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venerdì 21 giugno 2019

Mr. Ciak: Noi, We Have Always Lived in the Castle, Ted Bundy e altri psycho-thriller

Sono una famiglia afroamericana di quelle fortunate. Abbastanza in alto per permettersi una vacanza sull'oceano o tollerare con leggerezza le battute sarcastiche di una coppia di amici bianchi, una sera ricevono una visita: la loro casa viene presa d'assalto da misteriosi invasori. Sono quattro, come loro. E hanno le loro identiche facce. Dopo il successo di Get Out, Jordan Peele ritorna al cinema horror e a sembrarmi tremendamente sopravvalutato. Dotato di uno spunto brillante ma di uno svolgimento tutt'altro che originale, Noi ha un impatto minore del film precedente: l'assunto di base, infatti, viene sperperato in due lunghe ore e nella confusione di risvolti mai spiegati. I doppi dei protagonisti sono le loro ombre infernali, o le loro controparti sfortunate? Siamo americani, dicono. Vogliono gli stessi diritti e gli stessi doveri. Reclamano sogni, pretese e ore d'aria. In questa Invasione degli Ultracorpi al tempo di Trump, sfugge il punto della situazione. Bastian contrario benché appartenga alla schiera dei privilegiati, Peele fa antipatia: arraffone e ammiccante, attacca i soliti conservatori con una verve che, al secondo giro, rischia di annoiare. Per fortuna c'è un epilogo meno didascalico, in cui si confondono vittime e carnefici. Per fortuna c'è Lupita Nyong'o, scream queen che piacerà anche all'Academy. Ma, per godersi meglio l'alta tensione, consigliabile abbassare le aspettative. (6)

Anno fortunato per Shirley Jackson. Dopo il successo di The Haunting of Hill House, la maestra spirituale di King è tornata sugli schermi. Anche se ormai non è più tra noi da un po'. Anche se Abbiamo sempre vissuto nel castello, letto lo scorso autunno, va per i sessant'anni. Passato in sordina in patria, accolto tiepidamente dalla critica, il film tratto dal suo romanzo di culto è, a dispetto delle scarse speranze, una trasposizione esemplare dove perfino i difetti vengono dal romanzo. La casa delle orfane Blackwood, interpretate dalle convincenti Taissa Farmiga e Alexandra Daddario, è la copia di quella immaginata: bella e decadente, sembra una novella dimora Addams che non disdegna i colori pastello, la raffinatezza del mobilio, la fantasia della carta da parati. Le sorelle trascorrono lì, in una gabbia dorata, una routine destabilizzante. Isolate dal mondo, fantasticano di trasferirsi sulla luna. Ma la Daddario, tentata dal cugino Stan, minaccia di mandare tutto a rotoli puntando all'Italia. Della Jackson, la trasposizione si tiene stretta i ritmi lenti, le situazione piuttosto trascinate e quel climax finale di grande cattiveria, qui con un tocco di violenza aggiunta. Lo immaginavo a torto televisivo. Inscenato sullo sfondo di una campagna lussureggiante, risulta essere invece una parafrasi fedelissima dalla fotografia cristallina e con un guardaroba che farà l'invidia delle spettatrici. We Have Always Lived in the Castle è una fiaba nera che anche in questa veste funziona a metà, non facendomi cambiare idea su un romanzo sopravvalutato. Ma anche l'occhio vuole la sua parte e qui, fra malie e stranezze, ha il suo bel da vedere. (6,5)

Era un uomo bello e un abile oratore. Era un serial-killer. Ted Bundy, negli anni, Settanta frequentava Giurisprudenza e si difendeva da un'accusa inequivocabile: l'omicidio barbaro di oltre diciotto donne. Le prove erano tutte contro di lui, ma la giustizia americana rende tutto spettacolo. Interpretato da un Efron al di sopra delle aspettative, con la giusta faccia da schiaffi e una parlantina sorprendente, il caso Bundy rivive in un'arringa accurata e un po' televisiva, convincente ma non sempre coinvolgente. Senza mostrare sangue, più attento alla dimensione processuale che al marciume, il documentarista Berlinger scongiura ogni tentazione voyeuristica e mette in scena un gioco retorico per sospettare di tutto e di tutti. Perfino di una verità universalmente accettata: la colpevolezza dell'accusato, messa in dubbio da un carisma di star navigata. La compagna Collins, che all'inizio lo segue come una groupie innamorata, si stanca presto della bugie e di un triangolo amoroso che culmina in una farsesca proposta di matrimonio. Il verdetto? La scelta di preferire gli aspetti pubblici e privati potrebbe far storcere il naso agli amanti dell'horror, ma i protagonisti – a torto giudicati troppo glamour per i ruoli – mettono comunque i brividi nel faccia a faccia finale. La nausea vera, di terrore e ingiustizia, arriva durante i titoli di coda. Con la sfilza delle donne martirizzate. Con la consapevolezza che l'incubo, con tanto di fughe picaresche e schiaffi morali alle forze dell'ordine, sia pura verità. (6,5)

Quali sono i segni particolari di uno psicopatico in erba? Una timidezza a confine con la sociopatia, il pallino per gli animali investiti in strada, una famiglia poco convenzionale. Avevano personalità agli antipodi ma, in quanto a spietatezza, Ted Bundy e Jeffrey Dahmer rivaleggiavano: quest'ultimo, dagli anni Settanta in poi, terrorizzò in particolare la comunità gay di Milwaukee. Alle origini, però, era soltanto un adolescente in cerca di sé stesso. Si estraniava di frequente ma sapeva dissimulare. Amico di tutti e di nessuno, indossava i panni di buffone del liceo pur di far pace con la propria testa e, soprattutto, con la propria sessualità. Ispirati a una graphic novel, i dolori di un giovane serial-killer sono raccontati anche stavolta con un approccio poco convenzionale. Rinunciando allo splatter, My friend Dahmer sperimenta toni diversi fino a somigliare a un dramma adolescenziale alla Van Sant. Senza sporcarsi, il magnetico Ross Lynch – un caso sia uscito anche lui da Disney Channel? – si trascina torvo e ingobbito in una dissacrante pagina di diario che ricerca con successo i primi passi di un folle che non ha ancora sperimentato il sesso, né fatto i conti con le macchie di una coscienza sporca: la banalità del male. (7)

Ne hanno fatto prima un film per la TV, poi una miniserie in otto puntate. A un appuntamento romantico, Mrs Maisel andava a vedere perfino un musical ispirato alle sue gesta efferate. L'assassina Lizzie Borden, simbolo di un femminismo estremo, non smette di affascinare la settima arte. A nemmeno cinque anni di distanza dal film con Christina Ricci, le vicende della donna – riassumiamola: uccise padre e matrigna a colpi d'ascia, e fu scagionata per assenza di prove – torna a farsi raccontare dal cinema indipendente, attento alle questioni di genere e alla verosimiglianza dei fatti. La Borden di Chloe Sevigny va a teatro da sola, rifiuta il matrimonio, scontenta i genitori con una lingua sferzante e una relazione con Kristen Stewart, domestica sul punto di rottura. Come una trionfale Medea, nuda e insanguinata, la protagonista si aggiunge ai nemici del padre – viscido e temutissimo – e giunge a soluzioni deleterie per liberarsi dell'orribile famiglia. Cupo e lentissimo, Lizzie è una tragedia teatrale di zii usurpatori e passioni clandestine che, classe a parte, poco aggiunge tuttavia a un ritratto di donna già approfondito in precedenza. L'acqua cheta logora i ponti. Ma all'ennesimo rimaneggiamento, centoventi anni dopo il massacro, non fa notizia. (5,5)

La trama è quella di un thriller di Rai Due. Una ragazza di buon cuore restituisce a una vedova la borsetta dimenticata in metropolitana. La prima non ha più una madre, l'altra non ha più una figlia: l'amicizia intergenerazionale, quando si fa ossessione, diventa stalking. Classico, più che vecchio stile, Greta rilegge un canovaccio di sicuro fascino. Non corre mai il rischio di rinnovarlo, eppure sorprende per la freschezza di Neil Jordan: settant'anni e l'ultimo film, Byzantium, risalente a ormai sette anni fa. L'autore conosce bene le regole del gioco, e lo stesso può dirsi del suo cast di attrici bravissime: Chloe Grace Moretz, scream queen per eccellenza delle nuove generazioni, e soprattutto Isabelle Huppert, straniera dal fascino stregonesco. A metà tra Norman Bates e Annie Wilkes, la sua cattiva è un cane rabbioso che non vuole essere abbandonato. Manipolatrice e onnipresente, conosce vini pregiati, suona il pianoforte e si apposta negli angoli. È in ogni squillo, in ogni messaggio, in ogni ombra. A cosa spinge la solitudine? Se tutto va esattamente come dovrebbe, due protagonisti in forma smagliante sanno farsi comunque ricordare grazie a una perfetta alchimia e qualche dettaglio raccapricciante. Greta è in cerca di un'amica, o forse di un'altra vittima? Ha borse identiche a quella perduta. Ha usato già quelle stesse parole, letto da quello stesso copione. Non siamo speciali, no, e lei non si è presa la briga di ordine un inganno su misura. L'esca è la solita, il canovaccio abusato. Ma, intanto, abbocchiamo. (7)

Christopher Abbott, noto tanto la serie Catch 22 quanto per la somiglianza innegabile con il collega Kit Harrington, ha l'aria di un verginello alle prese con l'ansia della prima volta. Guardate quant'è impacciato mentre fa le prove, prende appunti, coreografa nel dettaglio parole e movimenti. Nella sua camera d'albergo aspetta l'arrivo di una prostituta e questa, puntualissima, non si fa attendere: è Mia Wasikowska, irriconoscibile tutta impellicciata e con un caschetto aggressivo. Lui è un sociopatico che vuole darsi all'omicidio, lei una provocante autolesionista. Il piano sfugge di mano. Quella che a una prima occhiata sembrerebbe una coppia di disadattati da commedia indie si pone al centro di un rapporto sfuggente e perverso, che giunge picchi di goduria indicibili quando Nicolas Pesce – giovane regista da tenere d'occhio – inizia a scherzare con lo split screen di Brian De Palma o la colonna sonora di Dario Argento. Guilty pleasure di cinefili e feticisti, Piercing è un gioco delle parti stilizzato e intriso di cose – sangue, umorismo caustico, citazioni alte – che funziona, sì, ma esclusivamente nella dimensione dell'omaggio. Per il resto, è troppo strano e troppo aperto. Ha personaggi troppo esagerati e troppo tagliati con l'accetta. Ipnotizza e diverte, stilosissimo dall'inizio alla fine, ma lascia violenza in quantità, qualche ottima interpretazione, cicatrici semipermanenti e un pugno di mosche. (6)

Quattro ingenui amici in sella a una bici: aspiranti Sherlock Holmes con alle spalle famiglie in crisi, una cotta comune per la bella del quartiere e il coprifuoco fisso. Un vicino di casa poliziotto, insospettabile ma non troppo. Tutto è un gioco. Tutto ha una fine, anche l'estate del cuore. Perché tutti i serial killer, in fondo, sono i dirimpettai di qualcun altro. Partita a nascondino classica e sdoganatissima, Summer of 84 fa leva su quell'effetto nostalgia venuto francamente a noia da un po' e su misteri feroci ma intuibili, che non conoscono nessun colpo di scena ma a sorpresa, nel finale, minacciano di strappare brividi duraturi. Amaro e spietato, sbucato non a caso dal preziosissimo circuito del Sundance, in realtà ha poco a che spartire con il candore pop di Stranger Things. I Perdenti di Stephen King, qui, conoscono la cattiveria: quella umana, quella vera. La loro perdita dell'innocenza appassiona e stordisce più delle rivelazioni mancate, più di un canovaccio che con la scusa dell'omaggio poco s'inventa di sana pianta. E questa estate di metà anni Ottanta, stagione per eccellenza di scottature, ci brucerà per sempre. (7)

lunedì 15 aprile 2019

Mr. Ciak: Boy Erased, Ben is back, Wildlife, Mid90s, Hot Summer Nights, La diseducazione di Cameron Post

Si può guarire dalla propria natura? Qualcuno pensa di sì. Lo pensa, forse, anche il protagonista: un ventenne vulnerabile e confuso, che della sessualità ha conosciuto prima la violenza di un compagno di corso, poi la tenerezza di un pittore con cui ha diviso il letto senza spingersi oltre. Se sei omosessuale, se ti penti, puoi trovare assoluzione. Spiace dirlo, ma non si tratta di un romanzo distopico. Boy Erased, tratto dall'omonimo memoir letto lo scorso novembre, è una storia realmente accaduta. Nel passaggio al cinema sceglie toni crudi, iperrealistici, e un taglio a metà fra il documentario e il thriller d'inchiesta. Mosso da sconvolgenti tensioni spirituali e sessuali, è una cronaca di contrizione, di costrizione, approcciata con un distacco formale che mi ha spiazzato in positivo. Hedges, afflitto e struggente, si nasconde sotto una cappa di vergogna e senso di colpa con il temperamento dei grandi attori. Notevolissimo, poco indulgente verso personaggi e spettatori, Boy Erased va incontro a una ribellione troppo precipitosa, a toni qui e lì troppo freddi per paura di incappare nel pericolo didascalismo, ma tocca riconoscergli meriti diffusi. Quella biografia indigesta su carta, infatti, appariva inadattissima al cinema. I plausi spettano alla recitazione minimalista del cast in gran completo, con i mattatori della vecchia scuola e i nomi più glamour disposti a sparire in ruoli di supporto. A Joel Edgerton, alla sua seconda prova da regista, che adatta di proprio pugno e prende in prestito le atmosfere asfissianti della sua opera prima. Si fanno i conti con mamma Kidman e papà Crowe. Si allunga la mano fuori per saggiare di cosa sappia la libertà. Non si cancella la rabbia. (7)

Anche i tossicodipendenti vogliono festeggiare il Natale in famiglia. Anche a costo di confrontarsi con scie di cadaveri, speranze infrante e parenti sconosciuti. Sempre nell'occhio del ciclone, nel mezzo delle atmosfere nevose di Manchester by the sea, riabbracciano fratelli e genitori, accarezzano il cane, ma portan guai. L'onnipresente Hedges, misuratissimo e in parte, fa i conti con i suoi giovani crimini e con la mamma iperprotettiva di Julia Roberts, a volte intensa e altre sopra le righe, che a momenti alterni lo spalleggia e lo respinge. Da sinceramente toccante, Ben is back si fa ansiogeno nella seconda parte. Una ricerca porta a porta, nel peggio della provincia americana, verso vie di fuga dall'incubo: peccato che i risvolti criminosi, purtroppo, risultino posticci. Inseriti nella sceneggiatura per aumentare le tragedie, le lacrime, l'ansia, all'interno di una vicenda già complessa di per sé. Ambientato nell'arco di una lunga giornata, il film di Hedges padre è un viaggio nel lato oscuro delle festività, ammorbidito dal carattere solare della protagonista e dai toni indovinati dell'ora introduttiva. Difettoso ma coinvolgente, commovente senz'altro, resta uno di quei drammi che hanno il coraggio di poggiarsi esclusivamente sui loro interpreti, soltanto sulle emozioni che riescono a suscitare. Per riportare i figli recidivi all'ovile e i kleenex, quelli sperperati con gran mestiere, in sala. (6,5)

Si sono spostati dove li hanno portati gli ingaggi di lui. Quando il lavoro è venuto meno, assieme all'amore, i bellissimi Mulligan e Gyllenhaal si sono dovuti improvvisare altro. Lei, civettuola e vanitosa, dà lezioni di nuoto e lui, altezzoso al punto da rifuggire la routine, seda incendi; il figlio parsimonioso, invece, fa da aiutante in uno studio fotografico. La loro famiglia va in fumo all'improvviso. Nella frustrante attesa che cada la neve, ci si arrangia come si può. I divi hollywoodiani fanno i conti, così, con il brusco risveglio dal sogno americano; con la fine di un matrimonio felice. Le attenzioni, però, sono tutte per il silenzioso testimone della loro relazione: un adolescente che apre a forza gli occhi su un mondo di tradimenti e repressione, interpretato dalla rivelazione Ed Oxenbould. Non tutto oro è quel che luccica, no, a dispetto dei grandi nomi coinvolti, del best-seller di Richard Ford alla base e dell'apprezzamento riscosso presso i festival giusti. Le pecche di Wildlife, attesissimo esordio alla macchina da presa di Paul Dano, ha i suoi maggiori difetti in una scansione temporale confusa e in dialoghi quanto mai ridondanti: la regia, consapevole ed elegante, incornicia sullo sfondo dei meravigliosi anni Cinquanta una Mulligan perfino più insopportabile di quella vista nel Grande Gatsby. Adattamento rigoroso e distaccato, scritto insieme alla compagna Zoe Kazan, il dramma è un Revolutionary Road in piccolo e visto da una piccola prospettiva, con una presa emotiva minore del previsto e due personaggi troppo antipatici per suscitare alcuna empatia. Come la foto di un pallido dispiacere che, al cinema, si è già fatta ricordo. (6,5)

I 4:3 del miglior cinema indipendente. La patina granulosa delle videocassette. L'approccio neorealista dei bambini secondo Sean Baker. Diciamolo: non ci si aspettava un esordio così da Jonah Hill, ennesimo attore passato dall'altra parte. Famoso per la sua fisicità, per le commedie demenziali dei primi tempi a cui sono seguite due insospettabili candidature agli Oscar, l'interprete recentemente visto in Maniac raduna una compagnia di birbanti per raccontarci l'infanzia con i toni di Truffaut. Nocivi ma fondamentalmente buoni, talora dal talento inespresso, i protagonisti introducono Stevie nella loro cricca: ancora piccolo, con in casa una mamma single e un fratello dispotico interpretato dal solito Hedges, vuole imparare ad andare sullo skateboard. Per diventare la mascotte dei grandi, mostrandosi impavido e sconsiderato, bisogna approcciarsi anche alle droghe e al sesso. Da un lato Stevie ambisce al perfetto equilibrio, per non disobbedire a mamma e per non rompersi la testa. Dall'altro, invece, punta a luoghi fatti soprattutto per gli afroamericani, per gli adulti. Come un Eight Grade più distante da me per il linguaggio, l'approccio, il quartiere, Mid90s racconta la formazione di un ragazzino troppo educato per la vita di provincia, che in privato fa abuso di scuse e grazie. Colleziona amici e nemici, si fa rispettare. E la sua diseducazione, fra frequentazioni deleterie e momenti toccanti, è quella tipica di una generazione perduta che sperava di andare lontano: magari su due ruote. Ma ha confuso, purtroppo, il fine con il mezzo. La perdizione della vita di strada, ritratta senza sporcature eccessive o presunzioni da narratore impegnato, fa di questo esordio un film piccolo nel taglio e nelle intenzioni, ma con tanta voglia di svelare con una sincerità e una limpidezza contagiose le ginocchia sbucciate dei suoi teneri anni. (7)

Sono gli anni del Laureato e Terminator. Di Street Fighters nelle sale giochi. Thimotée Chalamet, intrappolato nella sua sonnacchiosa città costiera, non appartiene né alla schiera dei locali né a  quella dei villeggianti. Emblema dell'adolescente eternamente fuori posto, con bomboletta dell'asma in mano e un corpo allampanato, si trova coinvolto suo malgrado in una disavventura estiva che ha del paradossale, fra gente bellissima – l'irraggiungibile Maika Monroe, il piantagrane Alex Roe – e droghe leggere. Ma questo pesce piccolo sogna in grande: ha una straordinaria propensione a mettersi nei guai e, per fare il salto, spera di passare dall'erba alla cocaina. In un microcosmo di ragazze fatali, spacciatori e colorati luna park, quanto è semplice pestare i piedi alla gente sbagliata? Ennesima chicca targata A24, con un cast di giovani talenti e la regia retrò di Elijah Bynum, Hot Summer Nights sembra un po' una canzone di Lana Del Rey, un po' un romanzo di John Green. Un narratore esterno ai fatti parla a nome dell'intera città: i tre protagonisti, a detta sua, sono già diventati un mistero. A sorpresa, così, i personaggi più superficiali regalano attimi di struggimento e la svolta drammatica, che nel finale imbocca i territori precipitosi e serissimi del crime, gli dona più che a Ben is back: Lascia, infatti, l'amaro in bocca e gli occhi tristi. Queste caldi notti estive avevano proprio bisogno del refrigerio di un brivido, pur di mostrarsi più che una toccata e fuga nel lato oscuro degli abusati '80s. (7)

Un'altra identità da riformare. Un'altra sessualità negata. Questa volta siamo nei primi anni Novanta, nei panni di una ragazza interrotta. L'hanno beccata a pomiciare sui sedili posteriori con una compagna di scuola e per lei hanno decretato una guarigione forzata in un centro che mette al vaglio i sogni erotici che fa, la musica che ascolta, i traumi pregressi e i fidanzatini del liceo. Con il rischio di perdere sé stessa, di tradirsi, in nome di una religione a cui nessuno crede fino in fondo e di una normalità predicata soltanto in teoria. I toni sono quelli falsamente scanzonati di Noi siamo infinito. Le ambientazioni ricordano gli istituti correttivi di Fino all'osso e Cinque giorni fuori. Inferiore ai titoli citati, nonostante la delicatezza del tema, la discutibile vittoria al Sundance e l'enorme talento di una fragile e focosa Moretz, La diseducazione di Cameron Post racconta una storia di ribellione e affermazione, ma non ha né anima né originalità; colpi di testa o di cuore. L'esordio di Desiree Akhvan, eppure inspiegabilmente ben accolto in patria, si lascia rabbonire e semplificare, smussare. Troppo educato, titolo a parte, lascia che i suoi protagonisti in terapia disegnino iceberg, per poi indugiare con profonda amarezza soltanto sulla superficie. (5,5)

sabato 4 agosto 2018

I film che leggeremo #1: Young Adult

Tutte le volte che ho scritto ti amo
17 agosto 2018
Un'adolescente coreana per metà, cinque lettere d'addio mai inviate a cinque ragazzi che le hanno spezzato in modi diversi il cuore, l'imprevisto dietro l'angolo. Cosa succederebbe se i tuoi pensieri segreti fossero mandati per errore ai loro reciproci destinatari? Ne avresti abbastanza per farne una popolarissima trilogia Young Adult – avevo recensito il primo capito qui – e, se tutto va per il meglio, un film disponibile ad agosto in streaming su Netflix. Dirige la regista della commedie indie Carrie Pilby, scrive una delle sceneggiatrici della geniale sit-com Man Seeking Woman e, nei panni della protagonista, la bellezza vietnamita Landa Condor – vent'anni e buone chance, dopo la rivelazione Joey King, di farmi rivivere una tardiva cotta adolescenziale.


Dark Hall
1° agosto 2018
Menzionano i produttori di Twilight, riesumano le atmosfere dark degli Urban Fantasy in voga un paio di anni fa e subito, a farti tremare più delle presunte tinte orrorifiche, è la sensazione di già visto; il presagio che questo Dark Hall sarà un fiasco o che, peggio, passerà in sordina al pari degli sfortunati Fallen o La sedicesima luna. Eppure, eppure... Perché scomodare il nome di Rodrigo Cortés, regista dell'ottimo Buried? Perché chiamare all'appello le giovani star AnnaSophia Robb e Isabelle Furhman, con la sempre verde Uma Thurman come direttrice dal polso di ferro? L'autrice del romanzo che prossimamente sarà recensito su questi schermi è niente meno che Lois Duncan: sua la firma dietro il cult anni Novanta So cosa hai fatto. Vent'anni dopo, si replicherà?


Darkest Minds
14 agosto 2018
Provaci ancora 20th Century Fox. Con le saghe Sperling Kupfer da adattare. Con un genere, il distopico, che finora non ha mai saputo bissare il successo di Hunger Games. Con una storia all'apparenza non troppo innovativa, in stile Giffoni, che attira in minima parte con lo zampino dei produttori di Stranger Things Arrival e, nel cast, l'ormai immancabile Amandla Stenberg (un caso, poi, che l'attrice afroamericana fosse la piccola Prim nel film di Gary Ross?). Per fan di superpoteri, amicizie e tentate rivolte. Questa volta, per chi ha ancora l'età.


Crazy & Rich
16 agosto 2018
Negli anni Novanta erano Giovani, carini e disoccupati in una commedia di Ben Stiller. Adesso prima le librerie, poi il cinema, li desiderano Pazzi, ricchi e asiatici nello spirito glamour dell'estate. Tratto dal romanzo di Kevin Kwan, edito in Italia da Mondadori, Crazy & Rich perde l'aggettivo di provenienza, per volontà imperscrutabile dei titolisti italiani, e questo mese trova spazio in sala. Un'altra ragazza dagli occhi a mandorla, dunque, ma questa volta nessun grattacapo romantico: la protagonista, cresciuta negli Stati Uniti, si sposa con uno scapolo d'oro e vola a Est per conoscere la famiglia di lui. Non sapendo si tratti di uno dei maggiori costruttori di una Singapore da favola, né di essere troppo occidentale per una suocera alla Jane Fonda che no, non transige. 



Sei ancora qui – I Still See You
27 settembre 2018
A proposito di nuovi tentativi, a riprovarci è anche l'accoppiata del già mediocre Midnight Sun: il regista Scott Speer e Bella Thorne, teen idol che a onor del vero di tanto in tanto, di ruolo in ruolo, ha il coraggio di reinventarsi un po'. Faranno meglio con Sei ancora qui, intrigante thriller a tinte paranormali in libreria a settembre grazie ai tipi Sperling Kupfer? Una giovane donna perseguitata dagli spettri di un vecchio amore: fin qui, direste, niente di nuovo sotto il sole. E se la Thorne, irriconoscibile con il look dark, si allontanasse da un mondo di languidi sospiri? E se fossimo all'indomani di un misterioso evento catastrofico, in un'apocalittica ucronia che di sci-fi ha in realtà molto poco? Anche se di poco fuori stagione – il genere, infatti, si presterebbe meglio alla leggerezza estiva – si vedrà (e leggerà, e scriverà).


The Hate U Give
19 ottobre 2018 (USA)
Le differenze razziali, il braccio violento della legge, i lati oscuri – ma non troppo lontani dalla speranza del lieto fine – di una America contraddittoria, che non vive solo di sogni e frasi fatte. Il romanzo, edito da Giunti, ha vinto il vincibile: un best-seller, tuttavia, mai diventato mia priorità in whishlist. Ho fatto male, dite? Il produttore esecutivo di quel Mudbound a un passo dagli Oscar e la presenza della prezzemolina Amandla Stenberg lasciano respirare aria di impegno, e di sicuro successo.



The Miseducation of Cameron Post
3 agosto 2018 (USA)
Una Chloe Grace Moretz in stato di grazia viene spedita dalla zia in una clinica di recupero. La sua dipendenza, il suo crimine più inammissibile: ragazze di cui è contro natura innamorarsi. Il tema è lo stesso di Boy Erased, futuro asso pigliatutto ai prossimi Oscar con Nicole Kidman, Russel Crowe e un Lucas Hedges da convertire a forza nel cast. The Miseducation of Cameron Post, tratto da un romanzo semiautobiografico di Emily M. Danforth di cui attendo con ansia l'eventuale edizione italiana, è forse da meno? Le giuste carte in regola, i toni indie e la vittoria a sorpresa allo scorso Sundance – festival venerato da queste parti, inutile ribadirlo – suggeriscono il contrario, e ci regalano a mani basse la trasposizione più interessante di questa rassegna.

venerdì 8 settembre 2017

Mr. Ciak: Romanzi al cinema #2

La ragazza allergica al mondo che abbandona la campana di vetro e tenta il tutto per tutto per amore. Avevamo già conosciuto la particolarità del dramma di Maddie su carta, ma il best-seller di Nicola Yoon convinceva poco. Everything, Everything conserva nella sceneggiaura spunti pregevoli ed esiti difettosi. La finestra della formosa Amandla Stenberg affaccia sul cortile di Nick Robinson. Lei non può uscire, lui non può entrare. Scappano alle Hawai con una bugia. E l'ossigeno, che rischia di venire meno da un momento all'altro? E le conseguenze del colpo di fulmine – troppo adolescenziale, troppo da film? Everything, Everything ha facce pulite e buone intenzioni. L'irrompere del dramma non desta però mai preoccupazione. Lo si guarda con animo disteso sì, ma senza crederci. La rivoluzione della protagonista si riduce a una parentesi dai minuti contati a cui mancano lo stupore di Abrahamson, la libertà di Dolan, la fame di vita dell'horror Raw. Innocua, televisiva, pop, Stella Meghie tenta senza successo di ripercorrere le orme del commovente Colpa delle stelle e di un paio di estati fa. Non spiace, ma le guance restano aride, il cuore leggero e le labbra – già pronte ad ammettere, come con Green, “Forse non è il mio genere, forse non ho l'età, ma viva chi si ama, lotta e spera” – mugugnano qualcosa a metà tra l'accettazione e la delusione. (5,5)

Katherine è una moglie trofeo nel secondo '800. Isolata, ha corsetti stretti, la compagnia della servitù e un marito che non la sfiora. Il desiderio la spinge nell'abbraccio di un contadino. Accenna al personaggio più indimenticabile della bibliografia di Shakespeare, il titolo dell'esordio di William Oldroyd. L'intreccio, ispirato in verità a un racconto di Leskov, potrebbe sorprendere qualche spettatore abbandonando le battaglie, la pesantezza del blank verse e i logoranti sensi di colpa della consorte del re di Scozia. La ventenne Florence Pugh, infatti, ha forme infantili, un visino angelico e un sorriso sprezzante. Più vicina alle passioni fatali di Madame Bovary, la sua Katherine prende dal Bardo il cuore di ghiaccio e un animo vendicativo. La sua relazione con un sottoposto non va spifferata ai quattro venti. E nessuno, con lei ormai sola padrona di casa, deve attentare al patrimonio di cui è erede. Nero e brevissimo, Lady Macbeth è un noir a sangue freddo con una protagonista irresistibile. Femminista ante litteram, si ribella ai vestiti lunghi e supera i limiti: l'uomo, senza personalità, non è che un suo giocattolo; l'epilogo, beffardo quanto il resto, arriva dall'alto per salvarla dal destino già scritto delle eroine tragiche di ieri e di oggi. Formalmente perfetto, Lady Macbeth ha le ricercate simmetrie di un capolavoro della pittura fiamminga, ma si sporca rotolandosi nelle lenzuola sfatte. Nel fango, sotto cui si decompongono i cadaveri. Nel sangue copioso di testimoni scomodi e aspiranti usurpatori. (7)

Due degli interpreti più capaci e antipatici di casa nostra. Un regista di talento, Alex Infascelli, che davamo per disperso dopo Almost Blue. Un appartamento-prigione, catturato da una regia sempre claustrofobica e orrorifica. Un faccia a faccia lungo novanta minuti, per venire a capo di un giallo sentimentale. La Buy e Castellitto, in forma smagliante, sono moglie e marito. Lui ha perso la memoria, lei lo conduce fra le stanze e i ricordi confidando in un tornaconto personale. Aleggia il non detto. Qualche parola di gelosia, un bicchiere di troppo, una parola omessa a proposito di un romanzo indigesto firmato da un giallista che un po' ci fa e un po' ci è. Lui vaneggia? Lei lo manipola? Chi ha il coltello dalla parte del manico? Colto, sarcastico, solido, Piccoli crimini coniugali rilegge con stile e convinzione il libro di Schmitt ma rischia grosso. Al cinema, il linguaggio del teatro può andare stretto. Aggiungi ritmi serratissimi, che tolgono il fiato e l'importanza ai colpi di scena; toni che tra le pagine avevo immaginato più frizzanti; la freddezza del tutto, nonostante le danze deliranti con Donna Summer e la luce del caminetto, nel finale. Sa affascinare, Infascelli, pur non uscendo dalle sue quattro mura, ma il disagio e le riflessioni – al contrario della sensazione di assistere alle prove generali di due professionisti – non ti segue, una volta sbattuta quella porta alle spalle. (6)

Una anziana in un ospedale psichiatrico, un'accusa gravissima. Quarant'anni dopo, la perizia va rivista dal terapeuta Eric Bana. La paziente ha fatto spazio fra i versetti biblici alla sua versione dei fatti. Quella grafia racconta allo spettatore la Seconda guerra mondiale; un paese diviso tra cattolici e protestanti, indipendenza e fedeltà alla corona; gli amori di una giovane che aspetta il ritorno a casa di un aviatore, ma attira le attenzioni morbose del nuovo parroco (Theo James, ridicolmente bello e tenebroso). A scatola chiusa, Il segreto lo immagineresti Oscar friendly. Con quel cast. Con quel regista. Con quella trama che attinge a un best-seller e parla di fede e politica, della questione irlandese e, soprattutto, di un amore che non si scorda. Cosa frena le attese? Cosa porta un film, per quanto godibile e ben girato, a stagnare nel dimenticatoio? Svolte precipitose, colpi di scena stucchevoli. La pochezza dei personaggi maschili (colpa del casting, colpa della scrittura) e la grandezza di quelli femminili (la Redgrave, forse una delle più grandi interpreti viventi, sa sempre commuovere; bene anche Rooney Mara, esposta a un destino tristissimo). Il segreto brutto non è, ma non è all'altezza. Di un melodramma classico, scarsamente equilibrato, restano allora un intreccio che promette forte emozioni, e qualcuna non la nega; uno Sheridan dalla biografia sterminata, grande cantore dell'Irlanda e delle sue contraddizioni, che questa volta mette il piede (sinistro) in fallo; l'esagerata matrice romanzesca, unita tuttavia all'urgenza – dopo il delicato Philomena – di denunciare la vergogna della Chiesa cattolica. (5,5)

Howard è un avvocato di mezza età. Un treno che ritarda, una casa sfitta dirimpetto. Al buio, un'idea: non allontanarsi dal vicinato, occupare una soffitta e da lassù, inosservato, tenere d'occhio le donne della sua vita. Che, a un certo punto, rischiano di lasciarlo indietro. Tratto da un racconto di cui avevo letto nell'ultimo Fabio Stassi, Wakefield è il dramma di un uomo che ha perso il controllo. Prende le distanze per vedere meglio il quadro d'insieme. La fuga da se stesso diventerà un'odissea contro il clima ora torrido e ora pungente, i sospetti dei vicini, altri poveri diavoli. Cranston, sempre magistrale, si riduce a un clochard voyeur. Fruga nel pattume, brama, immagina. Imita voci su voci. E se loro fossero più felici così, con un posto vuoto a tavola? E se, da egoista qual è, potesse finalmente far del bene? La finestra sul cortile, per Cranston, si affaccia sul giardino di American Beauty – in cui proliferano il falso perbenismo, le bugie grandi e piccole, le erbacce di un'esistenza esemplare solo in superficie. Wakefield, interamente sorretto dalle intenzioni di un fuoriclasse, è una visione raffinata e degna di interesse, a cui però mancano il graffio e l'acidità. Un armadio con pochi scheletri, a casa. Un capofamiglia a cui rischia di sfuggire il punto. Prevale l'amarezza, se il rigore frena l'emozione. Perché Wakefield è una partita a nascondino in cui uno conta e un altro si nasconde. E il nascondiglio è così ingegnoso, così sicuro, che il compagno di giochi va via. E, tuo malgrado, si scorda di te. (6,5)

Chloe Grace Moretz, ventenne fresca di laurea, lavora come giornalista a New York. Ha un appartamento da dividere con Thomas Mann, fidanzato musicista; l'attrice indie Jenny Slate come vicina di scrivania; in famiglia, invece, ci sono mamma Carrie-Anne Moss e papà Richard Armitage, divorziati ma civili. Una vita da sogno: lei bella e talentuosissima, tutt'intorno un coro di volti giusti. Finché qualcosa si incrina. Mal di testa, paranoie, sfuriate. La mente non risponde, il corpo si accartoccia. Da dove parte il disagio della protagonista, oggi sana e trentaduenne? Non si contano le analisi, le tac, le domande. Il suo male non figura sulle radiografie. L'ospedale psichiatrico è la soluzione? Ispirato all'autobiografia di Susannah Cahalan, Brain on Fire è un dramma ospedaliero sull'orlo di una crisi di nervi, con una Moretz intensa, anche se forse troppo giovane per la parte, e un notevole senso di inquietudine nella prima metà. Mancano una regia al passo. Una scrittura meno cronachistica. Una protagonista, purtroppo, che susciti vera compassione e non antipatia. Alla spiegazione della diagnosi, eppure mirata a sensibilizzare il grande pubblico, sono dedicati pochi minuti. Se ne prende, tuttavia, ugualmente nota: quanto in fretta si parla di psicosi, senza avere l'accortezza di scavare? Pregi e difetti di una biografia parziale, poco a fuoco, nonostante – da titolo – il suo cervello in fiamme. (5)