Visualizzazione post con etichetta Nicolas Wending Refn. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nicolas Wending Refn. Mostra tutti i post

sabato 31 dicembre 2016

[2016] Top 10: Mr. Ciak



10. Il piccolo principe: L'essenziale è invisibile agli occhi, ma qui si vede chiaro e tondo; l'immagine di un'aspirapolvere che risucchia via gli acari e le stelle mi tormenta ancora.
9. Blue Jay: I grigi limpidi e i sorrisi rubati per un soffio a Blue Jay stracciano il cuore. E, davanti a Sarah Paulson e Mark Duplass che si pestano le scarpe ballando in cucina, senti nostalgia perfino delle persone che non hai ancora amato.
8. Animali Notturni: Quando ti innamori di uno scrittore, dicono, vivi per sempre. E quando gli spezzi il cuore? La risposta, nell'opera seconda di un regista con il cognome western e lo sguardo dell'esteta.
7. Sing Street: Se crescendo ci si è scordati di com'erano teneri ed esilaranti i quindici anni, ci si rinfresca la memoria fischiettando la colonna sonora più bella del mondo.
6. Swiss Army Man: L'opera prima di un assortito duo di nicchia smuove qualcosa, nel profondo di te. Non sono solo i succhi gastrici: c'entra un po' anche l'anima
5. La pazza gioia: Non si scappa davanti a un’ilarità esagerata e alla commozione. Con il mare al mattino, l’intramontabile Paoli, tutta la speranza che c'è.
4. Lo chiamavano Jeeg Robot: Ha un cuore d'acciaio, nessuna paura e tutti noi, che gli restiamo accanto: perché lui, che corre e va per la terra, che vola e va tra le stelle, è il Jeeg che aspettavi ma non ti aspettavi.
3. Captain Fantastic: Si fuggiva dalla cella di Room per scoprirsi più prigionieri all'esterno.Qui, invece, si fa breve ritorno al conformismo, agli orizzonti industriali, e mancano il completo da funerale e il pudore. Questi Gallagher naturisti si mettono in discussione, scoprono la bellezza delle mezze misure, non si trasformano in ciò che odiavano. Dicono addio e cambiano aria.
2. Perfetti sconosciuti: I panni sporchi si lavano tutti insieme, sotto una luna strana. La tensione si può tagliare – da servire a fette al posto del dolce – e le riflessioni, se avanzano, le si porta a casa per il giorno successivo. Sempre che una risata che si colora d'amarezza non ci seppellisca tutti prima dell'arrivederci.
1. Room: Per vivere in questo mondo ci vogliono gli occhiali scuri, la crema solare, un cappello a forma di orso per ripararsi da una pioggia scrosciante che no, non ci affogherà. Bisogna farsi gli anticorpi, contro l'insensata crudeltà del prossimo. Allo spettatore, per sopportarla, basta invece guardare gli occhi blu dello straordinario Jacob Tremblay: grandi e stupiti, mentre contempla un cielo sconosciuto.

Migliore attore protagonista:
Room – Jacob Tremblay
The Danish Girl – Eddie Redmayne
Steve Jobs – Michael Fassbender
Migliore attrice protagonista:
La pazza gioia – Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti
Room – Brie Larson
Blue Jay – Sarah Paulson
Migliore attore non protagonista:
Swiss Army Man – Daniel Radcliffe
Lo chiamavano Jeeg Robot – Luca Marinelli
Creed – Sylvester Stallone 
Migliore attrice non protagonista:
The Danish Girl – Alicia Vikander
Other People – Molly Shannon
Lo chiamavano Jeeg Robot – Ilenia Pastorelli 

Muchacha sexy:
The Dressmaker – Kate Winslet
Suicide Squad – Margot Robbie
Cafè Society – Kristen Stewart
Bello e impossibile:
Nonno scatenato, Mike & Dave – Zac Efron
The Legend of Tarzan – Alexander Skarsgard
La ragazza del treno – Evans, Theroux, Ramirez
Nice to meet you:
Veloce come il vento – Matilda De Angelis
Other People – Jesse Plemons
Sing Street – Ferdia Walsh-Peelo
La coppia più bella del mondo:
Lo chiamavano Jeeg Robot – Santamaria, Pastorelli
Macbeth – Fassbender, Cotillard
Blue Jay – Paulson, Duplass

Sing!:
Lo chiamavano Jeeg Robot – Un'emozione da poco
Captain Fantastic – Sweet Child O'Mine
Blue Jay - No more I love you's
Psycho Killer!:
Hateful Eight – Gli otto assassini
Lo chiamavano Jeeg Robot – Luca Marinelli
The Neon Demon – Jena Malone
Will you recognize me?:
The Danish Girl – Eddie Redmayne
Veloce come il vento – Stefano Accorsi 
Suicide Squad – Jared Leto
Let's talk about sex:
Sausage Party – L'orgia finale
Anomalisa – Michael e Lisa
The Neon Demon - Necrofilia 
Cry me a river:
Miss you already – Il finale
The Danish Girl - “I want my husband”
Il drago invisibile – Il finale
The A-Team:
Perfetti sconosciuti
Florence Foster Jenkins
Spotlight

venerdì 16 settembre 2016

Mr. Ciak: The Neon Demon, Demolition, La foresta dei sogni, Man in the Dark, Il condominio dei cuori infranti

Certi ritorni in sala sono eventi. Nicolas Wending Refn - autore danese di cui non ho visto ancora tutto, ma il necessario – evento lo è per principio: artista a tutto tondo, mosso da questo incontenibile spirito d'onnipotenza che lo porta a curare nel dettaglio ogni aspetto più piccolo delle sue pellicole. Tutti suoi i pregi, se li si scorge; tutte sue le colpe, e quelle le si trova, sì. Perché, mai come questa volta, l'estetica prevale sul senso pratico. La prima cosa che salta all'occhio guardando The Neon Demon, horror astratto, è l'armonia delle linee, le musiche assillanti, gli accostamenti maniacali, il luccichio abbagliante della confezione regalo. La prima, e l'ultima. La parabola di Jessie, sedicenne di periferia che si imbatte in gelosie profonde e stilisti che fanno a gara, ha un'evoluzione minima e agghiacciante. Cos'ha lei, eterea e gentile, una di quelle ragazze che arrossiscono con un niente e sono splendide senza trucchi, che le altre modelle non hanno? La protagonista, persa in una Los Angeles patinata e infernale, è carne fresca, non contaminata; nelle sue vene, visibili sottopelle, magari scorrerà un sangue blu, che fa gola. Elle Fanning, sbocciata d'un tratto, attira nelle sue stanze un fotografo infatuato (da Love, Karl Glusman), un sinistro portinaio (Reeves), una truccatrice ossessiva (l'irresistibile Malone, protagonista di un'incriminata sequenza di necrofilia) e una coppia di sorellastre maligne. I puma in amore, perfino, che fiutano il suo odore dolcissimo nei motel e scelgono di sconfinare nella città. Colpa di Jessie, mantide religiosa, o di un mondo a rovescio? Sotto il vestito, che è d'alta sartoria, se non niente, di certo c'è poco: corpi spigolosi, tutt'ossa, e carne turgida. Niente a cui aggrapparsi. Le indossatrici sono quarti di bue in scadenza: esposte, senza passato, altrove. Così le interpreti, costrette a una recitazione statica, a essere fotogeniche e nulla più. Coerente fino in fondo, immerso anima e corpo nei suoi abissi, The Neon Demon descrive un regno passeggero, sfarzoso e vacuo, e si uniforma ad esso, per legittima difesa. “La bellezza è l'unica cosa”, dice uno dei comprimari, e parla forte e chiaro per voce del regista. In una frase, così, riassunto il senso di due ore di grazia e crudeltà fini a loro stesse. E la bellezza, se assoluta, inafferrabile, non è per tutti. Puoi mandarla giù a forza. Ma alla fine, letteralmente, ne fai indigestione; macchi la moquette. Lo stesso può dirsi di quest'ultimo Refn. Stopposo, però incanta. (7,5)

Davis, bancario, ha costruito tanto in poco. Un automobilista che non rispetta il dare precedenza, rumore di lamiere, la moglie che gli muore accanto. Lui non riporta nemmeno un graffio. Non si concede né un pianto, né una parola gentile al funerale di lei. Preso dalla sua routine, arrabbiato con un distribuitore automatico che non gli ha dato la barretta al cioccolato per cui aveva pagato. Scrive una lettera di protesta alla ditta che gli ha rovinato l'appetito; nero su bianco, dà libero sfogo a ciò che sente o non sente. Confessa a una sconosciuta del servizio clienti che lui, quella moglie scomparsa, non la amava. La sconosciuta, madre single, risponde. Dopo la lotta all'HIV e quella contro una natura selvaggia, Vallée ritorna con un'altra grande interpretazione e un'altra storia di rinascite. Demolition è il modo alternativo – suo, e del cinema indie tutto – di approcciarsi alla perdita. Lo sottolineano la regia, asciutta ed energica, e una sceneggiatura di rara sincerità, che non contempla scene madri, strepiti, personaggi dal cuore buono e ulcerato. Jake Gyllenhaal, questa volta in borghese, è un disadattato emotivo. Un uomo che non conosce vie di mezzo, tra l'euforia e l'angoscia, e che incontra alla cornetta una fragile Naomi Watts con cui instaurare una di quelle relazioni alternativamente romantiche per cui stravedo nelle commedie del Sundance: si addormentano insieme, ma in letti separati. Quale esempio possono essere, lui con i suoi dotti lacrimali atrofizzati e lei con il suo lavoro precario, per la rivelazione Judah Lewis – quattordicenne in crisi di identità, quasi preso in prestito da Shameless? Se il dolore ci coglie impreparati, poco predisposti, scoprire cosa si è rotto, e quando. Rivoltarsi l'anima, le tasche, la casa. Mettere prima a soqquadro e poi in ordine, lungo lo strano percorso dell'elaborazione. Uno scatenatissimo Gyllenhaal armato di martello distrugge cose e case, cerca i difetti di frabbrica e forse gli indizi segreti. Davvero non si muove nulla, in quel suo cuore di ghiaccio? Davvero quando salta, balla e demolisce non le torna in mente lei: loro? Le macerie si accumulano, in Demolition, e allora si ride per (e con) un giovane vedovo in cerca di stimoli passeggeri: la fatica, perfino un chiodo calpestato o un colpo di pistola a bruciapelo, son da preferirsi all'oblio. Quando si passa, poi, alla necessaria costruzione, l'inconsueta ed esagerata tragicommedia di Vallée imbocca la consueta e ridimensionata via. E, nonostante il tempo ben speso in compagnia, lo spirito da tenera canaglia e il cast di mattatori, l'emozione affiora in Davis, ma non contagia. Penso a un gelido Fassbender, non più padrone di sé stesso, e alla sua presa di coscienza finale, scoppiata in Shame insieme al temporale. Fulmini e saette, e le lacrime di chi, sotto la pioggia, si alleggerisce di un peso. Sullo sfondo di Demolition, invece, più forti gli sghignazzi dissacranti e il rumore dei crolli. (7)

Arthur prenota un biglietto per Tokio. Destinazione: la foresta dei suicidi. Il luogo perfetto dove farla finita, con un peso nel petto e le tasche piene di barbiturici. Finché un viandante, che all'ultimo momento ha cambiato idea, non gli chiede aiuto. Nel cercare l'uscita, accorgersi che la retta via è smarrita. E, nel mentre, con una natura che mette a dura prova e il sentiero che, ogni volta, si nega, pensarci e ripensarci. La foresta dei sogni, ultimo film dell'acclamato Van Sant, ha subito un'accoglienza tutt'altro che felice. Portato a spasso per festival internazionali, ha deluso gli spettatori e ispirato al peggio le penne dei critici; in rete, i commenti positivi sono di chi l'ha visto senza chiedere nulla in cambio, ricercando una sera qualsiasi la compagnia di un film qualsiasi. Possibilmente, appassionante. Alle voci fuori dal coro, da oggi, aggiungete anche me. Che mi aspettavo la pesantezza, l'amaro in gola, e invece ho trovato un dramma delicato, pacifico, luminoso. All'ombra del monte Fuji, un viaggio dentro e fuori il sempre intenso McConaughey, che qui si confida a cuore aperto con un saggio Ken Watanabe e rimpiange Naomi Watts, moglie sconosciuta. Stutturato in modo classico – coi flashback che ci introducono gli strilli e i dispiaceri di una coppia contemporanea, provata da una malattia improvvisa –, il film è a metà tra il survival e il melò ma, per intero, è un'avventura dantesca, allegorica, in cui gli spiriti orientali conoscono i nostri santi in paradiso. La chiave di lettura è immediata, i simboli si decifrano a colpo d'occhio, ma lontano dal pessimo The Forest e più affine a un Al di là dei sogni, è una visione che ho trovato affascinante e fortemente conciliante. Un Van Sant minore e senza grandi mire, ma con cast all'altezza. Più adatto a una visione in solitaria che a Cannes - coi suoi tempi, con i suoi silenzi - , non vuole sgomitare con pellicole impegnate, né sorprenderti coi colpi di scena delle ultime battute: comunque, non sarebbe in grado. Ma se ti coglie una sera a casa, sul tuo divano, allora sa trovarti teso e lasciarti, ai titoli di coda, un po' cambiato. (7-)

Un gruppo di ladruncoli di periferia s'introducono a casa di un veterano di guerra. L'uomo, non vedente, custodirebbe gelosamente un tesoro. Il piano è giusto, ma la casa si rivelerà quella sbagliata. Il reduce non è quello che immaginavano. E, oltre al considerevole malloppo, in cantina nasconde un segreto. Cosa potranno tre giovani, avidi e sani come pesci, contro quell'insospettabile nemico dagli occhi lattiginosi? Man in the dark, sorprendente campione d'incassi negli Stati Uniti, può vantare medie da capogiro e la regia del promettentissimo Fede Alvarez: il regista del remake di Evil Dead, già rilettura di grande efficacia, gestisce i tempi, i travelling vertiginosi, le leggi della tensione. Qui, con un thriller claustrofobico e dallo spunto interessante, che placa i denigratori di ogni dove e accontenta i più. Loro, meno che me. Nonostante la sapienza nella direzione e la presenza fissa di Jane Levy, Man in the dark esaurisce in fretta le idee. E senza scomodare le stanze antipanico di Fincher, ma pescando dal baule degli horror ingloriosi uno Shut In (visto quest'estate: storia di malviventi che pensano, a torto, di tenere in scacco una ragazza affetta da agorafobia) e The Collector, ci si accorge che il gioco del gatto col topo orchestrato dal buon Alvarez non ha significative eccezioni alla regola. Anzi, quando tira dal cilindro colpi di scena così gonfiati nelle recensioni d'oltreoceano, si dà a tutti gli scivoloni e le esagerazioni di sorta: il ragazzo posato e romantico avrà le sette vite di un gatto; il villain di Stephen Lang, valente e inquietante caratterista, sarà un incrocio tra Michael Myers e Andrea Bocelli. Ma qui e lì, le riprese a infrarossi e il fiato trattenuto aiuteranno a scovare i pregi, che sembrano nascondersi più dei difetti. Man in the dark, lunga sfida a mosca cieca, diverte, ma il calore dell'accoglienza stranisce. Godibile horror estivo giunto fuori tempo: null'altro. (6)

In una Francia periferica e industriale, sorge una palazzina che conta un paio di piani e una manciata di inquilini dai musi lunghi. Il titolo originale, Asphalte, fa cenno al grigio tutt'intorno; alle strade ruvide e piene di pozzanghere. Quello italiano, Il condominio dei cuori infranti, ti fa fiutare i loro dolori, ma c'è quel cuore fucsia al posto della “o”, un font sbarazzino, per dirti che in una crepa dell'asfalto possono nascere i fiori e le amicizie che nessuno si aspettava. Presentato a Cannes, il film di Benchetrit è un dramma corale sotto un cielo cupissimo e malinconico da cui, un giorno, cascano gli astronauti. E se l'americano Michael Pitt, in missione per la Nasa, atterra sul tetto come se nulla fosse, allora tutto può succedere: Isabelle Huppert, attrice da troppo lontana dalle scene, rivaluta un copione importante grazie ai consigli del dirimpettaio adolescente; una Bruni Tedeschi infermiera notturna, con le occhiaie e le sigarette accese una appresso all'altra, accetta di farsi fotografare da un taccagno solitario. Pitt, intanto, viene servito e riverito da una donna abbandonata, che gli prepara il cous cous e lo fa dormire nel letto del figlio carcerato. Grottesco e surreale, ma emozionantissimo nell'epilogo, Il condominio dei cuori infranti è un soggiorno poco confortevole, in uno spazio ristretto ma affollato. E quando sembra che le pareti ti vangano addosso, brutte e sfigurate dai murales, quando l'aria sta per venire meno per il malessere diffuso, ti accorgi finalmente di essere stato in buona compagnia. Stretto dalle pretese del cinema radical chic - vanitoso, ma mai vano -, in una nicchia d'autore che, in fondo, sei stranamente triste all'idea di lasciare. (6,5)