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giovedì 9 gennaio 2025

Recensione: Cent'anni di solitudine, di Gabriel García Márquez

| Cent’anni di solitudine, di Gabriel García Márquez. Mondadori, € 15, pp. 384 |

Alla prima pagina della mia copia di Cent'anni di solitudine tengo un foglietto fittamente annotato. Ci ho segnato man mano i membri della famiglia Buendía e le loro parentele, talmente intricate che, a torto, temevo avrei perso il filo. Sul retro ho scritto altri dettagli. Una psichedelia illeggibile di fiori gialli e farfalle, effluvi stordenti e valzer di orologi, contagi d’insonnia e galeoni senza mare. Davanti a un romanzo così denso e meraviglioso, l'unica frustrazione nasce qui: dall'impossibilità fisiologica di tenere a mente i prodigi e gli anatemi della città di Macondo. La nostra memoria è limitata; Márquez, al contrario, sconfinato. Ambientato nel folto della sierra, il suo capolavoro si apre in un paradiso perduto in cui gli abitanti sono tutti al di sotto dei trent'anni, non c'è ancora nessun morto da seppellire e le case son bianche come colombe. I protagonisti, in fuga dai fantasmi del passato, sono tra i fondatori. José Arcadio e Ùrsula, cugini con il timore di mettere al mondo una nidiata di bambini dalla coda di maiale, saranno i primi di una stirpe di cui l'autore ci racconta i primordi e l'epilogo: delle sette generazioni di Buendía, impossibile non menzionare Amaranta e Rebeca, separate dall'amore per lo stesso italiano; il primogenito superdotato, assoldato in un freak show; il colonnello Aureliano, sorpreso davanti al plotone di esecuzione in uno degli incipit più famosi di sempre.

Confuso da due nostalgie, una di fronte all’altra come due specchi, perse il suo meraviglioso senso dell’irrealtà, e finì per raccomandare a tutti di andarsene da Macondo, di dimenticare i suoi insegnamenti sul mondo e sul cuore umano, di sbattersene di Orazio, e in qualunque posto fossero di ricordarsi sempre che il passato era una bugia, che la memoria non aveva via di ritorno, che ogni primavera antica era irrecuperabile, e che l’amore più sfrenato e tenace era comunque una verità effimera.

Gli uomini, instabili e nostalgici, si rifugeranno nelle passioni incestuose, nell'occulto, nei lavori di fino: quando perderanno la lucidità, vedranno scorrere la vita in timelapse legati a un castagno. Le donne non saranno angeli del focolare, bensí guide: non perderanno il controllo nemmeno nel buio della cecitá e rimanderanno l'ora della morte fino al completamento di un sudario ricamato. A sciabolate, l’autore Premio Nobel apre la sua Colombia prima al mare, poi al progresso, trasformando un'utopia senza chiese né gendarmi in un fiero avamposto di ribellione. Inevitabili gli scontri tra liberali e conservatori, gli illeciti di una compagnia bananiera, gli attimi di folle munificenza e i lunghi periodi di declino. In questa inesauribile girandola di accidenti e ritorni, per fortuna, la violenza non scalza mai lo stupore. Riusciranno i discendenti a opporsi alla profezia dello zingaro Melquíades, stimato conoscitore del cuore e del mondo? Il passato, il presente e il futuro si intrecciano in un labirinto di fiori esotici e sangue, fino a inglobare la casa dei protagonisti in un abbraccio. L'eternitá: soltanto un punto di interpunzione fissato da Marquez. Il suo romanzo, giá nel novero dei classici e subito tra i miei preferiti, è un girotondo in cui ogni fine è un inizio e dove nessuno va mai via per davvero.

In realtá non gli importava della morte ma della vita, per questo la sensazione che provò quando pronunciarono la sentenza non fu di paura ma di nostalgia.

Dall’immaginaria Macondo passa un treno destinato ai viaggi solo andata. I Buendía, seduti sotto il portico in una siesta senza fine, lo guardano passare; ci salutano. Non è un addio, ma un arrivederci. C'è sempre speranza di ritrovarsi. Laggiù, infatti, si ritorna controcorrente, nelle intestazioni delle strade e negli scricchiolii dei fantasmi, fino a quando qualcuno non avrà l'audacia di battezzerà il proprio figlio con un nome che sia diverso da Arcadio o Aureliano, Remedios o Ùrsula. E, almeno illusoriamente, porrá fine cosí a un secolo d'abbandono. Non contraddiciamolo. Non sveliamogli, mai, che era giá tutto previsto. A differenza dei membri della famiglia Buendía, noi che leggiamo della loro maledizione, d'ora in avanti, non conosceremo più la piaga della solitudine.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Riccardo Cocciante – Era già tutto previsto

lunedì 7 ottobre 2024

Recensione: Ti ho dato gli occhi e hai guardato le tenebre, di Irene Solà

| Ti ho dato gli occhi e hai guardato le tenebre. Irene Solà, Mondadori, € 18,50, pp. 156 |

Cosa succederebbe se David Eggers, il regista di The Witch e The Lighthouse, dirigesse una sceneggiatura firmata dal fantasma di Gabriel Garcìa Màrquez? La bravissima Irene Solà, autrice catalana già di culto presso i millennial, sembra mostrarcelo in questo incubo a occhi aperti. Un po' menestrello, un po' strega, ci apre le porte di una saga familiare fosca e oscena, i cui personaggi si muovono in un limbo brulicante di insetti. Siamo in una stamberga sui Pirenei. Il casolare del Mas Clavell è paragonato a un corpo in decadenza, le stanze a una bocca guasta. È una proverbiale notte buia e tempestosa e, costretta a letto, la vecchia Bernadeta attende la morte: non è il paradiso che la attende. Veggente, è stata l'amante del Maligno in persona e una degli ultimi membri di una famiglia di donne irredente. Eccole, riunite intorno al capezzale, pronte a trascinare la parente inferma all'inferno. Hanno sgozzato un capretto. E disordinatamente, confondendosi coi vivi, si sono raccontate senza filtri al lettore. Vissute a cavallo tra le due guerre, appartengono a una progenie maledetta: nel loro DNA c'è il gene della mancanza, dell'abbandono.

Perché di mattino una donna ingenua poteva illudersi che la notte fosse finita. Mentre la notte non finiva mai, attendeva di nascosto e faceva sempre ritorno.

Solà ci propone un carosello spettrale di orgogliose peccatrici e, sondando le ombre, ci intrattiene con bambini divorati nella culla, abusi e mattanze, selve popolose di belve e briganti. Per leggerla è vietato essere impressionabili: gli argomenti scabrosi abbondano e poco è lasciato all'immaginazione. Il suo romanzo è una carogna che disgusta, eppure, misteriosamente, attrae. Come volgere lo sguardo altrove? Schiavo del turbamento, ho subito tessuto le lodi di una scrittura ritmica e fortemente suggestiva: sensuale perfino nell'orrore più turpe. Il difetto è che la trama non presenta una vera evoluzione e che, fino all'ultima pagina, aspettiamo soltanto l'ultimo rantolo di Bernadeta. Eccessivamente barocco, prima affascina e poi affatica, con uno stile densissimo e un albero genealogico troppo ramificato per duecento pagine scarse. Si respira un sentore di decomposizione. Ma anche l'odore del soffritto che intanto frigge in padella: cipolla, lardo, cannella. C'è una festa da preparare. Alienate dal mondo, mosse da attrazioni incestuose e fantasie di zoofilia, le donne di casa sghignazzano delle diavolerie dell'epoca contemporanea e nutrono nostalgia per gli eccessi che furono. Sono vittime inermi del Secolo breve o femministe all'avanguardia, in un passato in cui altrimenti non avrebbero avuto voce? Il loro sabbat è un commiato senza speranze in cui le tenebre sono l'unico spettacolo da rimirare; l'unica coperta abbastanza lunga da stringerle tutte insieme ancora una volta.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Thom Yorke – Volk


giovedì 18 novembre 2021

Recensione: Mexican Gothic, di Silvia Moreno-Garcia

Mexican Gothic, di Silvia Moreno-Garcia. Mondadori, € 18, pp. 320 |

I tappeti di foglie secche, le nebbie del primo mattino e le suggestioni di un Halloween da poco trascorso mi hanno spinto tra le pagine di Silvia Moreno-Garcia. Il suo romanzo d'esordio, in pendant con la stagione autunnale, era un richiamo irrinunciabile. Attesissimo dagli appassionati del genere, chiacchierato in lungo e in largo sui social, Mexican Gothic è un tunnel degli orrori che ho percorso all'oscuro dei pericoli in agguato. Il titolo è un biglietto da visita. Ambientata in America Latina, la ghost story unisce il fascino del genere horror all'esotismo di un'ambientazione insolita: il tutto è poi arricchito dall'eleganza degli anni Cinquanta, che rimandano naturalmente ai classici del cinema e ai fasti del divismo hollywoodiano. Avvenente come un'attrice, Noemí non è la tipica damigella ingenua: sfrontata, irriverente e modernissima, studia antropologia e semina dappertutto cuori infranti. Messa in allarme dalle lettere deliranti della cugina – vittima di una febbre alta, o forse di un maleficio –, la protagonista raggiunge la parente nella residenza del marito: High Place. La casa, grande e decadente, appartiene a una famiglia inglese: dopo essersi arricchiti con le miniere d'argento, i Doyle non hanno mai abbandonato il Messico. Cosa li trattiene lì? Descritta come un organismo senziente, la residenza è una gabbia dorata con qualcosa di marcio nascosto sotto la carta da parati. Come spiegare altrimenti le inquietanti perversioni degli abitanti? Mentre il patriarca infermo detta legge dalle proprie stanze, il mefistofelico Virgil e sua cugina Florence gestiscono gli ospiti con il pugno di ferro. Unico punto di riferimento per Noemí: Francis, un giovane malinconico che raccoglie funghi nei cimiteri e coltiva un frustrante desiderio di fuga.

I muri mi parlano. Mi raccontano segreti. Tu non ascoltarli, copriti le orecchie con le mani. Ci sono i fantasmi. Sono reali. Prima o poi li vedrai.

Per un bel po' Mexican Gothic segue le tappe di un copione noto: a metà tra Rebecca e Crimson Peak, si muove sinuosamente tra gli archetipi dell'immaginario gotico e semina lì indizi, simboli. Qual è il nesso tra l'uroboro, il serpente che si morde la cosa, e il lignaggio dei Doyle? Come mai le tante conversazioni scomode a proposito dell'eugenetica? Costellato di incubi, flashback e dialoghi rivelatori, il romanzo intriga grazie allo sfrenato citazionismo della prima parte – complice lo stile ammaliante dell'autrice – e delude infine nella seconda, destinata a gettare le basi di una mitologia familiare non troppo solida. Non soltanto le risposte ai misteri di Moreno-Garcia appaiono precipitose, ma la narrazione si fa ripetitiva e prolissa: lo si nota soprattutto nelle sequenze d'azione conclusive, gestiste senza grinta. Già destinato a diventare una serie TV, il romanzo delude nella resa del worldbuilding – appassiona più come omaggio, infatti, che come storia originale – ma brilla per l'attenzione cinematografica ai dettagli, tanto nelle efferatezze quanto negli accessori alla moda di Noemí. Glamour e turpe, l'autrice sguazza divertita nelle sale da ballo e negli incesti, nel barocco e nel cannibalismo. Ma il suo fortunatissimo esordio è una variazione sul tema con un evidente fraintendimento alla base: è ambientato in Messico, ma i suoi peggiori fantasmi provengono dall'Inghilterra. Né abbastanza latino, né abbastanza britannico, il gotico expat cerca in maniera incerta casa e radici. Vuoi unirti alla sua famiglia?

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Builders and the Butchers – Spanish Death Song

lunedì 30 agosto 2021

Recensione: Sorelle, di Daisy Johnson


| Sorelle, di Daisy Johnson. Fazi, € 17, pp. 200 |

Classe 1990, l'inglese Daisy Johnson vanta primati storici e paragoni illustri. È stata la più giovane finalista al Man Booker Prize e, stando ai commenti della stampa internazionale, il suo stile la renderebbe l'anello di congiunzione tra Shirley Jackson e Stephen King. Davanti a un curriculum come questo, ci ero già cascato con l'esordio. Ma Nel profondo tragedia di mostri e incesti, tanto affascinante quanto nebulosa – non mi aveva convinto affetto. Avrei cambiato idea con Sorelle, incentrato questa volta sul legame viscerale e inquietante tra consanguinee?

Mia sorella è un buco nero. Mia sorella è un tornado. Mia sorella è il capolinea mia sorella è la porta chiusa a chiave mia sorella uno sparo nel buio. Mia sorella mi sta aspettando.

Luglio e Settembre sono nate a soli dieci mesi di distanza. Si completano le frasi a vicenda, mangiano dallo stesso piatto, dormono su un unico cuscino. Perdono la verginità all'unisono. Benché diciassettenni, non sembrano voler abbandonare le sicurezze dell'infanzia. Rifugiate in un microcosmo di fiocchi colorati, giochi proibiti e segreti da svelare, tagliano deliberatamente fuori il resto del mondo: perfino la madre Sheela, scrittrice gravemente depressa, che si limita a essere una custode discreta e a immortalarle talora nei propri libri illustrati. Il romanzo prende avvio con un trasferimento repentino. Dopo essersi lasciate Oxford alle spalle, si stabiliscono nella casa di una zia paterna: un relitto fatiscente, eretto nell'impervia brughiera, occupato da ragni, falene e piante urticanti. Pian piano il lettore si renderà conto della differenza che passa tra le due adolescenti. Mentre Luglio è romantica e fedele, Settembre è dispotica e prevaricatrice. Sottopone continuamente la sorella a crudeli prove di coraggio, a insostenibili riti di iniziazione. Cosa le ha portate a rifugiarsi laggiù? Quella casa che scricchiola nella notte è forse infestata? O il problema sono proprio le due sorelle, con i loro non detti, con i loro traumi da elaborare? Tutte le spiegazioni trovano posto, per fortuna, nelle ultime trenta pagine: meritevoli, anche se prevedibili, stringono il cuore in una morsa d'angoscia.

La Casa ha i muri portanti. Ecco cosa portano: l'infinita tristezza di mamma, gli scatti d'ira di Settembre, la mia muta incapacità di fare tutto quello che gli altri mi chiedono di fare, le stagioni, la morte dei piccoli animali nella macchia qui intorno, ogni parola d'amore o di rabbia che ci diciamo l'un l'altra.

Abbracciando le immagini del genere body horror, Daisy Johnson parla di bullismo e revenge porn, d'identità e malattia mentale. A lasciare dubbi sono le centottanta pagine precedenti; i capitoli brevi e frammentari, simili a schegge fuggevoli o poco più; la mancanza di discorsi diretti; una scrittura lisergica ed evanescente, tutta lazzi e frasi a effetto, che ben presto finisce per annoiare. Si ha l'impressione di conoscere la storia a menadito. Luglio e Settembre, nomi bislacchi e atteggiamenti sibillini a parte, non hanno niente di nuovo da condividere e si muovono stancamente in un immaginario orrorifico già fitto di affinità elettive, parentele mortifere, simmetrie inquietanti. A Halloween si vestono come le gemelline di Shining e, a zonzo, chiedono dolcetto o scherzetto. Nella routine di tutti i giorni scelgono l'isolamento e gli outfit delle protagoniste di Abbiamo sempre vissuto nel castello. E somigliano un po' perfino alle italiane Sorelle Soffici, sottovalutatissimo romanzo di Pierpaolo Vettori uscito ormai dieci anni fa, o a alle protagoniste di uno dei romanzi più memorabili dell'anno, Il valore affettivo, che similmente scandagliava il sangue e i panni sporchi. Confermo a malincuore l'impressione iniziale: Daisy Johnson non fa per me e non la leggerò oltre. Troppo abbozzate le sue trame, troppo evanescente il suo stile. Gira terribilmente a vuoto. Se avete apprezzato il romanzo precedente, andate pure a trovare Luglio e Settembre nel cuore della brughiera. Se, come me, lo avevate già mal sopportato di vostro, sappiate che qui non cambierete idea: leggete i titoli da me citati piuttosto, prendete appunti, e andate a giocare a rimpiattino con altri disagi, con altre sorelle.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Sergio Endrigo - La casa

lunedì 2 novembre 2020

Recensione: Tettagna, di Patrizia De Luca

| Tettagna, di Patrizia De Luca. E/O, € 16, pp. 150|

La femminilità è potere. Giunto il primo ciclo mestruale, è una lezione che devono imparare tutte le abitanti di Tettiano. Assunta, all'epoca soltanto una bambina, ha avuto fretta di farla propria. Ha appreso il segreto delle donne con l'imbroglio, sporcandosi le mutandine con il succo di un pomodoro: voleva sapere a ogni costo, bruciare le tappe per diventare consapevole. In un paese immaginario della provincia campana, edificato all'ombra della collina di Tettagna ma con il maestoso Vesuvio stagliato di fronte, le abitati hanno décolleté prosperosi e un segreto risalente alla notte dei tempi. Seducenti e procaci anche in tarda età, nei reggiseni imbrigliano petti che hanno potere di vita e di morta sugli uomini. Sbirciare i loro seni significa restare vincolati a loro. Farle innamorare, poi, è un'arma a doppio taglio. A Tettiano nascono soltanto figlie femmine e gli amori durano per sempre: pena la morte. Se le mogli si disinnamorano, i mariti si ammattiscono fino a perire in una danza delirante. La femminilità è una maledizione.

Veglia Tettagna sulla mia voglia, che ogni uomo altro non sogna.

Orfana di entrambi i genitori, Assunta si sposa a diciassette anni col giostraio Nicola per opporsi a un'infanzia frugale. Sogna i giri gratis sulla ruota panoramica. Sogna di esercitare il potere. Sogna di ribellarsi all'ex tutrice, l'erborista Ziella, che l'avrebbe invece desiderata intraprendente e laureata. Le speranza di un'esistenza da gran signora si scontrano presto con le bugie di Nicola: indebitato fino al collo, e per questo inadatto a garantire agi ad Assunta e alla figlioletta Elsa, spinge la moglie a lavorare come donna delle pulizie nella Napoli più signorile. La sua bellezza, sfacciata ma destinata comunque a sfiorire, la rende protagonista di un poligono sentimentale venato di sensualità e tragedia. Invaghitasi del notaio Tommaso, di cui è la donna di servizio, Assunta torna alle antiche ambizioni. Se si separasse dal marito, se diventasse l'amante del notaio, quante persone soffrirebbero? Non toglierebbe forse un padre alla figlia? Può accontentarsi di un amore platonico, dunque, al posto di una passione divorante? Fuori posto, col suo accento pesante e una fisicità un po' volgare, la protagonista ricorda una Emma Bovary dotata del potere della leggendaria Medusa. Fatale e arrivista, cerca soluzioni e cavilli, eccezioni alla regola. Prova disagio nel suo corpo esplosivo. Prova disagio nel tenere il coltello dalla parte del manico, seppure in una società fortemente maschilista. Il potere in cui da giovane è crogiolata nel corso della lettura diventa una zavorra. Pericolosa tanto per il prossimo quanto per sé stessa, Assunta cammina sulle uova che ha schierato per lei l'ottima Patrizia De Luca.

Assunta, un amore che non sfiorisce si incista nel cuore e non cade mai, per estirpare un amore così bisogna scavare tra i tuoi seni, solo uccidendoti potranno strapparti il tuo Tommaso dal cuore.

L'autrice partenopea, qui al suo esordio, è una delle sorprese dell'anno. Lì dove qualcuno avrebbe preso spunto per una lunga epopea generazionale tinta di magia, la De Luca sceglie di ricavare soltanto l'essenziale: l'impalcatura ben cesellata di una fiaba nera, sanguigna e verace, con tre generazioni di donne a confronto e, sullo sfondo, un microcosmo senza tempo retto da leggi imperscrutabili. C'è un po' della mitologia classica. C'è un po' dell'immediatezza espressiva di Elena Ferrante, sia nell'irresistibile patina dialettale della De Luca – il tutto al servizio di una scrittura senza fronzoli –, sia nel temperamento scostante dei personaggi. C'è un po' del cinema di Pedro Almodovar, tra colori sgargianti e donne-streghe come nello splendido Volver. La festa di primavera in onore della Madonna del latte porta i caroselli in piazza. Le piante e i fiori della collina, se debitamente trattati, contengono i principi attivi per superare le difficoltà coniugali. Il pan di spagna delle squisitezze locali è arricchito da una farcia miracolosa. Mentre le loro scollature pesanti si oppongono nonostante tutto alla forza di gravità, a cosa devono appigliarsi le donne di Tettiano per non trasformarsi in assassine recidive? Alla solitudine, all'amicizia, alle fantasticherie dei libri? Metaforico e simmetrico, all'affascinante Tettagna si perdona perfino l'epilogo frettoloso, perché prende comunque alla gola. Il romanzo E/O contiene in sé un piccolo mondo tutto curve e contraddizioni da esplorare. Sono rinunce, giuramenti, colpi di scena. Sono forme di donna.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Kim Carnes – Bette Davis Eyes

sabato 18 gennaio 2020

Pillole di recensioni e inediti d'autore: Carrisi, Murgia, Avallone

(usciti nel 2011 con Corriere della Sera, al prezzo di un euro ciascuno)

Ci sono bruchi che diventano farfalle. Altri falene. È una legge della natura, non ci si può fare niente. Io l’ho sempre saputo. E non mi dispiace. 

Reduce dal successo internazionale e da polizieschi scritti sul modello dei serial statunitensi, un Donato Carrisi da riscoprire sceglie questa volta il tinello domestico per raccontare eccezionalmente orrori ordinari. Inquadrate tra Piemonte, Puglia e Spagna, le protagoniste sono tre minorenni da poco scarcerate. Rosi, una gigante buona; Cinzia, moderna Bonnie senza più il suo Clyde; infine Tecla, anima del gruppo che le ha radunate. Il loro ultimo colpo: rapinare una pensionata e farla franca. Eccole in una casetta di un borgo meridionale, con a terra il cadavere di un’anziana e un telefono che squilla incessantemente. E imprigiona le ragazze lì, nel dubbio. Rispondere o riagganciare? Chi ci sarà dall’altra parte? Più vicino alla nostra cronaca, questo Carrisi al femminile – ho pensato, ad esempio, ai thriller di Barbara Baraldi – è rapido ma nient’affatto indolore. Racconto disperato e sottile di abusi e rivalsa, con uno stile evocativo e tutti i ribaltamenti possibili in sole sessanta pagine – il tutto, senza perdere mai la giusta credibilità –, Falene è attratto dalla luce ma è destinato all’oscurità. Proprio come la sua protagonista, reduce da un’infanzia tragica e in cerca di vendetta per quella sorella bellissima – traviata da uomini e eroina – , che non dimentica né perdona i torti subiti. Anzi, se li lega al dito. E ne fa intrichi; intrighi.

Cosa può il richiamo del proprio sangue contro la consapevolezza di essere stati la causa involontaria del primo sangue sgorgato dal ginocchio di un amico?

A Cabras c’è una tradizione particolare. Durante la processione pasquale, da un capo all’altro del paese partono due statue – Maria e Gesù – che si incontrano nel momento dei festeggiamenti solenni. Qualcosa cambia quando una seconda parrocchia divide il paese in giurisdizioni diverse: si può fare una doppia processione? A raccontarci il tormento del paesello è il piccolo Maurizio, che vive una condizione sospesa: né natio né turista, guarda Cabras dalla soglia della porta – il folklore, il senso di appartenenza – e si domanda se sarà mai incluso in quel “noi”. Su uno sfondo colorato e pulsante, una Michela Murgia leggera e divertita dà vita a un gioco bellicoso che diventa infine una classica lezione sul perdono, regalata proprio dai coetanei di Maurizio. L’episodio, semplice e curioso, è sviscerato senza bisogno di grandi trame o personaggi, come nella migliore tradizione del racconto breve; ma con la suddetta tradizione ha in comune anche una vaghezza d’intenti che a volte fatico ad apprezzare. Caratterizzato da un andamento lesto e da una dimensione corale perfettamente resa, L’incontro conferma lo stile di Michela – una che con le parole fa il Tetris, centellinandole con precisione matematica – nonostante uno spunto destinato a esaurirsi tardi ma in fretta. Resta il migliore dei tre, ma è quello che meno intrattiene.

Andrea gli sedeva accanto. Con le ginocchia che toccavano le sue, e i polpacci che toccavano i suoi. Gli dava delle gomitate leggere. Sorrideva come può sorridere una statua gotica nell’anfratto più buio di una chiesa.

Piero, non nuovo dagli andirivieni dal carcere, è un criminale insospettabile. Fascinoso e furtivo, con a casa una moglie che non gli ha dato neanche la gioia di un figlio, durante una tappa in autogrill dà uno strappo in macchina all’enigmatico Andrea: biondo e spigoloso, seduto sul lavandino di un bagno pubblico, legge Tex all’una del mattino. Tra l’adulto e l’adolescente scatta un colpo di fulmine inspiegabile, che a volte somiglia a un rapporto padre-figlio, altre un’attrazione erotica. Regali, viaggi, mazzette: Piero paga per la compagnia del ragazzino, cercando di conquistarne i favori. L’uno è un gatto selvatico, che graffia e fa le fusa. L’altro è una lince, maestro del furto e dell’inganno. Quali dei due, bestie senza padrone, avrà la meglio? In una provincia italiana di acciaierie e risaie si svolge l’attrazione divorante di una canaglia verso un efebo inarrivabile. Cosa c’è dietro la sua bellezza? Cosa dietro la sua tristezza? Sulla scia di Morte a Venezia, benché le atmosfere metropolitane e torbide ricordino Le ferite originali, La lince è un racconto feroce e seducente con uno svolgimento, per forza di cose, appena abbozzato. Due personaggi tanto tormentati e contorti, nonostante l’indiscreto talento di una Silvia Avallone distante dalla freddezza dell’esordio, non hanno purtroppo il loro spazio vitale. Quando Piero perde la testa, l’autrice perde il filo. La lettura, così, si chiude con un senso d’irrisolto che non soddisfa, come se fosse l’assaggio di una storia dal grande potenziale. Sessanta pagine erano poche per una storia di crimini, desiderio e genitorialità: peccato; avremmo voluto sinceramente saperne di più.

venerdì 25 ottobre 2019

Recensione: La ragazza delle meraviglie, di Lavinia Petti

| La ragazza delle meraviglie, di Lavinia Petti. Longanesi, € 18,50, pp. 448 |

Ci andò a morire Partenope, la creatura leggendaria uccisa dall’amore non corrisposto per il subdolo Ulisse.
Ci fece tappa per l’ultima volta Virgilio, il poeta con la fama da mago, che scelse di farsi seppellire nel quartiere di Piedigrotta.
A lungo fu il principale porto affacciato sul Mediterraneo.
Dal mare arrivavano spezie, stoffe e maledizioni. Dal mare, ancora, arrivavano i forestieri e le sirene. A volte per viverci, altre per morire. Quante storie lontane sono rimaste intrappolate nel sartiame e nei vicoli? Quante ne ha ispirate una città che, a furia di custodirle per le generazioni successive, si è trasformata nella storia più affascinante di tutte? Sterminata, contraddittoria, antichissima, Napoli fa bene alla pancia e alla fantasia. Deve portare fortuna. Quest’anno ci sono stato prima con Storia del nuovo cognome, poi attraverso gli occhi della studentessa straniera di Perduti nei Quartieri spagnoli,  ma purtroppo manco in città da un po’. E mi manca. Si può provare nostalgia di qualcosa che non conosci bene o che forse non hai mai conosciuto? Nato in Sicilia da genitori casertani, cresciuto poi a cavallo tra Molise e Abruzzo, ho radici frastagliate e nessun senso di appartenenza. Ma se c’è una regione che sento nel profondo più delle altre è la Campania. Sarà che quando mi arrabbio scappano puntualmente improperi in quel dialetto buffo e sanguigno. Sarà che i miei nonni dicono che lì splenda sempre il sole e che tutti, proprio tutti, abbiano questa gran voglia di cantare. Sono meteoropatico, somatizzo le giornate uggiose fino a star male, e anch’io sin da bambino  cantavo – Claudio Baglioni al karaoke, per quanto lo rinneghi, e soprattutto storie di janare. Avere l’occasione di rileggere finalmente Lavinia Petti è stato un ritorno a casa.

Appena lo vide, Fanny capì che ogni passo che aveva mosso dal Moiariello era stato un passo verso di lui. Aveva dato retta all’istinto sconosciuto che guida la gente di mare, che quando è triste ha bisogno della sua vicinanza per mitigare la sofferenza. Come il sale, che cura le ferite ma prima le fa bruciare.

Scoperta qualche anno fa con Il ladro di nebbia, esordio stupefacente da me consigliato per vie ufficiali e ufficiose, la giovane autrice napoletana è di nuovo in libreria con un romanzo dal destino tortuoso ma dalla resa perfetta. Nel tempo l’ho scritta, l’ho tampinata, l’ho aspettata come accade di raro.
Lavinia mi raccontava in privato di una gestazione lunga e faticosa; di una storia uguale ma diversa dalla precedente, in cui far convergere il frutto delle sue ricerche e i segreti di un capoluogo che per comodità ama talora schermirsi dietro il cliché. L’attesa, non gliene ho fatto misteri, è stata ripagata. E dalle pagine della Ragazza delle meraviglie emerge infine l’affresco di una Napoli inedita – probabilmente l’autentica protagonista –, che solo il regista Ferzan Ozpetek ha provato a svelarci di recente fra riti esoterici, simbologie arcane e sguardi di seduzione. Francesca Annunziata, detta Fanny, è nata laggiù: peccato non si sappia da chi. Salvata dalla Ruota degli Esposti da una coppia di coniugi maledetti dalla sterilità e dalla piaga dei parenti impiccioni, la quattordicenne senza passato cresce bruna, selvaggia e malinconica. Né grande né piccola, enigmatica in primis agli occhi di sé stessa, fruga nelle case sfitte e nelle scatole di scarpe: ha la propensione a cacciarsi nei guai e un inquietante sesto senso che di notte la porta a fronteggiare incubi catastrofici e premonizioni mortifere. Le sue origini, un segreto di Pulcinella di cui venire a capo. Potranno il ritrovamento di una moneta vecchia di millenni e una chiave ossidata guidarla fino ai genitori biologici: gli unici a poter fugare la sua fama di strega, assieme alla sindrome d’abbandono che l’affligge?

«Pensano che sia una terra di luce. Si sbagliano: il Sud è pieno di tenebre. E le tenebre allettano gli uomini, soprattutto quelli che credono nella ragione. Un uomo razionale e ambizioso difficilmente resisterà alla tentazione di spazzarle via», fece una pausa. Quando parlò la sua voce era bassa, dolente. «Mi chiedo se sto commettendo un errore a voler salvare Napoli dai suoi fantasmi, a volerla salvare dal suo passato.»

Con il profilo mastodontico di Castel dell’Ovo all’orizzonte, mentre i gechi – fate in incognito, si mormora – scorrazzano sui muri scrostati e i tinelli ospitano le macchinazioni di una strana congrega al femminile, le ricerca della protagonista la porterà a domandare informazioni a prostitute dal trucco sbavato – Clemenza –, agli antiquari con le cravatte a fantasia – il signor Marrone –, a politici senza scrupoli – Augusto d’Avalos – che promettono di dare un nuovo assetto alla città a discapito della tradizione.
È una Napoli d’inverno, la sua, eccezionalmente fredda. Risulta piacevolissimo, allora, rifugiarsi nei bar per bere cioccolate bollenti e caffè forti, concedersi lo sfizio irrinunciabile di un morso di pizza con ricotta e cicoli, ricercare il calore umano della folla che infesta i mercatini caratteristici e i negozi d’anticaglie.
È una Napoli lontana dagli occhi ma mai dal cuore, stratificata. Proprio sotto il suolo cittadino, infatti, vive in silenzio un’esistenza parallela. Ha tunnel labirintici, pozzi e nicchie di tufo, templi sotterranei. Appare esplorabile, eppure, in sella alla bici di Tommaso: un coetaneo agorafobico e sfregiato dal fuoco – un munaciello –, con cui avventurarsi fino a un casolare di pietra della costa sorrentina.
Il motto di Fanny, spavalda quanto la Lila di Elena Ferrante: «Io non mi metto a paura ‘e niente». Vorremmo avere tutti un briciolo del suo coraggio.

Qualcosa di vero c’è sempre, ma quando si tratta delle leggende popolari di questa terra, vecchie di secoli o millenni, c’è da impazzire. Possiamo scavare, arrivare al centro del pianeta e spuntare dall’altra parte, ma nella maggioranza dei casi quello che ricaveremo saranno solo altri racconti. Racconti che rimandano ad altri racconti, in un gioco di specchi. Viviamo in quella parte di mondo in cui chiunque cerchi la verità è destinato a trovare storie.

La ragazza delle meraviglie è scandito da episodi spettrali, in cui c’è poco d’intentato o d’inventato. Dove la suggestione è di casa e la mappa topografica riporta quasi alla mente i viottoli di Diagon Alley, si tramanda che un uovo magico preservi gli equilibri malsicuri del luogo, che i sogni siano da prendere sul serio – consultate la Smorfia, per esempio, che li prende davvero alla lettera – e che la maschera di Pulcinella, qui presenza tutt’altro che rassicurante, sia un tramite con l’aldilà. Nell’architettare una trascinante ballata dal gusto rétro, che ci ricorda di capitolo in capitolo gli amori impossibili tra i marinai e le sirene, Lavinia non dimentica l’attualità. Le rimostranze grandi e piccole amplificate da un megafono in piazza, i teatri che chiudono per far posto ai supermercati costruiti in serie, i monti crivellati sin nelle viscere dagli appalti abusivi. Non c’è niente di sacro: neanche l’arte, neanche l’infanzia di un’innocente.
È una Napoli da salvare non dallo tsunami, ma semplicemente da noi stessi.
È una Napoli presso cui tornare, usando l’incanto di questa storia come fosse una bussola. L’immaginazione contagiosa di Lavinia Petti la illumina a giorno, la scandaglia, la protegge. Ne fa meraviglie.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Roberto Murolo e Mia Martini – Cu’mme


lunedì 16 settembre 2019

Recensione: Per chi è la notte, di Aldo Simeone

| Per chi è la notte, di Aldo Simeone. Fazi Editore, € 16, pp. 280 |

Alcune estati, alcune guerre, non finiscono mai. È l’impressione che deve aver Francesco, dodici anni, vivendo immerso nella natura della Garfagnana e all’ombra del secondo conflitto mondiale. Fra i monti, in mezzo agli alberi, le notizie dal fronte arrivano smorzate. Mussolini è stato arrestato. Significa forse che la guerra è finita? Mentre i soldati tedeschi invadono le piazze del paese e le case, il protagonista sogna di costruire un fortino sull’albero e di sconfiggere una paura inconfessabile. Quella verso il famigerato Bosco delle Sorti. Un dedalo infido e pericoloso, in cui rovi e sentieri sembrano muoversi da sé come succede alle scale di Hogwarts: anche lì, inoltre, sembrerebbe esserci lo zampino del paranormale. La nonna di Francesco, tenera dispensatrice di leggende folkloristiche, gli ha parlato della presenza degli streghi. Spiriti senza pace, con una candela fra le dita scheletriche, che in cerca di una via d’uscita fagocitano tutti i malcapitati: la conta delle vittime comprenderebbe anche il capofamiglia, considerato però un disertore dal resto della comunità. Che suo padre sia rimasto davvero prigioniero? Francesco rispetta rigorosamente il coprifuoco e guarda a quel confine con un misto di ansia e speranza: varcarlo significherebbe lasciarci le penne, e soprattutto crescere. Se in una storia di formazione vecchio stile, con più di qualche debito dichiarato verso i bambini di Stephen King, il nostro piccolo eroe non potrà che avere due compagni d’avventura per fronteggiare le proprie paure: da un lato Secondo, piantagrane manesco e bellicoso che vorrebbe raggiungere il fratello maggiore in battaglia diventando l’ennesimo soldato fanfarone; dall’altro lo sfuggente Tommaso, accolto in segreto nella canonica di Don Dante – che sia un comunista allora o, peggio, un ebreo?

«Non è mica possibile». «Cosa?».
«Smettere di avere paura». «Sì, invece. Si sceglie anche quello».
«Si sceglie tutto per te?». Mi sorrise. 

Erano anni disperati: per sfamarsi si uccidevano cani e gatti e nei pozzi scoperti potevano essere rinvenuti resti umani, sangue a secchiate. Erano anni, di conseguenza, in cui cercare la magia dappertutto: davanti allo sfacelo dello Stivale, meglio fantasticare di case stregate, fate, orchi e caproni demoniaci; meglio concentrarsi su uno scontro parallelo che opponeva forze umane e forze soprannaturali alla resa dei conti fra nazifascisti e partigiani. L’esordiente Aldo Simeone, con una scrittura emozionata ed evocativa, punta tutto sulla suggestione delle atmosfere e sulla caratterizzazione dei protagonisti. 
Nato nella notte di San Giovanni, allergico all’incenso e per di più mancino, il cagionevole Francesco scambia la sua attrazione per l’ignoto per una propensione al male, quando calarsi dalle grondaie, violare le regole e inciampare in misteri e morti ammazzati è soltanto un diritto dei suoi spericolati dodici anni. Gli fa da spalla Tommaso, che parla già come un adulto e lo invita a osare con i mignoli intrecciati stretti: dopo tanto indugiare, violeranno insieme la soglia che li separa dalla radura incontaminata e dal diventare uomini?

Ogni spettro è un ostinarsi affannoso nell’impossibile, è un atto mancato che si ripete non per risolverlo o riscattarlo, ma per ripetere il proprio errore. Dalla morte ci si salva morendo, dalla colpa accettando la colpa. Questo, probabilmente, era il male degli streghi: non volersi rassegnare, continuare una guerra già persa in partenza, accanirsi in quell’unica direzione. Per la prima volta, ne provai pietà.

Qualcosa non torna, purtroppo, in un finale a corto di colpi di scena e aperto a un brusco flashforward. Fatti di lungaggini e ripetizioni, fra ritorni, fughe e ricerche continue, gli angosciosi ultimi capitoli colgono il protagonista troppo impegnato a infangarsi le scarpe nella scorribanda definitiva per partecipare alla vita dei personaggi secondari. Le cose, perciò, hanno il difetto di accadere fuori scena: quando Francesco non c’è. Ma se non tutto torna, se non tutto si spiega, è perché così domanda in fondo la ricca tradizione del realismo magico. A metà fra Il buio oltre la siepe e Io non ho paura, confinante anche coi toni dell’ultimo Fabio Bartolomei giunto in libreria, Per chi è la notte è un amaro compendio di generi ed esistenze. 
Una rievocazione color seppia, inquieta e malinconica, che guarda tanto alle ferrovie dei romanzi del Re quanto ai sacrifici di sangue dei nostri patrioti sconfitti. Alla storia di un dodicenne coraggioso, se ne affianca quindi un’altra: quella con la lettera maiuscola. Stringiamo le dita, intanto, sperando che almeno una delle due si concluda lietamente.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Marlene Kuntz + Skin – Bella ciao


lunedì 22 luglio 2019

Recensione: Canta, spirito, canta, di Jesmyn Ward

| Canta, spirito, canta, di Jesmyn Ward. NN Editore, € 18, pp. 270 |

Bentornati, se siete di ritorno nell'affascinante Bois Sauvage. Benvenuti, se invece è la prima volta. Sembrano accoglierci queste precise parole – formule di saluto, sintomo di accoglienza sincera – all'inizio del secondo romanzo della bravissima Jesmyn Ward. L'autrice afroamericana, che la scorsa estate mi aveva strappato il cuore dal petto con Salvare le ossa, ci porta per mano nei luoghi del nostro colpo di fulmine. Gli stessi che, nelle ultime pagine del capitolo precedente, erano stati spazzati via dalla forza distruttrice di Katrina: un uragano con un programmatico nome di donna. Questa volta, salutati Esch e i suoi fratelli, conosciamo i membri della famiglia Stone. Possibile non rimpiange i personaggi al centro della passata vicenda? Per quanto ne abbia sentito la mancanza, preferendo in definitiva l'altro romanzo a questo, è stato impossibile non affezionarsi anche alla voce di Jojo: tredici anni, le gambe chilometriche e le ginocchia grassocce, divide la casa con i nonni paterni e accudisce la piccola Kayla, che del fratello maggiore ha fatto il suo universo. Giù alle prese con gli sconvolgimenti della pubertà, nel giorno del suo compleanno fa i conti con due drammi: suo padre, Michael, sta per essere scarcerato; i primi spiriti errabondi stanno cercando nel frattempo di attirare la sua attenzione. Di razza meticcia, con nascenti doti da medium ereditate dal ramo materno, il protagonista parla con i morti e gli animali e, nel tempo libero, pende dalle labbra di nonno Pop, tanto accorto nel prendersi cura della moglie malata quanto disordinato qualora ci sia una da raccontare una storia dall'inizio alla fine.

Un uomo ha dentro delle cose che lo muovono. Come le correnti d'acqua. Cosa che non puoi farci niente. Più passano gli anni, più mi rendo conto che è così. Quello che ha dentro Stag è come acqua, così nera e profonda che non riesci a vedere la fine.

Com'è stata la sua reclusione a Parchman, campo di lavoro in cui fu rinchiuso per colpa dello strapotere dei bianchi? Qual è la verità su Richie, prigioniero della stessa età di Jojo, che piange incessantemente la sua giovinezza interrotta e, sotto forma di apparizione, tormenta il nipote per sbrogliare un'ultima questione irrisolta? Questa è la storia di un'iniziazione triviale e poetica. Ma è, soprattutto, la storia di un lungo viaggio in macchina. Direzione: il famigerato penitenziario. Si va a recuperare Michael. Guida Leonie, la mamma tossicodipendente del protagonista, e dietro siedono Jojo e Kayla. Più che stretti, i due sono avvinghiati. La donna li guarda con un misto di fastidio e invidia, sentendosi inadeguata: il primogenito vorrebbe rubarle il posto, essere un genitore migliore di lei. 
A punti di vista alterni, così, si danno il cambio mamma e figlio: il primo, di una tenerezza disarmante, con sin troppo da fronteggiare; l'altra, facilmente influenzabile, che preferisce il fidanzato alla prole e inconsciamente ha fatto propri i poteri di una famiglia di donne magiche. Trasporta cristalli di meth in un vano dell'automobile, non bada al vomito della figlia in preda all'influenza, eppure quando è fatta vede il fratello – Given, ammazzato in un presunto incidente di caccia – e distingue le piante medicamentose da quelle letali. La mela è caduta lontana dall'albero? Jesmyn Ward smuove mari e monti, apre in due la terra con la violenza dei sismi, e fa rotolare il frutto della discordia alla portata dei suoi personaggi. Irresponsabili e disperati, recuperano un nuovo passeggero e puntano a casa: si scontreranno con il braccio violento della legge – struggente il rapporto simbiotico fra Jojo e Kayla nella scena del posto di blocco – e matureranno riflessioni sulle loro origini rinnegate, nonché sui segreti taciuti a fin di bene – lo scioccante destino di Richie sembra proprio sbucato dalle migliori pagine di Uomini e topi.

Diceva che c'è uno spirito in tutte le cose. Negli alberi, nella luna, nel sole, negli animali. Diceva che il più importante è il sole, Aba, come lo chiamava lui. Ma per avere un equilibrio ci vuole tutto lo spirito che c'è in ogni cosa. Solo così le piante crescono, gli animali nascono e ingrassano per darci nutrimento. Ecco come me lo spiegava: se c'è troppo sole e niente pioggia, le piante seccano. Se c'è troppa pioggia, marciscono. Lo spirito deve trovarsi in equilibrio. Il corpo, mi diceva, è uguale.

Il tragitto è un po' un calvario, un po' un incanto. Scabroso, essenziale, pieno zeppo di magia, Canta, spirito, canta è l'avventura di un gruppo di sconosciuti con in comune il medesimo DNA e una sorprendente propensione allo straordinario. Le generazioni passate hanno subito deportazioni e schiavitù, l'onta dei crimini d'odio: l'odore di un bambino sarà abbastanza dolce da cancellare il puzzo di sangue? Sorretto dall'andamento classico e delicato del realismo magico, bello ma meno perturbante del precedete, il viaggio tocca facilmente il cuore parlando di bambini cresciuti in fretta, sorelline bisognose, razzismo e altre ingiustizie. Lo spunto abusato della trasferta on the road e l'impressione che ci fosse troppa carne al fuoco, tuttavia, mi hanno fatto trovare leggere stonature in questo intenso coro gospel. La litania funebre di Jesmyn Ward, stavolta, è un'armonia piena ma imperfetta. Una canzone già sentita, ma ugualmente capace di toccare le corde giuste. Il nostro spirito le risponderà in un doloroso controcanto.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Alice Merton – No Roots

mercoledì 26 giugno 2019

Recensione: Pelle di foca, di Su Bristow

| Pelle di foca, di Su Bristow. E/O, € 17, pp. 272 |

Le chiamano selkie. Metà donne e metà foche, queste splendide figure dalla doppia natura popolano le acque e le leggende nordiche. Qualche volta, come in Ondine o La canzone del mare, hanno ispirato anche la settima arte. Il fascino imperituro del folklore è arrivato infine anche in libreria, insieme alle onde del primo mese di mare. Quella che potrebbe sembrare alla lontana un aggiornamento della storia della Sirenetta, combattuta com'era fra i fondali e la terraferma per amore di un principe, in realtà trae spunto da una leggenda scozzese. Un pescatore, invaghitosi di una misteriosa creatura in mutazione, le sottrae la pelle originaria e la costringe ad adattarsi agli usi e i costumi degli uomini. Il romanzo d'esordio di Su Bristow parte da qui, e l'indispensabile succede proprio nelle dieci pagine introduttive: lei si trasforma e lui, accecato dalla lussuria, la stupra sul bagnasciuga. La giovane, già incinta, non può raggiungere le altre foche oltre gli scogli; il pescatore, pentito per la brutalità del gesto, promette di sposarla. Ma il paese, sul chi va là, intanto parla e sparla, scomodando la magia nera davanti all'ennesimo fondato sospetto.

Credi di essere l'unico pescatore che esce in una notte di luna piena e prende più di quello che si aspettava?

L'autore approfondisce i personaggi del racconto orale, dando loro una personalità sfaccettata e il nome di battesimo. Il timido Donald, oggetto di scherno a causa della salute cagionevole e della pelle delicata, regge poco gli spintoni dei bulli e ancora meno l'alcol. Attaccato alle gonne della madre Bridie, l'orgogliosa levatrice del paese, tituba all'idea di mettersi a capo della ciurma dello zio Hugh: non brilla infatti per spirito d'iniziativa e, da quando il padre è scomparso in un nubifragio, diffida dall'acqua alta. Con una moglie accanto, tuttavia, diventa un uomo nuovo. A dargli lezioni d'umanità, letteralmente e metaforicamente, interviene la dolce Mairhi: la selkie incinta si strugge alla vista del mare, vorrebbe ma non può nuotare. Muta come un pesce e dai modi tipicamente infantili, imita i versi delle bestie, piace ai bambini del posto e, messa alle strette, può trasformarsi perfino in una minaccia contro i violenti. Nonostante le tragiche premesse iniziali, in poco tempo diventa la protagonista di una tranquilla routine coniugale. Ma l'incanto può forse durare per sempre? A ben vedere, infatti, non ha mai avuto facoltà di scelta.

Era strano stare con lei. Gli altri gli davano addosso in continuazione, con le parole, gli sguardi, i giudizi. Donald passava la vita a difendersi, in attesa della tempesta successiva, senza mai capire davvero cosa stesse succedendo. Non capiva neanche cosa pensasse lei, ma Mairhi non gli chiedeva nulla. Eppure aveva bisogno di lui per dare un senso a ciò che aveva intorno. Per la prima volta da quando Donald aveva memoria, c'era qualcuno più sperduto di lui.

Sullo sfondo di una realtà portuale in cui tutti sono imparentati con tutti, in un villaggio che brilla per il suo straordinario senso comunitario ma è minacciato altresì dalla crescente xenofobia, va in scena un caso di coscienza molto vicino a quello descritto nella Luce sugli oceani. Fatto di grandi atmosfere e piccoli personaggi, Pelle di foca si concentra sul realismo di una convivenza – tralasciando i risvolti degli ultimi capitoli – assai meno magica del previsto. Per Donald e Mairhi la quiete prima della tempesta dura un po' troppo. Quanto sono moderni quei dialoghi, a proposito di casi di violenza domestica e gravidanze a rischio? Quanto appaiono all'avanguardia le protagoniste femminili, soprattutto all'ombra della provincia più bigotta? Una storia che prometteva di portarmi lontano, a malincuore, non salpa mai. Colpa della bonaccia di una scrittura standard, che punta tutto sulle interazioni verbali e poco sulle descrizioni dettagliate di paesaggi o attanti. Colpa, ancora, di un coro di compaesani pronti a redimersi come nella tradizione dei migliori apologhi: tanto accomodanti da invogliarti a restare sulla terraferma. Si incappa, così facendo, in una limpida storia d'affetti e scelte che non avrebbe avuto bisogno di parole superflue. Ma si perde, purtroppo, qualsiasi promessa d'avventura. C'è sempre una certa nostalgia quando si alza la marea. C'è una nostalgia profonda anche qui: la rilettura di una leggenda indimenticabile che intrattiene anche nel formato del romanzo, nonostante la appesantiscano le ancore delle lungaggini superflue; quello che la narrativa a volte dona, altre sottrae, tanto quanto la marea.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Max Gazzé – La leggenda di Cristalda e Pizzomunno

martedì 28 maggio 2019

Recensione [Strega 2019]: Lux, di Eleonora Marangoni

| Lux, di Eleonora Marangoni. Neri Pozza, € 17, pp. 250 |

All'inizio c'è: la sensazione che la fascetta in copertina stia dichiarando il falso. Immersi nella lettura di uno dei dodici titoli candidati al Premio Strega, infatti, si ha l'impressione di leggere in traduzione italiana un romanzo straniero. Sicuri che l'esordiente Eleonora Marangoni, nuovo ingresso nella prestigiosa scuderia Neri Pozza, sia nostra connazionale? Che quella lingua sfavillante e calorosa, tutt'uno con le ambientazioni esotiche e le suggestioni del realismo magico, non abbia nessuna parentela con l'aplomb britannico o le festose armonie caraibiche? La nota biografica non mente. L'autrice, italianissima nonostante la formazione parigina, è vicina a noi ma promette di portarci lontano grazie alle suggestioni sparse della sua opera prima. La meta: un'isola rocciosa, a forma di punto e virgola, fra i flutti del Mediterraneo. È così piccola, così malsicura, che gli avventori si domandano se sia possibile che da un momento all'altro affondi. All'ombra di un vulcano sopito, dei segreti dei baobab e degli scherzi dei ruscelli, sorge l'Hotel Zelda: un po' tempio consacrato alla nostalgia, un po' mercato del baratto, è un posto che farebbe la gioia dei robivecchi di ogni dove; si arriva pesanti, ma a casa si torna alleggeriti. Cosa non fanno lo iodio, che mette sempre appetito, le terrazze con vista mare e le chicche degli arredi shabby chic? Quel paradiso apparteneva alla buon'anima di zio Valentino, giramondo eccentrico e senza eredi, ma dal giorno della sua scomparsa è ufficialmente sul mercato immobiliare. In attesa di prendere accordi con il nuovo proprietario, atteso per l'indomani, allo Zelda si incontrano dipendenti affaccendati e villeggianti. Possono prendere tutti un souvenir, hanno carta bianca, prima di dire addio al soggiorno.

Ma laggiù, tra quelle valli e la loro gente, “mai” non era una minaccia: era una promessa e aveva dentro qualcosa di dolcissimo. A saperlo guardare, “mai” era più bello di “sempre”. Era la stessa identica cosa, solo vista dall'altra parte del mare.

Ci sono gli strani Gero e Bembo, un custode e un tuttofare poco pratici con le richieste dei continentali; la memorabile Agave, prostituta dall'animo nobile; Gugliemo Gandini, di mestiere scrittore, con un cognome che riecheggia il personaggio di Fante e una lista ormai polverosa di successi sentimentali e lavorativi; Olivia, biologa marina al settimo mese di gravidanza, che in seguito all'ennesimo cuore infranto ha smesso di credere ai fatti prodigiosi dei romanzi di Marquez. Nella stanza 555, la migliore, dorme sonni incerti Thomas G. Edwards: sopravvissuto a mamma e padre, facoltoso ma insoddisfatto, ha ereditato l'immobile dallo zio ma ha scelto all'istante di lavarsene le mani. Chiamato a sbrigare le ultime questioni burocratiche, nella confusione generale degli atti di proprietà e in quella delle chincaglierie stipate alla rinfusa, non ha viaggiato da solo – con lui ci sono la fidanzata Ottie e il figlio Martin, scoraggiati presto dalla presenza di serpenti, meduse urticanti, nuvole acciambellate in salotto – ma fra sé e sé avrebbe desiderato un'altra compagnia. Ogni amore ha la sua stagione, tuttavia, e quella di Thomas e Sophie, la sua storica ex, è finita: non si sentono da sette anni, ma agli imbarchi entrambi guardano ancora le porte automatiche dell'aeroporto sperando di vedere apparire l'altro.

Parlare di nuovo in quella lingua gli dava la sensazione di camminare verso una casa in cui non metteva piede da tempo ma di cui ricordava ogni dettaglio. Quando era piccolo voleva sempre parlare in inglese, l'italiano gli pareva inutile, gli pesava, ed ecco che adesso quasi lo commuoveva. Forse perché intravedeva sua madre dentro le parole, dietro agli aggettivi, ed era la prima volta che gli capitava da quando lei non c'era più. “A presto”, disse, anche se non pensava sarebbe mai tornato.

Il protagonista deve avere uniformato il suo carattere uggioso ai climi londinesi, ma sull'isola appartenuta al ramo materno – quello più propenso alla magia, al senso del meraviglioso – le cose, le case, sono infuse di luce. In fretta, così, Thomas ricorda il suono della lingua italiana e le emozioni provate. Per un uomo assetato d'assoluto cos'ha da offrire il vicino ruscello oltre le sue chiare, fresche e dolci acque? Sulla scia di L'imperfetta meraviglia e del recente Benevolenza cosmica, Lux è una commedia surreale dal respiro classico e dall'eleganza signorile. Racconta poco, intrattiene a tratti, ma ha uno stile che incanta: sarà che la morale – a proposito dell'arte del riuso, del reinventarsi daccapo – invita per una volta a preferire il bello all'utile, il caos all'ordine prestabilito. Mi ha ricordato un certo cinema francese. Colto con leggerezza, raffinatissimo senza farsene un vanto, è irto di difficoltà ma sa mascherarlo con una grazia squisitamente femminile. Tralasciando lo strascico superfluo delle ultime cinquanta pagine, gira infatti tremendamente a vuoto ma sa misteriosamente come non annoiare mai. 

Cerchiamo nei libri quello che non capiamo dalla vita, e nella vita quello che leggiamo nei libri. Forse è questa, la nostra condanna all'infelicità: cercare risposte e trovare solo commozione.

Non a caso tanto rivela il mestiere di Thomas, che a Londra è un architetto molto particolare: non saggia la solidità delle case, infatti, ma progetta abbinamenti e danze di luci. Un lavoro forse inservibile per chi è abituato a sporcarsi le mani, a sbracciarsi, a preferire la pratica all'arte. Simili potrebbero allora essere, lecite ma per me non condivisibili, le sensazioni davanti al romanzo di Eleonora: una riflessione esistenzialista sul tempo e sui sentimenti, sulla ricerca della propria identità, che con gentilezza arriva anche a chi, come il protagonista, si sentiva a torto già pienamente sé stesso. Gli ospiti dell'hotel torneranno cambiati per sempre nell'intimo e lo stesso, in fondo, non mi sento di promettere agli aspiranti lettori. Ma se le cose deliziose possono davvero salvare il mondo, lezione preziosissima, Lux e i suoi bagagli di piccole gioie sono un pregevole passo verso la soluzione.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Franco Battiato – La stagione dell'amore