Vent’anni fa Ferzan Ozpetek apriva il cinema italiano al mondo queer: era un’iniziazione. È da vent’anni, salvo rare variazioni, che il regista italo-turco sembra riproporre però lo stesso lungometraggio: dovrebbe sorprenderci, dunque, l’idea di un reboot del suo primo successo? Godibilissima ma tutt’altro che necessaria, paradossalmente ben più conservatrice del film originale, la serie di Le fate ignoranti esplora meglio le tensioni del triangolo e le esistenze dei personaggi secondari. Questa, infatti, non è soltanto la storia di una giovane vedova che conosce l’amante – uomo – del marito defunto. Ma anche quella di un ritorno alla vita che passa attraverso la conoscenza di personaggi troppo orgogliosi, troppo solari, per accontentarsi di appartenere a una minoranza. Nel cast poco da segnalare a parte la grazia principesca di Cristiana Capotondi, il fascino animalesco di un sempre bravissimo Eduardo Scarpetta (di gran lunga superiore a Stefano Accorsi), i sorrisi per le macchiettistiche Paola Minaccioni e Ambra Angiolini. Appaiono un po’ svogliati i cenni all’attualità – unioni civili, omofobia e transfobia quanto basta – e, nel sonnacchioso epilogo, il viaggio in Turchia della protagonista restituisce sì un passato al personaggio dell’attrice feticcio Serra Yilmaz, ma finisce per annullare il desiderio di emancipazione della Antonia delle origini. Restano le case splendide e i figuranti attraenti, le terrazze affollate, il fiabesco senso d’armonia, i balli improvvisati. In quel condominio romano, infatti, mi prenoto volentieri per passarci il prossimo Ferragosto. (7)
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lunedì 27 giugno 2022
Le serie TV per il Pride Month: Le fate ignoranti | Euphoria S02 | Heartstopper | Conversations with Friends
È
stata la rivoluzione televisiva della sua annata. Un'esperienza
lirica, appassionata, vertiginosa: in una sola parola, euforica.
Tornata dopo una lunga gestazione sul piccolo schermo, la serie TV
sulla generazione Z meritava grandi aspettative. Sarebbe stata
nuovamente all'altezza? Sì e no. Pur confermandosi ineguagliabile
per messa in scena, recitazione e scrittura, questa volta alza
perfino di più l'asticella e propone un ciclo di episodi in cui,
soprattutto in prima battuta, si fatica a trovare un filo conduttore
coi precedenti. Le canoniche storyline devono sottostare a uno show
nello show. Spesso antinarattiva, senz'altro tronfia ed eccessiva con
i suoi barocchismi, a detta di alcuni un po' vuota, Euphoria
sceglie il cammino dell'arte per
l'arte. Come dimenticare gli sbarellamenti da Emmy di una sempre
incredibile Zendaya, che per un'ora intera fugge – come in una
canzone di Amy Winehouse – dai familiari che vogliono spedirla in
rehab? Come non perdonare la rivelazione Sydney Sweeney, che a furia
di pianti isterici e vestiti scollatissimi ci lascia dimenticare quei
tanti comprimari mancanti di un'autentica evoluzione? Chi preferire,
ancora, tra quest'ultima e la sorella minore Lexi, che si innamora di
uno spacciatore e,
a sorpresa, ruba la scena a tutti svelandosi a teatro? C'è chi, come
quell'Eric Dane al centro di uno straziante coming out, sa imporsi
comunque in questa fiumana densissima. E chi, come Hunter Schafer,
regala rari palpiti accanto alla sua sofferta Rue: quelli lasciamoli
ai triangoli amorosi che si sporcano d'ossessione; ai flashback su
un'omosessualità taciuta per perbenismo. E ai voli pindarici di una
terza stagione da tornare a commentare sui social, in futuro, puntata dopo
puntata: da amare e odiare. (8)
Lui,
goffo e timidissimo, mingherlino, è l’unico studente
dichiaratamente omosessuale di una scuola maschile; l’altro,
popolare e muscoloso, è già una promessa dello sport. All’apparenza
lontani anni luce, i due adolescenti si scoprono compagni di banco e,
presto o tardi, molto più che buoni amici. Può un amore nascente
sfidare convenzioni sociali ormai scolpite nella pietra? Ispirata ai
graphic novel della fortunatissima Alice Oseman e già confermata per
altre due stagioni, Heartstopper
è una serie da seguire con gli occhi a cuoricino. La piccola ma
grande storia d’amore tra una vittima di bullismo e la stella della
squadra di rugby, schierati – insieme agli amici più stretti –
contro i luoghi comuni. L’originalità non è di casa, soprattutto
considerato il target adolescenziale e progressista di Netflix. Ma
gli attori tenerissimi, l’aplomb da commedia inglese, i colorati
sprazzi fumettistici e il cameo di mamma Olivia Colman, sempre
splendida, fanno davvero la differenza. No, non ho più l’età e
qui e lì ho senz’altro percepito il divario generazionale. Ma
quanta delicatezza e quanta dolcezza in questi episodi, tanto carini
da apparire disarmanti: con i tempi che corrono, pregi di questi non
bastano mai. (7)
Lei
è una poetessa dall’aria malinconica, afflitta da una famiglia
disfunzionale e da un passato da cui non riesce a liberarsi. L’altra,
storica ex nonché migliore amica, è una musa scostante dall’accento
americano. Gli altri, invece, più adulti di loro, sono una
scrittrice di successo e il marito attore: infelici a modo loro,
inseguono le emozioni della giovinezza perduta. Il quartetto
dell’esordio di Sally Rooney arriva sul piccolo schermo ma non
conquista. Per quanto fedele al romanzo, la serie vorrebbe essere più
una riproposizione – impossibile – di Normal People che
l’adattamento di Parlarne tra amici.
Durante la lettura mi ero fatto un’idea diversa del romanzo: lo
immaginavo sexy, verboso, dotato della leggerezza intelligenze delle
commedie di Allen. Avrei voluto viverci. Qui, invece, è tutto più
indie, intimista e inutilmente impegnato. Tutti appaiono perennemente
tristi e pensierosi, nonostante i flirt continui e le vacanze
gratuite in Croazia. Il cast, guidato dall’intensa e sconosciuta
Alison Oliver (anche se l’elemento più memorabile è la voce di
Joe Alwyn), è ben assortito ma manca di chimica. La regia di Lenny
Abrahmson è un sogno da film Sundance. Ma questa volta sono i toni a
sembrare fuori fuoco. Possibile che questa chiacchierata lunga dodici
episodi coinvolga più quando si parla di endometriosi – argomento
mai affrontato in precedenza sul piccolo schermo – che di
poligamia? Provaci ancora, Sally: hai un altro romanzo – il tuo
più bello – da trasporre. (6,5)
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sabato 25 gennaio 2020
Mr. Ciak: Pinocchio | La dea fortuna | Martin Eden | The Nest
Sotto
Natale sono stato a vedere Pinocchio in una
sala piena di bambini. Solo e sospetto, ironicamente mi ero domandato: mi arresteranno
a fine visione? Se io sono tutt'ora in libertà, forse arresteranno per
mancanza di idee i cineasti di mezzo mondo. Questo è il pensiero che
salta in mente davanti all’ennesimo rifacimento non richiesto,
nonostante a dirigerlo sia chiamato un maestro del panorama italiano. Garrone traspone Collodi con fedeltà e rispetto estremi, ma
la storia del burattino di legno che si sognava bambino in carne e
ossa al cinema risulta piuttosto pesante a causa di una struttura
fatta di continui andirivieni e ripensamenti, che rendono le due ore
di visione estenuanti e ripetitive. Problema non della sceneggiatura, ma del romanzo stesso: non a caso la storia funziona meglio
su carta oppure divisa a puntate, come succedeva già nell’adorata
versione di Comencini. Il film nulla aggiunge e nulla toglie alla
fama della fiaba e brilla unicamente per la magnificenza del comparto
tecnico – trucco, scenografie, costumi – senza quasi mai
ricorrere alla computer grafica: la resa di due personaggi – il
grillo parlante e il tonno, bruttini – sarebbe stata però da
rivedere. Il cast è costituito da grandi caratteristi nostrani,
spesso resi irriconoscibili dal make-up, e brillano unicamente il
Geppetto di Benigni e il piccolo protagonista, che tra la
voce fragorosa e la “s” sibilante offre un’interpretazione
sempre naturale. Algido e frettoloso, non aiutato dalla colonna
sonora di uno svogliato Marianelli, Pinocchio non ha nemmeno
il senso di meraviglia del Racconto dei racconti: film sì
divisivo, ma in grado di mescolare con dosi più giuste realismo e
magia. Diffidate da chi
vi racconta sia bello. Diffidate da chi, al contrario, ve ne dice
peste e corna. A entrambi, infatti, si allungherebbe il naso. (6)
La
fortuna è cieca. La sceneggiatura dell’ultimo Ozpetek, purtroppo,
peggio. A un certo punto si muove a tentoni; arraffa alla rinfusa
tematiche, personaggi, scene madri; sbatte contro il ridicolo
involontario di un viaggio in Sicilia completamente da dimenticare.
Com’è possibile se la prima metà del film, al contrario,
brillava di luce propria? Come, ancora, se questa volta il regista italo-turco è molto più nel
suo – amicizia, amori, omosessualità, epiloghi da incorniciare?
Salutato dai più come un ritorno alle origini, La dea fortuna
parte bello e festosissimo nonostante i musi lunghi di Accorsi e
Leo: coppia agli sgoccioli che ritrova slancio grazie ai figli di una
cagionevole Trinca, di cui nessun’altro a parte loro parrebbe prendersi cura.
Costellato di momenti poetici, di dialoghi tanto spietati quanto
veritieri, il melodramma ha un cast in stato di grazia – Leo su
tutti – ed emoziona quando racconta in tutta la sua universalità
il rapporto di una coppia in crisi. A un certo punto, però,
s’intromette la bella canzone di Mina a far da spartiacque: e il
film trova ville da incubo e nonne streghe, che danno a una
produzione per il resto equilibrata toni grotteschi e orrorifici. Si
guasta all’improvviso allora, lasciando più arrabbiati che delusi.
Passi pure la dimensione corale presto accantonata. Passi il
messaggio, per me discutibile, che una coppia abbia bisogno di un
figlio per cementificare l’amore. Passi la presenza della malattia,
tematica francamente superflua. Ma perché Barbara Alberti in veste
d’attrice? Ozpetek è un regista sensibile e un autore attento. Ma le sue fate ignoranti risultavano più
moderne – e meno trash – vent’anni fa, quando di uomini e
triangoli sentimentali nessuno osava parlare. (6,5)


lunedì 29 gennaio 2018
Mr. Ciak: Ella e John, La ruota delle meraviglie, Napoli velata, Suburbicon

Allen,
il cinema d'autore sotto l'albero di Natale, film belli e brutti ad
anni alterni. Cosa ci saremmo dovuti aspettare, lo scorso dicembre,
dopo quel Cafè Society che
qualcosa di buono l'aveva? Si arriva nella Coney Island di vent'anni
dopo, la guerra passata da pochissimo, con un titolo e soprattutto un
cast che promettono meraviglie. Ci si aspettava il Blue
Jasmine secondo Kate Winslet,
l'en plain. La sua Ginny – i mal di testa, la bottiglia sempre
vicina, gli abiti di scena rispolverati a ogni piccola occasione –
si sognava attrice e, a quarant'anni compiuti, si è svegliata
cameriera. Accanto a Belushi, marito giostraio che forse non la
merita, e a un bambino piromane. All'interno di un parco divertimenti
che mette tristezza profonda suggerendo allegria a tutti i costi.
Qualcosa cambia con il ritorno a casa della fatale Juno Temple,
figliol prodiga in fuga dall'amante gangster. Qualcosa, nelle
speranze di una protagonista illusa ed esasperata, va
irrimediabilmente in tilt quando Timberlake – il
bagnino/drammaturgo che ce li racconta dal primo all'ultimo – si
accorge di quanto carina sia, sotto la pioggia, la sua figliastra. Il
cielo minaccia acquazzoni sui caroselli. E un Allen sulle orme di
Tennessee Williams, quantomai rigoroso e teatrale, minaccia invece
tragedia. Misurato e strabordante insieme, vecchio ma nuovo, Wonder
Wheel è un melodramma che
scorre leggero pur portandosi appresso il peso di colpe, amarezze,
rimpianti. Gli attori lo fan da padroni, su tutti una arcigna Winslet
che con i suoi monologhi, con i suoi travasi di bile, ci sta così
bene da non sorprendere più. La scrittura si regge – la si fa
reggere, soprattutto: merito degli interpreti in parte – ma non
resta impressa. Se non alla Winslet, se non a un Allen bravo a metà,
la meraviglia è tutta da imputare allora alla fotografia
dell'immancabile Storaro: capolavoro di spiagge assiepate e giostre
malinconiche, di luci al neon che illuminano diversamente ogni angolo
del film, per regalare a una donna sull'orlo di una crisi di nervi
squarci di libertà e riflettori fissi. Il tutto, a bordo di una
giostra che piace nonostante gli alti e bassi. Di una ruota – come
quella della fortuna – che a volte gira, altre ti schiaccia. (7)


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domenica 14 maggio 2017
Recensione: Dillo tu a mammà, di Pierpaolo Mandetta
Siamo
gente del Sud, facciamo quello che vogliamo quando ci va di farlo.
Siamo istintivi, di cuore e di carne. Pure se ti sei trasferito a
Milano resti un ragazzo di qua.
Autore:
Pierpaolo Mandetta
Editore:
Rizzoli
Numero
di pagine: 322
Prezzo:
€ 18,00
Sinossi:
L’amore
è sempre una faccenda di famiglia. Samuele ne è convinto, mentre
guarda fuori dal finestrino sul treno che da Milano lo trascina verso
sud. Dopo essere fuggito per anni, è finalmente pronto a rivelare ai
suoi genitori di essere omosessuale. Con lui c’è Claudia, la sua
migliore amica, incallita single taglia 38 e unica donna di cui si
fida. Appena arrivano a Trentinara, un grazioso borgo del Cilento, ad
accoglierli ci sono i parenti al completo. E la sera, alla festa del
paese, il papà ha un annuncio da fare: suo figlio e la fidanzata
Claudia si sposeranno a breve. È un vero e proprio shock per
Samuele: lui vuole sposare Gilberto, il compagno rimasto a Milano,
proprio lo stesso uomo che lo aveva convinto a riavvicinarsi ai suoi.
Ma nelle case del Sud è quasi una tradizione che sogni e desideri
vengano condivisi in “famiglia”: non solo con mamma e papà, ma
anche con quella vecchia zia che si incontra una volta all’anno e
persino con la vicina di casa. E così Samuele, per poter essere
padrone della propria vita, dovrà fare i conti con un passato che
vuole lasciarsi alle spalle; stavolta, però, non è disposto a
scendere a compromessi. E adesso chi glielo dice a mammà?
La recensione
Ho
scoperto la simpatia di Pierpaolo Mandetta qualche mese fa, complici
i Mi piace ben distribuiti di qualche amico di Facebook. Un
salernitano a Milano, lui, capace di parlare di se se stesso e degli
altri con un'ironia che non si insegna. Dopo l'esperienza
dell'autopubblicazione, Dillo tu a mammà è
il suo esordio ufficiale per Rizzoli. Una tovaglia a quadretti
bianchi e rossi, i cornicelli portafortuna traditi per le coccinelle,
una storia di origini e ripensamenti che deve aver tanto di
autobiografico. Il protagonista, Samuele, ha ventinove anni. Non si
fa vedere in Cilento da un po'. Ha colto la prima occasione buona
per scappare in Lombardia e lassù, indisturbato, si è costruito una
gioventù e una professione. Dopo un'adolescenza vissuta di nascosto
per non creare scandali, all'ombra della Madonnina ha conosciuto
Gilberto e ci è andato a vivere insieme. Si vogliono sposare presto,
complice l'avvento delle Unioni civili, ma Samuele – insicuro e
ipocondriaco, eppure profondamente bisognoso di affetto – non
scalpita all'idea di fare il grande passo. Ha la scusa di una
famiglia lontana che ancora non sa di lui. Di loro.
Tornare all'ovile nel mese di agosto per fare outing e distribuire le partecipazioni. Portarsi appresso la migliore amica (Claudia,
sarcastica e aspirante vegana) come supporto morale e, per un
imbarazzante malinteso, presentarla all'intero paese come fidanzata.
Immaginavo una commedia all'italiana di equivoci e bugie.
Risate leggerissime per giorni in cui traduco latino e mi dispero.
Dillo tu a mammà,
invece, si è rivelato qualcosa di più. Spassoso senza sforzi,
profondo a sorpresa. Il ritratto di un Sud caloroso e
contraddittorio, amato e odiato insieme, che un Luca Bianchini a caso
– sabaudo in vacanza a Polignano, con cliché a fin di bene e un
dialetto appena abbozzato – non aveva saputo rendere. La bugia di
Samuele e Claudia dura poco. Si fa presto a dichiararsi in un moto di
stizza, ma ci si ritrova con una famiglia meno scioccata del previsto: una sorella maggiore che ha appeso la felicità al chiodo, due
genitori rozzi ma volenterosi, una galleria infinita di parenti
pronti a regalare abiti di organza e domande indiscrete. Cos'altro
resta da confessare, a quel punto?
Perché indugiare a tavola più del previsto? In quel di Trentinara c'è troppo da fare
per curarsi delle rivelazioni del figliol prodigo: cimentarsi con il rito della salsa, spennare le
galline, assistere le partorienti in camera da letto, darsi ai preparativi per
le sagre in paese. Samuele avrà sottovalutato il buon cuore
dei suoi compaesani ed esagerato un po', facendo del suo segreto un
dramma inutile? Vuole dire sì a Gilberto per routine o per piacere? E da quale angolo del
passato sarà sbucato mai Peppe, guappo 'e cartone che è stato il
suo primo filarino? Dillo tu a mammà,
autentico e ben scritto, sa di estate, ragù e case affollate. Si
mangia, si beve, si fa l'amore. Si frigge tutto, pure la
cicoria, e per dirsi scusa con galanteria ci si regala mazzi di fiori
di cactus (e di zucca: in pastella, si sa, sono la fine del mondo).
La malinconia è un'ospite inattesa, e provoca patemi d'animo in un
finale che addensa le nuvole sopra Milano e pecca forse di qualche lungaggine di troppo. Tra le pagine si parla di gender, pregiudizi
e della solitudine dei fuori sede. Si ride spesso, e ci si riconosce nelle descrizioni dei borghi dei nostri nonni e nei difetti di Samuele. Il protagonista – uno di quelli che predicano bene e
razzolano male, abile nel dispensare consigli agli altri ma incapace di
prendere decisioni senza spaccare in quattro il capello – ha dubbi
sull'amore, conti in sospeso con il passato, sassolini nella scarpa
che potrebbero generare catastrofi. Un topo di campagna condannato a
sentirsi fuori posto sin dalle lezioni di educazione fisica al liceo.
Terrone affezionato ai carboidrati fritti al Nord, traditore milanese al
Sud. Ma cambiare, ci assicura Mandetta, per fortuna non è tradirsi.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Niccolò Fabi – Lontano da me
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Pierpaolo Mandetta,
Recensioni,
Rizzoli,
Tre stelle e mezzo
giovedì 24 luglio 2014
Recensione: Rosso Istanbul, di Ferzan Ozpetek
Buongiorno,
amici lettori. Come state? Le mie letture procedono a gonfie vele,
fin troppo. Dall'ultima recensione – che è dell'altro ieri – ho
finito due ebook. Cosa strana, perché io non leggo ebook. Cosa
buona, perché in questo modo ho letto due romanzi che, altrimenti,
non penso avrei comprato, prima o poi. Invece si sono rivelati due
belle letture, davvero. Sto parlando della fiaba gotica Le sorelle
Soffici e di Rosso Istanbul. Oggi ho scelto di parlarvi
del secondo, anche se la recensione dell'altro è già pronta: entro
la fine della settimana, potrete leggerla. Ieri, senza nulla da
vedere in tv, mi sono dato da fare e le ho scritte in un paio di ore.
Togliamone una dalla lista! A presto, M.
E
quando trovi il coraggio di raccontarla, la tua storia, tutto cambia.
Perché nel momento stesso in cui la vita si fa racconto, il buio si
fa luce e la luce ti indica una strada. E adesso lo sai, il posto
caldo, il posto al sud sei tu.
Titolo:
Rosso Istanbul
Autore:
Ferzan Ozpetek
Editore:
Mondadori “Strade Blu”
Numero
di pagine: 111
Prezzo:
€ 16,50
Sinossi:
Tutto
comincia una sera, quando un regista turco che vive a Roma decide di
prendere un aereo per Istanbul, dov'è nato e cresciuto. L'improvviso
ritorno a casa accende a uno a uno i ricordi: della madre, donna
bellissima e malinconica; del padre, misteriosamente scomparso e
altrettanto misteriosamente ricomparso dieci anni dopo; della nonna,
raffinata "principessa ottomana"; delle "zie",
amiche della madre, assetate di vita e di passioni; della fedele
domestica Diamante. Del primo aquilone, del primo film, dei primi
baci rubati. Del profumo di tigli e delle estati languide, che non
finiscono mai, sul Mar di Marmara. E, ovviamente, del primo amore,
proibito, struggente e perduto. Ma Istanbul sa cogliere ancora una
volta il protagonista di sorpresa. E lo trattiene, anche se lui
vorrebbe ripartire. Perché se il passato, talvolta, ritorna, il
presente ha spesso il dono di afferrarci: basta un incontro, una
telefonata, un graffito su un muro. I passi del regista si incrociano
con quelli di una donna. Sono partiti insieme da Roma, sullo stesso
aereo, seduti vicini. Non si conoscono. Non ancora. Lei è in viaggio
di lavoro e di piacere, in compagnia del marito e di una coppia di
giovani colleghi. Ma a Istanbul accadrà qualcosa che cambierà per
sempre la sua vita. Tra caffè e hamam, amori irrisolti e tradimenti
svelati, nostalgia e voluttà, i destini del regista e della donna
inesorabilmente si sfiorano e, alla fine, convergono. Questo libro è
una dichiarazione d'amore a una città, Istanbul.
La recensione
“Perché
l'amore sceglie e basta." Due anime, un filo che passa tra i
seggiolini di un aereo e unisce chi è separato. Sullo stesso volo,
ospiti dello stesso cielo blu in cui è possibile vedere volare
ancora alti gli aquiloni, si intrecciano i vissuti di passeggeri
qualunque. Un regista italo-turco di cui sicuramente avrai sentito il
nome e una turista italiana, che ha imbarcato, quel giorno, lavoro,
denaro, amore, cuore e valigie. Una storia a doppio binario, ma che
procede a senso unico. Verso Istanbul. Terra piena di storie, a cui
si aggiungono le loro. Il mito del cinema, la leggenda del vero
amore, la ricerca impossibile della serenità. Sogni e chimere. C'è
chi va e chi ritorna, chi arriva e chi parte. Lui ritorna e, anche se
gli aeroporti non hanno il fascino fumoso delle stazioni ferroviarie,
coi loro riti di addio e le loro danze, ruba storie, guardandosi
attorno. Così nascono i film, almeno i suoi. Per lei, Anna,
quarant'anni appena, è la prima volta in Turchia. Sarà l'ultima da
donna sposata. Una piccola catastrofe, un sms piccante letto per
sbaglio, e del suo stanco matrimonio non resta che una fede che fa
scivolare per strada, come una cartaccia da nulla. Partire o restare?
Ricominciare, e da dove? I capitoli, a punti di vista alternati,
narrano di questi due individui che si innamorano perdutamente,
ancora, ancora, ancora, di una città dalla bellezza decadente e
polverosa. La nuda libertà nei bagni turchi, antiche seduzioni e
intrighi di donna negli harem, storie di prigionia e case da pascià.
Spettri di fumo e magnifiche presenze. Al suo esordio da
autore letterario, Ozpetek scrive di sé e della sua fonte
d'ispirazione più preziosa. Parla in prima persona e in terza,
guardando Istanbul con gli occhi di chi ci è nato e con quelli di
chi la scopre vicolo dopo vicolo, odore dopo odore. Regista che
indossa anche i panni dello spettatore e che, in un autobiografia a
forma di romanzo, mette a nudo le sue verità e quelle di una terra
che si crogiola nel calore del rosso. Il rosso dei tulipani, della
rivoluzione, degli sbaffi di rossetto che lasciano il segno a vita.
La sua protagonista vivrà una tardiva gioventù, con l'anulare
libero da legami stretti e avvinghiata al petto di un giovane
manifestante che, sulla sua moto sgangerata, la porterà in
appartamenti abitati da personaggi bohémien e in parchi in cui
protestare, far volare petali contro una violenza che non si capisce,
ballare appassionatamente il tango con le maschere antigas. Il nonno
di Anna le raccontava tante favole sull'oriente. E lei, in una
rivoluzione floreale degli anni duemila, in un The Dreamers senza
Bertolucci ed erotismo famelico, vivrà storie che ha sempre e solo
ascoltato. Principessa rapita dai pirati, diventata cortigiana in una
seconda Roma dai mille nomi. Soprattutto,
Rosso Istanbul è
l'autobiografia di un uomo che vive l'amore senza problematicità e
che, generosamente, racconta la sua vita agli altri ogni volta che
apre bocca e urla il classico
«Ciak,
si gira».
La
vita di Ozpetek è uno dei suoi film. Melanconica, pittoresca e anche
un po' struggente. Un'infanzia con un padre spuntato per caso, in una
casa di donne e sangue blu che i bulldozer demoliranno all'alba. Una
mamma bellissima; una principessa ottomana come nonna; due “zie”
vanitose, artistiche, golose di dolci e uomini.
Ecco spiegati i suoi
personaggi femminili curiosi e nevrotici, evidentemente non
abbastanza fantasiosi per essere veri. Fanno ridere, stemperano i
drammi, riempiono la giornata di chiacchiere: la Ricci che, in Mine
Vaganti,
urlava «Al
ladro! Al ladro!»
per dissimulare l'andirivieni dei suoi fidanzati; Ilaria Occhini che,
diabetica, incontrava una bella morte rimpinzandosi di babà e
sfogliatelle; la Sandrelli che, in Un
giorno perfetto,
costruiva aquiloni color pastello e coccolava i suoi nipoti con
storie senza fine. Curiosità sull'Ozpetek artista, informazioni
sull'Ozpetek uomo, e sempre con una prosa che regala capitoli piccoli
e grandi spunti. I nomi ricorrenti, le cene con un cast che è una
seconda famiglia, la voglia di organizzare tour per pasticcerie e non
per musei, il sentirsi portatore di due voci. Due lingue, due
identità, due mari in cui specchiarsi – romano a Istanbul, turco a
Roma. Fruitore dell'amore in ogni sua minuscola forma, parte di una
famiglia che ha perdonato nonostante tutto. Nonostante le
incomprensioni e nonostante lui, Yusuf.
L'amichetto con cui - a
unidici, dodici anni - aveva scoperto le prime volte. In Allacciate
le cinture,
il personaggio di Filippo Scicchitano rievoca, per un attimo, l'amore
verso un piccolo coetaneo: il padre aveva scoperto le loro tenerezze,
uno psicologo gli aveva monitorato la testa, la famiglia aveva messo
agli arresti domiciliari i suoi sentimenti. Ferzan Ozpetek – che da
allora amò gli uomini, le donne e tutti coloro che affrontavano la
vita a testa alta, come racconta – era il bambino confuso del suo
ultimo film. L'attore, ancora, rivelava che non aveva più rivisto
quel ragazzino: mai cresciuto; morto in mare. Nella realtà si
chiamava così, Yusuf, ed era annegato nel mare che si portava
dentro: morto suicida. L'autore smaschera il suo doppio cuore e
ripercorre i suoi primi, incerti passi. Quando sognava Cinecittà,
non Hollywood. Le lotte studentesche per proibire la chiusura di un
vecchissimo teatro barocco, i ricordi agrodolci delle pellicole viste
con nostalgiche veneri in pelliccia, le emozioni di cellulosa che uno
spettatore bambino, sbucato da Nuovo
Cinema Paradiso, viveva
sulla sua pelle cotta dal sole. Rosso
Istanbul è
un romanzo brevissimo e scritto con eleganza. Profondo, ironico,
toccante, con punte di grottesco, miscugli di colori a tempera,
parentesi tutte ricamate di storia locale, squarci di quotidiano,
tagli nel melograno. Un «a
mai più rivederci» rivolto alle bianche case d'infanzia, agli amici
che non sono rimasti, agli amori mancati che sono stati sepolti
secondo gli inconsueti riti locali nella nuda e soffice terra madre.
Una chiamata al mattino presto, per dire che stanno spuntando i
tulipani, che Istanbul si sta punteggiando tutta di cremisi e che
l'amore resta la cosa più importante. Bene. Noi, armati di questa
guida turistica con la prosa dei romanzi di narrativa, quand'è che
partiamo?
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Kutlama – Sezen Aksu (da
“Mine Vaganti”)
venerdì 4 luglio 2014
Mr Ciak #38: 12 film random (di bel cinema nostrano, horrori, principesse col botox e oggetti non meglio identificati)
Ciao
a tutti, amici! Come state? Io bene. Questa settimana, spinto dalla
noia, mi sono dato ai cambiamenti. Un piccolo tatuaggio sul polso, di
cui non mi pento; una rasata totale dei capelli, di cui invece mi pento. Il post di oggi, incasinatissimo, è
di un incasinato ordine, non trovate? Mr Ciak si annoia e, con gli
esami da preparare lentamente, vede tanti film. Alcuni
brutti, altri belli. I belli arrivano dall'Italia – il fortunato
Song 'e Napule, l'esordio di un regista giovanissimo con
Smetto quando voglio, il ritono di un Ozpetek vecchio stile
che, francamente, a me piace sempre. Se non sbaglio, sono reperibili
tutti in dvd, in questi giorni. Affrettatevi, e senza pregiudizi. Gli altri... Un musical dinamico e divertente che arriva dalla
bella Scozia, le immancabili commediole estive, l'immangabile
horrorino estivo, un horrorino australiano - invece – poco “ino” e a dir
poco notevole, i vulcani esplosivi dei francesi, bellissime
adolescenti pazzoidi, principesse tristi non più bellissime, ma solo tristi. E' vero che questa carrellata non fa
poi così pena? Mi autoconvinco, vi convinco. Penso che in questi
mesi di caldo farò spesso così! Abbraccio. M.
Song 'e Napule: Fantastica sorpresa tutta italiana, che ha fatto timidamente capolino al botteghino, ma che continua a conquistare premi su premi. Non nascondo di amare i mitici registi, i Manetti Bros, dai tempi di Coliandro e qui sono al loro top. Sensibili, spontanei, svegli, ricchi di dignità, in una Napoli a mano armata e... armata di microfono. Tocchi di hard boiled, comicità da bollino verde, un Gomorra in versione neomelodica. Il ritmo è serratissimo, l'immagine che viene data della città più chiacchierata d'Italia è coerente e bella. I napoletani sono come la loro musica. Sguaiati, eccessivi: irresistibili. Di cuore. Istrionico Buccirosso, leggero Alessandro Roja, indimenticabile Giampaolo Morelli. Il suo Lollo Love, che chiama le sue fan “cuoricini”, ha la porta di casa sempre aperta, gli orecchini a entrambe le orecchie, chi se lo scorda. E Morelli, anche scrittore, canta pure molto bene. Sua la voce che intona la canzone del titolo. ★★★ ½
Smetto quando voglio: Noi italiani, questa volta, siamo i più bravi del giro. Chi l'avrebbe mai detto? Altra bella commedia dai giovani registi di casa nostra. L'esordio di Sydney Sibilla è di un'intelligenza rara. Si ride e si pensa in quantità uguali. Il suo Smetto quando voglio – pur con le solite facce dei soliti Edoardo Leo e Valeria Solarino, che ancora una volta sono in parte – è nuovo e vecchio. Il tema non passa mai di moda, purtroppo; l'idea di questi fuorilegge per caso è brillante e classica. Meglio ricercati che ricercatori. Meglio spacciatori che disoccupati? Forse, di simile, avevo preferito Generazione mille euro, ma questo è un altro piccolo prodotto di cui seriamente vantarsi. Ottimo il cast. Spietato il messaggio, ma dosato con tanto tanto brio. ★★★
Sunshine
on Leith:
Questa sconosciuta commedia musicale arriva dalla Scozia e parla
attraverso i brani di una band, almeno per me, sconosciuta: i The
Proclaimers. Il film potrebbe arrivare anche a chi il genere non lo
digerisce. I protagonisti si mettono, divertiti e ironici, al centro
di graziosi siparietti musicali e, per qualche minuto, parlano
attraverso una canzone: del fatto che sono felici, perché sono
sopravvissuti a una guerra; del fatto che sono giovani e vogliono
sposarsi; del fatto che, dopo venticinque anni di vita vissuta
insieme, si amano ancora, o forse no. Una commedia corale con
generazioni a confronto, in una magica Edimburgo ravvivata da cori,
armonie, balli che diventano flash mob in piazze colme di turisti
curiosi. Tanta bella musica, tanta bella gente, una Scozia ospitale e
coloratissima. Recuperatelo. Tanto fa bene al cuore. Vi sembrerà giorno anche di sera. Vi sembrerà estate anche in pieno inverno. ★★★
Insieme per forza: Adam
Sandler a me sta simpatico. Almeno, mi stava simpatico. Un tempo.
Quando, da bambino, guardavo Big Daddy, Mr Deeds e ridevo, con la
famiglia in completo, su un divano logoro che abbiamo cambiato lo
scorso Natale. Dopo il volgare Indovina perché
ti odio e le sue grassissime risate, e gli idioti Un weekend da bamboccioni 1 e 2,
torna con una nuova commedia per famiglie. Ancora, accanto
alla collega Drew Barrymore – già con lui in The Wedding
Singer (bellino, con una
colonna sonora pazzesca!) e in 50 volte il primo bacio
(non lo ricordo granchè). Squadra vincente non
si cambia. Questa volta, anche insieme, i due non vincono. Sandler si
autoplagia! Il film è la versione aggiornata di Mia moglie per finta.
Un remake non dichiarato della pellicola del 2011. Qui non siamo alle
Hawaii, ma in Africa. Gli adulti della storia non si piacciono, hanno
figli bizzarri e originali a carico e, guardate un po', tra scenari
mozzafiato vari, scopriranno di amarsi.
Mentre il film precedente offriva belle cosette – la
colonna sonora pazzesca dei Police, cameo illustri, battute
brillanti – questo è minestra riscaldata. Carina la Barrymore, stanco e annoiato Sandler. E ci
credo: fa sempre le stesse cose. Magari, il film, con un protagonista
diverso da lui, pur nella sua banalità, sarebbe risultato un pelino
più interessante. Invece scorre veloce, propone i soliti capitomboli, si chiude col finale buonista che tutti noi immaginiamo. Preferivo il Sandler
“scaricatore di porto”, a questo punto. Note positive: i vispi bimbi del cast e un mitologico Terry Crews. ★★
Anna
– Mindscape: Thriller
psicologico con un cast internazionale, ma diretto da uno spagnolo.
Una storia fascinosa e accattivante, con un'ottima partenza ma che,
nella parte finale, si scopre meno spietata del previsto. Un giallo
introspettivo e ben fatto, sui ricordi, i giochi della mente, il
legame profondo tra medico e paziente. A volte, i ruoli si invertono.
Regole del transfert, regole di una protagonista candida e seducente
con torbidi segreti di sangue nel passato. Lei è la Taissa Farmiga
di AHS,
padrona del gioco, consapevole, bella. La accompagna
Mark Strong,
nel ruolo di un detective alle prese coi propri demoni. Piuttosto
originale, veloce, divertente, razionale. Non imperdibile, ma
piacevolissimo. Anche se Jaume Collet Serra, dopo il riuscito Orphan,
mi aveva lasciato sperare in qualcosa di più. Il suo nome, sulla
copertina e tra quello dei produttori esecutivi. ★★½
Wolf
Creek 2:
Gli
horror belli - ben scritti, ben recitati – esistono. Sono pochi, ma
esistono. Eccone un esempio, dalla lontana Australia. Indubbiamente,
nel suo genere, è il film più degno di nota in questo fiacco 2014.
Il primo non lo ricordavo affatto. Voi l'avete visto? In caso, non fa
nulla. Partite da questo. Una trama semplicissima, on the road, su
turisti stranieri che incontrano un... cattivo Cicerone. Il cappello
da cowboy, il look alla Crocodile
Dundee.
Mick Taylor è un cattivo come pochi. Iconico, simpaticissimo,
spietato, con i giochi e gli indovinelli di Saw
e
i sorrisi maligni di Krueger. E' sfida senza limiti quella tra il
volpone John Jaratt e il giovane Ryan Corr: bravissimi, veramente.
Gli scenari mozzano il fiato, le uccisioni sono barbare e originali,
il finale ti fa desiderare che horror così siano prodotti più
spesso. Consigliatissimo. E non metterò mai piede in Australia. ★★★★
Le
origini del male:
Su Facebook, qualche settimana fa, scrivevo questo. “Se
non mi addormento prima della fine, vi dico com'è. Per ora la parola
chiave è questa: piattume. Piatta la trama, piatto l'encefalogramma
dei personaggi. Il prof porcellone, la ragazza anni '70 che copia
Brigitte Bardot, un Sam Claflin ottimo... sempre che il suo intento
fosse quello di risultare antipatico, insulso, banale. Dite che non
era quello? Tra Haunting
e The Experiment,
l'inutile fiera del già visto. Salvo solo la Cooke, che mi ricorda
la Christina Ricci degli esordi.” Non mi sono addormentato, ma il
film era brutto assai. Senza redenzione. Ovviamente i nostri distributori non se lo sono lasciati sfuggire. Furbacchioni! Lo trovate al cinema dal 2 Luglio. Ma anche no. Insensato il titolo nostrano, figa la copertina del dvd, che potete vedere sulla sinistra. Sono una persona materiale. (Se il film è tratto da una storia vera, io sono Gesù) ★


Allacciate le cinture: Ozpetek
è un regista che piace. A me da poco. E se fosse per questo che
Allacciate le cinture mi è proprio piaciuto? Con i suoi
fantasiosi salti indietro e in avanti. Con la sua colonna sonora
eccedente, superflua, comunicativa. I suggestivi piani sequenza e gli
intimi campi e controcampi negli intimi dialoghi tra protagonisti. I
primi piani sulle loro espressioni. Il film è una breve saga
familiare che balla al centro di un binomio classico: amore e morte.
Lo fa con naturalezza e con toni mai patetici. Ai personaggi fissi
della commedia italiana danno vita attori fissi della commedia
italiana. La scommessa era Francesco Arca. E' stato lui a farmi
capire che il regista sa dirigere i suoi attori come Dio comanda.
Arca mi confonde. L'ho visto di sfuggita nel Commissario Rex e
non avevo capito bene chi, tra lui e il pastore tedesco, fosse il
cane della situazione. E invece qui convince: un personaggio ombroso,
taciturno, con uno sguardo timido e i modi rozzi. Lui e una
trattenuta Kasia Smutniak si spingono e si respingono: una
dissolvenza incrociata inserita ad arte li dimostra a distanza di
anni, più freddi e adulti. Passati da una spiaggia segreta in cui
amarsi a una malattia che non avverte. Una malattia che colpisce la
femminilità e che, grazie a un curioso sintagma parallelo, è
svelata mentre Etta James canta At Last e una procace Luisa
Ranieri scuote il generoso seno per strada. I corpi si fanno fragili,
i capelli cadono, i cuori s'ammalano d'anemia pura. Il cancro è
mostrato senza patetismo, con un filo d'umorismo nero che non guasta.
Eppure, la scena d'amore consumata in un letto d'ospedale – mentre
il corpo torno a sentirsi corpo e i seni a essere coperti di baci –
è toccante, molto. Un melò semplice, scritto da una mano così lieve da sembrare femminile. ★★★
Grace
di Monaco:
Per
una con il viso di cera, la Kidman - la stessa Kidman che in "The
Others", "The Hours" e "Moulin Rouge" aveva
regalato la perfezione - male non se la cava. Il botox non cancella
la classe che c'è stata. Questo però è un film che non funziona.
Perché all'autentica Grace non ci pensi neanche per un momento e la
finzione stenta a reggersi. La macchina da presa ama la Kidman, ma sa
valorizzarla soltanto nei rari momenti d'intimità presenti nel
biopic. I primissimi piani illudono, ricreano una somiglianza che non
c'è. Al centro di sale sfarzose, come indossatrice di abiti d'alta
sartoria, l'attrice si mostra attrice. Con gli zigomi di granito, la
fronte liscissima, il collo da cigno rugoso. Interpreta il ruolo con
quindici anni di ritardo, e la chirurgia imbroglia ma male.
Macchiette involontarie i comprimari e retorici i dialoghi, fino alla
nausea: sembravano sottratti al genio delle Miss Italia. Il
ritratto appare insincero, i toni da fiaba rosa incontrano con
ridicoli effetti il giallo. Un My
Fair Lady con
lezioni di dizione e portamento e sottotrama spionistica. Una regia
retrò che qualcosina di buono fa. ★½


Tutte
contro lui: Il mio
ragazzo è un bastardo con
la crisi di mezz'età. Scontato, superfluo, ovvio. Tre donne per un solo uomo. Tre donne tradite, prima nemiche e poi amiche. Divertente, ma
solo in quelle poche occasioni in cui risulta anche volgare. Kate
Upton è bella ma non balla. A me, tipo, non piace. Okay che le arrivo alle tette. Sarà sul metro e ottanta... Cameron Diaz dovrebbe denunciare chi le
ha ritoccato gli zigomi, perché sembra uno di quei cricetti grassocci quando ingoiano il cotone. Leslie Mann, nonostante le crisi isteriche
varie e i pianti da psicolabile, è adorabile. E pure bella. Una
delle poche cose decenti di questo filmettino inutile e tipicamente estivo. Bruttino e imperfetto anche il doppiaggio italiano. Ma, con un film simile, ci credo che non si sono impegnati più di tanto. Dirige svogliatamente il buon Cassavetes di The Notebook. Ah, sì. Ci sono anche la Minaj e il suo gigantesco lato B. Paolo Limiti dice che gli americani hanno copiato un suo libro. Paolo Limiti scrive libri?! ★½



Tutta colpa del vulcano: I francesi, per sentito dire, saranno pure persone irritanti, ma le loro commedie romantiche sono carinissime, sempre. Anche quando sono come "Tutta colpa del vulcano": semplici, già viste, ovvie. Questa paradossale versione on the road di La guerra dei Roses, con tocchi di Mamma mia! e di We're the Millers, mi ha fatto fare non poche risate. Forte e contagioso l'affiatamento tra i protagonisti. Un sorriso malizioso e cattivello quello di lei, buono e simpatico Boon. Con lui, di recente, ho visto anche Supercondriaco - Ridere fa bene alla salute. Da evitare: lungo, pesante, noioso. ★★★
C'era
una volta a New York - The Immigrant: Un melò coi fiocchi. Davvero. Una
storia d'altri tempi, un intreccio da romanzo. Una città color
seppia, suggestiva, inospitale, ricca di spunti, in cui perdizione e
speranza s'incontrano. Joaquin Phoenix, come sempre, è garanzia di
bravura senza fine. Una candidatura, non dico una vittoria, sarebbe
quantomeno doverosa. Dopo il malinconico protagonista di Her,
qui è un uomo arcigno, opportunista, severo, ma che in uno
struggente monologo finale svela la sua anima vorticosa allo
spettatore e a lei, l'immigrata del titolo originale. Parla poco, la
barriera linguistica è insuperabile. Il suo desiderio: essere
felice. Glielo rubano, lo svendono, lo mettono all'asta. Marion
Cotillard... Cos'è Marion Cotillard? Riempie un film. Anche dei suoi
tanti silenzi. Sta lì, zitta, in un panorama da film di Giuseppe
Tornatore, come la Fantine dei Miserabili. Ecco perché la
adoro. Comunicativa, assolutamente, anche a bocca chiusa.

★★★★
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domenica 11 maggio 2014
Mr Ciak #35: Boy A, Alabama Monroe, Gimme Shelter - Non lasciarmi sola, Mine Vaganti
Buongiorno,
amici! Questa settimana, sono più puntuale di un orologio svizzero.
Vi sto proponendo QUASI un post nuovo al giorno. Record? Record. Oggi
sono felice di parlarvi, con la rubrica Mr Ciak, di alcuni film
imperdibili. I primi due mi hanno semplicemente demolito: recuperate
il primo, andate al cinema per guardare il secondo - il vincitore
morale, a mio dire, dell'Oscar per il Miglior Film Straniero. Il
terzo, anche se evitabile, merita soprattutto per la protagonista:
chi, come me, è cresciuto con High School Musical e non se ne vergogna, troverà una
Vanessa Hudgens potenziata, maturata, cambiata. Ultimo, Mine
Vaganti, commedia italiana di qualche anno fa firmata dal
bravissimo Ferzan Ozpetek. Alla fine del post, inoltre, in breve,
vi parlo di alcune pellicole viste di recente. Alcune nei cinema al momento,
alcune ancora inedite. Purtroppo, niente di rilevante. Tra i cinque,
mi ha divertito il criticato Pompei. Vampire Academy: segni
particolari, orrido! Io vi lascio, per il momento, e vi auguro buona
visione. Credetemi sulla parola e recuperate i primi quattro film.
Boy A non si scorda più. Buona domenica, M.
In
una Inghilterra periferica, di magazzini, mattoni a vista, rotaie e
nuvole nere vive Jack: il cappuccio
grigio ben calato sul capo, la schiena ricurva, gli occhi schivi. E'
uno che vive a testa bassa, lui. Lavora come un mulo, si spacca le
ossa, vive nella mansarda di una premurosa padrona di casa, eppure
l'anonimato lo conforta. Non può permettersi anonimato, non può
permettersi libertà: quell'anonimato e quella vita monotona sono la
sua libertà.
Timidissimo e impacciato, lo seguiamo in una routine priva del per
sempre: si fa degli amici, balla come un pazzo in discoteca,
s'innamora, costruisce un rapporto paterno con un uomo che – da
lontano – lo tiene d'occhio. Uno zio, un padre, un tutore? Jack non
è soltanto un insicuro cronico. Si guarda intorno continuamente, non
compare nelle foto di gruppo con gli amici, dice bugie, si nasconde.
Jack non è neanche il suo vero nome. Ho letto la trama di questo
film, nei giorni scorsi, e ho deciso che era l'ora di recuperarlo. Mi
sono seduto in poltrona, telecomando alla mano. Wikipedia mi diceva
che era una storia vera e che, inizialmente pensato per la tivù
inglese, Boy A aveva
esordito a sorpresa, nel 2007, al Toronto Film Festival.
L'enciclopedia online che sa tutto di tutti mi raccontava la storia
di un piccolo miracolo: una distribuzione in Gran Bretagna e negli
USA, riscontri positivissimi, premi grossi. Lì c'è tutto quello che
volete sapere. Io sono giusto una cosa: che è doveroso recuperare
questo gioiellino. So che Boy A è
una struggente parabola sulle seconde possibilità che ci vengono
concesse, una storia che fa pensare e che tanta gente – il piu
possibile - dovrebbe vedere. Questo ragazzo senza nome e senza pace,
con la timidezza del Charlie di Noi siamo infinito
e i segreti oscuri di ...E ora parliamo di Kevin, t'insegna
– in un'ora e mezza – a farsi volere profondamente bene, e ti
spappola irrimediabilmente il cuore. L'esordio di John Crowley alla
regia ha lo stampo dei migliori film indipendenti. Minuscolo, povero,
rannicchiato su sé stesso, ma con uno sguardo pieno di cose. Pure di
lacrime, tra le altre. Lo sguardo acuto, originale e inedito di chi
le cose le guarda in disparte, dalla prospettiva del perdente,
attraverso una cortina di ciglia che schermano la malizia dei
bambini, l'ottusità degli adulti, le strade senza uscita di un mondo
che ha troppi abitanti e pochi, inutili nascondigli. Assisti,
ammutolito e toccato a tutto ciò, e anneghi nei tuoi perché. Perché
certa gente è condannata dal peso di stelle avverse, perché vediamo
il bene e mai il male, perché chi nasce triste non può morire
felice. Perché storie nate nella violenza devono chiudersi nella
violenza. Protagonista magnifico e sconvolgente, un giovane Andrew
Garfield – e non pensate a Spider-Man,
ma pensate al ragazzo con un piede nella fossa che, nel finale Never
let me go, si concedeva un grido
talmente disperato da lacerare le corde vocali, scassare i timpani.
Quell'Andrew Garfield che con questa prova si era portato a casa il
Bafta come migliore attore, quando nessuno lo conosceva. Ecco,
Garfield in Boy A –
da protagonista assoluto – ha un'intensità ancora maggiore.
Infantile, ingenuo, misteriso, mi ha messo a
soqquadro il cervello, ha staccato qualche spina e, sui miei
occhiali, è comparso un bel Game Over.
A fine film, avevo perso. Ero perso. Il suo personaggio, che ha preso
vita da un romanzo di Jonathan Trigell che è ovviamente finito in
lista, merita perdono sin dal suo ingresso in scena. Si è macchiato
di una colpa orribile, da bambino, e ha passato l'adolescenza in
carcere. Quando esce, con un nuovo nome e un futuro tutto da
scrivere, ha la speranza dei bimbi che gli arde dentro. In una delle
poetiche e semplici sequenze iniziali, guarda – dal finestrino –
quel mondo che gli è stato nascosto lontano dagli occhi per metà
della sua vita e si emoziona. Io mi sono emozionato con lui e, come
un genitore, l'avrei tenuto per mano, mentre si districava tra le
risse, le droghe e gli amori di una splendida adolescenza tardiva.
Come puoi abbandonare quel bambino cresciuto – che non pensa di
meritarsi un Ti amo, che sbaglia e si corregge, che cade e si rialza
– in una giungla di rancore? Siamo deboli, siamo senza pietà e
strappiamo la sua mano dalla nostra. Vaga, salta sui treni, si
rifugia sul molo di Blackpool, lui. E' quando i giornalisti diventano
mostri e i presunti mostri diventano cani randagi da scacciare che
capisci quant'è bello e triste questo scricciolo di film qui. Le due
cose fanno a pugni e si abbracciano, proprio. Grato nel profondo che
mi abbia tolto qualcosa come qualche giorno di vita. Nel momento
stesso in cui la rabbia e l'emozione si sono esaurite, però, ho
iniziato a consigliarlo a gran voce. Guardatelo presto. (9)
L'Oscar
l'abbiamo vinto noi. La vera, inconfondibile, inarrivabile Grande
Bellezza, però, proveniva
dal vicino Belgio. Arrivava a cavallo di un pentagramma, su una
canzone romantica. L'avevano detto in tanti, e in tanti avevano
ragione. Quella famosa canzone parla della splendida storia d'amore
tra un cowboy dalla voce d'angelo e una bionda principessa con il
corpo interamente tatuato e l'indole distruttiva e malinconica delle
rock star. Si conoscono dietro un microfono, mentre cantano. Si danno
un bacio dietro un cappello da sceriffo. Si sposano in un bar, con un
finto prete che imita Elvis e con un tavolo da biliardo verde come
altare. Improvvisamente, si trovano in tre. La loro è una bambina
perfetta, ma non così tanto. Si ammala, il suo sangue diventa
bianco, e loro si spezzano, insieme al cerchio che avevano costruito
con cura, fedeltà, passione. Alabama
Monroe è un dramma in
musica che arriva nel profondo di te, cantando. Suggestivo,
trascinante, struggente. Nobili briganti, cuori zingari. Tutti
possono farsi case. C'è tanta carne al fuoco, ma la pellicola –
colma di brividi e di canzoni - sa generosamente far tesoro di ogni
tassello. Dio è ovunque, anche se non sembra. La vita è ovunque,
anche se la tragedia la offusca. Ci sono bambine che si trasformano
in uccelli, uccelli che si trasformano in stelle, passeri che
scambiano il vetro di una finestra per il cielo... e si schiantano.
Voci cristalline, interpreti magistrali, un furioso e liberissimo
montaggio alla 21
Grammi che ci mostra i
protagonisti in ordine sparso – felici, tristi, giovani, vecchi,
innamorati, feriti a morte, insieme, separati, con la speranza e
senza. Johan Heldenbergh e Veerle Beatens sono la metà di un tutto:
Alabama e Monroe. Alabama Monroe. Lui sembra un po' Josh Brolin, lei
è sensuale ninfa e sensibile mamma. Due attori fantastici, che ci
regalano una prova d'intensità mai vista. Non li conoscevo e,
guardandoli, come mi era successo con La
vita di Adele, ho pensato
che quei due sconosciuti avessero sempre vissuto in quel film. Lì, nell'intercapedine oscuro tra due anime appassionate. Fanno a gara di sensi di colpa, si fanno scudo coi rimpianti, fanno
l'amore e la doccia insieme, nudi. Io so che il biglietto del cinema,
in questi giorni, viene tre euro appena. E so che questo è film che
dovete necessariamente andare a vedere. Alabama Monroe: “il mio
canto libero, sei tu.” Una
ballad rara che fa ballare i piedi e sanguinare copiosamente i cuori,
che ci parla della naturalezza con cui anche chi ha un animo ribelle,
gitano, inadatto può costruirsi una famiglia. E un amore - tenero e violento - con cui
marchiarsi la carne per l'eternità. Le opere da ricordare. La sequenza finale merita di entrare negli annales. (8,5)
Gimme
Shelter: Dammi rifugio. Una semplice richiesta d'aiuto. Ho
aperto la porta a questo film nel pomeriggio del primo maggio, io. Ho
lasciato che entrasse, si ambientasse, si facesse conoscere. Io non
amo avere ospiti, io non ho particolare empatia verso le persone che
mi circondano, ma per Apple Bailey ho fatto un'eccezione, per una
volta. Mi sono avvicinato al suo dramma sin dal trailer. Quello di
una sedicenne realmente esistente che si allontana da una mamma
violenta, da una vita di povertà e sregolatezza, in cerca di un
posto nel mondo. Per lei, e per un bambino che deve ancora nascere.
L'idea dell'aborto non le passa neanche per la mente: è egoista, ma
sa che con quella nuova vita accanto non sarà mai più sola. Attende
un miracolo nei nove mesi di una nuova nascita. Mi aspettavo un film
indipendente, spoglio, sporco, ma Gimme Shelter è qualcosa di
diverso, con pregi e difetti annessi. E' a stelle e strisce:
americano nel dna. Si parla di speranza, redenzione, riscatto, fede e
seconde possibilità, ma con toni che fanno, talora, breccia. A un
inizio promettente, però, segue una seconda parte in cui la morale
cristiana si fa ingombrante, didascalica e un po' buonista. Da
sermone. Il cammino di questa ragazza perduta fa tappa per La
ricerca della felicità e The Blind Side, infatti, e
la porta in una casa di ragazze madri – quelle di Girl
Interrupted, ma meno “fuori”, e con il pancione di Teen
Mom -, che vanno in chiesa ogni domenica e vivono di poco.
Speranza, soprattutto. Una svolta poco in linea con il resto, quasi
inverisimile, ma eppure coerente. Il web racconta che questa è una storia
vera e che le cose, per la reale Apple, sono andate così davvero.
Buon per lei. Il perché del film sta proprio nella protagonista: un
maschiaccio coi capelli corti, i piercing ovunque, cicatrici sul
viso, un tatuaggio sul collo, vestiti larghi e neri. Ha gli occhi di
un cane abbandonato che ringhia, ma cerca affetto: uno di quelli che,
al primo rimprovero per averla fatta sul tappeto del salotto,
inferociti, scappano via, nel traffico notturno. La sporcizia la
avvolge come un esoscheletro: è esterna. Ha uno sguardo pulito e un
animo malinconico. Il suo ostile mascherone è apparenza. Si capisce
quando cerca di rubare una coperta a un barbone, quando si rifugia in
un'auto lasciata aperta e lascia che le sue lacrime siano tutt'uno
con la pioggia. E c'è Lana Del Rey che canta. Rivelazione del film,
una Vanessa Hudgens rancorosa, brutta e sofferente, al centro di
un'impressionante metamorfosi. Da applausi. Ha una grezza
passionalità che le sfocia da dentro. Vederla imbruttita è strano;
vederla perfettamente in parte lo è meno. Dice tutto anche senza
parlare. Comunica con quel volto arrossato da marionetta rotta, come
fanno poche. La star di High School Musical è cresciuta e, da
qualche anno, sta scegliendo ruoli interessanti. Già nel
trascurabile Il cacciatore di donne era sorprendente: aveva
una maturità che la faceva duettare con attori di spicco senza
abbassare lo sguardo. Qui, accanto a un discreto Brendan Fresar (che
piacere rivederlo), c'è una Rosario Dawson a mille: denti e anima
marci, lunghi pianti, scatti d'ira isterici. Gimme Shelter è
comunque da vedere, anche soltanto per l'intensità della prima parte
e per assistere al piccolo trionfo personale di un'attrice piena di
potenzialità. (6,5)
Un
omaggio alla vecchia commedia all'italiana. Un film impeccabile e
pienamente convincente, sotto tutti i fronti. Una commistione
personalissima di comicità e dramma, con una colonna sonora da
balera che culla e il sole di una Puglia ignorante, sincera e
splendida che ipnotizza. I film di Ozpetek dialogano continuamente.
Chiacchierano di pettegolezzi e rivelazioni, di verità e bugie. Si
scambiano ricordi e confidenze. Mine Vaganti ha verve, toni
brillanti, figure sguaiate e caricaturali. Temi, toni e colori che
celebrano Il Vizietto. Ma il regista ha interessi, passioni,
esigenze che vanno ben oltre il semplice omaggio. Mine Vaganti è
pieno di cose che piacciono ad Ozpetek. E' il film più suo.
Agrodolce. I film di Ozpetek parlano sempre d'amore: di amori perduti
e d'amori impossibili. Quelli che non si scordano, quelli di una vita
intera. Come La finestra di fronte, il film parte da
lontano. Con l'immagine incredibilmente suggestiva di una muta
Carolina Crescentini che, in abito da sposa, fugge tra i gialli e i
verdi, tra i sorrisi e i singhiozzi. Dove scappa? Via dal dovere,
verso il proibito. Davanti a una scelta. Il Massimo Poggio della
Finestra di fronte – sempre muto, sempre in fuga – faceva
dolci: aveva le mani sporche di farina, lavorava in una bottega che
odorava di pasta e pane. Ancora una volta, i dolci. Ancora la pasta.
La famiglia del personaggio di Riccardo Scamarcio ha una fabbrica di
pasta: è l'Italia. Riunioni intorno a un tavolo, brindisi a
sorpresa, sapori e dissapori. La mina esplode lì, in una domenica
che è sacra. Mine Vaganti è una barzelletta che si scopre
realistica. Ridi, ti stupisci dell'apparente paradossalità di alcune
situazioni, ma non smetti di pensare. Ha risvolti di una bellezza che
non ti aspetti. Di quella bellezza che è bella perché si annida
nelle piccole cose. Negli atti di fraternità, negli abbracci
nascosti, tra le righe delle lettere. Le lettere. I film del regista
sono pieni di lettere meravigliose. Come gli scrittori più bravi,
lui ha uno stile che riconosci a colpo d'occhio. Una scrittura
esemplare, nell'ambito di un cinema che è narrativa. I dialoghi sono
infiniti, le voci fuori campo sono onnipresenti, la colonna sonora va
da Mina all'estremo oriente. I personaggi sono anime in cerca di
felicità. Vedete qualche altro film del regista, scopriteli tutti
collegati tra loro. C'è qualcosa di spettrale, qualcosa di magico.
Anche gli attori si ripetono: squadra vincente non si cambia. Nicole
Grimaudo fa bene e male al cuore, Ilaria Occhini è monumentale,
Alessandro Preziosi è meno detestabile del solito. Riccardo
Scamarcio è un grande narratore e un attore italiano convincente
come pochi. Sì, lui, che si è fatto criticare per anni e anni per
il suo Tre metri sopra il cielo. Che era bravo l'ho capito da
un po', ma recuperare questo Mine Vaganti me l'ha confermato
in pieno. Recuperatelo anche voi. E' esilarante. E' autentico. E'
italianissimo. Lo finisci di vedere e ti trovi al cospetto di una di
quelle rarissime volte in cui affermi: Eccola, ho trovato la
commedia perfetta. (8)
- Ma
quant'è brutto. Uno dei film più atroci, strani e inutili di
sempre. Cani di attori, battute patetiche, regia da sit-com. Alla
macchina da presa, eppure, c'è il Mark Waters del cult Mean
Girls. Perché, Mark? Perché.
Sembra il pilot di un telefilm a basso costo che non vorrai seguire
più. Vorrebbe farsi il simpatico, essere il Diario
di una nerd superstar dei
vampiri. In realtà, può ambire giusto a Pretty Little
Liars. Ma è peggio, con i suoi
effetti speciali fatti con Paint, gli orridi flashback, la
protagonista bella, ma insipida. Che roba. I distributori italiani
non sono poi così scemi... L'accademia delle cagate. (0/5)
- Ma
sapete che a me è piaciuto, Pompei? E' il genere di film messo a
punto per il 3D, e per essere massacato dalla critica. Divertente,
fatto bene, lineare, storicamente attendibile quanto la Melevisione.
Un protagonista che ha più addominali che espressioni; una Emily
Browning bellissima; la tragica storia di un amore ostacolato che ha
il suo solito fascino. Combattimenti che catturano, intreccio
elementare, finale carico carico, colonna sonora riciclata qui e là.
Un romantico, affascinante e spettacolare fritto bisto all'ombra del
Vesuvio: il figlio bastardo, ma caruccio, di Titanic
e Il Gladiatore. Paul
W.S Anderson - dopo I tre moschettieri steampunk
e Resident Evil vari -
ritorna, e ci piace così. Svelto, leggero e un po' tamarro.
(3/5)
- Pallido
e opaco thriller giudiziario, ispirato a un controverso caso di
cronaca nera.
Un
caso nebuloso e irrisolto che fa di Devil's Knot un film
nebuloso e irrisolto.
Ben
fatto, ma frammentario, documentaristico, impersonale. Non osa
percorrere né la strada della violenza, né quella della commozione.
Assente la mano solitamente riconoscibile di quell'adorabile
“malatone” che è Egoyan, la Whiterspoon e Firth sottotono. Lui
spento, lei destinata a rari momenti di esplosione. Trascurabile. Leggete del misterioso omicidio di questi
bambini su Wikipedia: non vi dirà niente di più, niente di meno.
(2/5)
- Commedia
lieve, garbata, realistica su un'insegnante che legge troppi libri e
fa troppi sogni. Non pienamente riuscita, ma equilibrata e
divertente. Una storia nella storia, una sceneggiatura nella
sceneggiatura. Brava, come al solito, la Moore. Una zitella "inside"
con in testa le voci normative della Austen e di Jane Eyre. Originale
l'idea della fastidiosa voce over, simpatici i comprimari.
Indipendente, carino, innocuo. (2,5/5)
-That
awkward Moment: that awkward
movie. New Girl diventa
film, ma senza una Girl. Una commedia scialba, inutile, noiosetta e
banale che non ha nemmeno il coraggio di essere volgare, per
strappare qualche risata. Le cose più simpatiche le mostra già il
trailer: tipo overdose di Viagra, sesso, gente che fa la pipì a
cavallo del water. Poteva essere carino, invece no. Mentre la Hudgens
svela la sua bravura in Gimme Shelter,
qui il collega Efron mostra addominali e spicchi di chiappe. A
ognuno il suo. (1,5/5)
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