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martedì 18 marzo 2025

Recensione: Katie, di Michael McDowell

| Katie, di Michael McDowell. Neri Pozza, € 14,90, pp. 440 |

È divertentissimo, sanguinoso, improbabile. Fino all'ultima pagina, è stato un chiodo fisso: la mia nuova ossessione. Ambientato nella New York ottocentesca di Edith Warthon, fa il verso al romanzo d'appendice. Prima di smembrarlo, pezzo per pezzo, con una ascia affilata. Katie, piccolo e implacabile dietro la copertina d'altri tempi, è un gotico che confermerà ai fan il talento di Michael McDowell: scomparso ventisei anni anni fa e a lungo considerato dalla critica un autore di serie B, gode finalmente di un successo tardivo grazie a Neri Pozza. Lo leggo qui e ora per la prima volta. Da adolescente, quando guardavo vecchi slasher e consumavo soltanto romanzi di Stephen King, ne avrei amato alla follia la crudezza. Adesso, pur stordendo un po' il naso davanti alle svolte più rocambolesche della trama, mi sono goduto comunque la corsa a perdifiato su queste montagne russe: accanto a me, sedeva una cattiva di rara perfidia, a metà tra la Pearl di Mia Goth e la serial killer Lizzie Borden.

Ho giurato a me stessa di vederli tutti e tre morti. Mi trasformerò in un segugio, li braccherò nelle loro tane, li farò impiccare, e quella notte dormirò ai piedi della loro forca. Il tanfo di decomposizione dei loro cadaveri sarà un balsamo per me.

Cresciuta in una famiglia rozza, stolida e avara, Katie Slape è l'artefice di omicidio aberranti ai danni di uomini, donne, bambini, animali. Dotata di misteriose capacità premonitorie e attratta dalle ricchezze al pari di una gazza ladra, si appropria del patrimonio di Philo Drax: una ragazza virtuosa ma sfortunata, ingiustamente accusata della morte del nonno. Per ironia della sorte, le due si troveranno a vivere a poche strade di distanza l'una dall'altra. Sullo sfondo di una città sapientemente rievocata tra spiritismo e cabaret alla moda, investimenti fallimentari a Wall Street e lucidascarpe in ogni dove, McDowell annoda le mille trame — senza nessuna paura di sporcarsi le mani — di una favola nera sognante e terribile, dove le eroine vivono sciagure indicibili, pur mantenendo incorrotti i loro valori, e gli antagonisti vengono sempre puniti dalla sorte. Miete più vittime una lama, infatti, o il karma? Divertito e onnisciente, l'autore americano mette il suo sapere nella costruzione di un contesto storico credibile in ogni dettaglio, con un occhio di riguardo alla condizione femminile: Philo, all'inizio idealista, scoprirà presto i mezzi coi quali le sue coinquiline sopravvivono alla crisi economica. È possibile smaliziarsi senza mai perdere la dignità e, nel frattempo, trovate perfino un marito facoltoso? Il resto, che ovviamente non vi svelo, è intrattenimento impagabile e purissimo. Astenersi i deboli di cuore. Il martello di Katie non lascia superstiti, né fa sconti.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Meghan Trainor – Criminals

giovedì 16 gennaio 2025

Recensione: Tu sei qui, di David Nicholls


| Tu sei qui, di David Nicholls. Neri Pozza, € 20, pp. 384 |

Lei, Marnie, è un'editor di città. Sposata e divorziata ancora prima dell'arrivo dei trent'anni, patisce il fatto che i protagonisti dei libri che corregge facciano più sesso di lei. Lui, Michael, è un professore di geografia. Ferito nel fisico e nei sentimenti, nasconde sotto i maglioni infeltriti i dolori per il matrimonio naufragato a causa dei problemi di infertilità. Uguali ma diversi, faticano entrambi a riprendersi e, come animali feriti, preferiscono rifugiarsi nella solitudine. Hanno realmente chiuso con l'amore, o l'hanno soltanto offerto alla persona sbagliata? David Nicholls, da sempre un fuoriclasse in materia di commedie romantiche, torna in libreria con un'altra storia perfetta per diventare un film. I dialoghi sono brillantissimi, i toni nostalgici, lo spunto cinematografico: spinti da amici comuni, infatti, i protagonisti si metteranno alla prova con un trekking costa a costa. Trecento chilometri, puntando dritti al mare.

C’è una sorta di tirannia anche in questo, nell’idea che la vita debba essere piena, come se fosse un buco che devi continuare a riempire, un secchio che perde, e non basta riempirla, devi anche farti vedere che la riempi. Devo per forza avere hobby, progetti, amanti? Devo per forza eccellere?

Tra piogge torrenziali e schiarite, laghi gelati e paesini sommersi, stanze da incubo e playlist condivise, passeggeranno nei luoghi di Wordsworth e delle sorelle Brontë parlando di amore, sesso, vita, morte. Benché il lieto fine appaia questa volta dietro l'angolo, vietato dubitare del tocco inconfondibile dell'autore di Un giorno. Anche se non destinati alla tragedia, Marnie e Michael appaiono struggenti coi loro ordinati dispiaceri: la genitorialità mai arrivata, l'ansia sociale peggiorata con il lockdown, la difficoltà di stringere rapporti sinceri dopo i quaranta. Ma a furia di camminare i calcagni si induriscono, il passo si fa più svelto, la lingua si scioglie. Anche la socialità è un muscolo che va allenato, per scongiurare l'atrofia? Ambientato in una natura aspra ma mozzafiato, Tu sei qui ha per colonna sonora i No Doubt e il picchiettare della pioggia sul cappuccio cerato. Soprattutto, la medesima gentilezza degli escursionisti che, quando ti incrociano, ti salutano sempre. Sul finire dell'anno appena passato, così, ho sognato anch'io la crisi di mezza età e un viaggio coast to coast.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Joni Mitchell – Blue

venerdì 13 dicembre 2024

Recensione: La torre d'avorio, di Paola Barbato


| La torre d’avorio, di Paola Barbato. Neri Pozza, € 20, pp. 416 |

Mi dichiaro colpevole. Avevo dimenticato quanto brava fosse Paola Barbato. Autrice tanto talentuosa quanto prolifica, ha scritto tutto e dappertutto: dai fumetti per Bonelli ai romanzi a puntate su Wattpad. Elegante come non mai, entra nella scuderia Neri Pozza per seminare colpi di scena e conferme. Incalzante, adrenalinico, tesissimo, La torre d'avorio è una caccia all'uomo — anzi, alla donna — che non conosce tregua. Ma è, soprattutto, la storia di un gruppo di personaggi femminili dalla psicologia oscura, qui scandagliata senza pregiudizi. I nostri demoni, infatti, sono al sicuro con Barbato. E tra reiette, a sorpresa, può nascere anche un commovente senso di famiglia. Prendete La pazza gioia, il capolavoro di Paolo Virzì, e vestitelo di nero: dategli una macchina con il serbatoio pieno, sicari alle calcagna e un'arma a portata di mano. Il romanzo è la storia della seconda vita di Mara: ormai cinquantenne, vive sotto falso nome in un appartamento stipato di scatoloni e rimorsi. Un decennio prima i notiziari l'hanno dipinta come una spietata femme fatale: affetta dalla sindrome di Münchausen, aveva avvelenato i suoi familiari. Tutto per prendersi cura di loro e mostrarsi, così, la madre modello richiesta dalla società.

È come se avessi dentro una belva addormentata. E finché non sarò sicura che sia morta, farò di tutto perché nessuno si avvicini.

È possibile sfuggire al proprio passato, se qualcuno ci ha intrappolato in un'imprevedibile macchinazione? Accusata di una lunga catena di nuovi avvelenamenti, la protagonista fugge. E ritrova Moira, ex bancaria che investì la dirimpettaia per via di un parcheggio conteso; Fiamma, che sfoga il suo pericoloso sex appeal su Onlyfans; Maria Grazia, che, vessata in casa e al lavoro, sparò al suo capo; Beatrice, splendida ereditiera morbosamente ossessionata dai defunti. Amiche per la vita e per le morte, le protagoniste sono talmente ben caratterizzate che ognuna meriterebbe un romanzo a sé. Strette da un legale indissolubile, costituiscono il pregio maggiore di un romanzo dallo straordinario cast d'insieme destinato a una seconda parte, però, inutilmente rocambolesca e improbabile. Superfluo anche lo strascico finale. All'inizio fortemente claustrofobico, La torre d'avorio diventa poi un tour de force sui misteri insolvibili della mente umana e sulle imperfezioni dell'essere genitori. Mara non è sola. Mara non è guarita. Non ci si riprende mai, infatti, dall'inferno di sé stessi. La bestia che ha dentro non è morta: dorme. Brutalmente oneste, le nostre antieroine hanno nostalgie profonde ma nessuno senso di colpa. Radioattive, recidive, animano uno dei romanzi più vitali dell'anno. Anche se, paradossalmente, lo scoprirete pieno di morti.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Alice Cooper – Poison

giovedì 13 giugno 2024

Recensione: Triste tigre, di Neige Sinno

| Triste tigre, di Neige Sinno. Neri Pozza, € 18, pp. 240 |

C'era una volta una bambina con il nome di una principessa delle fiabe. Prima di quattro figli, Neige vive un'infanzia avventurosa in una famiglia di alpinisti un po' hippy. La sua innocenza finisce a sette anni: il nuovo marito della madre, un giovane uomo vigoroso e imprevedibile, comincia ad abusare ripetutamente di lei. Neige lo denuncerà soltanto negli anni dell'università: troppo grande la paura che una parola senza ritorno, “stupro”, possa sconvolgere l'idillio. Costretta al silenzio, allevata nella menzogna, rifiuta la psicoterapia e la saggistica: si rifugia in un'appassionata vita interiore; nei mondi della narrativa. Triste tigre, autobiografia di un abuso, è la storia di una bambina che non c'è più. Agghiacciante ma illuminato da una scrittura di radiosa bellezza, vario e metaletterario, il testo vincitore del Premio Strega Europeo affronta un argomento scabroso da innumerevoli prospettive. Abilissima nel dire l'indicibile, l'autrice rinuncia a qualsivoglia pietismo e indaga con audacia, ferocia e lirismo l'intimità improvvisa fra padri e figli, vittime e carnefici; le zone di grigio in cui si impantanano i pensieri intrusivi, la malagiustizia, l'ironia del destino.

Ho una vita interiore. Una grande, un'infinita vita segreta e interiore e totalmente mia. Ricordo me da piccola, mentre mi dico che, con quello che vivevo, avrei potuto essere rinchiusa dentro una cassa per anni e riuscire comunque a vivere all'interno dei miei pensieri. Io posso vivere qualsiasi cosa e riuscire comunque a prendere un momento per me, a portarmi a passeggio nel mio mondo, quello di dentro.

È più facile ammettere di essere state vittime di un tiranno o di un patetico uomo medio? Ha senso parlare di consenso o piacere, quando a essere oggetto di attenzioni è un bambino? È possibile mettersi nei panni del nostro aguzzino? Sinno, contraria alle narrazioni che umanizzano gli stupratori e rendono astratti i dolori delle vittime, si muove tra attrazione e repulsione in un regno di tenebre: legge avidamente Nabokov; ama uomini di trent'anni più grandi e il sesso orale; accarezza sua figlia e pensa, per una frazione di secondo, a quanto sarebbe semplice lasciare scivolare poco più giù la mano. Tigre e agnello, citando Blake, condividono il medesimo creatore. Chi, potendo scegliere, non si preferirebbe predatore? Neige Sinno è una scrittrice di razza: non una vittima che scrive libri. Offesa dai personaggi letterari sublimati dal sacrificio, rivendica in queste pagine la sua unicità: il diritto di essere vittima. L'autofiction, così, diventa una scelta etica ed estetica che potrebbe spiazzare lettori abituati a narrazioni, e dolori, più lineari. Equilibrista sull'abisso, Sinno veste una camicia di ortica e, a dispetto delle vertigini, non cade mai. Non per questo, però, è incolume. La letteratura non ti salva dal passato: nulla lo fa. Ma può rievocare, oltre al buio viscoso di uno scantinato, la libertà della pioggia in estate. È allora, in un tempo sorprendente perché ciclico, che la nostra piccola principessa può inseguire lucertole e bagnarsi, libera, sotto un acquazzone che lavi via l'afa. E il sangue.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Tracy Chapman - Behind the Wall

venerdì 3 maggio 2024

“Un giorno”, tre lustri dopo: il cult di David Nicholls riletto a trent'anni

| Un giorno - One Day, di David Nicholls. Beat, € 15, pp. 489 |

Ho detto addio per sempre ai miei vent'anni in compagnia di David Nicholls. Avrei voluto rileggerlo da un po'. Il bisogno, poi, si è fatto urgenza con l'avvicinarsi del mio compleanno. Lo avrei festeggiato lontano da casa. Alla mia tavola, intento a soffiare sulla trentesima candelina, avrei avuto soltanto facce nuove; gli amici di oggi. E quelli storici? E il mio passato? Nell'impossibilità di averli con me, ho fatto posto a Emma Morley e Dexter Mayhew: li conosco come le mie tasche, in fondo, dalla metà esatta della mia vita. Quando li ho incontrati per la prima volta, al ginnasio, erano più grandi di me: con il loro odore di vino e sigarette, con il sogno di cambiare il mondo, mi sembravano irraggiungibili. Lei con una citazione letteraria per ogni occasione, lui con le Oxford ai piedi anche nelle scarpinate; lei con gli occhiali a fondo di bottiglia sfoggiati come una medaglia al merito, lui perennemente in posa come una stella del cinema italiano. Non sapevo ancora che avrei vissuto le stesse crisi, gli stessi strappi, le stesse frustrazioni. Non sapevo ancora che, soprattutto a venticinque anni, ci si sente tutti persi. Me lo sono ripetuto come un mantra dopo la laurea (insieme a un'altra frase cult: «Ti amo, ma non mi piaci più»), quando la cruda luce del giorno ha mostrato la spaventosa fragilità dei miei ideali: in balia del precariato, ho seguito le tracce di Emma. Come lei, insegno Lettere e vado al cinema per le rassegne di Kieslowski. Ma, sempre come lei, non smetto di sognare una mansarda parigina in cui rifugiarmi a scrivere in attesa del mio sudato lieto fine. Cosa ne sa invece Dexter: un bellimbusto che lavora in TV ed è sempre troppo brillo per aggiornare la lista delle sue amanti? A questa ennesima rilettura, mi è parso meno superficiale che in passato; non mi ci sono rivisto, ma ho visto in controluce quel suo cuore buono massacrato dagli eccessi, dai rovesci di fortuna, dalle coincidenze mancate.

Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo”, di solito il consiglio era questo, ma chi aveva l’energia sufficiente per farlo? E se pioveva o eri di cattivo umore? Molto meglio cercare di essere buoni e coraggiosi e audaci e cambiare le cose in meglio. Non proprio cambiare il mondo, ma il pezzettino di mondo intorno a te. Esci allo scoperto con la tua passione e la tua macchina da scrivere e impegnati al massimo per… qualcosa. Magari cambia la vita degli altri con l’arte. Coltiva le amicizie, non tradire i tuoi principi, vivi intensamente, appassionatamente. Apriti alle novità. Ama e fatti amare, se ti capita la fortuna.

Emma si piega, ma non si spezza: ha dalla sua la costanza di chi continua a innaffiare perfino un'amicizia che, a volte, somiglia a un bouquet appassito. Dexter, restio a lasciarsi istruire con letture impegnate, resta incastrato sotto una maschera che fatica a calzargli una volta sfumato l'ardore giovanile: in crisi d'identità, chi è quando né i riflettori né l'adorazione di Emma lo illuminano più? Adorabili, affiatati e frustranti, ormai al centro di ben due adattamenti, sono ricordarti a torto come i protagonisti di una storia strappalacrime. Un giorno, in realtà, è una commedia brillantissima nello stile di Harry ti presento Sally, animata dal ritmo perfetto dei dialoghi cinematografici e da una scrittura pervasa dalla stessa malinconia di certe Polaroid. Più che a un'istantanea, però, questo romanzo somiglia alle foto in movimento di Harry Potter: in 500 pagine ecco che tutto cambia, ecco che tutti cambiano. Si passa dalla leggerezza degli anni Ottanta alla tragedia degli attentati terroristici, dai messaggi in segreteria ai primi cellulari, dalle lauree ai matrimoni; arrivano poi i figli, i mutui da pagare, le separazioni, il metabolismo rallentato, le rughe d'espressione. I corpi si inflaccidiscono, le volontà si infiacchiscono. L'irrequietezza iniziale lascia spazio al consolante trantran della mezza età: soltanto litigare di politica estera, allora, garantirà alla coppia annoiata un sussulto inatteso.

Forse era condannata a essere una di quelle persone che passano la vita a provarci.

In Nicholls mi sono visto come attraverso uno specchio deformante. Contemporaneamente e di colpo, ho avuto la consapevolezza di chi ero, sono, sarò. È troppo presto per immaginarmi a quarant'anni; ma intanto sorrido già ai bambini per strada, scorro le inserzioni degli appartamenti in vendita, ingollo pasticche di Bioscaline per prevenire la stempiatura. Scommetto che Emma e Dexter ci saranno anche allora, pronti a saltare fuori come una lettera d'amore dimenticata in India tra le pagine di Casa Howard; come un ritornello di musica leggera che, sparato di ritorno dalla gita scolastica, a sorpresa legherà me e i miei studenti in un canto intergenerazionale. Sono nato il 4 aprile: un detto popolare dice che, se piove quel giorno, pioverà per quaranta giorni. Il “giorno” di Nicholls cade il 15 luglio: i goccioloni a San Swithin sono sintomatici di un'estate piovosa. Coincidenze, dite? A quindici anni credevo che i film, i libri, le canzoni cambiassero la vita. A ventinove, mi davo dell'illuso. A trenta ho espresso un desiderio: non svilire mai la meraviglia degli adolescenti che siamo stati. A giudicare dalla sommessa euforia di questa rimpatriata, ho sempre avuto ragione. Ho riposto l'ombrello, piantato le candeline col numero trenta alla base della mia pianta grassa: sarà una primavera serena. Em e Dex, mancate sempre. Mancate già.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Smiths - There Is a Light That Never Goes Out

mercoledì 24 aprile 2024

Recensione: L'ultimo mago, di Francesca Diotallevi

| L'ultimo mago, di Francesca Diotallevi. Neri Pozza, € 18, pp. 240 |

Tutte le storie d'amore infelici sono storie di fantasmi. Lo sa bene Francesca Diotallevi che, giunta al quinto romanzo, chiama un medium d'eccezione per far dialogare due innamorati separati dalle circostanze: Gustavo Rol. Benché morto trent'anni fa, il sensitivo resta un enigma in una città già piena di enigmi: Torino. Per alcuni santo, per altri ciarlatano, nel suo appartamento al quarto piano di Via Pellico chiamava la crème de la crème – Fellini, Einstein, Kennedy – a testimoniare i suoi prodigi. Sapeva realmente mutare il seme delle carte? Fu interpellato dal Duce in persona per presagire la caduta del Fascismo? Quando dipingeva, a guidargli la mano era il defunto Monet? Coltivò il suo talento, pare, con l'aiuto di uno sconosciuto incontrato a Marsiglia. E per tutta la vita si difese dagli scettici parlando non di fantasmi, ma di spiriti intelligenti; non di sedute spiritiche, ma esperimenti. Affascinata dai personaggi nell'ombra, l'autrice – che proprio qualche anno fa pubblicò una biografia romanzata su Vivian Maier, fotografa lontana dai flash – ci conduce nei luoghi di Rol. Torino, mai stata così bella, fa da sfondo a un noir dell'anima che ho amato figurarmi in bianco e nero. È lì, abbigliato come Bogart, che si muove il vero protagonista del romanzo: l'immaginario Nino Giacosa è un ex prigioniero di guerra assillato dai creditori e ossessionato dalle chimere di Cinecittà.

Ci sono le storie che raccontiamo agli altri, e poi ci sono quelle con cui convinciamo noi stessi. A volte accade che le due versioni coincidano, ma non era quello il caso.

Tra le nebbie del capoluogo piemontese, infatti, cerca una storia da trasformare in una sceneggiatura di successo. Tormentato dai pensieri suicidi sulle rive del Po, non sa che ne vivrà una. È Miriam, vecchia fiamma andata in moglie al migliore amico, a condurlo al cospetto di Rol. Nino, avido, vorrebbe smascherarlo. Cambierà idea davanti a un uomo controverso ma segretamente fragile, logorato dalla solitudine degli incompresi? Con la sua penna notoriamente sopraffina, Diotallevi torna ai contesti storici particolareggiati, ai personaggi realmente esistiti, agli amori interrotti – questa volta il pensiero corre al triangolo di Beppe Fenoglio. Nell'impossibilità di comprendere appieno l'enigma Rol, tuttavia, raggira parzialmente l'ostacolo. Gustavo diventa un deus ex machina; un eccezionale caratterista che ruba la scena a un attore protagonista, per me, non irresistibile come spererebbe. Il magnifico avviene fuori scena. Molto viene rievocato, non mostrato. Indagato senza voyeurismo, Rol viene raccontato attraverso la prospettiva dei suoi fedelissimi. Volutamente, Diotallevi indugia sulla soglia e scrive in punta di penna un romanzo ben attento a non banalizzare il personaggio – la famiglia Rol può tirare un sospiro di sollievo –, ma in cui l'eccessiva accortezza verso la materia trattata mina il gusto per l'intrattenimento. Verisimile ma senza sorprese, l'intreccio è al servizio del magnetismo del personaggio. Nonostante qualche riserva verso l'esile cornice narrativa, L'ultimo mago non è un bluff. Diotallevi architetta un gioco di prestigio sul potere affabulatorio della parola, in cui l'arte della narrazione – come la magia, d'altronde, genera illusioni – pone maghi e scrittori sul medesimo piano. Su Gustavo Rol pende un velo. Disinteressato a squarciarlo, Diotallevi si concentra sulle pieghe più minute, i vedo-non vedo e le ombreggiature, come fece Giuseppe Sanmartino quando scolpì il Cristo velato. Denudare gli idoli: perché mai? L'arida verità: a chi basta?

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Jimmy Fontana – Il mondo

lunedì 29 novembre 2021

Recensione: Le stanze buie, di Francesca Diotallevi

| Le stanze buie, di Francesca Diotallevi. Neri Pozza, € 18, pp. 304 |

Ho varcato la soglia di queste stanze buie otto anni fa. Ero una matricola avvinta dai misteri e, nel perlustrare la residenza della sventurata famiglia Flores, cercavo gli spettri nascosti negli angoli più imprevedibili; l'oscuro. Preceduta da una fama sinistra, la villa – considerata infestata – ospitava il ricordo di un grande struggimento e le presunte apparizioni di una dama vestita di bianco. Mi aveva fatto da guida Francesca Diotallevi, già talentuosissima, che di quella villa nelle Langhe era stata architetto eccezionale nonché abitatrice. Cresciuta con il culto dei gotici inglesi, l'autrice esordiente aveva fatto sua la lezione delle sorelle Brontë: ogni storia d'amore è una storia di fantasmi.

Una vecchia casa è piena di rumori, Fubini. Se doveste badare a ogni singolo scricchiolii, a ogni fruscio, impazzireste. Credetemi, impazzireste.

È strano ritrovarsi dove tutto ha avuto inizio – compresa l'amicizia telematica tra me e Francesca – quasi un decennio dopo. Questa volta, ben consapevole dei colpi di scena in agguato, ho prestato attenzione alla verosimiglianza del contesto storico-sociale e alla grazia di una scrittura elegante nella sua linearità. In fase di riscrittura è mutata la relazione tra i protagonisti, qui platonica, mentre l'elemento horror è stato ridimensionato: ho apprezzato la prima scelta, meno la seconda. Questo romanzo, tuttavia, oggi somiglia ben più che in passato alla sensibilità d'altri tempi di Diotallevi e, soprattutto, all'indimenticato Vittorio Fubini: un maggiordomo rigoroso e pragmatico, estraneo ai sentimentalismi, al centro di un uragano di emozioni. Cosa possono i suoi guanti bianchi contro il rosso dell'omicidio; cosa, ancora, contro la polvere del tempo? Arrivato in provincia dalla mondana Torino per volere dello zio, Vittorio crede che una casa vada sempre giudicata dalla lucentezze delle posate. Presso la residenza dei conti Flores, assai grossolani nonostante il titolo nobiliare, ci sono molte cose fuori posto: dal personale troppo invadente ai vizi del padrone di casa, fino ad arrivare alle bizzarrie di Lucilla Flores. Niente affatto ospitale, con i capelli scompigliati e le mani indurite dal duro lavoro, la donna viene spesso meno ai propri doveri e si rifiuta di affidare l'educazione della figlioletta a un'istitutrice. Assoldato per essere il cane da guardia che ne arginerà le fughe, Vittorio si scoprirà combattuto tra il desiderio di biasimarne il ribellismo e quello, indecoroso, di proteggerla. Entrambi prigionieri di un ruolo, la padrona e il servitore – la vittima e il carceriere – si scopriranno complici durante le sortite notturne in cucina o nel rifugio di Lucilla, un laboratorio in cui la donna trasforma i fiori in profumi.

Gli spettri non esisterebbero se non fossimo noi, con i nostri desideri, col nostro amore, col nostro dolore, a trattenerli qua. Gli spettri vino dentro di noi. Gli spettri, talvolta, siamo noi.

Laggiù le scale scricchiolano macabramente, i campanelli tintinnano suonati da mani invisibili, le porte chiuse si spalancano su celle di dolore. Quali sono le ragioni per restare, quali quelle per andare via? L'infelice Lucilla vorrebbe scappare lontano da qualcuno, o forse da qualcosa? È braccio di ferro tra ragione e sentimento nell'arco di questo bellissimo romanzo fatto di esistenze interrotte e passioni mai consumate, storie che ritornano e rimpianti che restano. Raccontato a ritroso da un protagonista ormai anziano, Le stanze buie rinnova incanto e struggimento. Pubblicato inizialmente da Mursia e riportato in libreria da Neri Pozza, nell'edizione di pregio che si sarebbe sin dall'inizio meritato, mi ha investito con immutata potenza e, come capita davanti a un film già visto ma mai metabolizzato del tutto, mi ha indotto a sperare in un epilogo che fosse uguale e diverso al tempo stesso. Ho voluto fortemente visitarle dal nuovo, queste famigerate stanze, le ho scoperte parzialmente riarredate. Nonostante il mobilio fosse mutato, privo di chincaglierie e barocchismi, ho constatato, stupito, di sentirmi benaccetto come durante il primo soggiorno. La mia memoria olfattiva ricordava per fortuna l'odore di cera calda e il profumo floreale di Lucilla; quella del cuore, invece, tutto il resto. Entro i confini di questa «casa stregata» sapevo orientarmi anche al buio.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Nicole Kidman – One Day I'll Fly Away

venerdì 15 ottobre 2021

Recensione: Ivy, di Susie Yang

|Ivy, di Susie Yang. Neri Pozza, € 18, pp. 368 |

Preceduto da paragoni illustri e da un gran dispendio di energie da parte di Neri Pozza, editore solitamente infallibile, Ivy è arrivato in libreria promettendo sconvolgimenti. Poco più che un fuoco di paglia, resterà una delle maggiori delusioni dell'anno corrente. L'ho letto con piacere? Mentirei se dicessi il contrario. Scorrevole e intrigante, nonostante le sue quattrocento pagine, si legge smaniosamente ma in cerca di guizzi, di risvolti sensazionali, che purtroppo non arrivano mai. E le promesse mancate, spesso, irritano più dei romanzi brutti. Presentato come un thriller patinato, a metà tra le atmosfere di Patricia Highsmith e quelle di Donna Tartt, l'esordio di Susie Yang prende in parte spunto dall'infanzia dell'autrice per raccontare la scalata sociale della protagonista. Cresciuta secondo una rigida educazione cinese, fatta di percosse e rinunce, Ivy muove i primi passi in un quartiere di immigrati.

Ormai da tanto aveva capito che la verità non contava, quello che serviva a lei erano le apparenze. Se la lasci depositare, l'acqua fangosa diventa limpida.

Disposta a tutto pur di vivere appieno il famoso sogno americano, inizia a rubacchiare ciò che i genitori le negano – accessori e frivolezze da adolescente per integrarsi meglio a scuola – e baratta la propria verginità soltanto per dispetto. Vittima di sogni a occhi aperti ben più grandi di lei, si macchia di piccoli crimini ma immagina di vivere in un film o in un romanzo ottocentesco: punta a sposarsi, magari con un dottore, perché stando alle massime della nonna un matrimonio di successo sfamerebbe tre generazioni. Diventata maestra elementare, abilissima nel tessere relazioni di convenienza, riallaccia i rapporti con il ricco e volubile Gideon: un ex compagno di scuola con il pallino delle sciate, dei ristoranti stellati e dei cottage in New Hampshire. Mentre i sogni di gloria di Ivy sembrano realizzarsi, spunta però una figura del suo passato: Roux, altro parvenu che minaccia costantemente di smascherarla. Ritratto tanto impietoso quanto banale della sfaccendata borghesia bianca, il romanzo parte in maniera convincente ma si arena in una parte centrale prolissa e salottiera. Le carte in tavola cambiano grazie alla nascita di un pericoloso triangolo sentimentale, di un epilogo prevedibile ma crudele: il cambio di toni e ritmi, tuttavia, lascia straniti.

A volte Ivy aveva l'impressione che in lei ci fossero due persone diverse: la cittadina gentile, generosa, moralmente irreprensibile che cercava di essere con Gideon; e la sua essenza insoddisfatta, pragmatica, opportunista. Avrebbe dato qualsiasi cosa perché le venisse naturale essere come Gideon – per essere buona – ma non era buona. Era gelosa, meschina, vendicativa.

Le parti migliori restano, allora, quelle dedicate alla contraddizioni della famiglia della protagonista: benché non esente dai cliché, presenta un personaggio – Austin, il fratello minore di Ivy – che mostra le conseguenze alternative di un'infanzia traumatica. Allevato senza amore, smarrito, vive una profonda depressione che l'ha trasformato in un sorta di hikikomori. Volitiva in teoria, ma fragile e dubbiosa nella pratica, sua sorella intanto commette un errore di valutazione. Amore, ricchezza e bellezza possono forse fare la felicità: non regalare la pace. Messo in cattiva luce da paragoni senza fondamento, questo romanzo garantisce un buon intrattenimento, ma non è né noir né rosa, né serio né ironico. Come classificarlo? Commedia nera? Satira sociale? Al pari della sua protagonista eternamente fuori posto – troppo poco cinese in casa sua, troppo poco americana agli occhi dei suoceri –, Ivy resta ferma al bivio del bene e del male.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Lady Gaga – Applause 

venerdì 11 giugno 2021

Recensione: Loro, di Roberto Cotroneo


| Loro, di Roberto Cotroneo. Neri Pozza, € 17, pp. 190 |

È una ghost story classica. Non c'è niente, dunque, che manchi all'appello. Dal prontuario dei gotici ottocenteschi Roberto Cotroneo ha preso in prestito: le proverbiali notti buie e tempestose, le ville fuori città dalla fama sinistra, le istitutrici dal curriculum perfetto ma dai punti di vista non sempre affidabili. Non siamo nella brughiera inglese sferzata dal vento, però, ma alle porte di Roma: da lontano s'intravede il profilo della cupola di San Pietro. Quando Margherita arriva a Villa Alessandra – senza cognome, con un trolley a buon mercato, ottime referenze e poco altro a proposito del suo passato –, sembra lo scenario di un sogno inconfessabile, al punto che la giovane, davanti a cotanta magnificenza, ribattezza la residenza Camelot. È tutto perfetto: dai cespugli pieni di rose agli anfitrioni ospitali, dai comfort innumerevoli alle prodigiose bambine di cui dovrà prendersi cura. Lucrezia e Lavinia, bionde e indistinguibili, gemelle, sono principessine beneducate che si destreggiano tanto come fantine quanto come pianiste. Ma sul viso hanno un'espressione greve, che stona profondamente con i loro soli dieci anni.

So che è difficile accettare quello che viene raccontato. Ho corretto poche frasi: qualche data errata, qualche riferimento inesatto. Nient’altro. Glielo affido con la speranza che la sua saggezza possa rischiarare le tenebre di questo orrore.

Sono proprio piccoli dettagli stridenti di questi a mettere sul chi vive Margherita. Perché le due bambine sembrano gestire gli equilibri della casa al pari di navigate direttrici d'orchestra, fino a prendere le parti dei genitori spesso assenti? Come mai Gaetano, il giardiniere claudicante, ha occhi dappertutto? L'ultimo interrogativo, il più importante, riguarda infine un tempio pagano al principio del bosco: qual è il legame tra Ecate, l'antica dea dei crocicchi, e una residenza progettata da un rinomato architetto contemporaneo? Le case nuove non hanno storia, giura a un certo punto uno dei personaggi: non possono dimorarvi fantasmi. Loro smentisce quest'affermazione, raccogliendo i ricordi di una protagonista pietrificata dall'orrore. Scritto sotto forma di memoriale, il romanzo è il diario psicoanalitico di una studentessa brillante e razionale, solitamente estranea alle farneticazioni melodrammatiche, che presto abbandonerà l'asciuttezza iniziale per lasciarsi andare a un delirio in cui si mescolano visibile e invisibile, realtà e paranormale.

L’inferno ti segue dappertutto, perché l’inferno ci appartiene, l’inferno è preistorico: quando lo vedi, e basta una volta sola, puoi anche riuscire a dimenticarlo per anni, per decenni, ma quando non te lo aspetti, quando pensi che il cielo e la terra possano essere tutto quello che desideri, l’inferno si riapre.

Elegante, colto e divertito, Roberto Cotroneo adotta un filtro color seppia per rendere le ambientazioni sospese nel tempo e, nel colpo di scena conclusivo, semina più di qualche brivido lungo la schiena nonostante i primi caldi di giugno. Quali fiabe ci raccontiamo contro la vertigine dell'abisso? Ognuno dice una bugia. Ognuno serba una verità. I confini si scopriranno labili, come quelli per distinguere le due gemelline dallo sguardo torbido. Omaggio a Henry James non senza una propria identità – c'è perfino qualcosa dell'ultimo Charlie Kaufman –, il romanzo è una partitura ora cristallina, ora infernale, che nelle ultime pagine rievoca le note più raccapriccianti di Skrjabin. Somiglia a Villa Alessandra: interamente vetrata, presenta una struttura semplice ed essenziale, invisibile, ma è frutto in realtà di un'architettura laboriosa. Loro è un gioco al suon di citazioni raffinate: una ghost story classica, che a sorpresa sa come non diventare una classica ghost story.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Aleksandr Nikolaevič Skrjabin – Sonata n.9 

martedì 25 agosto 2020

Recensione: Qualcuno ti guarda, di Lisa Jewell

| Qualcuno ti guarda, di Lisa Jewell. Neri Pozza, € 19, pp. 381 |

Ci sono quei romanzi che pretendono di essere bevuti d’un fiato, a dispetto della mole – parliamo di oltre trecento pagine – e di un blocco del lettore che mi ha voluto piuttosto inattivo nel mese corrente. Il secondo romanzo che leggo di Lisa Jewell si intitola Qualcuno di guarda, è un thriller, ma puoi tranquillamente trovarlo sotto il nome di page turner. Grazie ai capitoli lampo e a un cast di personaggi adorabilmente squilibrati, infatti, risulta talmente scorrevole e intrigante da lasciarsi terminare nell’arco di due pomeriggi in spiaggia. Voliamo in Inghilterra, a Bristol. Il quartiere è di quelli residenziali, da serie TV, con le solite villette a schiera perfettamente allineate e un boschetto alle spalle. Ma in una di queste case al di sopra di ogni sospetto è accaduto qualcosa di terribile. Ci sono una porta accostata, una finestra rotta, una nappina rossa che galleggia in un lago di sangue in cucina: chi è morto? Il romanzo è un nastro che si avvolge su sé stesso e, in lunghi flashback intervallati dagli interrogatori della polizia, procede a ritroso. Non soltanto non conosciamo il colpevole, ma nemmeno la vittima. Comunque andrà, poco ma sicuro, ci sarà lo zampino di Tom Fitzwilliam: un superpreside per cui tutti impazziscono – letteralmente –, con una criniera di capelli brizzolati, un po’ di pancetta e un sorriso senza età. Gli uomini vorrebbero essere suoi amici. Le donne sue amanti. Sì, studentesse comprese.

Ma che cosa succede a un amore che credevi impossibile, una volta che è tuo per sempre? In che cosa si trasforma? Peccato che non ci sia una parola per dirlo, perché è una cosa che meriterebbe una definizione. Il problema di quando ottieni ciò che volevi è che ti resta un gran vuoto dentro e l’unico modo per colmarlo è desiderare, fantasticare e sognare qualcos’altro. Forse c’era proprio questo alla base dell’improvvisa e inaspettata infatuazione di Joey per Tom Fitzwilliam. Era arrivato nell’esatto momento in cui Joey aveva sentito il bisogno di colmare quel vuoto.
Ambito, vagheggiato, sospirato, spiato, Tom non è il protagonista bensì l’oggetto del desiderio. A parlarne, in cerca della sua approvazione o dei peggiori scheletri nell’armadio, sono i personaggi che gli orbitano attorno: Joey, neosposa impulsiva e irresponsabile, tornata dall’ultima vacanza con la fede al dito; Jenna, studentessa con in casa una mamma paranoica e instabile, convinta che ci sia qualcosa di torbido tra il preside e la sua migliore amica; infine Freddie, il figlio brillante e introverso di Fitzwilliam, che all’ombra di un genitore troppo ingombrante, con l’inseparabile binocolo alla mano, spia invidioso e infastidito uno sciamare adorante di vicine, colleghe, adolescenti, ombre dal passato. Intriso di un voyeurismo che da Hitchcock in poi mi trova sempre e comunque affascinato, Qualcuno ti guarda ha il limite di interessare più per le relazioni segrete tra i personaggi che per i suoi scarsi misteri.

Così, anche se sono convinto che mio padre sia un brav’uomo, contemporaneamente temo che invece sia molto cattivo. In fondo preferirei saperlo, sapere se davvero ha fatto qualcosa di brutto, per decidere una volta per tutte che cosa pensare di lui. Perché è tremendo avere due pareri, due sentimenti contrastanti nello stesso tempo. Preferirei averne un solo.
Nonostante l’aura dark della copertina, che in unione con l’editore di pregio suggerisce un contenuto sofisticato, è un romanzo dallo stile lieve – quasi da commedia nera – che pur parlando di pulsioni oscure, coni d’ombra e ossessioni perverse non appare mai davvero spaventoso. Anzi, qualche sfumatura maliziosa di troppo – soprattutto nella resa del focoso ed enigmatico preside –, mi ha fatto sospettare un passato da autrice rosa per la scrittrice. Scritto senza grande impegno, il suo ritorno in libreria si affronta senza grande impegno: nella tradizione dei romanzi da ombrellone che confidano al lettore scelleratezze, perversioni, manie, ma con una verve femminile – ho pensato nei toni a Piccole grandi bugiee Tanti piccoli fuochi – che genera più una divertita curiosità che inquietudine. Senza rancore, ma da un’autrice al suo sedicesimo romanzo, dopo lo struggente Ellie all’improvviso, sarebbe stato lecito aspettarsi più di un semplice tappabuchi. 
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Avicii – Addicted to You

giovedì 11 giugno 2020

Pillole di recensioni: Vocabolario dei desideri, di Eshkol Nevo

| Vocabolario dei desideri, di Eshkol Nevo. Neri Pozza, € 18 |

Per un anno grazie alla rubrica sono stato uomo, e anche donna. Sposato, e anche divorziato. Traditore, e anche fedele. Vecchio. E bambino. Italiano. E anche americano. E anche sudafricano. Forse è proprio per questo che scrivo. Per essere chi non sono. Vivere la vita che non vivo. Forse è per questo che leggiamo.

Ha iniziato a scriverli all'inizio del 2019, su richiesta dal direttore di Vanity Fair Italia. Ventisei racconti, dalla A alla Z, sui temi a lui più cari. Che poi, a ben vedere, sono anche i miei preferiti. Amore, amicizia e famiglia. L'israeliano Eshkol Nevo, confessa in ultima battuta, in principio aveva dei dubbi. Ma ha usato questi appuntamenti settimanali, mai lunghi più di due pagine, come fossero ore d'aria tra un romanzo e l'altro e per saldare il suo rapporto, già fortissimo, con il nostro paese – è in uscita prossimamente la trasposizione di Tre piani, diretta da Nanni Moretti. Romantico, contemporaneo, metropolitano, l'autore ricorda, rivanga e qualche volta inventa. Attraverso le sue parole leggerissime fa il giro del mondo, spaziando da Roma a Parigi, da Johannesburg a Berlino. Racconta in pillole le epifanie, le sbandate, i tradimenti; le relazioni telematiche (vedasi alla lettera W), la routine coniugale scandita da una vecchi serie TV che ritorna nel palinsesto (X), l'ansia di accasarsi dopo un estenuante tour all'Ikea (Y). Ma ci sarebbero tante pagine da citare, ora maliziose e ora immaginifiche, ora tragiche e ora, suppongo, un po' autobiografiche. Alcuni racconti sembrano più compiuti, altri semplici bozzetti: per fortuna, in un volume splendido anche da ammirare, compensano alle lacune le opere di Pax Paloscia, che suggeriscono un perfetto senso di appagamento. Piacere fugace, ma pur sempre piacere profondo, l'ultimo esperimento di Nevo appaga i sensi: in particolare la vista. Tassello prezioso ma forse non troppo indispensabile in libreria, è rivolto soprattutto ai cultori della prima ora. Io non sono tra questi, ho letto soltanto due romanzi dei suoi. L'ho scoperto abbastanza di recente. Ma, mi siate testimoni, vado già dicendo in giro che non posso più farne a meno. 

giovedì 14 maggio 2020

Recensione: Un matrimonio americano, di Tayari Jones

| Un matrimonio americano, di Tayari Jones. Neri Pozza, € 18, pp. 364 |

Qual è il segreto per un matrimonio duraturo? Tra mille titubanze, se lo domanda ogni coppia impreparata al grande passo. Banalmente, assicurano i parenti, il segreto è l’amore: il resto, poi, è tutto in discesa. E l’amore non manca a due come Roy e Celestial. Trent’anni, belli come il sole, complici e appassionati, sanno trasformare perfino le scaramucce in preamboli romantici. Ogni litigio, infatti, dev’essere sospeso per quindici minuti se si pronuncia una parola d’ordine: 17 novembre, la data del loro anniversario. Un piccolo armistizio per frenare sul nascere i sospetti di lei – a Roy piace fare il cascamorto con le altre donne – e le pretese di lui – vorrebbe diventare presto genitore. Ma l’amore in sé può bastare? Quando Roy viene arrestato con l’accusa infondata di stupro, qualcosa si spezza. La lontananza mette alla prova la loro pazienza, cambia ogni cosa. Nonostante una lunga corrispondenza epistolare, inevitabilmente si sfilacciano promesse e buone intenzioni. E i sentimenti, all’apparenza inscalfibili? Si può biasimare il marito, se entra in cella innocente – era un comune rappresentante di testi scolastici – e ne esce per forza di cose smaliziato? Si può biasimare la moglie, ancora, se nel frattempo ha inaugurato un negozio di bambole artigianali – tutte, però, hanno il volto del piccolo Roy – e si è rifugiata nel conforto di un altro uomo, il migliore amico Andre?

Immaginavo forse che avremmo seguito quello schema in eterno? Che saremmo invecchiati insieme, continuando ad accusarci e perdonarci. All’epoca non sapevo che cosa volesse dire “per sempre”. Forse non lo so nemmeno ora. Ma quella sera al Piney Woods ero convinta che il nostro matrimonio fosse un arazzo finissimo, fragile ma che si poteva riparare. Spesso lo strappavamo e lo rammendavamo, sempre con un filo di seta, bellissimo ma molto cedevole.
Proprio come La storia di un matrimonio, letto e amato qualche mese fa, il romanzo di Tayari Jones racconta non l’armonia di un duo bensì i dolori di un triangolo amoroso tanto ingiusto quanto inevitabile. Da sinossi, invece, ci si aspettava probabilmente una storia diversa, di fedeltà e razzismo. Il fatto che i protagonisti siano entrambi di colore e che l’accusa di stupro dipenda dall’etnia di Roy diventa assolutamente incidentale e permette all’autrice, in maniera coraggiosa, di allontanarsi dai territori di Se la strada potesse parlare per tratteggiare finalmente una comunità afroamericana lontana dai cliché dei drammi sul tema. Qui si parla infatti di famiglie alto-borghesi, che possono contare su impieghi ben remunerati e case ospitali. L’attenzione del lettore finisce allora per concentrarsi sull’universalità del dilemma sentimentale e sulle difficoltà del ritorno alla normalità di Roy. Uscito dal carcere, si trova a dover piangere la sepoltura della mamma e a fare i conti con l’amara verità: il cuore impegnato di Celestial. Il romanzo, intensissimo, indaga con ferocia le loro passioni e ci mostra personaggi difficili da amare: nelle verosimiglianza dei litigi vi sembreranno proprio usciti da un film grande e struggente.  

È impossibile smettere di amare qualcuno. Forse l’amore cambia forma, ma resta.

Per gran parte della lettura aspettiamo con tensione crescente il loro incontro. Lei vede la sua presenza dappertutto, come se fosse uno spettro infestante; lui ha in tasca le vecchie chiavi di casa e spera che tornando ad Atlanta trovi sempre la solita serratura e l’albero di noci in giardino. Con il cuore a mille, sotto Natale, il loro faccia a faccia strazierà mostrandoli l’uno alla mercé dell’altra. È possibile perdonarsi? È un crimine lasciar prevalere i compromessi? Il segreto, si diceva, è l’amore. Ma l’innesto di anime tra Roy e Celestial, in una stagione crudele, non ha avuto il tempo di attecchire. È stato ostacolato dalle piogge torrenziali dell’ingiustizia e della distanza geografica. Tayari Jones, con la pazienza di un giardiniere, esamina i loro corpi e i loro fusti, le loro intenzioni e le loro radici. E in un epilogo commovente svela infine un doppio verdetto: state pur certi che nessuno è innocente, che qualcuno soffrirà. Ma l’amore, signor giudice: l’amore come sta?
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale:  Fugees – Killing Me Softly with His Song

lunedì 3 febbraio 2020

Recensione: La gatta, Shozo e le due donne, di Jun'ichiro Tanizaki

| La gatta, Shozo e le due donne, di Jun’ichiro Tanizaki. Neri Pozza, € 17, pp. 125 |

Il triangolo no, non l’avevan considerato. Dalle borgate di Zero al Giappone degli anni Trenta, il ritornello non cambia. Anche se a far scoppiare la coppia, in una commedia di vendette e tradimenti apparentemente scaturita dalla penna di Woody Allen o Pedro Almodovar – figuratevela, infatti, ciarliera e coloratissima –, è una guastafeste d’eccezione: non una donna di troppo, bensì la gatta Lily. Servita e riverita, salutata con bacetti e vezzeggiativi, l’irresistibile felino tartarugato è la prediletta di Shozo. Un uomo per il resto anaffettivo e indolente, che soltanto davanti all’animale domestico si prodiga in mille cerimonie. Ogni giorno le dà sottobanco pescetti marinati con soia e aceto; acconsente a morsi e graffi dalla connotazione quasi erotica; si bea dei suoi modi candidi e carezzevoli, tipicamente femminili, acconsentendo che faccia le fusa perfino nel futon. Sempre ghiotta di prelibatezze e baruffe, Lily desidera essere contemplata e contesa come una nobildonna. È così assurdo che la seconda moglie di Shozo, Fukuko, legata all’uomo da un matrimonio di convenienza ordito dalla suocera diabolica, s’ingelosisca fino a meditare un piccolo colpo di stato? Il menu a cena dipende dai capricci dell’animale, da dieci anni accanto al padrone di casa. Il talamo nuziale, senza più alcuna intimità, va spartito per tre. Snervata dalla convivenza, Fukuko caldeggia perché la gatta sia ceduta alla donna venuta prima di lei, Shinako: la ex moglie di Shozo, nel frattempo caduta in disgrazia, brama un pezzetto di quel matrimonio finito all’improvviso. Perché, allora, non l’indigesta Lily?

È così difficile guardagnarsi la fiducia di un gatto? O è Lily a essere particolarmente cocciuta?, si domandò esasperata Shinako. Il problema era che si trattava di una gatta anziana, molto simile a una nonnina avanti con gli anni; se fosse stata giovane o ingenua si sarebbe adattata senza problemi al nuovo ambiente. Il trasferimento forzato in un posto tanto diverso da quello abituale doveva essere stato uno shock tremendo. […] Poi, ripensando al misterioso destino che la legava alla gatta, sentì che in fondo non le portava rancore. Anzi, per un momento provò addirittura una sorta di compatimento per lei e per se stessa.

Schiacciato tra l’incudine e il martello, dotato di una vena segretamente subdola ma altresì di momenti di profonda dolcezza, il protagonista maschile – eterno bambinone a capo di un negozio di casalinghi – rivedrebbe a cuor leggero la ex pur di passare a trovare l’adorata Lily? Come la preferirebbe: selvatica e infelice, perfino maltrattata fisicamente, oppure a proprio agio anche altrove?
Tra dilemmi morali e sentimentali, appostamenti notturni e nostalgia, il racconto lungo del divertito Tanizaki – cantore per eccellenza di eros e thanatos, nel novero dei classici della narrativa orientale: La chiave di Tinto Brass, pensate, è tratta proprio da un suo romanzo – è in primis una storia di solidarietà femminile: entrambe sole e abbandonate, all’inizio ostili l’una verso l’altra ma pian piano complici, la gatta e la sua nuova padrona si confortano reciprocamente per riprendersi quello che pensano spetti loro di diritto. Ma in secondo luogo, vedasi le descrizioni particolareggiate del manto tatuato e della routine, è anche una storia che incanterà ogni gattaro degno di questo titolo.

Non aveva neanche l'ombra di un vero amico col quale confidarsi e si sentiva sempre solo, afflitto e insicuro. Quel senso di solitudine era forse all'origine del suo profondo attaccamento nei confronti di Lily. Difatti aveva l'impressione che soltanto lei, con quegli occhi pieni di malinconia, fosse capace di indovinare i suoi pensieri tristi e consolarlo, mentre né Shinako né Funuko, e ancor meno sua madre, lo avevano mai capito. Tra l'altro, era convinto di essere il solo in grado di cogliere quella peculiare tristezza animale che la gatta serbava dentro di sé senza aver modo di comunicarla agli esseri umani.

Quanta attenzione e passione ci sono nella resa del mondo felino? Quanto emozionano gli occhi malinconici di Lily, la cronaca delle sue gravidanze sfortunate e dei suoi viavai, il pelo che va ingrigendosi per via della vecchiaia? Shozo ha per gli animali un amore superiore di quello che dimostra agli esseri umani. Oltre che del protagonista, lo stesso potrebbe dirsi anche dell’autore. Sarcastico e indagatore, Tanizaki dipinge negativamente le contraddizioni e i vizi dei suoi protagonisti, ma ha parole belle e poetiche per la gatta: il filo conduttore delle loro vite, e il cuore pulsante del racconto. Si sofferma, così, perfino sulla sua dieta alimentare o sui suoi odori. E attraverso di lei lascia emergere un originalissimo ritratto familiare, a tratti dolce e a tratti crudele, che fa le fusa e graffia insieme. Deliziosa variazione sul tema della gelosia, semplice e senz’altro non indimenticabile, il testo precedentemente edito da Bompiani è un assaggio dell’inventiva dello scrittore. Un racconto incisivo e soprattutto scritto divinamente, sulle follie e le privazioni che vivremmo per il bene dei nostri amici animali. Tra moglie e marito non mettere il dito. E la zampa?
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Gino Paoli – La gatta

venerdì 10 gennaio 2020

Recensione: Tre piani, di Eshkol Nevo

Tre piani, di Eshkol Nevo. Neri Pozza, € 17, pp. 255 |

L’anno appena passato non si è chiuso nel migliore dei modi. Alla malinconia che accompagna sempre i giorni di festa, infatti, si è aggiunto un altro piccolo dramma: il blocco del lettore. Il risultato è che, evento mai accaduto da queste parti, non recensisco un romanzo da tre settimane. Dopo una serie di letture fallimentari, ho preferito scegliere con cura la prima di gennaio. E studiando uno per uno i titoli sparpagliati tra libreria e comodino, infine, sono giunto a una conclusione: il mondo di Eshkol Nevo – scoperto appena qualche mese fa – mi mancava già. Si può sentire nostalgia di un mezzo sconosciuto? Nel dubbio, sono tornato da lui istintivamente, a scatola chiusa benché Moretti ne trarrà il prossimo lungometraggio, e l’autore israeliano ha voluto graziarmi con un romanzo speciale. E risarcirmi dalle perdite del famigerato blocco non con una, ma con ben tre storie. Guardando le finestre illuminate di un condominio diverso dal proprio, chi non ha mai fantasticato sulle esistenze degli altri? Dopo averci raccontato gli alti e bassi di un quartetto di amici inseparabili, Nevo scandaglia nel dettaglio nuovi vissuti ma adottando un formato diverso. A differenza della Simmetria dei desideri, la cui narrazione ad ampio respiro ripercorreva un lungo ventennio d’amicizia, la penultima fatica dell’autore scopre la brevità del racconto. In un condominio al centro di un Medio Oriente, al solito, più cosmopolita e borghese del previsto, si contano tre piani, tre narratori e tre vicende complementari. A unirli, una cornice sia architettonica che filosofica. E quel numero perfetto – il tre – che racconto dopo racconto ci svela il suo legame con le istanze freudiane che riassumerebbero altrettanti stadi dell’animo umano.

I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia. Se non c’è uno così, a cui svelare segreti, con cui sciorinare ricordi e consolarsi, allora si parla con la segreteria telefonica, Michael. L’importante è parlare con qualcuno. Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo, siamo condannati a brancolare nel buio, nell’atrio, in cerca del pulsante della luce.
La luce accesa al primo piano illumina impietosamente la crisi di una coppia spossata dai bisogni di figlie ancora piccole e bisognose: perché non affidare la maggiore – la più in salute, e purtroppo la meno amata – ai vecchi vicini tedeschi, che sentono spesso nostalgia della loro nidiata di nipotini? In seguito a un ambiguo allontanamento dell’anziano e della bambina, ritrovati poi in atteggiamenti compromettenti, l’uomo di casa diventa ossessionato dal dubbio. Protettivo e irruento, segna il territorio per scoraggiare il potenziale aguzzino. In un monologo ininterrotto, confessa un dubbio atroce: ha affidato la luce dei suoi occhi a un pedofilo? Al secondo piano, un donna sull’orlo di una crisi di nervi scrive una lettera indirizzata a un’amica americana: trascurata dal marito viaggiatore e ribattezzata la Vedova dagli altri inquilini, fuga la solitudine con penna e inchiostro; ricorda; condivide il resoconto di una passione breve e bruciante. Ha ospitato per un po’ il cognato gravemente indebitato, e in un tradimento mai passato all’atto pratico ha scoperto la solidarietà e gli orgasmi in una casa piena di orologi. A tormentarla, però, è un pensiero strisciante: la malattia mentale ereditata dalla madre. Sono veri i barbagianni che le parlano nel cuore della notte? E il suo ospite fascinoso? Il terzo piano, invece, è ingombro di scatoloni: c’è una giudice distrettuale in pensione che, dopo la morte del marito, ha deciso di voltare pagina. Si sente utile partecipando alla rivolta giovanile, disobbedisce – legge Freud, ascolta Strauss – e in un viaggio in macchina verso il deserto segue un uomo con una giovinezza nei servizi segreti, desideroso all’improvviso di buone azioni. La rivoluzione è mettersi in gioco senza cercare di mettere tutto sotto verdetto. E questa volta è sussurrata alla segreteria telefonica, nello studio di un mausoleo da chiudersi alle spalle per ricominciare altrove.

Nei veri addii qualcosa rimane sempre tronco.

Ci sono le bizze da maschio alfa della prima voce narrante, protagonista di una vicenda sottile e scabrosa che rimanda all’Es: un calderone ribollente dove confluiscono l’irrazionale, l’animalesco, il torbido da frenare in nome del quieto vivere. Seguono le fantasticherie sentimentali della seconda narratrice, divisa tra erotismo e follia, che con difficoltà crescente tenta di imporre il proprio Io. Infine, ecco i dettami del Super Io: un insieme di norme e leggi ferree, sapientemente riassunto da una giudice che non ha saputo conciliare due parti in lotta – il figlio e il marito – prima del pensionamento. 
 Straordinario per il lavoro d’introspezione e l’originalità degli espedienti, Tre piani è la riconferma di uno scrittore talmente talentuoso da far per tre. Una sinfonia che parla di relazioni e affetti, incomunicabilità e perdono, che sperimenta continui stilemi narrativi per raccontare il più indagato e affascinante degli oggetti di studio: il nostro cuore. Semplice ma mai banale, colto ma mai spocchioso, Eshkol Nevo è l’anfitrione che ci guida nelle case degli altri, e nelle loro pulsioni profonde, per insegnarci l’universalità delle ambientazioni, dei pensieri e dei dolori. L’importante è non stupirsi dello sporco sotto il tappeto di qualcun altro. Non giudicare il disordine delle sue stanze polverose, né tentare in alcun modo di porvi rimedio. Ma far finta a malincuore di non essere mai stati lì, armati di passo svelto e discrezione, nonostante il soggiorno ci abbia cambiati. Mentre noi lasciavamo tutto com’era, polvere compresa, e da quel terzo piano senza ascensore ci riversavamo nella vita vera.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Diodato – Che vita meravigliosa