Si
chiama Beth Harmon, è una bambina prodigio diventata una donna da
record. Cresciuta in orfanotrofio dopo il suicidio della madre
borderline, conosce gli scacchi – la sua passione, la sua
ossessione – grazie alla pazienza del custode. Affidata a una
famiglia benestante, coltiva il suo hobby anche al liceo. Porta con
sé anche nell'altra casa la sua ambizione e i suoi limiti.
Assuefatta agli anestetici sin dalla tenera età, la giovane è genio
e sregolatezza: drink, pasticche e relazioni occasionali. Perché
dove c'è un grande talento c'è sempre un briciolo di follia. Tra un
torneo e l'altro, Beth punta allo scontro definitivo: il campione in
carica è un temibile russo. Affiancata per un po' da una mamma
manager, costruisce passo passo la sua personalità. Prima bambina,
poi adolescente, infine adulta, è sulle copertine e sulla bocca di
tutti. Eccellere in una competizione per uomini, ieri come oggi, fa
notizia. Di Beth Harmon conosciamo gli appuntamenti, il glamour, le
cadute e le risalite. I manuali sprimacciati, le rinunce, i deliri:
stesa sul letto, vede scacchiere perfino tra le ombre del soffitto
illuminato dalla luna. Viene difficile crederlo, ma questa donna –
questa campionessa – non è realmente esistita. Scritta con la
credibilità di una biografia, l'ultima serie Netflix è tratta
dall'omonimo romanzo di Walter Tevis: è una storia d'invenzione. Nel
passaggio dalla carta al piccolo schermo trova un comparto tecnico
degno di meraviglia – le simmetrie della regia e i costumi
invidiabili vi faranno sentire la nostalgia di The Marvelous Mrs
Maisel – e la conferma di una stella splendente. Anya
Taylor-Joy, ventiquattro anni, è magnetica in un ruolo che le sembra
cucito a pennello. Con la sua bellezza vagamente felina, fatta di
occhi grandi e gambe affusolate, l'attrice incarna alla perfezione un
personaggio già iconico. Algida, saccente e geniale, la protagonista
soffre di una solitudine siderale colmata dagli abiti lussuosi. Senza
mai calcare la mano, la serie ci mostra le sue debolezze e i suoi
dolori. Il ritratto, equilibrato e incantevole, è quello di
un'anticonformista che basta a sé stessa e qualche volta ha bisogno
di un buon amico. Continuamente strumentalizzata, rifiuta però di
diventare un simbolo nella lotta contro il nemico sovietico o uno
stendardo della religione cattolica. Beth è un lupo solitario seduto
alla scacchiera. Non importa conoscere l'arte degli scacchi per
seguire le sue imprese con il cuore in gola. Dietro ogni mossa c'è
sfida, c'è seduzione, e lo scacco matto è tanto prevedibile quanto
giusto. Appassionante come si legge dappertutto, La regina degli
scacchi porta con sicurezza la
corona: alla stagione dei premi, nei listoni di fine anno, si farà
valere. (7,5)
Corpi
intrecciati. Corpi gaudenti. Corpi colti nel perenne movimento di
qualche birbanteria da portare a termine. Ballano, si abbracciano,
alzano il gomito, si tuffano. Era l'epoca degli assembramenti. Era
l'epoca delle bocche sboccate, senza mascherine. Sembra una vita fa.
Ho seguito We are who we are
come se fosse una serie di fantascienza. In questa nostra Italia
divisa in gialli, arancioni e rossi, ho guardato con invidia e
nostalgia all'arcobaleno abbacinante del solito Luca Guadagnino.
Anche se a puntate, torna a raccontarci la sessualità, l'estate,
l'insostenibile leggerezza dell'avere diciassette anni. Ritornato ai
temi e alle ambientazioni di Chiamami col tuo nome,
rinuncia agli anni Ottanta – gli stessi della sua giovinezza –
per raccontarci il presente, e una generazione lontana tanto da lui
quanto da me. Come può un regista cinquantenne raccontare gli
adolescenti con tanta sapienza, senza costringerli alle pose
plastiche o alla cattività dei copioni? “Siamo quello che siamo”
è uno slogan, è un grido di battaglia, è l'autoaffermazione di un
gruppo di millennials che in fondo desiderano ciò che desideriamo
tutti: un posto nel mondo. Certo, sembrano aver genitori sin troppo
permissivi. Certo, appaiono scalmanati e alticci: probabilmente non
il migliore esempio da seguire, tra irruzioni notturne, matrimoni
lampo e bevute fino al collasso. Ma i protagonisti di Guadagnino,
lontani da qualsiasi giudizio morale, sono bestiole libere da vincoli
e pregiudizi che formano un gruppo coeso di outsider. Vivono a
Chioggia, in una base militare americana. Parlano un po' inglese e un
po' italiano, praticano l'amore in un ambiente generalmente votato
all'arte della guerra. L'irrequieto Fraser, uno strepitoso Jack Dylan
Glazer, è l'ultimo arrivato: l'amicizia con Caitlin, la
dirimpettaia, potrebbe diventare qualcosa di più? O lui, efebico e
leggiadro, è gay? O lei, amante degli abiti maschili, è
transgender? Questi diciassettenni non sono ossessionati dallo
specchio. Come da titolo, non vogliono né definirsi né essere
definiti. Fluidi, camminano sul bordo vertiginoso dei generi e degli
orientamenti sessuali; della friendzone. Fresca, vulcanica e
liberatoria, la serie è una boccata d'aria nuova. Di una leggerezza
senza peso – al punto che la maggior parte delle scene
sembrerebbero improvvisate –, conserva tuttavia un'impronta
autoriale infraintendibile. Queste otto puntate, al pari dei
personaggi che le popolano, rifuggono le etichette: sarebbe
limitante, perciò, definire We are who we are
un teen drama. Per i ritmi lenti, per il taglio verista, oltretutto
non piacerebbe all'adolescente medio. Di neanche dieci anni più
grande dei protagonisti, all'inizio ammetto di aver faticato. Poi è
subentrata una curiosità entomologica verso il loro guardaroba,
verso i loro discorsi, verso la loro identità sfumata. Sono belli,
sono freschi, sono affiatati. Sono diversi. Ma diversi da chi?
Appartengono alla cosiddetta generazione Y. Non la conosco, non mi ci
riconosco, ma affascina oltre ogni dire, così come affascinano gli
alieni e gli angeli. (8,5)