fan di Donna Tartt. Avevo letto
altro dell'autrice Premio Pulitzer? Sì, avevo risposto, Dio di illusioni:
affascinantissimo, mi aveva irretito nella prima metà e deluso
nell'ultima. A distanza di anni ricordavo una penna di sconfinata classe, atmosfere torbide e affascinanti, ma un mistero dalla
gestione un po' goffa. Potrei scrivere lo stesso del Cardellino:
straordinario all'inizio, ma destinato a una parabola discendente –
rocambolesca, delirante, retorica – mai completamente
metabolizzata. Arrabbiato, a fine lettura avevo richiesto confronti
con alcuni lettori. Cercavo il romanzo dell'estate, infatti, ma la
frustrazione del momento lo aveva trasformato nella mia memoria in
qualcosa di ben peggiore di un'esperienza mediocre: una lettura –
di quasi 900 pagine, per di più – destinata a scontentare proprio
sul più bello. Come aveva potuto Tartt fidelizzarmi per poi lasciarmi in balia di un epilogo febbricitante,
dove l'azione avviene fuori scena e la morale della storia è
condensata in uno spiegone grossolano? All'epoca del viaggio, però,
non potevo saperlo. E con il controllore avevo scambiato impressioni
entusiastiche sulle disavventure d'altri tempi di Theo Decker: un orfanello
di dickensiana memoria che, dopo la morte della madre amatissima
durante un attentato terroristico, si muove tra benefattori e
carcerieri, tragedie e fortune esagerate, in città piene di bellezze
insidiose.
Tutto
ciò che sopravvivere alla Storia dovrebbe essere considerato un
miracolo.
Prima
ospite della famiglia Barbour nella signorile New York, poi affidato
al padre e alla nuova compagna in una Las Vegas indimenticabile nella
sua dissolutezza, Theo potrò contare su una manciata di costanti in
un'esistenza per il resto raminga: il negozio di antiquariato di
Hobie, sua guida e maestro; l'amore platonico per Pippa e l'amicizia
autodistruttiva con Boris, adorabile “lucignolo”
dall'inconfondibile accento russo; soprattutto, il dipinto-feticcio
di Carel Fabritius, rubato e mai restituito nella confusione
dell'attentato terroristico iniziale. Conoscerà la ricchezza e la misera più sfrenate,
sperimenterà droghe leggere e pesanti per fuggire al disturbo
post-traumatico da stress, diventerà genio e criminale per mezzo delle
sue naturali capacità seduttive. Soprannominato Potter per via degli
occhiali a fondo di bottiglia e della frangia impettinabile, si fa
voler bene proprio come il personaggio di J.K. Rowling: eroe di
un'epopea varia, coinvolgente, totalizzante, in cui l'assoluta
libertà del protagonista diventa anche specchio della sua struggente solitudine. Come
l'uccellino immortalato dal pittore fiammingo, Theo trasmette insieme
energia e inquietudine: benché il suo petto sembri continuamente
pulsare di vita, è prigioniero del proprio trespolo. Esiste, per lui, via di
fuga? Bisogna forse ricercarla nella bellezza, nell'arte, nell'amore? Il
cardellino fallisce quando prova
ad abbozzare risposte, a cercare un senso al girotondo del suo
primattore, ad arginare il suo caos – cosmico e narrativo – in
una struttura da thriller americano. La scrittura di Donna Tartt è
sconvolgente: l'esplosione di una bomba. Ma quando prova a mettere
ordine, a trarre una morale di fondo, compie il medesimo errore di
Fabritius. E mette un capolavoro in una cornice laccata; una
catena d'argento alla zampa della sua creaturina piumata, condannandola, infine, alla cattività.
Il
mio voto: ★★★ Il
mio consiglio musicale: Radiohead – Karma Police
| La spinta, di Ashley
Audrain. Rizzoli, € 18. pp. 347 |
Le
donne della nostra famiglia sono diverse. Cresciuta con questo ammonimento, Blythe si è sposata con il desiderio di
smentire la sorte comune tanto alla madre quanto alla nonna: Cecilia
e Etta, sangue dello stesso sangue, hanno passato l'esistenza a
odiarsi. Lei si sottrarrà alla maledizione: sarà
migliore di loro. Affetta dalla sindrome dell'angelo del focolare,
sul finire della prima gravidanza si accorge che nonostante tutto
l'abisso è una tappa comune. Giovane, bella e innamorata, comincia a
sfiorire a vista d'occhio dopo la nascita di Violet.
Mentre il marito Fox si addolcisce, Blythe conosce la spietatezza del
rigetto. Chi ha detto che essere un genitore è il mestiere più
bello del mondo? Frustata dalle levatacce, dalle smagliature e dai
capezzoli doloranti, da una bambina che sembra preoccupantemente più
scaltra dei coetanei, la protagonista prende a guardarla con
sospetto: dal momento che Violet è sempre al centro di incidenti
misteriosi, dispotica e capricciosa per natura, Blythe si convince
gradualmente dei disturbi comportamentali della piccola.
Ma qual è il confine tra le colpe della figlia e le
esagerazioni della donna, ormai insofferente? Le cose cambiano con la nascita di Sam, ma
l'idillio non è di casa. Lo capiamo sin dalla prima
pagina: seduta in macchina, la protagonista guarda dall'esterno la
nuova vita del marito e le macerie fumanti della propria.
Le
madri non dovrebbero fare figli che soffrono. Non dovrebbero fare
figli che muoiono. E non dovrebbero fare figli cattivi.
Strutturato
come una lunga confessione in seconda persona, il romanzo d'esordio
della bravissima Ashley Audrain procede a ritroso in cerca delle
radici del disagio. Destinata a diventare l'ombra di sé stessa, la
narratrice sperimenta una doppia alienazione: da un lato quella delle
neomamme, motori della famiglia destinate a smarrire la loro
identità; dall'altro quella delle donne tradite, declassate,
abbandonate in solitudine a smaltire i postumi dell'elaborazione.
Struggente e viscerale, Blythe si squarcia il ventre a mani nude e
fruga nei labbri del suo cesareo; ci lascia scorgere, così, i demoni
di un'intimità tormentosa. La sua sincerità è tale da mettere
spesso in imbarazzo. Leggere di lei è come sorprendere di spalle una
persona nuda, vulnerabile. La spinta è
quella da cui si libera il vagito acuto della nascita; è uno
sgambetto sullo scivolo; è una muffola rosa sul manico del
passeggino. Ma indica altresì una farsa, una forzatura, una violenza
in primis verso sé stessi. Quante donne si sentono messe in croce
perché non tagliate per il ruolo di madri? Quante, ancora, si
percepiscono instabili in preda agli sconvolgimenti ormonali e alla
depressione post-parto?
I
seni erano appassiti come la pianta che avevamo in cucina e che non
mi ricordavo mai di innaffiare. La pancia stava in bilico sul segno
dell'elastico delle mutande come marshmallow bucherellati con lo
stecchino. Ero spappolata. Ma contava solo che riuscissi fisicamente
a mandare avanti tutto; il mio corpo era il nostro motore. Perdonavo
ogni cosa, alla donna irriconoscibile nello specchio. Non una sola
volta ho pensato che il mio corpo non sarebbe mai più stato così
utile: necessario, affidabile, prezioso.
Sono
un maschio, biologicamente non potrò mai capire la contraddittorietà
di certi sentimenti. Ma romanzi raffinati come questo, per quanto
oscuri siano, ci permettono di spingerci oltre i limiti del nostro
sesso di appartenenza: è un dono, è una maledizione. All'apparenza
thriller d'intrattenimento come tanti se ne trovano in libreria, La spinta è in realtà
una tragedia familiare potente e dolorosa, elettrizzante fino
all'ultimo rigo, dove le riflessioni sulla rivalità madre-figlia si
intrecciano alle spirali elicoidali del DNA. Genitori si nasce o si
diventa? E figli? Abbiamo forse diritto a una scelta alternativa, se
nei nostri geni c'è già scritta una storia nera senza speranza di
redenzione? Ne sconsiglierei la lettura alle neomamme: probabilmente
hanno bisogno di un conforto qui assente. Ma, contraddicendomi con
altrettanta energia, finirei poi per consigliarla soprattutto a loro:
tutt'altro che consolatoria, Ashley Audrain propone un ritratto
femminile vicino al filmPieces of a Woman e lontano da qualsivoglia idillio. Lo sentiranno affine – e per questo
rappresentativo – le madri dubbiose, quelle sole, quelle sbagliate.
Le madri di oggi, in lockdown, braccate dalle notti in bianco delle
zone rosse.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Connie Francis – Who's Sorry Now
|Blankets,
di Craig Thompson. Rizzoli Lizard, € 29, pp. 592 |
Scegliere
la prima lettura dell'anno richiede molta cura. Dal momento che chi
ben comincia è a metà dell'opera, ai principi di gennaio ho messo la mia serenità di
lettore nelle mani d'oro di Craig Thompson: un fumettista
premiatissimo, capace a detta dei più di trasformare una mia
passione recente – ossia i romanzi grafici – in un'autentica
opera d'arte. Se non me lo avessero regalato all'ultimo momento,
probabilmente non avrei letto Blankets con
altrettanta urgenza. E senza questa coperta di patchwork il mio
gennaio sarebbe stato un po' più buio di così, e soprattutto più
freddo. Storia autobiografica, il graphic novel condensa grazie a
sprazzi di dolore e lirismo il vissuto dell'autore: da un'infanzia
sofferta, scandita da abusi fisici e psicologici, fino alla scoperta
di un talento artistico capace di aprire impensate vie di fuga.
Giusto al centro, però, c'è il cuore nevralgico della vicenda: quel
primo amore, vissuto tra slanci e sensi di colpa, che aveva il
carattere scostante della bella Raina. Craig la conosce al campo
della parrocchia, durante le vacanze invernali, e insieme escogitano
trovate ingegnose per saltare la messa della domenica o per non
unirsi al coro degli altri fedeli. Vissuta inizialmente a distanza –
lei vive in Michigan, con due fratelli affetti dalla sindrome di Down
e una coppia di genitori in rotta di collisione –, la loro
relazione epistolare diventa carnale quando Craig è suo ospite per
qualche settimana.
Fa
riflettere vedere i bambini che fanno tanta fatica per risalire la
collina solo per provare il breve piacere della discesa. Noi adulti
viviamo in salita. Su, su, su... Senza arrivare mai da nessuna parte.
Riuniti
per un po' sotto lo stesso tetto, gli adolescenti sperimentano il
contatto fisico, imparano a conoscere il sapore della pelle
dell'altra persona o i rumori impercettibili del sonno, vivono notti
che spererebbero interminabili in cui il paradiso sembrerebbe
l'attimo presente. Nell'immaginazione, i letti diventano ora zattere
contro la tempesta, ora fortini. Essendo un'opera stratificata e
matura, però, Blankets non
si limita a raccontare il semplice struggimento del romanticismo
adolescenziale, ma anche le famiglie. Quella di Raina, faticosa ma
amorevole. Quella di Craig, religiosa ai limiti del fanatismo, che ha
instillato nel figlio un profondo senso di colpa e l'idea di
diventare sacerdote. Crescere significa aprire finalmente gli occhi:
accorgersi delle contraddizioni e delle bugie delle Sacre scritture,
dei genitori, degli amanti. Se perfino la Bibbia contiene
incongruenze grandi e piccole, quanto è possibile fare affidamento
sulle promesse di una fidanzatina? A tratti tragico, a tratti
esilarante, ma nostalgico e delicato fino alla fine, Thompson è un
illustratore ispiratissimo e un narratore pieno di dubbi.
Di
notte, quando stai sdraiato a pancia in su e guardi la neve che
scende, è facile immaginare di librarti in volo tra le stelle.
Nonostante
le visioni apocalittiche di diavoli tentatori pronti a pungolare con
un forcone le sue pulsioni sessuali, nonostante la severità con cui
bacchetta i genitori negligenti e il crepacuore immancabile
dell'epilogo, fa di questa sua confessione a disegni un pacato salmo
per onorare il gelido Wisconsin: le luci abbaglianti, le ombre
lunghe, i pick-up scalcagnati, i silenzi condivisi, le attese cariche
di non detti. L'elettricità statica, qui e lì, solleva scintille
imputabili a fate o folletti. Le precipitazioni nevose, benché
onnipresenti, non smettono di suscitare nei protagonisti un magico
senso di meraviglia. Al momento del disgelo, arriverà l'ora di
accettare il nostro passato, la nostra famiglia, noi stessi. Con il
cambio di stagione – crescendo –, qualcosa sarà da riporre,
qualcosa sarà da buttare via. Cosa ne è stato delle avventure in
cortile con un dolcissimo fratello minore? Degli aneddoti, delle
punizioni, della complicità? Cosa, ancora, delle lettere d'amore,
delle dichiarazioni scarabocchiate sui bigliettini, dei regali? Ci
sono cose che non chiuderemo mai in uno scatolone. Ci accompagneranno
nei sogni più belli e segreti, nelle notti più pungenti. Resteranno
per sempre. Anche se il mito della caverna di Platone fosse
applicabile con puntualità alle relazioni umane – conosciamo le
persone, infatti, o soltanto le loro proiezioni ingannevoli? –,
sarà possibile tendere le mani verso una vecchia fiamma. Che non
brucia, non più, ma emana comunque un calore confortante.
Il
mio voto: ★★★★ Il
mio consiglio musicale: Ed Sheeran – Afterglow
|
Un'amicizia, di Silvia Avallone. Rizzoli, € 19, pp. 447 |
Ogni
amicizia è una storia d'amore. Come si resta uniti nonostante tutto?
Se smarriti, come ci si ritrova? Per una coppia di amici non esistono
terapisti o consulenti matrimoniali; non è previsto il sesso
riparatore per riconciliarsi; non sono contemplati figli, case di
proprietà, bollette da pagare o altri collanti. L'amicizia deve
bastare a sé stessa in quanto tale, è pura e svincolata, è un
autogoverno destinato o all'eternità o all'implosione. Senza
compromessi. Ma quando finisce fa più male di una separazione: è un
lutto da cui non ci si riprende più. Perché gli amori vanno e
vengono, ma l'amicizia – al pari della famiglia – resta. Elisa e
Beatrice non si parlano da tredici anni, e la prima si sente ancora
orfana dell'ex compagna di banco del liceo Pascoli. Rifugiata nei
ricordi dell'adolescenza, in una città di fantasmi di cui evita le
strade principali, la protagonista recupera dal fondo del buio sei
diari: lì sono contenute le cronache dei cinque anni delle superiori
– i più belli – e quelle del primo anno da universitaria fuori
sede, in una Bologna destinata a dividere. In apnea, Elisa trascura
il Natale imminente e i propri doveri per battere al portatile questa
confessione ossessiva, viscerale, sincera. Per liberarsi
dell'indimenticata Bea, o forse per riappropriarsene. Chi era la
Rossetti, oggi influencer amata e odiata al pari della nostra Chiara
Ferragni, prima di essere sulla bocca e sugli schermi di tutti? Può
forse un personaggio pubblico custodire ancora un privato, dei
segreti?
Crescere
è una perdita.
Nella
vita c'è chi posa e chi scatta. Sempre al di qua dell'obbiettivo,
Elisa è stata un'assistente di scena, una confidente, una testimone.
Mossa dal desiderio di proteggerla, a dispetto di oltre un decennio
di silenzi, qui gratta la carta delle riviste patinate per cercare la
donna nascosta dietro l'icona di stile. Emergerà la verità, o Bea
resterà soltanto uno strappo? In un nostalgico amarcord, una Silvia
Avallone al suo meglio ci conduce a ritroso alla scoperta dei
dissapori tra le protagoniste. Empatica e generosa, l'autrice di
Acciaio vuole un bene dell'anima alle sue ragazze. E noi non
possiamo che fare altrettanto, in un romanzo generazionale densissimo
che avrei voluto non finisse più. Il merito maggiore spetta in
particolare alla narratrice, che ha la mia sensibilità, la mia
formazione umanistica e i miei dolori. Trapiantata da Biella a
un'anonima cittadina della costa toscana, Elisa conosce gli scatoloni
chiusi e gli abbandoni. Affidata alla tutela di un padre dolce ma
pressoché sconosciuto, stritola la cornetta in attesa di un
ripensamento della madre: donna passionale e incostante, l'ha
strappata a forza da una casa odorosa di hashish e ribellione per
garantirle gli equilibri mancati al primogenito, l'irrecuperabile
Niccolò. Topo di biblioteca con la Morante per talismano, a
Ferragosto conoscerà Bea: al contrario ricca e appariscente, con una
mamma-manager che l'ha educata a eccellere.
Perché
si legge? Perché non rimanere altro. Nessuna vocazione nobile si
annida nel gesto di aprire un libro. […] Per leggere occorrono
necessità e disperazione: è una cosa che si fa in galera, in
solitudine, in vecchiaia, nell'emarginazione; quando né la TV né
Internet distraggono dal fatto che nella vita si perde, e si perde
tutto; e chi conosci ti sembra felice e tu ti consumi d'invidia;
quando l'unica soluzione è farla finita e diventare un altro.
Strette
sotto la pioggia, a bordo di un cinquantino truccato, le migliori
amiche ruberanno un jeans tempestato di Swarowski e condivideranno
tanto la buona quanto la cattiva sorte (la verginità persa
all'unisono, le risse in cortile per un tradimento, le irruzioni
abusive nel “covo”). Unite soprattutto nei momenti più luttuosi,
saranno l'una la zattera dell'altra: famiglia, sostegno e ospitalità.
Destinata ai luccichii del glamour ma attratta dagli stili di vita
degli outsider, Beatrice più si agghinda e più si occulta.
Orgogliosa e vendicativa, eccelle nelle arti femminili e seduce
sottilmente i parenti di Elisa fin quasi a usurparla. Travolte dalla
rivoluzione digitale e stritolate nelle maglie del tempo, le loro
vite andranno alla deriva a causa dei rovesci di fortuna e delle
incomprensioni. Correvano anni che ricordo benissimo. C'erano il
walkman, il telefono fisso, i quiz di Cioè, i Nokia 3310, i
film a noleggio, gli ammiccamenti di Britney Spears e i Blink-182
sparati in cuffia. Si parte dalla caduta delle Torri Gemelle, si
passa per la torrida estate del 2003, si giunge alla vittoria ai
Mondiali. Le connessioni Internet lentissime cedono il passo al
dinamismo dei blog, le amicizie diventano quelle superficiali delle
chat di Facebook. Qui e lì avrei voluto picchiettare sulla spalla
della Avallone, condividere un ricordo per un ricordo: dirle sai,
c'ero anch'io, ho il tuo stesso bagaglio di esperienze. La tecnologia
diventa in fretta obsoleta. Le stelle, perfino quelle più
splendenti, tramontano. E loro?
Beatrice
e io avevamo quattordici anni eppure lo sapevamo già, che il futuro
è un tempo che toglie e non aggiunge.
Un'amicizia
ha il suono dello scirocco e degli album scartabellati. Per me è
stato un po' come frugare nella borsa di una donna, scardinare il
lucchetto di un diario segreto: uno scippo a tradimento, uno scasso.
Ho avuto l'impressione di leggere considerazioni troppo intime per
essere destinate proprio a me; dovevo averle rubate. È per questo
che non ho sottolineato le frasi più belle, anche se avrei voluto.
Se mi sono esentato dall'appuntare a margine i titoli di romanzi,
film e canzoni che l'autrice suggeriva tra le pagine. Ne ho avuto più
cura del solito, sono stato delicato, come al cospetto di qualcosa di
presto in prestito senza permesso. Sono così diverse tra loro Elisa
e Bea? E da me, per tutto il tempo seduto all'ultima fila di un liceo
classico ormai chiuso per mancanza di iscritti? Entrambe
cristallizzate, una nel ghiaccio di una perenne nostalgia e l'altra
in un selfie col filtro bellezza incorporato, si evocano in un
epilogo pervaso da una tensione crescente. L'una di fronte all'altra,
si strapperanno pelle e capelli per vendetta, o si uniranno per
ballare a Capodanno? Le catene invisibili delle aspettative disattese
le hanno ancorate alle rispettive routine. Rompendole, si potranno
finalmente legare in un abbraccio che spezza le ossa e rinsalda il
cuore? In quest'anno di distanza sociale, l'ho sperato. “Menzogna e
sortilegio”, menzogna o sortilegio, questa lettura bellissima è
una macchina del tempo che mi ha risarcito di tutto l'affetto non
dato: spaventato dal presente, tormentato dal futuro, mi sono allora
rivolto al passato. Inforcavo un Quartz scassato, pogavo ascoltando
gruppi rock nei capannoni fuori città, meditavo di fare un piercing
o un tatuaggio, dicevo che sarei diventato famoso: davanti, avevo
tutta la gioventù del vecchio mondo.
Il
mio voto: ★★★★½ Il
mio consiglio musicale: Elisa – Promettimi
Sto
pensando di finirla qui. La protagonista, per tutto il tempo
priva del nome, lo pensa della sua attuale relazione e della
sua vita, considerata inappagante. Di lei sappiamo pochissimo.
Soltanto che viaggia in macchina – direzione, la fattoria dei
suoceri – e che accanto ha Jake, professore amorevole e
premuroso che frequenta da qualche settimana. Stanno imparando a
conoscersi, ma la protagonista fa fatica. Ad abituarsi al rumore
della deglutizione del partner, alle conversazioni che arrancano,
alla desolazione di quelle strade secondarie. Qual è la percezione
che l’uno ha dell’altra? Cosa pensano, mentre fuori dal
finestrino si susseguono immagini rapide di campi e nuvole? Una tempesta è in arrivo. A metà tra Tom at the farm e Il gioco di Gerald, questo romanzo è lo snervante flusso di coscienza di una
donna in balia delle proprie ansie sociali. Dei ricordi, della
solitudine, del mal di vivere, dei bilanci con cui mette
in discussione sé stessa e la propria relazione.
I racconti
basati su eventi realmente accaduti molto spesso hanno a che fare più
con la finzione che con la realtà. Vale sia per le cose inventate
sia per quelle vere. Si tratta di storie, in entrambi i casi, che
vengono ricordate e raccontate. Le storie sono il modo in cui
impariamo le cose. Sono il modo in cui ci conosciamo a vicenda. Ma la
realtà, quella succede una volta sola.
Sto
pensando di finirla qui. È il pensiero del lettore più impaziente,
davanti a un thriller psicologico che si concede un preambolo lungo
cento pagine per entrare nel vivo della narrazione. Il romanzo di
Iain Reid, presto un film Netflix grazie al talento immaginifico dell'acclamato Charlie Kaufman, è costituito da riflessioni sulla vita di coppia e
da tappe stranissime. Episodi all’apparenza grotteschi, che
scandiscono un trip lisergico e contorto, affascinante nel suo
destabilizzarci continuamente. Il ritorno a casa dei personaggi,
infatti, sarà ritardato da contrattempi terrificanti. Si parte dalla
cena servita in un casolare in stato di semiabbandono – carne
sanguinolenta, verdura in gelatina, e per finire il gioco dei mimi –,
con un duo di genitori sopra le righe a guardia di una porta
ricoperta di graffi: conduce in cantina. Si prosegue con il desiderio impellente di granita al Dairy Queer, anche in pieno inverno. Si finisce con
un tour claustrofobico in una scuola vuota – o almeno si spera che
lo sia –, a metà tra un labirinto e una prigione.
La mia
storia non è come un film dell’orrore, gli dico. Non ti fa fermare
il cuore e non ti gela il sangue nelle vene. Non ci sono mostri o
violenze. Nessun salto dalla sedia. Per me, queste cose non sono
spaventose. Invece, quello che ti disorienta, che capovolge ciò che
da per scontato, che disturba e scompagina la realtà, quello sì che
fa paura.
Sto
pensando di finirla qui. Lo dici alle prese con la seconda metà,
quando fai le ore piccole pur di ultimare la lettura. Pur di venirne a capo. All’inizio scettico, ti scopri terrorizzato da
piccoli dettagli inquietanti e da elementi stridenti, che nel
silenzio della casa addormentata mettono letteralmente i brividi. Lo
stile di Reid, stringato, introduce sottopelle un serpeggiare di
sensazioni difficili da descrivere. Dice bene la copertina, sì:
avrai paura senza sapere perché. Non c’è niente che non
vada, ma allo stesso tempo nulla torna. Perché tutto può cambiare
all’improvviso. Pagina dopo pagina la storia ci svelerà il suo
significato più allegorico e profondo. Ma serve attendere,
assecondare la curiosità, perché i dialoghi suoneranno innaturali
qui e lì e le situazioni in cui i protagonisti si cacciano
appariranno a dir poco surreali. Non tutto viene giustificato alla
luce dell’epilogo. Non tutto lascia a bocca aperta, soprattutto se i film
di genere ormai non hanno grandi segreti per voi. Ma molto gli si
perdona, soprattutto grazie ai ritmi deliranti e ossessivi, da
istantaneo mal di testa, che ricordano uno squillo di telefono nel
cuore della notte. Non stupisce che l’autore di Essere John
Malkovich, Il ladro di orchidee e Anomalisaabbia
visto il potenziale dell’autore, magari da mettere meglio meglio a fuoco
in una trasposizione che già mi figuro diversissima: ancora più folle. Se dovessi immaginare di trarre una storia da un
dipinto di Escher, comunque, sarebbe proprio così.
Il mio
voto: ★★★½ Il mio
consiglio musicale: Joy Division – Love Will Tear Us Apart
| Gli altri, di Aisha Cerami. Rizzoli, € 18, pp. 288 |
Alle
porte di una città imprecisata, protetto da una cortina di siepi che
ne fanno una fortezza inespugnabile, sorge il condominio in cui
ognuno di noi spenderebbe volentieri i propri giorni. Quattro piani,
tredici abitanti di diversa estrazione sociale, porte sempre aperte,
tutti che possiedono la chiave di scorta di tutti. Il Roseto è un
microcosmo gaudente e lieto, destinato a un’eterna fioritura
indipendentemente dalle stagioni meteorologiche. C’è un ricco
fondo cassa, e ogni scusa è buona per attingervi e organizzare
serate per pochi eletti – dal primo ciclo mestruale di una
ragazzina al compleanno di un’ottuagenaria, da un funerale a una
festa di benvenuto. La morte di un’abitante del Roseto, allo stesso
modo, è una tragedia condivisa all’unanimità. Ci si fa forza
insieme, soprattutto se l’infarto fulminante dell’anziana Dora
significa far fronte a un altro dispiacere: rapportarsi da zero con
nuovi inquilini. Qual è l’identità degli ultimi arrivati, che
escono all’alba e rientrano al tramonto? Perché rifuggono i
momenti di aggregazione e non si adeguano ai ritmi del resto del
palazzo? Lo teorizzava già J. G. Ballard, nel classico della
distopia da tempo immemore nella mia lista dei libri da recuperare: i
condomini sono delle macchine perfette, i cui abitanti – sottoposti
alla dittatura del quieto vivere – costituiscono un coro armonico e
intonato ai limiti della spersonalizzazione. Lo ha ribadito il
regista Roman Polanski, nella trilogia da brivido inaugurata con
Repulsione. Gli ha fatto infine eco Alex de la Iglesia, con
l’hitchockiano La Comunidad. Ultima ma non ultima, si
concede un soggiorno malsicuro anche l’esordiente Aisha Cerami: il
suo romanzo di debutto è una sorpresa inaspettata. Non lasciatevi
ingannare dalla deliziosa copertina color pastello. Benché frizzante
e leggerissimo, scritto in maniera svelta e puntuale, Gli altri
non è assolutamente una storia consolatoria in cui l’ultimo
rigo regala al lettore un messaggio di concordia. Ogni personaggio,
infatti, ha una vita pubblica, una privata e un’altra segreta.
Anni e
anni prima, in quel condominio, c’era stato un uomo che aveva
stilato una legge uguale per tutti. Una legge indiscutibile e
fondamentale perché quel posto restasse per sempre un luogo felice.
Il regolamento veniva firmato alla prima riunione di condominio. Una
firma senza valore legale, ma sacra. Un patto di sangue, senza tagli
o giuramenti sotto la luna piena. E il regolamento diceva più o meno
così: rispetta il prossimo tuo come te stesso; non usare violenza;
non minacciare; non fare la spia; non avere segreti.
Ci
sono Romana e Stevi, protagonisti di un matrimonio sadomasochistico
da cui fuggire soltanto attraverso la fantasticheria di un tradimento
coniugale; Rachele, sull’orlo di una crisi di nervi e madre di due
gemelli pestiferi, con un volto devastato dalla psoriasi; le outsider
Libia e Marilyn, la prima ex tossicodipendente e l’altra travestito
di buon cuore; il Conte, prigioniero di una genitrice dispotica e dei
disturbi ossessivo-compulsivi; il Vedovo e Maria, insegnanti in
pensione, che talora mettono pace con parole assennate. E soprattutto
c’è la quattordicenne Arina, figlia dell’umile Olga, che contro
ogni pronostico si affeziona al figlio della famiglia appena giunta
lì e l’ama di un amore quasi shakespeariano: Antonio è gentile,
vorrebbe diventare un autore di horror, e regala all’adolescente
sogni alternativi e uno sguardo più lucido sugli intrighi dei
vicini. Il Roseto è lo specchio fedele delle contraddizioni della
nostra società, nonché della cronaca. È fonte di protezione, è un
vincolo; discrezione e omertà sono in rima baciata. Al centro di un
isolamento perfetto, i personaggi della Cerami hanno buone maniere e
animi oscuri: vedono pericoli dappertutto, specialmente nelle novità.
Fanno spallucce davanti all’evidenza della violenza domestica,
fiutano il marcio nella bellezza delle relazioni nascenti, vietano il
sesso occasionale, seminano l’odio. Radunati in cortile,
farneticano di suicidi e malocchio, somigliando ai membri di una
setta grottesca. Il condominio li protegge, o forse li costringe in
gabbia? Meglio porgere l’altra guancia, oppure battagliare?
Era lì,
incastrato tra le fauci della morte, a tendere i muscoli verso
l’alto, sperando di farsi nascere le ali. «Prima o poi capirà che
non ha scampo» disse Rachele, pregustando il momento della resa.
«Prima o poi morirà e noi ci illuderemo, per un momento, di aver
ucciso tutti i topi del mondo» bisbigliò il Conte col fiato
sospeso.
La
puzza persistente d’immondizia, un topo che scorrazza in giardino,
l’avanzata di una macchia d’umidità sulla facciata, l’arrivo
di un randagio che oltrepassa il cancello e squarcia le buste della
spazzatura: la colpa, sancisce l’ennesima riunione, è proprio
degli altri. Ricchissimo di dialoghi e caratterizzato da
ambientazioni circoscritte, il romanzo ha pregi e difetti che
derivano da un impianto sin troppo teatrale: le entrate e le uscite
di scena sono scandite con l’orchestrazione un po’ meccanica del
palcoscenico; i capitoli, alla stregua di atti, a volte danno
l’impressione di essere appena giustapposti; non tutti i
personaggi, per via di una divisione diseguale dei copioni, sono
caratterizzati per forza di cose con la stessa perizia. Croce e
delizia, comunque, di una commedia all’italiana nello stile di
Perfetti sconosciuti e L’ultimo Capodanno, sorretta
da un’ironia pungente e da un caos francamente irresistibile. Di
una cattiveria che non dà tregua, Gli altri apre le gabbie ai
matti e ai sentimenti più bestiali. Ti prende per sfinimento, e alla
fine smaschera la vera indole di ciascuno di noi: sotto la maschera,
in borghese, chi più e chi meno, siamo tutti mostri. Quanti
patti abbiamo sottoscritto a cuor leggero, ignari di stringere
accordi con Mefistofele? Quante volte abbiamo indicato la
pagliuzza nell’occhio di qualcun altro? La colpa è della trave che
intanto sbuca dal nostro. Ci acceca. E se abbastanza acuminata,
puntata verso il prossimo, qualche volta ferisce a morte.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Francesco Gabbani – Amen