lunedì 5 agosto 2019

Recensione: Favola di New York, di Victor LaValle

Favola di New York, di Victor LaValle. Fazi, € 20, pp. 510 |

C’erano una volta, in una metropoli non troppo lontana, i membri della famiglia Kagwa. Una casa in graduale espansione  - con una coppia di piacenti trentenni alle prese con le gioie e i dolori della convivenza coniugale – in un quartiere della Grande Mela consacrato puramente allo splendore decadente dei negozi d’antiquariato o alla polvere luccicante dei rigattieri. Apollo ed Emma, anime gemelle dagli hobby e dalle tragedie coincidenti, si sono incontrati al bancone della biblioteca pubblica: galeotti, al solito, i libri. 
Lui, chiamato così da due genitori che hanno visto Rocky al primo appuntamento, è un antiquario dallo spirito avventuroso: dotato di un eccezionale fiuto per gli affari, salva i libri dal macero trovando nelle cantine altrui almanacchi di insospettabili satanisti e copie autografate del capolavoro di Harper Lee. 
Lei, unica superstite insieme alla sorella al rogo della famiglia, è una libraia con l’animo hippy: partita per il Brasile all’inizio del romanzo, torna da Apollo con un po’ di esperienza in più – c’è un suo nudo, pensate, esposto in un museo di Amsterdam – e con un cordino rosso legato al dito. Quando si spezzerà, dice, si realizzeranno tre dei suoi maggiori desideri. Ha un marito splendido. Sulla linea A della metropolitana, durante un blackout, partorisce il primogenito: Brian. Cos’altro potrebbe volere per essere completa? La felicità è una cosa misteriosa. L’infelicità, peggio. La famiglia degna di una fiaba moderna, allora, si ritrova al centro di un incubo da cronaca nera quando una serie di messaggi anonimi, i seni doloranti e le notti bianche spingono la fragile neomamma sull’orlo della follia. Tutto dovrebbe finire così, nel sangue. E invece, magicamente, comincia.

Le fiabe non sono pensate per i bambini. In origine si trattava di storie che i contadini raccontavano attorno al fuoco la sera, dopo una giornata di duro lavoro. Erano adulti che si rivolgevano ad altri adulti. Le fiabe sono diventate storie per bambini soltanto nel Settecento, quando un nuovo ceto sociale molto particolare ha cominciato a diffondersi in Europa. […] Le regole di comportamento dovevano cambiare, sia per gli adulti sia per i bambini, perciò anche le fiabe cambiarono. Dovevano avere una morale, qualcosa che spiegasse le nuove regole ai più piccoli. Fu quello il momento in cui le fiabe divennero una grande stronzata. Una fiaba stupida ha una morale semplicistica, una bella fiaba dice semplicemente la verità.

Li chiamano genitori elicottero. Quelli che sorvegliano i bambini come sentinelle iperprotettive – si spera a fin di bene –  e li aiutano un passo alla volta nelle difficoltà della crescita. La strega di Raperonzolo, tanto legata alla ragazza da isolarla in una torre irraggiungibile, era una di loro. Come proteggere, infatti, un figlio impreparato alle brutture dell’esterno? Se lo domanda anche Apollo: papà moderno con un profilo Facebook pieno di scatti di Brian, che inconsapevolmente, in rete, semina briciole di pane a favore del lupo cattivo. All’indomani di una tragedia scioccante, in liberta vigilata, gira per una New York inedita con un bagaglio pesante: un piccone, una lapide, un cambio di vestiti, un libro per l’infanzia ereditato dal genitore prima che desse forfait. Cerca Emma, mosso da sentimenti che oscillano dall’ira alla tenerezza. Visita gruppi per l’elaborazione del lutto. Pagaia lungo le nove isole che galleggiano nell’East River, scoprendone una popolata soltanto da fanciulli e mamme armate fino i denti. Si perde e si ritrova in una foresta nascosta in pieno Queens, sotto gli occhi di tutti, dove c’è una caverna da sorvegliare dal tramonto all’alba. Tutto pur di non affrontare quell’appartamento sfitto in cui adesso risulta difficile entrare; tutto per non varcare la porta della stanzetta di Brian, chiusa dai nastri rossi della polizia. Se un genitore dichiara resa – ha fallito, non è stato l’angelo custode del suo bambino come si era prefissato – meglio soccombere ai morsi del dolore e o credere nell’impossibile; nei mostri?

Sopravvivere all’infanzia è un miracolo.

Immaginifico, struggente e splatter, Favola di New York – adattamento dall’inglese The Changeling, che sin dal titolo preferisce dichiarare il suo debito verso le creature del folklore europeo – resterà la lettura più sorprendente in cui vi imbatterete quest’anno. Le angosce di Rosemary’s Baby incontrano le inquietanti tecnologie di Black Mirror, all’ombra dei miti dolci e tenebrosi dello svedese Border. Sullo sfondo, un ventunesimo secolo che si fa fatica a riconoscere raccontato con questi stessi toni sospesi; l’America odierna – quella degli afroamericani nell’occhio del ciclone, dei pirati informatici e della presidenza Trump, del melting pot ormai a rischio – trasformata con fantasia invidiabile in una labirintica terra selvaggia. I luoghi, eppure, sono reali: li ho cercati con Street View nel mentre, per il piacere di smarrirmi a distanza. Oggi i cavalieri senza macchina né paura sono i librai e i creatori di start-up, la principessa da salvare una mamma accusata dell’assassinio più terribile; la magia nera, invece, è l’arte oscura di un odierno leone da tastiera con un computer irrintracciabile dietro cui farsi scudo. Sono più profonde le caverne dell’ignoto, infatti, o i meandri del deep web? 
Fra troll di ieri e troll di oggi, i protagonisti brandiranno iPad, non spade; schermi luminosi grazie a un’apposita funzione, non torce infuocate. Aperti fino all’ultimo all’impossibile, gli ultimi romantici di LaValle garantiscono un viaggio senza precedenti un una metropoli che talora sembra un mare aperto, e in un cuore dove si protrae ininterrottamente un’inimmaginabile burrasca. Favola di New York sfocia presto nell’assurdo, perfino nell’horror nudo e crudo, ma basta affidarsi alla sensibilità dell’autore per innamorarsene perdutamente. Questa è la storia di tante storie. Generazioni di immigrati che hanno attraversato l’Atlantico su una bagnarola pericolante, con il timore verso i pericoli del Nuovo Mondo e bestie secolari per angeli custodi; afroamericani reduci dalla galera che, dando nell’occhio, si aggirano in quartieri residenziali con il rischio che un poliziotto dal grilletto facile li ammazzi a sangue freddo; padri a ogni costo, che farebbero di tutto per il bene dei figli – anche uccidere, anche ucciderli.

«E vissero per sempre felici e contenti», sussurrò Apollo.
Emma appoggio la testa alla sua spalla. «E vissero felici, almeno per oggi».
«È abbastanza?», chiese Apollo.
«È tutto, amore mio».

Meglio di un romanzo realistico, a sorpresa, a raccontarci il razzismo al tempo dei repubblicani, il lutto al tempo di Facebook, le mele avvelenate e i fusi letali sparsi in certi angoli della rete, è questa fantasmagoria dalle fitte coloriture politiche la cui morale, in definitiva, è una riflessione importantissima sulla ricchezza dell’integrazione. Chiudendo i porti, erigendo muri su muri, come potremmo spulciare nell’apparato leggendario di paesi lontani – in questo caso, la Norvegia – e fare nostri i loro sogni e i loro incubi, le loro storie? Quanto saremmo aridi senza? E vissero per sempre felici e contenti, d’un tratto, appare una formula necessaria: non più lo stratagemma di qualche genitore troppo pigro o troppo codardo per proseguire ulteriormente con la lettura della buonanotte. 
Oltre l’ultima riga delle favole, ci sono gli infanticidi e gli altri orrori secondo LaValle. Ma anche gli amori rafforzati da una distanza forzata, le mamme che nel momento del bisogno sollevano tanto le automobili quanto i coltellacci insanguinati, le attese insieme sotto le pensiline in plexiglass. Al lieto fine – questa volta, quanto mai sperato – si arriva forse con i mezzi pubblici. E il cordino rosso legato prima al dito di Emma, poi a quello di Apollo, può essere fatto cadere a chiusura del percorso. Nella recensione manterrò segreti i loro desideri ma il mio, quello di leggere almeno un romanzo straordinario, è stato esaudito: grazie a Favola di New York, rinuncio a cuor leggero agli altri due.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: M83 – Midnight City

giovedì 1 agosto 2019

Mr. Ciak ad agosto: la mia ultima volta al cinema con Pensieri Cannibali e White Russian

Salve, amici. Come state? Il caldo bestiale di quest'inizio di agosto è tantissimo, sì, ma comunque non abbastanza da impedire le rimpatriate in sala. Sapete chi ho incontrato di nuovo? Gli amici-nemici Cannibal Kid e James Ford che, come già accaduto qualche anno fa, hanno aperto le porte dei loro blog per commentare insieme le uscite cinematografiche: non di questa settimana, ma dell'intero mese. Sarà davvero la nostra ultima volta insieme? Sperando di vederne delle belle – e di trovarli, soprattutto, belli carichi –, vi lascio con la carrelata di un agosto che, almeno sul grande schermo, promette al solito qualche ventata di freschezza, fra commedie generazionali, horror "a mollo", titoli festivalieri da rispolverare.

Una famiglia al tappeto (1 agosto)
Mr. Ink: Per anni e anni, da ragazzino, sono stato un patito di wrestling. Non sono più aggiornato da un po’. Accanto a The Rock, Triple H e John Cena, però, ricordo loro: le Divas. Bionde e sexy come le conigliette di Playboy. Qualcuna se le dava di santa ragione. Qualcuna – per esempio Stacy Keibler, ex fiamma di George Clooney – era più interessata alle paparazzate che al ring. Fare un film sulla giovane Paige, lottatrice atipica con il look da rocker e il nome di una delle sorelle Halliwell, poteva essere interessante: mio fratello mi parla di uno scandalo sessuale che l’ha vista coinvolta e di un infortunio, purtroppo, che l’ha costretta presto al ritiro. Restando su toni più superficiali, invece, il film è un’innocua favoletta femminista sulla scia di Glow con la prezzemolina Florence Pugh. Già visto, se ne scriverà a breve.
Cannibal Kid: Mr. Ink era un patito di wrestling?!? Questa non me l'aspettavo. Questo sì che è un colpo basso! Che Mr. Ink e Mr. Ford in realtà siano la stessa persona? Se non altro, come chiunque abbia superato gli 8 anni di età, Ink ha smesso di seguire questo “sport”. Anche io comunque ho già visto questo film e devo dire che... mi è piaciuto un sacco. Sorpresa! Dopo Glow, il wrestling femminile mi ha messo di nuovo al tappeto. Quello maschile invece continua a sembrarmi una fordianata pazzesca.
Ford: sapevo della passione di Ink, che ovviamente sostengo e che anzi, sul buon esempio del fratello, gli consiglio di rispolverare. Non ho ancora visto il film - ma è tra le visioni obbligate delle vacanze -, ma quello che posso dire è che la figura di Paige è stata senza dubbio una delle più importanti per il cambiamento avvenuto nel wrestling femminile degli ultimi anni: la ragazza è sempre stata parecchio turbolenta - le sue relazioni sentimentali ed i gossip conseguenti ne sono la prova -, ma sul ring era un vero talento, e l'infortunio che l'ha costretta al ritiro giovanissima è stato uno dei più grandi torti al wrestling che il destino abbia giocato nel passato recente. Ad ogni modo, aspetto di essere messo al tappeto.

Hotel Artemis (1 agosto)
Mr. Ink: Un trafficante, un assassino, due ladri e un poliziotto s’incontrano in un ospedale privato. Sembrerebbe proprio l’inizio di una barzelletta triste, di quelle che raccontano gli zii alticci (o Ford, anticipando la battuta del Cannibale) alle cene di Natale. Si tratta, in realtà, di un thriller futuristico con un cast decisamente popoloso, che medie disastrose e un poster italiano realizzato con gli scart di Paint hanno reso a malapena adatto per una timida distribuzione estiva. Neanche il piacere di rivedere Jody Foster, di recente regista di film e serie TV tutt’altro che memorabili, può spingermi a fare il check-in all’Artemis.
Cannibal Kid: Film che latita nell'hard-disk da mesi, la sua uscita italiana mi ha ricordato della sua esistenza. E ora che me ne sono ricordato, posso dimenticarmene di nuovo. Di cosa stavamo parlando?
Ford: altro film che mi pare sinceramente scarso e che non intendo recuperare neppure alla vigilia delle ferie, quando la serata film diventa una vera e propria goduria, specie sapendo che il giorno dopo ci attende il mare invece che il lavoro. Passo oltre senza troppi patemi.

Fast & Furious – Hobbs & Shaw (8 agosto)
Mr. Ink: The Rock e Jason Statham chi? Ospitato da due boss come Ford e Cannibal Kid, esperti in risse (verbali) da orbi, mi sembra una scortesia grande preferire la compagnia dei protagonisti dell’ennesimo Fast & Furious (reboot, prequel, boh: non so cosa sia) alla loro. Lo salterò per questo motivo perciò, e non perché non abbia mai visto in vita mia un capitolo della serie action.
Cannibal Kid: Mr. Ink, non hai mai visto manco un Fast & Furious? Devi recuperare il primo, un caposaldo della tamarraggine dei primi anni zero, mentre il resto della saga è più che altro trascurabile. Curiosamente, a introdurre Ford alla visione di questa serie cinematografica ero stato proprio io. Riuscirò a convincere pure il poco tamarro autore del blog letterario Diario di una dipendenza? Tutto può succedere, tranne che questo non necessario spin-off dedicato alla versione action-hero di Ford & Me, ovvero Hobbs & Shaw interpretati da Dwayne Johnson & Jason Statham, si riveli un capolavoro.
Ford: questo spin off di un franchise partito decisamente male e divenuto interessante con l'arrivo di The Rock e del suo livello oltre misura di tamarraggine promette di essere uno dei guilty pleasure fordiani dell'estate: botte, casino, The Rock, Statham, altre botte, esplosioni, altre botte. E, sempre in tema di wrestling, la comparsata di un parente dello stesso Dwayne Johnson, considerato da molti come il "nuovo John Cena", Roman Reigns. Direi che non posso perderlo.

Il sole è anche una stella (8 agosto)
Mr. Ink: Lui, asiatico, incontra lei, giamaicana con il visto in scadenza. Hanno un giorno insieme, New York e pochissime speranze di lieto fine. Sembra tutto talmente teen e adorabile, ovviamente, che lo conosco già. Lo scorso anno ho letto infatti l’omonimo romanzo di Nicola Yoon, giù autrice del passabile Noi siamo tutti, con un coinvolgimento che non mi sarei aspettato. Un po’ Serendipity, un po’ Prima dell’alba, come risulterà in sala un genere che, di solito, preferisco leggere sotto l’ombrellone anziché guardare?
Cannibal Kid: Finalmente Mr. Ink rivela il suo lato più cannibale, e finalmente la programmazione cinematografica di agosto mi regala una youngadultata strappalacrime come si deve. A piangere mi sa però che sarà più che altro Ford. Dal terrore.
Ford: in effetti, questo promette di essere l'horror più terrificante dell'estate. E di fronte ad una cannibalata tale, giro bene al largo.

Crawl – Intrappolati (15 agosto)
Mr. Ink: Gli animalisti devono essersi rotti i cosiddetti. Squali intrappolati negli uragani del trash, squali che nuotano nei supermercati sommersi, squali alle prese con le grazie di Blake Lively o Mandy Moore strizzate in drammatici bikini colorati. Insomma, non soltanto Steven Spielberg. E alla lobby dei coccodrilli giganti, invece, chi pensa? Il francese Alexandre Aja, dopo avermi divertito da morire con Alta tensione, Le colline hanno gli occhi e Piranha, ci porta in uno scantinato allagato. Una trappola mortale, in cui la suddetta belva assassina può tormentare Kaya Scodelario: piuttosto misera a livello di curve, vero, la fanciulla britannica di Skins è comunque una bellezza da non sottovalutare. Produce Sam Raimi.
Cannibal Kid: Una robaccia survival trash con i coccodrilli giganti? Ma questa è una fordianata gigante che non guarderò mai!
Ah, la protagonista è Kaya Scodelario? Corro subito a guardarlo!
Ford: Aja è piuttosto incostante, ma il suo livello di trash abbastanza elevato da farmi considerare questo survival con coccodrillo gigante annesso come un altro dei guilty pleasures da ombrellone che mi sa tanto dovrò cercare di recuperare, immaginando una delle future battaglie con il Cannibale con me nella parte del rettile mangiatutto e lui in quello della damigella in pericolo.

Il re leone (21 agosto)
Mr. Ink: Margo Mengoni ed Elisa sono le versioni italiane di Donald Glover e Beyoncé. Doppieranno Simba e Nala, tanto nel cantato quanto nel parlato, nel’ennesimo live action non richiesto. Ripeto, signore e signori, Mengoni ed Elisa: e c’è chi, con anni d’anticipo, osa lamentarsi se la prossima Ariel sarà impersonata da un’attrice di colore? Di questo passo attendiamo Crudelia doppiata da Alessandra Amoroso: i dalmata, così, si ammazzeranno direttamente da sé, per la gioia delle pelliccerie di ogni dove.
Cannibal Kid: Considerando che già la versione originale a livello musicale non è niente di che, per quella italiana c'è proprio da aver paura. Anche se la scelta di Elisa non mi sembra così malvagia. Considerando inoltre che già ero stato tra i pochi al mondo a non aver sopportato la ruffianissima e fordianissima pellicola animata, questa “nuova” versione, non richiesta soprattutto da me, me la sbranerò. Se mai la guarderò.
Ford: la Disney, in evidente crisi di idee, continua a propinare al pubblico live action dei suoi film d'animazione più noti e amati. E, a meno di pressioni insostenibili dei Fordini, farò come ho già fatto con Dumbo e compagnia bella. Finta che non siano neppure usciti.

La rivincita delle sfigate (21 agosto)
Mr. Ink: Inaspettato successo di critica in patria, Booksmart – esordio alla regia dell’attrice Olivia Wilde – arriva in Italia storpiato da un titolo a misura di Giffoni. Ritratto adolescenziale annunciato come fresco e divertente, per alcuni già iconico, potrebbe essere una delle maggiori sorprese di una stagione dichiaratamente fiacca. Dopo Eight Grade (se vi manca, recuperatelo!) ho lasciato un posto vuoto per un altro romanzo di formazione, sperando che quest’opera prima sia proprio il diamante grezzo di cui si legge in anteprima.
Cannibal Kid: Dai, dai, dai. Un film teen che si preannuncia come il Lady Bird di quest'anno e che si prenota un posto tra i miei nuovi cult personali. Alla faccia di quello sfigato di Ford, uahaha!
Ford: nonostante le apparenze cannibalesche - paurosamente cannibalesche - questo film potrebbe rivelarsi la sorpresa del mese e forse dell'estate, considerato che incuriosisce perfino un tamarro senza ritegno come il sottoscritto. Speriamo bene.

Submergence (22 agosto)
Mr. Ink: Nomen omen. Sumbergence, dramma romantico con a bordo una coppia di belli e bravi da paura (Michael Fassbender, nella fantasia di qualche fan, probabilmente si è spupazzato entrambi), è stato sommerso e superato dagli altri titoli girati nel mentre da Alicia Vikander e James McAvoy. Io stesso me l’ero procurato in lingua per poi dimenticarlo presto e senza rimpianti sul mio Hard Disk. C’è da aggiungere l’aggravante, poi, che il cielo non brilli da un po’ sulla filmografia ondivaga del regista Wim Wenders... Meriterà finalmente una rispolverata, e il recupero?
Cannibal Kid: Se manco a un fan di Alicia Vikander come me è mai venuta voglia di guardare questo potenziale polpettone che ha già due anni sul groppone, dubito che verrà a qualcun altro. Forse giusto a quel tenerone di Ford, uno dei pochi al mondo a cui quell'altro polpettone con la Vikander, alias La luce sugli oceani, era piaciuto ancora più che a me.
Ford: La luce sugli oceani era stato una grande e inaspettata sorpresa, ma c'è da dire che in quel periodo ero a casa per il mio anno sabbatico dal lavoro ed avevo le energie fisiche e mentali per affrontare polpettoni di ogni genere. Ora mi pare più difficile, dunque penso che lascerò Wenders ancora per un pò in standby.

Charlie Says (22 agosto)
Mr. Ink: Il famigerato Charles Manson si contende il titolo di cattivo dell’anno con il nostro Matteo Salvini. Spunto prima per un orribile film di serie Z con la rediviva Hilary Duff nei panni di Sharon Tate, poi per l’ultimo attesissimo Quentin Tarantino, il carismatico sussurratore dallo sguardo infernale ha questa volta il volto di uno dei Doctor Who più noti nel ritorno in sala di Mary Harron. Sia per il passaggio in Laguna, sia per la regista che – a proposito di squinternati da manuale di psicologia – firmò il cult American Psycho, ci si fida.
Cannibal Kid: Come antipasto per il film di Tarantino ci potrebbe stare. Anche perché pure io di Mary Harron mi fido, così come non mi fido di James Ford, Charles Manson e Matteo Salvini. I tre cattivi dell'anno. E di sempre.
Ford: Manson è un personaggio che mi ha sempre infastidito, un pò come Cannibal, e parlando di psicopatici e serial killers non è mai stato tra i miei favoriti. Eppure, non fosse altro che per fare da anticamera a Tarantino, una visione ci potrebbe stare. Potrebbe.

Attacco al potere 3 – Angel Has Fallen (28 agosto)
Mr. Ink: Perché, ne hanno fatto pure altri due? Gerard Butler, accusato del tentato omicidio del Presidente degli Stati Uniti (no, non Donald Trump: la storia allora sarebbe molto diversa), si vendica insieme a papà Nick Nolte. L’attore protagonista, per l’occasione, rispolvera in parte il canovaccio di Giustizia privata – thriller tamarro che, a sorpresa, mi era piaciuto parecchio ai tempi – e ruba il ruolo all’ormai intercambiabile Liam Neeson. Gerard, che mi combini: la precedenza agli anziani!
Cannibal Kid: La precedenza agli anziani non viene data nemmeno in questa rubrica. Ford infatti è sempre l'ultimo a commentare. Mentre sarà il primo (e unico) a guardare questo nuovo inutile capitolo di una saga che per me poteva tranquillamente finire già al trailer del primo film.
Ford: Gerardone Butler è uno dei fordiani più fordiani degli ultimi anni, anche se ammetto che la saga di Attacco al potere è quasi troppo perfino per me. Avendo visto gli altri due ed essendo in agosto potrebbe scapparci anche questo numero tre, ma non garantisco. A meno che il Gerardo non mi prometta di darle a Trump, Cannibal o entrambi.

The Rider – Il sogno di un cowboy (29 agosto)
Mr. Ink: Tante cose possono dirsi del Cannibale, belle e brutte, ma non che non abbia un certo gusto per i colpi di teatro: me lo conceda a cuor leggero anche Ford. Chi non legge le sue classifiche di fine anno per sapere quale film di nicchia, all’ultimo momento, ha tirato fuori dal cilindro? Nel 2018, fra gli altri, è stato il turno di The Rider. Dramma western alla Kent Haruf, acclamatissimo nel circuito indie, che potrebbe regalare gioie e lacrime di commozione anche su White Russian. E quando un piccolo film mette d’accordo il Gatto e la Volpe, diciamolo, non può che essere grande.
Cannibal Kid: Sono felice che i miei colpi di teatro siano apprezzati, almeno da qualcuno. Un altro colpo di teatro è l'annuncio che questa sarà l'ultima puntata della rubrica sulle uscite cinematografiche. Però se non altro si chiude alla grande. The Rider a me è piaciuto decisamente, ma credo che Ford potrebbe trovarlo addirittura uno dei più bei film del decennio. E una pellicola gradita da entrambi è un altro colpo di scena clamoroso.
Ford: non mi ricordavo di questo colpo di teatro del Cannibale, e dunque mi segno di recuperare questo The Rider - che promette benissimo - in modo da poterne parlare appena tornerò dalle vacanze, anche se sarà durissima farlo rischiando di essere d'accordo con il Cucciolo Eroico, così come è stata dura essere d'accordo con lui nel decidere di chiudere questa rubrica.

Teen Spirit – A un passo dal sogno (29 agosto)
Mr. Ink: Ha il titolo che fa pendant con una canzone dei Nirvana ma, nella colonna sonora interamente cantata dalla protagonista, si scorgono a colpo d’occhio alcuni dei successi pop più trasmessi di questi anni. In attesa di vedere Natalie Portman in Vox Lux ed Elisabeth Moss in Your Smell, ci si godrà con gli occhi a cuoricino il talento e la bellezza della mia sorella Fanning preferita. Benché il sottotitolo suggerisca un musical in stile Disney Channel, meglio fidarsi della fotografia cupa alla Refn e della prova alla regia di Max Minghella, figlio d’arte conosciuto come attore (è Nick, l’autista innamorato) in The Handmaid’s Tale. Off topic: su YouTube, intanto, cercate il duetto fra Elle e Woodkid e alzate il volume a palla.
Cannibal Kid: Per chiudere alla grandissima per sempre questa rubrica, dopo il gioiellino The Rider ecco un altro potenziale nuovo cult assoluto. Per abbassare un po' le aspettative devo ricordarmi della cocente delusione provocata di recente da Vox Lux. Questa volta spero comunque che tutto vada per il verso giusto. Elle Fanning in versione popstar è già la mia nuova popstar preferita e un film del genere qui su Pensieri Cannibali già solo dal titolo è a un passo dal sogno. E a un passo dal cult.
Quanto alla fine della nostra rubrica sulle uscite cinematografiche, rappresenta invece la fine di un incubo. Almeno per un po' potrò starmene beato senza le opinioni spesso discutibili, e ancor più spesso detestabili, di Mr. James Ford. Tranquilli però che la nostra rivalità continuerà ancora. Cannibal VS Ford, la sfida prosegue. Coming soon su Pensieri Cannibali e WhiteRussian.
Ford: si chiude questa puntata - e la rubrica - con un potenziale cult cannibale che spero sinceramente di poter massacrare alla grande, più che altro perchè, ora che un capitolo è alle spalle, la rivalità più lunga della blogosfera ha bisogno di nuove sfide, e nuova benzina gettata sul fuoco. Non sia mai che si lasci questo spazio troppo vacante, del resto.

lunedì 29 luglio 2019

Mr. Ciak: Midsommar, Burning, Border e altre gioventù allo sbando

Quando l'horror divide mi sono sempre trovato a far parte della schiera degli estimatori. Così è accaduto anche per Hereditary, tragedia mascherata da ghost story. Per far capire la differenza con il nuovo film del regista, retto nuovamente da una protagonista sull'orlo di una crisi di nervi, descriverò la reazione della sala davanti a una scena che si ripresenza, a un assordante urlo di donna: se quello della Collette ammutoliva, quello della Pugh ha scatenato al cinema grasse risate. Colpa di una brutta interpretazione da parte dell'interprete di Lady Macbeth, o forse di compagni di visione troppo rumorosi? La colpa, in realtà, spetta a un horror ambizioso e provante, che flirta con i toni camp rovinando la nostra percezione complessiva. La trama, né più né meno di quella di un found footage del decennio passato: una cinepanettonesca comitiva di studenti, in cerca di sballo e sesso, punta alla Svezia con la scusa della tesi. Come se non bastasse la presenza della lacrimosa fidanzata del protagonista, unica sopravvissuta al suicidio dell'intera famiglia, a rovinare i piani saranno anche gli abitanti di un'inquietante comune. A canti folkloristici, rune e riti corrisponderanno di pari passo orge, suicidi e roghi. Midsommar è tutto girato alla luce del sole. La fotografia, incantevole, risulta abbacinante e cupissima. Quel cielo troppo azzurro disorienta, tanto quanto gli espedienti al confine col trash per rendere i turisti parte della comunità. Il teen horror cita Hereditary, riprendendone i culti esoterici – la parte peggiore del film precedente – e la pesantezza inusitata. Il rischio: dare eccessiva importanza a personaggi immaturi, a dettagli impercettibili, che nel finale caricano la pellicola di un enfasi incomprensibile. Non si parla della morte scioccante di un figlio, infatti, bensì di due ventenni spaventati da un amore finito. Servivano 140 minuti per venirne a capo? Serviva l'ennesimo film sull'orgoglio femminile – la morale, ebbene sì, lì va a parare –, con sprezzo del ridicolo aggiunto? Sempre geometrico e perturbate, con una poetica che al secondo lungometraggio già inizia a sembrare ripetitiva, Aster firma un ritorno sopravvalutato ma dal fascino inconfutabile. Una natura morta rubata al puntinismo di Seurat, che brucia nel falò della sua stessa vanità. Svegliandoci a metà di ques'incubo di una notte di mezza estate. (5,5)

Lui è un ragazzo di campagna, scrittore aspirante. Lei, ex compagna di scuola inconsapevolmente seducente, è la storia di una notte e via. L'altro, novello Jay Gatsby, è ricchissimo e sospetto: soprattutto quando la ragazza, al centro di un triangolo degno del cinema francese, scompare nel nulla. Burning, ispirato a un racconto di Murakami, è un melodramma a tinte gialle tanto conturbante quanto difficile da scomporre. Gli atteggiamenti sconnessi dei protagonisti, i ritmi dilatati fino allo spasimo e quel finale sfuggente, intessuto di falsi ricordi e inquietanti fantasie masturbatorie, sono oggetto fino all'ultimo dell'interpretazione di ciascuno. Per quanto non abbia mai fatto miei gli enigmi del giovane protagonista – silenzioso e monoespressivo, lontano da me per lingua e cultura – sono rimasto folgorato dalle danze in topless sulla colonna sonora jazz, dalle sessioni di jogging sugli sfondi di una fotografia meravigliosa, dall'istinto piromane dei protagonisti. Qualcuno ha bruciato i vestiti della madre traditrice, qualcun altro arde invece granai periodicamente. Cosa rappresenta la ricerca dei suddetti? Che fine ha fatto la ragazza scomparsa? Perché quel finale tragico e precipitoso, dopo la flemma del resto? Si parla di conflitti di classe. Di ventenni belle e annoiate, solitarie come serre in stato d'abbandono, che cercano loro stesse nei viaggi, nelle droghe, nel mistero. Se sparissero, chi le cercherebbe? Buring brucia lentamente, senza vampate e senza calore. Ma forse non si esaurisce qui. Come il sapore di un'arancia immaginaria che la protagonista, esperta di pantomima, sbuccia e pilucca a piacere, consapevole del confine fra vuoto e presenza. (7)

Dopo aver rivoluzionato il genere vampiresco nell'era consacrata a Twilight, l'autore svedese di Lasciami entrare torna a regalarci un'altra gemma gotica d'amore e diversità. Questa volta i protagonisti non sono due bambini: bruttissimi a vedersi, piuttosto, attirano occhiate stranite per il loro aspetto esteriore. Non soltanto deforme ma dotata di un utile sesto senso – un fiuto eccezionale –, Tina lavora alla dogana fiutando in anticipo cattive intenzioni: che siano droghe o materiale pedopornografico, non le sfugge niente. Fino a quando, lei che è tanto abile a fiutare l'odore delle bugie, non incrocia un altro della stessa specie. Complementari, hanno paura dei fulmini, un'apparente malformazione cromosomica e le stesse cicatrici. Vore, che ammansisce gli animali con uno sguardo ed è un tuttuno con la natura, la invita a correre nuda nei boschi, a banchettare con i vermi: a mettere in discussione la propria origine. Nel mentre, ci regaleranno la visione di uno degli amplessi più strani e affascinanti che vedremo mai: tutto grugniti, ansiti e denti, con tanto di bizzarri genitali adocchiati di fretta, riassume alla perfezione lo spirito di Border. Quanto splendore c'è in quella bruttezza? Suggestiva leggenda nordica che attinge a piene mani nella mitologia nord-europea, il film è una storia di autoaffermazione e moderni troll che mescola la cronaca nera al fascino dell'inconsueto. Poetico ma ammantato di una grezza patina realistica – ho ripensato al nostro Lazzaro Felice –, regala brividi impensati e immagini che sfido a dimenticare. Cosa separa il bene dal male? Le creature di Border vengono sorprese mentre si muovono lì, a confine, e decidono da che parte della barricata schierarsi; se restare umani o diventare mostri, tutto per amore. (8)

Bionda, alta, bellissima, è un incrocio fra Lily James ed Elle Fanning. Un corpo statuario e, sotto le fasciature, un segreto a cui porre rimedio. Nata in un corpo maschile, Lara fa i conti con una doppia difficolà: farsi strada in una scuola di danza di cui forse non è all'altezza; diventare donna. Talentuosa ma non abbastanza tecnica, graziosa ma non abbastanza femmina, come se la caverà fra ballerini d'alto livello e nell'universo delle donne? Non paga del sostegno di un papà dolcissimo, la protagonista vive una prigionia la cui fine non è mai vicina a sufficienza. Allora ha fretta: vorrebbe saltare le attese, le visite, e anche l'adolescenza. S'impunta, sulle punte, ma i traguardi si allontanano anziché avvicinarsi. Senza grandi gesti di bullismo né parole di intolleranza, scabroso ma mai gratuito, Girl è il romanzo di formazione di una ragazza a metà con una nuova casa, una nuova scuola, una nuova sé. Il regista – classe 1991 – sfoggia un tocco così delicato da rendere universali i sentimenti della ballerina. La visione, meno pesante del previsto, altro non è che un tuffo nei turbamenti dell'adolescenza visti da una prospettiva, all'inizio, diversa soltanto in teoria. C'è sofferenza nella routine di lei, ma anche tanta bellezza, gioia, sollievo. Sarà per questo che il finale, seppure speranzoso, giunge tanto doloroso da spingere a coprirsi gli occhi in poltrona? Perché l'adolescenza è un sentimento universale, la protagonista è tale e quale a come siamo stati noi alla sua età, ma alcune sofferenze restano inimmaginabili. Grazie alla grandezza di un certo cinema, per fortuna, non inviolabili. (7,5)

Un'altra ragazza che cambia corpo e città. Un'altra vicenda di maturazione fisica e psicologica sullo sfondo di una rivoluzione epocale: quella di un corpo che cambia con l'arrivo del ciclo mestruale. Mia, sedici anni, si sente strana. Colpa delle sigarette, delle droghe, dei furti e del sesso selvaggio, che la lasciano a smaltire incubi e doposbornia. Colpa di un'indole che si risveglia, e la spinge a commettere atti di crudeltà verso persone e animali, pesci rossi soprattutto; a nutrire una destabilizzante voracità sessuale. Blue my mind, notato per il titolo bellissimo e per il ritardo nella distribuzione – in Svizzera, infatti, è uscito ben due anni fa –, sceglie un nuovo elemento – l'acqua – per raccontare il passaggio dall'adolescenza all'età adulta. I riti di iniziazione: la classica cricca di cattive ragazze presso cui farsi ammettere; un'amicizia a tinte saffiche che porta a fondo con sé risposte e misteri, ma nel mentre intriga grazie a una mitologia dosata con cura e al realismo degli effetti visivi. Ritratto giovanilistico nello stile di Sofia Coppola, con una splendida protagonista che ricorda la Johansson degli esordi, sconfina infine nel body horror: peccato che dopo l'ennesimo festino rumoroso, dopo l'ennesimo squallido amplesso di gruppo degno della pagina più pruriginosa di Melissa P., la visione venga a nausea per i motivi sbagliati. Presentissime l'inquietudine e la confusione, intelligente la metafora acquatica. Ma foto promozionali e recensioni, purtroppo, rovinano in anticipo l'effetto sorpresa preannunciando la deriva finale – e frenandone, quindi, l'onda d'urto. (6,5)

Avvertenze prima della visione: il film che segue, in ordine sparso, riporta parole di omofobia, transfobia e sessismo; mostra consumo di alcol, stupefacenti e materiale pornografico; sfocia nell'epilogo in un esilarante bagno di sangue. Nella Salem dei giorni nostri si consuma una novella caccia alle streghe dalle immancabili tinte politiche, al tempo dei nudi hackerati e della presidenza Trump. Prima il sindaco, poi il preside finiscono nella rete dello scandalo. Ma ben presto il pirata informatico colpisce l'intera cittadina – online: foto, video, segreti sbandierati –, e capro espiatorio diventa una studentezza con la fama di sfasciafamiglie. Può l'intera popolazione scagliarsi contro una diciottenne e la sua cricca di amcihe? Commedia adolescenziale a metà fra Schegge di follia e La notte del giudizio, l'irresistibile Assassination Nation è l'ultima succulenta frontiera dell'home invasion dove l'unione fa la forza. Ritratto dei Millennials tanto impietoso quanto stiloso, va recuperato da coloro che in queste settimane stanno ammirando sul piccolo schermo la regia straordinaria di Euphoria: Levinson, figlio d'arte, era un fuoriclasse già ai tempi del suo esordio cinematografico. Se i temi sono simili a quelli poi approfonditi con la serie HBO, chi non vorrebbe vederlo alle prese con i giochi di luci e ombre del miglior Carpenter o le spose assassine di Tarantino? Da recuperare, insomma: per rifarsi gli occhi e le coscienze. (7)

venerdì 26 luglio 2019

I ♥ Telefilm: Big Little Lies S02 | La casa di carta S03

Il libro è sempre meglio del film. Al giorno d'oggi il luogo comune vale anche per le serie TV? Aiutato dai tempi più estesi, il piccolo schermo può trasporre un romanzo meglio del cinema. Cosa succede, però, quando non ci si vuol fermare al primo ciclo di episodi? Quando la televisione scavalca gli autori, va oltre a tentoni, e quei romanzi autoconclusivi li supera per trarne a ogni costo una seconda stagione? Lo abbiamo scoperto in anticipo con The Handmaid's Tale: il soggiorno a Gilead era faticoso lo scorso anno, quindi figuriamoci adesso – il terzo di fila. A giugno, invece, lo abbiamo visto accadere con la commedia a tinte thriller sulle disavventure delle cinque di Monterey: spesso in conflitto fra loro, si scoprivano amiche inseparabili davanti a un segreto di troppo. L'omicidio di uno stupratore. Se il romanzo terminava lì, all'insegna della solidarietà femminile, la serie al contrario doveva andare oltre: troppa la voglia di riunire quel cast d'eccezione, troppo grande il capriccio di bissare i fasti passati alla stagione dei premi. Ma chi troppo vuole, diciamolo, nulla stringe. E nei sette episodi del ritorno di Big Little Lies si fa fatica a trovare un senso. Lo si capisce dalla durata delle puntate, più brevi che mai. Lo si legge nero su bianco in rete, fra i disastri commessi in post-produzione e le resistenze da parte della new entry verso Andrea Arnold: di solito bravissima, la regista fa rimpiangere l'incredibile lavoro di Vallée a causa di un montaggio brusco e di una colonna sonora, questa volta, scelta senza amore. Il problema maggiore resta però la trama assente. Lo spunto: i sospetti verso le protagoniste. Ma agli sceneggiatori interessano la crisi matrimoniale della Whiterspoon fedifraga, i debiti di una Dern sull'orlo di una crisi di nervi, la timida relazione della Woodley, il passato di una sorprendente Kravitz con ridicola mamma medium al seguito, lo scontro titanico fra la Kidman e la Streep. Celeste, da poco vedova, rischia infatti di essere trascinata in tribunale dalla suocera sospettosa. Al pari del figlio scomparso – il fascinoso Skarsgard, che portava sesso e contraddizioni nella prima stagione –, il nuovo personaggio è così subdolo e malpensante, un misto di falsa gentilezza e tic nervosi, che potrebbe regalare a Meryl nuovi trionfi: il suo urlo a cena, non a caso, è già cult. Poco interessata a rivangare i traumi di Perry, così come a seguire le indagini della polizia, la serie risulta di conseguenza poco interessante. Un inutile strascico che, escluso l'affiatamento delle attrici, quest'anno forse non aveva ragione d'essere. La sola consolazione: dati i costi esorbitanti e gli impegni del cast, probabilmente ci si fermerà qui. Di grande, parafrasando il titolo, per un po' resterà soltanto la mia delusione. (6)

A proposito di ritorni forzati. A proposito di incipit improbabili. A proposito di serie TV che non si accontentano di fermarsi quando sarebbe meglio, ma macinano instancabilmente consensi e denaro. La settimana scorsa, su Netflix, ha fatto nuovamente capolino la maschera di Dalì. Dopo un recupero recentissimo, risalente appena allo scorso aprile, a separarmi dalla banda di rapinatori ci sono stati pochi mesi: l'attesa, dunque, non l'ho doppiamente sentita. Sia perché il ritorno era alle porte, sia perché – anche a costo di ripetermi – dico che sarebbe stato più saggio fermarsi alla fuga rocambolesca della seconda stagione. Ma i criminali, com'è ormai noto, fanno sempre di testa loro. Mentre si godono la refurtiva in luoghi esotici, vengono riuniti d'urgenza: Rio è stato catturato. La colpa, ovviamente, è dell'odiatissima Tokyo: gatta morta volubile e scostante, che pianta in asso l'innamorato e per tre giorni va altrove a folleggiare. Il pensiero di Rio torchiato, torturato, mobilita il Professore a organizzare un nuovo colpo: l'ideatore originale era il compianto Berlino, che pur di non abbandonare la produzione s'intravede spesso in qualche nostalgico flashback italiano. Si punta allo scambio degli ostaggi. Si punta non ai soldi, ma all'oro. Qualcosa, come si diceva all'inizio, non torna: La casa di carta fa storcere il naso per la poca necessità del tutto, per il fanservice spudoratissimo, eppure funziona anche con tanto di intoppi. Non mancano le novità: l'ingresso in squadra di Palermo, cattivo che non fa rimpiangere Berlino; la sbirra Alicia, irresistibile cane da caccia con un pancione di nove mesi; il rapporto tenerissimo fra Helsinki e Nairobi, i miei personaggi preferiti, sospeso fra amicizia e amore impossibile. Nessuna menzione, invece, meriterebbe il Professore: fuori forma, patisce l'intromissione a gamba tesa di Raquel. Non mancano, ancora, le spettacolarità di sorta: un caveau sommerso, da perlustrare con la muta da sub; i dirigibili che gettano denaro contante per distrarre la folla; le lezioni di mimetizzazione quando si è messi alle strette. Aggiungete a fantasia ritmo, colonna sonora, montaggio. Partito sotto i peggiori auspici, l'heist movie spagnolo mi ha smentito strada facendo con la furbizia intelligente di chi – vedasi il finale shock – sa rendere indispensabile il binge di un'ennesima stagione. Quando si entra nel vivo dell'azione, e del trash, La casa di carta si conferma l'intrattenimento perfetto. (7)

mercoledì 24 luglio 2019

Recensione: Il party, di Elizabeth Day

| Il party, di Elizabeth Day. Neri Pozza, € 18, pp. 350 |

Ci sono quei personaggi talmente disturbati da risultare subito irresistibili. Prendete Martin Gilmour, ad esempio: critico d'arte sulla quarantina, autore di unico insuperato best-seller, che ci apre le porte della sua anima nerissima mentre il migliore amico, Ben, apre quelle della sua casa. Piacente e ben vestito, potrebbe quasi confondersi nella fauna pullulante della Londra bene. Ma è né più né meno che un mistificatore, un intruso. Cosa ci fa lì, in un ex monastero convertito per capriccio in villa di campagna, fra imprenditori, starlette, vecchi bulli prestati alla politica e camerieri dai pantaloni troppo attillati sul didietro? Lui, impopolare ai tempi del collegio, è diventato quello che è – un abile parvenu – grazie ai favori del padrone di casa. Inseparabili da sempre, nella buona e nella cattiva sorte, gli ex compagni di scuola si sono spalleggiati e protetti reciprocamente. Se Ben teneva lontani i bulli a colpi di connaturato carisma, però, qual era il ruolo di Martin? A dodici anni il protagonista ha ucciso a sassate un passerotto, la mascotte della classe, confessando subito il crimine agli insegnanti. L'anno successivo, con un peluche acquattato sul fondo della valigia, altrove, è diventato la piccola ombra del rampollo della famiglia Fitzmaurice. Conquistarne l'amicizia è stato un letterale campo di battaglia, e Martin ha seguito le istruzioni dell'Arte della guerra per farsi notare. Dopo l'assassino dell'animale, aggiungiamo pure alla lista delle sue pazzie il furto – gli album preferiti di Ben pur di condividerne i gusti musicali, i suoi carteggi con i parenti –, la tossicodipendenza – lo tradiscono i muscoli facciali, sui quali non ha alcun controllo –, l'emulazione pedissequa – somigliare al coetaneo anche nello stile, allora, ordinando negli Stati Uniti lo stesso paio di scarpe da corsa rosa shocking. Di cos'altro potrebbe macchiarsi in una serata d'alcol a fiumi e nodi al pettine, dove ogni colpo di testa è concesso?

Alla fine siamo solo i due ventricoli dello stesso cuore avvelenato.

Prendete le affinità elettive di Dio di illusioni o del sottovalutato Non è colpa della luna. Aggiungete l'umorismo caustico e il glamour della serie Big Little Lies, ma con la variante dell'accento british. Forse inutile specificarlo, o forse no: nei gesti del protagonista c'entrano sia l'arrivismo, sia una pulsione sessuale inespressa verso il festeggiato. All'inizio del romanzo, thriller satirico dalle atmosfere patinate, sappiamo che i personaggi sono sotto indagine: alcuni torchiati dagli agenti di polizia, altri sull'orlo di una crisi nervosa. Si parla di un semplice incidente domestico. Quanto sporco, in realtà, hanno nascosto sotto il tappeto persiano del salotto? Acuto osservatore e narratore affascinante, a sorpresa il protagonista si lascia rubare la scena dalla moglie Lucy: rotonda e sarcastica, vittima in passato di amori totalizzanti e violenti, si rimpinza simpaticamente senza ritegno alcuno e tracanna aperitivi, al buffet, incurante degli ingredienti a chilometro zero o dei carboidrati in eccesso. Anni prima l'hanno sedotta l'indipendenza e il rigore di Martin. Adesso, tuttavia, il partner appare talmente distaccato da risultare uno sconosciuto. Moglie e marito si concedono brindisi e bollicine, si mimetizzano con la tappezzeria. Meglio non sottovalutarli: sanno più di quanto non dicano. Loro, così come il lettore purtroppo. Assolutamente ben scritto, acuto e scorrevole, il primo romanzo di Elizabeth Day giunto in Italia vive di ambienti sopraffini e compagnie stimolanti, ma altresì di alibi banali e moventi intuibili. La sensazione predominante, arrivati all'ultima pagina, è che il meglio stia proprio per cominciare.

Quando si è sposati con qualcuno di cui non ci si fida, si deve prestare attenzione a un sacco di cose. Quando ti rendi finalmente conto che, nonostante i tuoi tentativi di vedere il meglio in ogni cosa faccia tuo marito, lui non è una persona particolarmente a posto, devi stare in guardia. Devi mettere da parte ogni minima informazione, guadagnare potere a poco a poco. E non devi lasciar capire che sai.

I Fitzmaurice danno un prezzo a tutto. Anche all'amicizia, anche al silenzio. Non basteranno i capogiri dei mojito a distrarre Martin dal pensiero che, in cima a un piedistallo, più si stis in alto più ci si faccia male nella caduta. Dichiaratamente inscindibili, i protagonisti cadranno davvero insieme? A rendere interessante la classica amicizia a senso unico, in bilico fra venerazione e amore, contribuiscono senz'altro l'umorismo britannico sparso a piene mani e la solida struttura polifonica. Eppure a Il Party – titolo doppio, che allude sia alla festa per farli riunire, sia al partito politico di Ben – mancano i guizzi, le sorprese. Al menu, tutt'altro che insolito, sono state applicate rare variazioni sul tema. Gli ospiti coinvolti sono tutti ugualmente scintillanti, tutti ugualmente avidi. E non mi sono parse sufficienti la raffinatezza della confezione, il rigore della farsa, l'indiscreto appeal dei ritardatari accorsi all'ultimo, per fugare la sensazione di conoscere già le loro facce, la loro tappezzeria. Di esserci già stato, in passato, a una festa da cui sono tornato con un po' di emicrania e lo stomaco semivuoto.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: LP – Other People

lunedì 22 luglio 2019

Recensione: Canta, spirito, canta, di Jesmyn Ward

| Canta, spirito, canta, di Jesmyn Ward. NN Editore, € 18, pp. 270 |

Bentornati, se siete di ritorno nell'affascinante Bois Sauvage. Benvenuti, se invece è la prima volta. Sembrano accoglierci queste precise parole – formule di saluto, sintomo di accoglienza sincera – all'inizio del secondo romanzo della bravissima Jesmyn Ward. L'autrice afroamericana, che la scorsa estate mi aveva strappato il cuore dal petto con Salvare le ossa, ci porta per mano nei luoghi del nostro colpo di fulmine. Gli stessi che, nelle ultime pagine del capitolo precedente, erano stati spazzati via dalla forza distruttrice di Katrina: un uragano con un programmatico nome di donna. Questa volta, salutati Esch e i suoi fratelli, conosciamo i membri della famiglia Stone. Possibile non rimpiange i personaggi al centro della passata vicenda? Per quanto ne abbia sentito la mancanza, preferendo in definitiva l'altro romanzo a questo, è stato impossibile non affezionarsi anche alla voce di Jojo: tredici anni, le gambe chilometriche e le ginocchia grassocce, divide la casa con i nonni paterni e accudisce la piccola Kayla, che del fratello maggiore ha fatto il suo universo. Giù alle prese con gli sconvolgimenti della pubertà, nel giorno del suo compleanno fa i conti con due drammi: suo padre, Michael, sta per essere scarcerato; i primi spiriti errabondi stanno cercando nel frattempo di attirare la sua attenzione. Di razza meticcia, con nascenti doti da medium ereditate dal ramo materno, il protagonista parla con i morti e gli animali e, nel tempo libero, pende dalle labbra di nonno Pop, tanto accorto nel prendersi cura della moglie malata quanto disordinato qualora ci sia una da raccontare una storia dall'inizio alla fine.

Un uomo ha dentro delle cose che lo muovono. Come le correnti d'acqua. Cosa che non puoi farci niente. Più passano gli anni, più mi rendo conto che è così. Quello che ha dentro Stag è come acqua, così nera e profonda che non riesci a vedere la fine.

Com'è stata la sua reclusione a Parchman, campo di lavoro in cui fu rinchiuso per colpa dello strapotere dei bianchi? Qual è la verità su Richie, prigioniero della stessa età di Jojo, che piange incessantemente la sua giovinezza interrotta e, sotto forma di apparizione, tormenta il nipote per sbrogliare un'ultima questione irrisolta? Questa è la storia di un'iniziazione triviale e poetica. Ma è, soprattutto, la storia di un lungo viaggio in macchina. Direzione: il famigerato penitenziario. Si va a recuperare Michael. Guida Leonie, la mamma tossicodipendente del protagonista, e dietro siedono Jojo e Kayla. Più che stretti, i due sono avvinghiati. La donna li guarda con un misto di fastidio e invidia, sentendosi inadeguata: il primogenito vorrebbe rubarle il posto, essere un genitore migliore di lei. 
A punti di vista alterni, così, si danno il cambio mamma e figlio: il primo, di una tenerezza disarmante, con sin troppo da fronteggiare; l'altra, facilmente influenzabile, che preferisce il fidanzato alla prole e inconsciamente ha fatto propri i poteri di una famiglia di donne magiche. Trasporta cristalli di meth in un vano dell'automobile, non bada al vomito della figlia in preda all'influenza, eppure quando è fatta vede il fratello – Given, ammazzato in un presunto incidente di caccia – e distingue le piante medicamentose da quelle letali. La mela è caduta lontana dall'albero? Jesmyn Ward smuove mari e monti, apre in due la terra con la violenza dei sismi, e fa rotolare il frutto della discordia alla portata dei suoi personaggi. Irresponsabili e disperati, recuperano un nuovo passeggero e puntano a casa: si scontreranno con il braccio violento della legge – struggente il rapporto simbiotico fra Jojo e Kayla nella scena del posto di blocco – e matureranno riflessioni sulle loro origini rinnegate, nonché sui segreti taciuti a fin di bene – lo scioccante destino di Richie sembra proprio sbucato dalle migliori pagine di Uomini e topi.

Diceva che c'è uno spirito in tutte le cose. Negli alberi, nella luna, nel sole, negli animali. Diceva che il più importante è il sole, Aba, come lo chiamava lui. Ma per avere un equilibrio ci vuole tutto lo spirito che c'è in ogni cosa. Solo così le piante crescono, gli animali nascono e ingrassano per darci nutrimento. Ecco come me lo spiegava: se c'è troppo sole e niente pioggia, le piante seccano. Se c'è troppa pioggia, marciscono. Lo spirito deve trovarsi in equilibrio. Il corpo, mi diceva, è uguale.

Il tragitto è un po' un calvario, un po' un incanto. Scabroso, essenziale, pieno zeppo di magia, Canta, spirito, canta è l'avventura di un gruppo di sconosciuti con in comune il medesimo DNA e una sorprendente propensione allo straordinario. Le generazioni passate hanno subito deportazioni e schiavitù, l'onta dei crimini d'odio: l'odore di un bambino sarà abbastanza dolce da cancellare il puzzo di sangue? Sorretto dall'andamento classico e delicato del realismo magico, bello ma meno perturbante del precedete, il viaggio tocca facilmente il cuore parlando di bambini cresciuti in fretta, sorelline bisognose, razzismo e altre ingiustizie. Lo spunto abusato della trasferta on the road e l'impressione che ci fosse troppa carne al fuoco, tuttavia, mi hanno fatto trovare leggere stonature in questo intenso coro gospel. La litania funebre di Jesmyn Ward, stavolta, è un'armonia piena ma imperfetta. Una canzone già sentita, ma ugualmente capace di toccare le corde giuste. Il nostro spirito le risponderà in un doloroso controcanto.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Alice Merton – No Roots

venerdì 19 luglio 2019

I ♥ Telefilm: Chernobyl | When They See Us

Nella primavera del 1986 un reattore nucleare esplode in Ucraina. È notte: disastri e misfatti, fateci caso, succedono sempre con il favore del buio. Quando possono cogliere più alla sprovvista. Le conseguenze, si prevede, dureranno per millenni. L'esplosione infetta la flora e la fauna; il pulviscolo infernale si propaga attraverso l'aria. Scorie radioattive, come fossero coriandoli, si depositano sugli spettatori inconsapevoli: inquietati dallo spettacolo, si sono radunati in strada tutt'altro che pronti alle conseguenze. Si può vivere accanto a una bomba a orologeria all'oscuro dei contro? Il disastro si poteva evitare giocando d'anticipo? Harris, Skarsgard ed Emily Watson sono i membri di un'impegnata task force di addetti ai lavori: scavano fra le lastre di grafite, nel marcio, e ricercano un colpevole da assicurare alla giustizia. Abbondano allora i tecnicismi, i discorsi fitti e settoriali, e il rischio di smarrirsi nel tentativo di decifrarli è alto, in particolare negli episodi centrali. Chiamano a rapporto minatori, esperti, ulteriori vittime sacrificali. Gettano colate di sabbia sul nocciolo e sventano il pericolo maggiore: inquinare la falda acquifera. Ma c'è tanta complessità e, soprattutto, troppa freddezza. Alle loro, quindi, si preferiscono senz'altro le storie delle persone comuni: la gravidanza a rischio di una giovane vedova o il duro apprendistato di un novellino, nell'episodio più potente, chiamato a freddare gli animali domestici infetti. Il KGB vorrebbe mettere a tacere i testimoni. Ma l'ossessione per la verità e il peso delle bugie, per fortuna, porteranno pochi coraggiosi a parlare. Più interessante che appassionante, più importante che bella, la serie di Craig Mazin – autore, in passato, delle peggiori commedie demenziali – è l'ultimo tassello di quei (tele)film d'inchiesta nello stile di Il caso Spotlight, The Post o Sulla mia pelle. Produzioni dall'indiscutibile lavoro documentario, che al pari del migliore approfondimento giornalistico mostrano ricostruzioni fedelissime e rivangano pagine di storia recente, risultando rigorose dal punto di vista tecnico e meno sul piano narrativo. Lente e angosciose, con esterni che ricordano il grigiore spaventoso dell'ultimo Suspiria, le cinque puntate si seguono con le orecchie ben aperte e il cuore altrove. La forse sopravvaluta Chernobyl, miniserie già da record, comunque ci illumina: nato a otto anni dalla tragedia pensavo di essere nelle fila di chi ne sa poco. Amaramente, mi sono accorto, ne sapevamo poco tutti quanti. Di quell'Unione Sovietica che non sbaglia mai o, se succede, è così brava a nascondere i danni sotto il tappeto. Di quell'Unione Sovietica che non vuole ammettere resa, dichiarare l'oscurità dei propri costumi, e pertanto tiene dipendenti e civili nel dubbio. Ignoranti e impreparati, vittime non soltanto delle radiazioni ma anche della legge del silenzio; di una forma ingiustificabile di disinformazione programmata. Che il piccolo schermo, tornato a essere finalmente un mezzo d'informazione, possa istruirci. (7)

Cinque ragazzi, bambini o poco più. Nella maggioranza dei casi, non si conoscono. Si trovano la sera sbagliata nel posto sbagliato, Central Park. Ridono, scherzano, folleggiano. Hanno seguito in corteo una folla di coetanei che prometteva divertimento. Quando gli altri si disperdono, a causa di una retata, restano loro. A sventolare bandiera bianca. A prendersi le colpe di un crimine mai commesso. Poco più là, infatti, una jogger è stata stuprata. Perché mettersi a cercare il colpevole, però, se tutto sembra così semplice; se ci sono cinque monelli dalla pelle scura contro cui puntare l'indice? Ha inizio un'odissea processuale che dura quindici anni. Prima le deposizioni raccolte svogliatamente da una polizia che fa orecchie da mercante, poi il processo con un verdetto shock, infine il reinserimento in società mentre il mondo esterno è andato avanti e loro, in fermo, al contrario sono stati lasciati indietro da famiglie, amori, affari. La lettera scarlatta fiammeggerà sui loro petti fino ai giorni nostri. Quando proprio Donald Trump, lo stesso pagliaccio che proponeva per loro la pena di morte, è diventato presidente degli Stati Uniti. Quando Netflix, in vena d'impegno, promette di fare chiarezza. Molto più che un dramma d'inchiesta, When They See Us è una ferita aperta. La ricostruzione necessaria di un'onta irreversibile, che fa riflettere – in lacrime e scossi dai travasi di bile – sul disinteresse della giustizia di fronte alla verità. Accorato e coinvolgente, al punto che gli si perdona anche la vaga retorica del finale, trasuda intensità in ogni puntata. Cresce l'indignazione, così come la compassione verso cinque ragazzini interrotti, che nel migliore dei casi finiscono in riformatorio e nel peggiore in carcere – commuovo, in particolare, le tribolazioni del povero Korey, che al parco non ci doveva essere, che sedici anni li ha soltanto su carta. Come sopravvivere all'isolamento se non rifugiandosi nei sogni a occhi aperti? Come ripulirsi la reputazione se non aspettando che il vero colpevole si faccia avanti? Tutte le star – da Vera Farmiga a Felicity Hoffman, da Joshua Jackson a Logan Marshall-Green – scelgono così di sacrificarsi, in sordina. I giovani del cast, diventati un tutt'uno con i personaggi, invece sembrano a lungo persone reali anziché attori, al punto che non si è tentati di memorizzarne i nomi o di andare a sbirciarne la filmografia in rete. Se un giudice li condanna, per quel che vale, lo spettatore li assolve. Anche se in ritardo, tifa per loro e sbraita. Con la consapevolezza che non sia inutile; che ci siano altre battaglie da vincere. Fino a quando gli americani, qui alle prese con i lati oscuri del famoso sogno, non guarderanno la proverbiale trave nel loro occhio – e gli sbagli commessi. (8)