Il
libro è sempre meglio del film. Al giorno d'oggi il luogo comune
vale anche per le serie TV? Aiutato dai tempi più estesi, il
piccolo schermo può trasporre un romanzo meglio del cinema. Cosa
succede, però, quando non ci si vuol fermare al primo ciclo di
episodi? Quando la televisione scavalca gli autori, va oltre a
tentoni, e quei romanzi autoconclusivi li supera per trarne a ogni
costo una seconda stagione? Lo abbiamo scoperto in anticipo conThe Handmaid's Tale: il
soggiorno a Gilead era faticoso lo scorso anno, quindi figuriamoci
adesso – il terzo di fila. A giugno, invece, lo abbiamo visto
accadere con la commedia a tinte thriller sulle disavventure delle
cinque di Monterey: spesso in conflitto fra loro, si scoprivano
amiche inseparabili davanti a un segreto di troppo. L'omicidio di uno
stupratore. Se il romanzo terminava lì, all'insegna della
solidarietà femminile, la serie al contrario doveva andare oltre:
troppa la voglia di riunire quel cast d'eccezione, troppo grande il
capriccio di bissare i fasti passati alla stagione dei premi. Ma chi
troppo vuole, diciamolo, nulla stringe. E nei sette episodi del
ritorno di Big Little Lies si
fa fatica a trovare un senso. Lo si capisce dalla durata delle
puntate, più brevi che mai. Lo si legge nero su bianco in rete, fra
i disastri commessi in post-produzione e le resistenze da parte della
new entry verso Andrea
Arnold: di solito bravissima, la regista fa rimpiangere l'incredibile
lavoro di Vallée a causa di un montaggio brusco e di una colonna
sonora, questa volta, scelta senza amore. Il problema maggiore
resta però la trama assente. Lo spunto:
i sospetti verso le protagoniste. Ma agli sceneggiatori interessano la crisi matrimoniale della Whiterspoon fedifraga, i debiti
di una Dern sull'orlo di una crisi di nervi, la timida relazione
della Woodley, il passato di una sorprendente Kravitz con ridicola
mamma medium al seguito, lo scontro titanico fra la Kidman e la
Streep. Celeste, da poco vedova, rischia infatti di essere trascinata
in tribunale dalla suocera sospettosa. Al pari del figlio scomparso –
il fascinoso Skarsgard, che portava sesso e contraddizioni nella
prima stagione –, il nuovo personaggio è così subdolo e
malpensante, un misto di falsa gentilezza e tic nervosi, che potrebbe
regalare a Meryl nuovi trionfi: il suo urlo a cena, non a caso, è
già cult. Poco interessata a rivangare i traumi di Perry, così come
a seguire le indagini della polizia, la serie risulta di conseguenza poco interessante. Un inutile strascico che, escluso
l'affiatamento delle attrici, quest'anno forse non aveva ragione
d'essere. La sola consolazione: dati i costi esorbitanti e gli
impegni del cast, probabilmente ci si fermerà qui. Di grande,
parafrasando il titolo, per un po' resterà soltanto la mia delusione. (6)
A
proposito di ritorni forzati. A proposito di incipit improbabili. A proposito di serie TV che non si accontentano di
fermarsi quando sarebbe meglio, ma macinano instancabilmente consensi
e denaro. La settimana scorsa, su Netflix, ha fatto nuovamente
capolino la maschera di Dalì. Dopo un recupero
recentissimo, risalente appena allo scorso aprile, a separarmi dalla
banda di rapinatori ci sono stati pochi mesi: l'attesa, dunque, non l'ho
doppiamente sentita. Sia perché il ritorno era alle porte, sia
perché – anche a costo di ripetermi – dico che sarebbe stato più
saggio fermarsi alla fuga rocambolesca della seconda stagione. Ma i
criminali, com'è ormai noto, fanno sempre di testa loro. Mentre si
godono la refurtiva in luoghi esotici, vengono riuniti d'urgenza: Rio è stato catturato. La colpa, ovviamente, è dell'odiatissima
Tokyo: gatta morta volubile e scostante, che pianta in asso
l'innamorato e per tre giorni va altrove a folleggiare. Il pensiero
di Rio torchiato, torturato, mobilita il Professore a organizzare un
nuovo colpo: l'ideatore originale era il compianto Berlino, che pur
di non abbandonare la produzione s'intravede spesso in qualche
nostalgico flashback italiano. Si punta allo scambio degli ostaggi.
Si punta non ai soldi, ma all'oro. Qualcosa, come si diceva
all'inizio, non torna: La casa di carta fa
storcere il naso per la poca necessità del tutto, per il fanservice
spudoratissimo, eppure funziona anche con tanto di intoppi. Non
mancano le novità: l'ingresso in squadra di Palermo, cattivo che non
fa rimpiangere Berlino; la sbirra Alicia, irresistibile cane da
caccia con un pancione di nove mesi; il rapporto tenerissimo fra Helsinki e Nairobi, i miei
personaggi preferiti, sospeso fra amicizia e amore impossibile.
Nessuna menzione, invece, meriterebbe il Professore: fuori forma,
patisce l'intromissione a gamba tesa di Raquel. Non mancano, ancora,
le spettacolarità di sorta: un caveau sommerso, da perlustrare con
la muta da sub; i dirigibili che gettano denaro contante per
distrarre la folla; le lezioni di mimetizzazione quando si è messi
alle strette. Aggiungete a fantasia ritmo, colonna sonora, montaggio.
Partito sotto i peggiori auspici, l'heist movie
spagnolo mi ha smentito strada facendo con la furbizia intelligente
di chi – vedasi il finale shock – sa rendere indispensabile il
binge di un'ennesima
stagione. Quando si entra nel vivo dell'azione, e del trash, La
casa di carta si conferma l'intrattenimento perfetto. (7)
Si
dice che smettere di serbare rancore sia un bene, ma non lo so, a me
il rancore piace parecchio. Mi prendo cura di lui come di un
cucciolo.
Titolo:
Piccole Grandi Bugie
Autrice:
Liane Moriarty
Editore:
Mondadori
Prezzo:
€ 19,50
Numero
di pagine: 428
Sinossi:
Un
luogo in cui è spontaneo conversare con i vicini e trovarsi per una
grigliata dietro casa nei pomeriggi estivi. È facile per Madeline,
Celeste e Jane diventare amiche. Anche se non potrebbero essere più
diverse, e non possono dire di conoscersi davvero. Madeline è
divertente e caustica, si ricorda tutto e non perdona nessuno. Il suo
ex marito si è appena trasferito con la giovane moglie e la
figlioletta nelle vicinanze e, quel che è peggio, la sua primogenita
adolescente è già totalmente conquistata dalla nuova matrigna.
Com'è possibile? si tormenta Madeline. Celeste è quel genere di
bellezza che tutti si voltano a guardare quando cammina per la
strada, ha due gemelli e un marito adorabile e bello quanto lei, sono
ammirati da tutti, specialmente dai genitori della scuola dei figli.
Tanta fortuna non potrebbe avere un prezzo? E quanto sarebbe disposta
a pagare? si domanda Celeste. E poi c'è Jane, che si è appena
trasferita in città. Una mamma single provata da un passato di
tristezze, piena di dubbi e segreti che riguardano suo figlio.
Madeline e Celeste prendono subito Jane sotto la propria ala
protettrice, senza capire quanto il suo arrivo, e quello del suo
imperscrutabile bambino, stia per cambiare per sempre le loro vite.
Senza rendersi conto che a volte sono le bugie più piccole, quelle
che raccontiamo a noi stessi per sopravvivere, che possono rivelarsi
le più pericolose...
La recensione
No,
mi ero detto. Per una volta non posso tradire il telefilm. Suonavo, almeno nelle intenzioni, categorico. Avevo visto ben cinque dei sette episodi della
serie HBO – un gioiello di tecnica e recitazione, presto acclamato come evento dell'anno – quando, complice un Libraccio in vena
di promozioni, mi sono lasciato tentare dal fortunato romanzo di
Liane Moriarty. Ne parlavano tutti, e con un entusiasmo
invariato. La curiosità di conoscere in anticipo i
retroscena, la rivelazione finale, mi tormentava. E così ho letto
Piccole Grandi Bugie conoscendo
tutto o quasi dell'intreccio, epilogo a parte, e adorandone l'acidità
per partito preso. La trasposizione a opera dell'infallibile
Jean-Marc Vallée, non nuovo ai cast da Oscar, mi aveva già fatto affezionare ai caratteracci
delle protagoniste. Un'allegra brigata di donne sull'orlo
di una crisi di nervi, sempre con le mani in pasta, la scusa pronta
del mal di testa, la famigerata irritabilità della sindrome
premestruale. Le mean
girls sono
cresciute, hanno messo su famiglia. Non rinunciano al tacco dodici,
ai ricatti spietati, alle sanguinose guerriglie tra i banchi. Qui, non alunne ma mamme di cherubini iscritti alla prima
elementare, è per i loro figli che battagliano. Nel romanzo siamo in
Australia, nella miniserie in California: restano gli scenari
paradisiaci e le case assurde, l'oceano a perdita d'occhio e scuole
pubbliche che fanno invidia a quelle private. Alla porta i bulli,
così come, ça
va sans dire,
l'imperfezione e l'indigenza. Jane (Shailene Woodley), ultima
arrivata in città, ha un figlio concepito nella violenza e accusato
di tormentare la primogenita della facoltosa Renata (Laura Dern). La logorroica e irresistibile Madeline (Reese
Whiterspoon, la mia preferita), annoiata dagli scarsi impegni presso il club del libro
erotico e il teatro cittadino, prende la ragazza sotto la propria ala. La porta in un bar famoso per gli ottimi muffin, la
dolcezza del personale e la vista mozzafiato, e la presenta alla
terza parte del trio. Celeste (una Nicole Kidman tornata alla bravura clamorosa di un paio di ritocchini fa) è una Barbie silenziosa, intrappolata in un sottile rapporto
sadomastochistico: le invidiano i gemelli angelici e il compagno
affascinante, il sesso sfrenato in cucina e il fascino incorruttibile. Peccato porti i
maglioni a collo alto e le maniche lunghe per nascondere i segni
delle percosse. Tutto parte con un semplice qui pro quo all'uscita di
scuola. Le mamme si schierano in due fronti opposti, pronte ad
additare il presunto bullo. Tormentate dalla noia, dai tacchi alti,
da matrimoni infelici, si danno battaglia – pagina
dopo pagina, puntata dopo puntata -, con i bambini che intanto hanno già fatto pace.
Quanti segreti si nascondono in quel
concitato ciarlare? Da cosa dipende l'adesione a una fazione o
all'altra? Qualcuno, lo sappiamo sin da premesse, ci lascerà le
penne. La polizia ficca il naso, interroga i sospettettati e i
genitori più pettegoli: tutto pur di scoprire cosa sia andato per il
verso sbagliato in una fantasiosa festa a tema – gli uomini vestiti
da Elvis, le donne col tubino dalla Hepburn – ospitata a scuola
nella proverbiale notte buia e tempestosa. C'è un morto ammazzato e
un colpevole a piede libero. Tutti ne parlano e ne sparlano, ma senza
farsi scappare il nome. Chi si è andato a
schiantare un paio di piani più sotto? Procedendo a ritroso, Liane Mortiarty costruisce una
bestia stranissima.
Piccole Grandi Bugie
non è un giallo, ma c'è un cadavere in cui si inciampa e un mistero
che perdura. Parla di violenza domestica, bullismo e crimini di
sangue, eppure qui e lì risulta a dir poco esilarante. Intricato e
politicamente scorretto, è una commedia nera con amiche da chick lit
che si affacciano sul lato oscuro della mezza età e della vita di
provincia. La miniserie – cupa, introspettiva, montata e musicata
alla perfezione – è uguale ma diversa. Meno frizzante, a tratti più realistica e convincente.
Le protagoniste sono esattamente come
le immaginavi leggendo, e le aggiunte danno pepe ai drammi borghesi di
ogni dove. Gli scontri a voce alta diventano gare di bravura fra
pari; le ombre si addensano intorno al passato della tribolata Jane; l'erotismo si sveste (se hai il buon Skarsgard a bordo,
recita una regola non scritta, stai pur certo che si spoglia per
contratto). Qualcosa, in un caso e nell'altro, scricchiola un po' in una
chiusa frettolosa e non particolarmente brillante. Il bello, però, è
come Piccole
Grandi Bugie
non si limiti a vivere in funzione del suo mistero. Come non si riduca a una classica questione di vittime e carnefici, in cui domandi che sia un colpo di scena ben assestato a lasciarti a bocca aperta. Nel mezzo c'è un tanto che, stando in equilibrio, non diventa
troppo. Scorrono fiumi di alcol. I genitori si danno al karaoke, o si fiondano su cocktail gassati, color confetto, sconsigliabili a
stomaco vuoto. Danno alla testa, e a poco possono qualche pacco di
patatine sbocconcellato a metà serata, un mediatore neutrale, i diritti e i doveri del vivere civile. I bambini ti voltano le spalle per la
matrigna vegana, tacciono dettagli compromettenti, mordono. Gli
uomini vanno e vengono, le danno e le prendono, portano leccornie a
tavola ma peccato che i migliori siano gay. Le donne, invece, regine della casa e del cortile, è meglio non farle arrabbiare. Sono l'incubo
delle maestre e dei traditori. Solidali nel portarsi il broncio o
nello spalleggiarsi a tempo debito. Rivali una vita e, in un attimo spruzzato di sangue pazzo, improvvisamente complici.
Il
romanzo: ★★★★La serie: 8
Il
mio consiglio musicale: Michael Kiwanuka – Cold Little Heart