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martedì 31 marzo 2026

Recensione: Ho paura torero, di Petro Lemebel

| Ho paura torero, di Pedro Lemebel. Feltrinelli,€ 17, pp. 208 |

Lei, la Fata dell'angolo, è un travestito di mezza età con pochi capelli in testa ma molto grilli. Leggiadra come un colibrì, ricama tovaglie per le moglie dei gerarchi e, a dispetto della terza elementare, si esprime in poesia. Lui, Carlos, rischia la vita in un'eterna corrida: sta architettando un attentato per rovesciare la dittatura. L'obiettivo è Pinochet, qui fragile e dispotico, affiancato da una First Lady che gli rimprovera continuamente il muso troppo lungo e le divise troppo grigie.

Mi fai stare bene; quando sono con te sono felice. Neanche fossi un pagliaccio del circo. Non è questo, con te mi sento ottimista. E che altro? Che altro vorresti? Che mi ami un pochino. Sai che ti voglio bene più di un pochino. Non è lo stesso, tra l’amore e l’affetto c’è un mondo di differenza. Ti voglio bene con la tua differenza.

Mentre fuori fioccano barricate e perquisizioni, i protagonisti - più simili del previsto, tra nomi fittizi e un gergo rubato al cinema hollywoodiano - si scoprono complici nello spazio angusto di una soffitta. La Fata viene ingannata da Carlos, in realtà interessato solo a un nascondiglio sicuro, o preferisce lasciarsi ingannare? La progressiva sinistra, un giorno, vedrebbe forse di buon occhio la loro vicinanza? Indimenticabile, la protagonista trasforma ogni fantasia in un film e, in pieno coprifuoco, lascia che la radio trasmetta esclusivamente canzoni d'amore.

Come si guarda qualcuno che non si rivedrà mai più? Come si fa a dimenticare quello che non si è mai posseduto? Così, semplicemente.

Nel romanzo cult di Pedro Lemebel, degno delle atmosfere del miglior Almodovar, le descrizioni, i pensieri e i dialoghi dei personaggi diventano lo spartito di un bolero malinconico. Un flusso vario e ininterrotto, allergico al disincanto, che riflette di consapevolezza – politica, etica, sessuale – perfino nell'inferno dei lacrimogeni. Sensuale, ironico, struggente, Ho paura torero dissemina centrini ricamati sulle casse stipate di armi e marcia davanti agli autoblindo con un cappello giallo canarino in testa. In un'epoca in cui tutto è proibito, ma ogni cosa, eppure, sembra ancora possibile, il romanzo trasforma un sentimento clandestino in una sfacciata bandiera arcobaleno. Siamo a Santiago del Cile, nell'autunno del 1986. È il momento peggiore per sognare l'amore. È il migliore. Forse, è l'unico.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Loretta Goggi – Maledetta primavera

giovedì 22 gennaio 2026

Recensione: Middlesex, di Jeffrey Eugenides

| Middlesex, di Jeffrey Eugenides. Mondadori, € 16, pp. 612 |

Cos'è che determina chi siamo? I nostri cromosomi, la maniera in cui ci hanno educati, le nostre radici? È una domanda, questa, che riecheggia in ogni storia di crescita. Ma in quella di Jeffrey Eugenides – un classico moderno insignito del Pulitzer – un po' di più. A raccontarla è un narratore dalla doppia natura, cresciuto come una bambina prima di abbracciare un'identità di genere maschile. A causa di un gene imprevedibile, rimasto sopito per oltre due secoli, Calliope, negli anni della pubertà, si scopre intersessuale.

Gli eventi davvero importanti non dipendono mai da noi. La nascita per esempio, e la morte. L'amore. E ciò che l'amore ci lascia in eredità ancora prima che nasciamo.

Ha lunghi capelli a schermarne il viso, tratti spigolosi, mestruazioni che tardano ad arrivare. Oggetto d'attrazione sia per i maschi che per le femmine, a volte cavia e a volte splendida creatura mitologica, Cal racconta la propria storia a ritroso, dipanandola come un filo di seta. I toni, epici e brillantissimi insieme, ricalcano quelli dei poemi omerici, omaggiando il mito platonico dell'anima gemella e mescolando la hybris alla scienza. A conoscenza non soltanto dei retroscena del suo stesso concepimento, ma anche di ogni piccolo segreto familiare, l'onnisciente Cal rievoca la relazione incestuosa tra i suoi nonni – Lefty e Desdemona, in fuga dalla dissoluzione dell'Impero ottomano –, il matrimonio tra i genitori – Milton e Tessie, cugini di primo grado –, i turbamenti di una Detroit stravolta prima dal fordismo, poi dalle rivolte razziali, infine dall'arrivo dei ristoranti in serie.

Ho l'impressione di sentirti, lettore. È l'unico genere di intimità che mi mette a mio agio. Noi due, soli, nell'oscurità.

Benché al centro di una sorprendente ascesa sociale, gli Stephanides sono forse maledetti? Middlesex è la storia della donna che visse due volte e, soprattutto, della sua grossa grassa famiglia greca. Un romanzo fluviale, esilarante, coltissimo, il cui cuore ibrido batte a metà tra la tragedia classica e il sogno americano, Gabriel Garcìa Màrquez e Nathan Hill. Proprio come i suoi avi, anche Cal viaggerà in cerca di un nuovo centro di gravità. Ad attenderlo c'è una San Francisco notturna, tentacolare e affascinante, dove la già fiorente comunità LGBTQIA+ gli infonderà il coraggio necessario per esistere senza giustificarsi. Perché, a volte, è possibile trovare armonia anche nella disarmonia. Senza essere “uno”, per sentirsi completi.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Chappel Roan – Pink Pony Club

lunedì 1 dicembre 2025

Torino Film Festival 2025: Pillion | Eternity | Kiss of the Spider Woman | El Cautivo

Harry Melling, anonimo ausiliario del traffico con l'hobby del canto corale, diventa lo schiavo – sessuale e non solo – del bellissimo motociclista Alexander Skarsgård. Nel loro rapporto i baci sulla bocca, le confidenze troppo intime, le cene in famiglia sono severamente al bando. Ma se i sentimenti ci mettessero lo zampino? A più di vent'anni da Secretary, arriva un'altra commedia indie – nei nostri cinema dal prossimo 12 febbraio – a sdoganare la dipendenza emotiva e il sadomasochismo. Con tutte le carte in regola per diventare un nuovo cult, Pillion parte come una fantasia di sottomissione. Ben presto, però, si trasforma in una parabola sul tabù della vulnerabilità maschile. L'inesperto Melling osa. Può forse dirsi lo stesso di Skarsgård, impietrito dalla quotidianità? Se la loro relazione è rigida e normata, perfino nella trasgressione, l'esordio di Harry Lighton gioca senza regole. E prima diverte, poi imbarazza, infine spezza il cuore, rivelandosi la versione in latex del capolavoro di Todd Haynes. L'amore più struggente dell'anno? Ha un'orgia come festa di compleanno. E insegna che la libertà, a volte, passa dal BDSM. (8)

Il mio primo film del Torino Film Festival, la mia prima sorpresa. Perché Eternity, a breve in sala, resterà la romcom più riuscita dell'anno. Garbato, elegante, divertente senza rinunciare a un po' di struggimento, è la storia di un triangolo amoroso ultraterreno. Morta ormai anziana e in un letto d'ospedale, Elizabeth Olsen si scopre nuovamente desiderata in un aldilà variopinto e dettagliato in cui i trapassati hanno una settimana per scegliere dove trascorrere l'eternità. Il paradiso avrà le fattezze della Florida o di una baita in montagna, delle Hawaii o della Francia degli anni Trenta? Indecisa tra mille proposte, in un gate che somiglia a una giornata dell'orientamento, dovrà anche districarsi tra il burbero marito Miles Teller e l'indimenticato primo amore del fascinoso Callum Turner. Accanto a loro, sempre in equilibrio tra emozione autentiche e sfumate, c'è la premiata all'Oscar Da'Vine Joy Randolph come spalla comica. Prendete la serie TV The Good Place. Conferitele l'estetica di The Truman Show. Sceneggiatela come una commedia teatrale della Golden Age. E la delizia, targata al solito A24, è presto servita. (7,5)

Se il cinema è evasione, il musical è il genere più cinematografico tra tutti. Ma si può trasformare una pagina nerissima di storia contemporanea in un abbagliante incanto in technicolor? L'ultima trasposizione del romanzo di Manuel Puig canta di dittatura e lustrini, amori e rivoluzioni, oscillando dal dramma carcerario al musical degli anni Cinquanta. Siamo in Argentina, durante la dittatura militare. Due prigionieri – un omosessuale accusato di atti osceni e un rivoluzionario – combattono le violenze fisiche e psicologiche raccontandosi la Hollywood degli anni d'oro. Le coreografie sono trascinanti, ma le canzoni poco memorabili. Le fantasie metacinematografiche non sempre si amalgamano al resto, e la patina delle danze spesso sconfina anche in cella. Jennifer Lopez, splendida come non mai, è una diva che interpreta una diva. Sempre in parte Diego Luna, qui affiatatissimo con il querulo e struggente Tonatiuh – quest'ultimo, esordiente, affronta a testa alta il ruolo che valse l'Oscar a William Hurt. Nonostante siano tutti intonatissimi, qualche stonatura c'è. Ma quando la vita imita l'arte, e viceversa, che shock l'accendersi delle luci in sala e l'arrivo dei titoli di coda. (7)

Che fine ha fatto Alejandro Amenàbar? Ormai lontano dai trionfi di Apri gli occhi, The Others e Mare dentro, torna al cinema a un decennio dall'ultimo film. La sua ultima fatica è la biografia romanzata dell'autore di Don Chisciotte, con tutti i pregi e i difetti che ci si aspetterebbe da una coproduzione Rai e Netflix. Pop, godibile e ammiccante, racconta la prigionia del giovane Miguel De Cervantes. In fuga da Madrid con l'accusa di omosessualità, finisce catturato ad Algeri. In pugno ai mori, che vorrebbero convertirlo all'Islam, mette a frutto le sue doti oratorie per rabbonire il crudele Bajà. Ben presto, il carceriere – al vertice di un dissoluto  harem al maschile – si scoprirà attratto sia dalle storie del prigioniero galantuomo, sia dalla sua bellezza. Diviso tra amore e libertà, nostalgia per i mulini della Mancia e interesse verso i costumi orientali, Julio Peña Fernandez - classe 2000, e già stella dei teen drama spagnoli – è il protagonista di un dramma storico non sempre accurato e dall'esotismo a tratti stucchevole, ma con un Alessandro Borghi degli occhi bistrati per fiore all'occhiello. L'ode al potere seduttivo delle storie? Piace, in fondo: anche quando le storie, come in questo caso, sembrano frutto di Wattpad. (6)

lunedì 27 giugno 2022

Le serie TV per il Pride Month: Le fate ignoranti | Euphoria S02 | Heartstopper | Conversations with Friends

Vent’anni fa Ferzan Ozpetek apriva il cinema italiano al mondo queer: era un’iniziazione. È da vent’anni, salvo rare variazioni, che il regista italo-turco sembra riproporre però lo stesso lungometraggio: dovrebbe sorprenderci, dunque, l’idea di un reboot del suo primo successo? Godibilissima ma tutt’altro che necessaria, paradossalmente ben più conservatrice del film originale, la serie di Le fate ignoranti esplora meglio le tensioni del triangolo e le esistenze dei personaggi secondari. Questa, infatti, non è soltanto la storia di una giovane vedova che conosce l’amante – uomo – del marito defunto. Ma anche quella di un ritorno alla vita che passa attraverso la conoscenza di personaggi troppo orgogliosi, troppo solari, per accontentarsi di appartenere a una minoranza. Nel cast poco da segnalare a parte la grazia principesca di Cristiana Capotondi, il fascino animalesco di un sempre bravissimo Eduardo Scarpetta (di gran lunga superiore a Stefano Accorsi), i sorrisi per le macchiettistiche Paola Minaccioni e Ambra Angiolini. Appaiono un po’ svogliati i cenni all’attualità – unioni civili, omofobia e transfobia quanto basta – e, nel sonnacchioso epilogo, il viaggio in Turchia della protagonista restituisce sì un passato al personaggio dell’attrice feticcio Serra Yilmaz, ma finisce per annullare il desiderio di emancipazione della Antonia delle origini. Restano le case splendide e i figuranti attraenti, le terrazze affollate, il fiabesco senso d’armonia, i balli improvvisati. In quel condominio romano, infatti, mi prenoto volentieri per passarci il prossimo Ferragosto. (7)

È stata la rivoluzione televisiva della sua annata. Un'esperienza lirica, appassionata, vertiginosa: in una sola parola, euforica. Tornata dopo una lunga gestazione sul piccolo schermo, la serie TV sulla generazione Z meritava grandi aspettative. Sarebbe stata nuovamente all'altezza? Sì e no. Pur confermandosi ineguagliabile per messa in scena, recitazione e scrittura, questa volta alza perfino di più l'asticella e propone un ciclo di episodi in cui, soprattutto in prima battuta, si fatica a trovare un filo conduttore coi precedenti. Le canoniche storyline devono sottostare a uno show nello show. Spesso antinarattiva, senz'altro tronfia ed eccessiva con i suoi barocchismi, a detta di alcuni un po' vuota, Euphoria sceglie il cammino dell'arte per l'arte. Come dimenticare gli sbarellamenti da Emmy di una sempre incredibile Zendaya, che per un'ora intera fugge – come in una canzone di Amy Winehouse – dai familiari che vogliono spedirla in rehab? Come non perdonare la rivelazione Sydney Sweeney, che a furia di pianti isterici e vestiti scollatissimi ci lascia dimenticare quei tanti comprimari mancanti di un'autentica evoluzione? Chi preferire, ancora, tra quest'ultima e la sorella minore Lexi, che si innamora di uno spacciatore e, a sorpresa, ruba la scena a tutti svelandosi a teatro? C'è chi, come quell'Eric Dane al centro di uno straziante coming out, sa imporsi comunque in questa fiumana densissima. E chi, come Hunter Schafer, regala rari palpiti accanto alla sua sofferta Rue: quelli lasciamoli ai triangoli amorosi che si sporcano d'ossessione; ai flashback su un'omosessualità taciuta per perbenismo. E ai voli pindarici di una terza stagione da tornare a commentare sui social, in futuro, puntata dopo puntata: da amare e odiare. (8)

Lui, goffo e timidissimo, mingherlino, è l’unico studente dichiaratamente omosessuale di una scuola maschile; l’altro, popolare e muscoloso, è già una promessa dello sport. All’apparenza lontani anni luce, i due adolescenti si scoprono compagni di banco e, presto o tardi, molto più che buoni amici. Può un amore nascente sfidare convenzioni sociali ormai scolpite nella pietra? Ispirata ai graphic novel della fortunatissima Alice Oseman e già confermata per altre due stagioni, Heartstopper è una serie da seguire con gli occhi a cuoricino. La piccola ma grande storia d’amore tra una vittima di bullismo e la stella della squadra di rugby, schierati – insieme agli amici più stretti – contro i luoghi comuni. L’originalità non è di casa, soprattutto considerato il target adolescenziale e progressista di Netflix. Ma gli attori tenerissimi, l’aplomb da commedia inglese, i colorati sprazzi fumettistici e il cameo di mamma Olivia Colman, sempre splendida, fanno davvero la differenza. No, non ho più l’età e qui e lì ho senz’altro percepito il divario generazionale. Ma quanta delicatezza e quanta dolcezza in questi episodi, tanto carini da apparire disarmanti: con i tempi che corrono, pregi di questi non bastano mai. (7)

Lei è una poetessa dall’aria malinconica, afflitta da una famiglia disfunzionale e da un passato da cui non riesce a liberarsi. L’altra, storica ex nonché migliore amica, è una musa scostante dall’accento americano. Gli altri, invece, più adulti di loro, sono una scrittrice di successo e il marito attore: infelici a modo loro, inseguono le emozioni della giovinezza perduta. Il quartetto dell’esordio di Sally Rooney arriva sul piccolo schermo ma non conquista. Per quanto fedele al romanzo, la serie vorrebbe essere più una riproposizione – impossibile – di Normal People che l’adattamento di Parlarne tra amici. Durante la lettura mi ero fatto un’idea diversa del romanzo: lo immaginavo sexy, verboso, dotato della leggerezza intelligenze delle commedie di Allen. Avrei voluto viverci. Qui, invece, è tutto più indie, intimista e inutilmente impegnato. Tutti appaiono perennemente tristi e pensierosi, nonostante i flirt continui e le vacanze gratuite in Croazia. Il cast, guidato dall’intensa e sconosciuta Alison Oliver (anche se l’elemento più memorabile è la voce di Joe Alwyn), è ben assortito ma manca di chimica. La regia di Lenny Abrahmson è un sogno da film Sundance. Ma questa volta sono i toni a sembrare fuori fuoco. Possibile che questa chiacchierata lunga dodici episodi coinvolga più quando si parla di endometriosi – argomento mai affrontato in precedenza sul piccolo schermo – che di poligamia? Provaci ancora, Sally: hai un altro romanzo – il tuo più bello – da trasporre. (6,5)

venerdì 4 marzo 2022

Recensione: Purezza, di Garth Greenwell

| Purezza, di Garth Greenwell. Einaudi, € 18,50, pp. 189 |

Un professore statunitense di stanza a Sofia si racconta senza pudore. Straniero in terra straniera, ama smarrirsi lungo le strade labirintiche della città bulgara e nelle chat per uomini soli. Nonostante resterà per tutto il tempo sprovvisto di un nome di battesimo – i personaggi secondari, invece, sono indicati semplicemente con l'iniziale puntata –, verrà naturale confonderlo con l'autore, lo strabiliante Garth Greenwell, artefice di alcune fra le pagine più appassionate che leggerò quest'anno. Suddiviso in tre parti, Purezza raccoglie nove racconti eterogenei tanto nei toni quanto nella lunghezza, con il medesimo narratore come fil rouge. Ho preferito centellinarli con parsimonia, per godere appieno degli sprazzi di bellezza sparsi qui e lì. E questi ultimi mi sono parsi forse ancora più eclatanti, assoluti, invidiabili, giacché mescolati equamente con lo squallore e l'oscenità. Durante i suoi sette anni da fuori sede, il protagonista – sì, chiamiamolo pure Garth – ha sperimentato con sentimenti altalenanti la dolorosa dissonanza tra vita pubblica e privata.

È ciò che più amo dei siti che frequento, dove puoi formulare qualsiasi desiderio, per quanto aberrante o inverosimile, e quasi sempre troverà risposta; il mondo è grande, non si è mai soli come ci si crede, né così unici o inauditi, quel che sentiamo è già stato sentito, sempre, più e più volte, senza un inizio né una fine.

Stimato insegnante di giorno, di notte finisce in case di perfetti sconosciuti: qualche volte domina, qualche volta viene dominato; raramente s'innamora. In queste pagine, il sesso, descritto con dovizia di particolari, diventa il motore della narrazione: scabroso, umiliante, senza protezioni, si spoglia di vestiti e sentimento nei territori del sadomasochismo. Ma c'è anche il sesso romantico, poi, quello fatto da innamorati, in cui la pornografia dei corpi lascia spazio alla malinconia: a letto ci si stringe un po' più forte, allora, per l'angoscia di doversi salutare l'indomani. In alcune pagine si è sopraffatti da sensazioni talmente striscianti da sembrar vive. In altre, invece, Greenwell rinfranca lo spirito con momenti d'insieme di una luminosità disarmante. Perché in questo romanzo convivono una profonda solitudine e il suo esatto opposto. E Sofia, affascinante e squallida insieme, è pronta a sorprenderci con cortei di protesta colorati e festosi; con ciliegie mature e margherite riposte nel taschino della camicia; con la conoscenza di expat portoghesi che mettono voglia di giocare ai turisti e di visitare Venezia sotto Natale. Straziante nei momenti di solipsismo, contagioso in quelli d'insieme, Purezza è una delle migliori letture erotiche mai intraprese e, soprattutto, la testimonianza più sincera sul mestiere dell'insegnante.

Se la sarebbe cavata, pensai di nuovo, consolandomi con questo pensiero, ma pensando anche che quanto aveva detto non fosse del tutto sbagliato, che amare un altro sarebbe stato perdere qualcosa, che quella stesa prospettiva che limitava il dolore avrebbe limitato anche l'amore, e i misurati i confini di quello, mai più avrebbe potuto immaginarlo sconfinato. […] Quanto ti sei rimpicciolito, dissi a me stesso, attraverso un'erosione forse necessaria alla sopravvivenza, e di cui forse devi ancora pentirti, riducendoti a dimensioni sopportabili.

Garth parafrasa poeti solitamente invisibili per il piacere di svelarsi alle classi attraverso le loro parole immortali; davanti a un caffè ascolta uno studente reduce da una delusione sentimentale, scoprendosi combattuto tra il desiderio di consolarlo e quello di irrobustirlo a colpi di disincanto; una sera si trattiene con due ex allievi e stordisce con l'alcol la pena di rincasare nel solito appartamento senz'anima. Non c'è malizia dietro le sue occhiate, per quanto insistenti. Non c'è vanità dietro le sue lezioni, vere e proprie performance attoriali. Greenwell invidia ai suoi allievi la resistenza all'alcol e i muscoli solidi, la giovinezza e il candore. E quando pendono dalle sue labbra si sente finalmente desiderato, finalmente a casa. Attingendo ora al lessico dolce-amaro del ricordo, ora a quello assordante della pornografia, Purezza oltrepassa le barriere linguistiche e i tabù per delineare una nuova geografia: quella di un paese grigio anche d'estate; quella di un uomo triste anche quando felice. Le attenzioni di una classe di adolescenti e la lingua umida di un randagio pulcioso, nei giorni dell'abbandono, addolciranno l'eco delle stanze vuote.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Carla Bruni - Le Ciel Dans ma Chambre 

martedì 10 novembre 2020

Le serie bellissime dell'autunno: La regina degli scacchi | We are who we are

Si chiama Beth Harmon, è una bambina prodigio diventata una donna da record. Cresciuta in orfanotrofio dopo il suicidio della madre borderline, conosce gli scacchi – la sua passione, la sua ossessione – grazie alla pazienza del custode. Affidata a una famiglia benestante, coltiva il suo hobby anche al liceo. Porta con sé anche nell'altra casa la sua ambizione e i suoi limiti. Assuefatta agli anestetici sin dalla tenera età, la giovane è genio e sregolatezza: drink, pasticche e relazioni occasionali. Perché dove c'è un grande talento c'è sempre un briciolo di follia. Tra un torneo e l'altro, Beth punta allo scontro definitivo: il campione in carica è un temibile russo. Affiancata per un po' da una mamma manager, costruisce passo passo la sua personalità. Prima bambina, poi adolescente, infine adulta, è sulle copertine e sulla bocca di tutti. Eccellere in una competizione per uomini, ieri come oggi, fa notizia. Di Beth Harmon conosciamo gli appuntamenti, il glamour, le cadute e le risalite. I manuali sprimacciati, le rinunce, i deliri: stesa sul letto, vede scacchiere perfino tra le ombre del soffitto illuminato dalla luna. Viene difficile crederlo, ma questa donna – questa campionessa – non è realmente esistita. Scritta con la credibilità di una biografia, l'ultima serie Netflix è tratta dall'omonimo romanzo di Walter Tevis: è una storia d'invenzione. Nel passaggio dalla carta al piccolo schermo trova un comparto tecnico degno di meraviglia – le simmetrie della regia e i costumi invidiabili vi faranno sentire la nostalgia di The Marvelous Mrs Maisel – e la conferma di una stella splendente. Anya Taylor-Joy, ventiquattro anni, è magnetica in un ruolo che le sembra cucito a pennello. Con la sua bellezza vagamente felina, fatta di occhi grandi e gambe affusolate, l'attrice incarna alla perfezione un personaggio già iconico. Algida, saccente e geniale, la protagonista soffre di una solitudine siderale colmata dagli abiti lussuosi. Senza mai calcare la mano, la serie ci mostra le sue debolezze e i suoi dolori. Il ritratto, equilibrato e incantevole, è quello di un'anticonformista che basta a sé stessa e qualche volta ha bisogno di un buon amico. Continuamente strumentalizzata, rifiuta però di diventare un simbolo nella lotta contro il nemico sovietico o uno stendardo della religione cattolica. Beth è un lupo solitario seduto alla scacchiera. Non importa conoscere l'arte degli scacchi per seguire le sue imprese con il cuore in gola. Dietro ogni mossa c'è sfida, c'è seduzione, e lo scacco matto è tanto prevedibile quanto giusto. Appassionante come si legge dappertutto, La regina degli scacchi porta con sicurezza la corona: alla stagione dei premi, nei listoni di fine anno, si farà valere. (7,5)

Corpi intrecciati. Corpi gaudenti. Corpi colti nel perenne movimento di qualche birbanteria da portare a termine. Ballano, si abbracciano, alzano il gomito, si tuffano. Era l'epoca degli assembramenti. Era l'epoca delle bocche sboccate, senza mascherine. Sembra una vita fa. Ho seguito We are who we are come se fosse una serie di fantascienza. In questa nostra Italia divisa in gialli, arancioni e rossi, ho guardato con invidia e nostalgia all'arcobaleno abbacinante del solito Luca Guadagnino. Anche se a puntate, torna a raccontarci la sessualità, l'estate, l'insostenibile leggerezza dell'avere diciassette anni. Ritornato ai temi e alle ambientazioni di Chiamami col tuo nome, rinuncia agli anni Ottanta – gli stessi della sua giovinezza – per raccontarci il presente, e una generazione lontana tanto da lui quanto da me. Come può un regista cinquantenne raccontare gli adolescenti con tanta sapienza, senza costringerli alle pose plastiche o alla cattività dei copioni? “Siamo quello che siamo” è uno slogan, è un grido di battaglia, è l'autoaffermazione di un gruppo di millennials che in fondo desiderano ciò che desideriamo tutti: un posto nel mondo. Certo, sembrano aver genitori sin troppo permissivi. Certo, appaiono scalmanati e alticci: probabilmente non il migliore esempio da seguire, tra irruzioni notturne, matrimoni lampo e bevute fino al collasso. Ma i protagonisti di Guadagnino, lontani da qualsiasi giudizio morale, sono bestiole libere da vincoli e pregiudizi che formano un gruppo coeso di outsider. Vivono a Chioggia, in una base militare americana. Parlano un po' inglese e un po' italiano, praticano l'amore in un ambiente generalmente votato all'arte della guerra. L'irrequieto Fraser, uno strepitoso Jack Dylan Glazer, è l'ultimo arrivato: l'amicizia con Caitlin, la dirimpettaia, potrebbe diventare qualcosa di più? O lui, efebico e leggiadro, è gay? O lei, amante degli abiti maschili, è transgender? Questi diciassettenni non sono ossessionati dallo specchio. Come da titolo, non vogliono né definirsi né essere definiti. Fluidi, camminano sul bordo vertiginoso dei generi e degli orientamenti sessuali; della friendzone. Fresca, vulcanica e liberatoria, la serie è una boccata d'aria nuova. Di una leggerezza senza peso – al punto che la maggior parte delle scene sembrerebbero improvvisate –, conserva tuttavia un'impronta autoriale infraintendibile. Queste otto puntate, al pari dei personaggi che le popolano, rifuggono le etichette: sarebbe limitante, perciò, definire We are who we are un teen drama. Per i ritmi lenti, per il taglio verista, oltretutto non piacerebbe all'adolescente medio. Di neanche dieci anni più grande dei protagonisti, all'inizio ammetto di aver faticato. Poi è subentrata una curiosità entomologica verso il loro guardaroba, verso i loro discorsi, verso la loro identità sfumata. Sono belli, sono freschi, sono affiatati. Sono diversi. Ma diversi da chi? Appartengono alla cosiddetta generazione Y. Non la conosco, non mi ci riconosco, ma affascina oltre ogni dire, così come affascinano gli alieni e gli angeli. (8,5)

venerdì 9 ottobre 2020

L'importanza di chiamarsi Ryan Murphy: Ratched | The Boys in the Band

Stando a Wikipedia è ai primi posti fra i cattivi più iconici della storia del cinema. Cuffietta inamidata, sguardo luciferino, metodi poco ortodossi. Chi era l’infermiera Ratched, l’indimenticabile aguzzina di Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo? A cinquant’anni di distanza dal film capolavoro, l’instancabile Ryan Murphy tenta di spiegarci le origini del male. Lo fa citando – troppo poco la pellicola originale, in verità, e moltissimo gli anni Sessanta –; lo fa inventando alberi genealogici, sottotrame e moventi. La giovane infermiera trova il volto dell’attrice feticcio Sarah Paulson. Non nuova alle collaborazioni con l’autore televisivo né ai racconti del terrore, l’interprete aggiunge alla collezione l’ennesimo ruolo intrigante e perverso. E un’altra grande performance. Austera, elegante e bellissima, la Paulson ci mostra Mildred prima che diventasse Ratched. Infermiera di guerra, nei primi episodi cerca mezzi leciti e illeciti per essere assunta presso un dato istituto psichiatrico: l’ultimo arrivato – il pluriomicida Finn Wittrock – e la caporeparto – Judy Davis, superba – le daranno filo da torcere, mentre l’infido D’Onofrio si prepara a diventare senatore. La serie comincia sotto gli auspici migliori. Gli abiti sono una gioia per gli occhi, la fotografia che vira al verde è un omaggio al miglior Hitchcock, il profilo psicologico della protagonista inquieta. Purtroppo, come puntualmente capita, l’equilibrio ha i minuti contati. L’autore esagera. Con il sangue, con il sesso, con i volti noti, con vicende di contorno sbucate da una soap opera patinatissima. Stufa e annoia, inoltre, inserendo l’immancabile componente amorosa per ammiccare alla comunità gay: non me ne voglia Cynthia Nixon, che come il vino buono invecchia con classe, ma la sua relazione con la Paulson appare stucchevole. Serviva per forza sessualizzare un personaggio tanto misterioso? Serviva, ancora, trasformare una villain in un’anti-eroina piuttosto politicamente corretta? Ratched  è un sapiente falso d’autore. Non ha nulla in comune con il film di Forman, né per toni grotteschi né per contenuti. Ma, tra sigla e comparto tecnico, appare una delle stagioni più godibili degli ultimi anni di American Horror Story: peccato dovesse essere tutt’altro nelle intenzioni. (6,5)

Squadra vincente non si cambia. A Broadway così come su Netflix. Questa volta nelle vesti di semplice produttore esecutivo, Ryan Murphy adatta una celebre pièce con un cast di amici fidatissimi. Già chiamati a interpretare questi ruoli a teatro, già più volte entrati nelle grazie dell’autore, nove assoluti animali da palcoscenico passano sul piccolo schermo nella trasposizione fedele di The Boys in the Band. Già portato al cinema negli anni Settanta dal regista William Friedking, il film – uno di quelli d’interni, e soprattutto d’interpretazioni – mostra le spiacevoli conseguenze di una festa di compleanno. Radunati a casa di un sorprendente Jim Parsons – il più triste, crudele e contraddittorio del gruppo – per festeggiare il luciferino Zachary Quinto, otto amici affiatati sono costretti ad accogliere un ospite dell’ultimo minuto: un compagno d’università in crisi matrimoniale, che non sa nulla dell’orientamento sessuale dei presenti. Lo script, effettivamente un po’ datato e non sempre in equilibrio perfetto, passa in fretta dalla frizzante leggerezza del primo atto alle rivelazioni gravose del secondo. Dopo un acquazzone improvviso, i personaggi si spostano dal terrazzo al salotto. Lì avrà inizio un gioco al massacro, dove qualcuno dirà troppo e qualcun altro troppo poco. Prima della paura dell’Aids, prima della nascita della comunità LGBTQ, gli omosessuali newyorkesi dovevano essere così: il drammaturgo Matt Crowley e il regista Joe Mantello ne fanno un ritratto figlio dei suoi tempi, a tratti sin troppo disincantato e amarognolo. A ben vedere cosa hanno in comune i personaggi, se non il fatto di essere uniti dallo stesso segreto? Accettarsi a vicenda è abbastanza per volersi bene? Ora sguaiato, ora malinconico, ora desolante, The Boys in the Band racconta i cuori infranti, le coppie aperte e l’omertà diffusa con i pregi e i difetti tipici degli adattamenti cinematografici: funzionerà senz’altro maggiormente a teatro. Ma il risultato, un Perfetti sconosciuti diretto da Ozpetek, merita ugualmente l'applauso. (7)

lunedì 28 settembre 2020

Recensione: Cinzia, di Leo Ortolani

| Cinzia, di Leo Ortolani. Bao, € 20, pp. 242 |

Leggilo perché fa morire dal ridere, suggerivano tutti. Come potevo deluderli? L’ho acquistato in promozione in ebook, a un prezzo stracciato. L’ho letto d’un fiato in una notte di fine estate, sconquassato da emozioni che andavano dal divertimento alla commozione. Vi parlo di Cinzia più tardi del previsto, però, e con un orribile groppo in gola. All’indomani dell’ennesimo episodio di transfobia. Poche settimane fa i telegiornali ci hanno raccontato di una coppia speronata mortalmente, di una tragedia alla Romeo e Giulietta. Nella profonda provincia campana, Maria Paola è stata uccisa a diciotto anni perché aveva una relazione con Ciro: un ragazzo transgender. L’assassino, il suo stesso fratello. L’episodio ha rivelato la forza dell’odio e l’inadeguatezza dei nostri giornali. Una confusione imperdonabile di termini, voci, opinioni che basterebbe una lettura come questa a fugare per sempre.

Prima di morire, mia nonna mi disse: Paul non è un brutto nome, solo che non è il tuo. Se vuoi puoi usare il mio, ormai non mi serve più.

Contro il pregiudizio, il fumettista Leo Ortolani schiera tutta la palette dell’arcobaleno. E un senso dell’umorismo corrosivo che si tuffa a picco nei doppi sensi. Niente e nessuno sono salvi dalla sua verve satirica. Ortolani bacchetta tutti. Chi giudica, chi si lascia giudicare, chi ghettizza, chi si lascia ghettizzare: ironizza perfino sulla comunità LGBTQ, che coglie in contropiede la protagonista stessa aggiungendo continuamente lettere alla sua sigla. Un giorno includerà anche i nerd amanti di Star Wars? È un acronimo a creare legami, a costruire l’identità di un essere umano? Cinzia non vuole essere incasellata. Cinzia tentenna davanti alla riassegnazione di genere. Registrata all’anagrafe come Paul, ha preso il nome di battesimo della nonna defunta e la vita di petto. E ha un petto prosperoso, Cinzia, e un segreto ingombrante: trenta centimetri tra le gambe.

Mi piace, innamorarmi. Mi piace pensare a qualcuno di speciale che mi faccia battere il cuore. Ma alla fine arriva sempre il momento di chiudere, altrimenti impazzisci. Per questo voglio essere bellissima. Perché se nessuno mi ama, devo farlo io.

Innamorata persa di un etero in procinto di convolare a nozze, la protagonista gli nasconde la verità e fa un errore: rischiare di cambiare per un uomo. Se è destino, Thomas ignorerà la presenza dell’ingombrante appendice? Tra aziende da strapazzo che vorrebbero debellare l’omosessualità con prodotti bio, gustosissimi sprazzi musical – mi riferisco ai cameo di Phil Collins, Aretha Franklin, Joe Cocker e Bee Gees –, spogliarelli in webcam e visioni bibliche, Cinzia si rivela la fiaba senza tempo di una novella Cenerentola. Per amore, però, lei non si trasforma in una principessa: bensì in uno straordinario supereroe. Leo Ortolani celebra l’orgoglio di essere diversi da tutti gli altri e, pur con toni leggerissimi, descrive un mondo di figuranti infami e pendolari tristi. Metà donna, metà uomo, la sua eroina è un anfibio. Una specie di creatura mitologica, nobile d’animo, caparbia e purissima, che spererebbe di vivere in una commedia pastello interpretata da Julia Roberts. Purtroppo deve sperimentare prima il dramma di chi vorrebbe trasformare la sua felicità in senso di colpa. A dove risalgono le radici della discriminazione? Irresistibilmente blasfemo, Ortolani rievoca il giudizio universale: Noè, a bordo dell’arca, radunava gli uomini e le donne, le coppie. E le persone a un bivio? E i single? Per nostra fortuna, a Cinzia non servono mica passaggi sulla via della salvezza. Più volte delusa, più volte innamorata, ha imparato a sopravvivere galleggiando. Questa graphic novel racconta in pillole una nuova forma d’amore, la più rivoluzionaria e definitiva. La più imprescindibile. Quello verso sé stessi.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Gianna Nannini – I maschi

lunedì 29 luglio 2019

Mr. Ciak: Midsommar, Burning, Border e altre gioventù allo sbando

Quando l'horror divide mi sono sempre trovato a far parte della schiera degli estimatori. Così è accaduto anche per Hereditary, tragedia mascherata da ghost story. Per far capire la differenza con il nuovo film del regista, retto nuovamente da una protagonista sull'orlo di una crisi di nervi, descriverò la reazione della sala davanti a una scena che si ripresenza, a un assordante urlo di donna: se quello della Collette ammutoliva, quello della Pugh ha scatenato al cinema grasse risate. Colpa di una brutta interpretazione da parte dell'interprete di Lady Macbeth, o forse di compagni di visione troppo rumorosi? La colpa, in realtà, spetta a un horror ambizioso e provante, che flirta con i toni camp rovinando la nostra percezione complessiva. La trama, né più né meno di quella di un found footage del decennio passato: una cinepanettonesca comitiva di studenti, in cerca di sballo e sesso, punta alla Svezia con la scusa della tesi. Come se non bastasse la presenza della lacrimosa fidanzata del protagonista, unica sopravvissuta al suicidio dell'intera famiglia, a rovinare i piani saranno anche gli abitanti di un'inquietante comune. A canti folkloristici, rune e riti corrisponderanno di pari passo orge, suicidi e roghi. Midsommar è tutto girato alla luce del sole. La fotografia, incantevole, risulta abbacinante e cupissima. Quel cielo troppo azzurro disorienta, tanto quanto gli espedienti al confine col trash per rendere i turisti parte della comunità. Il teen horror cita Hereditary, riprendendone i culti esoterici – la parte peggiore del film precedente – e la pesantezza inusitata. Il rischio: dare eccessiva importanza a personaggi immaturi, a dettagli impercettibili, che nel finale caricano la pellicola di un enfasi incomprensibile. Non si parla della morte scioccante di un figlio, infatti, bensì di due ventenni spaventati da un amore finito. Servivano 140 minuti per venirne a capo? Serviva l'ennesimo film sull'orgoglio femminile – la morale, ebbene sì, lì va a parare –, con sprezzo del ridicolo aggiunto? Sempre geometrico e perturbate, con una poetica che al secondo lungometraggio già inizia a sembrare ripetitiva, Aster firma un ritorno sopravvalutato ma dal fascino inconfutabile. Una natura morta rubata al puntinismo di Seurat, che brucia nel falò della sua stessa vanità. Svegliandoci a metà di ques'incubo di una notte di mezza estate. (5,5)

Lui è un ragazzo di campagna, scrittore aspirante. Lei, ex compagna di scuola inconsapevolmente seducente, è la storia di una notte e via. L'altro, novello Jay Gatsby, è ricchissimo e sospetto: soprattutto quando la ragazza, al centro di un triangolo degno del cinema francese, scompare nel nulla. Burning, ispirato a un racconto di Murakami, è un melodramma a tinte gialle tanto conturbante quanto difficile da scomporre. Gli atteggiamenti sconnessi dei protagonisti, i ritmi dilatati fino allo spasimo e quel finale sfuggente, intessuto di falsi ricordi e inquietanti fantasie masturbatorie, sono oggetto fino all'ultimo dell'interpretazione di ciascuno. Per quanto non abbia mai fatto miei gli enigmi del giovane protagonista – silenzioso e monoespressivo, lontano da me per lingua e cultura – sono rimasto folgorato dalle danze in topless sulla colonna sonora jazz, dalle sessioni di jogging sugli sfondi di una fotografia meravigliosa, dall'istinto piromane dei protagonisti. Qualcuno ha bruciato i vestiti della madre traditrice, qualcun altro arde invece granai periodicamente. Cosa rappresenta la ricerca dei suddetti? Che fine ha fatto la ragazza scomparsa? Perché quel finale tragico e precipitoso, dopo la flemma del resto? Si parla di conflitti di classe. Di ventenni belle e annoiate, solitarie come serre in stato d'abbandono, che cercano loro stesse nei viaggi, nelle droghe, nel mistero. Se sparissero, chi le cercherebbe? Buring brucia lentamente, senza vampate e senza calore. Ma forse non si esaurisce qui. Come il sapore di un'arancia immaginaria che la protagonista, esperta di pantomima, sbuccia e pilucca a piacere, consapevole del confine fra vuoto e presenza. (7)

Dopo aver rivoluzionato il genere vampiresco nell'era consacrata a Twilight, l'autore svedese di Lasciami entrare torna a regalarci un'altra gemma gotica d'amore e diversità. Questa volta i protagonisti non sono due bambini: bruttissimi a vedersi, piuttosto, attirano occhiate stranite per il loro aspetto esteriore. Non soltanto deforme ma dotata di un utile sesto senso – un fiuto eccezionale –, Tina lavora alla dogana fiutando in anticipo cattive intenzioni: che siano droghe o materiale pedopornografico, non le sfugge niente. Fino a quando, lei che è tanto abile a fiutare l'odore delle bugie, non incrocia un altro della stessa specie. Complementari, hanno paura dei fulmini, un'apparente malformazione cromosomica e le stesse cicatrici. Vore, che ammansisce gli animali con uno sguardo ed è un tuttuno con la natura, la invita a correre nuda nei boschi, a banchettare con i vermi: a mettere in discussione la propria origine. Nel mentre, ci regaleranno la visione di uno degli amplessi più strani e affascinanti che vedremo mai: tutto grugniti, ansiti e denti, con tanto di bizzarri genitali adocchiati di fretta, riassume alla perfezione lo spirito di Border. Quanto splendore c'è in quella bruttezza? Suggestiva leggenda nordica che attinge a piene mani nella mitologia nord-europea, il film è una storia di autoaffermazione e moderni troll che mescola la cronaca nera al fascino dell'inconsueto. Poetico ma ammantato di una grezza patina realistica – ho ripensato al nostro Lazzaro Felice –, regala brividi impensati e immagini che sfido a dimenticare. Cosa separa il bene dal male? Le creature di Border vengono sorprese mentre si muovono lì, a confine, e decidono da che parte della barricata schierarsi; se restare umani o diventare mostri, tutto per amore. (8)

Bionda, alta, bellissima, è un incrocio fra Lily James ed Elle Fanning. Un corpo statuario e, sotto le fasciature, un segreto a cui porre rimedio. Nata in un corpo maschile, Lara fa i conti con una doppia difficolà: farsi strada in una scuola di danza di cui forse non è all'altezza; diventare donna. Talentuosa ma non abbastanza tecnica, graziosa ma non abbastanza femmina, come se la caverà fra ballerini d'alto livello e nell'universo delle donne? Non paga del sostegno di un papà dolcissimo, la protagonista vive una prigionia la cui fine non è mai vicina a sufficienza. Allora ha fretta: vorrebbe saltare le attese, le visite, e anche l'adolescenza. S'impunta, sulle punte, ma i traguardi si allontanano anziché avvicinarsi. Senza grandi gesti di bullismo né parole di intolleranza, scabroso ma mai gratuito, Girl è il romanzo di formazione di una ragazza a metà con una nuova casa, una nuova scuola, una nuova sé. Il regista – classe 1991 – sfoggia un tocco così delicato da rendere universali i sentimenti della ballerina. La visione, meno pesante del previsto, altro non è che un tuffo nei turbamenti dell'adolescenza visti da una prospettiva, all'inizio, diversa soltanto in teoria. C'è sofferenza nella routine di lei, ma anche tanta bellezza, gioia, sollievo. Sarà per questo che il finale, seppure speranzoso, giunge tanto doloroso da spingere a coprirsi gli occhi in poltrona? Perché l'adolescenza è un sentimento universale, la protagonista è tale e quale a come siamo stati noi alla sua età, ma alcune sofferenze restano inimmaginabili. Grazie alla grandezza di un certo cinema, per fortuna, non inviolabili. (7,5)

Un'altra ragazza che cambia corpo e città. Un'altra vicenda di maturazione fisica e psicologica sullo sfondo di una rivoluzione epocale: quella di un corpo che cambia con l'arrivo del ciclo mestruale. Mia, sedici anni, si sente strana. Colpa delle sigarette, delle droghe, dei furti e del sesso selvaggio, che la lasciano a smaltire incubi e doposbornia. Colpa di un'indole che si risveglia, e la spinge a commettere atti di crudeltà verso persone e animali, pesci rossi soprattutto; a nutrire una destabilizzante voracità sessuale. Blue my mind, notato per il titolo bellissimo e per il ritardo nella distribuzione – in Svizzera, infatti, è uscito ben due anni fa –, sceglie un nuovo elemento – l'acqua – per raccontare il passaggio dall'adolescenza all'età adulta. I riti di iniziazione: la classica cricca di cattive ragazze presso cui farsi ammettere; un'amicizia a tinte saffiche che porta a fondo con sé risposte e misteri, ma nel mentre intriga grazie a una mitologia dosata con cura e al realismo degli effetti visivi. Ritratto giovanilistico nello stile di Sofia Coppola, con una splendida protagonista che ricorda la Johansson degli esordi, sconfina infine nel body horror: peccato che dopo l'ennesimo festino rumoroso, dopo l'ennesimo squallido amplesso di gruppo degno della pagina più pruriginosa di Melissa P., la visione venga a nausea per i motivi sbagliati. Presentissime l'inquietudine e la confusione, intelligente la metafora acquatica. Ma foto promozionali e recensioni, purtroppo, rovinano in anticipo l'effetto sorpresa preannunciando la deriva finale – e frenandone, quindi, l'onda d'urto. (6,5)

Avvertenze prima della visione: il film che segue, in ordine sparso, riporta parole di omofobia, transfobia e sessismo; mostra consumo di alcol, stupefacenti e materiale pornografico; sfocia nell'epilogo in un esilarante bagno di sangue. Nella Salem dei giorni nostri si consuma una novella caccia alle streghe dalle immancabili tinte politiche, al tempo dei nudi hackerati e della presidenza Trump. Prima il sindaco, poi il preside finiscono nella rete dello scandalo. Ma ben presto il pirata informatico colpisce l'intera cittadina – online: foto, video, segreti sbandierati –, e capro espiatorio diventa una studentezza con la fama di sfasciafamiglie. Può l'intera popolazione scagliarsi contro una diciottenne e la sua cricca di amcihe? Commedia adolescenziale a metà fra Schegge di follia e La notte del giudizio, l'irresistibile Assassination Nation è l'ultima succulenta frontiera dell'home invasion dove l'unione fa la forza. Ritratto dei Millennials tanto impietoso quanto stiloso, va recuperato da coloro che in queste settimane stanno ammirando sul piccolo schermo la regia straordinaria di Euphoria: Levinson, figlio d'arte, era un fuoriclasse già ai tempi del suo esordio cinematografico. Se i temi sono simili a quelli poi approfonditi con la serie HBO, chi non vorrebbe vederlo alle prese con i giochi di luci e ombre del miglior Carpenter o le spose assassine di Tarantino? Da recuperare, insomma: per rifarsi gli occhi e le coscienze. (7)

lunedì 24 giugno 2019

Recensione: Il nostro giorno, di David Levithan

| Il nostro giorno, di David Levithan. Rizzoli, € 18, pp. 464 |

Ci sono ritorni che aspettavi senza saperlo. È successo con Il nostro giorno: all'apparenza seguito fuori tempo massimo del romanzo di David Levithan, letto e adorato negli anni del liceo, ha temporeggiato sei anni prima di riprendere le redini del capitolo precedente – nel mentre ci sono stati un capitolo intermedio raccontato dal punto di vista della coprotagonista, purtroppo mai letto, e l'omonimo film di Michael Sucsy, sottovalutato dagli spettatori ma comunque ottimo per rinfrescarsi la memoria. Ho salutato i protagonisti a diciannove anni, così, ma allo stesso tempo, al cinema, l'ho fatto giusto la scorsa estate. Ora come allora quel finale dolce-amaro, sospeso nei forse, mi era sembrato perfetto: non sono per le precisazioni a ogni costo – mi piace il mistero dell'inspiegato –, né per il lieto fine delle fiabe. L'idea di saperne di più, onestamente, attraeva e spaventava. E se, giovanissimo ai tempi, mi fossi lasciato andare a un entusiasmo ingiustificato con la lettura di Ogni giorno? E se l'autore avesse rovinato tutto, rivangando la storia d'amore fra A e Rhiannon per un pubblico ormai fuori target? Il sospetto mi ha fatto compagnia, e mi ha fatto preoccupare, per le prime pagine. Seguito diretto del predecessore, Il nostro giorno è infatti ambientato a poche settimane di distanza dagli avvenimenti del capitolo introduttivo. Ricordiamo a grandi linee la peculiarità della trama: nel momento del risveglio l'anima di A viaggia da un corpo all'altro. A volte maschio, a volte femmina, vive la maledizione di cambiare ogni giorno pelle ma il privilegio, d'altro canto, di vestire i panni di qualcun altro. Straordinario portavoce di empatia e tolleranza, finiva per violare le regole innamorandosi di Rhiannon: sedicenne di aperte vedute che ogni giorno, qualsiasi fosse il suo aspetto, ne ricambiava i sentimenti.

Ci viene detto che le parole più potenti del mondo sono “ti amo”. E anche se penso che siano potenti, penso che questa frase lo sia altrettanto: “Ho iniziato a conoscerti, e voglio conoscerti di più”.

Per il bene di entrambi, non poteva durare. Ma, come leggiamo, si sono accorti presto di non saper fare a meno l'uno dell'altra. Anche se nel frattempo lei si è fidanzata con Alexander, il ragazzo perfetto, e ha un piede in due scarpe. Anche se lui, fedelissimo, è vittima di una violenta crisi di identità. Non ci vorrà molto per scambiarsi messaggi e canzoni in chat. Per ricascarci, lasciandosi dietro tracce inequivocabili per il piacere perverso di X: alter-ego del protagonista, è un villain in piena regola – infesta i corpi degli ospiti come farebbe una presenza demoniaca, uccide, minaccia – ma, a differenza dei cattivi da fumetto, a muoverlo sono più i dolori di un'esistenza in solitaria che i piani criminali. Ai lati opposti di una simile barricata, A e la sua metà oscura devono decidere da che parte stare; accanto a chi svegliarsi. Deve essere per forza un viaggio solitario, il loro? Cos'è giusto per i corpi invasi, e cosa per quelle anime erranti? Il nostro giorno è un romanzo maturo. Da un lato, il faccia a faccia fra i Viaggiatori porta alla luce questioni etiche e dilemmi morali, con congetture che oscillano fra filosofia, scienza e fede; dall'altro, invece, la strana relazione a distanza con Rhiannon, a ben vedere, non è tutta rose e fiori. L'adolescente è chiamata ancora una volta a giostrarsi fra amicizie e futuro, macinare chilometri in macchina, mentire. Provata dagli abbandoni e dagli andirivieni, appare più disincantata, rischiando di arrivare già stanca a incontri goduti quindi a metà. Mancarsi, però, è meglio che deludersi?

Ciò che c'è tra noi, be', di sicuro non è una cosa normale. Ma il punto, quando si ama qualcuno, è che sei tu a scrivere la tua versione della normalità. Ed è esattamente questo che faremo. […] Noi saremo onesti e condivideremo le nostre vite. Faremo dei casini e ci daremo una mano a vicenda per risolverli. Faremo degli errori, soprattutto a proposito dei nostri sentimenti. Però ci saremo, nei giorni belli e in quelli brutti. Perché io non voglio che tu sia qualcuno con cui esco, A, o che tu faccia dentro e fuori dalla mia vita: voglio che tu sia la mia costante.

Compendio d'azione e introspezione, con l'aggiunta vincente di piccoli inserti thriller, il ritorno in libreria di David Levithan conferma la sua bravura al di sopra della media in materia di Young Adult. Questa volta ha scelto una struttura polifonica di punti di vista speculari, regalandoci passaggi che appaiono veri gioielli di scrittura creativa – il soggiorno di A nel corpo di un ragazzo iperattivo, scosso da un terremoto di input chimici, o la storia parallela di due adolescenti dai sentimenti incerti a un convegno di letteratura queer –, dolcissimi appuntamenti galanti – su una panchina innevata a Central Park dove sarebbe bello invecchiare insieme, davanti ai capolavori impressionisti al Met, durante una marcia per l'uguaglianza a Washington DC –, spiragli di un mondo ben più popoloso del previsto – a sorpresa scopriamo che ci sono altri nella condizione di A, e si confessano nei forum anonimi, e lanciano preoccupanti segnali d'aiuto.

Mi sono tenuta stretta le mie storie capendo che ciascuno di noi ne contiene una moltitudine e che nessuna racconta esattamente la stessa cosa. Ciascuno di noi ha dentro di sé almeno una storia che a raccontarla ci spezza il cuore. Ciascuno ha almeno una storia in cui siamo sorpresi della nostra stessa forza d'animo e una storia che non si è mai avverata e che più di tutte avremmo voluto poter raccontare. Spesso non è colpa nostra se questa storia non è mai diventata vera; spesso siamo rimasti bloccati nell'attesa che le storie di altri combaciassero con le nostre.

Delicato e moderno, educativo senza mai salire in cattedra con inutili pretese di verità, Il nostro giorno per fortuna non dice troppo né si snatura. Diverso ma uguale, attento alle questioni di genere con l'intelligenza di sempre, nell'era della presidenza Trump torna a riflettere su sesso e identità, armonia e compartecipazione, attraverso un'ordinaria relazione fra ragazzi straordinari. A e Rhiannon hanno una nuova lezione da imparare, nuove parole per definire un sentimento che travalica i confini di amore e amicizia. Il cuore, infatti, è un organo capiente. Possiamo amare a lungo e di più, senza vincoli, a patto di non sacrificare noi stessi: non siamo fatti in fondo per consacrare la nostra vita a una sola persona, a una sola battaglia. Il sopraggiungere della mezzanotte vanificherà tutti gli sforzi? Il carpe diem secondo David Levithan passa allora da qui: un romanzo puntuale nel suo essere in ritardo, che a colpi d'arte risarcisce gli orfani inconsolabili di Sense8 – siamo tele astratte di Rothko, non forme predefinite – e, nel mese del pride, a testa alta, marcia con l'arcobaleno di tutti i suoi colori.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: P!nk – What About Us