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Tu sei qui,
di David
Nicholls.
Neri
Pozza,
€ 20, pp. 384|
Lei,
Marnie, è un'editor di città. Sposata e divorziata ancora prima
dell'arrivo dei trent'anni, patisce il fatto che i protagonisti dei
libri che corregge facciano più sesso di lei. Lui, Michael, è un
professore di geografia. Ferito nel fisico e nei sentimenti, nasconde
sotto i maglioni infeltriti i dolori per il matrimonio naufragato a
causa dei problemi di infertilità. Uguali ma diversi, faticano
entrambi a riprendersi e, come animali feriti, preferiscono
rifugiarsi nella solitudine. Hanno realmente chiuso con l'amore, o
l'hanno soltanto offerto alla persona sbagliata? David Nicholls, da
sempre un fuoriclasse in materia di commedie romantiche, torna in
libreria con un'altra storia perfetta per diventare un film. I
dialoghi sono brillantissimi, i toni nostalgici, lo spunto
cinematografico: spinti da amici comuni, infatti, i protagonisti si
metteranno alla prova con un trekking costa a costa. Trecento
chilometri, puntando dritti al mare.
C’è
una sorta di tirannia anche in questo, nell’idea che la vita debba
essere piena, come se fosse un buco che devi continuare a riempire,
un secchio che perde, e non basta riempirla, devi anche farti vedere
che la riempi. Devo per forza avere hobby, progetti, amanti? Devo per
forza eccellere?
Tra
piogge torrenziali e schiarite, laghi gelati e paesini sommersi,
stanze da incubo e playlist condivise, passeggeranno nei luoghi di
Wordsworth e delle sorelle Brontë parlando di amore, sesso, vita,
morte. Benché il lieto fine appaia questa volta dietro l'angolo,
vietato dubitare del tocco inconfondibile dell'autore di Un giorno. Anche se non destinati alla tragedia, Marnie e Michael
appaiono struggenti coi loro ordinati dispiaceri: la genitorialità
mai arrivata, l'ansia sociale peggiorata con il lockdown, la
difficoltà di stringere rapporti sinceri dopo i quaranta. Ma a furia
di camminare i calcagni si induriscono, il passo si fa più svelto,
la lingua si scioglie. Anche la socialità è un muscolo che va
allenato, per scongiurare l'atrofia? Ambientato in una natura aspra
ma mozzafiato, Tu sei qui ha per colonna sonora i No Doubt e
il picchiettare della pioggia sul cappuccio cerato. Soprattutto, la
medesima gentilezza degli escursionisti che, quando ti incrociano, ti
salutano sempre. Sul finire dell'anno appena passato, così, ho sognato anch'io la crisi di
mezza età e un viaggio coast to coast.
Il
mio voto: ★★★½ Il
mio consiglio musicale: Joni Mitchell – Blue
Lui
è un rabbino da poco uscito da una lunga relazione e in attesa della
promozione della vita. Lei, invece, è l’autrice eternamente single di un popolare podcast sul
sesso. Come nel più classico dei boy meets girl
degni di questo titolo, i due – per quanto siano agli antipodi – si incontrano e
fanno le scintille promesse. Le famiglie e gli amici, intanto, borbottano.
Facendo leva sull’ormai abusato effetto nostalgia, Nobody Wants
This è giù un successo rinnovato in tempi record per una seconda
stagione. La formula, semplice ed efficace, si limita a far
innamorare due degli attori più iconici di una generazione fa – e
a farci innamorare nuovamente di loro, ormai bellissimi e spiegazzati quarantenni.
Peccato che, a dispetto del talento del redivivo Adam Brody e della
prezzemolina Kristen Bell, la loro serie sia una comedy innocua,
antiquata, alquanto noiosetta (userei gli stessi aggettivi per il
film Tutti tranne te, similmente accolto alla stregua di
classico istantaneo), che fa parlare di sé soltanto perché i
leggendari Seth Cohen e Veronica Mars si scambiano per la prima volta
tenerezze. Più che a una serie Netflix di ultima generazione,
somiglia a uno di quegli show dei primi anni Duemila rubati agli
oziosi pomeriggi adolescenziali di Italia Uno. Che il titolo avesse
ragione? (5,5)
Nick e Charlie stanno crescendo. Ormai sedicenni, iniziano a
porsi i primi problemi dei grandi: disturbi alimentari, sesso e università tra cui scegliere. Dolcissimi come sempre, anche se più
provati che in passato, continuano a essere l’anima di una commedia
romantica surreale ma bella, che poco somiglia, purtroppo o per fortuna,
all’adolescenza odierna. In un mondo senza bullismo né
discriminazioni, questa volta appare eccessivamente forzata la
dimensione corale: pur di includere in ogni puntata quei comprimari
variopinti, amichevoli, queer, salta puntualmente fuori una festa, un
campeggio, un concerto. Non c’erano modi meno macchinosi, mi domando, per
riunirli? Nella stagione più ripetitiva e monotona, però, si
nasconde a sorpresa anche l’episodio più prezioso delle tre: un
gioiello di scrittura e sensibilità – due punti di vista
complementari, lo struggimento della lontananza, un corto
sperimentale girato la notte di Halloween – che si termina con gli occhi lucidi e il sincero bisogno di averne altrettanti di così ispirati. Sarebbe
stato un finale di stagione ben più memorabile da quello scelto
dagli sceneggiatori. Per Kit Connor e Joe Locke, nel frattempo, si
prospettano carriere in crescita. Quanto toccherà aspettare per
ritrovarli? (7)
Li
ho conosciuti all'età di quindici anni. Li ho incontrati
nuovamente dopo aver spento trenta candeline. Emma e Dexter – una delle mie
coppie preferite di sempre – tornano a un
decennio di distanza dall'omonimo film. Ci
pensa Netflix, che promette maggiore aderenza al romanzo e offre un ottimo trampolino di lancio a due interpreti che
faranno strada: Leo Woodal e Amika Mod. Fedelissima al
materiale di partenza – a tratti anche
troppo –, questa seconda trasposizione ripropone tutti gli elementi
del libro cult: meno, purtroppo, la magia tra i protagonisti.
Bravi ma troppo acerbi, gli attori mancano di chimica e fanno
rimpiangere Jim Sturgess e Anne Hathaway. Non aiuta il pressappochismo della messa in scena.
Nonostante una storia d'amore lunga vent'anni, Emma e Dexter non sembrano invecchiare mai: Woodal, ad esempio, conserverà il ciuffo biondo del
primo episodio per tutto il tempo. Nonostante
l'iconicità degli anni Ottanta-Novanta, inoltre, non sono riuscito a
respirarli: l'algoritmo appiattisce tutto
sotto un'aria patinata e, in nome dell'inclusività, regala al
personaggio femminile origini indiane. Ho preferito il romanzo?
Assolutamente. E il film – sì sintetico, ma capitanato da un
eccezionale duo attoriale? Sì. Ho pianto comunque,
arrivando a un epilogo arcinoto? Inutile chiedermelo. Non mi
riprenderò mai da questa cotta, né dal crepacuore che ne consegue.
(6,5)
Ho
detto addio per sempre ai miei vent'anni in compagnia di David
Nicholls. Avrei voluto rileggerlo da un po'. Il bisogno, poi, si è
fatto urgenza con l'avvicinarsi del mio compleanno. Lo avrei
festeggiato lontano da casa. Alla mia tavola, intento a soffiare
sulla trentesima candelina, avrei avuto soltanto facce nuove; gli
amici di oggi. E quelli storici? E il mio passato? Nell'impossibilità
di averli con me, ho fatto posto a Emma Morley e Dexter Mayhew: li
conosco come le mie tasche, in fondo, dalla metà esatta della mia
vita. Quando li ho incontrati per la prima volta, al ginnasio, erano
più grandi di me: con il loro odore di vino e sigarette, con il
sogno di cambiare il mondo, mi sembravano irraggiungibili. Lei con
una citazione letteraria per ogni occasione, lui con le Oxford ai
piedi anche nelle scarpinate; lei con gli occhiali a fondo di
bottiglia sfoggiati come una medaglia al merito, lui perennemente in
posa come una stella del cinema italiano. Non sapevo ancora che avrei
vissuto le stesse crisi, gli stessi strappi, le stesse frustrazioni.
Non sapevo ancora che, soprattutto a venticinque anni, ci si sente
tutti persi. Me lo sono ripetuto come un mantra dopo la laurea
(insieme a un'altra frase cult: «Ti amo, ma non mi piaci più»),
quando la cruda luce del giorno ha mostrato la spaventosa fragilità
dei miei ideali: in balia del precariato, ho seguito le tracce di
Emma. Come lei, insegno Lettere e vado al cinema per le rassegne di
Kieslowski. Ma, sempre come lei, non smetto di sognare una mansarda
parigina in cui rifugiarmi a scrivere in attesa del mio sudato lieto
fine. Cosa ne sa invece Dexter: un bellimbusto che lavora in TV ed è
sempre troppo brillo per aggiornare la lista delle sue amanti? A
questa ennesima rilettura, mi è parso meno superficiale che in
passato; non mi ci sono rivisto, ma ho visto in controluce quel suo
cuore buono massacrato dagli eccessi, dai rovesci di fortuna, dalle
coincidenze mancate.
“Vivi
ogni giorno come se fosse l’ultimo”, di solito il consiglio era
questo, ma chi aveva l’energia sufficiente per farlo? E se pioveva
o eri di cattivo umore? Molto meglio cercare di essere buoni e
coraggiosi e audaci e cambiare le cose in meglio. Non proprio
cambiare il mondo, ma il pezzettino di mondo intorno a te. Esci allo
scoperto con la tua passione e la tua macchina da scrivere e
impegnati al massimo per… qualcosa. Magari cambia la vita degli
altri con l’arte. Coltiva le amicizie, non tradire i tuoi principi,
vivi intensamente, appassionatamente. Apriti alle novità. Ama e
fatti amare, se ti capita la fortuna.
Emma
si piega, ma non si spezza: ha dalla sua la costanza di chi continua
a innaffiare perfino un'amicizia che, a volte, somiglia a un bouquet
appassito. Dexter, restio a lasciarsi istruire con letture impegnate,
resta incastrato sotto una maschera che fatica a calzargli una volta
sfumato l'ardore giovanile: in crisi d'identità, chi è quando né i
riflettori né l'adorazione di Emma lo illuminano più? Adorabili,
affiatati e frustranti, ormai al centro di ben due adattamenti, sono
ricordarti a torto come i protagonisti di una storia strappalacrime.
Un giorno, in realtà, è una commedia brillantissima nello
stile di Harry ti presento Sally, animata dal ritmo perfetto
dei dialoghi cinematografici e da una scrittura pervasa dalla stessa
malinconia di certe Polaroid. Più che a un'istantanea, però, questo
romanzo somiglia alle foto in movimento di Harry Potter: in
500 pagine ecco che tutto cambia, ecco che tutti cambiano. Si passa
dalla leggerezza degli anni Ottanta alla tragedia degli attentati
terroristici, dai messaggi in segreteria ai primi cellulari, dalle
lauree ai matrimoni; arrivano poi i figli, i mutui da pagare, le
separazioni, il metabolismo rallentato, le rughe d'espressione. I
corpi si inflaccidiscono, le volontà si infiacchiscono.
L'irrequietezza iniziale lascia spazio al consolante trantran della
mezza età: soltanto litigare di politica estera, allora, garantirà
alla coppia annoiata un sussulto inatteso.
Forse
era condannata a essere una di quelle persone che passano la vita a
provarci.
In
Nicholls mi sono visto come attraverso uno specchio deformante.
Contemporaneamente e di colpo, ho avuto la consapevolezza di chi ero,
sono, sarò. È troppo presto per immaginarmi a quarant'anni; ma
intanto sorrido già ai bambini per strada, scorro le inserzioni
degli appartamenti in vendita, ingollo pasticche di Bioscaline per
prevenire la stempiatura. Scommetto che Emma e Dexter ci saranno
anche allora, pronti a saltare fuori come una lettera d'amore
dimenticata in India tra le pagine di Casa Howard; come un
ritornello di musica leggera che, sparato di ritorno dalla gita
scolastica, a sorpresa legherà me e i miei studenti in un canto
intergenerazionale. Sono nato il 4 aprile: un detto popolare dice
che, se piove quel giorno, pioverà per quaranta giorni. Il “giorno”
di Nicholls cade il 15 luglio: i goccioloni a San Swithin sono
sintomatici di un'estate piovosa. Coincidenze, dite? A quindici anni
credevo che i film, i libri, le canzoni cambiassero la vita. A
ventinove, mi davo dell'illuso. A trenta ho espresso un desiderio:
non svilire mai la meraviglia degli adolescenti che siamo stati. A
giudicare dalla sommessa euforia di questa rimpatriata, ho sempre
avuto ragione. Ho riposto l'ombrello, piantato le candeline col
numero trenta alla base della mia pianta grassa: sarà una primavera
serena. Em e Dex, mancate sempre. Mancate già.
Il
mio voto: ★★★★★ Il
mio consiglio musicale: Smiths - There Is a Light That Never Goes Out
Lei
psicologa, lui chirurgo, compongono una coppia perfetta. Nonostante
la frenesia della vita newyorkese, dedicano tutto il tempo che serve
alla famiglia e alle pubbliche relazioni. Il loro dramma inizia
all'indomani di una cena di beneficenza: una delle partecipanti, una
giovane mamma di modeste origini, viene trovata massacrata sul retro
del proprio laboratorio d'arte. Alla festa spiccava come un pesce
fuor d'acqua, perché bella e procace. E, soprattutto, perché
profondamente triste. Quale sofferenza nascondeva? Come mai i
protagonisti sono i principali sospettati? Nicole Kidman e Hugh
Grant, divi intramontabili che tutti avremmo sognato di vedere
insieme in una commedia romantica degli anni Novanta, sono finalmente
uniti da un'anonima Susanne Bier in una miniserie attesissima. Glamour e
invidiabili, anche se spiegazzati, vengono torchiati dalla polizia:
qual era il loro legame con la nostra Matilda De Angelis, attrice
italiana al centro di una grande produzione internazionale e di un
giallo modesto ispirato all'omonimo romanzo di Jean Hanff Korelitz? Non nuova al piccolo schermo, Nicole Kidman
torna al ramato e nella sigla canta come fece in Moulin Rouge:
superba al solito, regala al personaggio occhi sbarrati per lo shock e rossori. La
sua reazione al nudo integrale della De Angelis, insieme a un breve
bacio saffico in ascensore, sono già cult. Il migliore, però, è
Hugh Grant: un uomo imprevedibile e sornione, nell'occhio del
ciclone, a cui l'attore inglese aggiunge la sua naturale faccia da
schiaffi, fascinosa anche con qualche ruga in più. È semplicemente
un marito infedele, o anche un assassino? Se la prima metà di The
Undoing è un patinato thriller erotico con un intrigo che
promette scintille, la seconda diventa un dramma processuale senza
grandi guizzi narrativi o stilistici. Più lineare del previsto e
inutilmente dilungata, la storia avrebbe avuto bisogno della metà
delle puntate o di un film di due ore per funzionare meglio. Mentre
l'ultimo episodio è necessario per tirare le fila – c'è anche il
colpo di scena, dignitoso ma non a effetto –, la maggior parte degli altri sembra voluta soltanto per far spazio al popoloso
cast. Peccato che il patriarca Sutherland, il detective Ramirez e
l'amica pettegola Lily Rabe abbiano ruoli minuscoli, e a spuntarla a
sorpresa sia l'avvocato difensore di un'ottima Noma Dumezweni. Nel
complesso senza infamia né lode, per quanto recitata ad arte, The Undoing si segue
con curiosità costante. Ma in giro ne parleranno più per il look
alla Eyes Wide Shut della ritrovata Nicole o per le forme da
capogiro della prezzemolina Matilda. (6,5)
L'ho
letto sei anni fa di questi tempi. Quando eravamo ancora una famiglia
ma, lo scrivevo nella recensione, mostravamo già le prime crepe
preoccupanti. Grande ritorno in libreria dell'autore di Un giorno,
Noi era un romanzo diversissimo dal precedente ma non meno
struggente. Soprattutto per me, che in fatto di dissapori domestici
la sapevo già lunga... Qualche anno dopo avrei avuto la fortuna di
incontrare David Nicholls a Milano e di raccontargli di me
disturbandolo su una panchina: lui era al cellulare, stava
correggendo una sceneggiatura che di lì a poco sarebbe diventata
questa miniserie della BBC. Ancora inedita in Italia, Us traspone
in quattro episodi il romanzo del 2016. Come appare questa storia oggi, se nel frattempo la mia famiglia si è sfaldata
ufficialmente ed è arrivato il Covid-19 a proibire gli spostamenti? La
trama segue tappa dopo tappa il grand tour della facoltosa famiglia
Petersen: mamma, padre e figlio ormai ai ferri corti, che prima di
separarsi tentano di salvare il salvabile in un lungo viaggio per
l’Europa. Protagonista assoluto è uno straordinario Tom Hollander,
caratterista inglese capace di slanci e patetismi: capofamiglia
ansioso e razionale, intrappolato nella grigia routine del mestiere
di scienziato, si improvvisa supereroe per recuperare l’amore della
moglie Saskia Reeves – odiosissima – e del figlio ribelle, il
promettente Tom Taylor. Tra passato e presente, tra Parigi e Venezia,
Hollander ripercorre i luoghi nostalgici della luna di miele e bracca
il fuggitivo Taylor, adolescente alla ricerca della propria identità
sessuale, in lungo e in largo: il protagonista sta inseguendo il figlio o scappando dal responso, ossia la rottura definitiva? Ironico e
delicato, inguaribilmente British, Nicholls ci spezza il cuore come
soltanto lui sa fare. E ci offre il ritratto agrodolce di una coppia
al capolinea, sopravvissuta con difficoltà alla fine della
giovinezza e alla morte della primogenita, di cui ormai restano
soltanto pochi ricordi in una scatola. Cosa rende una famiglia tale?
Le carte di un eventuale divorzio ne sancirebbero la fine? Ogni
giorno, soprattutto sotto le feste, me lo domando a proposito della mia. Ci ho
ripensato con commozione con questa produzione inglese estranea al
lockdown. Il prezioso promemoria di quand'eravamo uniti,
spensierati, in viaggio: noi, prima persona plurale. (7)
|Gli anni incompiuti, di Francesco Falconi. La Corte Editore, €
17,90, pp. 269 |
Si
può amare qualcuno a prescindere dall’orientamento sessuale? È la
domanda che si pone Marco. Figlio di un uomo
severissimo, nato a Venezia ma trapiantato a Grosseto, ha sempre
avuto un’unica costante: Aurora. Cresciuti insieme, all’inizio
condividono gli andirivieni delle reciproche famiglie e, all'indomani del liceo, un appartamento a Siena. Lui studia Ingegneria, lei sogna il mondo
editoriale. La sorte e il lavoro li porteranno a Roma nel boom della new economy. Cambia la storia d’Italia, cambiano loro.
I
capelli si ingrigiscono. Le persone deludono e si trasformano.
L’egoismo e il non detto minacciano l’armonia. Ma quello dei due
è un viaggio lungo quarant’anni, fatto di svolte epocali – si
parte dalle stragi a mano armata e si finisce con l’annuncio della
Brexit – e sentimenti impossibili
– lui, omosessuale, sa infatti di non poter ricambiare lei fino in
fondo. Cosa può far scoppiare una coppia, però, se si è anime gemelle? Comunque andrà, li legherà per
sempre qualcosa di magico – il ventinove febbraio, l’eccezionale
giorno in cui sono venuti al mondo – e resteranno Bastiano e l’Infanta Imperatrice della loro personale storia infinita.
Hai un
cielo da donare e un universo da ricevere. Vuoi davvero rinunciare a
tutto questo? Abbandonati. Tutto si può combattere nella vita,
tranne questo. Perché, dentro te, c’è una rivoluzione d’amore.
Lungi
dall’essere un classico romanzo sentimentale, Gli anni
incompiuti è un patchwork di immagini, ricordi e
momenti. La prova della maturità per il prolifico
Francesco Falconi, noto finora come autore fantasy, che con
professionalità e leggerezza si è messo spesso in gioco con
tematiche ed editori differenti. Ingegnere prestato alla narrativa,
un po’ come il protagonista, riserva alla scrittura una passione
già riscontrata ai tempi di Muses e Gray. Sente le sue
storie nel profondo, e si sente. Quest’ultima in particolare appare
meditata a lungo, travagliata; un lavoro di introspezione che è
impossibile non riconoscergli. Con una vena creativa
un po’ sacrificata in nome della verosimiglianza, Gli anni
incompiuti mi è parso approfondito nel contesto storico e nello
scavo psicologico dei due protagonisti, entrambi al centro di
un’evoluzione importante insieme alla società che li circonda. Ben
contestualizzato, scorrevole e appassionante, convince più nei
dialoghi che nelle parti narrative – la ricerca del
lirismo e della letterarietà, a tratti, non mi ha convinto: non
serviva, per me, citare William Blake e Luigi Pirandello per nobilitare
ulteriormente i sentimenti della coppia – e racconta con nostalgia
una generazione che non mi appartiene. Con più sicurezze economiche
rispetto a oggi, ma con una minore libertà d’espressione.
Gli errori
sono castelli di se e di ma. Castelli che tutti desideriamo nella
nostra vita e che crediamo siano la nostra casa per sempre. Poi, un
giorno, capiamo di aver costruito dei muri di vetro e delle
fondamenta di carta.
Tra
hit anni Ottanta, musicassette e citazioni pop, Francesco descrive gli anni di una rivoluzione sociale, politica e tecnologica. E ne fa
vivere, così, una anche ai propri personaggi. A colloquio con un interlocutore
misterioso, il narratore si dà a un viaggio della memoria in cui
ogni luogo è un ricordo; ogni capitolo è una finestra aperta a quattro anni di distanza dalla precedente. Marco e Aurora si scontrano con la
paura di essere soli e abbandonati. Si imbarcano in relazioni
fallimentari, si buttano in carriere redditizie ma stranianti. Si
biasimano aspramente, si lasciano e si riprendono. E non ho potuto
non pensare – tanto per la struttura narrativa a balzoni quanto per
i conflitti interiori – agli indimenticabili protagonisti di
Un giorno, di cui nella seconda parte Gli anni incompiuti
sembra essere quasi la risposta italiana. I paragoni con uno dei
miei romanzi del cuore sono difficili da reggere e non
giovano. Ma non influenzeranno i lettori che ancora non hanno
conosciuto in precedenza la fantasia di Francesco Falconi, né i
rendez-vous di Emma e Dexter nel giorno di San Swithin. Marco e
Aurora, da qualche parte, resteranno sani e salvi: preservati come i
petali di una viola del pensiero tra le pagine di un vecchio libro.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Nicola Piovani - Quanto t'ho amato
Ci
sono estati che vorresti non finissero mai: quelle delle grandi
svolte.
Pensa alla liberazione dopo l'esame di maturità, per esempio, con davanti a te due mesi
– non abbastanza, insomma – per decidere quel che sarà dopo il
liceo.
Alla laurea, ancora, con una corona d’alloro secca per
metà sull’armadio e l’incertezza più totale
verso un futuro faticoso da mettere a fuoco.
Pur essendo un tipo più
adatto all'inverno, anch’io quest’anno l’ho
sperato: poteva questa bella stagione prolungarsi fino al termine
dell’incertezza? Vivo infatti il primo settembre senza esami da
fare, completamente libero e altrettanto sperduto. Ho compilato in
questi giorni il primo curriculum – mandato dappertutto: mi terrorizza la prospettiva di un autunno con le mani in
mano – e le prime messe a disposizione, inoltrate qui e lì in
attesa di un bando di concorso che mi si nega, di una graduatoria che
finora non m’include. Vorrei mettere sotto il materasso i primi
guadagni in cerca d’indipendenza, o forse, amara verità, mi
accontento e basta; nei giorni storti, quando l’umore è basso, mi
butto via. Mi ha raccolto la mano provvidenziale di David Nicholls,
scrittore dal tempismo perfetto, e fra una pagina e l’altra mi ha
fatto conoscere il suo nuovo protagonista. Presentatevi pure, ha
detto: Charlie ti somiglia tanto, e giacché mal comune è mezzo
gaudio, vedrai, a tratti vi supporterete a vicenda. A poco è servito
dichiarare il mio scetticismo – un Charlie uguale a me lo conoscevo
già, quello di Noi siamo infinito–, dal momento che
l’autore di Un giorno ci aveva ormai presentati. E sì, la somiglianza c'era.
La noia era la nostra condizione naturale, però la
solitudine era tabù [...] Costa fatica non
sembrare soli quando lo si è, o sembrare felici quando si è
infelici. È come reggere una sedia in equilibrio su una mano sola:
quando non ce la facevo più prendevo la bicicletta e mi allontanavo
dalla città.
Sedici
anni, votato alla discrezione, il protagonista è un adolescente che
sugli annuari non spicca. Seduto a bordo pista, guarda il mondo con occhi grandi così e cerca di
rubare ricordi in ogni angolo; di immagazzinarli con un battito di
ciglia. È il ballo di fine anno – ghiaccio secco, camicie firmate
a penna, qualche chiazza di vomito per un bicchiere di troppo – ma
lui preferisce estraniarsi. Cosa c’è da festeggiare se gli esami
sono andati malissimo, il college è fuori discussione e l’unica
soluzione per arricchirsi è fare la cresta sui gratta
e vinci? David Nicholls me l’ha reso subito affezionato
descrivendolo mentre scorrazza in bicicletta per le strade di una
città industriale – lì le vie hanno nomi di vecchi poeti, peccato però che la periferia disconosca qualsiasi lirismo – o, come facevo io
stesso dopo la separazione dei miei, mentre tentenna sul
pianerottolo di casa. Dall’altra parte dell’uscio c’è un padre
depresso, inconsolabile quanto il mio dopo il trasferimento di mamma,
al centro però di un doppio dramma: jazzista fallito, fa i conti con una bancarotta economica e
sentimentale.
Conosco il desiderio di evitarne lo sguardo. Ricordo le
cene a base di spinacine e la fine infelice di frutta e verdura,
destinate puntualmente a marcire nel frigo due uomini soli. Ho
presente la tentazione di mascherare la paura del futuro, evitando il
trauma di un ennesimo cambiamento, con la scusa che toccasse restare
fisso all’ovile per fare da ago della bilancia. L’unico
modo di conoscere l’anima gemella, a dispetto dell’apatia, è
fare come nella canzone di Tenco: innamorarsi in mancanza
d’altro da fare. È casualmente che Charlie si stende in un
prato degno del Decameron. È casualmente che la travolgente Fran – una di
quelle bellezze che saresti tentato all’istante di
immortalare in un ritratto – inciampa sull’intruso mentre prova
con una compagnia di attori amatoriali. Metteranno in scena Romeo
e Giulietta, in quegli anni portato al cinema anche da Luhrmann.
La proposta è di quelle che non si rifiutano: accettare il ruolo
di Benvolio per condividere con l’intrigante sconosciuta – e con
Alex, Helen, George, Lucy – passeggiate sull’erba, prove
estenuanti, feste alcoliche e, se tutto fila liscio, pomiciate
spinte. Charlie accetta.
Ma
le storie d’amore sono noiose. L’amore è una cosa normale solo
per chi non lo vive, e il primo amore è spesso goffo e ghiandolare.
Shakespeare doveva saperlo: prendete il testo della storia d’amore
più famosa del mondo e provate a stringere fra pollice e indice le
pagine dove gli innamorati sono davvero felici, non il crescendo che
precede l’amore o il conflitto che ne consegue, il lasso di tempo
in cui l’amore è condiviso e sereno. Si tratta di una manciata di
pagine, il breve interludio fra anelito e disperazione.
Adatto
a un pubblico più giovanile, Un dolore così dolce ha unico difetto oggettivo: a
colpo d’occhio è la somma matematica dei successi passati e, pur
essendo vicinissimo al sottovalutato Il sostituto, include i
rimpianti di Emma e Dexter, le famiglie disfunzionali di Noi,
l’effetto nostalgia delle Domande di Brian. Ma dove trovare,
d’altra parte, la stessa brutale onestà nel trattare una
perdita della verginità che ha davvero del tragicomico? Quei
dialoghi brillanti, da sceneggiatore navigato, che con il filtro
dell’autoironia colgano sottili analogie fra le vicissitudini dei
protagonisti e quelle degli amanti di Verona?
La lettura di Un
dolore così dolce ha significato sbirciare in una palla di vetro
per scoprire con il dono della preveggenza, a vent’anni di
distanza, cosa sarebbe stato del colpo di fulmine con Fran. E un po’,
quindi, anche di me. Se Charlie avesse trovato il suo posto nel
mondo, infatti, ci sarebbero state buone speranze anche per il sottoscritto. E
se Charlie rideva – una risata simulata, da palcoscenico – ridevo
anch’io, mentre da recitata la contentezza diventava pian piano
reale. E se Charlie diventava più sé stesso fingendo di essere
qualcun altro, prendevo esempio e pendevo obbediente dalle labbra del
Bardo: colui che talora presta al protagonista in crisi i pensieri e
le parole, diventando suo consigliere personale; un modo di essere. Scorrono le pagine, e assieme corrono gli anni
Novanta. Quelli delle promesse solenni, dei giuramenti fra amici che
impongono di non perdersi mai di vista. Ma il mese dopo ci si
eviterà già in centro, per imbarazzo o antipatia: cosa dirsi,
infatti, come rapportarsi, con il sopraggiungere di settembre?
A
volte ci penso, sai. Penso a come mi sentivo, e non voglio fare la
sentimentale o roba del genere, ma per me il primo amore è come una
canzone, una stupida canzoncina, la senti e pensi, non voglio sentire
più nient’altro, qui c’è già tutto, questa è la melodia più
bella che sia mai stata scritta. Poi cresci e non lo metti più quel
disco, ora sei più tosta, e smaliziata, e hai gusti più raffinati…
Ma quando la senti per radio, be’, è ancora una bella canzone.
I
negozi di dischi stanno già iniziando a chiudere. La crisi
finanziaria miete le vittime iniziali. I cellulari, costosi relitti
senza i miracoli di WhatsApp, mettono spesso nei pasticci per
l’impossibilità di comunicare in tempo reale ritardi o
fraintendimenti. La storia d’amore di Charlie ha lo spirito
gaudente di alcune estati scacciapensieri e, nell’epilogo, infonde
il magone di un’alba sulla spiaggia o di una brutta notizia alla
radio che, dal nulla, interrompe un ritornello di Madonna. E rivela,
purtroppo, che anche le principesse muoiono.
Il
primo amore non si scorda mai, giurano. L’ultimo Nicholls chissà.
Un giorno potrebbe essere dolce perfino dimenticarlo e riscoprirlo,
proprio come accade con quell’amica avvicinata con un misto
d’imbarazzo ed euforia alla rimpatriata a cui non volevamo nemmeno presentarci – meglio non scomodarlo, il vespaio dei
sedici anni. Per fortuna, in pace con noi stessi, alla fine
abbiamo detto sì.
Il
mio voto: ★★★★
Il
consiglio musicale: The Verve – Bittersweet Symphony
|L'età ingrata, di Francesca Segal. Bollati Boringhieri, € 18,
pp. 350 |
Julia,
pianista vedova, inglese, e James, ginecologo divorziato, americano,
si innamorano contro ogni pronostico sfidando il ticchettare
dell'orologio. Colti, romantici, presissimi l'uno dall'altra, hanno
cinquant'anni e qualcosa di più grande della loro affinità: quei
figli avuti dai matrimoni precedenti che all'inizio non si piacciono
affatto e malauguratamente, a un certo punto, si piacciono troppo.
Egoisti come tutti i punti da Cupido, i protagonisti hanno fatto il
passo più lungo della gamba e trascinato Gwen e Nathan –
diciassette anni: lei blogger con il sogno dell'arte e lui futura
leva, si spera, della blasonata Oxford – a vivere con loro nella stessa casa a nord di Londra, tanto
presi da non curarsi del disagio generale. La convivenza pesa. Lo spazio non è mai abbastanza,
qualsiasi occasione è buona per darsi addosso. Ma ecco che succede
l'inevitabile. Perché Gwen ha questa irresistibile cascata di
capelli rossi, Nathan è saccente ma non si può far altro che
pendergli dalle labbra, e la paglia, a contatto col fuoco, brucia nel
lampo delle tempeste ormonali. Adesso Julia sta con James. Gwen sta
con Nathan, e alcuni segreti, si sa, hanno vita breve se schiacciati
sotto lo stesso tetto. Era un problema grosso l'antipatia degli
inizi, per l'equilibrio di una coppia di mezza età che si sognava
già famiglia. Figurarsi l'amore, che crea sceneggiate, imbarazzi a
cena e schieramenti inevitabili.
Metti
insieme due adolescenti, la curiosità e gli ormoni impazziti, e
all'improvviso sembra ovvio.
L'età
ingrata è quella dei figli che
pretendono continue libbre di carne.
L'età
ingrata è quella dei
cinquantanenni soli di ogni dove che, abbandonati in un angolo,
sfioriti, hanno fretta di trovare compagnia sui siti d'incontri o
negli appuntamenti al buio; di essere finalmente felici,
convincendosi sia subito amore vero. Uno di quelli
post-adolescenziali e totalizzanti, insomma, che rendono ciechi ben
prima degli scherzi della presbiopia. Cosa farebbe al posto loro
Pamela, la ex hippy di James? Cosa direbbero gli ex suoceri di Julia,
Iris e Philip, che eppure in età pensionabile stanno vivendo zitti
zitti svolte simili, fra trasferimenti altrove e gelosie fuori tempo
massimo? Soluzione ragionevole sembrerebbe proprio separare i novelli
Romeo e Giulietta con le cattive, ma come funziona con la felicità,
con il batticuore... A chi si e a chi no? C'è in gioco il futuro dei
loro ragazzi, affezionatissimi e totalmenente irresponsabili. Li si
appoggia, da bravi genitori. Si prendono le parti: guai a chi li fa
piangere, guai a chi si frappone fra loro e le loro grandi speranze
(l'educazione accademica, l'interrail la prossima estate). C'è in
gioco, tuttavia, anche la loro relazione. Si parla di nuove dinamiche e
vecchi torti, di fiducia soprattutto. Non abbastanza vecchi da
rinunciare alla passione, ma troppo per salire sulla giostra
ormonale della loro prole, Julia e James sentono di aver fatto un
errore: sentirsi prima persone che genitori, godendosi finché è
durato il privilegio di essere egoisti. Essere parner accomodanti, essere guide sempiterne: a cosa dare la precedenza?
L'ira
era più sopportabile del rimpianto.
Non
fanno una bella figura i giovani: irruenti, sprovveduti, facce da
schiaffi che irritano con poco. Ma, a mio dire, non fanno una bella
figura nemmeno genitori: fra due fuochi, senza gravi colpe, ma
comprendete la prospettiva di un figlio di freschi separati che in
questo periodo cova amarezza e musi lunghi; che alla vigilia di
Natale ha dovuto fare da ambasciatore che porta pena, da paciere, fra
un padre che rivive un secondo tempo delle mele (dimenticandosi chi
gli è stato alle costole nel momento del bisogno) e un fratello
minore che non lo accetta (dimenticandosi a sua volta quanto doloroso
sia stato quel momento, quanto potremmo stare più in pace d'ora in avanti).
Primo romanzo che leggo dell'apprezzata Francesca Segal, L'età
ingrata è una commedia british,
elegante, ciarliera, che non brilla per lo spunto – lasciamo però
i paragoni con I Cesaroni alla
Garbatella e alle repliche su Italia Uno, per favore – ma per uno
stile cinematografico, nelle corde di David Nicholls e Fionnuala
Kearney. Scritto benissimo ma con più di qualche pagina in eccesso –
troppe, infatti, quasi 400 per raccontare una storia
agrodolce, a tratti molto divertente, ma dall'andamento tutto sommato
intuibile –, il romanzo colpisce per l'invidiabile accuratezza dei
pensieri, dei sentimenti in gioco, delle situazioni scomode. Per
l'ambiguità di un titolo, di un tema, che punge sul vivo tanto le scelte degli adulti quanto quelle degli adolescenti.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: OneRepublic – Good Life
La
solitudine in noi si può combattere solo insieme.
Titolo:
La fine della solitudine
Autore:
Benedict Wells
Editore:
Salani
Prezzo:
€ 15,90
Numero
di pagine: 307
Sinossi:
Jules
sa di essere un custode di ricordi, come dice Alva, ma questa non è
solo la sua storia. È la storia di tre fratelli, Jules, Liz e Marty,
che da piccoli perdono i loro genitori in un incidente e sono
costretti a vivere separati e senza famiglia, estranei l’uno
all’altro. Marty si butterà a capofitto negli studi, Jules
sfuggirà alla vita diventando un introverso mentre Liz si brucerà
alla sua fiamma, vivendo senza limiti. La loro infanzia difficile
sarà come un nemico invisibile, da cui impareranno a difendersi. Più
di ogni altra, questa è la storia di Jules e Alva. Due solitudini
che si incrociano, si cercano e si mancano, inquiete, per anni. Jules
e Alva sono incapaci di riconoscere quel che provano l’uno per
l’altra, legati come sono dal bisogno di amicizia, con il loro
perdersi, ritrovarsi e salvarsi. Ma questa è soprattutto la storia
di chi, come Jules, serba i propri ricordi insieme a tutte le
alternative che non ha scelto, pur sfiorandole e sperimentandole
attraverso la letteratura e la musica. Dalla voce di un giovane e già
osannato talento della narrativa tedesca, un grande romanzo sulla
magia della scrittura che salva dal male. Un libro che commuove e fa
sorridere, senza retorica né sentimentalismi, scritto in una prosa
coinvolgente come il racconto di un sopravvissuto, chiara come una
lama che affonda con dolcezza nelle nostre paure, calda come
l’immagine di una foto ritrovata dopo lungo tempo.
La recensione
I
Moreau sono una famiglia felice. Passano le vacanze estive dai nonni,
in una Francia lussureggiante, e il Natale seduti alla stessa tavola
– immancabile una mamma che, imbracciata la
chitarra, intona Moon River.
A godersi il miracolo di una famiglia che resiste, i tre figli. Il
narratore è il piccolo di casa. Ha una decina di anni e ricordi a
sufficienza quando l'idillio si spezza. Un incidente stradale e i
fratelli Moreau, orfani, passano l'adolescenza in un collegio: Liz,
la maggiore, si concede LSD e ragazzi poco raccomandabili; Marty,
quello di mezzo, ha l'acume che lo renderà un pioniere di internet e
un collezionista di disturbi ossessivi compulsivi; Jules, infine, da
bambino esuberante e sfacciato, si ripiegherà su se stesso
all'insegna di una timidezza cronica. A salvarlo, qualche passione
accantonata con l'ingresso nell'età della ragione – la fotografia
e, soprattutto, la scrittura – e la conoscenza di Alva,
coetanea che gli si siede accanto riconoscendosi nella malinconia di
lui. La fine della solitudine,
un po' per la copertina e un po' per quella Salani puntualmente
associata alla saga della Rowling, ha l'aria di un young adult. Il
romanzo del tedesco Benedict Wells, già best-seller in Patria, a
sorpresa somiglia molto più a quelle storie che ti raccontano
l'esistenza di un uomo qualunque dall'inizio alla fine – tempi
dilatati, rari guizzi manifesti, scarse considerazioni nel mentre su
quanto ti stia o non ti stia prendendo. Un'altra fascetta
pubblicitaria che cita Nicholls, il sottotitolo che promette non
la classica storia d'amore. Fedele alle premesse, il protagonista di Wells
propone un album fotografico sfogliato a ritroso.
C'erano
cose che non potevo dire, bensì solo scrivere. Perché quanto
parlavo pensavo, mentre quando scrivevo sentivo.
Nell'incipit, quarantenne, Jules è in un letto d'ospedale dopo un incidente:
curva pericolosa, si domandano gli amici, o un tentativo di farla
finita? Cosa sarebbe stato di lui senza la morte dei genitori?
L'estraneità alla tragedia avrebbe forse raddrizzato quelle tre
gioventù in bilico? I fratelli cambiano, si rovinano e poi si
salvano. Si ritrovano da adulti. Jules, costante e al centro di
una carriera non all'altezza, aspetta. Parla in prima persona, ma
poco si sbottona. Conosce gli altri meglio di quanto conosca se
stesso. Dissimula e tentenna, temporeggia. A rischio di allontanarsi
dal seminato e, talora, di rendere La fine della solitudine
più cronaca che narrativa. Cosa
sarà stato di Alva, che vent'anni prima guidava una Fiat rossa e
faceva passeggiate notturne da cui minacciava di non tornare
indietro? Vive in un cottage con uno anziano scrittore russo. Dice di
voler diventare un personaggio romanzesco e di sognare caffè che
fanno le ore piccole. Non cerca compagnia, ma fa un'eccezione.
Ho
trent'anni e ancora non ho figli.
E
tu che fai?
In
ritardo, così, si mettono insieme. Finalmente coraggiosi quanto basta per riconoscere l'amore. Finché dura, hanno
libri di filosofia sul comò, viaggi sulla nostra costiera amalfitana e
dischi di Paolo Conte in soggiorno. Questo bilancio stilato tra il sonno e la veglia rende La fine della
solitudine una sorta di autobiografia fittizia, scritta con sensibilità e pazienza – forse, un tocco
di rassegnazione diventata resilienza. Stupisce, sotto questo punto
di vista, la maturità dell'autore: un trentenne che racconta uomini
ben più adulti di lui (il personaggio del terzo incomodo, il fragile
Romanov, è bellissimo), sentimenti impervi, senza mancare mai di
credibilità. L'esistenza del più piccolo dei Moreau è costellata
di drammi e altruismo – la tristezza cerca tristezza, la solitudine
non conosce fine –, ma la narrazione risulta tutt'altro che
cupa, al contrario che in un Giordano. Ho sentito dappertutto
i loro pensieri. Su di me, probabilmente, c'era già qualche livido
della stessa sfumatura di viola. Si resiste agli urti, infatti,
benché la vita non faccia sconti. A un certo punto, non ti grazia mica bilanciando le perdite con una qualche vittoria. Wells valorizza la
bellezza dei giorni sì, mitizza il ricordo degli anni
Ottanta. E lì, come Jules, mette radici profonde. Mamma e papà non
erano perfetti come credevamo. La spensieratezza avrebbe ceduto il
passo ai silenzi collerici, perché c'era già un'ombra nel cuore
del capofamiglia. La bambina con gli occhiali, i capelli ramati e una
sorella scomparsa ci avrebbe sorriso anche se fossimo stati felici, oppure no. Con
il mestiere di scrittore nessun se
va sprecato. Tutte le vie alternative diventano
possibili. Un tronco sospeso su cui Jules camminerà
in equilibrio, come da bambino, in una vita e nell'altra. Solo e in
compagnia. In un racconto e fuori. Voltandosi, non avrà paura che non sia rimasta anima viva ad aspettarlo.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Tiromancino - La descrizione di un attimo
Io e te ci conosciamo da quasi metà della nostra vita.
Titolo:
Il giorno che aspettiamo
Autrice:
Jill Santopolo
Editore:
Nord
Numero
di pagine: 398
Prezzo:
17,60
Sinossi:
Una
luminosa mattina di fine estate, un ragazzo e una ragazza
s’incontrano all’università, a New York, e s’innamorano.
Sembra l’inizio di una storia come tante, ma quel giorno è l’11
settembre 2001 e, mentre la città viene avvolta da un sudario di
polvere e detriti, Gabe e Lucy si baciano e si scambiano una
promessa. E due vite si fondono in un unico destino. Tredici anni
dopo, Lucy è a un bivio. E sente la necessità di ripercorrere con
Gabe le tappe fondamentali della loro relazione, segnata da scelte
che li hanno condotti lungo strade diverse, lungo vite diverse.
Scelte che tuttavia non hanno mai reciso il legame profondo che li ha
uniti per tutti quegli anni. Così Lucy gli parla dei loro primi mesi
insieme. Del loro amore intenso, passionale, unico. In una parola:
puro. E poi di come Gabe avesse infranto quella purezza, decidendo di
partire, di andarsene da New York per accettare l’incarico di
fotografo di guerra in Iraq. Perché lui sentiva di doverlo fare,
perché ciò che accadeva nel mondo era più importante di loro. Una
scelta che aveva aperto nel cuore di Lucy una ferita che lei pensava
non sarebbe guarita mai. E che, invece, era stata curata da Darren,
l’uomo che lei avrebbe scelto di sposare. Eppure quella ferita si
riapriva ogni volta che Lucy riceveva una mail o una telefonata da
Gabe, e ogni singola volta che lo aveva rivisto nel corso degli anni.
Poi era arrivata quella volta, era arrivato quel giorno…
La recensione
Dove
eravate l'undici settembre? Inutile precisare di quale anno, inutile
domandarvi se lo ricordiate oppure no. Io ne avevo sette, di anni, e
se lo chiedeste agli altri ragazzi della mia generazione vi
trovereste a leggere storie simili tra loro. Guardavamo la
Melevisione quando le trasmissioni pomeridiane furono interrotte per fare spazio al caos di una New York sotto assedio.
Ricordo il fumo e la gente che saltava giù. Ricordo che non capivo
perché i miei genitori, accanto a me, fossero così preoccupati.
Dov'erano Gabriel e Lucy, i protagonisti del fortunato esordio
di Jill Santopolo? Compagni di corso, si erano ritrovati a saltare
una lezione su Shakespeare e scrutare la tragedia dallo stesso tetto. La protagonista associerà sempre quel giorno a lui, che già
allora si figurava un novello Steve McCurry. Per un
intero decennio, Gabe apparirà e scomparirà dalla sua vita.
Innamorato più del suo mestiere di fotoreporter che della donna con la luce nel nome.
Il
romanzo, tutt'altro che stucchevole ma troppo scontato nell'epilogo,
parla di sentimenti e terrorismo. Parte dal Ground Zero, passa dal mandato di Obama alla cattura di bin Laden, finisce con la tivù accesa su Gaza. In
mezzo: un matrimonio con un uomo che sembra un po' un rimpiazzo, qualche
sporadico faccia a faccia, chiamate a qualsiasi ora. Serve una voce
amica. Serve una spalla su cui piangere. Serve un custode, un
complice, del giorno più brutto (e più bello) del mondo. Lettera
indirizzata a Gabriel, il romanzo ha domande retoriche che
incalzano e ricordi che si susseguono. Dove sono adesso? Sono felici?
Stanno insieme? Il giorno che aspettiamo
è sentito, malinconico, ben scritto, ma. Goodreads cita Un giorno(probabilmente, uno dei romanzi
della mia vita) e Io prima di te
(adorabile, sì, eppure impacciato in presenza del dramma), e purtroppo mi sono mancati i
dettagli sostanziali del primo e l'inaspettata freschezza del secondo. Gli amori, memorabili anche al cinema, dell'uno e
dell'altro. Durante la lettura, sapete, non ho pensato neanche per un
momento che non mi stesse appassionando. Cosa strana, è nel
momento in cui mi sono seduto al computer per parlarne che sono
affiorate le cose che non mi sono piaciute – e i paragoni di sorta,
giuro, non c'entrano.
Il romanzo
prende e ti dà del tu. Non importa infatti il cosa.
Importa, piuttosto, il
come. E il chi, mi
sono chiesto? Ci sono una lei presente e fragile, vivissima, e
un lui messo in secondo piano. Gabriel è filtrato, descritto,
sconosciuto – girovago incostante e sprezzate del pericolo: un
classico. La parte monca di una coppia che resta impressa a
metà. Il giorno che aspettiamo si apre con una dedica a
Manhattan in prima pagina e una premessa dell'autrice. La Santopolo
accenna a una gestazione lunga quattro anni, all'ispirazione derivata
dalla fine di una relazione importante. Dell'autrice ho sentito il
dolore, la lontananza, la nostalgia. La pena della stessa Lucy, che
aspetta e spera, e nel mentre si sposa, mette al mondo due figli e
lavora come produttrice di un programma per bambini, confidando invano che il fotografo di guerra si ravveda da sé. Il terrore accelera i
battiti e le reazioni, cementifica i rapporti umani. La gente, se
spaventata, decide di procreare o di stare insieme: l'amore è
il miglior antidoto contro la paura. A colpirmi, il bellissimo senso
della narrazione della Santopolo. E l'intimità di una storia che non
dovresti origliare, a tratti, tanto che suona vera.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Tom Odell - Another Love
Sinossi:
Stanley
Owens non ha amici, e a lui va benissimo così. E comunque non ha mai
trovato nessuno che condividesse il suo amore sconfinato per i libri,
i numeri e, soprattutto, per l’enigmistica: inventare cruciverba è
il suo sogno, la sua ragione di vita. Un giorno, però, incontra
Vera, una ragazza diversa dalle altre: diversa come lui. La loro
sintonia è talmente profonda che Vera non si stupisce quando lui le
propone di sposarlo (per finta) e di rivendere i (veri) regali di
nozze, così da pagarsi un biglietto per la libertà. E accetta.
Anche perché è davvero innamorata di Stanley. Ma lui non lo capisce
e, dopo la cerimonia, la lascia andare. La vita li separa, ma non c’è
come la lontananza per far emergere la verità. Col tempo, Stanley si
rende conto che la sua vita è piena di caselle bianche che possono
essere riempite solo da Vera. Decide allora di riconquistarla, usando
l'unico linguaggio che conosce: semina i suoi cruciverba d'indizi
comprensibili soltanto a lei, sperando che, prima o poi e ovunque lei
sia, la sua dichiarazione d’amore giunga a destinazione… Con un
sorriso e una lacrima, con eleganza e originalità, «Due verticale»
ci rivela che è sempre possibile trovare la strada verso la
felicità, se si è disposti a risolvere quell’affascinante enigma
che è l’amore. E che non bisogna essere «solutori più che abili»
per riuscirci, perché la chiave è alla portata di tutti: basta
ascoltare la voce del cuore.
La recensione
La
commedia, per me, è un genere da pigiama e divano, in un giorno
infrasettimanale. Non richiede il buio della sala o il prezzo pieno
del biglietto; si guarda e si consiglia, qualche volta, ma senza
fretta. La scorsa estate, poi, sebbene nella variante canottiera e
divano, ho scoperto un sottogruppo che va sotto il nome di boy
meets girl, che, al contrario,
mi rubava parole e consensi. Quelle commedie lì, ecco, sentivo il
bisogno di ospitarle sul blog, soprattutto se inedite; di scrivere
agli amici con i miei stessi gusti, in chat, e dirgli: guarda
questo film, subito. Come funziona, invece, nel mondo della
narrativa? Quale commedia, ma messa per iscritto e con un prezzo ben
più alto dei sei euro del cinema, merita l'acquisto e
un'etichetta che spieghi che sì, all'interno c'è una storia
d'amore, ma non proprio? Che non è il solito romance, quello, né il
romanzo impalpabile che, in fondo, ti
aspettavi e, per quell'esatto motivo, evitavi? I requisiti, che, se
non sbaglio, una volta già vi ho riassunto, son questi: un incontro
memorabile, un lui e una lei dai tratti netti, situazioni brillanti –
e ambienti che, chiaramente, le permettano – e, come ciliegina
sulla torta, uno di quegli epiloghi che non sono né allegri né
mesti. Agrodolci, nella diplomatica via di mezzo che soddisfa i più.
Due verticale quanti
ne avrà? Vediamo un po'. Mi sono avvicinato all'esordio di Jeff
Bartsch grazie al battage pubblicitario organizzato dalla Nord sui
social. Link ironici e immagini scherzose per introdurci
al meglio i protagonisti di questo sentimento a schema libero
che dura vent'anni: Vera e Stanley. Geni, truffatori, sposi per finta
e innamorati per davvero. Il primo incontro,
particolarissimo, è durante una gara di ortografia. Ancora
adolescenti, si sfidano a muso duro, ed è un pari merito: se si
parla di loro, testardi e battaglieri, non c'è nessuno che prevalga
sull'altro. I protagonisti, “due arance in un
mondo di mele”, vivono negli alberghi: Stanley, con una mamma che
soffre di agorafobia e corregge bozze, è ospite a vita in un hotel
che, per rispetto del papà disperso nella Seconda Guerra Mondiale,
assicura loro servizio in camera e asciugamani puliti, in cambio di
un dollaro al mese; Vera, figlia unica di una commessa viaggiatrice,
vive a zonzo, studia da privatista e, se si ferma, è solo per
qualche competizione delle sue. Lui andrà ad Harvard e diventerà
senatore, lei sarà una brillante docente di Matematica. Il guaio è
che non vogliono. Così, in cerca di indipendenza, avventati per una
volta nella vita, si sposano per finta e, con i regali dei facoltosi
invitati alle nozze, acquistano un biglietto per la libertà. Stanley
vivrà dunque giorno per giorno, allergico all'università, e penserà
cruciverba per le testate più famose; Vera, studentessa dai voti
esorbitanti, lo amerà perdutamente, ricambiata un giorno sì e un
giorno no.
Tra piccole truffe, fughe frettolose e ospitate ai quiz a
premi, non mancano di certo le situazioni brillanti. E l'epilogo,
venendo all'ultimo punto, scalda il cuore al punto da sbriciolartelo:
come coi biscotti in forno. Due verticale,
però, presentato come divertente e spensierato, è in realtà un
romanzo insolito: contro i pronostici. A tal punto che
sorprende. A tal punto che, fino all'ultima pagina, non sai se, con i
personaggi colti e i continui tira e molla, ti è dispiaciuto o
l'esatto contrario. In libreria, avrei voluto piazzarlo accanto alle
Domande di Brian,
Teorema Catherine,
L'amore è un difetto meraviglioso:
storie di numeri e figure stralunate; storie tutte da ridere. Jeff
Bartsh, invece, a volte va velocissimo e a volte va pianissimo.
Procede per salti più lunghi della gamba, poi si ferma. Ora
sintetizza, ora la tira troppo per le lunghe. Però è simpatico,
sotto sotto, e spezza il cuore, mica troppo sotto sotto, e si sa che
io sono sempre grato ai sorrisi e alle ulcere, parlando di romanzi.
Parlando di boy meets girl di
carta, impossibile non citare l'inarrivabile Un giorno.
E un po', con i ripensamenti e i puntini da unire, la regola
dell'amico che ci frena e l'ambiente accademico a far da sfondo, i
Bonnie e Clyde di Barsch – intelligentissimi, ma ciechi davanti
all'evidenza – ricordano gli amati Emma e Dexter.
L'autore, però,
non è David Nicholls: problema non trascurabile. Ma, venuti a patti
con i capitoli corposi e gli elementi in surplus, non si ha occhi che
per i pregi di Due verticale.
Il meticoloso scandagliamento di due teste (dure, dure!) pensanti, il
fluire degli anni e, soprattutto, gli sfondi. Ambientato
negli anni Sessanta, Due verticale ha
l'aria – e il piglio – di una commedia sofisticata d'altri tempi:
verbosa e fieramente retrò, nostalgica, con un minutaggio che
potrebbe risultare eccessivo per qualcuno, ma un cast che vanterebbe
le presenze di una Audrey Hepburn e un Gregory Peck freschi di
immatricolazione. A pagina uno, nella sfida di spelling, Vera deve
compitare la parola charlatan, ciarlatano. Aggettivo
perfetto per loro due, truffatori per diletto e coppia errabonda. Per
lei, che non fa che mirare e rimirare la fede di seconda mano e l'anello con un brillante piccolo così che, per finta, Stanley le ha messo
al dito. Per lui, che negli anni la cercherà attraverso
l'enigmistica, sebbene negato a interpretare i segni del loro puzzle sentimentale. Per loro, le persone intelligenti più stupide che
conoscerai, che a fine lettura ti dimostrano che Vera non ha
abbozzato la loro storia con l'aiuto di Socrate: così, infatti, ha
battezzato la sua affezionata penna con il tappo a forma di teschio e l'inchiostro simpatico. Di quelle utili per allestire leggendari
raggiri, il cui tratto sbiadisce dopo poche ore, lasciando gli
assegni in bianco, i diari segreti intonsi, i registri matrimoniali
vuoti. Il rebus a puntate della strana coppia – e quello del loro
autore, chiacchierone ma talentuoso – non sbiadisce; perdura. E, nella
soluzione, colpisce e affonda.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: The Beatles – Hello, Goodbye