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lunedì 15 aprile 2019

Mr. Ciak: Boy Erased, Ben is back, Wildlife, Mid90s, Hot Summer Nights, La diseducazione di Cameron Post

Si può guarire dalla propria natura? Qualcuno pensa di sì. Lo pensa, forse, anche il protagonista: un ventenne vulnerabile e confuso, che della sessualità ha conosciuto prima la violenza di un compagno di corso, poi la tenerezza di un pittore con cui ha diviso il letto senza spingersi oltre. Se sei omosessuale, se ti penti, puoi trovare assoluzione. Spiace dirlo, ma non si tratta di un romanzo distopico. Boy Erased, tratto dall'omonimo memoir letto lo scorso novembre, è una storia realmente accaduta. Nel passaggio al cinema sceglie toni crudi, iperrealistici, e un taglio a metà fra il documentario e il thriller d'inchiesta. Mosso da sconvolgenti tensioni spirituali e sessuali, è una cronaca di contrizione, di costrizione, approcciata con un distacco formale che mi ha spiazzato in positivo. Hedges, afflitto e struggente, si nasconde sotto una cappa di vergogna e senso di colpa con il temperamento dei grandi attori. Notevolissimo, poco indulgente verso personaggi e spettatori, Boy Erased va incontro a una ribellione troppo precipitosa, a toni qui e lì troppo freddi per paura di incappare nel pericolo didascalismo, ma tocca riconoscergli meriti diffusi. Quella biografia indigesta su carta, infatti, appariva inadattissima al cinema. I plausi spettano alla recitazione minimalista del cast in gran completo, con i mattatori della vecchia scuola e i nomi più glamour disposti a sparire in ruoli di supporto. A Joel Edgerton, alla sua seconda prova da regista, che adatta di proprio pugno e prende in prestito le atmosfere asfissianti della sua opera prima. Si fanno i conti con mamma Kidman e papà Crowe. Si allunga la mano fuori per saggiare di cosa sappia la libertà. Non si cancella la rabbia. (7)

Anche i tossicodipendenti vogliono festeggiare il Natale in famiglia. Anche a costo di confrontarsi con scie di cadaveri, speranze infrante e parenti sconosciuti. Sempre nell'occhio del ciclone, nel mezzo delle atmosfere nevose di Manchester by the sea, riabbracciano fratelli e genitori, accarezzano il cane, ma portan guai. L'onnipresente Hedges, misuratissimo e in parte, fa i conti con i suoi giovani crimini e con la mamma iperprotettiva di Julia Roberts, a volte intensa e altre sopra le righe, che a momenti alterni lo spalleggia e lo respinge. Da sinceramente toccante, Ben is back si fa ansiogeno nella seconda parte. Una ricerca porta a porta, nel peggio della provincia americana, verso vie di fuga dall'incubo: peccato che i risvolti criminosi, purtroppo, risultino posticci. Inseriti nella sceneggiatura per aumentare le tragedie, le lacrime, l'ansia, all'interno di una vicenda già complessa di per sé. Ambientato nell'arco di una lunga giornata, il film di Hedges padre è un viaggio nel lato oscuro delle festività, ammorbidito dal carattere solare della protagonista e dai toni indovinati dell'ora introduttiva. Difettoso ma coinvolgente, commovente senz'altro, resta uno di quei drammi che hanno il coraggio di poggiarsi esclusivamente sui loro interpreti, soltanto sulle emozioni che riescono a suscitare. Per riportare i figli recidivi all'ovile e i kleenex, quelli sperperati con gran mestiere, in sala. (6,5)

Si sono spostati dove li hanno portati gli ingaggi di lui. Quando il lavoro è venuto meno, assieme all'amore, i bellissimi Mulligan e Gyllenhaal si sono dovuti improvvisare altro. Lei, civettuola e vanitosa, dà lezioni di nuoto e lui, altezzoso al punto da rifuggire la routine, seda incendi; il figlio parsimonioso, invece, fa da aiutante in uno studio fotografico. La loro famiglia va in fumo all'improvviso. Nella frustrante attesa che cada la neve, ci si arrangia come si può. I divi hollywoodiani fanno i conti, così, con il brusco risveglio dal sogno americano; con la fine di un matrimonio felice. Le attenzioni, però, sono tutte per il silenzioso testimone della loro relazione: un adolescente che apre a forza gli occhi su un mondo di tradimenti e repressione, interpretato dalla rivelazione Ed Oxenbould. Non tutto oro è quel che luccica, no, a dispetto dei grandi nomi coinvolti, del best-seller di Richard Ford alla base e dell'apprezzamento riscosso presso i festival giusti. Le pecche di Wildlife, attesissimo esordio alla macchina da presa di Paul Dano, ha i suoi maggiori difetti in una scansione temporale confusa e in dialoghi quanto mai ridondanti: la regia, consapevole ed elegante, incornicia sullo sfondo dei meravigliosi anni Cinquanta una Mulligan perfino più insopportabile di quella vista nel Grande Gatsby. Adattamento rigoroso e distaccato, scritto insieme alla compagna Zoe Kazan, il dramma è un Revolutionary Road in piccolo e visto da una piccola prospettiva, con una presa emotiva minore del previsto e due personaggi troppo antipatici per suscitare alcuna empatia. Come la foto di un pallido dispiacere che, al cinema, si è già fatta ricordo. (6,5)

I 4:3 del miglior cinema indipendente. La patina granulosa delle videocassette. L'approccio neorealista dei bambini secondo Sean Baker. Diciamolo: non ci si aspettava un esordio così da Jonah Hill, ennesimo attore passato dall'altra parte. Famoso per la sua fisicità, per le commedie demenziali dei primi tempi a cui sono seguite due insospettabili candidature agli Oscar, l'interprete recentemente visto in Maniac raduna una compagnia di birbanti per raccontarci l'infanzia con i toni di Truffaut. Nocivi ma fondamentalmente buoni, talora dal talento inespresso, i protagonisti introducono Stevie nella loro cricca: ancora piccolo, con in casa una mamma single e un fratello dispotico interpretato dal solito Hedges, vuole imparare ad andare sullo skateboard. Per diventare la mascotte dei grandi, mostrandosi impavido e sconsiderato, bisogna approcciarsi anche alle droghe e al sesso. Da un lato Stevie ambisce al perfetto equilibrio, per non disobbedire a mamma e per non rompersi la testa. Dall'altro, invece, punta a luoghi fatti soprattutto per gli afroamericani, per gli adulti. Come un Eight Grade più distante da me per il linguaggio, l'approccio, il quartiere, Mid90s racconta la formazione di un ragazzino troppo educato per la vita di provincia, che in privato fa abuso di scuse e grazie. Colleziona amici e nemici, si fa rispettare. E la sua diseducazione, fra frequentazioni deleterie e momenti toccanti, è quella tipica di una generazione perduta che sperava di andare lontano: magari su due ruote. Ma ha confuso, purtroppo, il fine con il mezzo. La perdizione della vita di strada, ritratta senza sporcature eccessive o presunzioni da narratore impegnato, fa di questo esordio un film piccolo nel taglio e nelle intenzioni, ma con tanta voglia di svelare con una sincerità e una limpidezza contagiose le ginocchia sbucciate dei suoi teneri anni. (7)

Sono gli anni del Laureato e Terminator. Di Street Fighters nelle sale giochi. Thimotée Chalamet, intrappolato nella sua sonnacchiosa città costiera, non appartiene né alla schiera dei locali né a  quella dei villeggianti. Emblema dell'adolescente eternamente fuori posto, con bomboletta dell'asma in mano e un corpo allampanato, si trova coinvolto suo malgrado in una disavventura estiva che ha del paradossale, fra gente bellissima – l'irraggiungibile Maika Monroe, il piantagrane Alex Roe – e droghe leggere. Ma questo pesce piccolo sogna in grande: ha una straordinaria propensione a mettersi nei guai e, per fare il salto, spera di passare dall'erba alla cocaina. In un microcosmo di ragazze fatali, spacciatori e colorati luna park, quanto è semplice pestare i piedi alla gente sbagliata? Ennesima chicca targata A24, con un cast di giovani talenti e la regia retrò di Elijah Bynum, Hot Summer Nights sembra un po' una canzone di Lana Del Rey, un po' un romanzo di John Green. Un narratore esterno ai fatti parla a nome dell'intera città: i tre protagonisti, a detta sua, sono già diventati un mistero. A sorpresa, così, i personaggi più superficiali regalano attimi di struggimento e la svolta drammatica, che nel finale imbocca i territori precipitosi e serissimi del crime, gli dona più che a Ben is back: Lascia, infatti, l'amaro in bocca e gli occhi tristi. Queste caldi notti estive avevano proprio bisogno del refrigerio di un brivido, pur di mostrarsi più che una toccata e fuga nel lato oscuro degli abusati '80s. (7)

Un'altra identità da riformare. Un'altra sessualità negata. Questa volta siamo nei primi anni Novanta, nei panni di una ragazza interrotta. L'hanno beccata a pomiciare sui sedili posteriori con una compagna di scuola e per lei hanno decretato una guarigione forzata in un centro che mette al vaglio i sogni erotici che fa, la musica che ascolta, i traumi pregressi e i fidanzatini del liceo. Con il rischio di perdere sé stessa, di tradirsi, in nome di una religione a cui nessuno crede fino in fondo e di una normalità predicata soltanto in teoria. I toni sono quelli falsamente scanzonati di Noi siamo infinito. Le ambientazioni ricordano gli istituti correttivi di Fino all'osso e Cinque giorni fuori. Inferiore ai titoli citati, nonostante la delicatezza del tema, la discutibile vittoria al Sundance e l'enorme talento di una fragile e focosa Moretz, La diseducazione di Cameron Post racconta una storia di ribellione e affermazione, ma non ha né anima né originalità; colpi di testa o di cuore. L'esordio di Desiree Akhvan, eppure inspiegabilmente ben accolto in patria, si lascia rabbonire e semplificare, smussare. Troppo educato, titolo a parte, lascia che i suoi protagonisti in terapia disegnino iceberg, per poi indugiare con profonda amarezza soltanto sulla superficie. (5,5)

mercoledì 3 ottobre 2018

I ♥ Telefilm: Maniac | BoJack Horseman s05

Lei, ribelle ma vulnerabile, cerca di superare la morte della sorella. Lui, schizofrenico, è chiamato a testimoniare il falso in tribunale per salvaguardare la reputazione della stessa famiglia che lo ha ripudiato, mentre tutt'intorno crede di scorgere i segni di un complotto da sventare. Come i protagonisti strampalati di un boy meets girl del Sundance, si scopriranno complici in un contesto dei più particolari: la sperimentazione di un nuovo farmaco per elaborare e combattere, fase dopo fase, il malessere che li accomuna. Siamo in un futuro minimalista alla Spike Jonze, con gli uffici arredati come in quegli anni Ottanta tornati noiosamente in voga e un'intelligenza artificiale dai desideri di donna che, ammalatasi un giorno di malinconia, s'impunta per sabotare i piani di Justin Theroux, scienziato sopra le righe con questioni irrisolte con mamma Sally Field – adorabile al solito, è sempre lei a prestare la voce a un processore che fa i conti con i lati oscuri del lutto. Ma se i farmaci sperimentali prevedono la somministrazione delle pillole di Matrix, per le cavie si spalancano scenari inimmaginabili soltanto in teoria – vedasi i sogni a occhi aperti di Gondry e Nolan, o perfino i viaggi tra generi cinematografici di un Capatonda in cerca d'autore. I protagonisti a volte sono due coniugi che salvano un roditore dall'essere ridotto in pelliccia, e a volte ladri imbucati a una seduta spiritica dei ruggenti anni Venti; alcune elfi mitici verso un lago miracoloso, altre membri di clan mafiosi in cui il sangue è legge; infine, agenti segreti allo scoppio di un'invasione aliena. Nei loro sogni fanno coppia, anche se non dovrebbero; salvano l'universo, salvando frattanto loro stessi. Un'affinità dettata dal fato o dai piani alternativi di un processore irascibile? Qual è la costante, caos a parte, delle danze da un'esistenza all'altra? A spiegarcelo è Maniac, la serie più attesa dell'anno accanto al già deludente Sharp Objects: commedia terapeutica che di folle, di nuovo, in realtà ha solo qualche nome vincente nel cast. A ben vedere, tolta la confusione degli episodi introduttivi, l'originalità manca. Manca la sostanza, da me preferita alla forma. Manca il cuore, a cui in fase di sceneggiatura si è preferito il cervello. Tanto rumore per nulla? Se non per nulla, comunque per poco. E quel poco lo si deve ai toni da commedia indie, alle citazioni mai rinfrescate a dovere, ai piani sequenza di Cary Fukunaga pasticciati stavolta con lo splatter e la computer grafica. Alle smorfie di Emma Stone, a tratti bella e a tratti bruttissima, a tratti troppa; alla bravura di quello sottovalutato del duo, Jonah Hill, che sembra tristissimo anche quando su di giri. Sarà per questo che si storce il naso, in una chiusa che altrimenti avrei adorato: davanti alla banalità di una risposta – indovinate, coraggio, meglio l'illusione o la vita reale? – che cozza contro la fittizia autorialità del progetto. I motivi che mi hanno reso la visione insospettabilmente leggera e godibile, insomma, sono gli stessi che non hanno elevato la serie in mezzo a un garbuglio di storie già lette, di esperienze già fatte, di film già amati. Maniac non è all'altezza di voci di corridoio che ce lo raccontavano geniale. Piace, a modo suo, ma non da impazzire. (6,5)

Ho calcato per la prima volta i red carpet di Holliwoo lo scorso anno, con un ritardo affatto elegante che mi aveva regalato però la gioia di quattro stagioni consecutive. Questa volta senza corsia preferenziale, mi è toccato aspettare i comodi di Netflix, dei rehab e delle star che amano tardare: mettermi in fila. Ne è valsa la pena, anche se eccezionalmente qualche difetto l'ho scorto. Provato dalle aspettative troppo alte io, oppure nel torto loro, con una Hollyhock assente ingiustificata, un Todd dalle parentesi comiche quanto mai stonate, un ennesimo dramma – quello della dipendenza da farmaci – non percepito come tale prima del nono episodio, in cui tutto si fa serio all'improvviso? Fatto sta che un anno è passato, e che BoJack Horseman resta lo specchio perfetto della nostra epoca; il riflesso di idiosincrasie e nevrosi tutte contemporanee, che spesso sfociano nella patologia. Guardane una stagione, infatti, e grazie a sceneggiatori sempre sul pezzo ricorderai cos'è successo intanto intorno a noi, quel che abbiamo letto o visto, di cosa ci siamo rimproverati con acredine guardandoci allo specchio nei giorni no. Ecco gli scandali sessuali, un femminismo da salotto televisivo, tentati abbordaggi che nell'era del metoo non passano inosservati, dipendenze che chiedono un tornaconto personale a suon di vomito a fiotti o scatti di ira. Diane – e questa è la sua stagione, inutile cercare altri vincitori morali – torna pensierosa e divorziata da un viaggio in Vietnam; Princess Carolyn, qui sottotono, vuole adottare un bambino e vivere da single; Mr. Peanutbutter perfeziona invano le pose da duro e fa un bilancio agrodolce dei propri fallimenti sentimentali. Dopo il mancato Oscar e la mancata paternità, ad aspettare BoJack ci sono invece un giallo a puntate e una sentita lezione di autocritica: non basta rimuginare notte e giorno, scavarsi dentro, per mettersi in salvo dalla depressione. I protagonisti sono dunque chi ancora in cerca, chi in pace. Hanno abbandonato il bivio a cui erano fermi da quattro stagioni a questa parte. Ma non per questo sono più realizzati, più coraggiosi, migliori. Raramente insieme, hanno trame appena accennate e, immersi quanto mai in una forte dimensione metatelevisiva, rischiano di far scomparire il loro privato, e perfino la realtà stessa – ma cos'è poi, se non l'ennesima finzione cinematografica? Questa volta si preferisce procedere per salti temporali, rivangare il passato, mostrare i primi incontri-scontri e le origini della loro tristezza. Sempre un gioiello di scrittura, impegnatissima ma un po' incostante nella pianificazione, l'inossidabile serie animata si cimenta con altri impeccabili esercizi di stile, spesso al limite dello sperimentale, che trovano facilmente terreno fertile da queste parti – viva i soliloqui teatrali, viva gli incastri audaci –, ma a questo giro non strappano il cuore. Accendete: c'è l'esistenza in onda. La pubblicità dice di chiedere aiuto a terzi, in caso di bisogno, e i fantasmi sussurrano dalle tombe che il segreto per vivere felici è essere visti. Magari in bingewatching? (7,5)