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giovedì 17 dicembre 2020

Il cinema al tempo del Covid-19: Mank, Elegia americana, L'incredibile storia dell'isola delle Rose, Uncle Frank, Il processo ai Chicago 7

Acclamato dalla critica come il film dell’anno, lo si attendeva con ansia. Mank, l’ultima fatica di David Fincher, sbancherà ai prossimi Oscar soprattutto nelle categorie secondarie. Prodigio di tecnica, con il suo bianco e nero pastoso e un audio leggermente gracchiante, sembra sbucato dagli anni Quaranta. Ci si poteva aspettare forse qualcosa di meno da un biopic che racconta la genesi dell’intramontabile Quarto potere? Seppur meno funambolico e barocco del capolavoro originale, Mank è una visione perfino più godibile del previsto grazie ai dialoghi scoppiettanti e a un personaggio sopra le righe. Il cuore, però, dov’è? Il sempre impeccabile Oldman interpreta l’eponimo sceneggiatore: erano anni di crisi. Con ancora i postumi della Grande Depressione, il cinema faceva il passo dal muto al sonoro e assoldava drammaturghi per attirare nuovo pubblico. C’erano l’avanzata di Hitler, inoltre, e le elezioni del 1934 da sabotare al suon di falsi cinegiornali. Chiamato a scrivere un film su commissione per Welles, il protagonista sceglierà un soggetto inusuale: la vita di un ricco magnate perso dietro gli intrighi del subdolo Mayer. Accompagnato dall’incantevole Amanda Seyfried, moglie trofeo ingiustamente bollata come bella e stupida, Oldman si muove tra i labirinti, le fontane e gli animali esotici della reale Candalù. In un puzzle costruito su diversi piani temporali, Fincher – con una sceneggiatura del defunto padre Jack – lavora al ritratto di un malinconico giullare destinato a farsi sempre terra bruciata per via della lingua lunga. Sbronzo e caracollante, Oldman punta il dito contro i miti e i mostri della MGM; scandalizza i figuranti della fitta corte dei miracoli di Charles Dance; menziona attori, addetti ai lavori, politicanti sconosciuti. Pieno di rimandi com’è, Mank affascina per la foggia bellissima ma lascia spesso indifferenti per il contenuto: quando Hollywood parla di sé, infatti, dovrebbe farlo con un linguaggio alla portata di tutti. Ripiegato su sé stesso, invece, il film va incontro a un controsenso. La fabbrica dei sogni ci svela dall’interno il proprio funzionamento. E, come dopo lo svelamento di un trucco, perde parte della magia. (7)

Su carta aveva tutto per piacermi. Le atmosfere rurali dei romanzi di Haruf, un regista classico ma solidissimo, due protagoniste che sin dal trailer facevano a gara di bravura. Le recensioni avevano presto frenato le aspettative. Elegia americana, tratto dal romanzo biografico di J.D. Vance, era il disastro preannunciato? Storia di tre generazioni a confronto, il film racconta il sogno americano del solito self-made man: uno scrittore partito dal nulla e giunto con successo al prestigio, che tuttavia non ha dimenticato l'importanza delle radici. Diviso tra dovere e famiglia, deve fare i conti con il richiamo del proprio sangue e con i guai ereditati da una genitrice perennemente sull'orlo dell'abisso. Articolato in una serie di lunghi flashback, Elegia americana si concentra sui bracci di ferro tra la madre e la nonna di Vance: più che a lui, infatti, si lascia spazio agli strepiti di due donne al centro di un rapporto di amore-odio. Amy Adams, imbolsita e fuori parte, esagera con i pianti, le urla e le salopette sformate: così sopra le righe da risultare involontariamente comica, offre purtroppo la prova peggiore della sua carriera a causa di un personaggio che segue tutti i cliché delle donne autodistruttive. Molto meglio Glenn Close, nonna dolcissima nonostante i modi spicci, che sotto il suo mascherone posticcio e l'andatura caracollante riesce comunque a lasciar trapelare una grande commozione: sarà la volta buona per l'Oscar? Dopo gli eccessi melodrammatici della prima parte, le cose si aggiustano nella seconda, dedicata al riscatto personale del protagonista. Moralmente edificante, vittima dei luoghi comuni e di un'intensità variabile, il film  è sin troppo caricaturale per apparire veritiero e la sceneggiatura – scritta a tavolino per strizzare l'occhio all'Academy – viene presto a noia: il tocco di un Clint Eastwood, più schietto del patinatissimo Howard, avrebbe fatto la differenza. Ciò che resta è una puntata di This is us lunga e dimenticabile, che riesce nell'impossibile: deludere, nonostante la presenza delle sue stelle. (6)

Dopo aver raccontato dei ricercatori al verde di Smetto quando voglio, criminali per necessità, il talentuoso Sibilia confeziona un’altra ode spassionata alla follia e al coraggio dei sognatori; a coloro che inventano e si reinventano. Ispirato a una vicenda talmente assurda da essere realmente accaduta, L’incredibile storia dell’isola delle Rose segue le avventure picaresche di un sempre ottimo Elio Germano. Ingegnere di belle speranze, più volte segnalato alle autorità per le sue invenzioni strampalate, a un certo punto progetta un’isola a largo di Rimini. In acque internazionali, nel 1968, sorge una piattaforma sorretta de sei piloni d’acciaio: sembra un lido o poco più, una discoteca. Invece era un’utopia galleggiante con le pretese di diventare uno Stato indipendente dall’Italia. Come acquisire la giusta credibilità, se accusato di contribuire al malcostume del Paese con la sua concezione di dolce vita? Rifugio felice per naufraghi, apolidi, reduci e neomamme, l’esistenza dell’isola insospettirà i piani alti – Zingaretti e Bentivoglio, esilaranti – e sarà discussa a Strasburgo, nel consiglio d’Europa. Accompagnati da una romantica De Angelis, Sibilia e il suo Germano ci rendono partecipi di una pagina di cronaca dal forte valore emblematico. Perfetto nel cast, nella CGI e nei colori sfavillanti, il film Netflix non è esente dalle lungaggini della seconda metà ma si riscatta con un epilogo emozionantissimo, che propone una catena di mani intrecciate e una morale sempreverde: i sogni non li abbattono neanche le cannonate. Il regista convince anche a ritmo di twist e con accento bolognese: artefice di prodotti giovani, ambiziosi e rinvigorenti, fatti di intuizioni e soprattutto di idee. Può esistere un’isola che non c’è? E un cinema che non c’era? (7+)

Hanno tutti un parente che si distingue dagli altri. Quello colto e distinto, seduto in disparte a leggere Flaubert, che per un motivo imprecisato non piace a nessun membro della famiglia. Quello diverso, in una maniera di cui da bambini non si capisce bene il perché. Ma Frank non è poi così diverso da Betty: la sua nipote prediletta, che nonostante le origini campagnole ha puntato alla Grande Mela per studiare letteratura. Lì scopre che lo zio professore ha una doppia vita: omosessuale, nasconde un compagno amorevole e amici strampalati. Costretti a tornare a casa per un funerale, nipote e zio viaggiano in macchina da New York a Creekville sulle scene di un passato doloroso. Quale trattamento ha ricevuto Frank? Cosa lo ha reso disincantato e omertoso? Alan Ball, autore premio Oscar per American Beauty, torna su Amazon. E scrive e dirige una commedia drammatica vagamente autobiografica, con un immediato effetto benefico. Ora spensierato, ora malinconico, Uncle Frank risulta leggerissimo nonostante i temi luttuosi. Riuscito tanto nelle ambientazioni anni Sessanta quanto per la caratterizzazione interiore dei personaggi, si ricorderà soprattutto per la bravura insospettabile di Paul Bettany: dolente e spiegazzato, elegantissimo, emoziona per la piega amara della bocca e per il tremore impercettibile delle mani. Con lui la giovane Sophia Ellis, un volto su cui puntare. Tra confronti, funerali e coming out, Uncle Frank è la rimpatriata agrodolce sull'orgoglio di essere pecore nere. (7)

Non amo i film d’inchiesta, ma per Aaron Sorkin ho fatto un’eccezione. Lo sceneggiatore e drammaturgo americano, qui anche regista, ci porta nell’estate turbolenta del 1968. Alle porte dell’Hotel Hilton, dove in previsione di una convention di democratici si riuniscono a pretestare tre gruppi di sinistra: uguali ma diversi, hanno intenti pacifisti – correva l’epoca del Vietnam – ma lo scontro con la polizia è inevitabile. Chi ha colpito per primo? Il film, un puro dramma processuale, racconta del processo per stabilire se la colpa spetti ai dimostranti o alle forze dell’ordine. Concitatissimo, parte con i migliori auspici e un montaggio serrato, ma si perde in un prosieguo caotico man mano che il caso diventa più logorante. Profondamente americano, il dramma di Sorkin strizza l’occhio con incertezza all’attualità e pecca di una caratterizzazione molto semplicistica, indulgente verso gli indagati e impietosa contro la polizia. Per me non al suo meglio, lo sceneggiatore riesce a essere comunque sorprendentemente piacevole a tratti, ma per me la sua ricostruzione non centra il punto. Nel cast, popoloso ma dispersivo, inoltre non spicca nessuno in particolare fatta eccezione per Sacha Baron Cohen e Jeremy Strong: due spassosi hippy, che rispondono a tono e con ironia. Peccato che nulla possano contro un epilogo alla Spielberg, altamente retorico, che vorrebbe stillare lacrime e miele in quantità, ma finisce soltanto per far sbuffare. Probabilmente non ne ho compreso l’urgenza. Non amo i film d’inchiesta, e Aaron Sorkin non è stato l’eccezione. (5,5)

mercoledì 5 settembre 2018

I ♥ Telefilm: Sharp Objects | The Innocents

Il romanzo è sempre meglio del film, o così sostiene qualche lettore. Cosa succede però se i nomi coinvolti sono troppo importanti per non ammettere un'eccezione alla regola? Cosa succede se non è di un film ma di un telefilm che si parla e se, cosa nota di questi tempi, sul piccolo schermo si è soliti aumentare il numero dei capitoli, la qualità, l'intensità? Inizialmente pubblicato con il titolo Sulla pelle e poi protagonista di innumerevoli ristampe, tra lo straordinario successo ottenuto al cinema da Gone Girl e quello di questa miniserie HBO già sulla bocca di tutti, l'esordio di Gillian Flynn – a quando un nuovo romanzo, mi domando, e quando decidersi a rinunciare a vivere di rendita? – non convinceva: un trio di magnetiche protagoniste femminili, infatti, faceva carta straccia di una trama che stentava a reggersi. Una giornalista dal corpo ricoperto di tagli autoinflitti che torna a casa in cerca di scoop, il ritrovamento di due adolescenti con i denti cavati di bocca, i segreti di una famiglia che vive di apparenze e quelli di una provincia americana arricchitasi conducendo maiali al macello o rievocando antiche battaglie. I sospettati: un padre e un fratello maggiore che reagiscono male al lutto, e ancora peggio alla pressione pubblica. Gli oggetti contundenti con cui marchiarsi a sangue il corpo, non soltanto quelli del delitto, bensì le lingue affilate di una matriarca gelida e di una sorellastra arrivista; la relazione passeggera con un detective dalle buone intenzioni, forse troppo gentile per un'anima nera come lo è in fondo la problematica Camille. Trattandosi di una trasposizione fedelissima, nel bene e nel male, il destino di banalità e confusione di Shap Objects vive un'immancabile replica in tivù: ecco palesarsi gli stessi contro riscontrati su carta, e con una divisione in episodi – otto di un'ora ciascuno, dunque tanti – che li esacerba allo sfinimento. I ritmi diventano dilatatissimi, il giallo un pensiero incidentale e le protagoniste, distrazioni eccellenti, uno specchietto per le allodole. Ci si prova a convincere del contrario, allora, con un montaggio a regola d'arte che rende la struttura un puzzle; con una colonna sonora lisergica, in cui sono le note dei Led Zepelin a far da padrone; con la regia indie di un Vallée con il pallino per le storie al tempo del metoo e per le donne con gli attributi. L'abuso della telecamera a mano mi ha innervosito, a lungo andare, e proprio non mi sono fatto bastare l'impegno di un'apatica Amy Adams che, colta fuori dalla sua comfort zone, si fa rubare la scena da Patricia Clarkson superba e dalla rivelazione Eliza Scanlen. Rinnovare il copione di un giallo non particolarmente ispirato rendendolo, più che d'autore, pretenzioso? Sharp Objects con me ha ingranato a fatica e dopo essersi preso tutto il tempo del mondo, troppo, accelera all'inverosimile nel frettolosissimo finale – stralci di spiegazione, pensate, sono relegati in flashback lampo dopo i titoli di coda, alla stregua di un horror di infima categoria. È una penna scarica, un coltello spuntato. Una serie, annunciata in anticipo come l'evento dell'estate, che non graffia un lettore coriaceo. Farà senz'altro faville durante la prossima stagione dei premi, mieterà consensi e mi sottoporrà a più di qualche critica, ma per me rimarrà un mistero. Meno scontato e più fitto ancora di quelli nascosti nel cuore della sordida, sonnacchiosa Wind Gap. (5,5)

Si conoscono a scuola. Candidi e innocenti come da titolo, June e Harry sono una specie da salvaguardare in una generazione che brucia in fretta le tappe e veicola modelli sbagliati. Lei cresciuta nell'inganno, con un patrigno che l'ha protetta con le buone e con le cattive dalle domande su una madre scappata lontano da loro dopo una notte di cui in giro ancora si mormora; lui, più intraprendente, alle prese con un genitore catatonico che necessita di attenzioni continue. Si innamorano presto ma di nascosto, scoprendosi ugualmente fragili e in cattività, e pianificano la fuga su una Fiat sgangherata. Meta: una Londra mai così distante da quella provincia senza prospettive. Il viaggio in macchina, già consolidata metafora giovanile di per sé, svela in fretta la natura nascosta della protagonista: è una mutaforma, creatura sbucata direttamente da una leggenda scandinava. Scopriranno insieme che ci sono altri come lei, identici nella natura ma opposti nei desideri: possedere qualcun altro è erotico, infatti, sa di onnipotenza. Soprattutto, si accorgeranno insieme allo spettatore che c'è una trama parallela alla loro che conduce a un'isola in Norvegia: una casa di donne, portatrici dello stesso inspiegabile gene, sedotte e controllate da uno psichiatra con il volto del sempre fascinoso Guy Pearce. Questi novelli Romeo e Giulietta, accomunati dallo stesso finale (di stagione) tragico, rischiano di perdere innocenza e alchimia strada facendo, confusi sui loro stessi sentimenti. Rischia di perdersi lei, June, nel riflesso di quella mamma che non si è mai raccontata con limpidezza e di un dubbio che intanto logora la coppia. Non bisogna perdere il controllo: la protagonista ha sperimentato che basta un tocco anche fugace, quando è fuori di sé, per risvegliarsi in un corpo che non le appartiene e, suo malgrado, per profanarlo, lasciando lungo la strada uomini e donne come gusci vuoti. E l'amore, invece: ha effetti collaterali oppure ti salva? Di teen drama a tinte fantasy si tratta, sì, e con passioni salvifiche, famiglie preoccupate e cattivi annunciati ci si intrattiene per otto episodi. Fortunatamente, non siamo nei territori post Twilight: vuoi i protagonisti sconosciuti e acqua e sapone, che insieme formano una coppia tenerissima; vuoi i grigi acquosi e la pacatezza delle produzioni britanniche; vuoi una storia semplice ma ad alto tasso emozionale, complice la colonna sonora indie rock, che agli adolescenti parla di identità metaforicamente e non. Romanzo di formazione sci-fi, delicatissimo tanto nella componente sentimentale quanto in quella mitologica, The Innocents è la serie di cui nessuno sta parlando: perché piccola, comunque più di quanto ci si aspetterebbe da una coproduzione internazionale, ma piena di grazia. (7)

venerdì 3 febbraio 2017

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Arrival, Hacksaw Ridge, Lion

8 Nominations. Dodici navicelle d'altri pianeti gettano ombre sul pianeta Terra. I militari perimetrano i luoghi dello sbarco. Gli scienziati, nel cuore della notte, reclutano Louise: una rinomata linguista dagli occhi tristi. Il montaggio ce la mostra un po' madre di una bimba dalla salute fragilissima, un po' interprete di una lingua fatta di cerchi concentrici e linee mutevoli. Ma gli uomini hanno fretta, non portano pazienza, e sono costantemente sul chi va là con le armi strette in pugno. Pronti a darsi addosso per una parola fraintesa. Qual è la differenza tra un'arma e un dono? Qual è, soprattutto, la differenza tra noi e loro? Arrival, ispirato a un racconto che leggerò prestissimo, è l'ennesimo tassello di quella fantascienza atipica, umanista, in cui l'elemento perturbante – in questo caso, una silenziosa invasione – è un'ottima scusa per parlare di noi. Lento, profondo, per certi versi irrisolto, non piacerà agli appassionati delle congiure di Emmerich. Arrival giunge in pace. Ma è piaciuto a me, che non apprezzo il genere, ma nei paradossi temporali e in queste poesie visive adoro perdermici. Complici una cristallina Amy Adams e la direzione di chi rende luccicante, suo, qualsiasi cosa sfiori. Galeotta una trama classica, in cui tutto o quasi va al proprio posto con armonia e un briciolo di fretta. Arrival lo si rivede a mente, con la sensazione che qualcosa sfugga. Ma nel bel mezzo del rewind, nonostante una sceneggiatura che qualche lacuna la ha, si sentono affiorare i brividi e la sensazione che la soluzione del rebus sia sempre stata a un palmo dal nostro naso. Le astronavi appaiono come superfici specchiate dalla forma ovoidale: simbolo di nascite e rinascite, ci riflettono nella nostra ascesa verso l'ignoto. I nomi palindromi sono il tempo: il serpente di Nietzsche che, in filosofia, si morde la coda. Le parole di Jeremy Renner, comprimario al solito in sordina, invitano ad indugiare su chi ci sta accanto e non sulla volta celeste. E Arrival, emozionantissimo, è di questo che saprà parlare al pubblico più sensibile: maternità ad ogni costo, imponderabile, comunicazione. Al pari di un dramma borghese in cui un ospite s'intrufola nella casa di una coppia felice e ne invade gli spazi, lascia il bagno in disordine e studia coloro che gli hanno aperto la porta. Può andare in due modi diversi, allora: la coppia scoppia, allontanandosi ancora, o l'estraneo – con il suo punto di vista nuovo, con la sua sola presenza – spinge i due alla riconciliazione. Gli uomini e il mondo sono gli amanti litigiosi e scoscanti all'interno dell'ultimo film di un Villeneuve sempre più grande. Gli alieni, che hanno la forma di polipi immensi e intenzioni imperscrutabili, sono l'ospite inatteso. Ma la convivenza cambierà tutto. Si rovesceranno forse i ruoli di potere e gli invitati si sostituiranno agli anfitrioni? O, tornati ognuno a casa propria, realizzeranno che non ci si può scordare mai di chi ti ha aperto gli occhi e messo a soqquadro i cassetti, le percezioni e i pensieri? (8)

6 Nominations. Desmond Doss cresce in una famiglia turbolenta, con una madre credente e un padre che è tornato dalla prima Guerra Mondiale con l'umanità compromessa. Il protagonista è un bambino che si fa custode degli incerti equilibri domestici. Allevato nella violenza, da adulto la rinnega. Si arruola volontario, poiché dotato di un fortissimo senso del dovere. Rifiuta di di uccidere, perché così ordina uno dei comandamenti. Gli danno del codardo. Lo picchiano, lo canzonano, lo processano per insubordinazione. Ma Desmond corre sotto il fuoco nemico, su un altopiano che farà da sfondo a un massacro. Qual è l'utilità di un soldato disarmato nel bel mezzo di un conflitto? Al contrario degli ultimi film di Eastwood, agiografie asciutte e troppo vicine nel tempo, il ritorno alla regia di Mel Gibson – un altro che fa meglio dietro la macchina da presa, uno che non dovrebbe piacermi ma che invece mi piace spesso - è un decorosissimo dramma bellico. Non cronaca nuda e cruda, ma intrattenimento. Ha l'unica forma di religiosità che invidio: quella generosa, sentita nel profondo, di chi passa dalla teoria alla prassi convinto che la fede gli farà da scudo. Di Gibson c'è il personale colloquio con Dio, assai più elementare e fruibile che nell'indigesto Silence, e la grande concitazione che rende magistrali le scene d'assalto. I corpi dilaniati, i ratti che di notte banchettano coi cadaveri, la verosimiglianza degli attacchi armati – non mancano le esagerazioni e gli aspetti più romanzati, però, tra bombe calciate prima della conflagrazione e parentesi amorose. Hacksaw Ridge non sorprenderà, ma è una biografia ben romanzata e diretta meglio ancora. Mi ha coinvolto molto, pur non apprezzando il genere. Funzionano le zuffe e le confidenze nelle camerate, i numerosi comprimari – su tutti, un magnifico Hugo Weaving -, e toccano le uscite di scena e le dipartite. Andrew Garfield, con un convincente accento della Virginia e tutto il candore che sa, presta il fisico gracile e il viso espressivo a un personaggio folle e gentile, che pare cucitogli su misura: bravissimo, ma io lo reputo tale dai tempi di Boy A. Hacksaw Ridge è un'altra tipologia di cinema che, nella stagione dei premi, ha menzioni assicurate: in questo caso, non del tutto immeritatamente. Una storia di guerra, vera ed edificante, etichettabile a colpo d'occhio e a giusta ragione come americanata tra le più ruffiane. Però mentirei definendolo scontato sì, ma incapace di centrare il bersaglio. Se dicessi che non l'ho trovato necessario – con il suo parlare alla coscienza di altruismo, di eroi -, in un'epoca in cui gli americani, storici guerrafondai, e il ricordo sono in disaccordo. Buono e pulito, nonostante quel lungo arrancare nel fango e nel sangue. Dalle guerre presenti e passate. Dei cliché, dell'enfasi smisurata, che il genere esige. (7)

6 Nominations. Saroo, quattro anni e un villaggio di poche anime da cui non si è mai spostato, sale per sbaglio su un treno mentre è in compagnia del fratello maggiore. Il convoglio ferroviario ferma la sua corsa soltanto qualche giorno dopo. Quando, catapultato nella povertà della caotica Calcutta, il bambino si accorge che è tardi. Ha percorso quasi duemila chilometri: troppi per fare ritorno da una madre che non ha mai smesso di aspettarlo. Abbastanza coraggioso da sopravvivere alla vita di strada, tra accattonaggio e malintenzionati di cui è meglio diffidare, Saroo viene infine adottato da una coppia australiana con la vocazione del bene. Finché il passato non lo raggiunge attraverso un profumo dell'infanzia e un sogno ad occhi aperti. E la ricerca delle radici, anche a costo di scontentare la madre adottiva, diventa un'ossessione. Come sai cosa diventerai se non sai chi sei stato? Lion, giunto al cinema sotto Natale come ogni fiaba che si rispetti, è l'equivalente cinematografico, agli Oscar, della canzone sanremese. Quella con il ritornello orecchiabile. Quella con un tema importante. Tradizionale, ma d'impatto. Se commuove la visione dell'adorabile Sunny Pawar, scricciolo in grado di reggere mezzo film su di sé, la ricerca delle origini di un eppure ottimo Dev Patel – il fortunato milionario di Boyle, che crescendo si è abbellito e si è scoperto il più protagonista tra i non protagonisti –, contempla invece personaggi lasciati ai margini (un'intensa ma fugace Kidman) e altri superflui (l'anonima Rooney Mara); numerosi momenti topici che, abbandonata l'infanzia per l'età adulta, emozionano meno di quanto avrebbero fatto con la guida del piccolo Saroo. Per il resto, ho trovato l'esordio alla regia di Garth Davis semplice e pieno di delicatezza. Definire un film strappalacrime è un disvalore, infatti, se quelle lacrime te le ha strappate? Nel blog, lo sapete, parlo delle mie letture e, senza cadenza fissa, di quel che guardo. Per deformazione professionale, preferisco la sostanza alla forma. Nonostante tutto, resto un inguaribile fan di un cinema in grado di veicolare belle storie. E Lion, che in una compezione spietata potrebbe apparire svantaggiato, ha qualche difetto ma una vicenda vera, di partenze e ritorni, che sono stato contento di scoprire. Forse la più indispensabile che mi racconteranno i film in gara questo febbraio. Sarà che, di tenerezza, ce n'è sempre disperato bisogno. (7)

mercoledì 4 gennaio 2017

Mr. Ciak: Animali Notturni, Blue Jay, Passengers, La ragazza del treno

Susan, sofisticata gallerista, riceve un manoscritto inedito da Edward, il primo marito. Lei borghese e lui senza il becco di un quattrino: tra i due, quando la ribellione aveva ceduto il passo alla routine, non era finita bene. A ispirarle un impensato esame di coscienza, a rubarle il riposo, quella lettura che la rabbonisce e la schiaffeggia. Il dolce Edward la turba pagina dopo pagina, con un'opera di cui non lo credeva capace: la parabola violenta, disperata, di un uomo che persegue una lenta vendetta. Animali Notturni è il ritorno di Tom Ford dopo lo struggente A Single Man. A suo agio con le scarpe a specchio e i divi senza un capello fuori posto, qui vuole stupire – e ci riesce, anche se in definitiva gli ho preferito il più scontato melodramma con Firth – con una storia nella storia. Animali Notturni, coinvolgente thriller allo specchio, si divide in due metà perfette e complementari: costruito su piani narrativi opposti, alterna la realtà di Susan – fredda, manierata, brillante come l'acciaio: e lì, in tutta la sua eleganza, c'è il tocco del pioniere delle passerelle – alla fantasia di Edward – al contario polverosa, sporca, selvatica. E, ambizioso, il film è a due generi inconciliabili che guarda: il languore del melodramma, così, viene stuprato dagli energumeni sudici e logorroici del pulp di Tarantino. Tra passato e presente, sparatorie e vernissage, Animali Notturni è essenzialmente l'amara storia d'amore e vendetta di due vecchi amanti – la magnifica Amy Adams, il tormentato Jake Gyllenhaal – che, rancorosi ma presi, si tolgono il sonno a vicenda. Cos'è stato dell'universitaria tanto disgustata dal perbenismo borghese? Cosa dell'artista debole e bisognoso, ora artefice di parole come lame? Le lunghe e soffocanti notti di Tom Ford non sono fatte per l'amore. Il regista con il cognome da eroe western e lo sguardo dell'esteta, cinico e sempre padrone di sé, bilancia le prove del suo cast di fuoriclasse, gli opposti, le gradazioni di colore. La luna sussurra un agghiacciante racconto pulp che, tra le righe, riassume vent'anni di lontananza. E la scrittura, ammaliante e ragionata, onnipotente, è un'arma che assicura finalmente l'ultima parola a chi – contro Cupido e l'ipocrisia – una volta ha già perso. Quando ti innamori di uno scrittore, dicono, vivi per sempre. E quando gli spezzi il cuore? (7,5)

Quanto è bella Sarah Paulson: non ci avevo fatto caso. Quello il primo pensiero, vedendola sorridere per la prima volta senza badare alla dizione perfetta o alle rughe d'espressione. Meno manierata che in passato, sciolta e confidente, mette in scena non un personaggio ipercaratterizzato dei suoi: Amanda ha il suo stesso viso, un marito molto più grande e, tornata nella città natale per aiutare la sorella incinta, consacra un pomeriggio alle spese folli per assecondare le voglie della parente. Tra le corsie del supermercato incrocia il Jim di un sorprendente Mark Duplass: al liceo erano innamorati pazzi, ma ventidue anni di silenzi e lontananza li hanno trasformati. Lei, con un berretto che le schiaccia i capelli e un giaccone trasandato, è tentata di volgere lo sguardo altrove; lui è uscito di casa senza radersi e lavarsi i denti. Ma loro invece si guardano e se lo domandano: com'è possibile ritrovarsi lì, in quell'angolo di California in cui niente – attempati cassieri compresi – è davvero cambiato? Possono fingersi per una notte quelli di sempre, come se non ci si fossero messi di mezzo matrimoni, amarezze e bivii raggirati? Blue Jay è un poco galante invito a cena che nasconde, in realtà, una scusa: viaggiare attraverso gli anni Novanta, dando man forte alle musicassette e alla nostalgia, e ballare scordinati Annie Lennox pestandosi le scarpe. Dramma indie prodotto da Netflix e presentato in anteprima a Toronto, ha quel che cerco in una storia d'amore da Prima dell'alba in poi: lunghi dialoghi che fanno il bello e il cattivo tempo, personaggi che trasformano le reciproche fragilità in vanto – Amanda non sa piangere, mentre l'emotivo Jim deve avere dimenticato come frenare le lacrime – e registi discreti, che ci sono ma non si vedono. Blue Jay, eppure, ha l'esordiente Alex Lehmann a dirigere, e la sua scelta è ricaduta su intensi primi piani e uno struggente bianco e nero. Però la splendida Paulson e il sensibile Duplass, protagonisti di una magica sintonia, chiacchierano senza intralci – intorno a loro è scomparsa la troupe, dev'essere finito anche il mondo – e si abbandonano indisturbati ai ricordi. Maestri dell'improvvisazione, si fingono marito e moglie con accenti posticci e languori che scoppiano in sincere risate. Ma la loro buffa e agrodolce farsa è più vera della realtà: più felice di sicuro. I grigi limpidi e i sorrisi rubati per un soffio a Blue Jay stracciano il cuore. E come dicono di una ballad di Adele che canta la gioventù perduta e seconde possibilità che spaventano, nel mentre puoi sentire perfino la nostalgia delle persone che non hai ancora amato. (8)

C'è chi, nei momenti di sconforto, nel freezer ci trova il gelato al pistacchio. E chi, naufrago verso un pianeta da colonizzare, scongela a piacimento una Jennifer Lawrence per combattere l'incontenibile tristezza che affligge i passeggeri solitari. Jim si risveglia con novant'anni d'anticipo. Il resto dell'equipaggio, immerso in un sonno criogenico, continua a dormire. L'insonne condanna alla sua stessa sorte Aurora, sperando di proteggerla il più a lungo possibile dalla verità. Futuristici Adamo ed Eva su una navicella che cola a picco dopo il romantico idillio iniziale, Christ Pratt e Jennifer Lawrence. Coppia tanto attraente quanto sopravvalutata, i due riempiono il secondo film statunitense di Morten Tyldum di ammiccamenti, litigi e occhiate poco convinte. A scatola chiusa, eppure, Passengers sembrava fantascienza seria. Distribuito nell'imminente stagione dei premi sulla scia del fortunato The Imitation Game, faceva il verso a Gravity con la partecipazione dell'asso piglia tutto Jennifer Lawrence. Furbo e attesissimo, il film prometteva odissee nello spazio e scintille: chi non ha letto almeno una volta le dichiarazioni della protagonista, brilla per combattere l'imbarazzo delle scene più spinte? Passengers ha un sesso immaginario – a qualcuno andrà forse meglio, con una visione passeggera del sedere di Pratt – e una scrittura vittima del ridicolo involontario. Se l'ironia di lui ispira empatia, l'assurda concitazione della Lawrence fa sì che la nave (ogni riferimento a Titanic non è causale) imbarchi altra acqua. Passengers altro non è che una commedia superficiale nello spazio profondo. Da non amante della fantascienza, non posso dire che la leggerezza della traversata mi abbia annoiato. Le esplosioni delle grandi produzione e le potenziali svolte tragiche, però, fanno sorridere. A contendersi la colpa di questo blockbuster in avaria, lo sceneggiatore e, a sorpresa, due divi colti impreparati dalle lunghe e spontaee passeggiate dalle romcom che dico io. Con un bravissimo Michael Sheen al bancone, automa loquace e pettegolo, si beve per dimenticare le fotoricordo di una goffa e pacchiana crociera tra le stelle. (5)

Rachel affoga i dispiaceri in una bottiglia di chardonnay e, dal finestrino del regionale, sbircia le vite altrui. Spia l'ex, felice accanto a un'altra donna, e fantastica su una coppia sconosciuta che associa alla perfezione. Viaggiando assiste a un tradimento che fa vacillare le sue fiabe. E, svegliandosi da una notte di eccessi, insanguinata e piena di lividi, scopre che Megan – la bionda tanto invidiata – è stata uccisa. Rachel ha visto l'assassino in un momento di lucidità? O è lei, gelosa, a essersi macchiata del delitto? La trama la conoscete: è quella del thriller più venduto da due anni a questa parte. La mia opinione, forse, pure: un gonfiatissimo caso editoriale, criticato per lo stile pedestre e il giallo intuibile. La ragazza del treno era raffazzonato, intricato invano. Una trasposizione poteva fare solo meglio. Il film di Tate Taylor, stroncato dalla critica, mi ha convinto il giusto, mostrandosi superiore al romanzo della Hawkins – poco ci vuole, uno dice – e alle mie scarse aspettative. La struttura tripartita resta, e insieme a quella anche i difetti. Le voci narranti, il montaggio che prevede salti indietro tutt'altro che pratici, il ritmo lontano da qualsiasi frenesia si addicono poco alle esigenze del cinema di genere. Se il gioco non vale la candela, se il mistero è modesto come in questo caso, il puzzle di prospettive diverse – schematico ma originale – giova. Se personaggi maschili ridicolmente belli e sospetti fanno da corollario, allora, meglio le donne: sprecata la Ferguson, annoiata moglie trofeo; sorprendente la sexy Haley Bennett, irrequieta e sofferente traditrice; in odore di nomination una farfugliante, stravolta Emily Blunt. La ragazza del treno continua a non avere i segreti diabolici di Gone Girl, ma i pensieri incensurati delle protagoniste lo avvicinano a un dramma psicologico che, tra le righe, convince parlando di maternità e relazioni. Tu togli una pessima scrittura e aggiungi un cast di prime donne: così facendo, anche i prodotti più modesti non escono fuori dai binari. (6,5)