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giovedì 25 gennaio 2024

And the Award goes to: Anatomia di una caduta | The Holdovers | Saltburn | Maestro

In uno chalet una famiglia cerca pace. Lui è un professore, frustrato per i tentativi di cimentarsi con la scrittura. Lei, fresca di un'appassionata intervista, è un'autrice internazionale. E poi c'è il loro bambino, cieco dopo un incidente. Il marito muore. La moglie è la principale indiziata. Il figlio, l'unico testimone. Vincitore della Palma d'Oro e destinato a farsi strada fino agli Oscar, il film di Justine Triet è un'analisi del caos di una coppia contemporanea, in cui i ruoli di genere si sono invertiti e l'uomo, vittimista, si lecca le ferite all'ombra di una donna castrante nella sua intraprendenza. La tedesca Sandra Huller si difende ora in inglese, ora in francese, e regala la performance dell'anno in un thriller giudiziario in cui si parla di letteratura, sessualità, relazioni tossiche. La visione in lingua originale è imprescindibile: i passaggi da una lingua all'altra pongono la protagonista in una posizione scomodissima e rendono la verità ancora più sdrucciolevole, poiché indefinibile a parole. Mentre quel figlio dagli occhi vitrei non si perde un solo dettaglio, ossessionato perfino dalle rivelazioni più morbose, il processo a Sandra incalza. Qualsiasi sarà l'esito, non ci saranno né vincitori né vinti. È la caduta di un corpo di ottanta chili, che sul tavolo autoptico semina indizi contraddittori. È la caduta di due dei, che lasciano l'Olimpo vuoto e un figlio privato delle sua innocenza. Sono stato quel figlio anch'io. Sono passati otto anni dalla fine della mia famiglia. E, instancabile, cerco ancora un senso, un alibi, una prova, per raccontarmi la fine dell'amore da cui sono nato. (9)

Lui è un professore burbero e inflessibile. Lei è una cuoca in lutto per il figlio morto in Vietnam. L'altro è uno studente brillante ma poco zelante, a cui la madre fresca di divorzio preferisce il nuovo compagno. Loro, destinati a farsi compagnia in un college del Vermont svuotatosi per le festività, sono i protagonisti di una commedia fuori dal tempo, al di sopra del tempo, che si muove con la grazia e la gentilezza dei grandi classici del genere. Da insegnante di adolescenti della stessa età del protagonista, da spatriato con una famiglia lontana e sparsa, non ho potuto che accogliere con riconoscenza e riconoscimento l'ultimo film di Alexander Payne, qui ispiratissimo e pronto a sorprenderci anche ai prossimi Oscar. Dopo i fasti di Nebraska, questa volta non confeziona soltanto un semplice romanzo di formazione dall'impeccabile estetica anni Settanta, ma un antidoto contro la solitudine in cui un Paul Giamatti dalle imprecazioni indimenticabili dà all'esordiente Dominic Sessa lezioni di galanteria e ribellione; con loro una Da'Vine Joy Randolph in modalità Octavia Spencer. Di buoni sentimenti ma mai buonista, The Holdovers ci ricorda la differenza preziosa tra cultura e pedanteria, tra nozionismo ed educazione e, soprattutto, la natura crudele del Natale: una festa che taglia fuori i solitari e gli ammalati di malinconia. Come me. Come loro. (8)

C'è del genio nel fare uscire sotto Natale un film in cui sono presenti: fluidi corporei, masturbazione, necrofilia, nudismo, omicidi plurimi. Tutto in famiglia. Ma c'è poco altro di geniale nel ritorno di Emerald Fennell: un thriller lontano dall'incendiario mix di generi che fu invece il Premio Oscar Promising Young Woman, in cui tutto scorre in maniera prevedibile e altamente instagrammabile. Ma, cosa in fondo apprezzabile, sfrenatissima. La regista inglese, promettente come la protagonista eponima del suo esordio, ha carta bianca e un'asticella sempre più alta. Se il suo gusto stilistico è già ineccepibile, se l'umorismo è di quelli neri e british notoriamente collaudati, ci si aspettava molto di più da una sceneggiatura che saccheggia un po' le macchinazioni di Il talento di Mr. Ripley e un po' la satira contro i bianchi privilegiati di The White Lotus. Le scene piccanti sono già cult, compreso quel finale a passo di danza sulle note di un tormentone pop in cui il magnetico Barry Keoghan può finalmente scatenarsi e gettare la maschera. Chi è realmente? Un ragno o una falena? Attratto dal luccichio del bellissimo Jacob Elordi, il cui sudore qui luccica e ammicca più del sole vivo, brucerà. E, nel suo volo convulso, farà fuoco e fiamme in un film appetitoso ma senz'altro meno incendiario delle attese. (7)

Era nata una stella, in un musical di qualche anno fa. Non quella di Lady Gaga, ma di Bradley Cooper: un attore versatile e, soprattutto, un regista con una visione già autoriale. Cito non a caso Scorsese, Eastwood, Spielberg: insomma, i migliori esponenti del cinema classico hollwoodiano. Ancora una volta c'entra la musica, ancora una volta c'entra un'icona: Leonard Bernstein, il primo grande direttore d'orchestra americano, raccontato nel pubblico (poco) e nel privato (troppo) attraverso la forma consolidata dei biopic assai cari all'Academy. Cooper mette sudore, sangue e naso prostetico in un'interpretazione fortemente mimetica, ben attenta agli sbalzi d'umore e ai manierismi. Ma sono la grazia e la semplicità di Carey Mulligan a rubate le nostre lacrime, regalando cuore a un film che ne sarebbe altrimenti sprovvisto. Colpa di una scrittura frammentaria, fatta di episodi giustapposti. Colpa di una componente musicale che, strano ma vero, latita. Tutti sono in stato di grazia, tutto è all'apice dell'eleganza, ma la visione non coinvolge mai fino in fondo, se non non nelle poche scene in cui il trito chiacchiericcio cessa e la musica, troppo sacrificata, prende il sopravvento per esplodere lungo le navate delle chiese; nelle coreografie iniziali in cui i protagonisti, ancora innamorati e inconsapevoli, si mescolano ai danzatori. In questo Maestro, per il resto, purtroppo, non c'è l'estate a cantare. (5)

venerdì 12 febbraio 2021

Verso gli Oscar: Malcolm e Marie | Promising Young Woman | Pieces of a Woman

110 minuti, due soli attori, un film girato in pieno lockdown. Pochi mezzi ma grandissimi ambizioni, per un dramma da camera che vanta l'autore della serie TV Euphoria ma che nello stile – il bianco e nero, il sottofondo jazz, il montaggio concitato, il ricorso alla camera a mano – urla Nouvelle Vague in ogni sequenza. È l'una del mattino. Un regista e la sua musa tornano dalla prima di un film. In attesa di leggere le recensioni della critica bianca di turno, si scontrano: mentre lui è su di giri, euforico fino a sembrare molesto, lei appare al contrario amareggiata per via di una mancanza. Il compagno, novello Spike Lee, non l'ha ringraziata pubblicamente. Il film è più di chi lo gira o di chi lo ispira? Contano più la storia o lo stile? Perché, soprattutto, stare insieme a una venticinquenne con un passato dolorosissimo alle spalle: voglia di saccheggiarne il vissuto, oppure amore? Sexy e granitici, verbosi e in forma smagliante, John David Washington e Zendaya sono due terroristi emotivi che si braccano come pantere in una gabbia di vetro. Urlano recriminazioni da un capo all'altro della casa. Si rimpinzano di maccheroni al formaggio, ridono, piangono, si stuzzicano. Trasformano il tavolo della cucina o il talamo in un ring: a bordo si disputano sfuriate e tregue, amori e guerre, crudeltà e dolcezza. Mentre Washington fa l'istrione, grazie a un personaggio irrequieto ma ben più conformista del previsto, Zendaya ammalia recitando per sottrazione: l'ex ragazzina prodigio, ormai donna dalla bellezza statuaria, è una pantera nera che ha conosciuto la vita selvaggia e tutto il suo pericoloso degrado. Malcolm e Marie cercano ora confronti urlati, ora coccole spinte, ora segreti mai svelati, in una gara di bravura senza pari: soltanto alla fine decreteremo chi avrà l'ultima parola. Esperimento pretenzioso ma vincente – più a fuoco di Mank nel raccontare i meccanismi produttivi hollywoodiani –, il lungometraggio di Levinson divide critica e pubblico. Citando il suo protagonista, è l'esempio di un cinema estetizzante disinteressato a veicolare un messaggio morale, ma pieno di cuore ed energia. Il risultato è un manuale di critica cinematografica fuso ad arte con i referti di un'autopsia di coppia. (8)

Non fatevi ingannare dal dolce visino da cucciolo smarrito di una Carey Mulligan qui in stato di grazia, tutta vestiti confetto e rossetti vermigli: è una forza della natura. Non fatevi ingannare dalle etichette né dai sottogeneri: questo non è il solito rape and revenge. Un po' Lolita, un po' Lisbeth Salander, la giovane protagonista è una cacciatrice di predatori sessuali. Nemica giurata degli uomini che non rispettano le donne, è un'adescatrice amante dei travestimenti e dei colpi di teatro. Eccola in un bar, con le lunghe gambe messe in evidenza dalla gonna corta. Eccola a una festa di addio al celibato, agghindata come un'infermiera sexy. È strategicamente in attesa che qualcuno la abbordi. Ma le sue dita affusolate, dalle unghie sempre smaltate, sono tagliole pronte a serrarsi sui predatori notturni. Il suo diario contiene una lista chilometrica di nomi maschili, affiancata da croci rosse. Fredda e spietata, sta perdendo il contatto con la realtà: dentro le monta infatti un odio crescente, esagerato, incontrollabile. Come il titolo suggerisce, un tempo è stata una ragazza promettente. Poi cos'è successo? Perché il ritorno a casa dei genitori, la vita in pausa e le rinunce; perché i pensieri di vendetta, tossici tanto quanto le ingiustizie? Un nuovo amore – quello per un adorabile pediatra, ex compagno d'università – sarà forse più forte della vecchia sete di vendetta? Folgorante, l'esordio alla regia della rivoluzionaria Emerald Fennell – finora conosciuta come attrice, è stata Camilla nell'ultima stagione di The Crown – è una commedia nera fieramente pop – l'irresistibile colonna sonora oscilla da Britney Spears a Paris Hilton –, che prima intriga da morire, poi diverte e fa sospirare, infine sconvolge per via delle tinte più fataliste. Frullatore di toni, temi ed emozioni, Promising Young Woman è un grido femminista che ricorda le argomentazioni della migliore Diablo Cody e vanta le carte giuste per sollevare l'Oscar alla Miglior Sceneggiatura Originale. (8)

Una giovane coppia sceglie che il loro bambino nascerà in casa. In seguito a tragiche complicazioni, purtroppo, il neonato ha vita breve. La colpa di chi è? Di una madre alternativa e dunque irresponsabile? Dell'ostetrica? Credevo che avrei visto un piccolo film con una grandissima attrice protagonista. Invece, oltre a quel parto lungo un piano sequenza di cui tutti a giusta ragione parlano, c'è anche tanto altro. Una parabola sull'elaborazione del lutto e sul perdono, piena di pudore e decoro, con simbolismi innumerevoli – le mele, il ponte in costruzione, i negativi fotografici – che una volta sbrogliati mi hanno ridotto impunemente in una valle di lacrime. Viscerale nella prima parte, apparentemente distaccata nella seconda, la premiata Vanessa Kirby è la padrona perfetta della propria storia e del proprio dolore. Bellissima e composta, nell'incipit suda, geme, urla, piange, si contorce. Ma la sua sofferenza fisica, presto, lascia spazio a quella interiore. Destinata a tramutarsi in regina di ghiaccio, prende a guardare il mondo, le relazioni umane e gli altri bambini con una specie di indifferenza. Benché centro nevralgico del film, è sempre altrove: un fantasma inquieto che sembra trovare sfogo soltanto nella controversia, nel rifiuto, nello scontro con gli altri membri della famiglia. Egoista, orgogliosa, trincerata in una devastazione solo e soltanto sua, entra in rotta di collisione con la madre conservatrice – Ellen Burstyn, memorabile – e con il compagno – Shia LaBeouf, controparte tenera e animalesca destinata a scelte per me tutt'altro che contestabili. Nemmeno i primissimi piani possono catturare l'essenza del personaggio di Vanessa Kirby. Perfino nella scena più toccante, quella del processo, sorprende con un aplomb estraneo agli strepiti: è ai comprimari, infatti, che spetta la parte più emozionale del film. Un puzzle in cerca di una risoluzione, che fa però storcere il naso per il didascalismo un po' melenso della scena finale. Il resto è una bomba emotiva destinata a implodere in silenzio, ma anche a seminare schegge – e semi, sì – dappertutto. (7,5)

sabato 10 novembre 2018

I film che leggeremo: Grandi autori, grandi attori

Widows – Eredità criminale
15 novembre 2018
Sono le mogli affrante di un gruppo di criminali colti in flagranza di reato. I loro mariti avevano una doppia vita di cui non le donne non erano a conoscenza e, siccome l'elaborazione pretende spietate simmetrie, adesso hanno diritto a una doppia vendetta raccogliendo fedelmente l'eredità dei compagni. Colpiscono il sistema coalizzandosi e, insieme, le sale cinematografiche di un mese già pieno di uscite. Se lo sviluppo da classico heist movie poco chiama – l'omonimo romanzo di Lynda La Plante ha già ispirato una miniserie degli anni Ottanta –, lo stesso non può dirsi di un cast femminile al tempo del #metoo. Cuore della rapina una Viola Davis sempre e comunque in odore di nomination. Le menti, invece, sono lo Steve McQueen di Shame e 12 anni schiavo e l'onnipresente Gillian Flynn.


Chesil Beach 
15 novembre 2018
Squadra vincente non si cambia. Lo sa bene Ian McEwan che, passato purtroppo in sordina con l'intenso The Children Act di cui si parlerà a breve, quest'anno torna sul grande schermo portandosi dietro una piccola grande interprete a cui devo il mio amore e il mio odio smisurato per Espiazione: maestoso dramma in costume che sempre da un romanzo dell'autore britannico era tratto. Siamo nei primi anni Sessanta, il sesso è tabù. Come se la caveranno a letto due timidi sposini – lei non poteva che essere, allora, l'instancabile Saoirse Ronan – durante una travagliata luna di miele? Il romanzo, a titolo preventivo, mi aspetta sul comodino.


Un piccolo favore
13 dicembre 2018
Una gentilezza tra mamme, una cosa da poco. Soprattutto se tu sei Anna Kendrick, blogger goffa e svampita, e lei al contrario ha le forme statuarie di una Blake Lively affascinante e autoironica. Peccato che l'invidiata moglie trofeo scompaia nel nulla, con una valigia carica di segreti e un compito ingrato per l'altra. Il giallo è dietro l'angolo, nel film campione d'incassi di Paul Feig, ma si tinge a tratti di glamour e sorrisi sardonici come pare succeda nel romanzo di Darcey Bell. Un po' thriller, un po' chick lit: sarà all'altezza dei paragoni con Big Little Lies?


The Little Stranger – L'ospite
31 agosto 2018 (USA)
Nemmeno il tempo di buttare via la zucca intagliata, di chiudere la parentesi dedicata a brividi freddi e salti in poltrona, che mi trovo di nuovo a pretendere una visione a tema Halloween. E che visione! Una villa infestata, l'arrivo di uno straniero, il confine invisibile tra psiche e paranormale. Scrive Sarah Waters, consolidata promessa del mystery. Dirige Lenny Abrahamson, che dopo l'indie si dà al gotico. Ruth Wilson, Domhnall Gleeson e Charlotte Rampling, invece, figurano come eccellenti padroni di casa. I tiepidi pareri d'oltreoceano suggeriscono di non aspettarsi il bis, no, all'indomani dei fasti di The Haunting of Hill House. Male che vada, comunque, cosa pretendere di più british di così?


Wildlife
19 ottobre 2018 (USA)
Ci sono tanti, troppi buoni motivi per cui dovremmo affrettarci a conoscere la storia dei coniugi Brinson. Proviamo a elencarne appena un paio. Si tratta di un dramma neorealista in stile Revolutionary Road che parla di sogni – l'amore per sempre, quello americano – in crisi: a portarlo in libreria è stato l'osannato Richard Ford. È l'esordio alla regia di Paul Dano, attore passato dall'altra parte della macchina da presa fra gli applausi di Cannes e del Sundance. Segna la prima collaborazione tra alcuni dei più grandi e sottovalutati di Hollywood: Jake Gyllenhaal e Carey Mulligan. Abbastanza per diresì, sì, assolutamente sì?


Bel Canto
14 settembre 2018 (USA)
Avrebbe dovuto dirigerlo il nostro Bernardo Bertolucci prima dell'inattività, pare. Lo ha salvato dal cestone delle sceneggiature dimenticate, infine, il volenteroso Paul Weitz. È tratto da un titolo Neri Pozza atteso al varco per una ristampa richiestissima in rete. Ha fra i protagonisti i premi Oscar Julianne Moore, qui splendida cantante lirica, e un Ken Watanabe sotto sequestro. Insomma, quando è così, viva il riciclo. Presi in ostaggio dai terroristi in un paese del Sud America, i due saranno al centro di una storia di suspance, solidarietà e forse amore. Che melodramma vecchio stampo sia, purché appassionato.

sabato 5 marzo 2016

Mr. Ciak: Perfetti sconosciuti, Suffragette, The Gift, 99 Homes, Il segreto dei suoi occhi

Cena coi fiocchi a casa di amici. Hanno un salotto ampio, cucina abitabile, un terrazzino con vista panoramica da cui osservare l'eclissi che incanta Roma. L'astro li rende tutti un po' lunatici, il vino bio assai su di giri e la noia del conoscersi bene li spinge perciò a un esperimento dagli effetti tragicomici. Tra una portata e l'altra, poggiare gli smartphone sul tavolo. E, ad alta voce, dirsi tutto quello che arriva. Quanto si è in armonia? Quanto sanno i mariti delle mogli, quanto le mogli dei mariti, e cosa nascondiamo al nostro migliore amico? La Rorhwacher e Leo, neosposini, devono far conto con la lucidità di lei – ultima arrivata – e la mancata serietà di lui. La Foglietta e Mastandrea, con un paio di mutandine sfilate di nascosto e uno scambio di cellulari per salvare una relazione di facciata, scendono all'ennesimo compromesso. Battiston, licenziato da poco e da poco fidanzato, quanto fa bene a non portare il suo ultimo amore a quella cena all'insegna della rivelazione. Giallini, chiurgo plastico, e la Smutniak, analista, irreprensibili padroni di casa, pensano all'aiuto di uno psicologo e a un ritocco al seno: preferirebbero, però, ricorrere a terzi. Perfetti sconosciuti, commedia italiana a sorpresa, perché così ben pensata e tanto di successo, darà senz'altro fiducia ai più. Per dire che il cinema italiano, come asserisco da un po', è in forma e che il pubblico generalista, a volte, individua e premia un prodotto valido ancor prima della critica. Per dire che, a me, le commedie di Genovese – viste in tivù quando capitava, mai recensite perché mi sarei limitato a usare poche parole e diminutivi da prima elementare – in realtà piacciono quasi sempre, mi rilassano, ma qui scrive e dirige meglio. Qui fa la differenza. E se il genere, dal granitico impianto teatrale, richiede situazioni credibili e ambienti circoscritti, ci pensano alcuni degli attori più impegnati e versatili di casa nostra – la Rorhwacher convince di più quand'è seria e pensierosa, ma Mastandrea e Battiston sono bravissimi. Ci si ispira al caustico Carnage e ci si inserisce in quel filone che, tra I nostri ragazzi e Il nome del figlio, lo scorso anno, mi aveva regalato finali agghiaccianti, discorsi fiume, interpretazioni maiuscole. Perfetti sconosciuti però, indispensabile presenza, è più divertente del primo – al contrario, atipico thriller – e più accattivante del secondo – libero adattamento di una pièce d'oltralpe. I panni sporchi si lavano tutti insieme, sotto una luna strana. La tensione si può tagliare – da servire a fette al posto del dolce, con altro alcol e le fedi lanciate come fossero trottole – e le riflessioni in abbondanza, se avanzano, le si porta a casa per il giorno successivo. Sempre che una risata che si colora d'amarezza non ci seppellirà tutti prima dell'arrivederci e dei dove l'ho lasciato, il cappotto? (8)

Maud, moglie e mamma, si spezza la schiena in una lavanderia industriale. La paga è una miseria e il capo ha le mani troppo lunghe. Quasi sicuramente, ha abusato di lei. Erano gli anni dieci del novecento e, di lì a poco, Londra e il mondo avrebbero vissuto i dolori di due guerre. Nei quartieri popolari, tra le baracche fatiscenti della classe operaia, il momento di marciare era arrivato in anticipo: un'altra piccola guerra e, a combatterla, le donne. Tutte in piazza per il diritto al voto. I discorsi ispiranti dell'attivista Emmeline Pankhurst e la toccante storia della coraggiosa Maud per parlare, così, di un'altra epoca e di figure femminili che, titaniche, non si lasciano mettere in un angolo. La colonna sonora è di Desplat, la sceneggiatura di Abi Morgan, il un cast è di lusso, sebbene Meryl Streep abbia poco più che un cameo e Helena Bonham Carter, credibile se lontana da Tim Burton, figuri in un ruolo secondario, al serivizio della coralità. Materiale rigoroso, storia vera, l'ombra vaga della BBC, per una pellicola di genere esatta e tradizionale. Sarah Gavron, semi-esordiente, lavora, infatti, a una ricostruzione sorprendentemente poco laccata. Protagonista dolce e combattiva, una potente Carey Mulligan: gli occhi belli e le fossette più adorabili in circolazione, in unione a un'espressività che emoziona. Personaggi struggenti, orgogliosi, fragili. Donne tormentate, maltrattate, battute, condannate al silenzio e alla sottomissione, in Suffragette, dramma d'apertura allo scorso Festival di Torino. E gli uomini, superficialmente si osserva, erano tutti tanto cattivi? Durante l'orario di lavoro, c'è il signorotto di turno che gioca a fare Dio. Il poliziotto Brendan Gleeson mantiene l'ordine con il pugno di ferro. In casa, ci sono mariti come Ben Whishaw, ottusi ma fondamentalmente buoni, che hanno idee ancora confuse. Suffragette, appassionante, ma poco memorabile, non ci risparmia neanche il sangue – la polizia placava le manifestazioni a suon di manganellate, non aveva pietà – e i trattamenti crudeli nelle galere inglesi – perquisizioni, docce fredde, percosse. A mancargli, forse, il fuoco della ribellione e, nell'esposizione, maggiore audacia; di sicuro, non una certa, connaturata forza d'animo. (6,5)

Per Simon e Robyn, sposi affiatati con il desiderio di ampliare la loro famiglia felice, è il trionfo del sogno americano: una splendida casa, un lavoro di successo per lui, nuove amiche per lei. Finché, dal passato di un marito al di sopra di ogni sospetto, non emerge un'ombra isolata. Gordo, compagno d'infanzia, che inizia a presentarsi alla loro porta con doni e attenzioni indesiderate. Ma niente sarà più come prima, se un passato vergognoso bussa alla tua porta e, nell'ultimo pacco regalo, troverai verità, e colpi di scena, impossibili da rimandare al mittente. Un Bateman ormai a proprio agio fuori dai territori della commedia e l'affascinante Rebecca Hall fanno da contraltare a quel Joel Edgerton, qui subdolo antagonista, che ho trovato completamente in parte solo in Warrior. L'attore australiano, però, fa perdonare il suo carisma latitante, scoprendosi non solo autore, ma anche regista, di questa riuscita opera prima. The Gift è il thriller rigoroso e senza sbavature, molto elegante nella resa, che proprio non ti aspettavi dai produttori di Sinister e Insidious. Il paranormale, questa volta assente all'appello, cede il posto, infatti, a un accattivante triangolo in cui, a una prima parte che non tenta di evitare i cliché degli Attrazione Fatale a fantasia, segue uno sviluppo da dramma borghese, all'insegna della scoperta dell'altro e dei segreti di un ennesimo "amore bugiardo". La vendetta, sottile e da servire fredda, tarda ad arrivare ma non fa sconti di sorta e l'epilogo, tra strizzate d'occhio a Bed Time e un palese omaggio a I soliti sospetti, sorprende ma non troppo, sovvertendo ogni cosa per i protagonisti, ma mantentendo intatto un equilibrio – stilistico e strutturale – che, intelligente fino all'ultimo, non altera la verosimiglianza dell'ispezione psicologica con gratuiti colpi di scena. (7-)

Ci sono lavori che non faresti mai. L'annunciatore di brutte notizie, l'ambasciator che porta pena, lo sciacallo. Ma qualcuno deve pur farli, no? Soprattutto all'indomani di una crisi finanziaria che ti butta a calci in mezzo alla strada. Prestiti scoperti, ipoteche sulla casa, i debiti che ti sommergono e tu poi anneghi. Dennis, ragazzo padre e onesto manovale, è l'ennesimo annegato che ha chiuso il suo passato in una scatola e, con madre e figlio, si è trasferito in un motel. A lanciargli il salvagente, l'agente immobiliare Rick Carver: la sigaretta elettronica, la pistola negli stivali, l'incarnazione del cinismo. Carver, una mattina, ha intimato a Dennis di abbandonare la casa in cui è cresciuto: ha decretato la sua rovina – e la sua ascesa. Il giovane uomo senza più futuro diventa prima factotum, poi stretto complice di quel delinquente in giacca e cravatta. L'allievo supererà il maestro? 99 Homes, un'ora e cinquanta e tanta voglia di vederlo, dalla presentazione - due estati fa - in quel di Venezia. Il dramma di Ramin Bahrani si rivela una triste storia di ordinaria follia. Una parabola ora ascendente, ora discendente di senso di colpa e porte in faccia. La terra delle opportunità, nel 2008, ne ha date fin troppe e le ha pretese indietro. C'è incubo peggiore di perdere tutto, perfino quella felicità che è il punto saliente di una costituzione che incanta e illude? Se Adam McKay, fresco di premio Oscar, guarda alla recessione con l'occhio del finanziere e il piglio da circense, Bahrani – origini indiane e un film solido, ma dal taglio televisivo e non esente da un po' di sana retorica a stelle e strisce – dirige un piccolo Wall Street aggiornato, in cui il Gekko di turno è uno Shannon al solito superbo e cattivissimo, e il suo discepolo è un contrito ed umano Andrew Garfield, addirittura più convincente dell'antagonista, che vuole emozionarci e ci riesce con un nonnulla. Non immagino, infatti, nulla di più spaventoso che perdere tutto. E ricominciare, sì, ma vendendo l'anima. 99 Homes, ben recitato ma scritto di fretta, colpisce punti nevralgici: esempio di un cinema timido e tradizionale, ma dal forte impatto emotivo, lì dove il sogno americano tuo diventa, ben presto, l'incubo di qualcun altro. All'umiliazione non c'è fine. Il dispiacere non trova tregua. E la violenza, in un mondo in cui tutto è all'asta, non ha prezzo. (7)

All'indomani dell'undici settembre, si vive nel terrore. Negli uffici di polizia, gran fermento e, sul campo, è lotta al terrorismo. Ma, quando è caccia al nemico straniero, in un commissariato in cui l'arrivo di Claire ha già turbato gli equilibri interni, ci si sposta dal timore degli ordigni a quello, più intimo e naturale, che nasce dallo stupro e dall'assassinio impunito di una figlia. Passano tredici anni. L'assassino si è volatilizzato, il caso è caduto nel dimenticatoio, la team force si è separata. Ma qualcuno non ha dimenticato. Il segreto dei suoi occhi, remake dell'omonimo film argentino, premio Oscar nel 2010, nessuno lo voleva e nessuno lo aspettava. Uscito in sordina lo scorso inverno, non aveva attirato su di se aspre critiche: l'operazione pareva discutibile, il risultato non necessario, ma un trio di ottimi attori e uno script rivisto, a tratti, assicuravano due ore non da buttare. E, grossomodo, questo è. L'originale l'ho visto sei anni fa, mi era anche piaciuto, ma lo ricordavo vagamente: qualcosa che aveva a che fare con la dittatura, un grande amore e un mistero da risolvere. Mi sono approcciato al remake senza pregiudizi e senza memoria. Ci si sposta dall'America Latina agli Stati Uniti e la dittatura cede il posto all'allarmismo post Bin Laden. L'amore, conflittuale sì, ma per nulla struggente, poco fa breccia con due personaggi così agli antipodi. Il mistero c'è, e ha più spazio del cuore e più spessore della cronaca. La Roberts, smunta e invecchiata, superba, cerca vendetta e sollievo. La Kidman, anche se troppo Lady Diana per convincere come procurato distrettuale, anche se troppo bella per essere vera – e infatti tanto vera non è -, ci suggerisce sporadicamente, ad esempio nella sequenza dell'interrogatorio, che un tempo era la migliore. Chiwetel Ejiofor, che offre la prova più costante tra i tre, è però un agente scritto seguendo qualche stilema televisivo di troppo. Qualcosa manca e, nonostante Il segreto dei suoi occhi resti una storia piena di dolore e passioni, al di là della buona prova dei tre, per nulla ci si addolora e ci appassiona il minimo indispensabile. (5,5)

venerdì 11 settembre 2015

Dear Old Mr. Ciak: Perfect Sense, Shame, Vincere, Storie Pazzesche

[2011] Si conoscono tante persone, si commettono troppi errori. Ogni tanto, basta una scintilla scambiata per qualcos'altro, e ci si alza prima, bruscamente, in un letto in cui non c'è posto per noi. Fare l'amore con una persona sconosciuta e svegliarsi con lei o lui che ci chiede di andare via. L'intimità fino a un certo punto, infatti, se sei come Michael – chef di successo; il bello che seduce, abbandona e non chiede mai scusa e vuoi restare?. E se sei come Susan, scienziata di successo con un passato di anoressia e una motivata sfiducia verso il generale maschile, prendi le tue cose, indossi i tuoi abiti da corvo e fili via. La storia di una notte, questione di chimica e lenzuola sporche, può avere un seguito se fuori scoppia il caos? Una Glasgow di piombo fa da sfondo a un inspiegabile contagio: la popolazione mondiale sta perdendo i cinque sensi, in una lenta apocalisse. Si parte con improvvisi attacchi di melanconia, fragorosi pianti in pubblico, e in un inquietante conto alla rovescia, scandito da impulsi a farsi male e da attimi di esagerata felicità, si lotterà per passare quel che resta del giorno, quel che resta del mondo, con l'unica cosa che rimane quando ciò che distrae e induce in tentazione si fa fumo. Il cinema ci ha parlato spesso di epidemie che facevano paura, con il sangue e la violenza dei morti tornati in vita; mai così però. Ecco quello che, a distanza di anni, dopo una sentita seconda visione, proprio mentre la fantascienza inizia ad aprire finalmente le braccia all'umano, rende ingiusta la sorte dell'originalissimo Perfect Sense, mai arrivato da noi. Presentato al Sundance e diretto con mano abile da David Mackenzie, talentuoso e sottovalutato, andrebbe spiegato, interpretato, parafrasato come una poesia moderna. Purtroppo, essendo sconosciuto ai più, ma per me perla immancabile, ci si limita a dire guardatelo, guardatelo e basta, per non anticipare l'emozione, per non diluire la pena, per non rovinarlo neanche un po'. Quanto tragico sarebbe dimenticare, dimenticarsi? Gli amanti al tempo dell'apocalisse indossano le mascherine bianche e si baciano senza potersi baciare davvero, come in un quadro di Magritte. In un giro angoscioso e commovente di ultime volte, uomini che non soccombono senza arrendersi al non vivere: ripiegano su altro, ricercano gioie alternative, infatti, in un universo che brucia. Perché la vita non è limitarsi ad adempiere a bisogni elementari. Nutrisi non è solo ricerca di grasso e farina. Il sesso non è tecnica senza cuore o pazienza. La fantascienza intimista di Mackenzie non ha alieni e galassie da conquistare, ma celebra la sacralità del cibo e la ritualità del vivere di coppia. Nelle orecchie i sussurri di una colonna sonora perfetta, le papille gustative solleticate dai piatti che vedi sfilare oltre lo schermo e non puoi assaggiare, gli occhi straordinariamente pieni dei corpi in armonia di due divi magnifici. Eva Green e Ewan McGregor che si stringeranno forte se farà buio. Il tutto, scritto con delicatezza e un po' di lirismo. Ci si stordisce di sensazioni, così, e se verrà l'oblio ci si auspica sarà come in Perfect Sense. Che sa raccontare l'amore presente e futuro alla maniera di pochi film, e nessuno ancora lo sa. (8)

[2012] Chi non ricorda lo scandaloso Shame quando, dopo la Coppa Volpi a Venezia, arrivò al cinema? Il dramma erotico che metteva a nudo il corpo – e le voglie – di un disinibito e poco noto Fassbender faceva clamore. Solita e rumorosa pubblicità, grossomodo. Ma si apriva con un nudo frontale senza imbrogli, si chiudeva con il protagonista che dispensava attenzione a due amanti e nel mezzo, spudorato, c'erano riferimenti a porno e droghe. Le dipendenze di Brandon, rampante uomo d'affari e scapolo per sempre, in una città che non dorme perché c'è sempre troppo a cui stare dietro. Il Don Giovanni di Kierkegaard dei giorni nostri: eternamente in cerca, schiavo e disperato. E' la festa che ormai cerca lui. Ed è la donna che ormai lo sceglie, sorridengogli lasciva in metropolitana. Nel suo appartamento sul grattacielo, spazio solo per una sorella minore che non è la bene accetta. Perché è l'unica persona capace di farlo sentire vulnerabile; perché è l'unica donna che vuole proteggere dall'essere esattamente come lui. Shame, da cui forse anch'io al tempo mi ero lasciato scandalizzare con un niente, non ancora diciottenne, in realtà è un film distinto e tutt'altro che pruriginoso, anche se – nelle conversazioni tra appassionati, soprattutto quando c'è una fan del bel Michael dal sorriso da squalo nei paraggi – farà nascere sempre una risatina imbarazzata. Steve McQueen guida due grandi protagonisti – accanto a un lui chiacchierato, una volubile Carey Mulligan che con il nudo, dandoci ai paragoni da bettola, fa una figura oggettivamente meno clamorosa del collega, ma quando canta incanta, e esattamente in rima baciata - in un dramma intimista e raramente intimo (e c'è differenza, se ci fate caso), svestito dal superfluo ma già stanco di provocare. Significativo il fatto che la scena più bella, accanto al magistrale piano sequenza della corsa nel traffico cittadino, sia un'orgia in cui il culmine del piacere somiglia a un singhiozzo, a un brutto presentimento. Pensiero già proiettato, magari, al tristissimo ritorno da una notte di eccessi. Muto, senza gemiti e volgarità, con l'impeccabile colonna sonora firmata da Harry Escott che lì raggiunge il suo apice. Mentre Brandon si avvicina un orgasmo, l'ultimo, che somiglia all'abisso. Dopo un inizio distaccato e pieno di rigore, Shame – nel tuffo angosciante verso la fine – si scopre di carne e ossa, terreno e capace di emozionarsi, emozionandoci. Con gli uomini che non devono chiedere mai che piangono solo quando piove, così che le lacrime si confondano con l'acqua che cade, e una chiusa brillantemente sospesa tra redenzione e ricaduta. Non c'è vergogna, in Shame. Manierato e fine, forse anche troppo apatico per avere grandi strascichi emotivi, come la New York, New York intonata dall'inaffidabile Sissy: languida, inquieta, jazz. Senza il crescendo della Minelli. Cantata da chi, in certe città – e in certi letti - non si sentirà mai in pace. (7,5)

[2009] Il film storico – perfino il più bello – ha la sfortuna di appartere al genere che, se fosse cosa concreta, avrebbe quintali di polvere addosso, a causa della mia tipica dimenticanza – perché metto da parte, dico poi lo guardo, e invece no; mi scordo – e del sentore di antico che ha sin dal giorno della sua distribuzione. Nella lista dei “lo vedrei volentieri, se solo non avessi il rapporto che purtroppo ho con la storia”, questo Vincere di Bellocchio. Che, per sentito dire, immaginavo un po' come Il giovane favoloso: bello, televisivo e lento. Troppo per lasciarselo da parte per una visione domestica in tranquillità. Ho ripensato a Vincere, un giorno di questi, dopo essermi imbattuto in una clip: insieme a quella di una Mezzogiorno arrampicata nella sua gabbia, appesa alle sbarre mentre fuori nevica, senz'altro la scena più significativa del lungometraggio. L'interrogatorio a Ida Dalser: questa donna che è stata di vera carne, con gli occhi pesti e il moccio al naso, che – per dimostrare la sua sanità mentale, mentre gli psichiatri facevano domande su domande – giurava di essere la prima moglie del Duce. La macchina da presa che, in una sequenza da brividi, non aveva occhi che per una protagonista intensa, forse, come non mai, nella vicenda tristissima e dimenticata dell'amante che un giovane Mussolini in ascesa sedusse e abbandonò, destinandola – insieme al figlio – alla camicia di forza; agli appelli rimasti inascoltati. Il film storico che non deve somigliare a una lezione di storia dovrebbe avere, dal fascismo secondo Bellocchio in poi, un po' l'indole di Vincere. Intrattenimento che coinvolge, nonostante le due ore totali, e che – a dispetto dei miei pregiudizi – non è la mancata fiction supposta. Merito di una Giovanna Mezzogiorno che resta l'attrice più grande che abbiamo e che una candidatura, minimo, l'avrebbe meritata e di un Filippo Timi - l'attore che solo quando recita non balbetta - che gioca coi gesti ampi e il tono perentorio di un fantasma bastardo che ammaliava le folle e metteva a tacere le donne. Perché Vincere – più di un biopic, meno di una pagina di diario destinata al vento – è un melò che, se sapesse cantare, canterebbe. Le eroine che si ammalano d'amore, le arie dell'opera lirica a fare da barocco commento sonoro, la tragedia annunciata degli ultimi atti. Ci si bacia come nel cinema in bianco e nero di una volta – con passione fasulla, inclinati di lato come nel valzer – e come nel cinema muto, però in quello futurista, dinamico e tutto lettere maiuscole e punti esclamativi, la velocità è raddoppiata e irrompono titoli in prima pagina con funesti annunci di guerra. Vincere ha la plasticità e la compostezza del muto d'altri tempi, sì, ma a volte urla – e gli italiani sono grandi urlatori, nei loro drammi – e intontisce dal dolore. (7)

[2014] Quando mi piacciono gli intrugli, le pozioni, gli abbinamenti strani? Quanto i generi ibridi? Quando la comicità sposa l'inquietudine, ad esempio, e nasce una cosa bizzarra che si chiama commedia nera. Risate cattive e violenza, il quotidiano che – arrotondando per eccesso i vizi e la prepotenza – si fa grottesco. Come nelle trame di Storie Pazzesche: il film argentino a episodi che quest'anno era nell'ambita cinquina dei film stranieri. Senz'altro di troppo, lì, tra pellicole più impegnate come Ida e il latitante Mommy. Nel suo essere fuori luogo, tuttavia, c'è forse il segreto di un inspiegato successo, come in una fluidità naturale che rende leggerissimi i suoi centoventi minuti. L'ho visto in tarda serata: gli occhi bene aperti, l'interesse costante, un'ironia assurda che si sposa ogni tanto con il mio risaputo cinismo. Eppure non amo i film con una simile struttura, né tutto ciò che è amorale e senza utilità. Ma se qualche vicenda lascia a desiderare, altre sono dei gioiellini di scrittura e resa. Szifròn, in queste novelle senza cornice, alterna ora toni briosi, altri scabrosi, passando dal noir classico al quotidiano orrore con destrezza e umorismo. Tra gli episodi maggiormente a fuoco, quello iniziale, rapidissimo, con un nutrito gruppo di vecchi conoscenti che si incontrano su un aereo dirottato; il tragicomico The Hitcher con la faida tra un automobilista in difficoltà e il suo aguzzino; la festa di nozze di una giovane sposa che scopre in diretta il tradimento del marito bastardo. Mi ha divertito, ho riso di gusto, mi ha intrettenuto. A modo suo mi è piaciuto, un po' a causa di recensioni negative che avevano reso basse le mie aspettative e un po' perché è un prodotto alternativo nel classico contesto patinato. Però. Ci sono strategie in ballo, votazioni imperscrutabili, ma – anche dopo avere recuperato queste due ore ben dirette di sorrisi e sconcerto – mi domando come sia possibile che Damiàn Szifròn, bravo ma sopravvaluto, non abbia fatto posto sul podio al magnifico Dolan. Quel che è fatto è fatto. Rosicherò ancora tra me e me, ma parlandovi della commedia sudamericana uscita sotto l'ala protettiva di Almodòvar, non avrò mai più parole negative; giuro. Perché Storie Pazzesche, nel suo non rispettare i gusti convenzionali dell'Academy, è una parziale sorpresa – una maleducata canaglia sul Red Carpet – e ha lo smalto che il buon Pedro ha perso e chissà se ritroverà. (6,5)

lunedì 24 agosto 2015

Mr. Ciak: la romcom che non conoscevi, che c'è al cinema, period drama per un perfetto accento british

A San Lorenzo non ho visto stelle, ma questa estate che finisce esaudisce un altro desiderio, per me che dalla trilogia di Linklater in poi sono sempre sulle tracce dei film che dico io. Parlati a lungo, vissuti in fretta, noti poco. Dopo chicche varie, arriva Before We Go a chiudere il cerchio. Dalla sua, una copertina che lascia intendere che lì ci sia tutto quel che mi piace e un titolo in assonanza con Prima dell'alba. Brooke, prima di andare via – ha perso il treno, infatti, la sua Prada è stata rubata e deve arrivare a casa veloce, perché ha lasciato sul letto una lettera d'addio di cui si è pentita –, incontra Nick in stazione. Trombettista di strada che aiuta senza pretendere niente in cambio quella mezza turista persa. Ci si emoziona e ci si stupisce, con una o due scene da incorniciare – la telefonata a sé stessi, loro che compilano uno di quei questionari degli alberghi per parlare in realtà di com'è stato conoscersi; e poi metteteci la gentilezza magica di Serendipity e un musicista spiantato che trascina dietro il suo strumento come in Once – e un cast che non ti aspetti. Accanto alla bionda Alice Eve, che già in passato ho scoperto capace, Chris Evans – qui anche regista. Cosa ci farà mai l'adone dei cinecomic nei miei film – miei, poi, anche se nella vita odio parlare, camminare, sbottonarmi con gli estranei? Una bella figura. Lui e Alice, infatti, visti da vicino non sono poi troppo inarrivabili ma, caspita, sono bravi. Entrambi col cuore altrove, entrambi dimentichi di essere belli come divi: niente scintille in hotel, ma passeggiate perché si cerca sempre qualcosa – la borsa sottratta, denaro, riparo – e quattro chiacchiere per scoprisi. Con le verità di cui questo cinema è capace, la notte newyorkese che porta consiglio, l'arrivederci al mattino. Tutte uguali e tutte diverse, le commedie così hanno le storie vere che la City ispira e occasioni che vengono a bussarci al cuore nei momenti sbagliati. Immancabili toni da videoclip – e dunque canzoni non da meno – e protagonisti – che siano però solo e soltanto due – dai sorrisi giovani. Tutti della stessa pasta segreta, sono film che avranno sempre la loro da dire. E, come mi ha suggerito la solita Lisa di fiducia in chat, noi fedelissimi staremo lì ad ascoltare. (7,5)

Avete notato quante sorprese la cara commedia alternativamente romantica sta dando, a noi appassionati di chiacchiere fino al mattino, amori lampo e piglio indie? Copenhagen inizia col solito giro, rassicurante e orecchiabile. Ragazzo conosce ragazza. Lingue diverse, età distanti, una città sullo sfondo che visiteresti seduta stante. Direzione: una capitale in cui non sapevi neanche di volere scappare, lassù, nella magica Danimarca, e una chicca di esordio. Mark Raso, giovanissimo, prende un giovanissimo protagonista anglofono – il Gethin Anthony visto in Aquarius e Games of Thrones - e lo rende uno di quei turisti cascamorti e immaturi. Ma l'irresponsabile William, sulle tracce di un rinnegato nonno nazista, s'imbatte nell'adolescente Effy, interpretata da Frederikke Dahl Hansen – a dispetto del nome impronunciabile, bella (e maggiorenne). In una caccia al tesoro, all'insegna dei luoghi simbolo e dei segreti dietro i sorrisi di padri sempre corrucciati, i due andranno in bicicletta, faranno cose, vedranno gente. Copenhagen è il sogno di una mattinata di mezza estate, spigliato e riflessivo, con casupole da presepe dipinte a mano, sanpietrini che fanno saltellare la sella sotto il sedere, protagonisti carini e a proprio agio l'uno con l'altra. Poco di nicchia e troppo adorabile, ha i piedi in due mari – e in una sola scarpa – e la rigenerante freschezza che deve soffiare lì. Nel punto in cui convergono acque altrimenti estranee e, giusto in mezzo, c'è come un'isoletta. Percorsa, a piedi, da un uomo che isola non è. (7,5)

A prima vista, un film sentimentale tutto palpiti. Invece il dramma musicale di Ami Canaan Mann ha un dolce non so che, sua fortuna allo scorso Festival di Venezia. La storia ha un lui sempre in viaggio e una lei che è tornata all'ovile. Si innamorano, mentre fuori fiocca, Ryan sfiora l'idea di un acquisto che non può permettersi e Jackie torna a pizzicare le corde di una chitarra. A unirli, cose che mi piacciono: la neve, i treni, il destino, la malinconia del folk. Più di qualche segreto del mio Once. Un regalo fatto senza pretendere niente in cambio, uno di quei sentimenti purissimi che capitano alle persone giuste nei momenti sbagliati. Possono avere quella “e” arricciata ad unirli giusto per un po': l'amore è una tappa. Regia convenzionale, colonna sonora giusta e due ottimi protagonisti. Katherine Heigl, cantante mediocre ma con una versatilità che mostra sia possibile, per lei, una carriera al di là della stupida commedia americana; Ben Barnes, con il bel visino che tutti hanno presente e una voce con un graffio interessantissimo, finalmente per mostare che sa. Emozionante e discreto, banale ma onesto, come quel genere musicale che si canta le cose in corpo, ti dà uno di quei rari pizzichii alla bocca dello stomaco. Con le mani fredde e il cuore caldo. (6,5)

Testare l'ultima creazione di Nathan è il compito di Caleb, programmatore che raggiunge un solitario inventore sulla sua isola privata. Oggetto del lavoro del protagonista, Ava: macchina loquace e seducente, dall'acume spiccato e dalle fattezze di donna. Chi studia chi, nell'esordio alla regia di Garland – uno che fa la fantascienza minimalista che piace a me e lavora coi grandi? In Ex Machina – classico non solo nel titolo  – si crea un mènage domestico che ha le tensioni e le dinamiche del thriller psicologico. Piace per gli infiniti spunti che, virtù e difetto insieme, stimolano l'attenzione fino a disperderla. Freddo di cuore, sangue e aspetto esteriore, funziona a lungo, assemblato con sole parti di qualità e giovani promesse: Domhan Gleeson, romantico protagonista di About Time; un Oscar Isaac strepitoso, nelle vesti di un amichevole antagonista che patisce i danni di alcolismo e spirito di onnipotenza; una Alica Vikander - olandese dall'agenda ormai piena, che, robotica con l'aiuto di qualche effetto visivo e con un nudo integrale capace di mostrarla bella come mamma l'ha fatta - che ha il personaggio che resta impresso. C'è tanto di buono e inevitabilmente si preferisce concentrarsi sulla trama, per non perdere il filo; ancora più della scienza e dell'etica, delle molte suggestioni sparse, si ricorderà per un epilogo abbastanza prevedibile – cattivo e già visto - che ha qualcosa che convince sfortunatamente a metà. (7)

Mistero grande, le scelte dei titolisti nostrani. Traduzioni libere, stravolgimenti o, in casi più rari, la creazione di filoni cinematografici composti da commedie che, all'improvviso, si ritrovano con il titolo in assonanza. Dopo i due Come ammazzare il capo e il successivo Come ti spaccio la famigliaVacation si aggiunge alla tribù dei “Come”. E, come nei precedenti capitoli di questa saga per caso, la storia poco nuova dei Griswold – famiglia on the road, che con un furgoncino made in Albania che punta verso un luna park, passando da fantasmi del passato, luoghi turistici, lontani parenti – assicura le risate rumorose che sono nei patti. Non bisogna arrivare al parco divertimenti per goderselo, il divertimento puro, se prendi due coniugi in crisi, un fratello maggiore che subisce le angherie di un fratello più piccolo e tappe impreviste qui e lì. In un cast meno ricco del solito, ma altrettanto in armonia, fa da Cicerone l'eroe della trilogia di The Hangover, Ed Helms, e esilaranti sono due cameo soprattutto: un superdotato Chris Hemsworth, magnificamente autoironico, e – da The Walking Dead – un inquietante Daryl, quasi uscito da Radio Killer. Se l'estate sfortunatamente va via, diciamole addio così; un'altra risata garantita, un'ultima vacanza. (6,5)

Bathsheba è una proprietaria terriera, capace di cordinare il lavoro dei suoi operai e di districarsi tra triangoli amorosi: amata da un fattore, corteggiata da un galantuomo, sedotta da un soldato, a chi concederà la sua mano? Stilisticamente non meno degno dell'Orgoglio e pregiudizo di Wright, abbiamo una regia di miracoloso perfezionismo e una trama che procede per accumulo e, dopo un inizio in equilibrio, va di fretta in una seconda metà carica di colpi di cuore. Colpa di tagli – inevitabili, con un classico di cinquecento pagine - che sottolineano le forzature nelle trame e colpa, un po', di schermaglie condensate che, a volte, gli fanno ironicamente meritare un titolo alternativo: Via dalla pazza frienzone. Però c'è che è un regalo alle donne pensato dagli uomini. Scritto da Hardy – noto per la sua misoginia -, ha gli intrecci di una commedia ottocentesca che ci aspetteremo più da Jane Austen. Inoltre, diretto da Thomas Vinterberg – braccio destro di Von Trier, impavido danese -, non rinuncia all'aria eterea da raffinatissima produzione BBC. Fotografia calda, colonna sonora da brividi, attori di gran classe. Da Carey Mulligan (chi avrà mai le fossette più dolci del reame), civettuola e intelligente, passando per l'onnipresente Schoenaerts, verso cui il minutaggio è maggiormente benevolo, fino a includere un sempre ottimo Michael Sheen - e a chi non dà fascino aggiunto, poi, una curata barba sale e pepe? (7-) 

Sabine De Barra, anticonformista e orgogliosa, viene incaricata da un fedele collaboratore di Luigi XIV di curare i lavori presso i giardini di Versailles. Con un progetto che li vorrà sempre più vicini, tra i due sboccerà del tenero. Alan Rickman, talentuoso davanti alla macchina da presa e non a proprio agio alla regia, dirige – e interpreta – una commedia in costume che si segue senza noie e senza interesse. Privo di orpelli in eccesso ma altresì di classe, Le regole del caos è scritto, diretto e interpretato con il pilota automatico. Passa inosservato il lavoro degli affidabili caratteristi Rickman e Tucci, insieme a quello di protagonisti che non brillano, al centro di sguardi languidi a cui manca il feeling. Kate Winslet è prevedibilmente all'altezza della situazione, ma pizzi e gonne ampie la rallentano e la ingrassano. Shoenaerts, con un viso che si presta ormai al dipinto settecentesco, appare inebetito e tormentato dal capello lungo. Per una Versailles più originale, si dovrà aspettare Luigi XVI. La Coppola e Marie Antoinette. (4,5)

Jane Eyre, dopo aver smascherato Rochester, scappava nella brughiera. Così iniziava l'ultima trasposizione di un capolavoro. Quest'anno, dopo averla ricordata in Gemma Bovery, squisita commedia francese, torna un'altra "madama". E anche questo film sceglie di partire dalla fine. I dettagli di una storia che nessuno ignora sfilano perciò nel giusto ordine e coi ritmi giusti. Con il citato Jane Eyre ha inoltre in comune l'eleganza dei costumi, il religioso accompagnamento del piano, una regia che osa qualche guizzo, il partire dalla fine; soprattutto, la presenza di una splendida Mia Wasikowska – sempre più intensa – nelle vesti dell'eponima eroina. La Wasikowska affascina con quel misto di freddezza e passione che solo lei possiede. Ma la trama è di per sé maggiormente indigesta, i tanti amanti non hanno né la bellezza né il talento di Fassbender – una parola per un Ezra Miller non al meglio – e, accanto alla stella di Mia, brilla soltanto uno spietato Ifans. Rigoroso, distaccato, puntuale. Così tanto che ci si domanda: è sì ben fatto, ma perché riproporlo ancora, se manca una chiave di lettura? (6)