Nella
primavera del 1986 un reattore nucleare esplode in Ucraina. È notte:
disastri e misfatti, fateci caso, succedono sempre con il favore del
buio. Quando possono cogliere più alla sprovvista. Le conseguenze,
si prevede, dureranno per millenni. L'esplosione infetta la flora e
la fauna; il pulviscolo infernale si propaga attraverso l'aria.
Scorie radioattive, come fossero coriandoli, si depositano sugli
spettatori inconsapevoli: inquietati dallo spettacolo, si sono
radunati in strada tutt'altro che pronti alle conseguenze. Si può
vivere accanto a una bomba a orologeria all'oscuro dei contro? Il
disastro si poteva evitare giocando d'anticipo? Harris, Skarsgard ed
Emily Watson sono i membri di un'impegnata task force di addetti ai
lavori: scavano fra le lastre di grafite, nel marcio, e ricercano un
colpevole da assicurare alla giustizia. Abbondano allora i
tecnicismi, i discorsi fitti e settoriali, e il rischio di smarrirsi
nel tentativo di decifrarli è alto, in particolare negli episodi
centrali. Chiamano a rapporto minatori, esperti, ulteriori vittime
sacrificali. Gettano colate di sabbia sul nocciolo e sventano il
pericolo maggiore: inquinare la falda acquifera. Ma c'è tanta
complessità e, soprattutto, troppa freddezza. Alle loro, quindi, si
preferiscono senz'altro le storie delle persone comuni: la gravidanza
a rischio di una giovane vedova o il duro apprendistato di un
novellino, nell'episodio più potente, chiamato a freddare gli
animali domestici infetti. Il KGB vorrebbe mettere a tacere i
testimoni. Ma l'ossessione per la verità e il peso delle bugie, per
fortuna, porteranno pochi coraggiosi a parlare. Più interessante che
appassionante, più importante che bella, la serie di Craig Mazin –
autore, in passato, delle peggiori commedie demenziali – è
l'ultimo tassello di quei (tele)film d'inchiesta nello stile di Il caso Spotlight,The Post o Sulla mia pelle. Produzioni
dall'indiscutibile lavoro documentario, che al pari del migliore
approfondimento giornalistico mostrano ricostruzioni fedelissime e
rivangano pagine di storia recente, risultando rigorose dal punto di
vista tecnico e meno sul piano narrativo. Lente e angosciose, con
esterni che ricordano il grigiore spaventoso dell'ultimo Suspiria,
le cinque puntate si seguono con le orecchie ben aperte e il cuore
altrove. La forse sopravvaluta Chernobyl,
miniserie già da record, comunque ci illumina: nato a otto anni
dalla tragedia pensavo di essere nelle fila di chi ne sa poco.
Amaramente, mi sono accorto, ne sapevamo poco tutti quanti. Di
quell'Unione Sovietica che non sbaglia mai o, se succede, è così
brava a nascondere i danni sotto il tappeto. Di quell'Unione
Sovietica che non vuole ammettere resa, dichiarare l'oscurità dei
propri costumi, e pertanto tiene dipendenti e civili nel dubbio.
Ignoranti e impreparati, vittime non soltanto delle radiazioni ma
anche della legge del silenzio; di una forma ingiustificabile di
disinformazione programmata. Che il piccolo schermo, tornato a essere
finalmente un mezzo d'informazione, possa istruirci. (7)
Cinque
ragazzi, bambini o poco più. Nella maggioranza dei casi, non si
conoscono. Si trovano la sera sbagliata nel posto sbagliato, Central
Park. Ridono, scherzano, folleggiano. Hanno seguito in corteo una
folla di coetanei che prometteva divertimento. Quando gli altri si
disperdono, a causa di una retata, restano loro. A sventolare
bandiera bianca. A prendersi le colpe di un crimine mai commesso.
Poco più là, infatti, una jogger è stata stuprata. Perché
mettersi a cercare il colpevole, però, se tutto sembra così
semplice; se ci sono cinque monelli dalla pelle scura contro cui
puntare l'indice? Ha inizio un'odissea processuale che dura quindici
anni. Prima le deposizioni raccolte svogliatamente da una polizia che
fa orecchie da mercante, poi il processo con un verdetto shock,
infine il reinserimento in società mentre il mondo esterno è andato
avanti e loro, in fermo, al contrario sono stati lasciati indietro da
famiglie, amori, affari. La lettera scarlatta fiammeggerà sui loro
petti fino ai giorni nostri. Quando proprio Donald Trump, lo stesso
pagliaccio che proponeva per loro la pena di morte, è diventato
presidente degli Stati Uniti. Quando Netflix, in vena d'impegno,
promette di fare chiarezza. Molto più che un dramma d'inchiesta,
When They See Us è una ferita aperta. La ricostruzione
necessaria di un'onta irreversibile, che fa riflettere – in lacrime
e scossi dai travasi di bile – sul disinteresse della giustizia di
fronte alla verità. Accorato e coinvolgente, al punto che gli si
perdona anche la vaga retorica del finale, trasuda intensità in ogni
puntata. Cresce l'indignazione, così come la compassione verso
cinque ragazzini interrotti, che nel migliore dei casi finiscono in
riformatorio e nel peggiore in carcere – commuovo, in particolare,
le tribolazioni del povero Korey, che al parco non ci doveva essere,
che sedici anni li ha soltanto su carta. Come sopravvivere
all'isolamento se non rifugiandosi nei sogni a occhi aperti? Come
ripulirsi la reputazione se non aspettando che il vero colpevole si
faccia avanti? Tutte le star – da Vera Farmiga a Felicity Hoffman,
da Joshua Jackson a Logan Marshall-Green – scelgono così di
sacrificarsi, in sordina. I giovani del cast, diventati un tutt'uno
con i personaggi, invece sembrano a lungo persone reali anziché
attori, al punto che non si è tentati di memorizzarne i nomi o di
andare a sbirciarne la filmografia in rete. Se un giudice li
condanna, per quel che vale, lo spettatore li assolve. Anche se in
ritardo, tifa per loro e sbraita. Con la consapevolezza che non sia
inutile; che ci siano altre battaglie da vincere. Fino a quando gli
americani, qui alle prese con i lati oscuri del famoso sogno, non
guarderanno la proverbiale trave nel loro occhio – e gli sbagli
commessi. (8)