Visualizzazione post con etichetta Dear Old Mr. Ciak. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dear Old Mr. Ciak. Mostra tutti i post

lunedì 7 ottobre 2019

Dear Old Mr. Lynch: Mulholland Drive, Velluto blu, Strade perdute, The Elephant Man, Una storia vera

[2001] Stando alla critica è il miglior film d’inizio millennio. In rete abbondavano i frame, le lodi, le spiegazioni, e al solito non mi sentivo all’altezza del recupero. Avrei capito anch’io la grandezza di Mulholland Drive o, come successo con Twin Peaks, sarei stato troppo confuso per dire la mia? Per quanto popoloso di figure grottesche e cospiratorie, degne di un romanzo hard boiled con sprezzo del kitsch, il capolavoro di David Lynch risulta sorprendentemente lineare e coerente nei primi novanta minuti. Mi ha messo a suo agio così. Ci sono un’attrice di provincia in cerca di fama e una sconosciuta senza identità che, forse, proprio a causa di quella stessa fama si è bruciata. Accanto a loro, un regista costretto a obbedire alle manipolazioni dei produttori, che dall’alto gli impongono la stella del suo ultimo lavoro. Tutt’intorno, appare indispensabile una selva tragicomica di sicari pasticcioni, cowboy sibillini, inquietanti compagni di posto e clochard che fanno saltare lo spettatore in poltrona provocando perfino svenimenti. Vistose parrucche platino, nomi scambiati e topless bollenti culminano con l’ingresso delle protagoniste nel club Silencio, dove tocca rivalutare i ruoli delle due donne all’interno della vicenda. In definitiva, un noir su una Hollywood fucina d’illusioni e dissapori. Per affermarsi basta il talento? Per resistere all’ennesimo provino fallimentare è sufficiente l’amore? Le stranezze e le scene di culto si annidano tutte nell’ultima parte – la mia preferita –, dove abbondano i fumi, le sovraimpressioni, le figure simboliche. Lì dove, affascinati da un Lynch capace di un equilibrio insospettabile, siamo portati a cercare un senso – a volte con successo, altre brancolando nel buio – all’intreccio, mettendolo quanto possibile in ordine cronologico.  Se una regia priva di guizzi rivela l’iniziale natura televisiva del progetto, gli applausi sono invece per la scrittura – reale motivo di cotanta iconocità –, capace di spaziare dai personaggi stereotipati ai travagli dei melodrammi LGBT, consacrando nel mentre una Naomi Watts già straordinaria e svelandoci le grazie della prosperosa Laura Harring, finita purtroppo nel dimenticatoio. Tema clou: quei sogni nel cassetto, letterali e figurati, di cui il cinema è una macchina instancabile. Il risveglio, traumatico, sarà un testacoda su Mulholland Drive. La strada su cui morì più di qualche aspirante star, assieme alle belle speranze di una ragazza dell’Ontario che, a occhi aperti e chiusi, sognava la gloria, l’amore e altre chimere inconciliabili. (8,5)

[1986] Gli uccellini cinguettano beati. Le staccionate bianche sono state riverniciate di fresco. I giardini sono un fiorire di rose rosse. Come esemplifica bene la sequenza d’apertura, però, in quel quartiere residenziale dalle villette a schiera non è tutto oro quel che luccica: sotto c’è del marcio. Serpeggiano blatte e vermi, di cui si nutrono perfino i pettirossi – simbolo d’amore e speranza. Si rinvengono, in passeggiate nel cuore della natura, orecchie mozzate e altri scomodi segreti. A fare da detective per caso è un acerbo Kyle MacLachlan, poi ritrovato con pistola e distintivo nei panni del detective Cooper, di ritorno all’ovile dopo anni da studente fuori sede: inciamperà accidentalmente nella morte e nei drammi di una cantante jazz dalle tendenze sadomasochistiche – l’indimenticata Isabella Rossellini, per me né così bella né così brava –, così diversa dalla ragazza della porta accanto con il volto della giovane Laura Dern. Venerato da Quentin Tarantino, questo scandagliamento del sogno americano ha il voyeurismo dei patinati thriller erotici che ci si aspetterebbe da Lyne o De Palma. Sprovvisto di clamorosi colpi di scena, con una risoluzione smaccatamente lieta che oggi fa un po’ storcere il naso, invecchia con estrema classe ma deve aver smarrito in parte la sua carica eversiva. Di grande atmosfera, con una regia più elegante che altrove, ha tutt’oggi il merito di aver contaminato un genere di per sé raffinatissimo con succulenti inserti pulp e un cattivo – il gigioneggiante Dennis Hopper qui a un passo dall'Oscar – decisamente sopra le righe, pur raccontando in definitiva poco di nuovo. Trentatré anni dopo, il pregio di questo morbidissimo velluto blu non si discute; meno la brillantezza del giallo. (7)

[1997] A ben vedere, è l’anello di congiunzione fra Velluto blu e Mulholland Drive. Un tassello indispensabile. Un’opera nella quale, a mente lucida, s’intravedono i germi dei successi futuri. Peccato che la visione risulti di per sé poco memorabile. Il jazzista di un monocorde Bill Pullman brucia di gelosia per i presunti tradimenti di sua moglie, una Patricia Arquette qui al massimo del sex appeal. Accusato dell’omicidio della donna, perseguitato da misteriose cassette e da un uomo dalla bruttezza profondamente disturbante, il protagonista finisce in carcere. Ma i secondini, un giorno, trovano un’altra persona al suo posto. Che ci fa in gatta buia quel meccanico scapestrato e piacione, con una relazione sconsiderata per la moglie di un boss mafioso – sempre lei, una Arquette doppiamente nuda e fatale? Composto da due film all’apparenza sconnessi, nessuno dei quali particolarmente coinvolgente, Strade perdute si è lasciato seguire soprattutto perché trovavo intrigante l’idea della risoluzione finale. Come si sarebbero ricongiunte storie così lontane? Lo fanno a fatica e con le classiche stranezze del regista, davanti alle quali questa volta non ho provato il desiderio di chiedere spiegazioni alla rete o di saperne di più. Si affronta il tema del doppio. Si fa tanto, patinatissimo sesso. Si ascolta una pesante colonna sonora rock ‘n’ roll – con tanto di cameo di Marilyn Manson –, perfetta per gli ambienti malavitosi del film ma lontana dal mio gusto personale. Questa consolidata storia di bulli e pupe, tuttavia, è inserita per fortuna in una cornice che fa la differenza, mirata ad aprire al cinema le porte delle teorie freudiane e a filmare scena per scena le scosse elettriche di un conflitto interiore. A fuoco ma non abbastanza, le strade del titolo hanno il pregio di aver condotto il nostro Lynch a un sostanziale crocevia. Ma il risultato è inferiore alla somma delle sue parti. (5,5)

[1980] Sono gli anni di grigiore e depravazione della Rivoluzione industriale. Hopkins, affascinato dalla deformità di un freak, lo salva dai soprusi del circo e cerca di educarlo. Lo hanno mosso la tenerezza o l’ambizione? Qual è la differenza fra un padrone e un buon samaritano? Soggetto a continue disavventure, l’Uomo Elefante è vittima di una malattia genetica: non può scandire bene le parole, non può dormire disteso sulla schiena senza rischiare il soffocamento, non può a vivere a lungo in una società tanto inospitale. Ma nessuno ha messo in conto i prodigi della sua forza di volontà, né quelli del suo ingegno. Autoaffermandosi, perché non pretendere di vivere un’amicizia, una storia d’amore e un giorno perfetti – soprattutto se un’attrice, la Bancroft, vede in lui il compagno ideale per leggere le tragedie romantiche di Shakespeare? Da copione, il protagonista imparerà le buone maniere, onorerà il rito del tè delle cinque, indosserà il frac. Qualcuno vorrà scacciarlo. Qualcuno vorrà venderlo al migliore offerente. Qualcuno lo accoglierà, ma per mero opportunismo. Fiaba dalla scrittura classica, fra biografia canonica e parafrasi sognante, The Elephant Man è un film di grande maniera, con un Lynch che non perde il suo tocco personale neppure alle prese con i languori di un bianco e nero anni Cinquanta. Poco male se tutto va proprio come previsto. È possibile vederlo, infatti, senza abbandonarsi a scena aperta a un pianto viscerale? Eroe burtoniano non meno di Edward mani di forbice, John Hurt si lascia sfuggire dai pertugi del suo mascherone ingombrante poche parole confuse e lacrime passeggere. È l’umanità dei mostri. E' la mostruosità degli uomini. (8)

[1999] Ha perso sette dei suoi quattordici figli. Ha visto i suoi nipoti venir reclamati dagli assistenti sociali. Costretto a camminare poggiato a un bastone, mezzo cieco, l’anziano Alvin Straight ha un passato tumultuoso – reduce di guerra, alcolista –, un cappello da sceriffo e due occhi spalancati per l'infinita meraviglia. Incurante delle rimostranze della figlia autistica Sissy Spacek, un mattino prende e va: deve andare a trovare il fratello minore colto da un infarto, con cui non parla eppure da dieci lunghi anni. Il suo mezzo di trasporto: un tosaerba malandato. Lungo il tragitto lo aspettano incidenti di diversa natura, tantissimi buoni samaritani, ricordi drammatici. E il tutto sembra così folle da non poter non essere vero – ci è testimone il titolo italiano, Una storia vera. Se le atmosfere sono di quelle affascinanti, splendide come in un racconto di Kent Haruf, alla storia d'altra parte si rimprovera una dose di zucchero in surplus. Agrodolce ma a tratti un po' stucchevole, questa fiaba sulla terza età a cui tutto deve il bellissimo Lucky schiera tanti temi caldi in campo – vedasi la descrizione iniziale della tribolata vita del protagonista – ma fa presa sicura con una storia così poetica, così adorabile, da toccare le corde giuste. Avrebbe fatto altrettanto bene, probabilmente, anche con meno. Mi riferisco alle lungaggini, al patriottismo alla Eastwood, a un troppo che storpia. Ma la verità è che a un certo punto non ho visto più i difetti, con gli occhi pieni di lacrime per colpa della tenerezza di Richard Farnsworth: tutt’oggi non so se sia più struggente la sua ultima performance o la consapevolezza che di lì a poco si sarebbe tolto la vita, vinto da un male incurabile. Com’è grande il cuore di questo insospettabile Lynch, alle prese con il piccolo cinema indipendente. (6,5)

venerdì 14 giugno 2019

Dear Old Mr. Ciak | Tutto su Almodóvar

2006. Un cadavere da occultare, un incendio doloso, una donna scomparsa. Partiamo in quarta. Partiamo con il migliore dei suoi film: quello insuperato. Lo splendido Volver, secondo soltanto a Tutto su mia madre in quanto a premi, ha le fattezze di un gineceo ospitale e coloratissimo. Irrinunciabile, nonostante il macabro delle tematiche affrontate e il carattere spigoloso delle padrone di casa. Per una volta tutt'altro che soffocante, la provincia madrilena è un porto sicuro che invita Penelope Cruz e sua sorella a gettare le ancore. A ripopolare le case infestate, grazie a tutta la vitalità di cui è capace la morte e a tutta la fatalità, al contrario, annidata nella vita. Se la prima fa i conti con l'assassinio del marito, l'altra chiacchiera amabilmente con lo spettro della madre. Sotto forma di un fantasma in incognito, la magica Carmen Maura lascia la tomba e aiuta i propri cari. In un paesello in cui sciogliere i nodi del passato confidando nella vaghezza del domani, si onorano i defunti e si disonorano le famiglie omertose. Ci si prende cura non tanto dei morti, quanto dei vivi. Volver ha in sé il dolce e l'amaro, gli sposalizi perfetti, una scrittura felicissima dal gusto teatrale. E un posto a sedere in un ristorante abusivo, che nella cella frigorifera custodisce l'armonia e i cadaveri. Mi ha insegnato che bisogna pensare alle stanze sfitte, non alle lapidi. Confidare nella furbizia, dire di tanto in tanto qualche bugia a fin di bene, senza rinunciare però al conforto del meraviglioso. (8,5)

2002. Più che a una conversazione somiglia a un sussurro. Negli ospedali sono proibiti gli schiamazzi. In corsia, al capezzale di donne sospese fra la vita e la morte, fanno conoscenza due amanti respinti: il primo, compagno di una torera dalla vita sentimentale messa al vaglio; il secondo, infermiere che ha fatto della guarigione di una danzatrice in coma una questione privata. Signorile e discreto, Parla con lei si concede le esibizioni di Pina Bausch e non il playback delle drag queen. I colori, più tenui, sono quelli delle cliniche private: addio alle carte da parati sfarzose, all'horror vacui degli arredi floreali. Meno scalmanato, pur non tradendosi mai, questo delicato esperimento è un'eccezione alla regola senza prosecutori. Peccato che un sentimento a senso unico, nel silenzio generale, rischi di diventare in fretta ossessione. I protagonisti rifuggono la solitudine e imparano il dialogo. Le loro donne sono davvero gusci vuoti? A riempirle intervengono passioni inquadrate fra passato e presente; le coreografie del balletto e della mattanza; i risvolti inattesi di una moderna tragedia, bella come un'opera lirica. Pedro parla con loro, e con noi. Di un grande cinema che si concentra sulle piccole cose. Di una bella addormentata e del suo goffo salvatore, che sognano amplessi fantastici – in una sequenza cult un lillipuziano passeggia sul corpo nudo della fidanzata fino alla porta aperta delle gambe – e altre condivisioni. Della vita che torna in circolo e, infine, germoglia all'improvviso. Qualcuno ci vedrà il peccato, qualcuno poesia da parafrasare. Qualcun altro, confuso ma felice, il miracolo. (8)

2004. Quando un maestro del travestitismo si maschera per scherzo da Ozon, non possono che nascere i thriller erotici sapientemente orchestrati. Quelli che ammiccano con il cinema, con l'aspect ratio, con la bellezza perturbante dei loro primi attori. Anticipatore della svolta noir portata poi ai massimi livelli con La pelle che abito, La mala educaciòn ha colpi di scena a raffica, ambientazioni un po' sofisticate e un po' pacchiane, una scrittura machiavellica come non mai. Bambola russa di storie dentro storie, è un film nel film. Una vicenda spacciata per vera, come suggeriscono i titoli di coda, in cui si parla dei misteri annidati nella sessualità, nelle infanzie e nelle produzioni cinematografiche turbolente. Tutto ha inizio con la perdita dell'innocenza ai tempi del collegio, con l'attrazione per un piccolo compagno di scuola che suscita immediatamente la gelosia di un sacerdote indegno della tonaca. Abbastanza per farne un racconto autobiografico materia di ricatto? Abbastanza per trarne una versione cinematografica, ma con un finale alternativo? La realtà supera l'immaginazione. E quest'ultima, in caso di traumi o falle, per fortuna vi sopperisce. In un cast maschile con attori en travesti per ospiti fissi, abbonderanno le scene torbide – il sesso è l'arma a doppio taglio per eccellenza, anche se la femme fatale è un lui – e gli ammiccamenti del bellissimo Bernal, insieme ai magheggi di un doppio regista e alla fantasia di un cinema in bilico fra genio e soap. Fra arrendevolezza – lo spettatore, infatti, va trattato coi guanti bianchi – e maleducazione irresistibile. (7,5)

1999. Successo irripetibile di pubblico e critica, premiato prima a Cannes e poi agli Oscar, se ne parla come di un fenomeno. Ogni giorno, sui social, almeno una pagina cinefila ne condividerà citazioni o frame. Chi non si è mai imbattuto nella donna in trench che indugia davanti al poster di Un tram che si chiama Desiderio? Chi, conoscitore o profano, non associa immediatamente il titolo in questione al nome del regista? A vent'anni di distanza dall'uscita, colpa di aspettative alle stelle, di Tutto su mia madre mi sono sfuggiti i meriti particolari. Suo film più rappresentativo – di un abbagliante rosso kitsch, sullo sfondo di una Barcellona LGBT –, non è fra i migliori. Ci sono una mamma inconsolabile, una suorina dubbiosa, una migliore amica transessuale e un'attrice affetta da mal d'amore. Non è una barzelletta, bensì l'inizio di un'amicizia vera, anche se c'è un problema: tre donne su quattro hanno avuto una relazione con il medesimo uomo, un fuggitivo che a sorpresa ha cambiato sesso e anche città. Se Cecilia Roth piange il figlio morto, però, Penelope Cruz sta per metterne al mondo un altro. C'è paura per l'Aids, e il rischio che il padre del nascituro si faccia vivo. E in mezzo c'è tanto cinema, il migliore, con maratone sul divano o pièce che ti tentano ad approfondire la Davis, la Leigh, Williams. Ma non mancano le cadute di stile, le sbavature, in una sceneggiatura che offre bellezza (il monologo di Agrado) e trash (la sorte della Cruz, il flashforward dell'epilogo). Tanto di Almodóvar, ed ecco spiegata la canonizzazione ufficiale, non tutto. (7)

1997. Si comincia alla lontana, in una Spagna sotto dittatura, e si arriva nel pulp degli anni Novanta seguendo la giovinezza di un ragazzo sfortunato: partorito su un autobus, finisce in prigione per colpa dell'amore a senso unico verso la nostra Francesca Neri. Lui la desidera, lei lo respinge e, fra i poliziotti intervenuti, c'è Javier Bardem. Lui sconta ingiustamente la pena, l'altra si lega al salvatore per puro senso del dovere. La libertà del protagonista, all'insegna della vendetta più dolce – il sesso –, unirà cinque solitudini e condurrà a un epilogo da film western. Poligono sentimentale lungo svariati anni, Carne tremula è un dramma del desiderio in cui tutti sono stati a letto con tutti ma, titolo a parte, di erotismo ce n'è poco. Grezzo, cupo, senza fronzoli o orpelli, è senz'altro invecchiato peggio di altre produzioni. Ma si domandava poco, lo ammetto, a un titolo minore. Sorprendentemente palpitante, in grado di ispirare simpatie e antipatie grazie all'umanità dei personaggi, può contare su incipit degno di nota fra le luminarie di Madrid e piccolissimi inciampi, lì dove spuntano armi e sparatorie: materia con cui il regista è poco a suo agio, ma apprezziamo lo sforzo. Dieci anni dopo riproporrà la stessa equazione di attrazioni, gelosie e ripicche con Gli abbracci spezzati: elegante e, purtroppo, gelido come nessuno. (7)

2009. Epopea amorosa fra un regista e la sua diva, legata per interesse anche a un crudele industriale, Gli abbracci spezzati si muove fra set, ville e grattacieli. Cambi d'abito, trucchi e parrucche. Di estrema classe, ma estremamente manierato, regala forse le sequenze più curate ma ha la sua debolezza nella prevedibilità di situazioni e personaggi. Si avverte la mancanza di matrone generose e schiette, qui offuscate dalle pose glamour di una Cruz, a onor del vero, bella come la compianta Audrey Hepburn. Ci si strugge, ma soprattutto per la latitanza della tipica autoironia che dà a questo thriller sentimentale l'aria di un algido e magniloquente contenitore hitchcockiano. È il film più americano di un regista, eppure, mai stato tentato dall'idea dell'espatrio. Il più lungo. Quello, in assoluto, dal titolo più bello. Lo avevo visto dieci anni fa, trovandolo un gioiello. Ma a una seconda visione non mi ha colpito altrettanto: il lavoro di fino di un Pedro diverso, un po' in ombra, che omaggia il noir dell'epoca d'oro e, con il pilota automatico, scrive una storia che gli appartiene ma non abbastanza. (6,5)

1989. Un po' giallo all'italiana, un po' commedia sexy, cosa non è Légami? Unica concessione fatta al Pedro delle origini, quello leggero e scollacciato dei primi film di culto, il film – il cui titolo è tutto un programma – racconta la convivenza morbosa fra una pornodiva e il suo stalker. Un giovane Banderas, pazzo di Victoria Abril, minaccia di tenerla legata alla testiera del letto fino a farla innamorare. Ogni dettaglio, dalla colonna sonora sopra le righe di Ennio Morricone ai nudi integrali, dai curiosi personaggi borderline a quello di un regista sporcaccione a un passo dal pensionamento, mostrano un Pedro che, senza scadere mai nella volgarità, diverte se stesso e noi con le prurigini e il tabù. Di sesso, probabilmente, non ha mai parlato altrettanto. E di sesso si parla dall'inizio alla fine, rinunciando senza grandi sensi di colpa alla consueta coralità, con una scrittura brillante che fonde sindrome di Stoccolma, sadomasochismo e romanticismo. Peccato per il finale, fin troppo rose e fiori. In una camera da letto di vizzi e viziosi, infatti, la stranezza maggiore resta una: quanto sono misteriose le strade battute di Cupido, spiritello dispettoso e beffardo? Su Netflix ce lo ha confermato Bonding: anche i dominatori sognano una fiaba d'amore. E nodi più forti. (6,5)

1988. Ci sono titoli che entrano nell'immaginario collettivo, talmente famosi da diventare modi di dire. Chi non ha mai definito così, sull'orlo, una conoscente che sta perdendo le staffe? Chi, più o meno consapevolmente, non pensa ogni volta agli eccessi di questa commedia d'interni? Nonostante sia ben lontano dall'opera d'esordio – lo precedono sette film, ma di quelli che ho poco desiderio di recuperare –, a Donne sull'orlo di una crisi di nervi spetta il primato di averlo lanciato a livello internazionale, mentre per la consacrazione toccherà aspettare Tutto su mia madre. Ironico, penserete, che definisca due titoli tanto rappresentativi al di sotto delle aspettative: ma tant'è. Caos metropolitano di letti bruciati, telefoni rotti e vetri infranti, la commedia al femminile racconta un'altra convivenza provvisoria. Carmen Maura, sedotta e abbandonata, droga del gaspacho per servirlo al traditore. Ma in casa, in un volare di oggetti buttati dal balcone e di ospiti intossicati, irrompono un'amica con manie di persecuzione e un'ex moglie di ritorno dal manicomio. Collaborazione istantanea, grottesca e verbosissima come piace a me, le Donne sull'orlo invecchiano bene grazie a un fascino senza tempo che si rifà al cinema degli anni Settanta e a una scrittura di levatura drammaturgica. Ma strepiti e folleggiamenti sono belli quando durano poco, e se fra un urlo e l'altro si infilano magari le riflessioni di Carnage o Perfetti sconosciuti. Altrimenti il mal di testa è servito, soprattutto ai danni di un taciturno come il sottoscritto, e questo gaspacho della discordia non lo si digerisce senza Alka-Seltzer. (6)

giovedì 17 agosto 2017

Dear Old Mr. Ciak: Che fine ha fatto Baby Jane, J'ai tué ma mère, Beginners, Frantz

[1962] Papà Hudson ha reso Jane una stella del palcoscenico. I boccoli biondi della sua bambina prodigio hanno ispirato perfino una bambola. Molti esemplari resisteranno alll'eclissarsi della notorietà di lei: scalzata dalla sorella rivale, Blanche, che crescendo ha voluto pareggiare i conti. Un incidente, all'apice della gloria, le ha tarpato le ali e spezzato le gambe. Bloccata in sedie a rotella, vive di rendita e delle cure della sola Jane. In un cupo castello dedicato al dio passato, dove non sono ammessi visitatori e in cui, a lungo andare, l'insofferenza miete vittime. Chiudete in una stanza due sorelle che si accusano a vicenda di essersi rovinate la vita. Mettete sullo stesso set due dive sul viale del tramonto, professioniste che fanno di qualsiasi capriccio una questione personale, e buttate via la chiave. Allo scontro tra titani a colpi di battute taglienti sopravviverà la più posata Joan Crawford o l'insuperata Bette Davis? Se la prima è la vittima messa a tacere, vessata e schernita con una crudeltà così esemplare da divertire, l'altra pianifica un impossibile ritorno al passato. L'indimenticabile Jane nasconde topi e passerotti ammazzati sotto la cloche; strega con gli occhi spiritati, lo straordinario sprezzo del ridicolo e il trucco sbavato. Qual è la sorte dei ragazzini bollati anzitempo come promettenti, poi incapaci di mostrarsi all'altezza della situazione? Cos'è stato dei ritornelli di Nikka Costa, del biglietto aereo per Macaulay Culkin, del sesto senso dello struggente Haley Joel Osment? Che fine ha fatto Baby Jane? La domanda te la pone il titolo di un thriller psicologico passato alla storia. Uno di quelli che suscitano reverenza, che recuperi con sessant'anni di ritardo. La scusa perfetta: Feud, la serie antologica che accende i riflettori su una faida che seguì le protagoniste anche fuori dal set. Nonostante il bianco e nero, Che fine ha fatto Baby Jane? non è invecchiato di un giorno. Genitore degenere di qualsiasi Misery non deve morire; figlio tiranno del capolavoro Viale del tramonto; stella fissa. (8)

[2009] Il giovane Hubert condivide un appartamentino kitsch con l'irritante Chantale. A volte sono cane e gatto, altre metà complementari. A detta del giovane, la donna è la persona che più odia sulla faccia della terra. Affermazione forte, ma tutto nella norma: lui è un adolescente scalpitante, lei è una madre che lo ostacola con la scusa di ciò che è meglio per lui. Siamo nella provincia canadese, illuminata a sprazzi dai ninnoli e dai centrini colorati di una casa di bambole; siamo in un film del talentuoso Dolan. Per la precisione, il primo. Lui – attore, autore, regista – aveva vent'anni. L'invidia dovrebbere rendermelo antipatico. Quella, e la consapevolezza di non avere apprezzato pienamente i film che hanno preceduto il suo effettivo capolavoro – il ciarliero Les Amours Imaginaires, il nebuloso Tom à la ferme. Lì c'erano, accanto a un lato visivo comunque potentissimo, un lezioso compiacimento di fondo e molto autobiografismo: tra arte, omosessualità e pop-art, in un duplice ruolo, troppo Dolan per una conoscenza preliminare. Qui, alle radici dell'enfant prodige, è presente di tutto un po'. Ma, benché molto acerbo, ho trovato J'ai tué ma mère un'opera prima fresca e sincera. I rapporti interpersonali al limite, la dolcezza e le urla, i piatti infranti e gli aforismi da incorniciare. Anche agli inizi, una genitrice che somiglia proprio a Anne Dorval: tenuta a distanza, contestata, tanto da nascondergli l'esistenza di un fidanzato non per timore di non essere accettati, ma per puro dispetto; una madre nevrotica, ispiratrice di continue invettive e instancabili recriminazioni. Accanto a lei, un capriccioso e imberbe Dolan: all'occorrenza ottimo attore e pessimo figlio unico. Uccide la madre nei temi in classe, dicendosi orfano. Nei suoi sogni segreti, si inseguono all'ombra di un bosco: lei, nel clou di un curioso ma delicato complesso di Edipo, indossa l'abito da sposa. Hubert è un adolescente con il mondo contro e in cerca di se stesso, Chantale è una mamma chioccia che non si accorge di soffocarlo per paura di un ulteriore abbandono. Come loro, tutti i figli imperfetti e tutte le mamme single. Come Dolan, già in tempi non sospetti, nessuno. Dietro l'ingannevole confessione di un presunto matricida, J'ai tué ma mère è una storia vera. Lo schizzo in potenza che precede il disegno di Mommy, indimenticabile atto. (7,5)

[2010] Oliver ha tempo a sufficienza per fare un bilancio. Vive solo, il suo lavoro da illustratore lo tiene impegnato ma non troppo. Gli fa compagnia un Jack Russel e il pensiero di un'affascinante attrice francese, che alle feste mascherate ha l'aria di essere infelice tanto quanto lui. Il protagonista ha scelto di travestirsi da Freud. Per uno scherzo del subconscio o per precisa volontà, chissà, la maschera dello psicanalista la dice lunga sui problemi personali di Oliver. Su una famiglia strana e sfortunata, perfino più delle nostre, che si è decimata nel giro di pochi anni: prima è morta la madre, portata via da un tumore; poi l'ha seguita a ruota il padre, con lo stesso male e un clamoroso outing prima di andarsene. L'arzillo genitore ha approfittato della vedovanza, del poco tempo a disposizione, per uscire allo scoperto: si è avvicinato alla storia della comunità LGBT e ai siti di appuntamento; ha incontrato un personal trainer infedele ma presente, che è stato con lui fino alla fine dei suoi giorni. In Beginners, autobiografia agrodolce sotto forma di commedia indipendente, c'è un Ewan McGregor – bravissimo, al solito – in fase di elaborazione. Medita, ricorda, si innamora dello spirito girovago della Laurent. Fa respiri profondi e passeggiate al parco e nei corridoi degli hotel. Per essere sempre in fuga, d'un tratto si fossilizza a riavvolgere il passato. Mette radici in una camera d'albergo con la moquette a terra, accanto a una sconosciuta. Pensa alla scoperta della tenerezza e della sessualità di Cristopher Plummer, ma senza rancore: lo compiange, un po' imbarazzato all'idea di gestirne il disordine postumo e il compagno in lutto. Confronta il passato e il presente, e c'è spazio per gli schizzi, le fotoricordo e gli sprazzi di genialità molto cari al cinema del già promettente Mike Mills (quest'anno apprezzatissimo con 20th Century Women, gioiello in sordina). Ci sarà spazio anche per l'amore, dopo aver preso atto che quello tra i suoi genitori è stato una sciarada ma non proprio tutto, eppure, è perduto? Vedasi la leggerezza di Plummer: pienamente se stesso a settantacinque anni. Vedasi gli adorabili difetti della nostra lei: amante dei libri usati e delle case vuote. Come il titolo rivela, i protagonisti sono tre individui alle prime armi. Impreparati a voltare pagina – a convivere in pace, a morire in silenzio –, ma non del tutto inadatti. Plummer deve avere fatto sua la lezione alla scuola serale. Assente ma presente, dà ripetizioni sentimentali a principianti in attesa di ravvedersi e di rivedersi. Se l'amore è questione di famiglia, meglio condividerne i segreti. (7,5)

[2016] A proposito di registi francofoni che adoro: posto anche a Ozon. Il parigino che viene dal mondo della moda e spazia con nonchalance dal thriller alla commedia musicale, è stato a Venezia con l'applaudito Frantz. Un melodramma postbellico che rinuncia coraggiosamente al colore e si rifà a una pellicola di Lubitsch. In un paesello tedesco del primo Novecento, una vedova di guerra piange il promesso sposo. Sulla sua tomba, un giorno, trova un fiore. A depositarlo, un soldato francese. Adrien parla di Frantz, ma non come farebbe un semplice amico. Fa breccia nei cuori dei genitori del defunto, seduce l'anticonformista Anna. Poi sparisce, nel clou di una rivelazione, e le lettere inviate a lui ritornano al mittente. Chi era quel forestiero per il soldato caduto? Cosa si nasconde nei suoi modi gentili, nelle sue risposte vaghe, nello sguardo altrove? Come l'ultimo Dolan, anche Ozon sceglie di allontanarsi dalle piste consuete. Restano integri il mistero, il fascino, la splendida cura della regia. A malincuore, dopo una bellissima parte introduttiva, si fanno presto i conti con ciò che manca. Frantz è sobrio, lento, raffinatissimo. Il regista cede al richiamo di un film diverso dal solito. A un omaggio classico, languido, che riflette sulla verità e il perdono. Alla trama si rimprovera una certa piattezza, purtroppo, e sono le bugie e il ricordo a colorare magicamente i concerti privati del sempre bravissimo Niney (brutto ma bello, come solo i francesi possono) e i sorrisi della raggiante Beer. La pacatezza del bianco e nero ammorbidisce le passioni proibite, l'impostazione rigorosa abbraccia un'estetica splendida e trascura il coinvolgimento. Le cose belle, però, piacciono. E la classe rètro dell'etereo Frantz – un Ozon a metà, sprovvisto del suo eros e della sua ambiguità – incanta. Lo si apprezza, se non altro, per la Grande guerra raccontata dal punto di vista dei sopravvissuti a una generazione perduta, rievocata attraverso le inimicizie tra tedeschi e francesi: vicini di casa, eppure rivali. Finito il conflitto, finirà l'odio? E la vedovanza di una ventenne che, un po' come noi, si aspettava dall'elusivo amico di Frantz l'enigma, la svolta, l'amore ? (6)

sabato 6 maggio 2017

I ♥ Telefilm: Feud | Fargo | Bates Motel V

Murphy non si ferma. Lo sceneggiatore più inarrestabile (e instabile) che c'è torna con l'ennesima serie antologica. Con una seconda stagione già confermata, Feud ha fatto il suo debutto parlando della rivalità tra Bette Davis e Joan Crawford. Ormai sul viale del tramonto, le due leggende erano tornate a sfidarsi nel cult Che fine ha fatto Baby Jane. Quanto di vero e quanto di simulato c'era in quell'odio che ricordiamo a distanza di mezzo secolo? Feud, tra biopic e rotocalco, mostra le premiazioni, i livori, il girato. Ha una Jessica Lange autoironica e calcolatrice, strepitosa nei panni della Crawford: attrice più bella che capace, si vociferava, incapace di rinunciare al rosa shocking. Antipatica nel suo narcisismo, commuove a sorpresa nel decadimento finale. Con lei una magnetica Sarandon, che della Davis ricalca la voce roca, lo sguardo, la scortesia. La paura, certo, era che il tutto si trasformasse in una mezza soap opera. Murphy, adorante, qui fa rare concessioni al kitsch e nessun errore. Il cast è centratissimo e meno affollato del solito, nonostante comprimari illustri – Tucci, Molina, Judy Davis nel ruolo che in Trumbo fu di Helen Mirren. La piacevolezza della scrittura, poi, accoglie di buon grado i capricci, gli strepiti, gli exploit. Quando le luci si spengono, quando la compezione non ha ragione d'essere, cosa resta? Perché vivere se non per detestarsi? Si accumulano allora le sigarette spente, i tappi di champagne, le rughe. Tagliate fuori, come la Swanson in Viale del tramonto, si sperimenta la compagnia della solitudine. La storia dei dissapori tra Bette e Joan affascina e devasta. Un po' doverosa celebrazione e un po' seduta spiritica mascherata a festa, Feud è una miniserie in cui lo star system celebra e condanna se stesso. Ti svela, così, come negli anni abbia sedotto e abbandonato le proprie amanti; destinato all'aridità i tanti fiori all'occhiello. Il tutto, creando da una semplice intuizione un nuovo tassello del filone del divismo – e Feud non teme paragoni né primi piani. Hollywood, mamma chiocca e matrigna degenere, non è un paese per cuori docili e vecchie signore. (7,5)

In un periodo in cui in sala c'è poco, e di quel poco non viene neanche voglia di parlarne, fare come le stelle di Hollywood. Tradire il cinema con il piccolo schermo. Complice la noia delle feste comandate e l'uscita di una terza stagione, ho recuperato gli inizi dell'acclamato Fargo. L'adattamento televisivo di un cult degli anni Novanta, uno dice, e ti mobiliti solo adesso? Questione di momenti sbagliati, di film visti nella superficialità di uno sbadiglio, ma non sono un estimatore dei Coen. Disinteressato, ne ho letto distrattamente le lodi qui e lì. Assistiamo a fatti realmente accaduti, ci assicura una scritta che compare all'inizio di ogni episodio. L'ennesima burla degli sceneggiatori. Che amano prendersi gioco dello spettatore e irretirlo con massime surreali, coincidenze a cui si presta fede, intrighi troppo impossibili per essere veri. L'umorismo nero e il protagonista, un timido assicuratore vessato dal prossimo, fanno subito pensare a Breaking Bad. Martin Freeman, maltrattato da moglie e concidittadini, incontra nella sala d'aspetto del pronto soccorso un Billy Bob Thornton più iconico che mai: a quel perfetto sconosciuto, a quella canaglia, racconta tutti i suoi guai. Non sa di stare confessando i suoi desideri a un sicario senza scrupoli. Un sì detto d'un fiato, così, genera una carneficina esagerata: di quelle che fanno socchiudere gli occhi e, se ami il cinismo gratuito, ridere a crepapelle. Alla fine del primo episodio si contano la bellezza di quattro morti ammazzati in una cittadina spazzata dalla neve. Fatta eccezione per un'agente messa in un angolo, la polizia locale non ha né i mezzi né la voglia di mettersi a ficcanasare. Ma quando il sangue scorre non puoi fermarlo. E il delitto perfetto di un tale, come un'emorragia, chiama a sé l'attenzione della malavita e una bizzarra girandola di violenza. In Fargo, meravigliosamente sopra le righe, si chiacchiera a suon di apologhi e si spara a bruciapelo. C'entrano le piaghe d'Egitto – piovono sangue e cavallette sull'imprenditore Oliver Platt -, la fragilità del ghiaccio, l'ira dei miti. Le persone che cambiano dal giorno alla notte, e si trasformano in predatori. La città è disorganizzata: abbastanza da pensare di poterla fare franca. Ma è piccola, un buco di mondo: ci si pesta i piedi, ci si dà sui nervi anche non volendo. La neve custodice le tracce delle loro assurde "rocambolerie", e la memoria non può fare altro che imitarla. (8)

Non pensavo che la chiusura del motel più famoso del piccolo schermo potesse lasciarmi addosso questa tristezza. Bates Motel, riscrittura del capolavoro di Hitchock, era infatti iniziato sotto una cattiva stella. Aveva difetti grandi due stagioni. La pazzia emergeva a partire dalla terza. Quando il liceo finiva, gli ospiti sparivano, il giovane Psycho covava cattivi pensieri. Il resto, a beneficio di chi aveva preferito rimandare l'abbandono, era stato una sorprendente escalation. Parco di splatter e generosissimo dal punto di vista emotivo, Bates Motel aveva avuto forse il suo apice nel decimo episodio della quarta stagione. Succedeva l'irreparabile e un Norman distrutto rimaneva in compagnia di un cadavere trafugato. L'ultima stagione, ambientata qualche anno dopo, si allinea al film originale ma sceglie una conclusione diversa. Marion Crane – Rihanna, impegnata in un discutibile cameo – parcheggia sul vialetto. Si concede la famosa doccia, ma sotto la furia delle coltellate muore qualcun altro. Norman commette errori su errori, va incontro a un epilogo annunciato. Al solito, non si rinuncia a sottotrame più o meno accessorie: la sete di vendetta dello sceriffo galeotto e il riavvicinarsi di Olivia Cooke e Max Thieriot – affiatati genitori di una neonata da tenere all'oscuro - richiamano protagonisti e figuranti dove le tragedie della famiglia hanno avuto inizio. Egregio padrone di case, con la sognante Dream a little dream of me in filodiffusione, un Freddie Highmore psicotico e sottovalutatissimo; lo spettro dell'indispensabile sobillatrice Vera Farmiga, invece, si accontenta di aleggiare tra cucine assolate e scene del crimine. All'inizio lo si mal sopportava. Alla fine, preoccupati per cosa sarà di lui e dei suoi incubi assurdi, si tifa per la redenzione della mela marcia. Perché quello al Bates Motel resta sì un pernottamento modesto, su Tripadvisor e in streaming c'è di meglio, ma mantiene le promesse – che sarà turbolento e senza ritorno, volubile e poco confortevole, degno di tutta la fiducia che gli hai regalato. Dispiace fare il check out. Dispiace congedarsi da Norman, serial killer di cui sentirò la mancanza, e voltargli le spalle. Potrebbe essere l'ultima volta. Potrebbe nascondere un coltello e pugnalarci alla schiena, sognandosi Norma. (7)

sabato 9 luglio 2016

Dear Old Mr. Ciak: Una giornata particolare, Tutti i santi giorni, La solitudine dei numeri primi, Liberal Arts

[1977] Dei classici del nostro cinema non parlo. Da una parte, perché mi vergogno ad ammettere l'imperdonabile ritardo dei miei recuperi; dall'altra, perché non so come scriverne. Certe scoperte, quindi, sono gioielli che tengo solo e soltanto per me. All'indomani della scomparsa di Ettore Scola, però, e del recupero del suo Una giornata particolare, mi sono accorto che in tanti non l'hanno mai visto: spaventati, forse, come me, da tutto ciò che è datato e degno di fama. Faccio un'eccezione, allora, in nome di un tale capolavoro di delicatezza e semplicità. Il giorno da rimarcare a cui il titolo allude è quello in cui Hitler stringe la mano a Mussolini: l'Italietta tutta festeggia, inconsapevole della guerra a un passo. I condomini si svuotano, e a casa restano le donne: angeli del focolare senza indipendenza, che mettono al mondo bambini su bambini per avere diritto al premio delle famiglie numerose. Le donne, e i dissidenti. Antonietta ha sei figli, un destino segnato e un marito traditore che le promette un settimo bambino: le dice che si chiamerà Adolfo, in onore di Hitler. Gabriele, suo dirimpettaio, è stato bandito dagli studi Eiar, perché – sovversivo e omosessuale – è colpevole per ben due volte. Lei segue il volo del suo pappagallo, che brama la libertà; lui chiama un amico – un amante? - lontano, esiliato in Sardegna, e sa che quella sarà la sua triste sorte. Un Mastroianni discreto, elegantissimo, aspetta il destino facendo le valigie e il caffè. Una Loren dimessa, matura, mai tanto bella e di sicuro mai tanto grande, s'innamora di lui. Con la radio e i cinegiornali a fare da indiscreta colonna sonora, due personaggi solitari e romantici vivono la loro personale guerra: un conflitto che hanno in testa. Di quelli misteriosi, che non fanno rumore: vittime, però, sì. Ballano, si confessano i loro dolori, si baciano tra le lenzuola appese in terrazza: si ingannano, tra nichilismo e sogno. Dal loro impalpabile idillio, a tratti sottilmente erotico, viene fuori un manifesto di dolcezza e disincanto a cui, banalmente, devono tanto i "miei" boy meets girl indie, intimi e parlatissimi. Lui le dice che può riscattarsi dalla propria ignoranza, che merita un amore alla sua altezza ma che, purtroppo, non può essere lui; lei, inconsciamente, starà ad ascoltare, e imparerà dal suo pappagallo, Rosamunda, l'attitudine alla libertà. Eccole, le parole, e vengono da sé, senza timori reverenziali e incertezze, come se la storia di queste due solitudini che s'incontrano, un giorno e basta, fosse una di quelle che io amo tanto. Il progenitore, quasi, di Prima dell'alba o Once. O, ancora, di quelle relazioni alla I ponti di Madison County che sono parentesi dai minuti contanti: brevi, eppure felici. (8)

[2012] Guido, classicista doc, si esprime come un libro stampato e ostenta, fiero, le sue origini toscane. Da umanista, inutile dirlo, possiede infinite nozioni, ha una cultura e un cuore grandi e sbarca il lunario con un lavoro precario che non rispecchia le sue volontà. Ammazza il tempo leggendo e esaudendo i capricci degli ospiti, torna a casa in autobus e sveglia con la colazione a letto e un bacio la sua lei: impiegata di giorno e cantante di notte, la cadenza meridionale e un passato di sregolatezza. Conviventi da sei anni, Guido e Antonia vogliono un figlio che non arriva. Fanno l'amore, al mattino, e si danno il cambio. Si rincontrano per cena; si amano davvero. Ma se questo benedetto bambino non volesse arrivare, con il sesso che è diventato un dovere, i vicini coatti che al contrario loro si moltiplicano, le fragilità che si fanno manifeste e le famiglie che premono con domande indiscrete? Cosa succede a un sentimento in vitro, a un bene programmato, a una passione che deve rispettare la tabella di marcia? Succede che, se si è guidati dal Virzì che mancava all'appello, quello più indie e più vero, forse il mio preferito, si sorride e ci si commuove, in compagnia di due personaggi adorabili, canzoni emozionanti, sentimenti da maneggiare, e dosare, con cura. Tutti i santi giorni, a sorpresa, è una bellissima commedia nostrana, che bellissima lo era ancora prima che il nostro cinema conoscesse una nuova giovinezza: ha un'ora e trenta che vola, una coppia a cui ho voluto molto bene e il solo difetto di averlo rivalutato a quattro anni di distanza. Quando Luca Marinelli, ormai premiato e conteso, è già notoriamente ottimo; quando la sexy Thony, cantante dal piglio londinese e protagonista di un esordio che più spontaneo non si può, era una giovane sconosciuta su cui avrei puntato. Paolo Virzì piace e mi piace: sempre in pole position ai David, fa film che posso soltanto definire “nostri”. Questo, sottovalutato, è senz'altro il più mio. Romcom singolare, alternativamente romantica, che sembra rifarsi al modello delle produzioni americane di un certo tipo – 500 Giorni insieme, Begin Again – e, allo stesso tempo, fragile e piena di colori, con accenti del nord e accenti del sud, passati dimenticati e futuri in forse, somiglia solo a se stessa. Ripeto, accadeva quattro anni fa: quando il cinema indie non lo conoscevo e sarei stato stranito, ma contento nello scoprirlo girato da un livornese, ambientato nella Capitale, interpretato da un romano che si finge alla perfezione settentrionale e da una “cantantessa” che, con la chitarra in braccio, perde magicamente la parlata sicula e appare, come le giura Guido al primo appuntamento, bella come non mai. (7,5)

[2010] Recuperi: a otto anni dal romanzo, a sei dal film. In un caso come nell’altro, dalla Solitudine dei numeri primi mi aspettavo pesantezza e sprazzi onirici, tanta inquietudine esistenziale e nessun sollievo. La prosa essenziale di Giordano, il suo piglio chirurgico, lenivano la sofferenza e davano un taglio al carico di dolori di Alice e Mattia: a quattordici anni, più suscettibile, mi sarei fatto coinvolgere di più – addolorare, perfino, dall’incomunicabilità tra loro due. D’altra parte, al cinema, c’è la lettura tra le righe secondo Saverio Costanzo: e lui, regista sperimentale, di nicchia, già apprezzatissimo con il suo ultimo Hungry Hearts, non mi avrebbe coinvolto, da adolescente. Il bestseller vincitore di un Premio Strega sulla bocca di tutti racconta la storia di due anime malinconiche fatte l’una per l’altra o, forse, per nessuno in particolare: condannate alla solitudine, s’incontrano e si scontrano per vent’anni. Inevitabilmente, si perdono. Da lontano, somigliano quasi ai protagonisti di quelle vicende di gente testarda e sentimenti duraturi alla One Day, ma sono più doloranti e, tra sé e sé, propensi all’abbandono. Cos’è infatti La solitudine dei numeri primi se non una storia d’amore – e, parafrasando Marquez, altri demoni? In libreria, lo scrittore torinese usava il linguaggio della matematica, per raccontartela e non farla suonare uguale a mille altre; la trasposizione cinematografica, invece, approccia il mèlo come fosse un ipnotico e asfissiante horror. Quando il cinema italiano era in coma, Costanzo prendeva un caso editoriale, una manciata di attori promettenti e suggestioni kitsch a piene mani: dall’altra parte, però, trovava più di qualche perplessità. Oggi, invece, nel classico confronto libro-film, il dramma di Costanzo, con le sue punte visionarie e la colonna sonora agghiacciante, mi ha positivamente impressionato e, fino alla fine, coinvolto. Esteticamente impeccabile, stranisce nei suoi momenti bui – gli angusti corridoi di Shining, le aguzzine di Carrie, i clown poco raccomandabili di It: insomma, tutto il King che c’è – e fa sospirare quando Marinelli e la Rohrwacher, perfetti, si guardano in quel modo lì. Il montaggio disordinato conferisce mistero alle loro infanzie – cos’è successo sulla neve, cosa nel parco? – e la forma, incontenibile, a volte vorrebbe prevalere sul contenuto. La trasposizione osa guizzi degni di nota, e inquieta e ipnotizza meglio e di più: le gelosie di Viola, simili a quelle di un’amante dimenticata; la magrezza insana di lei e i tagli di lui; il simbolismo che, all’improvviso, avvolge un parco comunale e una pista da sci. I Goblin si curano del commento musicale, e si è in allerta e a occhi sbarrati, e le sequenze slegate sono Lego da ricomporre. Alice e Mattia, nonostante ci siano mostrati bambini, adolescenti e adulti, si conoscono molto superficialmente, però, perché troppo tra le nuvole, troppo a modo loro, e il loro timido legame non sta al passo con tracce che s’impennano, in cuffia, e registi coraggiosi. Glielo si perdona, tuttavia, per un epilogo che i lettori ricorderanno diverso ma che, più lieto, li lascia in bilico, con tutto il tempo del mondo per rimediare agli sbagli e al silenzio. La speranza è sempre una buona idea, e in matematica, in amore,  ci sono eccezioni. (7)

[2012] Jesse, trentacinque anni e l'instancabile utopia che vivere di cultura si può, torna nel campus che l'ha visto matricola in occasione del pensionamento del suo mentore. In una festa un po' tristanzuola e in passeggiate rinvigorenti, tra studenti e studentesse di altre generazioni, conosce l'adorabile e colta Zibby: tanta fretta di perdere la verginità, crescere, varcare la soglia del mondo dei grandi. Come spiegarle che, sul finire della gioventù, il bicchiere del proverbio sembra sempre mezzo vuoto? Come raggirare quei quindici anni di differenza, che li aprono ai confronti e li irrigidiscono davanti alla prospettiva del rapporto fisico? Cercano le risposte a passeggio e diventano protagonisti di una fitta corrispondenza, se lontani. Sproloquiano di Infinite Jest e dei romanzi sui vampiri; si domandano se leggere libri brutti, e uscire con le persone sbagliate, sia tempo sprecato, o puro disimpegno. Crescono, nel mentre, anche se lui dovrebbe essere più adulto e saggio di lei, ed è finito il tempo di dormire sulle corone d'alloro. Tutt'intorno, il rinnovo generazionale sembra ignorare loro: un docente che non si rassegna all'inattività; una prof che commenta gli autori romantici e, al contrario, è il trionfo del disamore; un giovane autodistruttivo che insegue miti sbagliati; un hippy con la faccia di un simpaticissimo Zac Efron che compare sulle panchine, a distribuire perle di saggezza e sorsi da una fiaschetta assai sospetta. Liberal Arts, visto a conclusione di una giornata no, è una di quelle commedie indie, logorroiche e alternativamente romantiche che, da queste parti, troveranno sempre la più calorosa delle accoglienze. Perché retti su bei dialoghi e belle coppie – la splendida Elizabeth Olsen e un Josh Radnor, qui attore e regista, che mi somiglia un po' – e, questa volta, ambientati in campus universitari che non sono meno stimolanti delle città d'arte a cui, con un Linklater, siamo abituati. Questione d'orgoglio personale, anche, parlandosi all'infinito di libri (librerie, libraie e dintorni), soprattutto se stimolati da un'accesa passione per humanae litterae che un giorno ci renderanno malinconici, barbuti e disoccupati, sì, ma inclini alla poesia. Quant'è bella la scena in cui, con l'opera lirica in cuffia, si cancellano i rumori della modernità e New York appare diversa? Quanto frena, però, non sollevare il naso dai libri, studiare il “carpe diem” ma non applicarlo alla lettera? A tratti, ci sono i sorrisi, la riflessione, l'aforisma da appuntarsi. E, ovunque, all'incirca, ci sono anch'io. (7)

giovedì 26 maggio 2016

Dear Old Mr. Ciak: Cosa fanno i protagonisti del piccolo schermo quando non girano?

(Quello che combina la Pellegrini fuori dalla piscina, invece, è ancora mistero)

(Alias: film random commentati una vita fa e, oggi, legati da un minuscolo pretesto)

2015. Madre, padre, una figlia che cresce al buio. Un bunker come casa, se fuori è vietato uscire. Finché, sopra, qualcosa comincia a muoversi. Da chi stanno trovando riparo? Fuori dal tunnel, che aspetto avrà il mondo? Hidden – scritto e diretto dai fratelli Duffer, promettente duo – è un film claustrofobico, cupissimo, che parte nel migliore dei modi. Un thriller psicologico che a lungo si regge sulle ansie, la routine e i meccanismi di sopravvivenza di una famiglia unita sul fondo di un pozzo nero. L'ansia si sente. Si è preoccupati per la loro sorte e, soprattutto, si è curiosi. C'è infatti una cosa che non dicono e che si rivelerà allo spettatore in flashback canonici in cui scoprire, man mano, la verità sulla loro fine del mondo. Una risposta originale, un colpo di scena garantito, che però – a confine con l'horror – soddisfa meno del resto. Prima di abbandonare il loro covo, in particolar modo, i tre attori reggono al meglio la tensione. La sconosciuta Andrea Riseborough; la piccola e precoce Emily Alyn Lind, ossia la giovane Amanda di Revenge; il sempre in parte Alexander Skarsgard, che, per essere un marcantonio olandese, risulta un genitore sorprendentemente attento e premuroso, con quell'istinto paterno, d'altronde, già mostrato in Disconnect e What Maisie Knew. Tocchi del migliore Shyamalan, cenni a The Hole, rovesciamenti non del tutto telefonati – occhio ad alcuni poster pieni di spoiler - e il pregio di complicare un'idea semplice. Esempio ben pensato di crossover, dunque, sulla relatività delle fobie – alla fine, chi ha paura di chi? - e la forza del sangue. (6/7)

2014. Clint, un Elijah Wood che dopo Il signore degli anelli e gli impegni con Wilfred vediamo spesso alle prese coi film da brivido, vorrebbe diventare il nuovo Stephen King ma, tornato a mani vuote dal soggiorno newyorkese, vive sotto lo stesso tetto di mammà e lavora come supplente in una scuola elementare. Non sa ancora che nella caffetteria della scuola sta per diffondersi una piaga che renderà zombie tutti coloro che non sono ancora entrati in pubertà. Basta un graffio e parte la rabbia, insieme alla fame. Cooties è una commedia horror, come rivela il trailer, partorita dalle menti di coloro che hanno pensato Glee e Saw. Scorretta, splatter e esilarante, ha i personaggi che immagini – la dolce insegnante di Inglese, il tronfio professore di Educazione fisica e così via – e una ferocia vestita di leggerezza che non ti aspetti. Parte tutto, infatti, con un dispetto ai danni di una bambina pallida e bruttina. Il prepotente di turno la tira per le codine e, insieme ai capelli, viene via anche un sanguinoso brandello di materia cerebrale. A quell'età i bambini sono dispettosi e manipolatori: ti fanno gli occhi dolci, ti prendono per il verso giusto e sei nella loro trappola. Figurateveli morti viventi: piccoli demoni con abiti dai colori pastello che giocano al salto alla corda con le budella di un povero sprovveduto, stabiliscono gerarchie, rendono gli spiazzali della ricreazione labirinti. E tutto, in quest'opera prima citazionista quanto The Final Girls e non meno ironica di L'alba dei morti dementi, ha inizio proprio da quella carne che forse - lo dicevano i vegetariani e l'hanno confermato da poco, neanche a farlo apposta, i giornali – nuoce gravemente alla salute. Come una scuola che – da una parte all'altra della barricata – uccide. (6,5)

2015. Un poster con il primo piano dei due protagonisti, e io che immagino tanti dialoghi e pochi attori. 6 Years, melodramma scritto e diretto da Hannah Fidell, poteva piacermi. Perché si sa che vado pazzo per queste lunghissime scene in cui, con naturalezza, si parla del più e del meno; gli amori agli sgoccioli; i giovani che hanno i problemi dei vecchi. Siamo dalle parti di Like Crazy e Blue Valentine. Un sentimento al tramonto, già declinato al passato, e due amanti a un bivio. Melanie e Dan – studenti universitari, migliori amici – sono fidanzati da sei anni. In Doremus c'era la lontananza, in Cianfrance i rimpianti di due che avevano capito che il loro grande amore non bastava. Nella Fidell, piatta, i problemi sono più vicini ai miei – strade che inevitabilmente si separano, piani per il futuro che non vanno d'accordo, piccoli tradimenti da ubriachi – ma personaggi tutt'altro che adorabili, o in lacrime o brilli, rendono più pesante del previsto l'ora e diciotto di 6 Years. Realistico, non per cuori candidi, ma con guizzi scarsi e figure antipatiche, pallide, volubili. Eppure Taissa Farmiga – lei tanto sfortunata in amore anche in American Horror Story – e Ben Rosenfield sono molto bravi. Eppure la regia è sobria e la colonna sonora indie al bacio... (5)

2013. Certe sere l'importante non è tanto il film, quanto ridersela di gusto. E, in sere come quelle, che venga pure in mente l'idea di vedere questa commedia tedesca campione d'incassi, pronta per l'espatrio, un sequel già uscito in Patria e, chissà, un remake. Arrivato da noi con due anni di ritardo, complice un protagonista amatissimo per Kebab For Breakfast, Fuck You, Prof! parla con il linguaggio della comicità – a volte volgare, ma immediato - di ragazzi ribelli, equivoci e false identità. La storia: delinquente in libertà vigilata si finge supplente per recuperare la refurtiva sepolta nello scantinato di un liceo. Ma il suo menefreghismo si scontrerà con gli scherzi di una classe problematica. La trama è la solita – un incrocio tra Da ladro a poliziotto e Poliziotto alle elementari – e la comicità, non tra le più raffinate, è più americana che europea. Però si ride tanto, dall'inizio alla fine, e gli obiettivi vengono raggiunti, dalla classe scapestrata capitanata dal più scapestrato dei prof. (6+)

2014. Jay è la pecora nera in una famiglia perfetta. Daisy, sola al mondo e con qualcosa che non quadra, dichiara ai suoi dottori di sentire le voci ed è tra le stralunate abitatrici di un istituto da abbandonare di corsa, e a piedi scalzi. Lui è Scott Speedman che, dopo gli anni novanta e Felicity, ci si è accontentati di vedere qui e lì. Lei è Evan Rachel Wood, attrice che mi piace tanto e da tanto, che chissà perché – pur essendo bella e brava in quantità uguali – ha meno impegni di quanti meriterebbe. Loro, simpatici e in armonia, sono i protagonisti bene a fuoco di Barefoot: romcom tra l'indipendente e il commerciale che, a volte, ho trovato avesse i tratti dei boy meets girl che mi fanno sempre bene, altre quelli meno personali ma per tutti i palati di una commedia con i Kate Hudson e Matthew McConaughey di turno. Piace più a prima impressione, nel primo caso, rispetto a quando si scopre – nonostante il brio e le punte di tenerezza – piacevole e poco più; comunque, non  memorabile. A fare la differenza, la lei della storia, che spesso ti prende in contropiede con le sue fragilità e i suoi piccoli dolori, e sempre ti sorprende per piglio e fascino. (6)

2014. Richie vuole farla finita. Ma, all'improvviso, arriva una chiamata da sua sorella. Sua nipote, Sophia, ha bisogno di lui. Nato come ampliazione di un corto pluripremiato, Before I Disappear è il significativo esordio alla regia di Shawn Christensen: ha l'indole e lo sguardo giusto, anche se il suo primo lungometraggio ha poco che lo faccia brillare di luce propria. Dramma all night long inguaribilmente indie, ha una bella testa, una bella fotografia da videoclip, un bel cast televisivo assemblato a dovere – accanto al factotum Shawn, una grande Emmy Rossum e uno psicotico Paul Wesley – ma manca una trama che si faccia ricordare. Prevedibile, penserete, immaginando un rapporto adulto-bambino à la About a Boy. Sbagliando, credo lo pensasse anche l'autore: accanto allo snodarsi di un emozionante dramma familiare, allora, l'inserimento di una parentesi noir. Una cocainomane trovata morta, la promessa dell'omertà e, inevitabile, il dubbio: dirlo o non dirlo al ragazzo di lei? Con un altro dubbio, questa volta il mio, ossia che nel corto tale sottotrama insoddisfacente mancasse, andrò a recuperarmi l'originale e a dire in giro che Christensen, nonostante i passaggi irrisolti, è capace come tutti raccontano. (6/7)

2015. Brillante studente a casa per le vacanze perde testa e verginità con la  consorte del vicino. Ma il marito, ricco e geloso, potrebbe non perdonare il ragazzo che ha puntato gli occhi sulla sua moglie trofeo. Careful What You Whish for – in italiano, Attrazione senza regole: titolo da anonimo giallo di Rai Due, e quello infatti è stato il suo sfortunato destino in una sera di fine agosto – è un discreto thriller erotico, con tutti i limiti del caso e elementi che lo rendono leggermente superiore a pellicole simili arrivate di recente in sala. Vedi l'innocuo – e trashissimo – Il ragazzo della porta accanto. La trama è quella: un'attrazione fatale, la seduzione di una Mrs. Robinson, un giovane accecato dalla passione. Ma, a un certo punto, si imbocca una via che il trailer non rivela e che, dunque, non vi rivelerò neanch'io: una strada già battuta, verso un epilogo con qualche tranello che non guasta e i territori di Sex Crimes. E poi – inusuale per la prima serata, almeno – c'è più pelle esposta, qualche scena di sesso e l'indiscreto sex appeal di Isabel Lucas. Nei panni del marito, Dermot Mulroney (Shameless); il giovane protagonista, invece, è Nick Jonas. Nuovi muscoli e il tentativo di una carriera nuova dopo un'infanzia targata Disney: qualche singolo carino passato in radio e impegni in rubrica con l'ultima creazione di Ryan Murphy, Scream Queens, e la seconda stagione di Kingdom. (5,5)

2015. Charles è un liceale che vive di notte. Tormentato dai bulli, lavora in una stazione di servizio che è un microcosmo di situazioni pericolose e incontri. Lì la diciottenne Vicki offre sesso ai camionisti. Quando Charles trova il coraggio di difenderla dalle prepotenze del suo pappone, tra i due nasce l'amicizia. Viaggiando lungo la costa californiana, fotograferanno fari e impareranno a rispettarsi. Safelight è un dramma young adult accolto nell'anonimato. Sbuca dal nulla, infatti, ma ci si aspettava di più, per colpa di una di quelle copertine che mi ispirano a colpo d'occhio e di due protagonisti noti. Ha senz'altro dalla sua voglia di tenerezza e tanta bontà, ma la scrittura pecca di ingenuità e esagera nel caricare i personaggi di drammi che non toccano. Mai smielato ma neanche mai meritevole, per quell'ora e mezza, nonostante idee frettolose e personaggi sfortunatissimi, si tiene a galla grazie a qualche comprimario significativo, alle atmosfere country e alle prove di Evan Peters, convincente diciassettenne, e June Temple, carinissima coi suoi occhiali rosa a forma di cuore. Giovani ma già quotati, altrove mattatori, finiranno per farsi ricordare, qui, per quel misto di occhi bassi e sorrisi rubati che sono bravissimi a rendere, neache fossero due adolescenti alle prese con l'imbarazzo della prima volta. (5)

mercoledì 4 maggio 2016

Dear Old Mr. Ciak: Short Term 12, Broken, La vità è facile ad occhi chiusi, And While We Were Here

[2013] Short Term 12. Si chiama così una struttura di periferia che accoglie bambini grandi e piccoli, e così si chiama il bellissimo dramma indie di Destin Daniel Cretton. Se sei tra i suoi giovani ospiti, non hai avuto un'infanzia felice. Se sei tra i suoi volontari, ragazzi tra i venti e i trent'anni con la vocazione al bene, sei stato anche tu un bambino triste – ma lo ammetti solo adesso, con un figlio in arrivo che forse non vuoi veda la luce – o, semplicemente, riponi grande speranza nella gioventù. Se sei un degente, ti hanno maltrattato o abbandonato. Se sei un operatore, ha le scarpe da ginnastica, i nervi saldi, il passo svelto: ci sono ragazzini che tentano la fuga quotidianamente; chi ti risponde per le rime; chi, chiuso nella sua afasia, non ti risponde affatto. Una famiglia di adolescenti disastrati ma poco disastrosi, e a capo ci sono Grace e Mason: a malapena trentenni, adulti da poco. Abbastanza per avere, adesso, una famiglia tutta loro? Non molto tempo fa, infatti, sono stati entrambi come le anime perdute a cui fanno da mentore. Lei ha scoperto di essere in dolce attesa, ha preso appuntamento per sbarazzarsi del bambino e si domanda – reduce da un'infanzia di abusi indicibili – che mamma sarà, un giorno. Lui, rimbalzato da una casa-famiglia all'altra, e infine adottato da una coppia di coniugi amorevoli, si rapporta alla vita con la fiducia che alla sua compagna, che ha nel cuore un dramma ancora irrisolto, purtroppo manca. E chi aiuta loro? A preoccuparli, il pensiero di un bambino che soffre di depressione che, a giorni alterni, tenta la grande fuga dal centro; un diciottenne che, con il raggiungimento della maggiore età, deve andare via, ma dove, esattamente?; un'adolescente che, in mezzo a tanti orfani, un padre lo ha, ma non è il genitore che merita. Se fossimo in presenza di un film hollywoodiano, la ragazza ribelle si innamorerebbe del ragazzo ribelle; il dolce presente combatterebbe l'amaro passato. E invece no, ma non per questo il film è meno dolce; non per questo è meno delicato o commovente. Ne guadagna in schiettezza. Ne guadagna in verosimiglianza. Una fiaba neoralista, quasi, che parla di ragazzini abusati, trascurati, problematici e ci mostra una sconosciuta Brie Larson, che straordinaria, ma sottovoce, lo era ben prima del trionfale Room. Short Term 12 è un film di nicchia, raro, onesto, magnanimo, che ti dà fiducia nel prossimo e che, se senti che il mondo ti è avverso, ha il miracoloso potere di insegnarti a conviverci ugualmente. Per curare tutte le cicatrici che nascondi gelosamente. Visibili o invisibili che siano. (8)

[2012] Le tre case formano una figura geometrica. Il quartiere è periferico, il vicinato rumoroso. Nella provincia londinese, in una periferia senza connotati precisi, vivono – e, spesso, si urtano – tre famiglie diverse nello stile di vita, ma che hanno scelto la stessa borgata per mettere radici. Ci sono piccole donne al limite, che crescono senza madre; due coniugi di mezza età, genitori di un ragazzo fuori dalla norma, che parla pochissimo ma osserva tutto; soprattutto, ci sono Skunk e suo fratello, che giocano come se potesse essere estate per sempre, interessati alle cause del papà avvocato e ai misfatti sentimentali di una tata che, per un periodo, è stata la fidanzata del loro prof. Nella prima scena, dal nulla, l'introverso e fragile Rick, accusato di violenza carnale, viene aggredito dal vicino iracondo. Ma Skunk, bambina diabetica e intelligente, sa distinguere il vero dal falso, al di là del pregiudizio e dei dubbi. I suoi hobby e il suo primo amore, in un'ora e mezza che lì per lì non ha peso ma che, sul finale fortemente tragico, annienta e cattura, mentre passava, l'infanzia che confluisce nell'età della ragione; la perdita dell'innocenza. Broken, tratto da un romanzo di Daniel Clay che ho sempre voluto leggere, è una libera riscrittura dell'intramontabile Il buio oltre la siepe. Contempla la spensieratezza, gli atti di prepotenza quotidiani, la discesa inevitabile di una povera anima che, accusata, si trasforma in colpevole per davvero. Skunk, odierna Scout, si rapporterà al dolore di un moderno Boo Radley in balìa del destino – a unire le due protagoniste, una governante onnipresente, un altro giudizioso Atticus Finch, la bontà – in una società che, vista così, anche se meno accogliente, anche se meno patinata, ricorda un po' American Beauty. Non mancano i nomi noti – Tim Roth, Cillian Murphy – ma a rubare attenzioni è il talento folgorante di Eloise Laurence: un'esordiente i cui primi passi risultano indimenticabili come quelli della collega Saoirse Ronan, in Espiazione. La scenografia è scarna, la fotografia sporcata e la colonna sonora – fanciullesca, eterea – dà alla periferia quel tocco di fascino che solo il cinema inglese. Con la sua naturale indipendenza, un'emozione trattenuta e, questa volta, isolato difetto, un epilogo scioccante che sfugge di mano; dove a spezzarsi, checché ne dica il sottotitolo italiano, è più di qualcosa. Più di un'esistenza. Si perde l'equilibrio, passando da un estremo all'altro. Ma così è la vita: che va, viene, e non ama avvertire. (7)

[2013] Antonio è un maestro che insegna l'inglese attraverso i pezzi dei Beatles. Amichevole e dal cuore grande, anche troppo, crede in canzoni che cambiano la vita e nel potere dei sogni. Perciò, nella Spagna di Franco, sale in macchina per raggiungere, attraverso strade tutte curve a strapiombo sul mare e incontaminate campagne, il set spagnolo del film che John Lennon sta girando. In un alberghetto su cui brilla sempre il sole, in campi di contadini gradassi e fragole dolcissime, si consolida imprevedibilmente il rapporto con Belén e Juan, due giovani fuggiaschi a cui ha dato un passaggio: la prima, ragazza alla deriva; il secondo, sedicenne ribelle di cui il padre non approva il capello lungo e la musica che ascolta. Si narra che in quegli stessi anni, tra l'altro, Lennon abbia scritto Stawberry Fields Forever e che, proprio dal colloquio con un insegnante, sia nata l'idea di accompagnare i dischi con i testi delle canzoni. La vita è facile ad occhi chiusi – riconoscete, nel titolo, la frase cardine del loro brano più bello? - è una commedia dai toni pastello, arrivata con due anni di ritardo da noi, dopo il successo ai Goya, che trasferisce nella Madrid sotto dittatura i principi del sogno americano e, insieme, una Beat Generation in corso di traduzione. Fedeli a Kerouac si vive perciò “on the road”, ma senza trasgredire, e il fantasma di Lennon diventa, magicamente, personificazione di un miraggio fanciullesco ma necessario. La regia non osa guizzi, la trama è semplice e un po' buonista, ma vuoi l'ottimo cast, vuoi la straordinaria voglia di leggerezza che sprizza, il film di David Trueba è di buoni sentimenti e di immediato impatto: emozionante e solare. Contenitore di storie autentiche, collaboratore attivo del buon umore. Perché La vita è facile ad occhi chiusi, ma ad occhi aperti – soprattutto in questa sgarciante foto d'epoca – è più dolce rispetto alla norma. (6,5)

[2012] Jane e Leonard si sono sposati, giovanissimi e dubbiosi, perché c'era un bambino in arrivo. Quel bambino è andato perso – insieme a altri, in altri dolorosi aborti spontanei – e i due sposi si sono trovati tristi e più soli di prima all'interno di un matrimonio vittima della routine. Finché Leonard, di professione violinista, non è invitato a Napoli per lavoro e Jane, scrittrice in cerca di ispirazione, non lo segue, per capire cosa va e cosa non va coi loro sentimenti infreddoliti. Durante una solitaria gita a Ischia, la protagonista incontra Caleb, un ragazzo più leggero di lei per i dieci anni di differenza e tante preoccupazioni in meno. Iniziandolo al primo amore, una Jane traditrice ma senza colpe scoprirà con lui, diciannovenne solare e immaturo, che ne sarà delle sue relazioni: alla deriva, nell'azzurro Mar Tirreno. And While We Were Here, delicato dramma indipendente con le vaghe suggestioni del Sundance e i meccanismi dei film diversamente sentimentali che tanto mi piacciono, è un altro titolo da aggiungere alla lista a cui ho dato il via la scorsa estate in cui un lui incontra una lei (o viceversa) in un luogo da cartolina. Preparatevi ai lunghi dialoghi per conoscersi meglio, a attori spontanei e rilassati e a candidi cliché sull'Italia e gli italiani. La città sporca e chiassosa contro l'isola paradisiaca, gli scenari ideali in cui parlarsi senza annoiarsi neanche un po'. L'occhio che scivola dal quieto corteggiamento dei bei Kate Bosworth e Jamie Blackley – lei ormai nota, lui visto recentemente in Resta anche domani – alle meraviglie della costiera, con una colonna sonora raramente folcloristica. Poteva essere meglio, poteva essere peggio: più introspettivo, meno lieve. Comunque, non dispiace. Grazie a un finale, anche, in cui fino alla fine non si sa se Jane seguirà le sue responsabilità di moglie, il suo ritorno alla gioventù, o solo se stessa. (6)