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lunedì 27 giugno 2022

Le serie TV per il Pride Month: Le fate ignoranti | Euphoria S02 | Heartstopper | Conversations with Friends

Vent’anni fa Ferzan Ozpetek apriva il cinema italiano al mondo queer: era un’iniziazione. È da vent’anni, salvo rare variazioni, che il regista italo-turco sembra riproporre però lo stesso lungometraggio: dovrebbe sorprenderci, dunque, l’idea di un reboot del suo primo successo? Godibilissima ma tutt’altro che necessaria, paradossalmente ben più conservatrice del film originale, la serie di Le fate ignoranti esplora meglio le tensioni del triangolo e le esistenze dei personaggi secondari. Questa, infatti, non è soltanto la storia di una giovane vedova che conosce l’amante – uomo – del marito defunto. Ma anche quella di un ritorno alla vita che passa attraverso la conoscenza di personaggi troppo orgogliosi, troppo solari, per accontentarsi di appartenere a una minoranza. Nel cast poco da segnalare a parte la grazia principesca di Cristiana Capotondi, il fascino animalesco di un sempre bravissimo Eduardo Scarpetta (di gran lunga superiore a Stefano Accorsi), i sorrisi per le macchiettistiche Paola Minaccioni e Ambra Angiolini. Appaiono un po’ svogliati i cenni all’attualità – unioni civili, omofobia e transfobia quanto basta – e, nel sonnacchioso epilogo, il viaggio in Turchia della protagonista restituisce sì un passato al personaggio dell’attrice feticcio Serra Yilmaz, ma finisce per annullare il desiderio di emancipazione della Antonia delle origini. Restano le case splendide e i figuranti attraenti, le terrazze affollate, il fiabesco senso d’armonia, i balli improvvisati. In quel condominio romano, infatti, mi prenoto volentieri per passarci il prossimo Ferragosto. (7)

È stata la rivoluzione televisiva della sua annata. Un'esperienza lirica, appassionata, vertiginosa: in una sola parola, euforica. Tornata dopo una lunga gestazione sul piccolo schermo, la serie TV sulla generazione Z meritava grandi aspettative. Sarebbe stata nuovamente all'altezza? Sì e no. Pur confermandosi ineguagliabile per messa in scena, recitazione e scrittura, questa volta alza perfino di più l'asticella e propone un ciclo di episodi in cui, soprattutto in prima battuta, si fatica a trovare un filo conduttore coi precedenti. Le canoniche storyline devono sottostare a uno show nello show. Spesso antinarattiva, senz'altro tronfia ed eccessiva con i suoi barocchismi, a detta di alcuni un po' vuota, Euphoria sceglie il cammino dell'arte per l'arte. Come dimenticare gli sbarellamenti da Emmy di una sempre incredibile Zendaya, che per un'ora intera fugge – come in una canzone di Amy Winehouse – dai familiari che vogliono spedirla in rehab? Come non perdonare la rivelazione Sydney Sweeney, che a furia di pianti isterici e vestiti scollatissimi ci lascia dimenticare quei tanti comprimari mancanti di un'autentica evoluzione? Chi preferire, ancora, tra quest'ultima e la sorella minore Lexi, che si innamora di uno spacciatore e, a sorpresa, ruba la scena a tutti svelandosi a teatro? C'è chi, come quell'Eric Dane al centro di uno straziante coming out, sa imporsi comunque in questa fiumana densissima. E chi, come Hunter Schafer, regala rari palpiti accanto alla sua sofferta Rue: quelli lasciamoli ai triangoli amorosi che si sporcano d'ossessione; ai flashback su un'omosessualità taciuta per perbenismo. E ai voli pindarici di una terza stagione da tornare a commentare sui social, in futuro, puntata dopo puntata: da amare e odiare. (8)

Lui, goffo e timidissimo, mingherlino, è l’unico studente dichiaratamente omosessuale di una scuola maschile; l’altro, popolare e muscoloso, è già una promessa dello sport. All’apparenza lontani anni luce, i due adolescenti si scoprono compagni di banco e, presto o tardi, molto più che buoni amici. Può un amore nascente sfidare convenzioni sociali ormai scolpite nella pietra? Ispirata ai graphic novel della fortunatissima Alice Oseman e già confermata per altre due stagioni, Heartstopper è una serie da seguire con gli occhi a cuoricino. La piccola ma grande storia d’amore tra una vittima di bullismo e la stella della squadra di rugby, schierati – insieme agli amici più stretti – contro i luoghi comuni. L’originalità non è di casa, soprattutto considerato il target adolescenziale e progressista di Netflix. Ma gli attori tenerissimi, l’aplomb da commedia inglese, i colorati sprazzi fumettistici e il cameo di mamma Olivia Colman, sempre splendida, fanno davvero la differenza. No, non ho più l’età e qui e lì ho senz’altro percepito il divario generazionale. Ma quanta delicatezza e quanta dolcezza in questi episodi, tanto carini da apparire disarmanti: con i tempi che corrono, pregi di questi non bastano mai. (7)

Lei è una poetessa dall’aria malinconica, afflitta da una famiglia disfunzionale e da un passato da cui non riesce a liberarsi. L’altra, storica ex nonché migliore amica, è una musa scostante dall’accento americano. Gli altri, invece, più adulti di loro, sono una scrittrice di successo e il marito attore: infelici a modo loro, inseguono le emozioni della giovinezza perduta. Il quartetto dell’esordio di Sally Rooney arriva sul piccolo schermo ma non conquista. Per quanto fedele al romanzo, la serie vorrebbe essere più una riproposizione – impossibile – di Normal People che l’adattamento di Parlarne tra amici. Durante la lettura mi ero fatto un’idea diversa del romanzo: lo immaginavo sexy, verboso, dotato della leggerezza intelligenze delle commedie di Allen. Avrei voluto viverci. Qui, invece, è tutto più indie, intimista e inutilmente impegnato. Tutti appaiono perennemente tristi e pensierosi, nonostante i flirt continui e le vacanze gratuite in Croazia. Il cast, guidato dall’intensa e sconosciuta Alison Oliver (anche se l’elemento più memorabile è la voce di Joe Alwyn), è ben assortito ma manca di chimica. La regia di Lenny Abrahmson è un sogno da film Sundance. Ma questa volta sono i toni a sembrare fuori fuoco. Possibile che questa chiacchierata lunga dodici episodi coinvolga più quando si parla di endometriosi – argomento mai affrontato in precedenza sul piccolo schermo – che di poligamia? Provaci ancora, Sally: hai un altro romanzo – il tuo più bello – da trasporre. (6,5)

sabato 25 gennaio 2020

Mr. Ciak: Pinocchio | La dea fortuna | Martin Eden | The Nest

Sotto Natale sono stato a vedere Pinocchio in una sala piena di bambini. Solo e sospetto, ironicamente mi ero domandato: mi arresteranno a fine visione? Se io sono tutt'ora in libertà, forse arresteranno per mancanza di idee i cineasti di mezzo mondo. Questo è il pensiero che salta in mente davanti all’ennesimo rifacimento non richiesto, nonostante a dirigerlo sia chiamato un maestro del panorama italiano. Garrone traspone Collodi con fedeltà e rispetto estremi, ma la storia del burattino di legno che si sognava bambino in carne e ossa al cinema risulta piuttosto pesante a causa di una struttura fatta di continui andirivieni e ripensamenti, che rendono le due ore di visione estenuanti e ripetitive. Problema non della sceneggiatura, ma del romanzo stesso: non a caso la storia funziona meglio su carta oppure divisa a puntate, come succedeva già nell’adorata versione di Comencini. Il film nulla aggiunge e nulla toglie alla fama della fiaba e brilla unicamente per la magnificenza del comparto tecnico – trucco, scenografie, costumi – senza quasi mai ricorrere alla computer grafica: la resa di due personaggi – il grillo parlante e il tonno, bruttini – sarebbe stata però da rivedere. Il cast è costituito da grandi caratteristi nostrani, spesso resi irriconoscibili dal make-up, e brillano unicamente il Geppetto di Benigni e il piccolo protagonista, che tra la voce fragorosa e la “s” sibilante offre un’interpretazione sempre naturale. Algido e frettoloso, non aiutato dalla colonna sonora di uno svogliato Marianelli, Pinocchio non ha nemmeno il senso di meraviglia del Racconto dei racconti: film sì divisivo, ma in grado di mescolare con dosi più giuste realismo e magia. Diffidate da chi vi racconta sia bello. Diffidate da chi, al contrario, ve ne dice peste e corna. A entrambi, infatti, si allungherebbe il naso. (6)

La fortuna è cieca. La sceneggiatura dell’ultimo Ozpetek, purtroppo, peggio. A un certo punto si muove a tentoni; arraffa alla rinfusa tematiche, personaggi, scene madri; sbatte contro il ridicolo involontario di un viaggio in Sicilia completamente da dimenticare. Com’è possibile se la prima metà del film, al contrario, brillava di luce propria? Come, ancora, se questa volta il regista italo-turco è molto più nel suo – amicizia, amori, omosessualità, epiloghi da incorniciare? Salutato dai più come un ritorno alle origini, La dea fortuna parte bello e festosissimo nonostante i musi lunghi di Accorsi e Leo: coppia agli sgoccioli che ritrova slancio grazie ai figli di una cagionevole Trinca, di cui nessun’altro a parte loro parrebbe prendersi cura. Costellato di momenti poetici, di dialoghi tanto spietati quanto veritieri, il melodramma ha un cast in stato di grazia – Leo su tutti – ed emoziona quando racconta in tutta la sua universalità il rapporto di una coppia in crisi. A un certo punto, però, s’intromette la bella canzone di Mina a far da spartiacque: e il film trova ville da incubo e nonne streghe, che danno a una produzione per il resto equilibrata toni grotteschi e orrorifici. Si guasta all’improvviso allora, lasciando più arrabbiati che delusi. Passi pure la dimensione corale presto accantonata. Passi il messaggio, per me discutibile, che una coppia abbia bisogno di un figlio per cementificare l’amore. Passi la presenza della malattia, tematica francamente superflua. Ma perché Barbara Alberti in veste d’attrice? Ozpetek è un regista sensibile e un autore attento. Ma le sue fate ignoranti risultavano più moderne – e meno trash – vent’anni fa, quando di uomini e triangoli sentimentali nessuno osava parlare. (6,5)

Se in un’altra vita fossi un attore famoso, sognerei gli stessi ruoli da protagonista di Luca Marinelli. Per fortuna mi limito a guardare, e in poltrona ogni volta mi godo la bravura dell’attore romano. E quelle somiglianze caratteriali impercettibili che da Virzì a Mieli, fino ad arrivare a questo film del documentarista Pietro Marcello, ci rendono simili. Avido, ambizioso e sognatore, l'eroe eponimo colleziona lettere di rifiuto e porte in faccia: marinaio dall’istruzione elementare, studia da autodidatta soltanto per amore di Elena ma le soddisfazioni professionale – vorrebbe diventare scrittore – faticano ad arrivare. Né abbastanza acculturato né abbastanza rozzo, eppure senza mezze misure, lavora a racconti sordidi e si lascia tentare dalla vita politica. Quello di Martin è un personaggio che ho amato immensamente. Alla perfetta riuscita della prima parte, però, segue la pesantezza annichilente della seconda. Dove un melodramma raffinato e postmoderno si carica di connotazioni politiche di troppo; di discorsi densi e carichi, che nel bene e nel male gettano il personaggio sotto un’altra luce. E l’interpretazione di Marinelli – protagonista di una corruzione fisica e morale che lo imbruttisce e abbruttisce – si fa affamata, folle, grazie una regia dalle influenze documentaristiche e una colonna sonora un po’ francese, un po’ napoletana, un po’ elettronica. La cultura rende liberi o prigionieri? Si sta meglio nell’ignoranza? Il successo letterario, croce e delizia, è paragonabile a una nave alla deriva? Questo lupo di mare, infine, abbandona il timone per una macchina da scrivere. E forse scopre sé stesso, forse si tradisce. Forse annega, o forse nuota. (8)

Un bambino servito e riverito, protetto ai limiti della prigionia. Una madre imperscrutabile e vendicativa, circondata da domestici e figuranti sinistri. Gli ingredienti della loro convivenza infernale: nebbie perenni, crocifissi, musica classica. Il loro esilio forzato, retto da regole ferree, è una distopia a fin di bene? Nella casa entra presto il rock di Where is my mind. Entra un’adolescente in fuga, bella e ribelle, che tenta il protagonista con l’idea esecrabile della libertà. Il sorprendente e italianissimo The Nest, apprezzato da pubblico e critica internazionali, è un Lanthimos ad altezza bambino dislocato però nei castelli infestati della narrativa gotica Shirley Jackson. Ha sì qualche neo, ad esempio un colpo di scena finale che non convince del tutto, ma anche un buon gusto fuori dall’ordinario: vedasi la fotografia cupa e i costumi impeccabili, le scenografie eleganti come nel migliore cinema asiatico. Se la delicatezza della sceneggiatura ci regala danze incantevoli e sevizie da autentico teatro degli orrori, sono però la regia del trentottenne Roberto De Feo e l’intensità degli interpreti – su tutti Francesca Cavallin, di solito relegata a ruoli televisiva ma qui degna rivale degli antagonisti del Racconto dell’ancella – che ne fanno un esordio da incorniciare seduta stante. Un nido implica conforto, sicurezza, riparo. Ma in cima a un albero contribuisce a renderci isolati e irraggiungibili. Si può ingannare la crescita? Si può frenare la curiosità? Si può dimenticare il mondo? Le risposte, benché siano a volte un po' troppe, costituiscono un incubo familiare da cui non ci vorremmo svegliare. (7,5)

lunedì 29 gennaio 2018

Mr. Ciak: Ella e John, La ruota delle meraviglie, Napoli velata, Suburbicon

Lui malato di Alzheimer, lei con tumori dappertutto. Relitti che insieme, suggeriva Michael Zadoorian nel suo bellissimo romanzo, facevano una persona intera. Lui il braccio, lei la mente. Una loquace Mirren fa da navigatore e copilota a un meraviglioso Sutherland nel viaggio della vita. Direzione: la casa di Hemingway. Inseguendo la poesia di un autore immortale, ricordi di famiglia, il mito di un amore che non vuol morire. La meta cambia (tra le pagine si puntava infatti a Disneyland, con un briciolo di nostalgia per quei figli ormai grandi e accasati), si aggiungono segreti e vecchie gelosie strada facendo, ma restano intatti gli equilibri preziosi fra risate e lacrime, la distanza di sicurezza da qualsiasi furberia, certe occhiate tanto sincere da ispirare la commozione. Dopo i fasti della Pazza Gioia, un Virzì sempre in fuga, ma stavolta in trasferta hollywoodiana, ci racconta un altro bel viaggio disperato – l'ultimo, si presuppone – ma di cui, di ritorno dal cinema, non conserveremo né cartoline né ricordi per sempre. Il regista livornese evita i pietismi e il noioso glamour delle Nostre anime di notte, confezionando un romantico Thelma & Louise in cui ogni cosa va, tutto sommato, come dovrebbe. Virzì, regista di cuore e alchimie, dirige però con il pilota automatico. Lascia fare alle sue stelle splendenti. A una storia, comunque assai nelle sue corde, che emoziona da sé, con poco. Si limita perciò a sedere fra il chiacchiericcio irresistibile di Ella e John. Un po' stretto, intimidito ma non troppo, Paolo va in America, e non per fare il logico salto di qualità. Porta con sé uno sguardo sensibile, limpido, ma leggermente spaesato. Parla del mandato di Trump, del melting pot, di minoranze e multiculturalismo. Di una America per sentito dire, con tutti i clichè a fin di bene del caso: quella di chi l'ha vista di passaggio, e soprattutto al cinema – gli sceneggiatori, italianissimi, sono infatti i soliti nomi fidati. Perché meno a suo agio dei colleghi Muccino e Guadagnino in tema di trasferte internazionali, ci si augura per Virzì che The Leisure Seeker – recitato alla perfezione, godibile ma senza sorprese: note di demerito per il montaggio frettoloso e per l'approssimativo doppiaggio italiano – sia stato soltanto una vacanza. Che il biglietto, il suo, preveda un'andata e un ritorno a casa. (6,5)

Allen, il cinema d'autore sotto l'albero di Natale, film belli e brutti ad anni alterni. Cosa ci saremmo dovuti aspettare, lo scorso dicembre, dopo quel Cafè Society che qualcosa di buono l'aveva? Si arriva nella Coney Island di vent'anni dopo, la guerra passata da pochissimo, con un titolo e soprattutto un cast che promettono meraviglie. Ci si aspettava il Blue Jasmine secondo Kate Winslet, l'en plain. La sua Ginny – i mal di testa, la bottiglia sempre vicina, gli abiti di scena rispolverati a ogni piccola occasione – si sognava attrice e, a quarant'anni compiuti, si è svegliata cameriera. Accanto a Belushi, marito giostraio che forse non la merita, e a un bambino piromane. All'interno di un parco divertimenti che mette tristezza profonda suggerendo allegria a tutti i costi. Qualcosa cambia con il ritorno a casa della fatale Juno Temple, figliol prodiga in fuga dall'amante gangster. Qualcosa, nelle speranze di una protagonista illusa ed esasperata, va irrimediabilmente in tilt quando Timberlake – il bagnino/drammaturgo che ce li racconta dal primo all'ultimo – si accorge di quanto carina sia, sotto la pioggia, la sua figliastra. Il cielo minaccia acquazzoni sui caroselli. E un Allen sulle orme di Tennessee Williams, quantomai rigoroso e teatrale, minaccia invece tragedia. Misurato e strabordante insieme, vecchio ma nuovo, Wonder Wheel è un melodramma che scorre leggero pur portandosi appresso il peso di colpe, amarezze, rimpianti. Gli attori lo fan da padroni, su tutti una arcigna Winslet che con i suoi monologhi, con i suoi travasi di bile, ci sta così bene da non sorprendere più. La scrittura si regge – la si fa reggere, soprattutto: merito degli interpreti in parte – ma non resta impressa. Se non alla Winslet, se non a un Allen bravo a metà, la meraviglia è tutta da imputare allora alla fotografia dell'immancabile Storaro: capolavoro di spiagge assiepate e giostre malinconiche, di luci al neon che illuminano diversamente ogni angolo del film, per regalare a una donna sull'orlo di una crisi di nervi squarci di libertà e riflettori fissi. Il tutto, a bordo di una giostra che piace nonostante gli alti e bassi. Di una ruota – come quella della fortuna – che a volte gira, altre ti schiaccia. (7)

Ferzan Ozpetek, isolata certezza di buon gusto quando il cinema italiano puzzava ancora di delusione, torna nella terra che l'ha accolto dopo la pare non riuscitissima parentesi turca. Cambia genere, cambia città. Il regista di Mine Vaganti spegne gli arcobaleni ed esplora la Campania più segreta. Napoli, come l'argentiana Torino, ha i suoi coni d'ombra, i suoi misteri. Se ne accorge il medico legale interpretato da una ritrovata Mezzogiorno – invecchiata negli anni lontano dal set, ma sempre intensa, sempre bella –, che frequenta antiquarie streghe, saltimbanchi, sconosciuti destinati ad andare incontro a morte certa. Dopo una notte di passione, in quella scena lunga e bollente che già fa discutere, il suo fascinoso amante – un Borghi senza accento romano e senza vestiti addosso – viene ritrovato assassinato. La protagonista, che deve aver perso il contatto coi vivi a furia di interrogare cadaveri e di rivangare il passato di una mamma morta d'amore, si spinge insieme al regista fuori dal seminato; nei territori dell'esoterico. Il capoluogo campano, animale notturno e a sangue caldo, offre lo scenario più suggestivo. I protagonisti, nudissimi, si svelano con generosità. Abbiamo il doppio di Ozon, le follie fra sconosciuti di Bertolucci, le scale a chiocciola e i sosia di Hitchcock, le sale autoptiche di Argento. E di Ozpetek, uno chiede, che c'è? Il gusto per il kitsch, che però a piccole dosi piace. La colonna sonora con quel neomelodico tanto orientaleggiante di per sé. La mano di chi manovra meglio la macchina da presa che i fili delle sue troppe trame. Napoli velata ha infatti in una scrittura approssimativa, confusa, a metà fra il melodramma e il mistery, i suoi difetti peggiori. L'autore italo-turco, cantore di storie e sentimenti vecchio stampo, non sa gestitire gli omaggi e la tensione. Certamente nel suo se alle prese con il percorso psicologico di un'amante ossessionata, smarrisce la bussola alla ricerca di un'improponibile dimensione corale – qualche figurante rischierà di risultare ridicolo (la poliziotta Calzone, la medium Santella, il passepartout Barra), qualcuno messo in un angolo (la Ranieri, la Ferrari), pochissimi figure chiave (la teatrale zia di Anna Bonaiuto, solita garanzia di eleganza). Cala un velo nero, insomma, su un mélange di generi che resta parzialmente riuscito. Su un epilogo enigmatico o incompiuto quanto il resto, che però suggestiona. Nonostante le sbavature, insomma, il velo dell'insolito Ferzan non è di quelli troppo pietosi. (5,5)

I favolosi anni Cinquanta, lindi e pinti proprio come nelle réclame. Un quartiere idilliaco, super-esclusivo, che da una réclame sembra saltato fuori. Gli immancabili colori pastello, il giardino curato di tutto punto, le cerimonie d'altri tempi fra buoni vicini di casa. In quel microcosmo, nel cuore della notte, si consuma un delitto nell'indifferenza generale: una rapina finita male e la famiglia Lodge – padre, figlio, cognata – seppellisce la matriarca e in fretta trova una nuova formazione. Le cose non sono come sembrano. Lo capisce presto, e a sue spese, il piccolo di casa. Dirige Clooney, recitano un subdolo Damon e una doppia Moore, soprattutto scrivono i fratelli Coen. Che quasi mai mi piacciono, a onor del vero, ma che indubbiamente brillano per scrittura e ironia. Suburbicon, commedia nera a metà tra Hitchcock e il loro Fargo, delude il Festival di Venezia la scorsa estate e in sala, per quanto curato e godibile, perfino divertente, si rivela un intrattenimento innocuo e senza grande mordente. Purtroppo, negli esiti e nei moventi, prevedibile come immaginate tu e l'assicuratore di un Oscar Isaac baffuto e sopra le righe. Troppo presi a protestare con schiamazzi e vandalismo gratuito contro il trasferimento di una famiglia afroamericana, gli abitanti del quartiere – ipocriti, benpensanti, subito pronti a puntare il dito verso la pagliuzza del diverso – non si accorgono della trave nei loro occhi. Della cattiveria a un passo, nascosta neanche troppo accuratamente sotto la superficie – questione di una sceneggiatura di un nero sbiadito, che non punge, non graffia e purtroppo superficiale resta. Come in Carnage, soltanto i bambini sanno andare oltre: tendere la mano al di là del buio oltre la siepe. Tanto quanto nello sfarzoso ma vacuo Ave,Cesare!, l'omaggio non ha gambe proprie su cui camminare. L'erba del vicino, la linfa dei Coen, in quel di Suburbicon l'avremmo immaginata molto più verde. (6)

domenica 14 maggio 2017

Recensione: Dillo tu a mammà, di Pierpaolo Mandetta

Siamo gente del Sud, facciamo quello che vogliamo quando ci va di farlo. Siamo istintivi, di cuore e di carne. Pure se ti sei trasferito a Milano resti un ragazzo di qua.

Titolo: Dillo tu a mammà
Autore: Pierpaolo Mandetta
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 322
Prezzo: € 18,00
Sinossi: L’amore è sempre una faccenda di famiglia. Samuele ne è convinto, mentre guarda fuori dal finestrino sul treno che da Milano lo trascina verso sud. Dopo essere fuggito per anni, è finalmente pronto a rivelare ai suoi genitori di essere omosessuale. Con lui c’è Claudia, la sua migliore amica, incallita single taglia 38 e unica donna di cui si fida. Appena arrivano a Trentinara, un grazioso borgo del Cilento, ad accoglierli ci sono i parenti al completo. E la sera, alla festa del paese, il papà ha un annuncio da fare: suo figlio e la fidanzata Claudia si sposeranno a breve. È un vero e proprio shock per Samuele: lui vuole sposare Gilberto, il compagno rimasto a Milano, proprio lo stesso uomo che lo aveva convinto a riavvicinarsi ai suoi. Ma nelle case del Sud è quasi una tradizione che sogni e desideri vengano condivisi in “famiglia”: non solo con mamma e papà, ma anche con quella vecchia zia che si incontra una volta all’anno e persino con la vicina di casa. E così Samuele, per poter essere padrone della propria vita, dovrà fare i conti con un passato che vuole lasciarsi alle spalle; stavolta, però, non è disposto a scendere a compromessi. E adesso chi glielo dice a mammà?
                                      La recensione
Ho scoperto la simpatia di Pierpaolo Mandetta qualche mese fa, complici i Mi piace ben distribuiti di qualche amico di Facebook. Un salernitano a Milano, lui, capace di parlare di se se stesso e degli altri con un'ironia che non si insegna. Dopo l'esperienza dell'autopubblicazione, Dillo tu a mammà è il suo esordio ufficiale per Rizzoli. Una tovaglia a quadretti bianchi e rossi, i cornicelli portafortuna traditi per le coccinelle, una storia di origini e ripensamenti che deve aver tanto di autobiografico. Il protagonista, Samuele, ha ventinove anni. Non si fa vedere in Cilento da un po'. Ha colto la prima occasione buona per scappare in Lombardia e lassù, indisturbato, si è costruito una gioventù e una professione. Dopo un'adolescenza vissuta di nascosto per non creare scandali, all'ombra della Madonnina ha conosciuto Gilberto e ci è andato a vivere insieme. Si vogliono sposare presto, complice l'avvento delle Unioni civili, ma Samuele – insicuro e ipocondriaco, eppure profondamente bisognoso di affetto – non scalpita all'idea di fare il grande passo. Ha la scusa di una famiglia lontana che ancora non sa di lui. Di loro. 
Tornare all'ovile nel mese di agosto per fare outing e distribuire le partecipazioni. Portarsi appresso la migliore amica (Claudia, sarcastica e aspirante vegana) come supporto morale e, per un imbarazzante malinteso, presentarla all'intero paese come fidanzata. Immaginavo una commedia all'italiana di equivoci e bugie. Risate leggerissime per giorni in cui traduco latino e mi dispero. Dillo tu a mammà, invece, si è rivelato qualcosa di più. Spassoso senza sforzi, profondo a sorpresa. Il ritratto di un Sud caloroso e contraddittorio, amato e odiato insieme, che un Luca Bianchini a caso – sabaudo in vacanza a Polignano, con cliché a fin di bene e un dialetto appena abbozzato – non aveva saputo rendere. La bugia di Samuele e Claudia dura poco. Si fa presto a dichiararsi in un moto di stizza, ma ci si ritrova con una famiglia meno scioccata del previsto: una sorella maggiore che ha appeso la felicità al chiodo, due genitori rozzi ma volenterosi, una galleria infinita di parenti pronti a regalare abiti di organza e domande indiscrete. Cos'altro resta da confessare, a quel punto? 
Perché indugiare a tavola più del previsto? In quel di Trentinara c'è troppo da fare per curarsi delle rivelazioni del figliol prodigo: cimentarsi con il rito della salsa, spennare le galline, assistere le partorienti in camera da letto, darsi ai preparativi per le sagre in paese. Samuele avrà sottovalutato il buon cuore dei suoi compaesani ed esagerato un po', facendo del suo segreto un dramma inutile? Vuole dire sì a Gilberto per routine o per piacere? E da quale angolo del passato sarà sbucato mai Peppe, guappo 'e cartone che è stato il suo primo filarino? Dillo tu a mammà, autentico e ben scritto, sa di estate, ragù e case affollate. Si mangia, si beve, si fa l'amore. Si frigge tutto, pure la cicoria, e per dirsi scusa con galanteria ci si regala mazzi di fiori di cactus (e di zucca: in pastella, si sa, sono la fine del mondo). La malinconia è un'ospite inattesa, e provoca patemi d'animo in un finale che addensa le nuvole sopra Milano e pecca forse di qualche lungaggine di troppo. Tra le pagine si parla di gender, pregiudizi e della solitudine dei fuori sede. Si ride spesso, e ci si riconosce nelle descrizioni dei borghi dei nostri nonni e nei difetti di Samuele. Il protagonista – uno di quelli che predicano bene e razzolano male, abile nel dispensare consigli agli altri ma incapace di prendere decisioni senza spaccare in quattro il capello – ha dubbi sull'amore, conti in sospeso con il passato, sassolini nella scarpa che potrebbero generare catastrofi. Un topo di campagna condannato a sentirsi fuori posto sin dalle lezioni di educazione fisica al liceo. Terrone affezionato ai carboidrati fritti al Nord, traditore milanese al Sud. Ma cambiare, ci assicura Mandetta, per fortuna non è tradirsi.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Niccolò Fabi – Lontano da me


giovedì 24 luglio 2014

Recensione: Rosso Istanbul, di Ferzan Ozpetek

Buongiorno, amici lettori. Come state? Le mie letture procedono a gonfie vele, fin troppo. Dall'ultima recensione – che è dell'altro ieri – ho finito due ebook. Cosa strana, perché io non leggo ebook. Cosa buona, perché in questo modo ho letto due romanzi che, altrimenti, non penso avrei comprato, prima o poi. Invece si sono rivelati due belle letture, davvero. Sto parlando della fiaba gotica Le sorelle Soffici e di Rosso Istanbul. Oggi ho scelto di parlarvi del secondo, anche se la recensione dell'altro è già pronta: entro la fine della settimana, potrete leggerla. Ieri, senza nulla da vedere in tv, mi sono dato da fare e le ho scritte in un paio di ore. Togliamone una dalla lista! A presto, M. 
E quando trovi il coraggio di raccontarla, la tua storia, tutto cambia. Perché nel momento stesso in cui la vita si fa racconto, il buio si fa luce e la luce ti indica una strada. E adesso lo sai, il posto caldo, il posto al sud sei tu.

Titolo: Rosso Istanbul
Autore: Ferzan Ozpetek
Editore: Mondadori “Strade Blu”
Numero di pagine: 111
Prezzo: € 16,50
Sinossi: Tutto comincia una sera, quando un regista turco che vive a Roma decide di prendere un aereo per Istanbul, dov'è nato e cresciuto. L'improvviso ritorno a casa accende a uno a uno i ricordi: della madre, donna bellissima e malinconica; del padre, misteriosamente scomparso e altrettanto misteriosamente ricomparso dieci anni dopo; della nonna, raffinata "principessa ottomana"; delle "zie", amiche della madre, assetate di vita e di passioni; della fedele domestica Diamante. Del primo aquilone, del primo film, dei primi baci rubati. Del profumo di tigli e delle estati languide, che non finiscono mai, sul Mar di Marmara. E, ovviamente, del primo amore, proibito, struggente e perduto. Ma Istanbul sa cogliere ancora una volta il protagonista di sorpresa. E lo trattiene, anche se lui vorrebbe ripartire. Perché se il passato, talvolta, ritorna, il presente ha spesso il dono di afferrarci: basta un incontro, una telefonata, un graffito su un muro. I passi del regista si incrociano con quelli di una donna. Sono partiti insieme da Roma, sullo stesso aereo, seduti vicini. Non si conoscono. Non ancora. Lei è in viaggio di lavoro e di piacere, in compagnia del marito e di una coppia di giovani colleghi. Ma a Istanbul accadrà qualcosa che cambierà per sempre la sua vita. Tra caffè e hamam, amori irrisolti e tradimenti svelati, nostalgia e voluttà, i destini del regista e della donna inesorabilmente si sfiorano e, alla fine, convergono. Questo libro è una dichiarazione d'amore a una città, Istanbul.
                                           La recensione
Perché l'amore sceglie e basta." Due anime, un filo che passa tra i seggiolini di un aereo e unisce chi è separato. Sullo stesso volo, ospiti dello stesso cielo blu in cui è possibile vedere volare ancora alti gli aquiloni, si intrecciano i vissuti di passeggeri qualunque. Un regista italo-turco di cui sicuramente avrai sentito il nome e una turista italiana, che ha imbarcato, quel giorno, lavoro, denaro, amore, cuore e valigie. Una storia a doppio binario, ma che procede a senso unico. Verso Istanbul. Terra piena di storie, a cui si aggiungono le loro. Il mito del cinema, la leggenda del vero amore, la ricerca impossibile della serenità. Sogni e chimere. C'è chi va e chi ritorna, chi arriva e chi parte. Lui ritorna e, anche se gli aeroporti non hanno il fascino fumoso delle stazioni ferroviarie, coi loro riti di addio e le loro danze, ruba storie, guardandosi attorno. Così nascono i film, almeno i suoi. Per lei, Anna, quarant'anni appena, è la prima volta in Turchia. Sarà l'ultima da donna sposata. Una piccola catastrofe, un sms piccante letto per sbaglio, e del suo stanco matrimonio non resta che una fede che fa scivolare per strada, come una cartaccia da nulla. Partire o restare? Ricominciare, e da dove? I capitoli, a punti di vista alternati, narrano di questi due individui che si innamorano perdutamente, ancora, ancora, ancora, di una città dalla bellezza decadente e polverosa. La nuda libertà nei bagni turchi, antiche seduzioni e intrighi di donna negli harem, storie di prigionia e case da pascià. Spettri di fumo e magnifiche presenze. Al suo esordio da autore letterario, Ozpetek scrive di sé e della sua fonte d'ispirazione più preziosa. Parla in prima persona e in terza, guardando Istanbul con gli occhi di chi ci è nato e con quelli di chi la scopre vicolo dopo vicolo, odore dopo odore. Regista che indossa anche i panni dello spettatore e che, in un autobiografia a forma di romanzo, mette a nudo le sue verità e quelle di una terra che si crogiola nel calore del rosso. Il rosso dei tulipani, della rivoluzione, degli sbaffi di rossetto che lasciano il segno a vita. La sua protagonista vivrà una tardiva gioventù, con l'anulare libero da legami stretti e avvinghiata al petto di un giovane manifestante che, sulla sua moto sgangerata, la porterà in appartamenti abitati da personaggi bohémien e in parchi in cui protestare, far volare petali contro una violenza che non si capisce, ballare appassionatamente il tango con le maschere antigas. Il nonno di Anna le raccontava tante favole sull'oriente. E lei, in una rivoluzione floreale degli anni duemila, in un The Dreamers senza Bertolucci ed erotismo famelico, vivrà storie che ha sempre e solo ascoltato. Principessa rapita dai pirati, diventata cortigiana in una seconda Roma dai mille nomi. Soprattutto, Rosso Istanbul è l'autobiografia di un uomo che vive l'amore senza problematicità e che, generosamente, racconta la sua vita agli altri ogni volta che apre bocca e urla il classico «Ciak, si gira». La vita di Ozpetek è uno dei suoi film. Melanconica, pittoresca e anche un po' struggente. Un'infanzia con un padre spuntato per caso, in una casa di donne e sangue blu che i bulldozer demoliranno all'alba. Una mamma bellissima; una principessa ottomana come nonna; due “zie” vanitose, artistiche, golose di dolci e uomini. 
Ecco spiegati i suoi personaggi femminili curiosi e nevrotici, evidentemente non abbastanza fantasiosi per essere veri. Fanno ridere, stemperano i drammi, riempiono la giornata di chiacchiere: la Ricci che, in Mine Vaganti, urlava «Al ladro! Al ladro!» per dissimulare l'andirivieni dei suoi fidanzati; Ilaria Occhini che, diabetica, incontrava una bella morte rimpinzandosi di babà e sfogliatelle; la Sandrelli che, in Un giorno perfetto, costruiva aquiloni color pastello e coccolava i suoi nipoti con storie senza fine. Curiosità sull'Ozpetek artista, informazioni sull'Ozpetek uomo, e sempre con una prosa che regala capitoli piccoli e grandi spunti. I nomi ricorrenti, le cene con un cast che è una seconda famiglia, la voglia di organizzare tour per pasticcerie e non per musei, il sentirsi portatore di due voci. Due lingue, due identità, due mari in cui specchiarsi – romano a Istanbul, turco a Roma. Fruitore dell'amore in ogni sua minuscola forma, parte di una famiglia che ha perdonato nonostante tutto. Nonostante le incomprensioni e nonostante lui, Yusuf. 
L'amichetto con cui - a unidici, dodici anni - aveva scoperto le prime volte. In Allacciate le cinture, il personaggio di Filippo Scicchitano rievoca, per un attimo, l'amore verso un piccolo coetaneo: il padre aveva scoperto le loro tenerezze, uno psicologo gli aveva monitorato la testa, la famiglia aveva messo agli arresti domiciliari i suoi sentimenti. Ferzan Ozpetek – che da allora amò gli uomini, le donne e tutti coloro che affrontavano la vita a testa alta, come racconta – era il bambino confuso del suo ultimo film. L'attore, ancora, rivelava che non aveva più rivisto quel ragazzino: mai cresciuto; morto in mare. Nella realtà si chiamava così, Yusuf, ed era annegato nel mare che si portava dentro: morto suicida. L'autore smaschera il suo doppio cuore e ripercorre i suoi primi, incerti passi. Quando sognava Cinecittà, non Hollywood. Le lotte studentesche per proibire la chiusura di un vecchissimo teatro barocco, i ricordi agrodolci delle pellicole viste con nostalgiche veneri in pelliccia, le emozioni di cellulosa che uno spettatore bambino, sbucato da Nuovo Cinema Paradiso, viveva sulla sua pelle cotta dal sole. Rosso Istanbul è un romanzo brevissimo e scritto con eleganza. Profondo, ironico, toccante, con punte di grottesco, miscugli di colori a tempera, parentesi tutte ricamate di storia locale, squarci di quotidiano, tagli nel melograno. Un «a mai più rivederci» rivolto alle bianche case d'infanzia, agli amici che non sono rimasti, agli amori mancati che sono stati sepolti secondo gli inconsueti riti locali nella nuda e soffice terra madre. Una chiamata al mattino presto, per dire che stanno spuntando i tulipani, che Istanbul si sta punteggiando tutta di cremisi e che l'amore resta la cosa più importante. Bene. Noi, armati di questa guida turistica con la prosa dei romanzi di narrativa, quand'è che partiamo?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Kutlama – Sezen Aksu (da “Mine Vaganti”)


venerdì 4 luglio 2014

Mr Ciak #38: 12 film random (di bel cinema nostrano, horrori, principesse col botox e oggetti non meglio identificati)

Ciao a tutti, amici! Come state? Io bene. Questa settimana, spinto dalla noia, mi sono dato ai cambiamenti. Un piccolo tatuaggio sul polso, di cui non mi pento; una rasata totale dei capelli, di cui invece mi pento. Il post di oggi, incasinatissimo, è di un incasinato ordine, non trovate? Mr Ciak si annoia e, con gli esami da preparare lentamente, vede tanti film. Alcuni brutti, altri belli. I belli arrivano dall'Italia – il fortunato Song 'e Napule, l'esordio di un regista giovanissimo con Smetto quando voglio, il ritono di un Ozpetek vecchio stile che, francamente, a me piace sempre. Se non sbaglio, sono reperibili tutti in dvd, in questi giorni. Affrettatevi, e senza pregiudizi. Gli altri... Un musical dinamico e divertente che arriva dalla bella Scozia, le immancabili commediole estive, l'immangabile horrorino estivo, un horrorino australiano - invece – poco “ino” e a dir poco notevole, i vulcani esplosivi dei francesi, bellissime adolescenti pazzoidi, principesse tristi non più bellissime, ma solo tristi. E' vero che questa carrellata non fa poi così pena? Mi autoconvinco, vi convinco. Penso che in questi mesi di caldo farò spesso così! Abbraccio. M.

Song 'e Napule: Fantastica sorpresa tutta italiana, che ha fatto timidamente capolino al botteghino, ma che continua a conquistare premi su premi. Non nascondo di amare i mitici registi, i Manetti Bros, dai tempi di Coliandro e qui sono al loro top. Sensibili, spontanei, svegli, ricchi di dignità, in una Napoli a mano armata e... armata di microfono. Tocchi di hard boiled, comicità da bollino verde, un Gomorra in versione neomelodica. Il ritmo è serratissimo, l'immagine che viene data della città più chiacchierata d'Italia è coerente e bella. I napoletani sono come la loro musica. Sguaiati, eccessivi: irresistibili. Di cuore. Istrionico Buccirosso, leggero Alessandro Roja, indimenticabile Giampaolo Morelli. Il suo Lollo Love, che chiama le sue fan “cuoricini”, ha la porta di casa sempre aperta, gli orecchini a entrambe le orecchie, chi se lo scorda. E Morelli, anche scrittore, canta pure molto bene. Sua la voce che intona la canzone del titolo. ★★★ ½

Smetto quando voglio: Noi italiani, questa volta, siamo i più bravi del giro. Chi l'avrebbe mai detto? Altra bella commedia dai giovani registi di casa nostra. L'esordio di Sydney Sibilla è di un'intelligenza rara. Si ride e si pensa in quantità uguali. Il suo Smetto quando voglio – pur con le solite facce dei soliti Edoardo Leo e Valeria Solarino, che ancora una volta sono in parte – è nuovo e vecchio. Il tema non passa mai di moda, purtroppo; l'idea di questi fuorilegge per caso è brillante e classica. Meglio ricercati che ricercatori. Meglio spacciatori che disoccupati? Forse, di simile, avevo preferito Generazione mille euro, ma questo è un altro piccolo prodotto di cui seriamente vantarsi. Ottimo il cast. Spietato il messaggio, ma dosato con tanto tanto brio. ★★★ 

Allacciate le cinture: Ozpetek è un regista che piace. A me da poco. E se fosse per questo che Allacciate le cinture mi è proprio piaciuto? Con i suoi fantasiosi salti indietro e in avanti. Con la sua colonna sonora eccedente, superflua, comunicativa. I suggestivi piani sequenza e gli intimi campi e controcampi negli intimi dialoghi tra protagonisti. I primi piani sulle loro espressioni. Il film è una breve saga familiare che balla al centro di un binomio classico: amore e morte. Lo fa con naturalezza e con toni mai patetici. Ai personaggi fissi della commedia italiana danno vita attori fissi della commedia italiana. La scommessa era Francesco Arca. E' stato lui a farmi capire che il regista sa dirigere i suoi attori come Dio comanda. Arca mi confonde. L'ho visto di sfuggita nel Commissario Rex e non avevo capito bene chi, tra lui e il pastore tedesco, fosse il cane della situazione. E invece qui convince: un personaggio ombroso, taciturno, con uno sguardo timido e i modi rozzi. Lui e una trattenuta Kasia Smutniak si spingono e si respingono: una dissolvenza incrociata inserita ad arte li dimostra a distanza di anni, più freddi e adulti. Passati da una spiaggia segreta in cui amarsi a una malattia che non avverte. Una malattia che colpisce la femminilità e che, grazie a un curioso sintagma parallelo, è svelata mentre Etta James canta At Last e una procace Luisa Ranieri scuote il generoso seno per strada. I corpi si fanno fragili, i capelli cadono, i cuori s'ammalano d'anemia pura. Il cancro è mostrato senza patetismo, con un filo d'umorismo nero che non guasta. Eppure, la scena d'amore consumata in un letto d'ospedale – mentre il corpo torno a sentirsi corpo e i seni a essere coperti di baci – è toccante, molto. Un melò semplice, scritto da una mano così lieve da sembrare femminile. ★★★ 

Grace di Monaco: Per una con il viso di cera, la Kidman - la stessa Kidman che in "The Others", "The Hours" e "Moulin Rouge" aveva regalato la perfezione - male non se la cava. Il botox non cancella la classe che c'è stata. Questo però è un film che non funziona. Perché all'autentica Grace non ci pensi neanche per un momento e la finzione stenta a reggersi. La macchina da presa ama la Kidman, ma sa valorizzarla soltanto nei rari momenti d'intimità presenti nel biopic. I primissimi piani illudono, ricreano una somiglianza che non c'è. Al centro di sale sfarzose, come indossatrice di abiti d'alta sartoria, l'attrice si mostra attrice. Con gli zigomi di granito, la fronte liscissima, il collo da cigno rugoso. Interpreta il ruolo con quindici anni di ritardo, e la chirurgia imbroglia ma male. Macchiette involontarie i comprimari e retorici i dialoghi, fino alla nausea: sembravano sottratti al genio delle Miss Italia. Il ritratto appare insincero, i toni da fiaba rosa incontrano con ridicoli effetti il giallo. Un My Fair Lady con lezioni di dizione e portamento e sottotrama spionistica. Una regia retrò che qualcosina di buono fa. ½ 

Sunshine on Leith: Questa sconosciuta commedia musicale arriva dalla Scozia e parla attraverso i brani di una band, almeno per me, sconosciuta: i The Proclaimers. Il film potrebbe arrivare anche a chi il genere non lo digerisce. I protagonisti si mettono, divertiti e ironici, al centro di graziosi siparietti musicali e, per qualche minuto, parlano attraverso una canzone: del fatto che sono felici, perché sono sopravvissuti a una guerra; del fatto che sono giovani e vogliono sposarsi; del fatto che, dopo venticinque anni di vita vissuta insieme, si amano ancora, o forse no. Una commedia corale con generazioni a confronto, in una magica Edimburgo ravvivata da cori, armonie, balli che diventano flash mob in piazze colme di turisti curiosi. Tanta bella musica, tanta bella gente, una Scozia ospitale e coloratissima. Recuperatelo. Tanto fa bene al cuore. Vi sembrerà giorno anche di sera. Vi sembrerà estate anche in pieno inverno. ★★★ 

Insieme per forza: Adam Sandler a me sta simpatico. Almeno, mi stava simpatico. Un tempo. Quando, da bambino, guardavo Big Daddy, Mr Deeds e ridevo, con la famiglia in completo, su un divano logoro che abbiamo cambiato lo scorso Natale. Dopo il volgare Indovina perché ti odio e le sue grassissime risate, e gli idioti Un weekend da bamboccioni 1 e 2, torna con una nuova commedia per famiglie. Ancora, accanto alla collega Drew Barrymore – già con lui in The Wedding Singer (bellino, con una colonna sonora pazzesca!) e in 50 volte il primo bacio (non lo ricordo granchè). Squadra vincente non si cambia. Questa volta, anche insieme, i due non vincono. Sandler si autoplagia! Il film è la versione aggiornata di Mia moglie per finta. Un remake non dichiarato della pellicola del 2011. Qui non siamo alle Hawaii, ma in Africa. Gli adulti della storia non si piacciono, hanno figli bizzarri e originali a carico e, guardate un po', tra scenari mozzafiato vari, scopriranno di amarsi. Mentre il film precedente offriva belle cosette – la colonna sonora pazzesca dei Police, cameo illustri, battute brillanti – questo è minestra riscaldata. Carina la Barrymore, stanco e annoiato Sandler. E ci credo: fa sempre le stesse cose. Magari, il film, con un protagonista diverso da lui, pur nella sua banalità, sarebbe risultato un pelino più interessante. Invece scorre veloce, propone i soliti capitomboli, si chiude col finale buonista che tutti noi immaginiamo. Preferivo il Sandler “scaricatore di porto”, a questo punto. Note positive: i vispi bimbi del cast e un mitologico Terry Crews. ★★
 
Tutte contro lui: Il mio ragazzo è un bastardo con la crisi di mezz'età. Scontato, superfluo, ovvio. Tre donne per un solo uomo. Tre donne tradite, prima nemiche e poi amiche. Divertente, ma solo in quelle poche occasioni in cui risulta anche volgare. Kate Upton è bella ma non balla. A me, tipo, non piace. Okay che le arrivo alle tette. Sarà sul metro e ottanta... Cameron Diaz dovrebbe denunciare chi le ha ritoccato gli zigomi, perché sembra uno di quei cricetti grassocci quando ingoiano il cotone. Leslie Mann, nonostante le crisi isteriche varie e i pianti da psicolabile, è adorabile. E pure bella. Una delle poche cose decenti di questo filmettino inutile e tipicamente estivo. Bruttino e imperfetto anche il doppiaggio italiano. Ma, con un film simile, ci credo che non si sono impegnati più di tanto. Dirige svogliatamente il buon Cassavetes di The Notebook. Ah, sì. Ci sono anche la Minaj e il suo gigantesco lato B. Paolo Limiti dice che gli americani hanno copiato un suo libro. Paolo Limiti scrive libri?! ½

Anna – Mindscape: Thriller psicologico con un cast internazionale, ma diretto da uno spagnolo. Una storia fascinosa e accattivante, con un'ottima partenza ma che, nella parte finale, si scopre meno spietata del previsto. Un giallo introspettivo e ben fatto, sui ricordi, i giochi della mente, il legame profondo tra medico e paziente. A volte, i ruoli si invertono. Regole del transfert, regole di una protagonista candida e seducente con torbidi segreti di sangue nel passato. Lei è la Taissa Farmiga di AHS, padrona del gioco, consapevole, bella. La accompagna Mark Strong, nel ruolo di un detective alle prese coi propri demoni. Piuttosto originale, veloce, divertente, razionale. Non imperdibile, ma piacevolissimo. Anche se Jaume Collet Serra, dopo il riuscito Orphan, mi aveva lasciato sperare in qualcosa di più. Il suo nome, sulla copertina e tra quello dei produttori esecutivi. ★★½ 

Wolf Creek 2: Gli horror belli - ben scritti, ben recitati – esistono. Sono pochi, ma esistono. Eccone un esempio, dalla lontana Australia. Indubbiamente, nel suo genere, è il film più degno di nota in questo fiacco 2014. Il primo non lo ricordavo affatto. Voi l'avete visto? In caso, non fa nulla. Partite da questo. Una trama semplicissima, on the road, su turisti stranieri che incontrano un... cattivo Cicerone. Il cappello da cowboy, il look alla Crocodile Dundee. Mick Taylor è un cattivo come pochi. Iconico, simpaticissimo, spietato, con i giochi e gli indovinelli di Saw e i sorrisi maligni di Krueger. E' sfida senza limiti quella tra il volpone John Jaratt e il giovane Ryan Corr: bravissimi, veramente. Gli scenari mozzano il fiato, le uccisioni sono barbare e originali, il finale ti fa desiderare che horror così siano prodotti più spesso. Consigliatissimo. E non metterò mai piede in Australia. ★★★ 

Le origini del male: Su Facebook, qualche settimana fa, scrivevo questo. “Se non mi addormento prima della fine, vi dico com'è. Per ora la parola chiave è questa: piattume. Piatta la trama, piatto l'encefalogramma dei personaggi. Il prof porcellone, la ragazza anni '70 che copia Brigitte Bardot, un Sam Claflin ottimo... sempre che il suo intento fosse quello di risultare antipatico, insulso, banale. Dite che non era quello? Tra Haunting e The Experiment, l'inutile fiera del già visto. Salvo solo la Cooke, che mi ricorda la Christina Ricci degli esordi.” Non mi sono addormentato, ma il film era brutto assai. Senza redenzione. Ovviamente i nostri distributori non se lo sono lasciati sfuggire. Furbacchioni! Lo trovate al cinema dal 2 Luglio. Ma anche no. Insensato il titolo nostrano, figa la copertina del dvd, che potete vedere sulla sinistra. Sono una persona materiale. (Se il film è tratto da una storia vera, io sono Gesù)  

Tutta colpa del vulcano: I francesi, per sentito dire, saranno pure persone irritanti, ma le loro commedie romantiche sono carinissime, sempre. Anche quando sono come "Tutta colpa del vulcano": semplici, già viste, ovvie. Questa paradossale versione on the road di La guerra dei Roses, con tocchi di Mamma mia! e di We're the Millers, mi ha fatto fare non poche risate. Forte e contagioso l'affiatamento tra i protagonisti. Un sorriso malizioso e cattivello quello di lei, buono e simpatico Boon. Con lui, di recente, ho visto anche Supercondriaco - Ridere fa bene alla salute. Da evitare: lungo, pesante, noioso.



C'era una volta a New York - The Immigrant: Un melò coi fiocchi. Davvero. Una storia d'altri tempi, un intreccio da romanzo. Una città color seppia, suggestiva, inospitale, ricca di spunti, in cui perdizione e speranza s'incontrano. Joaquin Phoenix, come sempre, è garanzia di bravura senza fine. Una candidatura, non dico una vittoria, sarebbe quantomeno doverosa. Dopo il malinconico protagonista di Her, qui è un uomo arcigno, opportunista, severo, ma che in uno struggente monologo finale svela la sua anima vorticosa allo spettatore e a lei, l'immigrata del titolo originale. Parla poco, la barriera linguistica è insuperabile. Il suo desiderio: essere felice. Glielo rubano, lo svendono, lo mettono all'asta. Marion Cotillard... Cos'è Marion Cotillard? Riempie un film. Anche dei suoi tanti silenzi. Sta lì, zitta, in un panorama da film di Giuseppe Tornatore, come la Fantine dei Miserabili. Ecco perché la adoro. Comunicativa, assolutamente, anche a bocca chiusa. 

domenica 11 maggio 2014

Mr Ciak #35: Boy A, Alabama Monroe, Gimme Shelter - Non lasciarmi sola, Mine Vaganti

Buongiorno, amici! Questa settimana, sono più puntuale di un orologio svizzero. Vi sto proponendo QUASI un post nuovo al giorno. Record? Record. Oggi sono felice di parlarvi, con la rubrica Mr Ciak, di alcuni film imperdibili. I primi due mi hanno semplicemente demolito: recuperate il primo, andate al cinema per guardare il secondo - il vincitore morale, a mio dire, dell'Oscar per il Miglior Film Straniero. Il terzo, anche se evitabile, merita soprattutto per la protagonista: chi, come me, è cresciuto con High School Musical e non se ne vergogna, troverà una Vanessa Hudgens potenziata, maturata, cambiata. Ultimo, Mine Vaganti, commedia italiana di qualche anno fa firmata dal bravissimo Ferzan Ozpetek. Alla fine del post, inoltre, in breve, vi parlo di alcune pellicole viste di recente. Alcune nei cinema al momento, alcune ancora inedite. Purtroppo, niente di rilevante. Tra i cinque, mi ha divertito il criticato Pompei. Vampire Academy: segni particolari, orrido! Io vi lascio, per il momento, e vi auguro buona visione. Credetemi sulla parola e recuperate i primi quattro film. Boy A non si scorda più. Buona domenica, M.

In una Inghilterra periferica, di magazzini, mattoni a vista, rotaie e nuvole nere vive Jack: il cappuccio grigio ben calato sul capo, la schiena ricurva, gli occhi schivi. E' uno che vive a testa bassa, lui. Lavora come un mulo, si spacca le ossa, vive nella mansarda di una premurosa padrona di casa, eppure l'anonimato lo conforta. Non può permettersi anonimato, non può permettersi libertà: quell'anonimato e quella vita monotona sono la sua libertà. Timidissimo e impacciato, lo seguiamo in una routine priva del per sempre: si fa degli amici, balla come un pazzo in discoteca, s'innamora, costruisce un rapporto paterno con un uomo che – da lontano – lo tiene d'occhio. Uno zio, un padre, un tutore? Jack non è soltanto un insicuro cronico. Si guarda intorno continuamente, non compare nelle foto di gruppo con gli amici, dice bugie, si nasconde. Jack non è neanche il suo vero nome. Ho letto la trama di questo film, nei giorni scorsi, e ho deciso che era l'ora di recuperarlo. Mi sono seduto in poltrona, telecomando alla mano. Wikipedia mi diceva che era una storia vera e che, inizialmente pensato per la tivù inglese, Boy A aveva esordito a sorpresa, nel 2007, al Toronto Film Festival. L'enciclopedia online che sa tutto di tutti mi raccontava la storia di un piccolo miracolo: una distribuzione in Gran Bretagna e negli USA, riscontri positivissimi, premi grossi. Lì c'è tutto quello che volete sapere. Io sono giusto una cosa: che è doveroso recuperare questo gioiellino. So che Boy A è una struggente parabola sulle seconde possibilità che ci vengono concesse, una storia che fa pensare e che tanta gente – il piu possibile - dovrebbe vedere. Questo ragazzo senza nome e senza pace, con la timidezza del Charlie di Noi siamo infinito e i segreti oscuri di ...E ora parliamo di Kevin, t'insegna – in un'ora e mezza – a farsi volere profondamente bene, e ti spappola irrimediabilmente il cuore. L'esordio di John Crowley alla regia ha lo stampo dei migliori film indipendenti. Minuscolo, povero, rannicchiato su sé stesso, ma con uno sguardo pieno di cose. Pure di lacrime, tra le altre. Lo sguardo acuto, originale e inedito di chi le cose le guarda in disparte, dalla prospettiva del perdente, attraverso una cortina di ciglia che schermano la malizia dei bambini, l'ottusità degli adulti, le strade senza uscita di un mondo che ha troppi abitanti e pochi, inutili nascondigli. Assisti, ammutolito e toccato a tutto ciò, e anneghi nei tuoi perché. Perché certa gente è condannata dal peso di stelle avverse, perché vediamo il bene e mai il male, perché chi nasce triste non può morire felice. Perché storie nate nella violenza devono chiudersi nella violenza. Protagonista magnifico e sconvolgente, un giovane Andrew Garfield – e non pensate a Spider-Man, ma pensate al ragazzo con un piede nella fossa che, nel finale Never let me go, si concedeva un grido talmente disperato da lacerare le corde vocali, scassare i timpani. Quell'Andrew Garfield che con questa prova si era portato a casa il Bafta come migliore attore, quando nessuno lo conosceva. Ecco, Garfield in Boy A – da protagonista assoluto – ha un'intensità ancora maggiore. Infantile, ingenuo, misteriso, mi ha messo a soqquadro il cervello, ha staccato qualche spina e, sui miei occhiali, è comparso un bel Game Over. A fine film, avevo perso. Ero perso. Il suo personaggio, che ha preso vita da un romanzo di Jonathan Trigell che è ovviamente finito in lista, merita perdono sin dal suo ingresso in scena. Si è macchiato di una colpa orribile, da bambino, e ha passato l'adolescenza in carcere. Quando esce, con un nuovo nome e un futuro tutto da scrivere, ha la speranza dei bimbi che gli arde dentro. In una delle poetiche e semplici sequenze iniziali, guarda – dal finestrino – quel mondo che gli è stato nascosto lontano dagli occhi per metà della sua vita e si emoziona. Io mi sono emozionato con lui e, come un genitore, l'avrei tenuto per mano, mentre si districava tra le risse, le droghe e gli amori di una splendida adolescenza tardiva. Come puoi abbandonare quel bambino cresciuto – che non pensa di meritarsi un Ti amo, che sbaglia e si corregge, che cade e si rialza – in una giungla di rancore? Siamo deboli, siamo senza pietà e strappiamo la sua mano dalla nostra. Vaga, salta sui treni, si rifugia sul molo di Blackpool, lui. E' quando i giornalisti diventano mostri e i presunti mostri diventano cani randagi da scacciare che capisci quant'è bello e triste questo scricciolo di film qui. Le due cose fanno a pugni e si abbracciano, proprio. Grato nel profondo che mi abbia tolto qualcosa come qualche giorno di vita. Nel momento stesso in cui la rabbia e l'emozione si sono esaurite, però, ho iniziato a consigliarlo a gran voce. Guardatelo presto. (9)

L'Oscar l'abbiamo vinto noi. La vera, inconfondibile, inarrivabile Grande Bellezza, però, proveniva dal vicino Belgio. Arrivava a cavallo di un pentagramma, su una canzone romantica. L'avevano detto in tanti, e in tanti avevano ragione. Quella famosa canzone parla della splendida storia d'amore tra un cowboy dalla voce d'angelo e una bionda principessa con il corpo interamente tatuato e l'indole distruttiva e malinconica delle rock star. Si conoscono dietro un microfono, mentre cantano. Si danno un bacio dietro un cappello da sceriffo. Si sposano in un bar, con un finto prete che imita Elvis e con un tavolo da biliardo verde come altare. Improvvisamente, si trovano in tre. La loro è una bambina perfetta, ma non così tanto. Si ammala, il suo sangue diventa bianco, e loro si spezzano, insieme al cerchio che avevano costruito con cura, fedeltà, passione. Alabama Monroe è un dramma in musica che arriva nel profondo di te, cantando. Suggestivo, trascinante, struggente.  Nobili briganti, cuori zingari. Tutti possono farsi case. C'è tanta carne al fuoco, ma la pellicola – colma di brividi e di canzoni - sa generosamente far tesoro di ogni tassello. Dio è ovunque, anche se non sembra. La vita è ovunque, anche se la tragedia la offusca. Ci sono bambine che si trasformano in uccelli, uccelli che si trasformano in stelle, passeri che scambiano il vetro di una finestra per il cielo... e si schiantano. Voci cristalline, interpreti magistrali, un furioso e liberissimo montaggio alla 21 Grammi che ci mostra i protagonisti in ordine sparso – felici, tristi, giovani, vecchi, innamorati, feriti a morte, insieme, separati, con la speranza e senza. Johan Heldenbergh e Veerle Beatens sono la metà di un tutto: Alabama e Monroe. Alabama Monroe. Lui sembra un po' Josh Brolin, lei è sensuale ninfa e sensibile mamma. Due attori fantastici, che ci regalano una prova d'intensità mai vista. Non li conoscevo e, guardandoli, come mi era successo con La vita di Adele, ho pensato che quei due sconosciuti avessero sempre vissuto in quel film. Lì, nell'intercapedine oscuro tra due anime appassionate. Fanno a gara di sensi di colpa, si fanno scudo coi rimpianti, fanno l'amore e la doccia insieme, nudi. Io so che il biglietto del cinema, in questi giorni, viene tre euro appena. E so che questo è film che dovete necessariamente andare a vedere. Alabama Monroe: “il mio canto libero, sei tu.” Una ballad rara che fa ballare i piedi e sanguinare copiosamente i cuori, che ci parla della naturalezza con cui anche chi ha un animo ribelle, gitano, inadatto può costruirsi una famiglia. E un amore - tenero e violento - con cui marchiarsi la carne per l'eternità. Le opere da ricordare. La sequenza finale merita di entrare negli annales. (8,5)

Gimme Shelter: Dammi rifugio. Una semplice richiesta d'aiuto. Ho aperto la porta a questo film nel pomeriggio del primo maggio, io. Ho lasciato che entrasse, si ambientasse, si facesse conoscere. Io non amo avere ospiti, io non ho particolare empatia verso le persone che mi circondano, ma per Apple Bailey ho fatto un'eccezione, per una volta. Mi sono avvicinato al suo dramma sin dal trailer. Quello di una sedicenne realmente esistente che si allontana da una mamma violenta, da una vita di povertà e sregolatezza, in cerca di un posto nel mondo. Per lei, e per un bambino che deve ancora nascere. L'idea dell'aborto non le passa neanche per la mente: è egoista, ma sa che con quella nuova vita accanto non sarà mai più sola. Attende un miracolo nei nove mesi di una nuova nascita. Mi aspettavo un film indipendente, spoglio, sporco, ma Gimme Shelter è qualcosa di diverso, con pregi e difetti annessi. E' a stelle e strisce: americano nel dna. Si parla di speranza, redenzione, riscatto, fede e seconde possibilità, ma con toni che fanno, talora, breccia. A un inizio promettente, però, segue una seconda parte in cui la morale cristiana si fa ingombrante, didascalica e un po' buonista. Da sermone. Il cammino di questa ragazza perduta fa tappa per La ricerca della felicità e The Blind Side, infatti, e la porta in una casa di ragazze madri – quelle di Girl Interrupted, ma meno “fuori”, e con il pancione di Teen Mom -, che vanno in chiesa ogni domenica e vivono di poco. Speranza, soprattutto. Una svolta poco in linea con il resto, quasi inverisimile, ma eppure coerente. Il web racconta che questa è una storia vera e che le cose, per la reale Apple, sono andate così davvero. Buon per lei. Il perché del film sta proprio nella protagonista: un maschiaccio coi capelli corti, i piercing ovunque, cicatrici sul viso, un tatuaggio sul collo, vestiti larghi e neri. Ha gli occhi di un cane abbandonato che ringhia, ma cerca affetto: uno di quelli che, al primo rimprovero per averla fatta sul tappeto del salotto, inferociti, scappano via, nel traffico notturno. La sporcizia la avvolge come un esoscheletro: è esterna. Ha uno sguardo pulito e un animo malinconico. Il suo ostile mascherone è apparenza. Si capisce quando cerca di rubare una coperta a un barbone, quando si rifugia in un'auto lasciata aperta e lascia che le sue lacrime siano tutt'uno con la pioggia. E c'è Lana Del Rey che canta. Rivelazione del film, una Vanessa Hudgens rancorosa, brutta e sofferente, al centro di un'impressionante metamorfosi. Da applausi. Ha una grezza passionalità che le sfocia da dentro. Vederla imbruttita è strano; vederla perfettamente in parte lo è meno. Dice tutto anche senza parlare. Comunica con quel volto arrossato da marionetta rotta, come fanno poche. La star di High School Musical è cresciuta e, da qualche anno, sta scegliendo ruoli interessanti. Già nel trascurabile Il cacciatore di donne era sorprendente: aveva una maturità che la faceva duettare con attori di spicco senza abbassare lo sguardo. Qui, accanto a un discreto Brendan Fresar (che piacere rivederlo), c'è una Rosario Dawson a mille: denti e anima marci, lunghi pianti, scatti d'ira isterici. Gimme Shelter è comunque da vedere, anche soltanto per l'intensità della prima parte e per assistere al piccolo trionfo personale di un'attrice piena di potenzialità. (6,5)

Un omaggio alla vecchia commedia all'italiana. Un film impeccabile e pienamente convincente, sotto tutti i fronti. Una commistione personalissima di comicità e dramma, con una colonna sonora da balera che culla e il sole di una Puglia ignorante, sincera e splendida che ipnotizza. I film di Ozpetek dialogano continuamente. Chiacchierano di pettegolezzi e rivelazioni, di verità e bugie. Si scambiano ricordi e confidenze. Mine Vaganti ha verve, toni brillanti, figure sguaiate e caricaturali. Temi, toni e colori che celebrano Il Vizietto. Ma il regista ha interessi, passioni, esigenze che vanno ben oltre il semplice omaggio. Mine Vaganti è pieno di cose che piacciono ad Ozpetek. E' il film più suo. Agrodolce. I film di Ozpetek parlano sempre d'amore: di amori perduti e d'amori impossibili. Quelli che non si scordano, quelli di una vita intera. Come La finestra di fronte, il film parte da lontano. Con l'immagine incredibilmente suggestiva di una muta Carolina Crescentini che, in abito da sposa, fugge tra i gialli e i verdi, tra i sorrisi e i singhiozzi. Dove scappa? Via dal dovere, verso il proibito. Davanti a una scelta. Il Massimo Poggio della Finestra di fronte – sempre muto, sempre in fuga – faceva dolci: aveva le mani sporche di farina, lavorava in una bottega che odorava di pasta e pane. Ancora una volta, i dolci. Ancora la pasta. La famiglia del personaggio di Riccardo Scamarcio ha una fabbrica di pasta: è l'Italia. Riunioni intorno a un tavolo, brindisi a sorpresa, sapori e dissapori. La mina esplode lì, in una domenica che è sacra. Mine Vaganti è una barzelletta che si scopre realistica. Ridi, ti stupisci dell'apparente paradossalità di alcune situazioni, ma non smetti di pensare. Ha risvolti di una bellezza che non ti aspetti. Di quella bellezza che è bella perché si annida nelle piccole cose. Negli atti di fraternità, negli abbracci nascosti, tra le righe delle lettere. Le lettere. I film del regista sono pieni di lettere meravigliose. Come gli scrittori più bravi, lui ha uno stile che riconosci a colpo d'occhio. Una scrittura esemplare, nell'ambito di un cinema che è narrativa. I dialoghi sono infiniti, le voci fuori campo sono onnipresenti, la colonna sonora va da Mina all'estremo oriente. I personaggi sono anime in cerca di felicità. Vedete qualche altro film del regista, scopriteli tutti collegati tra loro. C'è qualcosa di spettrale, qualcosa di magico. Anche gli attori si ripetono: squadra vincente non si cambia. Nicole Grimaudo fa bene e male al cuore, Ilaria Occhini è monumentale, Alessandro Preziosi è meno detestabile del solito. Riccardo Scamarcio è un grande narratore e un attore italiano convincente come pochi. Sì, lui, che si è fatto criticare per anni e anni per il suo Tre metri sopra il cielo. Che era bravo l'ho capito da un po', ma recuperare questo Mine Vaganti me l'ha confermato in pieno. Recuperatelo anche voi. E' esilarante. E' autentico. E' italianissimo. Lo finisci di vedere e ti trovi al cospetto di una di quelle rarissime volte in cui affermi: Eccola, ho trovato la commedia perfetta. (8)
- Ma quant'è brutto. Uno dei film più atroci, strani e inutili di sempre. Cani di attori, battute patetiche, regia da sit-com. Alla macchina da presa, eppure, c'è il Mark Waters del cult Mean Girls. Perché, Mark? Perché. Sembra il pilot di un telefilm a basso costo che non vorrai seguire più. Vorrebbe farsi il simpatico, essere il Diario di una nerd superstar dei vampiri. In realtà, può ambire giusto a Pretty Little Liars. Ma è peggio, con i suoi effetti speciali fatti con Paint, gli orridi flashback, la protagonista bella, ma insipida. Che roba. I distributori italiani non sono poi così scemi... L'accademia delle cagate. (0/5)
- Ma sapete che a me è piaciuto, Pompei? E' il genere di film messo a punto per il 3D, e per essere massacato dalla critica. Divertente, fatto bene, lineare, storicamente attendibile quanto la Melevisione. Un protagonista che ha più addominali che espressioni; una Emily Browning bellissima; la tragica storia di un amore ostacolato che ha il suo solito fascino. Combattimenti che catturano, intreccio elementare, finale carico carico, colonna sonora riciclata qui e là. Un romantico, affascinante e spettacolare fritto bisto all'ombra del Vesuvio: il figlio bastardo, ma caruccio, di Titanic e Il Gladiatore. Paul W.S Anderson - dopo I tre moschettieri steampunk e Resident Evil vari - ritorna, e ci piace così. Svelto, leggero e un po' tamarro. (3/5)
- Pallido e opaco thriller giudiziario, ispirato a un controverso caso di cronaca nera.
Un caso nebuloso e irrisolto che fa di Devil's Knot un film nebuloso e irrisolto.
Ben fatto, ma frammentario, documentaristico, impersonale. Non osa percorrere né la strada della violenza, né quella della commozione. Assente la mano solitamente riconoscibile di quell'adorabile “malatone” che è Egoyan, la Whiterspoon e Firth sottotono. Lui spento, lei destinata a rari momenti di esplosione. Trascurabile. Leggete del misterioso omicidio di questi bambini su Wikipedia: non vi dirà niente di più, niente di meno. (2/5)
- Commedia lieve, garbata, realistica su un'insegnante che legge troppi libri e fa troppi sogni. Non pienamente riuscita, ma equilibrata e divertente. Una storia nella storia, una sceneggiatura nella sceneggiatura. Brava, come al solito, la Moore. Una zitella "inside" con in testa le voci normative della Austen e di Jane Eyre. Originale l'idea della fastidiosa voce over, simpatici i comprimari. Indipendente, carino, innocuo. (2,5/5)
-That awkward Moment: that awkward movie. New Girl diventa film, ma senza una Girl. Una commedia scialba, inutile, noiosetta e banale che non ha nemmeno il coraggio di essere volgare, per strappare qualche risata. Le cose più simpatiche le mostra già il trailer: tipo overdose di Viagra, sesso, gente che fa la pipì a cavallo del water. Poteva essere carino, invece no. Mentre la Hudgens svela la sua bravura in Gimme Shelter, qui il collega Efron mostra addominali e spicchi di chiappe. A ognuno il suo. (1,5/5)