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giovedì 16 gennaio 2025

Recensione: Tu sei qui, di David Nicholls


| Tu sei qui, di David Nicholls. Neri Pozza, € 20, pp. 384 |

Lei, Marnie, è un'editor di città. Sposata e divorziata ancora prima dell'arrivo dei trent'anni, patisce il fatto che i protagonisti dei libri che corregge facciano più sesso di lei. Lui, Michael, è un professore di geografia. Ferito nel fisico e nei sentimenti, nasconde sotto i maglioni infeltriti i dolori per il matrimonio naufragato a causa dei problemi di infertilità. Uguali ma diversi, faticano entrambi a riprendersi e, come animali feriti, preferiscono rifugiarsi nella solitudine. Hanno realmente chiuso con l'amore, o l'hanno soltanto offerto alla persona sbagliata? David Nicholls, da sempre un fuoriclasse in materia di commedie romantiche, torna in libreria con un'altra storia perfetta per diventare un film. I dialoghi sono brillantissimi, i toni nostalgici, lo spunto cinematografico: spinti da amici comuni, infatti, i protagonisti si metteranno alla prova con un trekking costa a costa. Trecento chilometri, puntando dritti al mare.

C’è una sorta di tirannia anche in questo, nell’idea che la vita debba essere piena, come se fosse un buco che devi continuare a riempire, un secchio che perde, e non basta riempirla, devi anche farti vedere che la riempi. Devo per forza avere hobby, progetti, amanti? Devo per forza eccellere?

Tra piogge torrenziali e schiarite, laghi gelati e paesini sommersi, stanze da incubo e playlist condivise, passeggeranno nei luoghi di Wordsworth e delle sorelle Brontë parlando di amore, sesso, vita, morte. Benché il lieto fine appaia questa volta dietro l'angolo, vietato dubitare del tocco inconfondibile dell'autore di Un giorno. Anche se non destinati alla tragedia, Marnie e Michael appaiono struggenti coi loro ordinati dispiaceri: la genitorialità mai arrivata, l'ansia sociale peggiorata con il lockdown, la difficoltà di stringere rapporti sinceri dopo i quaranta. Ma a furia di camminare i calcagni si induriscono, il passo si fa più svelto, la lingua si scioglie. Anche la socialità è un muscolo che va allenato, per scongiurare l'atrofia? Ambientato in una natura aspra ma mozzafiato, Tu sei qui ha per colonna sonora i No Doubt e il picchiettare della pioggia sul cappuccio cerato. Soprattutto, la medesima gentilezza degli escursionisti che, quando ti incrociano, ti salutano sempre. Sul finire dell'anno appena passato, così, ho sognato anch'io la crisi di mezza età e un viaggio coast to coast.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Joni Mitchell – Blue

mercoledì 1 aprile 2020

L'insostenibile leggerezza delle dramedy UK: Years and Years | Feel Good

Aprile, presto per darsi ai bilanci. Eppure posso affermare in tutta sicurezza che questa resterà la serie più rappresentativa di quest’anno.  La migliore? Lo dirà il tempo. Chi si sarebbe aspettato un paio di mesi fa che avremmo vissuto questo? L’allarmismo, la quarantena, la pandemia. Il 2020 è un anno surreale, di cambiamenti spaventosi e lunghi strascichi. Mentre siamo chiusi in casa, costretti all’immobilismo per la nostra stessa sicurezza, non ci rendiamo conto che il Corona Virus avrà conseguenze per cui non esiste vaccino. L’economia e la politica si risolleveranno? Qualcuno avrà tempo per dare una chance al mio futuro, in forse già da prima? Impossibile non sentire riecheggiare le domande che incalzano in questa coproduzione HBO: giunta in Italia in sordina, è illuminante  e premonitoria. Perché le insicurezze della famiglia Lyons, inquadrata tra la Brexit e il 2030, sono anche le nostre. Come ci tocca il divenire del mondo, come ci stravolge? Il notiziario annuncia l’elezione di Emma Thompson, politica di estrema destra che sembra una Trump in tailleur. Durante le rimpatriate, tra compleanni, matrimoni e funerali, i Lyons saranno partecipi di bollettini di guerra, evoluzioni scientifiche, involuzioni umane. C’è Stephen, bancario che perde tutto per un investimento sbagliato; Rosy, che non si lascia scoraggiare dal proprio handicap; Daniel, che s’innamora di un clandestino e s’imbarca nell'odissea vissuta dai migranti. Infine Edith, reporter, che pur di denunciare si avvicina a una verità dagli effetti radioattivi. Radunati alla tavola della matriarca, i Lyons sono ciò di cui abbiamo bisogno in tempi disperati. A volte si fanno volere bene come i personaggi di This is us. Altre ci preoccupano, con intuizioni plausibili e invenzioni degne di Black Mirror. Non tutta le tecnologia viene per nuocere. Gli smartphone, un giorno, combatteranno le rivoluzioni al posto delle armi. La memoria digitale è miracolosa, ma quella del cuore di più. Dove saremo tra cent'anni? Morti e sepolti. Dove saremo domani, finita la pandemia. A casa delle nostre nonne. Ad abbracciarci, a brindare, a spettegolare. Years and Years insegna tanto. Ma specialmente che tutto passa, compreso l’irreparabile, ma che noi no, noi non passiamo. (9)

Mae, canadese in trasferta nel Regno Unito, vuole sfondare nella stand-up comedy. Della classe della collega Mrs. Maisel,  però, ha poco. Elfo dalla bellezza androgina e dall’impettinabile ciuffo biondo, la comica aspirante ha un aspetto un po’ buffo e una sensibilità da maneggiare con cura. Vitale, insicura, fragilissima, sa farsi volere bene e biasimare. Si rifugia infatti per comodità in relazioni di conforto e, dopo una scarsa conoscenza, pretende già il per sempre. Ma come può amare il prossimo se non ama abbastanza sé stessa? L’ultima fiamma è George, una maestra alle prese con la prima relazione omosessuale. Benché vivano insieme, la ragazza oppone un’iniziale resistenza a uscire dall’armadio. A fare outing con amici e parenti. La comprensibile vaghezza di George gonfierà a dismisura le paturnie di Mae. Che gioca con i tiri e molla. Che si disintossica dalla droga e infine ci ricasca: o così crede, davanti alla tentazione dello stordimento. Feel Good parla di sessualità, identità di genere, amore, dipendenza da cose e/o persone. Il tutto, con l’insostenibile leggerezza promessa dal titolo. Dramedy a tinte arcobaleno dal basso profilo, vive dei locali fumosi frequentati da cabarettisti e altri brutti ceffi; personaggi divertenti incontrati al gruppo dei narcotici anonimi; genitori lontani che si connettono dal Canada su Skype soltanto per la mitragliata di battute sardoniche pronunciate a raffica dall’adorata mamma Lisa Kudrow. Grazie alla formula consolidata delle produzioni britanniche – bello tornare a rifugiarvisi dopo le gioie fugaci di Crashing e Derry Girls –, Feel Good non fa la voce grossa per spiccare e rischia un po’ di perdersi sul menù affollato di Netflix. Peccato. Perché ha uno stile già riconoscile, riflessioni dalla portata universale e numerose affinità con un’altra mina vagante, Fleabag: auguro a Mae Martin – sceneggiatrice e interprete, proprio come Phoebe – lo stesso successo. (7)

martedì 11 febbraio 2020

Recensione: Le peggiori paure, di Fay Weldon

Le peggiori paure, di Fay Weldon. Fazi, € 16, pp. 270 |

Siamo immersi nella tranquillità della campagna, dove vigono le regole di buon vicinato, le porte sono sempre aperte e i giardini, al centro di feste per pochi eletti, sfoggiano fitti cespugli di rose rosse. Dal momento che si parla di bugie, tradimenti e segreti da svelare, potrebbe sembrare il set perfetto per una stagione di Desperate Housewives o Big Little Lies. Ma siamo negli anni Novanta – ben prima del binge watching, ben prima del #metoo – e l’umorismo dell’autrice, tipicamente britannico, ne chiarisce in fretta la provenienza. Le peggiori paure cos’altro è se non l’antenato delle casalinghe di Wisteria Lane o delle mamme sull’orlo di una crisi di nervi in quel di Monterey?

Il matrimonio è un intreccio terribile, un’osmosi spaventosa. 
Dovrò imparare di nuovo chi sono.

Si parte come in un giallo all’inglese: abbiamo una casa piena di scricchiolii sinistri, un coro di potenziali colpevoli, un cadavere riverso sul pavimento. Ned Ludd, critico in procinto di scrivere un’opera tutta sua, è davvero morto per un infarto fulminante? Se lo domanda la moglie, Alexandra, tornata di corsa dalla tournée di Casa di bambole per presiedere alle esequie. Mentre l’attrice, corteggiata dai piani alti di Hollywood, si abitua al nuovo ruolo di vedova, si accorge che qualcosa non va. Tutti sembrano negarle la vista della salma, lo spazzolino del defunto è sparito dal bicchiere sul bordo del lavandino, la stanza da letto è stata ripulita da cima a fondo. Le amiche Abbie e Vilna vogliono assisterla nel dolore oppure nasconderle qualcosa? L’improbabile Lucy, costumista pressante e bruttina, era forse l’amante di Ned? E cosa pretende Hamish, fratello del defunto, che indisturbato già si atteggia a padrone? Esausta e ossessionata, assediata da ospiti molesti, Alexandra nota che perfino il cane di casa le si ritorce contro. Fra arpie e avvoltoi, così, si scopre parte di una scalmanata festa di morte a cui non è stata invitata. Al centro di una bizzarra congiura. Alle sue spalle, per di più, la gente mormora: come ha ottenuto il successo, e chi può biasimare il marito per un’eventuale relazione extraconiugale? La vendetta, puntuale e piuttosto scontata, darà comunque qualche soddisfazione.

La vendetta risucchia il dolore, lo consuma. La natura riceve soddisfazione. Gli dèi esigono il sacrificio umano, da sempre; le orrende fauci divine risucchiano i vivi, masticano avidamente la carne calda, uccidono, divorano. Dopodiché, la terapeutica natura spalanca la bocca e ne sgorga nuova vita, grezza e pulsante, un flusso infinito e in continua riproduzione. Un giorno soffocherà per la semplice mole della propria produzione: non ha scampo.
Capitanato da un ricco cast di personaggi femminili, Le peggiori paure è un po’ thriller, un po’ soap opera. Un mix tanto irresistibile quanto collaudato, a dispetto della prevedibilità degli esiti testamentari, con una scrittura non sempre all’altezza e l’arma a doppio taglio di un’ironia non per tutti i palati. Il dichiarato gusto per l’eccesso, a volte, ne cela i difetti di fabbrica. Ma quando il troppo è voluto, ci si domanda nel corso della lettura, e quando no? Quando i personaggi sono paradoci, quando sciocchi e basta? Divertente e farsesca, Fay Weldon ha i suoi contro in problemi stilistici sparsi – i refusi della traduzione di Maurizio Bartocci non aiutano una struttura già frustrante e frammentaria, fatta di frequenti dialoghi telefonici e ronde inopportune – e in figure costantemente sopra le righe, spesso frivole nel loro tentativo di proporre in chiave tragicomica i tipi umani. Il romanzo, ristampato più volte negli ultimi decenni e riproposto da Fazi in una bellissima veste grafica, è una faro acceso sui lati oscuri del mondo dello spettacolo e del talamo nuziale. Ma risulta una baraonda di pettegolezzi che non fanno più gran notizia, in cui tutti vanno a letto con tutti e il dubbio serpeggia come una malattia venerea.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Grace – You Don’t Own Me ft. G-Eazy

mercoledì 31 gennaio 2018

Recensione: L'età ingrata, di Francesca Segal

| L'età ingrata, di Francesca Segal. Bollati Boringhieri, € 18, pp. 350 |

Julia, pianista vedova, inglese, e James, ginecologo divorziato, americano, si innamorano contro ogni pronostico sfidando il ticchettare dell'orologio. Colti, romantici, presissimi l'uno dall'altra, hanno cinquant'anni e qualcosa di più grande della loro affinità: quei figli avuti dai matrimoni precedenti che all'inizio non si piacciono affatto e malauguratamente, a un certo punto, si piacciono troppo. Egoisti come tutti i punti da Cupido, i protagonisti hanno fatto il passo più lungo della gamba e trascinato Gwen e Nathan – diciassette anni: lei blogger con il sogno dell'arte e lui futura leva, si spera, della blasonata Oxford – a vivere con loro nella stessa casa a nord di Londra, tanto presi da non curarsi del disagio generale. La convivenza pesa. Lo spazio non è mai abbastanza, qualsiasi occasione è buona per darsi addosso. Ma ecco che succede l'inevitabile. Perché Gwen ha questa irresistibile cascata di capelli rossi, Nathan è saccente ma non si può far altro che pendergli dalle labbra, e la paglia, a contatto col fuoco, brucia nel lampo delle tempeste ormonali. Adesso Julia sta con James. Gwen sta con Nathan, e alcuni segreti, si sa, hanno vita breve se schiacciati sotto lo stesso tetto. Era un problema grosso l'antipatia degli inizi, per l'equilibrio di una coppia di mezza età che si sognava già famiglia. Figurarsi l'amore, che crea sceneggiate, imbarazzi a cena e schieramenti inevitabili.

Metti insieme due adolescenti, la curiosità e gli ormoni impazziti, e all'improvviso sembra ovvio.

L'età ingrata è quella dei figli che pretendono continue libbre di carne.
L'età ingrata è quella dei cinquantanenni soli di ogni dove che, abbandonati in un angolo, sfioriti, hanno fretta di trovare compagnia sui siti d'incontri o negli appuntamenti al buio; di essere finalmente felici, convincendosi sia subito amore vero. Uno di quelli post-adolescenziali e totalizzanti, insomma, che rendono ciechi ben prima degli scherzi della presbiopia. Cosa farebbe al posto loro Pamela, la ex hippy di James? Cosa direbbero gli ex suoceri di Julia, Iris e Philip, che eppure in età pensionabile stanno vivendo zitti zitti svolte simili, fra trasferimenti altrove e gelosie fuori tempo massimo? Soluzione ragionevole sembrerebbe proprio separare i novelli Romeo e Giulietta con le cattive, ma come funziona con la felicità, con il batticuore... A chi si e a chi no? C'è in gioco il futuro dei loro ragazzi, affezionatissimi e totalmenente irresponsabili. Li si appoggia, da bravi genitori. Si prendono le parti: guai a chi li fa piangere, guai a chi si frappone fra loro e le loro grandi speranze (l'educazione accademica, l'interrail la prossima estate). C'è in gioco, tuttavia, anche la loro relazione. Si parla di nuove dinamiche e vecchi torti, di fiducia soprattutto. Non abbastanza vecchi da rinunciare alla passione, ma troppo per salire sulla giostra ormonale della loro prole, Julia e James sentono di aver fatto un errore: sentirsi prima persone che genitori, godendosi finché è durato il privilegio di essere egoisti. Essere parner accomodanti, essere guide sempiterne: a cosa dare la precedenza?

L'ira era più sopportabile del rimpianto.

Non fanno una bella figura i giovani: irruenti, sprovveduti, facce da schiaffi che irritano con poco. Ma, a mio dire, non fanno una bella figura nemmeno genitori: fra due fuochi, senza gravi colpe, ma comprendete la prospettiva di un figlio di freschi separati che in questo periodo cova amarezza e musi lunghi; che alla vigilia di Natale ha dovuto fare da ambasciatore che porta pena, da paciere, fra un padre che rivive un secondo tempo delle mele (dimenticandosi chi gli è stato alle costole nel momento del bisogno) e un fratello minore che non lo accetta (dimenticandosi a sua volta quanto doloroso sia stato quel momento, quanto potremmo stare più in pace d'ora in avanti). Primo romanzo che leggo dell'apprezzata Francesca Segal, L'età ingrata è una commedia british, elegante, ciarliera, che non brilla per lo spunto – lasciamo però i paragoni con I Cesaroni alla Garbatella e alle repliche su Italia Uno, per favore – ma per uno stile cinematografico, nelle corde di David Nicholls e Fionnuala Kearney. Scritto benissimo ma con più di qualche pagina in eccesso – troppe, infatti, quasi 400 per raccontare una storia agrodolce, a tratti molto divertente, ma dall'andamento tutto sommato intuibile –, il romanzo colpisce per l'invidiabile accuratezza dei pensieri, dei sentimenti in gioco, delle situazioni scomode. Per l'ambiguità di un titolo, di un tema, che punge sul vivo tanto le scelte degli adulti quanto quelle degli adolescenti.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: OneRepublic – Good Life

sabato 9 dicembre 2017

Mr. Ciak - Torino Film Festival: The Florida Project, They, Daphne, Favola

Un conglomerato di palazzine lilla a un passo da Disneyland. Che carino, dici tu: i colori delicati, un cortile con piscina, i cartelli stradali che parlano di Sette Nani e altri personaggi da fiaba. In una scena, però, una coppietta di sposini porta i bagagli nella hall e subito fa dietrofront, fra l'indignazione di lei e la mortificazione di lui. Il parco divertimenti, infatti, è vicino ma non abbastanza. Il complesso di appartamenti gestito da un dolcissimo Willem Dafoe ospita brutta gente, brutte storie. Gli sfrattati dalla vita che si arrangiano – facendo lavori a tempo determinato, truffando chi capita, spesso prostituendosi con i figli chiusi giusto nella stanza accanto – ed esistono ai margini delle strade a scorrimento veloce, del sogno di una America per turisti che non sanno o non vogliono guardare da vicino. Nell'equivalente delle nostre case popolari, gli ospiti di Dafoe – che non pagano puntuale, si azzuffano, lo invischiano in disastri grandi e piccoli – lasciano che d'estate i loro bambini scorazzino qui e lì. Mamme single, soprattutto, mamme adolescenti, con uomini che, richiusa in fretta la patta, sono scappati altrove. La Florida di Sean Beaker, di cui dopo questo gioiello indie mi toccherà rimediare il rimediabile, con la bella stagione diventa la terra dei più piccoli. Gelati condivisi, ché un po' lecco io e un po' lecchi tu; facciamo a gara a chi sputa più lontano, centrando magari la macchina parcheggiata nel vialetto e la sua proprietaria arrabbiatissima; diamoci ai cibi spazzatura, alle parolacce, agli atti di piromania, tanto è tutto un gioco, e non c'è pericolo alcuno. The Florida Project, con una fotografia che contempli con occhi grandi così, mostra le giornate di tre sboccate e adorabili canaglie a cui non si resiste – Brooklynn Prince in particolare è di una naturalezza straordinaria, in gesti e dialoghi che ho immaginato improvvisati al momento. L'estate non finisce mai, come i loro sei anni. Gli adulti non vegliano. Quando si accorgono di qualcosa, quando finalmente guardano, vorrebbero infervorarsi ma scoppiano a ridere davanti a quella tenerezza tanto sfacciata. Allo stesso modo, quando potrebbe farsi più furbo e pesante – non scordiamoci del degrado tutt'attorno, di educazioni pessime che mettono sul chi va là gli assistenti sociali –, Sean Baker sdrammatizza con il filtro di infanzie in presa diretta che, nonostante la durezza del contesto, mi hanno ricordato la magia di quella di Boyhood e un po' la mia. I piccoli di The Florida Project, che poi sono il suo tutto, sono limpidi e incorruttibili. Non dovrebbero diventare mai uomini. Perciò, se il dramma irrompe, si prendono per mano e corrono più veloce del pensiero di crescere allontanandosi. Ti porto via io, promettono, e puntano all'arcobaleno. A prendere l'oro nascosto in una pentola, stando alla leggenda. A uccidere i folletti che lo sorvegliano. A riprendersi l'infanzia che spetta a noi, bambini grandi. (8)

Si fa chiamare J. Così, con un punto netto alla fine. La protagonista di They rifiuta infatti generi e pronomi. A volte indossa vestitini a fiori, altre pinocchietti da maschiaccio. I capelli corti, un visino bello e indefinibile, un foglio sul comodino su cui appuntare se nel giorno in questione si sente maschio o femmina. Nel dubbio, lascia parlare di sé alla terza persona plurale: loro. Loro deve passare qualche giorno con la sorella e il fidanzato di lei, entrambi artisti, se mamma e papà sono via per badare a una zia che sta perdendo la memoria. Loro ha poco tempo per sospendere la cura ormonale che ne rallenta lo sviluppo e per scegliere, in presenza del suo dottore, chi e che cosa essere da grande. Non si può rimanere bambini per sempre? Senza nome di battesimo, senza età, senza sesso? L'iraniana Anahita Ghazvinizadadeh sceglie per il suo primo film americano una storia difficilissima, di crescita e identità, a cui per fortuna conferisce con tocchi essenziali la delicatezza di un cinema indipendente che sa come non appesantire. A una prima parte sommessa e poetica, in cui ho sentito quasi che avrei potuto amarlo, il film prodotto da Jane Campion sceglie di parlare doppiamente di pluralità. Da una parte, la confusione di una protagonista ancora incapace di dare confini alla propria anima e al proprio corpo. Dall'altra, nel secondo tempo, la coralità dell'accogliente famiglia iraniana del cognato di J., più vicina alle origini della regista che alle necessità di una storia che di scorci d'oriente, di volti in più, non aveva affatto bisogno. Discreto, prezioso, irrimediabilmente irrisolto, They è sospeso fra scelte, fra sentieri, come certi bei film da festival. Come certe sessualità. (6,5)

Vive a Londra. Ha amanti di una notte e via, mai innamorati da presentare ai parenti. Ha un buon lavoro in centro, ma minaccia di licenziarsi un giorno sì e l'altro pure. Vorrebbe mangiare meglio, andare a correre regolarmente, smettere di fumare. Non desidera che un po' di felicità. Non sto parlando di Bridget Jones. Il film porta il nome di un'altra: Daphne. Una trentunenne sempre di corsa, rossa e segaligna, allergica alle frecce di Cupido. Non crede all'amore, descritto come una malattia degenerativa. Nel finesettimana, non va a cena da una mamma che ha combattuto contro un tumore alla tiroide. L'energica protagonista interpretata da una Emily Beecham da tener d'occhio – mio fratello giura di essersi invaghito di lei negli episodi della sottovalutata Into the Badlands – è preda del senso di inquietudine di chi si è perso in una grande città e porta sulle spalle un'armatura pesante di indifferenza. La corazza si infrange non quando trova banalmente l'uomo giusto – ne incontra diversi, ma non è interessata a nessuno di loro –, ma assistendo suo malgrado a un atto di violenza. Una rapina finita male di cui raccontare il trauma a uno psicologo. Ma Daphne non sente niente, o così crede. Da bambina desiderava la morte dei genitori per essere un'orfana servita e riverita, da adulta spezza cuori senza neanche accorgersene. Meccanismi di difesa che me l'hanno resa umana, antipatica: simile a me in maniera esasperante, in giorni in cui non mi piaccio, no. Ci si aspettava, in generale, più brio. Più divertimento da una anti-eroina di oggi a metà tra l'incallita zitella della Fielding e la dissacrante protagonista di Fleabag. Realistico, quotidiano, Daphne sembra aprirsi tardi al gusto del sarcasmo britannico e alla mano tesa del prossimo. Amareggiando troppo, con la differenza tutt'altro che sottile che passa tra l'essere single e l'essere soli. (5,5)

Gli anni '50 di quel cinema intramontabile a cui Todd Haynes, con grazia esemplare, ama rifarsi. I colori pastello, tutti elegantissimi, una finestra in soggiorno da cui si scorgono la cura del giardino e la bandiere americana. A casa, davanti a un drink, si scambiano chiacchiere e confidenze intime Miss Fairytale e l'inseparabile amica Emerald. Discorsi da casalinghe di quel tempo, lontane dalla parità dei sessi. I mariti traditori e a volte violenti, il sogno di vivere in una commedia con la Day, scappare insieme come una versione retrò di Thelma e Louise. Per quel che vale, potrebbero essere la Moore e la Blanchett, la Davis e Kim Novak. L'ospite è Lucia Mascino, bravissima attrice teatrale. La padrona di casa, invece, un Filippo Timi en travesti. Che interpreta non un personaggio transessuale, ma una donna con le gonne a campana e la messa in piega. Che non rende acuta la voce con cui ha doppiato Tom Hardy in Nolan, eppure ci appare scena dopo scena un esilarante e bellissimo angelo del focolare. Con gli UFO avvistati nel suo ridente sobborgo statunitense, un cambiamento a cui abituarsi dall'oggi al domani, un omicidio a sangue freddo da pianificare con la fuga che naturalmente ne consegue. Sua complice, insieme alla Mascino, Lady: una subdola cagnetta bianca per cui ogni occasione è buona per imboccare la porta principale – per fortuna, la riportano a casa a turno tre aitanti gemelli monozigoti –, peccato soltanto sia imbalsamata. Trasposizione per il cinema di una pièce che Timi ha scritto e interpretato qualche anno fa – sì, uno dei migliori attori del panorama italiano, stimato dai registi più impegnati di casa nostra, ha in realtà un ingegno acuto e una sorprendente anima queer –, Favola è una commedia grottesca, nera, unica nel suo genere, che potrebbe trovare più di qualche difficoltà a imporsi in sala. Come far circolare questo delirio irresistibile di danze, amori impossibili e costumi sgargianti, se il surreale lo si accetta più a teatro? Come rinunciarci però? Applausi e risate in sala, per un'accoglienza sorprendentemente calorosa che ha inorgoglito e imbarazzato quel Timi seduto tre file davanti a me. Per la regia di Sebastiano Mauri, che gioca e stranisce, e che il teatro sa come metterlo in camera. Per la cornice finale, che dà una spiegazione a un nonsenso forse già appagante così. Per un piccolo grande cast di trasformisti, che ti invitano a mantenerti affamato e strano. (7,5)

mercoledì 18 ottobre 2017

Mr. Ciak: Ammore e Malavita, A Ghost Story, La signora dello zoo di Varsavia, This Beautiful Fantastic, The Hero

Al ramo paterno devo l'amore per il musical e la familiarità con l'accento campano. Si canta e si balla in molti dei film che rivedo più volentieri. Si parlava della Napoli sismica, invece, nella mia tesi di laurea. Al quadro generale, aggiungete che i Manetti Bros e il loro Coliandro sono i soli che mi spingono a sintonizzarmi sulla Rai in un giorno infrasettimanale. Sommate i tre fattori, aggiungeteci gli applausi a Venezia, e otterrete l'improbabile ma dirompente Ammore e Malavita. Un Gomorra rivisto e corretto, in cerca della nota giusta e di un briciolo di speranza. Nel musicarello napoletano di colpi di fulmine e pallottole volanti, ci sono: un piccolo boss che, come in 007, inscena la propria morte (lui è il solito Buccirosso, mentre la sua Lady Macbeth è una strepitosa Gerini, con un personaggio iconico come lo fu la Jessica di Viaggi di nozze); un'infermiera che sa più di quanto vorrebbe (Serena Rossi, troppo bella per essere soltanto la voce di Frozen); un sicario incaricato di metterla a tacere (Morelli, ormai attore feticcio, con poche parole, tanti proiettili e troppa matita sugli occhi), che nei ricci scuri di lei riconosce il primo amore. Ci si sfrega le mani. Si affilano i coltelli. Ci si scalda le ugole, ora con effetti esilaranti (Scampia Disco Dance, il rifacimento nostrano di What a Feeling) e ora con brividi a fior di pelle (l'emozionante Bang Bang). Restano il crimine, baci appassionati e rime baciate, risate che contagiano tutta la sala; una fiera aria da film di serie B (la regia è povera, scarna, e si poggia sulla praticità dei droni e la frenesia della telecamera a mano) a cui aggiungere idee bizzarre e perfetti equilibri biologici. Esperimento azzardato ma che centra il bersaglio, Ammore e Malavita è una sceneggiata kitsch, di buon cuore e belle speranze, dove l'amore è 'o vero l'unica redenzione (impossibile non sorridere leggendo i titoli di coda: durante le riprese, scopriamo, sono stati concepiti ben quattro bambini), ma non il solo di cui cantare. Tanto, a Napoli resta sempre il sole. (7)

Lui e lei si amano in questa casa che di notte scricchiola tutta, dal tetto alle fondamenta. Si sussurrano promesse a letto, accarezzandosi, e qualche volte li strappa dalle lenzuola il suono del pianoforte scordato. L'uomo muore. Prima di conoscere i loro nomi, prima di sapere quanto e da quanto si amassero. La donna riconosce il suo cadavere all'obitorio, lo seppellisce, poi va a casa e si ingozza con una torta lunga un piano sequenza. Vomita. Non sa che lui è lì, ma non può tenerle i capelli. Non sa che lui è lì, che la sfiora, eppure non ha dita. Casey Affleck si è alzato dal tavolo autoptico e ora si trascina impotente, con un lenzuolo bianco con due buchi per occhi, nei luoghi in cui ha trascorso la vita con Rooney Mara. Osserva, vaga, aspetta. Forse la luce in fondo al tunnel da seguire, oppure Dio. Forse il momento in cui lei andrà via senza di lui. Chi ci sarà allora da attendere? A Ghost Story, scritto e diretto da un David Lowery tornato alle proprie origini indie dopo la remunerativa parentesi Disney, è un limbo lento e concentrico sul non-senso della vita. Passato, presente e futuro sfociano l'uno nell'altro. La nostalgia infesta le stanze e le epoche, dà eterno tormento e turba il riposo. Melodramma beckettiano dalle suggestioni orrorifiche, a tratti potrebbe apparire troppo provocatorio per essere vero: un attore fresco di premio Oscar che recita con il volto coperto, dialoghi muti e il contrappunto da una colonna sonora da lacrime, sequenze interminabili in cui succede tutto ma non succede niente, uno strano 4:3 dai bordi smussati per formato. Nessuno può sapere che sotto un lenzuolo che evoca spauracchi e risate, attutita ma potente, c'è una tristezza che giorni dopo sto ancora metabolizzando. Il fantasma con la sindrome di abbandono, che non dà peso al tempo o al presentimento che l'amore sia l'ennesimo ectoplasma impalpabile, mi ha affranto e angosciato. Sotto il lenzuolo nessuno può vedere Affleck piangere. Domandare al vuoto cosmico che senso abbia questo suo esistere, e questo nostro resistere. Lui e lei devono amarsi ancora, oltre il qui e oltre l'ora. L'uomo è morto. La donna pure: dentro. Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi. (7,5)

Gli irreprensibili coniugi Zabinski sono i custodi dello zoo di Varsavia. Scoppia la Seconda guerra mondiale. Di giorno si fingono collaborazionisti. Di notte, al suono del pianoforte, si trasformano in reazionari. I custodi di elefanti e leoni diventano custodi di uomini. Nascondono gli ebrei nel seminterrato, sottraendoli al ghetto. The Zookeper's Wife (nei nostri cinema a novembre) inquadra la tragedia dell'olocausto da un punto di vista inedito. Si è sensibili alla durezza del tema, alle immagini degli animali sofferenti, allo splendore di Jessica Chastain – qui, con la grazia di una diva di altre epoche, è affiancata dall'attore rivelazione del belga Alabama Monroe e dal sempre convincente Bruhl, tedesco ferito nell'orgoglio. Ci sono una sottotrama spionistica, un ritratto di signora, la shoah vissuta in differita nella Polonia assediata. Chi troppo vuole nulla stringe? Il troppo stroppia? The Zookeper's Wife, elegante ma tutt'altro che memorabile, ne esce comunque discretamente. Sulla scia di Storia di una ladra di libri, è una bellissima vicenda ma un adattamento, a malincuore, più giusto che bello. Colpa di un montaggio indegno di una grande produzione, soprattutto in una parte conclusiva con l'acqua alla gola; di una scrittura attenta ai fatti – cinque anni condensati in due ore, con tutti i tagli del caso – e meno ai copioni delle sue punte di diamante. Chiamate poco, però, una vicenda che come il recente Lion emoziona a scatola chiusa. Chiamate poco la forza di una coppia che non scoppia, la purezza degli animali e la cattiveria degli uomini, la persistenza di una natura che resisterà a ogni scempio. (6,5)

Jessica Brown Findlay, orfana inglese che si arrangia come bibliotecaria in attesa di scrivere un romanzo tutto suo, è una ragazza strana e incantevole. Ha innumerevoli disturbi ossessivi compulsivi, e di nero ha i capi nel guardaroba e il pollice. Nemica giurata della natura, ha lasciato che sul retro di casa sua crescesse una piccola giungla. In This Beautiful Fantastic, commedia pastello a metà tra Il favoloso mondo di Amelie e Matilda, ha quattro settimane per trasformare quell'intrigo disordinato in un giardino. Il timore: essere sfrattata. A darle una mano e l'ispirazione necessaria, una ricca galleria di personaggi maschili: lo scorbutico vicino Wilkinson, il romantico inventore Irvine, il contesissimo factotum Andrew Scott. Sognante, dolcissimo e pieno di ingenuità (talora, spiace dirlo, imperdonabili), il film di Simon Aboud ha le pile di libri in salotto, i prodigi della natura e le regole di buon vicinato. La sua fiaba shaby chic a lieto fine, però, non è all'altezza di un titolo che parla di esagerata bellezza. Derivativa, curata, ma fredda e perfettina come solo un certo cinema inglese sa. Semina, sì, ma poco raccoglie. (5,5)

Una voce cavernosa. Baffoni grigi che sfidano la forza di gravità. Pubblicità ridicole, un tiro di erba buona e qualche riconoscimento di poco conto – commemorazioni, quasi, come se fosse già morto. Lee, vecchia gloria del cinema western, sta più di la che di qua: ha una fama in caduta libera, un cancro al pancreas e, in tanti anni di carriera, ha collezionato più errori che successi. Riuscirà a farne una giusta, nel poco tempo che resta? Qualcuno si prenderà a cuore la sua triste sorte? Un regista giovanissimo, che eppure intuisce e sa, cuce un dramma agrodolce su un anziano non così sprovveduto, non così docile, che si adatta alle forme spigolose di uno dei pochi superstiti di un mondo in estinzione – quello degli sceriffi e degli indiani, dei miti generazionali. Il settantatreenne Sam Elliott, una prescenza scenica straordinaria e un fascino che fa sincera invidia, ricerca allora il perdono della rancorosa figlia Krysten Ritter e, involontariamente, trova la tenerezza della bellissima Laura Prepon. E una ragione per risalire la cresta dell'onda? E il coraggio, da vero eroe qual è stato, di vincere la paura dell'ospedale e dell'abbandono? Il suo post scriptum da indirizzare all'attenzione del notaio suona ironico, parzialmente autobiografico, un po' commovente. Come tipico di quei vecchini burberi che si fanno volere bene proprio per il loro opporre strenua resistenza. Come succede quando una sgarbata Hollywood fa in fretta piazza pulita: vedasi il reinventarsi secondo Bojack Horseman. Come piace accada nel bel mezzo di quegli amori alternativi, asessuati, parlatissimi, che prevedono passeggiate sul bagnasciuga e le confidenze più intime. (6,5)

sabato 26 agosto 2017

Mr. Ciak: Metti una sera su Netflix #2

La mia ignoranza si fa sentire in casi come questo. Death Note, storico manga già oggetto di diversi adattamenti in patria, scopre l'America. Tutti i personaggi perdono gli occhi a mandorla e, si intuisce, gran parte del carisma; qualcuno cambia colore della pelle o connotati. Resta la storia di Light, liceale ai margini con una rabbia a cui dar voce e un quaderno piovuto dal cielo. Pagine vuote da riempire con sangue e inchiostro: i nomi dei suoi nemici in sequenza, e la loro morte nei piani – a consigliarlo, un demone ghiotto di mele e una coetanea senza senso della misura. Quanto ci vuole a passare dalla parte del torto? A trasformare un'occasione di far del bene (in lista, infatti, bulli, assassini e terroristi) in un massacro? Ci si domanda lo stesso nell'adattamento firmato dal buon Adam Wingard, regista horror già apprezzatissimo in You're Next e The Guest. In quale momento, precisamente, questo Death Note spreca il suo potenziale? Dal divano mio fratello, fan di lunga data, sottolinea il fascino delle atmosfere – spesso rovinate però dai toni troppo teen, dalla troppa bontà del Light di Nat Wolff – e l'ingiustificato stravolgimento di alcuni comprimari (L e Mia). Il protagonista e la sua ragazza pon-pon, fidanzatini diabolici assetati e poi prosciugati dal loro stesso senso di onnipotenza, alimentano la leggenda di Kira e fanno proseliti. Sfugge la conta delle vittime, il senso dello loro azioni, e in un attimo passano da nerd medi a geni del crimine; da buoni a cattivi. Mancano le sfumature, la coerenza degli snodi, un po' di sana crudeltà, ma sullo sfondo restano le luci al neon di una Seattle notturna e un'idea di cui, anche da profani, si colgono comunque risorse e lacune. Videoclip vertiginoso e splatter, Death Note non mi è parso il disastro annunciato, benché ridotto all'osso. Il pilot ideale, piuttosto, di una serie di cui non mi dispiacerebbe assistere agli sviluppi; un prodotto supereroistico con il fardello del Signore degli anelli e la dannazione di Chronicle, alla ricerca di qualche torsolo sgranocchiato e del marcio. Basta poco a graziare il look psichedelico, la colonna sonora anni '80 e l'indiscusso buon gusto di Wingard; a lasciare bianca, con buona pace degli estimatori, l'ultima pagina del diario di Ryuk. (5,5)

Un futuro distopico. Seduti a un banco, con cinghie di contenimento e museruola, ci sono bambini che non sono quello che sembrano. Zombie di seconda generazione, hanno una coscienza e una minima speranza di essere rieducati. Melanie sembra diversa dagli altri. Ha tante domande e attimi di tenerezza. Trattiene la fame come può. In La ragazza che sapeva troppo, tratto dal best-seller di Mike Carey, una Matilda infetta si affeziona alla maestra Gemma Arterton. Mi sarei aspettato uno sviluppo lento, melodrammatico, nello stile di Maggie. Il film, presentato in anteprima al Festival di Locarno, ha invece un incipit vincente e uno sviluppo decisamente canonico, da survival – una fuga dalla classica orda di morti viventi, l'arrivo in una città invasa dalla vegetazione. Li aiuta Melanie, l'eccezione alla regola. Ma, come da titolo, la bambina sa troppo. Ha prestato un'esagerata attenzione al mito di Pandora e nell'epilogo che risolleva le sorti di una storia altrimenti già nota, decisamente inaspettato, ci lascia con una morale che non ha nulla di consolatorio. Qual è la differenza tra uomini e mostri? Nasciamo cattivi? Possiamo forse rinnegare la nostra natura? La ragazza che sapeva troppo è un horror non imprescibile, ma coerente. Né spaventoso né ributtante – ha però riusciti effetti speciali artigianali e tocchi splatter, con tanto di infanticidi –, ma capace di qualche buono spunto di riflessione e di una svolta shock. L'idea si perde a metà ma, per fortuna, si ritrova alla fine. E non ti molla più. (6,5)

Adam ha un solido gruppo di migliori amici e un segreto. Alla vigilia del suo compleanno, si dichiara gay davanti alla sua cricca in gran completo. L'imbarazzo e, infine, l'accettazione: Adam è quello di sempre, ma sono gli altri ad aver bisogno di tempo e aiuto per metabolizzare l'accaduto e spingerlo finalmente fuori dal suo armadio. 4thMan Out, pellicola indie che mi ha fatto compagnia in una sera di noia e di Netflix, è il buddy movie che non ti aspetti. Contro i cliché, il film parla di un ragazzo troppo rude per la comunità omosessuale e troppo poco, d'un tratto, per le serate passate a giocare a poker. Decidere di vuotare il sacco con chi ha condiviso l'adolescenza e trova, dall'altra parte, cuori tolleranti ma sospettosi. Tutti i gay sognano di convertire gli etero convinti? Tutti i gay, soprattutto, si somigliano e si pigliano? Tra momenti di toccante coesione e divertenti fraintendimenti, 4th Man Out e il suo buon cast televisivo – accanto al semiesordiente Evan Todd, Parker Young (Imposters) e Chord Overstreet (Glee) – alleggeriscono l'anima e propongono una storia d'amicizia pura, virile, che vince gli appuntamenti tragicomici, gli approcci azzardati e qualsiasi pregiudizio. (7)

Ned frequenta un collegio in cui è il capro espiatorio perfetto. Brama l'anonimato, ma gli assegnano come compagno di stanza un ragazzo che non passa inosservato: l'ultimo arrivato, astro nascente dello sport, condivide assieme a lui pochi metri quadri e, inevitabilmente, punta anche su di lui un po' le luci dei riflettori. A stretto contatto, diventerà il suo peggiore aguzzino? Il bel diavolo della commedia dell'irlandese John Butler ha più di qualche scheletro nell'armadio e tanta voglia di fare amicizia. Non bastano le barricate issate da Ned al centro della stanza. Non basta quel che dice la gente. Complice l'illuminato insegnante del sempre ottimo Andrew Scott, i due prestano voce e chitarra a un'esibizione musicale. Mostrando che in quella scuola non si vive di solo rugby. E che i legami si formano, anche quando opponi resistenza. Film piccolo, educato, ironico nella maniera vincente dei britannici, Handsome Devil aveva belle medie e le carte in regola per essere un bel romanzo di formazione. La memorabilità non è dietro l'angolo. La visione scorre fin troppo veloce, però racconta con delicatezza e qualche colpo di scena la sfida all'omologazione, i manrovesci al bullismo, l'infondatezza delle prime impressioni. Nonostante lo spirito, nonostante gli accenti e i volti giusti, non è né Billy ElliotPride. Però l'ho visto in una di quelle sere in solitaria con il mondo contro, e ai titoli di coda sorridevo tra me e me. Di Handsome Devil dirò che ha troppa carne al fuoco e poco impeto, ma fa star meglio, e tant'è. (6,5)

Il mese di prova con Netflix funziona così. Ti studi il menu, dai un'occhiata alle copertine e, se la noia ha la meglio, di trovi a guardare un film messicano sul cui poster c'è la Karla Souza di How to get away with murder, troppo svestita per passare oltre. Il titolo suona improponibile, ma è una traduzione filologica dallo spagnolo: il cattivo gusto, a sorpresa, non è quindi dei titolisti italiani. Che colpa ne ha il bambino? è Una notte da leoni senza anticoncezionali. La protagonista finisce a letto con uno sconosciuto. Lei è impegnata, snob, ricca di famiglia. Lui fa ancora il liceo e vive con una mamma grottesca. I genitori di Maru rumoreggiano, ma acconsentono a un matrimonio riparatore. L'unione è un contratto. I due alleveranno il nascituro, ma separati. Non vi dico cosa succede: si sa. Il copione, però, ha in serbo nella culla un colpo di scena che spiazza; due protagonisti teneri e naturali; comprimari esilaranti, tra padrini erotomani e autisti galanti. Che colpa ne ha il bambino? è la solita storia, ma importata dall'angolo d'America sbagliato; più scollacciata e adorabile del previsto. E, titolo a parte, colpe non ha. (6)

Coppia di liceali scoppia alla notizia che lei, riottosa quando si parla di dormire insieme, ha diciassette anni e già un passato promiscuo (all'asilo infantile, insomma, sesso droga e rock 'n roll). Lui, amareggiato e in astinenza, finisce a letto per ripicca con un una sconosciuta. Holly ha una casa enorme, tanti segreti, nessuna inibizione: da copione, è una pazza furiosa. Rivelerà la loro tresca? Messa alle strette, farà perfino di peggio? You get me, produzione originale Netflix, originale proprio non è. Teen thriller trash, telefonatissimo, da seguire a cervello spento, ha una regia da videoclip, un dignitoso trio di bei ragazzi (la stalker di turno è l'ex teen idol Bella Thorne, che compensa con un indiscreto sex appeal alle pose da “cagna maledetta”). La cattiva sgambetta in mutandine in corridoio, pistola alla mano; qualcuno è a rischio, ma ci si fa soltanto male un po'. L'Attrazione fatale al tempo dello streaming ha uno spunto che si è abbondantemente esaurito vent'anni fa, ma comunque non spiace. In biancheria a bordo piscina, inutile, involontariamente divertente. Un intrattenimento usa e getta, sulla blanda vendetta di fanciulle sedotte e abbandonate. (4,5)

sabato 3 dicembre 2016

I ♥ Telefilm: The Young Pope, Fleabag, You're the Worst - Stagione 3

Il Papa giovane conquistava, con l'angelus in apertura in cui si schierava a favore dell'aborto e delle unioni civili. Ma era solo il sogno ad occhi aperti di un quarantenne capitato per caso sul soglio pontificio. Pedina manovrabile, si rivelava poi un osso duro. Bello come Gesù, non si concedeva ai fotografi. Previdente, raccoglieva confessioni nerissime per ricatti e tornaconti personali. Il colpo di testa iniziale era solo lavoro d'immaginazione: e il resto? Lenny Belardo è un santo o un diavolo? Il suo pontificato è una farsa? Sorrentino ci è o ci fa? The Young Pope ha un inizio sorprendente, soprattutto se i manierismi e i vezzi del nostro regista poco li si tollera. Prende un sulfureo Jude Law, attore non più sulla cresta dell'onda, e lo consacra. Prende la Chiesa Cattolica, istituzione di dubbia limpidezza, e ne scandaglia i meccanismi segreti. Tutt'intorno, personaggi che il nostro Papa lo allisciano e lo sabotano: Diane Keaton, guida spirituale che sostituisce una figura materna latitante; uno strepitoso Silvio Orlando, più interessato alla formazione del Napoli che al suo gregge; le biondissime Cécile De France e Ludivine Sagnier, la prima scaltra addetta stampa e la seconda moglie di una guardia svizzera; Javier Càmara, a New York per incastrare chi la Chiesa la infanga commettendo violenza, e uno Scott Shepherd che in Honduras fa vita lussuriosa. Un cast in forma smagliante e un perfetto capomastro, eppure spesso fa capolino il Sorrentino che non capisco: se la vestizione di Lenny con I'm sexy and I know it in sottofondo ha del geniale, se Nada ringrazia per un suo pezzo passato inosservato e rispolverato qui dall'accorto regista campano, meno riconoscenza e meno stupore vanno a una scrittura fiume che, al solito, sconfina qui e lì nel kitsch. Mi sono parse ridicole – non so se volontariamente o non – le tresche di Dussolier con la conturbante consorte di un immaginario narcotrafficante; si arriva alle puntate conclusive, purtroppo non all'altezza delle prime, curiosi e un po' stanchi. Paolo Sorrentino non perde la sua infondondibile cifra stilistica: qualcuno se ne rallegra, io non troppo. Impossibile però, pur avendo storto a tratti il naso e nutrendo più dubbi sul suo finale che sull'esistenza dello stesso Dio, non riconoscergli innumerevoli meriti: monologhi e dialoghi potentissimi, quando non abbondano i silenzi o le canzoni pop; una direzione impeccabile e il coraggio dei folli; memorabili scene madri (la preghiera silenziosa sul fondo di una piscina, o quella tra il rombare dei camion). L'egocentrico Sorrentino racconta l'umanità di un Pontefice che somiglia un po' a Bergoglio, un po' a Luciani, un po' a Ratzinger, ma The Young Pope è tale e quale a lui: supponente, misantropo, strabordante. Crederci è un atto di fede. Non apprezzarlo – soprattutto se in dieci ore complessive, da spettatori profani, c'era da temere maggiori stranezze – è peccato mortale. The Young Pope non ha convertito appieno uno scettico come me - se si parla di religione, se si parla di presunto cinema d'autore. Ma nonostante i nostri reciproci peccati - ermetico lui, in compagnia di un fondatissimo pregiudizio io – è gaudio e tripudio per il controverso Pio XIII. (7,5)

La protagonista senza nome è una trentenne non particolarmente fortunata in una Londra non particolarmente ospitale. Proprietaria di un bar la cui attrazione principale è un porcellino d'india, abbandonata da una socia in affari morta suicida, la ragazza – single, anaffettiva, sarcastica – si dipana tra relazioni di una notte e via, imbarazzanti cene in famiglia, tentativi disperati di salvare dal fallimento quell'attività in cui ha investito tempo e speranze. Poco appariscente, sempre su piazza, accoglie nel proprio letto amanti occasionali che, dopo la sveltina, hanno sempre di meglio da fare. Sua sorella, madre di famiglia, al contrario, è la perfetta donna di casa. Fleabag è immatura e sola, ma ci ride su. Si concede e non pensa al futuro. Nei suoi sguardi in camera, tanta simpatia ma un fondo d'amarezza. Sboccata, leggera, irresponsabile, ci apre per venti minuti a settimana le porte della sua vita a un bivio. E fa morire dal ridere, con l'umorismo nero di Catastrophe e gli spunti di un Girls londinese, ma c'è altro. Tra siparietti e amplessi, il pensiero fisso all'amica scomparsa. C'è un segreto, un dolore, che la protagonista tiene infatti per sé. Fleabag potrebbe essere la comedy rivelazione di questo 2016. Ha un'ironia che adoro, un formato che non annoia e, soprattutto, una protagonista perfetta. La giovanissima Phoebe Waller-Bridge, anche autrice, ha un viso davanti al quale è impossibile restare seri: anche affascinante a modo suo, con un accento che rende perfino i brutti anatroccoli irresistibili, ha un'espressività – penso a Rowan Atkinson, a Leslie Nielesen – straordinaria. Purtroppo, sei episodi son pochi. E finisce senza che tu te ne accorga, quasi. La settimana successiva ero lì che, invano, ne aspettavo un altro. In attesa che la Waller-Bridge ritorni, con il suo trucco a pezzi e la sua tragicomica vita privata, con un segreto messo finalmente a nudo, si aguzzano le orecchie in attesa di un ronzio. Chi avrebbe mai detto che avrei aspettato con tale impazienza l'arrivo di una dolce parassita? (7)

Nella miriade di comedy che ho sedotto e abbandonato, You're the worst – che eppure parla di due amanti allergici alla serietà, alla relazioni a lungo termine – ha avuto un destino ben diverso. Mi fa compagnia da tre anni. La prima stagione, sexy e innovativa, era una commedia rosa che abbracciava un intero spettro di colori. La seconda, più riflessiva, mostrava i protagonisti a un bivio: si rimaneva amici di letto anche nella cattiva sorte? Si finiva con un ti amo, quella volta lì; con la voglia di non scappare a gambe levate dall'altra parte. Jimmy e Gretchen sono tornati con l'estate che finiva. Con loro, un Edgar che tenta la strada dello youtuber e cura i suoi traumi di guerra con la scusa della marijuana terapeutica; una Lindsday sempre irresponsabile e svampita che, in dolce attesa, si riprende il vecchio marito e propone di aprire la camera da letto a un terzo incomodo. Jimmy, romanziere dall'eterno blocco, scrive recuperando il tempo sprecato: l'improvvisa morte del padre, uomo profondamente odiato, da una parte lo motiva e dall'altra gli dà nuove rogne. Voleva diventare autore di best-seller e trasferirsi in America solo per fargli un dispetto? Gretchen, in cura da un'analista a cui rivolge insulti su insulti, uscita dal baratro, prova a essere una buona compagna e un'amica affidabile: difficile, se non addirittura impossibile, abbandonare il suo sregolato, consolidato modus vivendi. Stessa squadra vincente, stesso umorismo pungente, meno ammiccamenti e più responsabilità in ballo. Ma questo nuovo appuntamento con You're the worst, nonostante i suoi tredici episodi complessivi, non porta purtroppo a nuove svolte. Si sorride e, qui e lì, se gli episodi contemplano le vicessitudini di personaggi secondari che poco abbiamo a cuore, li si salta per noia. L'inglesino Chris Geere e l'adorabile Aya Cash non maturano, eludendo per il terzo anno consecutivo doveri e scadenze. Quando si passa da impegnati a fidanzati ufficialmente? Quando si cresce? Se non si va né avanti né indietro, perché allora non ci si lascia per sempre? La serie di Stephen Falk resta realistica, cinica, brillante. Nel male, la solita. (6)

venerdì 18 novembre 2016

Mr. Ciak: Florence Foster Jenkins, Bridget Jones's Baby, Sausage Party, Ouija - L'origine del male

Una ricca ereditiera col pallino del bel canto si esibisce in sale pienissime. Il pubblico la adora, e lei si dà a inchini e virtuosismi sotto le luci della ribalta. O almeno così pensa. In realtà ha il solo primato di essere la cantante più stonata al mondo. Lei non lo saprà mai, forse. A proteggerla, una schiera di lacchè e portaborse che pendono dalle sue labbra, corrompono i detrattori, si affezionano la platea con lauti assegni. La donna non deve pensare che al trucco coprente, al sorriso bianco, alla parrucca ben fissata. Giusto ingannarla, e giusto ingannarsi? Florence Foster Jenkins è una commedia sofisticata che ha tanto in comune con l'ultimo Allen passato in sala: la cornice, finemente intarsiata; i lustrini e i caffè; quegli anni '30 che erano precarietà e fumo. Tutto è illusione e, se non ci risvegliano dai sogni di gloria i bombardamenti o una malattia debilitante, è un nulla mettere a tacere i malparlieri. Sembra sciocca a prima vista: vanagloriosa, sgolata, infantile. Non si accorge che i suoi acuti disturbano il sonno del mio gatto. Non sa che ridiamo fino a farci venire il mal di pancia, e di lei. Va per i sessanta, da cinquanta convive con la sifilide, da venticinque ha sposato un attore inglese senza arte né parte che alle sue spalle ha un'altra compagna. Derisa di nascosto, ma protetta sotto una campana di vetro, Florence fa sì che subentri presto un nuovo sentimento, la compassione; infine la tristezza. Per una bugia fragilissima. Per una missione – spalleggiarla tacitamente -, che si trasforma in amore. A mettersi in gioco, senza paura e rischio di cadere nel ridicolo, una Streep verso cui sembra inutile spendere aggettivi di troppo: sotto il mascherone gaudente, una donna circuita, dolorante, abbandonata. A sorpresa, però, Florence Foster Jenkins non è lo show in solitaria preannunciato. Questa Streep meno d'impaccio permette l'affastellarsi tutt'intorno di una serie di figure che si curano di starle al passo: un maturo Hugh Grant, marito opportunista ma premuroso; l'esilarante pianista di Simon Helberg, le cui espressioni di sgomento dicono più di mille parole. E, sempre a sorpresa, il leggerissimo Florence Foster Jenkins leggero non è lo così tanto. Gli strilli sono esagerati, le facce e i gesti ricordano la slapstick comedy, ma se dirige il premiato Stephen Frears – garanzia di classe e giusta misura, qui vicinissimo ai toni di Lady Handerson presenta – la farsa avrà un retrogusto amaro. Metterà profonda tristezza. Il regno di giullari e stornelli della trasognata Florence, tutta felice con il suo trono di ovatta e la corona di carta stagnola, non è per sempre. (7)

La single delle single è tornata. “Di nuovo?”, uno dice, ricordando un trascurabile secondo capitolo e non celando un moto d'insofferenza verso quei sequel che, su carta, sembrano fuori tempo massimo. Qualcosa è cambiato: Helen Fielding ha dato alle stampe un romanzo in cui Darcy tirava malauguratamente la cuoia e l'espressiva Renée Zellweger si è allontanata dalle scene, cedendo al fascino del chirurgo. Tanta acqua è passata sotto i ponti, e l'idea di una pellicola conclusiva ha fatto infiniti vai e vieni in casa Miramax. Saprete che l'eroina dei primi anni Duemila è più magra, più tirata, più confusa del solito. Ormai quarantenne, messa in allerta dall'orologio biologico e a tappeto dagli aperitivi, ha passato due notti di fuoco di fila: una con l'americano Patrick Dempsey, milionario dal cuore d'oro che ha sostituito Hugh Grant, qui assente giustificato; un'altra con Colin Firth, che per Bridget resta un tasto dolente. La coppia felice, infatti, è scoppiata. Al cinema si resuscita l'amatissimo Darcy, facendo carta straccia di quel terzo romanzo così avversato in rete, e la protagonista è in dolce attesa. Ma di chi? Ci si riprova e, tra grasse risate, poligoni sentimentali e dilemmi, questa Bridget rivista e corretta sorprende con uno dei pochi sequel in grado di rivaleggiare per ironia e leggerezza con il capostipite. Bridget Jones's Baby non ricicla situazioni e non snatura i suoi personaggi: accanto allo scoppiettante trio - che non risente dell'assenza di Grant, né di quel ritocchino a cui tocca giusto fare gli occhi -, regalano spunti comici la ginecologa della Thompson e la sboccata conduttrice Miranda. I test del DNA si fanno in diretta tivù, l'epilogo sarà agrodolce per uno degli aspiranti genitori, la visione di una mamma con due papà confonderà i benpensanti. La femminista Bridget sta al passo. Scambia la struggente All by my self per un pezzo tutto da ballare nella sua mansardina solitaria, vede i suoi amici omosessuali parlare d'adozione e, in ufficio, assiste a tagli netti con la scusa del rinnovo generazionale. Lei, quindici anni e un dimenticabile capitolo centrale dopo, è ancora sul pezzo, anche se la vanità ha rischiato di intaccarne la simpatia. E, maestra nell'arte di arrangiarsi e di figuracce, trasforma un prodotto dato per spacciato, così, in un intrattenimento perfetto. I nodi vengono al pettine; ci si scopre non troppo stravolti; si ride rumorosamente, non sbugiardando l'umorismo british. (7)

Frank e Brenda si amano follemente. Prigionieri, aspettano la libertà. Siamo in un supermercato popoloso, colorato, libertino, e gli innamorati ostacolati in questione sono una salsiccia e un panino: fior di metafora. Lui in una confezione, lei in un'altra, sperano di unirsi nel momento in cui un acquirente qualunque li metterà nel carrello. Oltre le porte automatiche immaginano il paradiso. Presto, tuttavia, scopriranno di essere stati ingannati: il loro destino è essere mangiati in un solo boccone da americani a un passo dall'obesità che se ne fregano di carboidrati e veganesimo. Riusciranno a ribellarsi? Se l'incensato Inside Out mostrava cosa accade alle emozioni di una bambina che cresce, l'incensurato Sausage Party si fa carico di un intento altrettanto nobile: quant'è triste, ditemi un po', l'avvenire di prodotti alimentari e beni di prima necessità, a un passo dalla "strage" del quattro luglio? Tra le corsie di un supermercato come non l'avete mai visto prima, due moderni Romeo e Giulietta, minacciati da un'antagonista d'eccezione – la perfida Lavanda vaginale, ferita nell'orgoglio –, affrontano sconvenienti triangoli sentimentali, avventure e tabù. Nel mirino: cibi spazzatura, vegetariani e bigotti benpensanti. Nonostante già a scatola chiusa le idee di Sausage Party apparissero totalmente folli, con allusioni e doppi sensi che disconoscevano qualsiasi pudicizia o senso del decoro, il cartone animato vietato ai minori rivela nel suo strabordante e sconclusionato epilogo l'irresistibile morbosità dei suoi autori, nonché gli intossicanti ingredienti dell'impasto. C'è anche qui l'olio di palma, chiederanno le mamme preoccupate? Con lo zampino dei soliti Seth Rogen e Evan Goldberg, dove la volgarità non ha misura e alle grassissime risate non c'è freno, tra ammucchiate equivoche e carneficine, la corretta alimentazione è l'ultima cosa di cui preoccuparsi. Da questo orgiastico banchetto animato, in cui non so se il genio o l'idiozia prevalga, si astengano dunque pargoli e animi delicati. (6,5)

La famiglia Zander è composta da sole donne: una madre e due figlie che sbarcano il lunario leggendo le carte e dando agli acquirenti l'illusione di parlare coi cari estinti. Un po' ciarlatane e un po' filantrope, si muovono nella sgargiante Los Angeles degli anni '60 in cui, sulla scia delle mode, arrivano le prime tavolette ouija. Un altro trucco per i loro show, finché la piccola di casa non dimostra che c'è vita oltre la morte. Ricettacolo di voci e spiriti, canale del male, Doris preoccuperà tutti con i suoi segni di squilibrio interiore. Rendendo infernale la convivenza e autentica l'attività di famiglia. Due anni fa, arrivava in sala Ouija. A memoria, tra i film più brutti e inutili della sua annata. Storia di possessioni spiritiche e magioni infestate di cui non serbo ricordi dettagliati, figuriamoci rancore, ha avuto presto il suo immancabile seguito. A fargli dare una seconda chance, la regia di Mike Flanagan: giovane regista che, accanto a James Wan, è tra i freschi nomi di punta in materia di brividi e spauracchi in poltrona. Se l'autore di Sinister e The Conjuring, però, ha da tempo trovato una propria cifra stilistica – il secondo capitolo ispirato alle indagini dei coniugi Warren, ad esempio, è un gioiellino di buon gusto -, lo stesso non può dirsi del collega. Promettentissimo su carta, ma in cerca del film della svolta. L'origine del male non è la possibilità che Flanagan aspettava, tradizionale e lontano dalla memorabilità com'è; con a mente gli sbadigli e gli scivoloni del capostipite, che si prestava alla facile ironia e alle stroncature secche, è impossibile non riconoscergli, però, pregi lapalissiani. Non li si cerca di certo nella trama: intreccio convenzionale, che prevede agenti immobilari inaffidabili, case dal passato oscuro, bambine demoniache sensibili al male e finali coi puntini di sospensione annessi. Ma quella padronanza, quella tecnica a cui mancano ancora le viscere e il cuore, fa la sostanziale differenza. L'origine del male è tanto classico, troppo, ma lì stanno i pro: una confezione elegantissima, ambientazioni retrò, colori pastello con innesti noir. Trascurabile, va da sé, ma affascinante. Anche se l'occhio attento e vanesio indugerà sulla bellezza, trascurando sbavature minime e mostri conosciuti. (6)

giovedì 4 agosto 2016

I ♥ Telefilm: Preacher | Stag

Jesse Custer è un pastore per caso, in un Texas che sembra il deserto del Sahara. Climi bollenti, sabbia e sale negli occhi, atmosfere sonnacchiose. Turbolento è il suo gregge, però, così come il suo passato: come ci è finito uno come lui, che ha il fisico da bullo e precedenti per rapina a mano armata, a guidare le anime di una comunità non così tranquilla, non così affidabile? All'inizio, sono le piccole cose a rendere pepata una professione tra le più rigorose: i pettegolezzi nelle confessioni, gli scandali in miniatura, gli sporchi segreti delle vite degli altri. Poi, nel mondo, succedono stranezze su stranezze. E pastori come lui, di qualsiasi religione siano, muoiono per autocombustione: una forza misteriosa ha provato a entrare in loro e, trovando la porta chiusa, patapam, li ha fatti esplodere in tanti grovigli di sangue e interiora. Questa forza, che viene chiamata Genesis, in Jesse riesce a mettere le radici, però. Il potere lo rende coscienzioso, ricercato e dannatamente persuasivo. Qualsiasi cosa dica è un ordine a cui è impossibile sottrarsi: che badasse bene alle parole da usare, nei suoi sermoni, perciò. Condannare alla sofferenza eterna uno sprovveduto è questione di un attimo! Ma ha come una freccia luminescente sulla testa e, in breve, la cittadina accoglie turisti sgraditi: malintenzionati, angeli custodi, creature paranormali. Ed ecco che si rivede Tulip, sua focosa ex, e che l'irresistibile vampiro Cassidy decide di nominarsi suo migliore amico ad honorem. Dio latita, ma c'è chi vuole restaurare l'ordine al posto suo. E saranno bombe atomiche, rivelazioni da antico testamento, fulmini e saette. Sangue: copioso. Volgarità e parentesi grottesche: chi ne ha più ne metta. Fantasia: sempre. Noia: nei primi episodi, dunque raramente. Ispirato a un celebre fumetto che tutti hanno letto tranne il sottoscritto, Preacher è la serie che in tanti aspettavano, in questa estate piatta in sala e iperattiva in TV. Popolosa, scorretta e vagamente blasfema, è un'esperienza mistica – realizzata con il beneplacito del simpatico Seth Rogen, che ne ha diretto anche qualche puntata – coi suoi alti e bassi. Mi è piaciuta, e pure tanto, a scoppio ritardato. Pare, infatti, faccia liberamente da prequel al fumetto. Disturbava i fan veri. Mandava in confusione me – ma talora, vuoi la colonna sonora bellissima e le ispirate invettive di Cassidy contro il sopravvalutato cinema dei Fratelli Coen, anche in brodo di giuggiole. A mancargli, i peli sulla lingua, i freni, l'equilibrio. E quanti sbadigli nell'assistere ai piani di un sindaco mefistofelico e nel guardare, scettici, i flashback (che però flashback non sono) su un cowboy del selvaggio West, che non si capisce bene che ci faccia lì? La scelta di restargli fedele, nonostante tutto, è per le atmosfere con cui già andavo a nozze ai tempi di quel True Blood rovinatosi poi strada facendo; le prove perfette del fichissimo Dominic Cooper, del suo iconico socio irlandese, Joseph Gilgun, e della graziosa Ruth Negga, in odore di Oscar, stando ai più, per Loving; il calderone ribollente di intenzioni e le risse da bettola. Preacher è un pasticcio. Un oggetto non identificato che cade in una latta di vernice rosso sangue e crea schizzi ovunque: su pareti, pavimenti e, perfino, il soffitto. I ferventi cattolici scalpiteranno. I vicini si lamenteranno per gli schiamazzi. La certezza che tutto sia una prova per la stagione che seguirà e i comportamenti scriteriati – ci vuole coraggio da leoni a convocare l'Altissimo in videochat - fanno da garante, però, per un futuro pellegrinaggio tra catastrofi, macchine ruggenti, inferno, paradiso e circondario. (7)

Londinesi a flotte nell'uggiosa ma affascinante Glasgow per il matrimonio del loro amico del cuore. Il loro collante convola a nozze e sono invitati tutti. Anche, loro malgrado, il fratello della futura sposa: timido, impettito, fuori posto, con lo smoking ben stirato e la faccia da suola. Sarà la compagnia ideale per darsi a bevute – con rutto libero incluso – nei pub scozzesi? Imbraccerà come si deve il fucile, nella tradizionale caccia al cervo? La compagnia, affiatata dopo anni e anni di scorribande, sa divertirsi, ma l'idea di partenza – la battuta di caccia – va in malora, quando li coglie di sorpresa la tempesta prima, la violenza del prossimo poi. Mimetizzato nei boschi, c'è un assassino dalla mira impeccabile. E loro, da cacciatori, diventano in fretta prede. Cronaca di un tranquillo weekend di nuvole temporalesche e paura, Stag è una miniserie BBC in tre parti che si pone come un faccia a faccia, parzialmente vincente tra l'altro, tra The Hangover e Dieci piccoli indiani. Sanguinaria commedia gialla, tira fuori dal cilindro qualche omicidio ben orchestrato, i colpi di scena più o meno a sorpresa dell'epilogo e un'eccellente compagnia di interpreti. Un po' seria e un po' sarcastica. Il resto lo fanno i sinistri spettacoli naturali e l'umorismo nero all'inglese, verso la cui scorrettezza (non scordiamoci, però, la loro perfetta idiozia ingiustificata) ho un noto debole. Dopo essere scampati a una mina, perciò, qualcuno deciderà di festeggiare saltellando e, oplà, salterà in aria ugualmente; il protagonista indosserà per tre ore una tuta rosa e acrilica a forma di alce; i moventi, conditi dall'ironia, non saranno tra i più inattaccabili. Stag, che tra me e me pensavo potesse essere una di quelle serie a sorpresa, sbucate dal nulla, è invece un intrattenimento piacevole ma che non lascia lunghi strascichi. Una gita nel verde fine a se stessa, in cui si trovano a colpo sicuro risate passeggere, misteri grandi e piccoli, testimoni di nozze sui generis e una chiusa che, davanti a un twist di troppo che stroppia, lì per lì, lascia confusi. Serve mandare indietro veloce, leggere le interpretazioni sui Social, per chiarirsi le idee. E qualcosa va al proprio posto, così, e qualcosa no. Come dopo una notte di bagordi di cui si conservano flash, indizi e cerchi alla testa. E nei vuoti di memoria, profondi come tombe, ecco che ci scappa il morto. (6,5)