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martedì 23 settembre 2025

Recensione: Raccontami tutto, di Elizabeth Strout

| Raccontami tutto, di Elizabeth Strout. Einaudi, € 19, pp. 288 |

È destino. Torniamo spesso dove siamo stati bene. E così, dopo qualche anno di lontananza, sono tornato a perdermi nelle storie della bravissima Elizabeth Strout. A Crosby, Maine: una cittadina vista mare, dove tutti conoscono tutti e i personaggi dell'autrice sono soliti incontrarsi. Come parte di un grande universo espanso, i protagonisti dei suoi più grandi successi — Olive Kitteridge, Mi chiamo Lucy Barton, I ragazzi Burgess — si incrociano in un romanzo che farà la gioia di tutti i lettori della prima ora, senza però scoraggiare gli ultimi arrivati. Nonostante sia consigliabile già conoscerli, niente paura: Raccontami tutto non è un romanzo di trame intricate ed eventi spiazzanti, ma un gioiello che brilla della quieta semplicità della provincia.

Olive tacque un bel po'. Poi disse, in tono pensoso: “Strambo, no, il mondo in cui viviamo? Per anni mi sono detta: Mi mancherà questo quando muoio. Ma per come va il mondo di questi tempi, certe volte penso che sarò ben contenta di essere morta”. E rimase seduta in silenzio a guardare fuori al parabrezza. “Invece mi mancherà lo stesso”, disse.

Qual è il senso della vita di noi persone normali? Sembrano chiederselo tutti, mentre Crosby si veste dei colori autunnali e qualcuno si trasferisce lì per sfuggire al Covid. Lucy, la scrittrice arrivata da New York, cerca idee per il prossimo romanzo dopo avere raccontato di un'infanzia infelice e di un matrimonio burrascoso. La sua migliore interlocutrice? L'indimenticabile Olive, novantenne due volte vedova, che ora vive in una casa di riposo e ha imparato a smussare un po' il suo caratteraccio. Accanto a loro, Bob: il mio nuovo personaggio preferito. Penalista in pensione, qui fa i conti con il mistero della morte del padre, la vedovanza del fratello maggiore, la scomparsa di un'anziana il cui figlio è il principale indagato. Soprattutto, con la cotta per Lucy: entrambi sessantenni, sposati ma un po' in crisi, condividono lunghe passeggiate sul fiume in una storia d'amore tenera come poche, ma destinata a rimanere platonica.

Quando arrivarono alle macchine, Bob spalancò le braccia e disse: “Ti abbraccio, Lucy”. E lei spalancando le braccia disse: “Anch'io, Bob.” Ma non si abbracciarono.

L'autrice Premio Pulitzer, questa volta alle prese anche con un giallo, intreccia con eleganza e levità vicende su vicende. Reduci dalla pandemia, i suoi protagonisti rifuggono l'isolamento e amano essere ascoltati. Condividono così «storie di solitudine e amore, e dei piccolissimi legami che stringiamo nel mondo», in una lettura in cui il superpotere dell'empatia ti invoglia a conoscerli come le tue stesse tasche. E a rimandare il più a lungo possibile il momento del congedo. Perché Raccontami tutto – con le sue “vite ignorate” alle prese con la malattia, il tradimento, l'abuso, la povertà – rende felicissimi. L'esistenza va avanti. La natura segue il solito ciclo. I cuori, perfino quelli infranti, continuano a battere. È la forza delle vita. Ed è in questa umanità ordinaria, ma assolutamente incantevole e ostinata, che risiede la magia di Elizabeth Strout.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Birdy – People Help the People

venerdì 16 agosto 2024

Recensione: Un'estate, di Claire Keegan

| Un'estate, di Claire Keegan. Einaudi, € 12, pp. 80 |

Su Instagram resto puntualmente incantato dai contenuti di una pagina intitolata Vita Lenta. Quegli scorci, quegli sprazzi di vita vissuta, sono il migliore antidoto contro la tristezza. Quei post sono la pace dei sensi. Quei post sono un'estate senza fine. Ho respirato atmosfere simili nel romanzo di Claire Keegan, che al cinema ispirò The Quiet Girl. Una lettura tanto breve quanto evocativa in cui la fatica gioiosa della vita dei campi scandisce la bella stagione di una bambina spaiata.

È bello sentire la strada digradare, sapendo che in fondo c'è il mare.

Selvatica e taciturna, sempre a piedi scalzi, la protagonista è cresciuta in una famiglia in cui c'erano tanti figli e pochi soldi. Non c'era mai tempo per le premure né per la tenerezza; forse non c'era tempo neanche per i nomi di battesimo: per questo, nel romanzo, la protagonista sarà anonima per tutto il tempo. Allontanata dai fratelli e affidata momentaneamente a una coppia di zii sconosciuti, sperimenta gli ambienti umili e i sentimenti nobili della vita accanto a John e Edna, in una casa senza vergogna e senza segreti. In poco tempo, diventa la loro ombra; il bastone dello loro vecchiaia. Cos'è accaduto al loro unico figlio, di cui tutti in città parlano a mezza bocca? Tra passeggiate notturne con lo sciabordare del mare in sottofondo e crostate al rabarbaro profumatissine, la bambina conoscerà per la prima volta l'amore, la morte, la vita. In punta di penna come il miglior Kent Haruf, l'autrice ci regala un piccolo romanzo di formazione sulla paura di diventare grandi.

Se non ci fossi, sono sicura che cadrebbe. Chissà come fa quando io non ci sono. Cerco di ricordarmi di un'altra vola in cui ho avuto la stessa sensazione e sono triste perché non riesco a ricordarmela, e anche felice perché non ci riesco.

C'è l'arrivo di settembre, un mese di cambiamenti, che mette paura. C'è la scoperta della lettura, con una nuova sorprendente consapevolezza: i libri, a volte, portano più lontano di una bicicletta. C'è la reticenza della gente di campagna, i cui gesti parlano più forte delle parole. Non siamo a Holt, ma nell'Irlanda dei primi anni Ottanta. In un libricino nei cui silenzi c'è talora malinconia e talora l'esatto contrario: una gioia di vivere per cui si faticano a trovare parole adatte. Bisognerebbe coniarne di inedite allora: un nuovo lessico famigliare.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Taylor Swift – August

venerdì 4 marzo 2022

Recensione: Purezza, di Garth Greenwell

| Purezza, di Garth Greenwell. Einaudi, € 18,50, pp. 189 |

Un professore statunitense di stanza a Sofia si racconta senza pudore. Straniero in terra straniera, ama smarrirsi lungo le strade labirintiche della città bulgara e nelle chat per uomini soli. Nonostante resterà per tutto il tempo sprovvisto di un nome di battesimo – i personaggi secondari, invece, sono indicati semplicemente con l'iniziale puntata –, verrà naturale confonderlo con l'autore, lo strabiliante Garth Greenwell, artefice di alcune fra le pagine più appassionate che leggerò quest'anno. Suddiviso in tre parti, Purezza raccoglie nove racconti eterogenei tanto nei toni quanto nella lunghezza, con il medesimo narratore come fil rouge. Ho preferito centellinarli con parsimonia, per godere appieno degli sprazzi di bellezza sparsi qui e lì. E questi ultimi mi sono parsi forse ancora più eclatanti, assoluti, invidiabili, giacché mescolati equamente con lo squallore e l'oscenità. Durante i suoi sette anni da fuori sede, il protagonista – sì, chiamiamolo pure Garth – ha sperimentato con sentimenti altalenanti la dolorosa dissonanza tra vita pubblica e privata.

È ciò che più amo dei siti che frequento, dove puoi formulare qualsiasi desiderio, per quanto aberrante o inverosimile, e quasi sempre troverà risposta; il mondo è grande, non si è mai soli come ci si crede, né così unici o inauditi, quel che sentiamo è già stato sentito, sempre, più e più volte, senza un inizio né una fine.

Stimato insegnante di giorno, di notte finisce in case di perfetti sconosciuti: qualche volte domina, qualche volta viene dominato; raramente s'innamora. In queste pagine, il sesso, descritto con dovizia di particolari, diventa il motore della narrazione: scabroso, umiliante, senza protezioni, si spoglia di vestiti e sentimento nei territori del sadomasochismo. Ma c'è anche il sesso romantico, poi, quello fatto da innamorati, in cui la pornografia dei corpi lascia spazio alla malinconia: a letto ci si stringe un po' più forte, allora, per l'angoscia di doversi salutare l'indomani. In alcune pagine si è sopraffatti da sensazioni talmente striscianti da sembrar vive. In altre, invece, Greenwell rinfranca lo spirito con momenti d'insieme di una luminosità disarmante. Perché in questo romanzo convivono una profonda solitudine e il suo esatto opposto. E Sofia, affascinante e squallida insieme, è pronta a sorprenderci con cortei di protesta colorati e festosi; con ciliegie mature e margherite riposte nel taschino della camicia; con la conoscenza di expat portoghesi che mettono voglia di giocare ai turisti e di visitare Venezia sotto Natale. Straziante nei momenti di solipsismo, contagioso in quelli d'insieme, Purezza è una delle migliori letture erotiche mai intraprese e, soprattutto, la testimonianza più sincera sul mestiere dell'insegnante.

Se la sarebbe cavata, pensai di nuovo, consolandomi con questo pensiero, ma pensando anche che quanto aveva detto non fosse del tutto sbagliato, che amare un altro sarebbe stato perdere qualcosa, che quella stesa prospettiva che limitava il dolore avrebbe limitato anche l'amore, e i misurati i confini di quello, mai più avrebbe potuto immaginarlo sconfinato. […] Quanto ti sei rimpicciolito, dissi a me stesso, attraverso un'erosione forse necessaria alla sopravvivenza, e di cui forse devi ancora pentirti, riducendoti a dimensioni sopportabili.

Garth parafrasa poeti solitamente invisibili per il piacere di svelarsi alle classi attraverso le loro parole immortali; davanti a un caffè ascolta uno studente reduce da una delusione sentimentale, scoprendosi combattuto tra il desiderio di consolarlo e quello di irrobustirlo a colpi di disincanto; una sera si trattiene con due ex allievi e stordisce con l'alcol la pena di rincasare nel solito appartamento senz'anima. Non c'è malizia dietro le sue occhiate, per quanto insistenti. Non c'è vanità dietro le sue lezioni, vere e proprie performance attoriali. Greenwell invidia ai suoi allievi la resistenza all'alcol e i muscoli solidi, la giovinezza e il candore. E quando pendono dalle sue labbra si sente finalmente desiderato, finalmente a casa. Attingendo ora al lessico dolce-amaro del ricordo, ora a quello assordante della pornografia, Purezza oltrepassa le barriere linguistiche e i tabù per delineare una nuova geografia: quella di un paese grigio anche d'estate; quella di un uomo triste anche quando felice. Le attenzioni di una classe di adolescenti e la lingua umida di un randagio pulcioso, nei giorni dell'abbandono, addolciranno l'eco delle stanze vuote.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Carla Bruni - Le Ciel Dans ma Chambre 

lunedì 7 febbraio 2022

Recensione: Verso il paradiso, di Hanya Yanagihara

| Verso il paradiso, di Hanya Yanagihara. Einaudi, € 22, pp. 766 |

Leggo Hanya Yanagihara per trovare salvezza dai miei lati peggiori. La scorsa estate, vittima di un'apatia che mi rendeva estraneo al mondo, mi sono affidato a Una vita come tante in cerca della catarsi del pianto. A gennaio, invece, isolato in camera insieme al virus e ai miei soli pensieri, ho atteso l'arrivo di una nuova storia – anzi, tre – per fuggire lontanissimo da me. Questa volta, lo ammetto, non avrei tollerato l'ennesimo magnifico struggimento. E l'autrice, per fortuna, ha avuto grande cura di me e della mia solitudine: nell'arco di oltre settecento pagine l'ha riempita di voci. Le sento anche ora, a lettura ultimata, e tento di districarle a furia di scriverne. Ma si può realmente possedere un romanzo così ampio, sfuggente, indefinibile? È forse possibile averne a colpo d'occhio la visione d'insieme? Mi piacerebbe riportare alla mente tutti i dettagli, grandi e piccoli; individuare la costante in grado di sbrogliare l'equazione. Ma è impossibile, tanto quanto la pretesa di scorgere una silhouette claudicante sull'uscio di un condominio di mattoni: il nostro Jude St. Francis, sappiatelo, non abita lì. Restano allora le strade di New York, una poetica malinconia di fondo, una dimensione umana dal calore contagioso e, soprattutto, una domanda sprovvista di risposte nette: cos'è il paradiso?

Le amicizie a quell'età sono così fragili, perché quello che sei – non solo le tue dimensioni fisiche, ma pure quelle emotive – cambia moltissimo da un mese all'altro. […] Ci eravamo allontanati, non divisi, e quando ci vedevamo da lontano nei giardini della scuola o nei corridoi, facevamo un cenno con la testa, o con la mano, i gesti che faresti in mare, da lontano, dove sai che la voce non si sente. Quando più di una decina d'anni dopo ci ritrovammo, parve in qualche modo inevitabile, come se fossimo entrambi andati alla deriva così a lungo da doverci ritrovare prima o poi.

In un Ottocento ucronico, la fine della guerra di secessione ha portato all'indipendenza della città e all'avvento dei matrimoni egualitari. Immerso in atmosfere degne di Jane Austen, un giovane di ricca famiglia si scopre combattuto tra il matrimonio combinato con un vedovo e il sentimento bruciante per un insegnante socialmente inferiore a lui. Il paradiso è una casa status symbol, già pronta a essere ereditata, o una tormentosa passione da romanzo d'appendice? Mentre l'avvento dell'Aids falcia un'intera generazione, un venticinquenne di nobili origini hawaiane riflette sull'amore e la morte: i migliori amici del suo partner stanno morendo come mosche e ogni rimpatriata si trasforma in una festa di addio; il padre lontano, colpevole di un torto indicibile commesso in nome del fanatismo, domanda di lui in un delirio struggente. Il paradiso è un salotto in cui risuonano le chiacchierate di amici un po' attempati, o l'utopia di restaurare la sovranità hawaiana in trenta ettari? Ci si sposta nel futuro, infine: l'apocalisse si esprime con un lessico ormai familiare. Continuamente in balia di virus di differente entità, il mondo è diventato una distopia in cui vigono la legge marziale e i baratti, i ribelli vengono massacrati in pubblica piazza e i matrimoni, combinati con la forza, mirano a scoraggiare l'omosessualità. Prigioniera di un matrimonio senza amore, una tecnica di laboratorio segnata dalla malattia fa i conti con sentimenti nuovi e spaventosi: la gelosia verso il marito, al centro di una vita parallela; l'attrazione verso l'ultimo arrivato nel distretto, che osa avanzare quesiti di natura personale; la nostalgia per il nonno epidemiologo, che in una lunga corrispondenza confessa amaramente di aver sacrificato gli equilibri della famiglia per la salvezza della specie. Il paradiso è una società in cui il caos è arginato con fermezza, o il buio del guado?

Tu sei tanto giovane; hai passato quasi metà della tua vita vita accanto alla morte e alla possibilità della morte – ci hai atto il callo, che è una cosa che mi spezza il cuore. E allora forse non capirai fino in fondo quel che ti voglio dire. Ma quando si invecchia, si fa tutto ciò che si può per restare vivi. A volte nemmeno ti accorgi di farlo. A volte, un istinto, un sé deteriore, prende il controllo: e perdi ciò che sei. Non succede a tutti. Ma succede a molti.

Nell'impossibilità di bissare il successo precedente, Yanagihara spezza le linee temporali e la compattezza della narrativa americana; spiazza. Costruisce un dedalo di storie dentro storie, e di epoca in epoca ripropone nomi di battesimo (David, Edward, Charles) e indirizzi (Washington Square). Si tratta delle stesse persone in realtà differenti? Se fossimo in un film, avrebbero gli stessi volti o sarebbero sconosciuti gli uni agli altri? I nessi, poco manifesti, vanno cercati unicamente in questa galleria di giovani inetti, nonni granitici, triangoli sentimentali e famiglie omogenitoriali; in riflessioni sulle radici culturali e l'identità, sul sangue e sul crepacuore dei sogni infranti. Quale mondo lasceremo ai nostri figli? In che mondo li lasceremo? Solidale e spietata, con una scrittura che è un mare caldo in cui è incantevole immergersi, l'autrice apre finestre, parentesi, squarci; registra i passi falsi commessi lungo i cammino dell'utopia. Ma se i genitori sono umani, dunque fallibili per natura, allora tocca ai loro eredi abbandonare la sicurezza dei confini già tracciati. Rinunciando, però, a cosa? Affrancarsi significa costruirsi un paradiso su misura. Lo fanno i protagonisti, combattuti tra andar via o restare, tradirsi o scoprirsi. Lo fa Hanya Hanagihara, alle prese con un cambio di rotta che scontenterà più di qualche accolito. I loro passi – avvolti da una luce misteriosa – sfumano nella vaghezza dell'incerto, fin quando non distogliamo finalmente lo sguardo: sono troppo distanti. Verso il paradiso.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Judy Garland – Somewhere Over The Rainbow

venerdì 28 maggio 2021

Recensione: Sette case vuote, di Samanta Schweblin

| Sette case vuote, di Samanta Schweblin. Sur, € 15, pp. 134 |

Io e i racconti: una relazione ormai stabile. La ufficializza, qui e ora, Samanta Schweblin. Sono tornato da lei dopo aver amato i mondi visionari di Kentuki e Distanza disicurezza. Sono tornato ai racconti – i primi che leggo di questapenna argentina – perché ogni nuova settimana implica inevitabilmente un nuovo andirivieni. Uscito qualche giorno fa con Sur, questo volume comprende sette storie affilate come coltelli, in bilico tra malinconia esistenziale e disagio psichico. I temi: la malattia, la solitudine, il pregiudizio. Lontana dalla fantascienza che l'ha resa celebre, questa volta l'autrice scandaglia il disagio quotidiano. Criptica, sottile e metaforica come non mai, condivide con il lettore schegge di vita vissuta che fanno trattenere a lungo il fiato. Da un momento all'altro potrebbe succedere tutto o potrebbe non succedere niente. L'ansia è tutta lì: racchiusa nel dubbio.

Questa è mia madre, mi dico, mentre lei apre i cassetti del comò e tasta sotto i vestiti per accertarsi che anche l'interno dei mobili sia di legno di cedro. Da quando ho memoria siamo sempre andate a vedere le case, abbiamo portato via dai giardini vasi e fiori inadatti. Abbiamo spostato gli irrigatori, raddrizzato le cassette delle lettere, tolto di mezzo oggetti decorativi troppo pesanti per il prato. Appena i miei piedi sono arrivati ai pedali ho cominciato a guidare io la macchina. Questo le dava più libertà.

Una madre e una figlia si divertono a invadere le esistenze altrui: modificano, rubano e stravolgono, mosse da una missione incomprensibile. Una coppia divorziata si accapiglia per l'affido dei bambini: possono forse passare il weekend con i nonni paterni, che in preda alla demenza senile si sono convertiti al nudismo? Un'anziana affetta da disturbi ossessivo-compulsivi, stanca di stare al mondo, impacchetta ogni avere in previsione del funerale e guarda con sospetto il dialogo tra il marito e il  piccolo dirimpettaio. All'indomani di un trasloco, nuora e suocera si scoprono accomunate dal medesimo senso di smarrimento. Una bambina, annoiata dall'attesa in ospedale, prende per mano uno sconosciuto che le promette di comprarle un paio di mutandine coi cuori ricamati. Per sfuggire a una lite familiare, una donna fresca di doccia esce di casa in accappatoio e ha una strana conversazione con l'antennista del condominio.

Concentrati sulla morte. Lui è morto. La signora della casa di fianco è pericolosa. Se non ti ricordi, aspetta.

Proprio come da tradizione, Schweblin garantisce una galleria d'immagini surreali e stranianti, immortalate con accuratezza cinematografica. I suoi protagonisti, al centro di dialoghi densissimi e di situazioni destinate a tacite implosioni, parlano a lungo. Ma più di loro sembrano parlare le cose non dette, quelle incomprese e quelle incomprensibili: il disagio misterioso, insomma, che tinge di nero la maggior parte delle vicende. Il formato del racconto rende Samanta Schweblin ancora più enigmatica. Nel bene e nel male, la concisione delle storie mette in risalto le sue peculiarità formali con il rischio di rendere i suoi intenti più oscuri del solito e di seminare, nel finale, un senso d'irrisolto. C'è del marcio a Buenos Aires e dintorni. Raramente, tuttavia, viene palesato. Lo intuiamo a colpo d'occhio tra le righe, mentre l'autrice scandisce con gelida imparzialità confronti intergenerazionali o traslochi di cui venire a capo. A volte i protagonisti hanno scatoloni da disfare d'urgenza per riappropriarsi della propria vita. Altre, invece, si convertono all'imballaggio – al cambiamento, al riciclo – per liberarsi di un passato superfluo. Portano fanghiglia sotto le scarpe. Seminano vestiti dappertutto. Lasciano oggetti fuori posto e appartamenti sfitti. Spesso votati all'inadeguatezza, vuoti al pari delle case che lasciano, ricercano il loro spazio vitale nei quaranta centimetri quadrati di una banchina. Disseminato di simboli e deliri, Sette case vuote è un vialetto sdrucciolevole – benché percorso con passo sempre fermo – su scenari tanto intriganti quanto insondabili. Non aspettatevi un'accoglienza conciliante da parte della padrona di casa: prima di presentarvi alla sua porta, fareste meglio a fare la sua conoscenza con altre storie; in altre circostanze.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Afterhours – Ritorno a casa

lunedì 24 maggio 2021

Recensione: Animal Spirit, di Francesca Marciano

| Animal Spirit, di Francesca Marciano. Mondadori, € 18, pp. 216 |

Nel corso degli ultimi mesi, durante i miei andirivieni in treno, si è cementato un amore che all'inizio appariva un flirt passeggero: quello verso i racconti. Tra pregiudizi e titubanze, mi sono approcciato al genere con risultati altalenanti. Ma ho scoperto poi che in viaggio non c'è formato migliore per cercare la compagnia delle storie: brevi ma intensissime quando si è fortunati, durano  il tempo che serve ad arrivare alla meta. La scorsa settimana ho portato con me Francesca Marciano. La sua penna è stata un'epifania. Anche sceneggiatrice, l'autrice – italianissima, nonostante i suoi racconti nascano in lingua inglese – torna in libreria con sei racconti che in realtà appaiono sei romanzi a sé. Belli, magici e perfettamente compiuti, propongono un cast popoloso di personaggi inquieti ed errabondi, che cambiano continuamente cielo e paesaggio. Nell'impossibilità, come scriveva Seneca, di cambiare loro stessi.

Julian fissò lo straordinario spettacolo di quel volo. […] “Anche noi siamo così?” di domandò. “Esseri che si muovono nella stessa direzione, mossi dallo stesso impulso, senza saperlo? Esiste forse un unico cervello che ci unisce tutti quanti, un istinto che ci guida in modo da non farci del male mentre avanziamo insieme verso un luogo più sicuro?”

Un'insegnante di yoga perde la testa per un avvocato rampante; rischiano di perdere tutto in nome del fuoco della relazione extraconiugale: alle figlie di lei, un po' selvatiche, spetta il compito di cercare un nuovo equilibrio domestico. Una ragazza senza nome, fresca di disintossicazione, torna a casa per il matrimonio della sorella maggiore ma fugge con un incantatore di serpenti: vicina ad Andor, scoprirà una vocazione imprevista e la sua massima fioritura. Due coppie, una da poco formatasi e l'altra di lunga data, si concedono una vacanza su un'isola greca: i dissapori sono all'ordine del giorno, ma la comparsa di un randagio bianco promette riappacificazioni. Una giovane donna parte all'insegna del New Mexico per restituire il lume della ragione all'ex fidanzato, ecologista affetto da un disturbo bipolare: è l'inizio di un'avventura piena di disperazione e di euforia nei territori indiani, sulle tracce di un leggendario lago blu cobalto. Un regista e un'attrice di mezza età, durante un casting a Roma, si scoprono uniti ben più che dal film da girare: un trauma indelebile e il destino li hanno voluti lì, a confrontarsi in una stanza d'albergo. Una scrittrice in cerca d'ispirazione affitta un appartamento con vista, ma il terrazzo è impraticabile a causa di un'invasione di famelici gabbiani: con la promessa di scacciarli, un fascinoso falconiere le spiegherà come reclamare la propria appartenenza e, soprattutto, come elaborare gli abbandoni.

Accade spesso ai falconieri di perdere gli uccelli. Fa parte del rischio di addestrare una creatura selvatica. Ogni caccia potrebbe essere l'ultima, è sempre il falco a scegliere se tornare da te oppure no.

Animal Spirit, che prende il titolo dal terzo dei sei racconti, è un portagioie. Una raccolta intima e avventurosa che ospita storie eterogenee ma parimenti valide, legate tra loro da un sottile filo d'erba. Mi sarei aspettato, a torto, estenuanti descrizione paesaggistiche; una flora scandagliata con piglio da botanico, una fauna densa di specie esotiche... La Natura, invece, in Francesca Marciano è una presenza ora immanente, ora soltanto metaforica. In Essa i personaggi trovano il sollievo, le risposte, la pace al disagio esistenziale. I trovatelli in libertà ispirano la concordia; i serpenti hanno corpi spaventosi, caldi e pulsanti; la caccia sanguinaria dei falchi causa inattesi sussulti erotici. E ci sono, ancora, alberi che comunicano grazie all'estensione delle loro radici; chiome che cambiano colore scandendo con puntualità il divenire delle stagioni; stormi che paiono mormorare malie nel loro coreografico inseguirsi. Artefice di momenti perfetti e di atmosfere sospese, dove perfino l'impossibile diventa realtà, l'autrice evoca paesaggi lussureggianti pervasi da climi miti e da aure incantate. Spesso, ci conduce lontanissimo. Ma ci rivela anche che, a dispetto dell'esotismo dell'America Latina o dell'incontaminato Mare Egeo, talora basta sollevare per un attimo lo sguardo dalla punta delle nostre scarpe per perdersi nella meraviglia. Del mondo, dell'altro: di un altro mondo.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Francesca Michielin – Cheyenne

martedì 4 maggio 2021

Recensione: Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata, di Raphael Bob-Waksberg

Forse in Italia il suo nome suonerà sconosciuto. Segnatevelo a caratteri cubitali. Perché Raphael Bob-Waksberg – comico, ebreo, classe '84 – per me è l'erede di Woody Allen. Fantasioso, caustico e brillantissimo, ha regalato a Netflix uno dei suoi prodotti più memorabili: Bojack Horseman serie animata su un cavallo antropomorfo bramoso di notorietà – resta un capolavoro che, a un anno dalla sua chiusura, ci fa sentire ancora orfani. Ho l'impressione, tuttavia, che la TV non sia che soltanto l'inizio della carriera mirabolante dello sceneggiatore. Rieccolo in un'altra veste, quella di scrittore, sugli scaffali delle nostre librerie. Quanto spicca in mezzo all'eleganza monocromatica dei Supercoralli con la sua copertina rosa shocking e un titolo sfacciatamente romantico? Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata non delude le attese. Nonostante la familiarità con i suoi tempi comici, che non ho trovato minimamente depotenziati dal formato del racconto, sorprende comunque per la varietà degli argomenti, degli approcci narrativi, dei generi. Spazia dal romanticismo intimista allo splatter, dalla fantascienza al rimaneggiamento dei classici, sperimentando forme e voci sempre diverse.

Le persone si dividono in due tipi: quelle che non vuoi toccare perché hai paura che si spezzino e quelle che non vuoi toccare perché hai paura che ti spezzino.

Con sensibilità l'autore s'intrufola nei vissuti di uomini e donne, raccontandoli ora in prima, ora in seconda, ora in terza persona. E osa racconti in rima baciata (per ironizzare su San Valentino), abbozzi di pièce teatrali (in scena: il microcosmo familiare), promemoria di attività chiuse per ferie (l'urgenza sopraggiunta all'improvviso: passare un giorno a letto insieme), pagine di guide turistiche (quali luoghi evitare per sfuggire ai ricordi degli ex) e menù di ristoranti stellati (sconsigliabile abbinare alcol e dissapori). Ci sono poi villaggi dov'è buona creanza sgozzare caproni nel giorno delle nozze; realtà parallele invase da acque da Antico Testamento; resort messicani dove ricucire rapporti tra parenti acquisiti; popolosi parchi a tema e concerti interdimensionali. Ma in mezzo a questo divertimento esagerato, di cui il mio post potrà darvi soltanto vaghi indizi, i miei racconti preferiti sono quelli in cui il vulcanico Bob-Waksberg abbassa la voce per raccontarci quello che meglio gli riesce: ossia l'incomunicabilità, il disincanto, la depressione. Possono due innamorati viaggiare per sessant'anni nello stesso vagone senza dichiararsi? Giocando a Taboo, quali sono le parole da tacere per evitare il punto di non ritorno? Che senso ha fuggire in continuazione se la Tristezza è un'amante che non ci lascia andare?

Una statua non viene costruita a partire dalla base – è ricavata a colpi di scalpello da un blocco di marmo – e spesso mi chiedo se non siamo definiti allo stesso modo dalle qualità che ci mancano, delineati dallo spazio vuoto dove un tempo c’era il marmo. Sono seduto in metropolitana. Sono sdraiato sveglio a letto. Guardo un film: rido. E poi, d’improvviso, sono colpito da una verità annichilente: non è quello che facciamo a renderci ciò che siamo. È quello che non facciamo a definirci.

Qualcuno che ti ami in tutta la tua gloria devastata resterà una delle migliori letture dell'anno corrente, perché mi ha fatto ridere, mi ha fatto piangere e mi ha spinto ad appuntare una matita Ikea per sottolineare passo passo le cose urgenti. Giunto all'ultima pagina, ho avuto la sensazione di essere stato sputato fuori da un frullatore, di aver esagerato con i biscotti assortiti – ogni racconto è infatti un dolcetto pescato alla cieca da una scatola di latta –, di essermi preso una sbronza triste con una bottiglia di Merlot. Mi giravano forte lo stomaco e la testa, mi girava il cuore. La vita e la morte, scrive l'autore, si somigliano. Sono terrificanti, schiaccianti, possono accadere in qualsiasi momento. Le si può affrontare in due modi, con la paura o con il coraggio, ma si è destinati in ogni caso a soccombere. Accanto a loro, l'amore: una forza altrettanto ancestrale. Se la nostra disfatta è già scritta nelle stelle, a questo punto, perché non scegliere di essere coraggiosi?

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Coma_Cose – Fiamme negli occhi

giovedì 1 aprile 2021

Recensione: Ballo di famiglia, di David Leavitt

 
| Ballo di famiglia, di David Leavitt. Sem, € 17, pp. 230 |

I racconti non mi piacciono. Iniziava così, il mese scorso, il post dedicato a una lettura insoddisfacente. Una raccolta con il demerito di aver riacceso gli antichi dissapori tra me e le storie brevi: troppo slegate – scrivevo allora –, troppo indolori per lasciarsi amare. La scoperta folgorante di David Leavitt, all'improvviso, mi costringe a contraddirmi. Considerato un maestro della narrativa americana, l'autore – classe 1961 – incanta con la ristampa di Ballo di famiglia, tornato di recente in libreria con l'illuminante traduzione di Fabio Cremonesi. Il volume comprende dieci racconti, vari per punti di vista e lunghezza, ma accomunati da tematiche che spaziano dalla malattia all'abbandono, dalle relazioni alla sessualità. Leggerissimi, delicati, emozionanti, catturano a regola d'arte quelle famiglie infelici a modo loro – il patriarcato, infatti, è già in crisi – a cui tanto sono affezionato.

Non fidarti mai della pulizia. Tutte le cose brutte – le cose davvero brutte – succedono nelle case pulite, dove tutto è ordinato e tutti si dicono buongiorno e nient'altro.

I Campbell ospitano il fidanzato del primogenito: benché progressisti, si scoprono a disagio all'idea di condividere lo stesso tetto. La signora Harrington, neodivorziata con tre figli a carico, si proietta al giorno in cui comincerà la chemioterapia. I Dempson, freschi di separazione, passano due settimane nel cottage di sempre tra riti, tradizioni e illusioni di riconciliazione. Una donna, reduce da un incidente stradale che ha ridotto il marito a un vegetale, si scopre fuori posto per via dell'incomunicabilità crescente: la figlia in piena pubertà, il figlio nerd e la madre, ossessionata dai primi cordless, le appaiono alieni. Danny, piccolo ma già inquieto, viene affidato alle cure degli zii: dal padre omosessuale e dalla mamma depressa ha ereditato un'irreversibile inadeguatezza. Suzanne, con la scusa del diploma del figlio, organizza una festa: la presenza di una pecora nera creerà scompiglio. Stanca di mostrarsi coraggiosa, una donna in fin di vita chiede il sostegno della prole. Tre sorelle, mai state unite, si riuniscono per un funerale. Celia, migliore amica di una coppia gay, riflette sul suo destino di eterna non protagonista mentre fa da custode agli equilibri malsicuri dei due. Tra sogno e realtà, infine, un uomo passeggia sul Golden Gate e ripensa a chi non c'è più.

E se il destino delle madri era non aspettarsi niente in cambio, il destino dei figli era non dare niente in cambio?

Perfettamente distinguibili ma legati dalla coerenza di un unico fil rouge, i racconti ci invitano a sbirciare dal buco della serratura le esistenze sonnacchiose della media-borghesia californiana. Il livello è altissimo. Con una scrittura superba, semplice all'apparenza ma in realtà frutto di aggiustamenti certosini, Leavitt presta ascolto alle donne in lacrime, agli uomini assenti e agli adolescenti ribelli, studiando il perbenismo imperante sotto il vetrino del telescopio. Apparentemente sembra andare tutto a gonfie vele. Si tratta sempre di storie senza accadimenti eclatanti, giocate sul divario generazionale e su piccole rivalità quotidiane; i protagonisti non fanno baldoria e raramente alzano la voce. Sfoggiano sorrisi tirati, invece, e talora usano l'arma a doppio taglio dell'ironia. Animati da un astio sottile, si camuffano dietro la cortina della buona educazione. E nascondono la sporcizia sotto il tappeto per quieto vivere, benché abbiano una colf profumatamente pagata. Correvano gli anni Ottanta. L'autore, esordiente, aveva ventitré anni. Premonitore in maniera sconcertante, più contemporaneo di Sally Rooney, Ballo di famiglia è ambientato ieri ma parla dell'oggi in maniera sorprendente e, attraverso i suoi raffinati non detti, lascia trapelare il disagio. È un party in piscina da affrontare con i superalcolici alla mano e la lingua tra i denti: di quelli che ispirano una vaga tristezza e infondono claustrofobia in quei balli a centro pista che sembrano un intrico mostruoso di braccia e gambe da cui vorresti fuggire. I racconti non mi piacciono? Non era ancora stato invitato a questa bellissima rimpatriata. 

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Platters - Smoke Gets In Your Eyes 

sabato 6 marzo 2021

Recensione: Daddy, di Emma Cline

| Daddy, di Emma Cline. Einaudi, € 17,50, pp. 240 |

I racconti non mi piacciono. Qualche anno fa era questo il mio parere davanti a storie brevi e sospese, troppo rapide per restare impresse. Di quelle che le finisci, insomma, e interrogando la parete bianca domandi: e allora? Per fortuna mi hanno educato al genere Paolo Cognetti, Nickolas Butler, Niccolò Ammaniti, Elizabeth Strout, Kristen Roupenian e, benché lentamente, oggi sto ancora imparando. Qualche volta, perciò, i racconti mi piacciono. Quando sono ben scritti e perfettamente conclusi; quando a legarli in filigrana c'è un filo conduttore, una coerenza interna, il disegno delle scatole dei puzzle. Reduce dalla lettura dello splendido Harvey, in grado di immaginare e condensare in cento pagine appena l'ultima giornata di libertà di un memorabile Weinstein, sono tornato a leggere Emma Cline senza paure: con aspettative alle stelle, i suoi racconti mi sarebbero piaciuti a prescindere. Ma in Daddy ho trovato tutto quello che in principio mi ha fatto detestare il genere. Caratterizzate da atmosfere torride e peccaminose, le storie dell'autrice californiana questa volta sono poco più che squarci nella pagina; lampi d'inchiostro. Molto ben scritte, ma assolutamente fini a loro stesse, talora risultano perfino incomprensibili. Catapultato in medias res nelle vicende, il lettore si ritroverà nel clou di conversazioni e intrecci già avviati. E nel tempo impiegato ad acclimatarsi, a capire chi sia imparentato con chi, i racconti saranno già giunti al termine.

Era quel periodo della vita in cui tutte le volte che succedeva qualcosa di brutto, di strano o di sordido, Alice si consolava con quello che dicevano sempre tutti: è solo un periodo della vita. A pensarla in quei termini, qualunque casino in cui si ficcasse sembrava già legittimato.

Dei dieci che compongono il volume soltanto due sono realmente degni di nota. Uno, raccontato eccezionalmente in prima persona, racconta dell'amicizia selvaggia e sensuale che lega una coppia di hippy tredicenni. L'altro, in chiusura, ci porta invece in una clinica nel deserto: la protagonista, che spera di disintossicarsi da stupefacenti e chat pornografiche, ricerca a ogni costo le attenzioni di un nuovo, chiacchieratissimo degente. Gli altri racconti, dimenticabili, preferisco sacrificarli tutti in una rapida carrellata. Una famiglia si riunisce a Natale e, tra film a tema e lunghe cene in compagnia, emergono dissapori per colpa di un capofamiglia incapace di cancellare le proprie mancanze. Una giovane donna, aspirate attrice, mangia poco e sogna in grande mentre vende mutandine usate per pagarsi il corso di recitazione. Due vecchi produttori cinematografici si incontrano alla prima di un figlio d'arte. Una tata finisce nell'occhio del ciclone per una relazione col suo famoso datore di lavoro. Un'azienda agricola fa da sfondo alle schermaglie tra un ragazzo e il suo futuro cognato. Un uomo, convocato dal dirigente scolastico, viene a conoscenza della meschinità del figlio privilegiato. Sono andato in ordine sparso, scusatemi: probabilmente ho tralasciato qualche racconto di cui, ormai, mi sfugge il contenuto. La noia esistenziale contenuta tra le pagine, contagiosa, mi ha avvinto fino a togliermi qualsiasi voglia di approfondire. Volubile, sfuggente e disorganica, Daddy è la raccolta di un'autrice che lavora per sottrazione dal momento che a scuola di scrittura creativa – se ha preso ben bene appunti, da prima della classe qual è – le hanno insegnato che less is more. Ma a furia di togliere, Emma carissima, qui non è rimasto quasi niente.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Tones and I – Dance Monkey

lunedì 30 novembre 2020

Recensione: Harvey, di Emma Cline

| Harvey, di Emma Cline. Einaudi, € 12, pp. 104 |

È proprio lui, quello sulla bocca di tutti. Non serve il cognome a identificarlo. Produttore cinematografico dalle intuizioni vincenti, più volte entrato nelle grazie dell'Academy per aver investito sui film giusti, all'improvviso è diventato un bersaglio umano. Un'attrice – una sua protetta, una sua vittima – gli ha puntato il dito contro. E sulla scia della prima donna hanno fatto eco le altre dell'harem, in un coro che a suon di Tweet ha denunciato gli abusi di potere, i provini succinti, i massaggi, le camere d'albergo. #Metoo, per confessare al mondo: ho subito anch'io; a Hollywood non è bastato il talento. Travolto dalle onde dello scandalo, l'uomo trova riparo dallo tsunami nella villa in Connecticut di un amico. L'indomani un giudice lo dichiarerà o colpevole o innocente. Queste imperdibili novanta pagine raccontano il suo ultimo giorno di libertà. Qual è lo stato d'animo di un uomo che sta per perdere tutto? Come investe il tempo in attesa del verdetto finale? La giornata comincia all'alba, in un letto madido di sudore, con piccoli malesseri. Prosegue a colazione poi: succo di pompelmo, muffin ipocalorici, una sbirciata ai quotidiani col suo nome in grassetto. Harvey è sempre al telefono. Cerca notizie su di sé su Google, sperando in un commento solidale; fa telefonate; ne rifiuta altre. Attende le visite del personale medico, che propone cure alternative per i suoi dolori cronici, e l'arrivo di figlia e nipote: purtroppo non si fermeranno dopo cena. In sottofondo, il ticchettio dell'orologio: nella casa semivuota aleggia insopportabile; sembra un frastuono supersonico.

Benvenuto, disse il vuoto. Ti stavamo aspettando.

Annoiabile ed estraniato, Harvey non sa di essere spregevole. Anzi: per la classica inconsapevolezza del male, si sente un capro espiatorio. Nel corso della sua routine sonnacchiosa, l'ho immaginato come un incrocio tra il Billy Murray della migliore Sofia Coppola – sornione ma profondamente malinconico – e il cavallo antropomorfo di BoJack Horseman, tutto genio e sregolatezza. Ho letto delle manie, dei tic nervosi, delle piccole pratiche disgustose che tutti noi sbrighiamo quando non visti. Barricata dietro un'algida terza persona, Emma Cline sorprende con il suo piglio caustico, asciutto, lineare. Apparso per la prima volta sul New York Times, il racconto non è la filippica che a giusta ragione ci saremmo potuti aspettare dall'autrice delle Ragazze: una delle narratrici più interessanti di una nuova gioventù femminista e battagliera. Ancora più a fuoco che nel suo bestseller, da me apprezzato a metà, Cline sa muoversi brillantemente nei confini ristretti di questo formato e nelle pieghe di un punto di vista scomodo: capace di grande empatia, eppure mai indulgente, l'autrice emoziona con il ritratto di uno degli uomini più odiati al mondo. In una storia di prevaricazione, sesso e potere, si focalizza eccezionalmente sui postumi. Il risultato è la dipintura di un self-made man rovesciato a forza dal suo trono, che all'improvviso perde sudditi e giullari. Ma non un'ottusa, ingiustificata forma di speranza. Più che spaventato, Harvey è ansioso di tornare in tribunale: confida nell'assoluzione, e allora tormenta in anticipo colleghi, segretarie, investitori. Culla l'idea di un ritorno in pieno stile con l'adattamento cinematografico di Rumore bianco: un romanzo considerato infilmabile. 

Quando le sensazioni iniziarono ad attenuarsi e la stanza cominciò a ricomporsi, provò un dispiacere ben noto, come la tristezza di quando, da piccolo, sentiva avvicinarsi la conclusione di un film, sapendo che presto sarebbe tornato alla dura realtà del mondo. Nel cinema si accendevano le luci, rivelando i popcorn caduti sotto le sedie, le tappezzerie lise, gli spettatori che raccattavano i cappotti scadenti. Perché Harvey non poteva stare così per sempre?

Da un lato mecenate e dall'altro boia, da un lato scaltro e dall'altro puerile, questo Harvey sul viale del tramonto indossa gli stessi calzini rossi di papa Francesco sul rigonfiamento della cavigliera elettronica, ma nasconde magliette sdrucite sotto le ascelle e una carie a cui rimediare quanto prima. Dimagrito bruscamente in seguito a un accidente, ha scoperto che l'annientamento è la dieta migliore contro i chili di troppo. Ha problemi con il correttore automatico, cita a sproposito incipit di cui non ricorda gli autori, suona goffo e pretenzioso alla cornetta, si ingozza di cioccolatini e pasticche guardando Chernobyl in binge watching: ciò che ingerisce potrebbe indurlo al soffocamento o alla disfunzione erettile. Quanti nello show business sapevano davvero delle sue compulsioni? Quanti, nonostante tutto, avevano distolto lo sguardo pur di salire a brindare sul carro del vincitore? Si festeggia insieme, ma ci si lecca le ferite soli. Simbolo del decadimento fisico e morale di una certa America, Harvey è una creatura bifronte. Mantiene integra la sua infida voce da serpente a sonagli, ma si copre di ridicolo involontario con i sogni a occhi aperti sul conto del vicino di casa. Se Gatsby fantasticava sulla luce verde oltre la baia – simbolo dell'irraggiungibile, del futuro, di un'ambizione motivante –, Weinstein spia le mosse di un presunto fuoriclasse al di là di una staccionata bianca. È Don DeLillo? È lui la luce di cui, Harvey come noi, ha bisogno per non spegnersi?

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Cola

martedì 21 luglio 2020

Recensione: Olive, ancora lei, di Elizabeth Strout

| Olive, ancora lei, di Elizabeth Strout. Einaudi, € 19,50, pp. 263 |

Mia carissima Olive,
ti scrivo. Ancora. È passato appena qualche mese dalla nostra reciproca conoscenza, ma mi è parso in ogni caso troppo. Il desiderio di leggerti si è ripresentato alla fine della quarantena. In conferenza stampa, Giuseppe Conte citava gli affetti stabili e il pensiero era corso subito a te: con la riapertura dovevo tornare d’un fiato a Crosby, Maine, ma mi frenava la codardia. Sapevo che non ci sarebbe stato un terzo incontro da organizzare e, tra me e me, temevo anche i contro del secondo: alcune storie sono così perfette da non avere bisogno di un prosieguo. E la tua? A distanza di dieci anni dal primo romanzo, Elizabeth Strout è tornata a importunarti. Sbuffando, le hai aperto la porta. E la Strout, con due occhi così, ti ha trovato uguale ma diversa. Lei che racconta così bene lo stagnamento della provincia, infatti, è stata presa in contropiede dalla tua inestinguibile voglia di reinventarti.

Gesù, Olive, certo che se una donna proprio difficile. Tu sei impossibile, maledizione, e io, cazzo, mi sono proprio innamorato. Quindi, se non ti spiace, Olive, forse potresti essere un po’ meno Olive con me, anche se questo comporta esserlo un po’ di più con gli altri. Perché io ti amo, e non abbiamo tantissimo tempo.
Hai ottant’anni e rotti, questa volta, ma rifuggi l’immobilismo. E allora impari a usare il cellulare, ti iscrivi su Facebook, guidi una Subaru fiammante, ti tagli i capelli corti, vai in crociera a Oslo, conosci meglio i tuoi nipoti, ti trasferisci altrove. Volti pagina e, contro tutti i pronostici, ricominci da zero accanto a un uomo diverso: dopo la morte del dolcissimo Henry, hai scelto di condividere ciò che resta della vita con Jack – l’accademico in pensione dalle simpatie repubblicane è l’unica canaglia a tenerti testa in un microcosmo che ti stima e ti teme. La terza età può riservare una seconda prima volta? Tu e Jack battibeccate spesso, fate lunghi viaggi in macchina sui luoghi della vostra infanzia, dormite abbracciati. Quando sarai troppo appesantita per chinarti a tagliare le unghie, ad esempio, lui ti invoglierà a fare una pedicure: dall’estetista ti sentirai vezzeggiata come una regina.  Ma quello menzionato poco fa è soltanto uno dei tredici racconti che parlano di voi: al solito, in una meravigliosa narrazione corale condividi la scena con gli altri abitanti di Crosby.
Olive, non offenderti se dico che questa volta non ho sentito altrettanto forte la tua mancanza quand’eri comprimaria anziché protagonista. Anzi, talmente è preziosa la scrittura della Strout, all’inizio sono stato pronto a giurarlo: questo romanzo era perfino più bello del precedente; era un miracolo! Tra i miei racconti preferiti ci sono stati Pulizie – la perdita dell’innocenza di una studentessa –, D’aiuto – un’indagine sulle sciagure della famiglia Doyle –, Luce – il dialogo con una malata –, Gli ultimi giorni della Guerra Civile – una tragicommedia alleniana su un’amante del sadomaso –, e lì tu eri soltanto una figura marginale.

Perché in febbraio le giornate cominciavano davvero ad allungarsi e, a ben guardare, uno poteva accorgersene. E vedeva come, verso sera, il mondo sembrasse spaccarsi come un melograno e luce residua filtrare tra i rami nudi, come una promessa. C’era una promessa, dentro quella luce, ed era una cosa fantastica. Sdraiata sul letto, [...] riusciva a vederlo anche adesso, l’oro dell’ultima luce che squarciava il mondo.
La verità è che quando ci sei, purtroppo, il tempo riprende a scorrere. Ogni salto tra un capitolo e l’altro è un colpo al cuore. Nonostante la lentezza dei gesti, così minimi da sembrare ininfluenti, ogni aggiunta genera rivoluzioni. E così ho visto il cambiamento tutt’intorno e il tuo incurvarti: nella città limitrofa si stanzierà una comunità somala; gli americani eleggeranno Trump; perderai peso – ma non smalto –, ti appoggerai a un bastone per camminare, e finché potrai eviterai i pannoloni. 
Incantato dalla brillantezza della prima parte, nella seconda ho dovuto affrontare uno stile più malinconico e un tema spaventoso, la solitudine. Invecchi, ti scopri frangibile, ma non ti imbarazza parlare né del decadimento né della morte: sdrammatizzi a modo tuo e a tratti pensi a Henry, che non ha potuto godere delle tue timide aperture alla gentilezza. Fuori intanto rumoreggiano i pettegoli, le rievocazioni della guerra civile con le donne in crinolina e gli uomini in kilt, le tradizioni sedimentate e i pregiudizi inscalfibili, gli autunni dai rossi abbacinanti: un mondo diverso insomma, tragico ma esilarante, a cavallo tra i boschi e l’oceano. È meglio adattarsi, oppure mitizzare il passato?

Le cose cambiano, compresi i ricordi.
Mia carissima Olive,
tu conosci la risposta meglio di me. Cocciuta e parsimoniosa, rifiuteresti un posto in prima classe, ma mai un altro giro su questo folle carrozzone che consideriamo casa. Sono tornato a scriverti per questo. Per ringraziarti, perché grazie a te ho ripreso a scrivere lettere. E per chiederti di consolarmi. Dimmi, per favore, che l’ultima pagina non implica per forza una fine. Ma sento perfino da qui le tue proteste colorite – «cribbio» e «boia» – per questi miei piagnistei, per la mia vaga pietà, e forse è proprio per questo, mentre mi congedo, che nel profondo mi manchi già. Olive, ancora tu.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Johnny Cash – Hurt

lunedì 6 luglio 2020

Recensione in anteprima: Morti ma senza esagerare, di Fabio Bartolomei

| Morti ma senza esagerare, di Fabio Bartolomei. Edizioni E/O, € 9, pp. 112 |

Quando seppellì anche l’ultimo genitore rimasto in vita, mio padre aveva quarantasette anni. Mi faceva strano definirlo orfano. Questa parola porta alla mente, infatti, i piccoli eroi dickensiani: personaggi miserabili e scapestrati, con il moccio al naso e i graffi sulle ginocchia. “Orfano” fa pensare al destino dei bambini soli al mondo. C’è forse un’età giusta per diventare tali? Vera – trentasei anni, single, impiegata in un pub – si pone le mie stesse domande quando un tragico incidente stradale, in un colpo solo, la priva di mamma e padre. Al funerale è sembrata a tutti equilibrata. Ma chiamata a radunare le cose dei cari scomparsi, nella casa vuota si lascia andare allo sconforto: la sua sindrome d’abbandono genera un prodigio inspiegabile. Al risveglio trova i genitori al solito posto, in cucina. Chiacchierano, qualche volta bisticciano, la punzecchiano. 
Armando è un ragioniere taciturno e accondiscendente, di quelli che danno sempre ragione alla partner e capiscono ogni battuta a scoppio ritardato; Matilde, al contrario, è un’insegnante d’italiano in pensione che ha fatto del sarcasmo il proprio marchio. Non nuovo ai miracoli, Fabio Bartolomei – presenza fissa sul blog, di libro in libro – ci propone una convivenza buffa e spettrale che sembra sbucata da una sitcom americana. Qual è la questione irrisolta dei fantasmi, che come se nulla fosse continuano a mettere i pasti in tavola, fare ramanzine all’unica figlia, guardare i talk in TV?

Dubito che al mondo esista una persona più diversa e potenzialmente più distante da mia madre, e invece da che ho memoria sono sempre stati un incastro perfetto. Amore convesso lui, amore concavo lei. Certo non una coppia da sogno, di quelle che tutti invidiano, più che altro sono sempre stati, come dire… un duo. Rodato, affidabile, sontuosamente prevedibile.
Purtroppo arriva sempre il momento in cui i nostri genitori ci lasciano. Così come puntualmente, intorno ai diciannove anni, arriva il momento in cui a lasciarli siamo noi. Il lavoro, l’università da fuori sede, l’amore. Cosa fanno i genitori una volta finita la loro missione – ossia educare i figli? Se lo chiede proprio Vera. 
Immatura e pigra, costretta a crescere a forza, scruta con sospetto e tenerezza quei consanguinei che sembrano vivere letteralmente per lei. Al pari del genio della lampada, Armando e Matilde sono in attesa dei richieste della figlia – all’improvviso, il loro boss – e in sua assenza restano immobili al loro posto con sguardi vacui, al punto da non riuscire neanche ad accudire un trovatello senza la presenza della protagonista. In fondo è stata lei ad evocarli. All’inizio Vera fa da cuscinetto, dorme nel lettone, li chiama al telefono per paura che scompaiano quando va al supermercato, ma presto l’apprensione cede il passo al senso di colpa. Può costringere a vivere nel limbo gli estinti, e soprattutto sé stessa? La vita, così come la morte, non deve andare avanti?

C’è stato un momento ben preciso in cui ho smesso di parlare con loro. Un momento in cui li ho sentiti vecchi, distanti, incapaci di capire i miei tormenti di adolescente. […] Loro invece mi guardavano, mi sorridevano, mi sfioravano, e dicevano banalità proprio per farmi capire che tutto ciò che c’era da sapere era in quegli sguardi e in quella vicinanza. E negli esempi ripetuti, giorno dopo giorno, affinché ci mettessi del mio per apprendere come ci si nutre, come ci si difende, come si sopravvive.
Commedia fresca, veritiera e dolce-amara, questo romanzo ha un pregio che è anche un difetto. Si legge troppo in fretta, per via della sua brevità. E c’è poco spazio per approfondire i comprimari nonché per sincerarsi dei piani futuri dell'autore; del disegno complessivo. Nel risvolto di copertina, infatti, si legge che questo dovrebbe essere il primo tassello di una tetralogia dedicata alla famiglia. 
Alle prese con un convincente punto di vista femminile, divertente ma senza esagerare, il buon Bartolomei ci regala riflessioni che durano molto più della lettura in sé. La sua nuova storia – un racconto lungo – non deluderà i fan di lunga data, ma lascerà un vuoto nel cuore per via delle poche pagine: si spera vivamente che non passerà troppo tra un romanzo e l’altro. Perché del magico mondo di Bartolomei non ne avrò mai abbastanza.
Morti ma senza esagerare insegna che non si smette di essere genitori né figli. E trova una risoluzione soprannaturale agli abbracci non dati, alle parole non dette, ai favori non resi. Chi non vorrebbe una seconda occasione per pranzare con i propri cari: magari per osservare i loro gesti, carpire i loro segreti in cucina e impararli? I genitori non se ne vanno mai per davvero. Resta il loro lascito morale. Restano i loro echi. Come gli strascichi del profumo delle lasagne vegetariane, deliziosi e ostinati, all’indomani del pranzo della domenica.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Ermal Meta - Dall'alba al tramonto

giovedì 11 giugno 2020

Pillole di recensioni: Vocabolario dei desideri, di Eshkol Nevo

| Vocabolario dei desideri, di Eshkol Nevo. Neri Pozza, € 18 |

Per un anno grazie alla rubrica sono stato uomo, e anche donna. Sposato, e anche divorziato. Traditore, e anche fedele. Vecchio. E bambino. Italiano. E anche americano. E anche sudafricano. Forse è proprio per questo che scrivo. Per essere chi non sono. Vivere la vita che non vivo. Forse è per questo che leggiamo.

Ha iniziato a scriverli all'inizio del 2019, su richiesta dal direttore di Vanity Fair Italia. Ventisei racconti, dalla A alla Z, sui temi a lui più cari. Che poi, a ben vedere, sono anche i miei preferiti. Amore, amicizia e famiglia. L'israeliano Eshkol Nevo, confessa in ultima battuta, in principio aveva dei dubbi. Ma ha usato questi appuntamenti settimanali, mai lunghi più di due pagine, come fossero ore d'aria tra un romanzo e l'altro e per saldare il suo rapporto, già fortissimo, con il nostro paese – è in uscita prossimamente la trasposizione di Tre piani, diretta da Nanni Moretti. Romantico, contemporaneo, metropolitano, l'autore ricorda, rivanga e qualche volta inventa. Attraverso le sue parole leggerissime fa il giro del mondo, spaziando da Roma a Parigi, da Johannesburg a Berlino. Racconta in pillole le epifanie, le sbandate, i tradimenti; le relazioni telematiche (vedasi alla lettera W), la routine coniugale scandita da una vecchi serie TV che ritorna nel palinsesto (X), l'ansia di accasarsi dopo un estenuante tour all'Ikea (Y). Ma ci sarebbero tante pagine da citare, ora maliziose e ora immaginifiche, ora tragiche e ora, suppongo, un po' autobiografiche. Alcuni racconti sembrano più compiuti, altri semplici bozzetti: per fortuna, in un volume splendido anche da ammirare, compensano alle lacune le opere di Pax Paloscia, che suggeriscono un perfetto senso di appagamento. Piacere fugace, ma pur sempre piacere profondo, l'ultimo esperimento di Nevo appaga i sensi: in particolare la vista. Tassello prezioso ma forse non troppo indispensabile in libreria, è rivolto soprattutto ai cultori della prima ora. Io non sono tra questi, ho letto soltanto due romanzi dei suoi. L'ho scoperto abbastanza di recente. Ma, mi siate testimoni, vado già dicendo in giro che non posso più farne a meno.