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sabato 22 luglio 2023

Recensione: Less a zonzo, di Andrew Sean Greer

Less a zonzo, di Andrew Sean Greer. La nave di Teseo, € 20, pp. 280 |

L'ho portato con me su un aereo per la Sardegna. L'ho letto su una sedia rossa, in un camping un po' hippy in cui tutti giravano seminudi. Non poteva che essere questo il destino di Less, che mi ha seguito fedelmente anche in un tour per le isole della Maddalena: andarsene a zonzo. Tornato in libreria con un secondo capitolo non necessario ma comunque godibile, il vincitore del Pulitzer ha ritrovato l'amore: non radici solide. Sorprendentemente temerario, lo scrittore omosessuale di Andrew Sean Greer abbandona il caratteristico completo blu e si fa crescere i baffi a manubrio. Guida un camper, ha un carlino al seguito, si mimetizza discretamente: lui che è sempre fuori fuoco, lui che anche a cinquant'anni suonati non smette di inseguire invano gioventù e bellezza. Questa volta, indebitato fino al collo, cerca di salvare casa e famiglia in un viaggio su ruote che lo porterà fino alle origini, in Delaware. Nel mezzo ci sono: un premio letterario da decretare, un'intervista a un capriccioso autore fantasy, un adattamento in chiave musical finanziato da un misterioso benefattore. E, soprattutto, l'ombra di un padre truffatore a cui il nostro eroe somiglia ogni giorno di più.

Vai a perderti da qualche parte, ti fa sempre bene.

Lo si comprende sin dall'incipit, ambientato al funerale di Robert, lo storico ex che per anni ha rappresentato il baricentro del protagonista: dovrà fare i conti con tutti gli uomini della sua vita. Da alcuni ha preso in prestito ambizioni, riti, nevrosi; da altri la sindrome di abbandono. E poi c'è Freddie, il compagno ritrovato nonché il narratore dell'intera vicenda, che gli giura amore al telefono ma è in cerca, intanto, della propria voce. C'è aria di crisi. La stessa crisi coinvolte anche gli Stati Uniti. Me Less, per fortuna, non è a disagio nel caos. Inetto memorabile nel suo candore, ape tardiva tormentata dai rimpianti, il protagonista si conferma un grande padrone di casa con i suoi modi alla Charlot. Poco importa se, a questo giro, le tappe sono meno accattivanti o i capitoli più lunghi. Strampalato eppure profondamente crepuscolare, il romanzo diverte fino alle risate: vedasi l'equivoco finale, o le interazioni del protagonista in un goffo tedesco (che sembra, in traduzione, sardo). Ma scorre vita vera, vita piena, soprattutto nelle preziose riflessioni esistenziali tra una tappa e l'altra. In attesa del perdono, o di un uragano: l'unico in grado di spazzare via traumi infantili e adolescenze mai vissute?

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Zac Brown Band - From Now On

venerdì 8 luglio 2022

Recensione: Less, di Andrew Sean Greer

Less, di Andrew Sean Greer. La nave di Teseo, € 19, pp. 292 |

L'animo devi cambiare”, scriveva Seneca, “non il cielo”. Che male c'è, però, nello scappare per un po' lontani da noi stessi – pensierosi e tutto, ovvio, ma diretti verso mete dalla vista mozzafiato? Arthur Less, il primo degli inetti o forse l'ultimo dei romantici, fa in quattro e quattr'otto i bagagli e coglie al balzo l'opportunità di fuggire dal malumore: è una corsa tragicomica, la sua, contro il tempo (sta per compiere cinquant'anni), le responsabilità (il suo nuovo romanzo, bocciato dall'editore, ha bisogno di essere riscritto) e il crepacuore (il suo compagno convola a nozze, e non con lui). Si muove da San Francisco fino al Giappone, con innumerevoli tappe intermedie (tiene un reading in Messico, ritira un premio a Torino, presiede a un corso di scrittura creativa in Germania, attraversa il deserto in Marocco). Porta con sé, fra le altre cose, l'inseparabile completo blu pavone e un ago da cucito per rammendarlo all'occorrenza. In ogni paese, alla stregua di James Bond, sedurrà bellissimi forestieri e si affiderà alla saggezza di confidenti inaspettati. Tra check-in, jet lag e fusi orari, tuttavia, avrà parecchia difficoltà ad arginare il sopraggiungere dei ricordi – e a padroneggiare le insidie della lingua tedesca.

Less supponeva da sempre di essere inetto come scrittore. Inetto come amante, come amico, come figlio. Ma a quanto pare la sua condizione è ancora peggiore: lui è inetto a essere se stesso.

Raccontato da un narratore onnisciente, la cui identità è tenuta segreta fino a un passo dalla fine, Less potrebbe essere saltato fuori da una striscia a fumetti o da un film di Jacques Tati: eterno Peter Pan, si muove nel mondo con il candore e la goffaggine di un bambino, ma ha in sé un animo tragico che neanche il grande potenziale comico riesce a camuffare. Omosessuale di mezza età, scrittore mediocre all'ombra di colleghi ben più blasonati, mette alla berlina la vanagloria del microcosmo editoriale ed esprime il disagio di chi, sopravvissuto alla generazione decimata dall'Aids, invecchia in solitaria con sommo orrore. Mentre in gioventù ha voluto brillare della luce riflessa di un celebrato poeta d'avanguardia, nella maturità si è legato a un toy boy: ne è uscito con il cuore spezzato e con il conforto della sola compagnia di sé stesso.

Tu hai la fortuna di un personaggio comico. Sfortunato nelle cose che non contano, fortunato in quelle che contano. Io mi sono fatto l'idea, anche se tu probabilmente non sarai d'accordo, che tutta la tua vita sia una commedia. Non solo la prima parte. Tutto. Non hai mai smesso un attimo di combinare pasticci e ti sei comportato da sciocco, hai frainteso e parlato a sproposito e sei andato a sbattere contro tutto e tutti quelli in cui ti imbattevi lungo il percorso, e hai vinto. E non te ne rendi neanche conto.

C'è ancora spazio per l'amore? O il segreto per essere felici, da adulti, è chiudere le porte a Cupido e aprire le ante del frigorifero? Il lieto fine è una bufala, come affermano i cinici? Leggerissimo, sofisticato, cangiante e sgargiante, il romanzo di Andrew Sean Greer gli è valso il Pulitzer – forse non troppo meritatamente, ma non importa – e ha confermato il talento narrativo dell'autore, già apprezzato con La storia di un matrimonio. I suoi veri meriti non stanno tanto nel ricco itinerario suggerito, né nelle riflessioni agrodolci sul mestiere dello scrittore o sul divenire delle relazioni sentimentali, bensì nella brillantezza con cui vengono rovesciati i toni e le situazioni. A ben vedere, quella del nostro protagonista è una lacerante storia di inadeguatezza e viaggi a vuoto: una tragedia in cui ogni comprimario è una finestra a specchio per ingannare i morsi dell'abbandono. Greer, però, ci lascia inforcare degli occhiali speciali e la vita, così, perfino quella più derelitta, ci appare una divina commedia dalle selve oscure magicamente screziate di rosa: anzi, di uno sfavillante “blu lessiano”. Lo custodirò con cura, per rileggerlo – e comprenderlo meglio – a cinquant'anni.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Pinguini Tattici Nucleari – Freddie

lunedì 22 luglio 2019

Recensione: Canta, spirito, canta, di Jesmyn Ward

| Canta, spirito, canta, di Jesmyn Ward. NN Editore, € 18, pp. 270 |

Bentornati, se siete di ritorno nell'affascinante Bois Sauvage. Benvenuti, se invece è la prima volta. Sembrano accoglierci queste precise parole – formule di saluto, sintomo di accoglienza sincera – all'inizio del secondo romanzo della bravissima Jesmyn Ward. L'autrice afroamericana, che la scorsa estate mi aveva strappato il cuore dal petto con Salvare le ossa, ci porta per mano nei luoghi del nostro colpo di fulmine. Gli stessi che, nelle ultime pagine del capitolo precedente, erano stati spazzati via dalla forza distruttrice di Katrina: un uragano con un programmatico nome di donna. Questa volta, salutati Esch e i suoi fratelli, conosciamo i membri della famiglia Stone. Possibile non rimpiange i personaggi al centro della passata vicenda? Per quanto ne abbia sentito la mancanza, preferendo in definitiva l'altro romanzo a questo, è stato impossibile non affezionarsi anche alla voce di Jojo: tredici anni, le gambe chilometriche e le ginocchia grassocce, divide la casa con i nonni paterni e accudisce la piccola Kayla, che del fratello maggiore ha fatto il suo universo. Giù alle prese con gli sconvolgimenti della pubertà, nel giorno del suo compleanno fa i conti con due drammi: suo padre, Michael, sta per essere scarcerato; i primi spiriti errabondi stanno cercando nel frattempo di attirare la sua attenzione. Di razza meticcia, con nascenti doti da medium ereditate dal ramo materno, il protagonista parla con i morti e gli animali e, nel tempo libero, pende dalle labbra di nonno Pop, tanto accorto nel prendersi cura della moglie malata quanto disordinato qualora ci sia una da raccontare una storia dall'inizio alla fine.

Un uomo ha dentro delle cose che lo muovono. Come le correnti d'acqua. Cosa che non puoi farci niente. Più passano gli anni, più mi rendo conto che è così. Quello che ha dentro Stag è come acqua, così nera e profonda che non riesci a vedere la fine.

Com'è stata la sua reclusione a Parchman, campo di lavoro in cui fu rinchiuso per colpa dello strapotere dei bianchi? Qual è la verità su Richie, prigioniero della stessa età di Jojo, che piange incessantemente la sua giovinezza interrotta e, sotto forma di apparizione, tormenta il nipote per sbrogliare un'ultima questione irrisolta? Questa è la storia di un'iniziazione triviale e poetica. Ma è, soprattutto, la storia di un lungo viaggio in macchina. Direzione: il famigerato penitenziario. Si va a recuperare Michael. Guida Leonie, la mamma tossicodipendente del protagonista, e dietro siedono Jojo e Kayla. Più che stretti, i due sono avvinghiati. La donna li guarda con un misto di fastidio e invidia, sentendosi inadeguata: il primogenito vorrebbe rubarle il posto, essere un genitore migliore di lei. 
A punti di vista alterni, così, si danno il cambio mamma e figlio: il primo, di una tenerezza disarmante, con sin troppo da fronteggiare; l'altra, facilmente influenzabile, che preferisce il fidanzato alla prole e inconsciamente ha fatto propri i poteri di una famiglia di donne magiche. Trasporta cristalli di meth in un vano dell'automobile, non bada al vomito della figlia in preda all'influenza, eppure quando è fatta vede il fratello – Given, ammazzato in un presunto incidente di caccia – e distingue le piante medicamentose da quelle letali. La mela è caduta lontana dall'albero? Jesmyn Ward smuove mari e monti, apre in due la terra con la violenza dei sismi, e fa rotolare il frutto della discordia alla portata dei suoi personaggi. Irresponsabili e disperati, recuperano un nuovo passeggero e puntano a casa: si scontreranno con il braccio violento della legge – struggente il rapporto simbiotico fra Jojo e Kayla nella scena del posto di blocco – e matureranno riflessioni sulle loro origini rinnegate, nonché sui segreti taciuti a fin di bene – lo scioccante destino di Richie sembra proprio sbucato dalle migliori pagine di Uomini e topi.

Diceva che c'è uno spirito in tutte le cose. Negli alberi, nella luna, nel sole, negli animali. Diceva che il più importante è il sole, Aba, come lo chiamava lui. Ma per avere un equilibrio ci vuole tutto lo spirito che c'è in ogni cosa. Solo così le piante crescono, gli animali nascono e ingrassano per darci nutrimento. Ecco come me lo spiegava: se c'è troppo sole e niente pioggia, le piante seccano. Se c'è troppa pioggia, marciscono. Lo spirito deve trovarsi in equilibrio. Il corpo, mi diceva, è uguale.

Il tragitto è un po' un calvario, un po' un incanto. Scabroso, essenziale, pieno zeppo di magia, Canta, spirito, canta è l'avventura di un gruppo di sconosciuti con in comune il medesimo DNA e una sorprendente propensione allo straordinario. Le generazioni passate hanno subito deportazioni e schiavitù, l'onta dei crimini d'odio: l'odore di un bambino sarà abbastanza dolce da cancellare il puzzo di sangue? Sorretto dall'andamento classico e delicato del realismo magico, bello ma meno perturbante del precedete, il viaggio tocca facilmente il cuore parlando di bambini cresciuti in fretta, sorelline bisognose, razzismo e altre ingiustizie. Lo spunto abusato della trasferta on the road e l'impressione che ci fosse troppa carne al fuoco, tuttavia, mi hanno fatto trovare leggere stonature in questo intenso coro gospel. La litania funebre di Jesmyn Ward, stavolta, è un'armonia piena ma imperfetta. Una canzone già sentita, ma ugualmente capace di toccare le corde giuste. Il nostro spirito le risponderà in un doloroso controcanto.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Alice Merton – No Roots

lunedì 8 luglio 2019

Recensione: Sadie, di Courtney Summers

| Sadie, di Courtney Summers. Rizzoli, € 17, pp. 367 |

Se fosse un film sarebbe di quelli da festival, che in chiusura includono le preoccupanti statistiche su quante ragazze ogni anno spariscano negli Stati Uniti. Diventando, in tal modo, gli ennesimi spettri di popolose città fantasma. Cosa succede alle giovani destinate a non fare più ritorno a casa? Quella raccontata in Sadie, primo romanzo dell'acclamata Courtney Summers a essere tradotto in Italia, è la storia di una di loro. Al bordo della strada è stata ritrovata una macchina in panne: dentro c'è uno zaino verde, appartenuto a una diciannovenne irrintracciabile già da un po'. Si penserebbe a un allontanamento volontario – chi potrebbe biasimare, infatti, una fuga lontano dalle sabbie mobili della provincia – se non fosse per la tragedia vissuta dalla ragazza in tempi recenti. Sua sorella, Mattie, è stata trovata in un meleto: assassinata. Disobbedendo agli insegnamenti di tutta una vita, è salita su un furgone non meglio identificato; si è fidata delle caramelle offerte da uno sconosciuto. La superstite pretende giustizia. Ma, secondo un noto adagio, chi cerca vendetta farebbe meglio a scavare due tombe. Fin dove si è spinta la protagonista in nome della legge del taglione?
La narrazione si dirama così: da un lato abbiamo la caccia all'uomo di Sadie, sulle tracce di un mostro presentatosi la prima volta con il nome di Keith; dall'altro, invece, un originalissimo podcast in otto puntate in cui uno speaker radiofonico scava in lungo e in largo setacciando le parole di amici, compaesani e testimoni in un'indagine all'apparenza senza precedenti. Partiamo da un parcheggio per roulotte a Cold Creek, uno spiazzo polveroso che Sadie e Mattie chiamavano casa, e in un accidentato viaggio della speranza percorriamo un'autostrada per la dannazione eterna: passerà attraverso villaggi dimenticati dal Padreterno e sobborghi falsamente idilliaci, facendo tappa, di notte, in motel a un passo dalla demolizione.

Io sono il risultato di biberon pieni di gassosa al limone, ho un organismo che non sa elaborare le cose belle della vita. Il mio corpo è abbastanza affilato da tagliare il vetro e ha un bisogno disperato di affinarsi, ma a volte non mi importa. Un corpo può anche non essere sempre bello, però sa rappresentare un inganno perfetto: io sono più forte di quanto sembro.

Per affrontare la traversata con un cuore impavido, probabilmente, ci vorrebbe l'amazzone di un rape and revange degli anni Settanta, ma Courtney Summers sceglie Sadie: una bambina cresciuta in fretta, con gli occhi ostinati e il viso misteriosamente tumefatto. 
Si è tinta i capelli di biondo, agli altri si presenta con il secondo nome per non essere rintracciata dalle autorità e, ogni tanto, è tradita dai tentennamenti di una balbuzie congenita. Sprovvista di spirito di autoconservazione e armata di coltello a serramanico, è un pericolo ambulante da non sottovalutare. Ha sensi di colpa a non finire. E ha sete, di sangue. Nonostante i sei anni di differenza e i padri diversi, a legarla alla piccola Mattie c'è una devozione viscerale. Cresciute allo sbando, con una madre tossicodipendente che portava nella roulotte stupefacenti e compagni dalle mani lunghe, le due inseparabili sorelle sono state l'una il rifugio dell'altra fino a quando non le ha divise l'ennesima uscita di scena della genitrice. Da Los Angeles, l'inaffidabile Claire ha mandato loro una cartolina e la secondogenita, adorante, voleva seguirla a ruota. Proprio il desiderio di raggiungerla sarà la sua condanna. Arrabbiata con il mondo, opportunista per necessità, la protagonista si concede nell'arco del viaggio sporadici e meritati attimi di dolcezza in compagnia di qualche fortunato sconosciuto – un ragazzo carino, un'automobilista bagnata fradicia dal temporale. E, grazie agli incubi e alle contraddizioni che porta come bagaglio a mano, fa la differenza in un romanzo meno spiazzante del previsto ma ben scritto.

Le ragazze spariscono continuamente. E non sapere è una benedizione. Non volevo questa storia, perché avevo paura. Avevo paura di ciò che non avrei trovato e avevo paura di ciò che avrei trovato.
E continuo ad averne.

Lo squallore delle ambientazioni, la presenza di famiglie disfunzionali e il tema raccapricciante della pedofilia mi hanno fatto pensare alla terza stagione di True Detective, con cui la Summers ha in comune anche la straordinaria presa emotiva e un finale sospeso. Narrazione semplice ed empatica, che suggerisce appena gli orrori perpetrati ma, nel mentre, mette la nausea ugualmente, deve forse più agli spunti della cronaca che al giallo tradizionale. 
Niente è dato per scontato; nulla appare certo. Il romanzo concede al lettore poche risposte, al punto che a qualcuno potrà sembrare perfino irrisolto, e imbocca con coraggio un sentiero senza uscita. Parabola on the road terribile e istruttiva, servirà ad aprire gli occhi tanto agli adulti quanto agli adolescenti – non si è mai abbastanza preparati ai colpi di scena che ha in serbo per noi un mondo spietato –, ma scuoterà soprattutto chi, per gusti o per età, è poco abituato ai tiri mancini del genere. Che, per definizione, vive di rapporti malati e sentimenti al limite dell'illecito. Che crede fermamente nell'incalzare martellante dei dubbi, non nella consolazione del lieto fine annunciato. Questa strada per l'inferno, a confine fra amarezza e speranza, è lastricata di loschi figuri e buone intenzioni. Porterà anche a Sadie, smarritasi nei grigi asfalto del bene e del male?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mark Ronson feat. Miley Cyrus – Nothing Breaks Like a Heart

mercoledì 20 settembre 2017

Recensione: In viaggio contromano. The Leisure Seeker, di Michael Zadoorian

| In viaggio contromano, di Michael Zadoorian. Marcos y Marcos, € 18, pp. 282 |

Lui si chiama John, lei Ella. Stanno insieme da sessanta dei loro ottant'anni. Si sono conosciuti allo scoppio della Seconda guerra mondiale, quando lui era in partenza per il fronte ma lei faceva il filo a un altro. Il destino, al solito, aveva piani alternativi. Li voleva coppia, così che mettessero su casa e famiglia – dalla loro unione, più in là, sarebbero nati due figli, svariati nipoti, tragedie in rima. Lui ha una forma di Alzheimer galoppante, e sta più di là che di qua. Lei, lucidissima, ha metastasi ovunque.

Peccato che io sia a pezzi e John ricordi a stento il suo nome. Non importa. Me lo ricordo io. Messi insieme, facciamo una persona intera.

Cosa possono la demenza e il cancro contro il desiderio di un ultimo viaggio? Come può Michael Zadoorian, da uno spunto tanto memorabile quanto furbetto, tirare fuori una storia che faccia pendant con quei romanzi americani – amatissimi dal sottoscritto, al pari dei vecchini di ogni dove – in cui, a sorpresa, succede tutto e niente? Dove non importano né le tappe né la meta, dico, ma il ritmo confortante e danzerino di quell'infinito viaggiare? A pagina uno di In viaggio contromano, che qualche settimana fa ha commosso il Festival di Venezia grazie al tocco del nostro Virzì, gli arzilli protagonisti puntano a Disneyland. Scappano dalle avvertenze dei medici e dei parenti, dall'incubo delle case di cura, all'insegna di un paradiso laico in cui trovare forse la pace sperata. Il vento in faccia, e la parrucca posticcia di Ella soffia via al primo sorpasso. L'acceleratore schiacciato a manetta, e un camper con più rattoppi dei suoi proprietari resiste agli urti dei banditi, alla compassione delle cameriere, alle attenzioni dei centauri, al mal di pancia dei troppi cibi spazzatura.

John smette di masticare. Posa l'hamburger, si pulisce la bocca con il tovagliolo, mi mette una mano sulla coscia. «Ciao, amore» mi dice, completamente dimentico di quel che è successo nel frattempo. Sa chi sono. Sa che sono la donna che ama, che ha sempre amato. Non c'è malattia, non c'è persona che te lo possa togliere, questo.

La leggendaria Route 66, quasi inagibile, fa da sfondo mobile. Ai vani tentativi di John di farla finita. Alla paura di non svegliarsi più, e al conseguente desiderio di guidare fino all'alba. Alle diapositive proiettate sulle lenzuola del corredo buono, che riportano alla mente gli amici estinti e i figli piccoli. Alle fitte di desiderio, rare ma trascinanti, in cui i corpi – giunchi secchi e inutillizabili – si riconosco in certe carezze, certe notti. I Bonnie e Clyde della terza età prendono le redini e stringono il volante. Macinano chilometri su chilometri. Per fortuna, fanno soste lontane dai territori del pietismo. Qualcuna non interessa particolarmente, vero, perché certi luoghi, certe citazioni, dall'Italia facciamo una certa fatica a collocarle, ma non abbiamo occhi (e sono occhi fradici: quanto ho pianto) che per loro.

Perché il mondo deve distruggere tutto ciò che non è conforme? Non ci rendiamo mai conto abbastanza che è la ragione principale per amare qualcosa.

John guida con gesti meccanici e ripetuti: la tenerezza verso sua moglia è uno di quei gesti. Qualcosa di naturale e irrefrenabile, che può più di qualsiasi memorandum. Può scordarti tutto, perfino il tuo nome, ma non chi sceglie di restarti accanto. Nonostante tutto. 
In viaggio contromano, struggente ma esilarante, è un'avventura che arricchisce e prosciuga. Un folle prendere e partire; lo sprint finale. Sulle falle della memoria e la miracolosa persistenza dell'amore, contro l'oblio. Sul litigare ferocemente per poi ritrovarsi sempre in un confuso "Ciao, amore". Tu, intanto, leggi, ridi e ti commuovi. Senti nostalgia degli ottant'anni che non hai e di qualcuno che ti guardi da dietro uno sguardo annebbiato e tutto, purché ti guardi così. Come se, di quella lunga odissea che è la vita di coppia, potessi essere il solo copilota.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Tracy Chapman – Fast Car

lunedì 30 gennaio 2017

Recensione: Le otto montagne, di Paolo Cognetti

Tu sei quello che va e viene, io sono quello che resta. Come sempre, no?

Titolo: Le otto montagne
Autore: Paolo Cognetti
Editore: Einaudi
Numero di pagine: 199 pagine
Prezzo: € 18,50
Sinossi: Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po' scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l'orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo "chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l'accesso" ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E li, ad aspettarlo, c'è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, "la cosa più simile a un'educazione che abbia ricevuto da lui". Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito più vero: "Eccola li, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino". Un'eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.
                                         La recensione
Ci guardavamo per un secondo. Tutto qui. Non se ne accorgeva nessuno, né succedeva di nuovo nel corso della serata, e io non ero sicuro di interpretare bene il significato di quel saluto. Poteva voler dire: mi ricordo di te, mi manchi. Oppure: sono passati due anni ma sembra una vita, non ti pare?”
Sono nato su un'isola. Ho avuto la fortuna di viaggiare un po', con la scuola, e ho visto in minima parte quello che c'è fuori – Londra, Barcellona e la Grecia, a bordo di un autobus che s'inclinava pericolosamente nelle curve a gomito –, pur conoscendo poco dell'Italia. Non mi sono mai spinto più a nord di Ravenna. Sono del sud. Un topo di città. Un tipo da mare che però odia la spiaggia. La natura non si fida di me, io non mi fido della natura. Mi spaventa, quasi. Perché sono stato un ragazzino grasso e impacciato, che cascava anche da seduto. Perché studio in Abruzzo, vedo il Gran Sasso imbiancato arrivando in treno e so che, per DNA, siamo piccoli e frangibili. Non sono mai stato in montagna, e delle montagne so soltanto che sono quelle rocce alte e appuntite, con le cime innevate, che mi si parano all'orizzonte mentre viaggio per le strade di certe città. Quando ero più piccolo, ha provato a farmi cambiare idea Mauro Corona: uno scrittore avventuroso, che la natura la ama e la racconta da sempre, ma che con me, purtroppo, aveva fatto fatica. 
Una sera di gennaio, però, mi sono ritrovato a leggere un romanzo che la natura ce l'ha perfino nel titolo. A detta dell'autore, una storia di due amici e una montagna. Così tanta la voglia di scoprire il fortunato Paolo Cognetti, però, da vincere perfino le vertigini e l'insofferenza verso la vita all'aria aperta. L'autore – uno di quelli che piacciono a me, che scrive come parla e parla come mangia – presta la sua voce a Pietro: un bambino con due genitori che si sono conosciuti sulle Dolomiti, un appartamento al centro dell'irrespirabile Milano, una serie di estati tutte uguali. Quando le scuole chiudono, mamma (assistente sociale) e papà (operaio) vanno in ferie e alloggiano a Grana, tra le loro amate montagne. Non si somigliano, Pietro e suo padre: così chiusi da non riuscire a trovare punti in comune, se non le esplorazioni e l'arrampicata. Assicurati dalla stessa imbracatura, legati stretti, possono provare finalmente un illusorio senso di familiarità. La montagna regala a Pietro qualche attimo felice con il genitore, malinconico cronico con la testa altrove, e un migliore amico di nome Bruno. Un coetaneo che se ne sta sempre lì, con le mucche e il gregge, cresciuto a pane e romanzi d'avventura, come se a separarlo dalla valle ci fosse una barriera. Si vedranno ogni estate per trent'anni. Non si daranno mai appuntamento e di rado si parleranno da un telefono a gettoni. 
Ogni volta, si incontreranno quasi per caso: come se, lassù, ci si potesse incrociare come tra dirimpettai. Le otto montagne racconta la spensieratezza dell'infanzia, le frenesie dell'adolescenza e, infine, le eredità che ci riportano a casa. Il rivedersi tanti, troppi, anni dopo e il contarsi i capelli grigi in testa, parlando di seppellire padri, costruire casupole, perdere un amore. Prende spunto, nelle sue riflessioni esistenziali, da una leggenda nepaliana. Soprattutto, si intuisce nei ringraziamenti, dalla gioventù dello stesso Cognetti: figlio degli anni Ottanta, uomo concreto e dall'indole nomade, che viene dalla Lombardia e dal racconto breve. Nel suo ultimo lavoro, il primo firmato con Einaudi, ho trovato i ragazzi e le ragazze di quella generazione; il fare pragmatico e i viaggi per trovare sé stessi; il settentrione e quelle parole setacciate, centellinate, coltivate con parsimonia. A me, in teoria, Paolo Cognetti non dovrebbe piacere: non qui, almeno. Non vi nascondo che, a tratti, con la guida di un protagonista errabondo e introverso, rischiavo di restare indietro di qualche passo. Però c'è che Bruno, un personaggio indimenticabile come pochi, compare in scena e ti emoziona. Perché lui, che eppure scuoia gli animali a mani nude, spala letame da mattina a sera, ha dita nodose e comportamenti da misantropo, è artefice di una poesia tutta sua. E c'è che Le otto montagne è un romanzo intensissimo, commovente, dove gli stati d'animo seguono i bollettini metereologici e i bambini vengono al mondo in ottobre, ché l'amore si fa quando i campi riposano. Ti scalda in questo inverno che non ha pietà. E lo sa la testa, e lo sa la pancia.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Ed Sheeran - Castle On The Hill

martedì 2 agosto 2016

Recensione: Piccole sorprese sulla strada della felicità, di Monica Wood

Perché la storia della tua vita non comincia dall'inizio. Non ti insegnano niente a scuola?

Titolo: Piccole sorprese sulla strada della felicità
Autrice: Monica Wood
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 359
Prezzo: € 17,90
Sinossi: La signorina Ona Vitkus ha vissuto una vita riservata e ineccepibile, i suoi segreti – e le sue pene – celati con cura a occhi indiscreti. Questo finché non arriva lui, il bambino insolito con la passione per i Guinness dei primati. Lei ha 104 anni, lui soltanto 11. Da bravo boy scout, dovrebbe semplicemente aiutarla nei lavori di casa ogni sabato, ma con la sua curiosità e il suo entusiasmo contagioso infrange pian piano la scorza diffidente e un po' burbera di Ona, riuscendo a farla parlare di sé, a cominciare da quelle lontane origini lituane, e persino a coinvolgerla in un progetto singolare: farle vincere il record di «Automobilista patentata più anziana». Ona, che nel suo secondo secolo di vita credeva di avere ormai chiuso con l'amicizia, è conquistata da quel ragazzino con l'aria fragile e buffa che la fa sentire speciale. Ed è profondamente delusa quando quei sabati fatti di faccende domestiche, racconti e lezioni di guida s'interrompono di colpo. Passa un sabato, poi un altro: del bambino, nessuna traccia. Fino a quando si presenta a casa sua uno sconosciuto, un uomo di nome Quinn. È il padre del ragazzino ed è lì per completare quello che suo figlio aveva iniziato prima di essere strappato alla vita troppo presto. Da quel momento, Ona si ritroverà alle prese con i sensi di colpa di un padre, con il dolore di una famiglia spezzata, con un inatteso viaggio on the road che diventa un viaggio dell'anima. Perché quella vita che le ha riservato più schiaffi che carezze ha ancora qualcosa di bello da regalarle. E, soprattutto, perché lei ha ancora tanto da offrire a chi ha smesso di sperare nella magia inattesa del destino.
                                                         La recensione
Per qualche mistero annidato non si sa dove, forse nei territori lontani dell'infanzia, non sono un amante dell'animazione. I cartoni moderni, a dirla tutta, mi annoiano perfino un po'. Mi incantano le vecchie favole, però, quelle cantate e tutto, coi disegni non realizzati al computer, e solo Up fa eccezione. Del fortunato film Pixar non amo tanto le case volanti, gli uccelli esotici, l'avventura favolosa, quanto l'inizio: un concentrato di scene – al centro, la realistica storia d'amore tra Ellie e Carl, quando erano giovani e felicissimi – che potrebbe commuovermi anche in una giornata di quelle in cui, tra me e me, giurerei non ci siano lacrime in agguato. Non è un mistero, al contrario, la mia simpatia per vecchietti e vecchiette, al cinema, che sanno puntualmente intenerirmi e toccarmi il cuore, complici la rudezza, la scortesia e le rughe d'espressione. Complice proprio questo Up: da lì in poi, la ricerca di emozioni intense in mezzo alle storie della terza età. Gli anziani, però, si fanno volere meno bene sui mezzi pubblici – dove avanzano pretese, borbottano, protestano per un nonnulla – e nei romanzi che leggo. La spocchiosa Florence Gordon, ad esempio, e il retorico ma riuscito Cesare Annunziata. Ne conservo il ricordo di pochi, ma saprei elencarvene un'infinità – tra Michael Caine e Maggie Smith, Judi Dench e Vanessa Redgrave –, di eroi attempati che mi hanno travolto in un ciclone di panciotti, calze contenitive, sottane. Finché, quasi per caso, non ho aperto Piccole sorprese sulla strada della felicità e, all'incirca a pagina uno, ho sentito un senso di appartenenza e un inspiegabile, profondissimo moto di simpatia. E dire che io lo avevo preso sottogamba, per nulla attirato dai fronzoli del font, da storie che trasudano ottimismo esagerato e da un titolo italiano che suona come una specie di manualetto di autoaiuto: dell'originale The One-in-a-Million Boy, purtroppo, non mantiene nulla. Cose che ho scoperto strada facendo: la bellezza della prosa di Monica Wood, pubblicata in precedenza dalla Neri Pozza; la struttura curiosa di un romanzo che si articola tra presente e passato (prossimo e remoto, dico), intervallando trascrizioni di interviste e metodiche liste per punti; la magica amicizia tra un undicenne e un'ultracentenaria che, all'indomani di un dolore impensabile, ha effetti collaterali, ma di quelli buoni, sulla famiglia sfasciata del boy scout. Piccole sorprese sulla strada della felicità richiama il capolavoro dell'animazione sin dalla copertina: un tappeto di nuvole, una mongolfiera a forma di balena che a bordo, presumibilmente, porta l'arzilla Ona Vitkus e tanto di quel cielo... 
Ci somiglia un po' anche per la trama, in fondo: un'anziana misantropa, che ha sepolto mariti e figli, e il rapporto che stringe con un bambino non fatto per questo mondo crudele, trasognato e candido com'è. Stila liste su liste, conta cose, esercita una memoria di ferro e lascia che gli si atrofizzi la capacità di relazionarsi con i coetanei, lui: i più gentili, in città, lo definirebbero “speciale”. L'ultima fissa sono i Guinness dei primati: vuole che la sua amica del sabato mattina sfidi, testa a testa, i guidatori più longevi del mondo e, nel frattempo, la intervista per un progetto scolastico. E io, che eppure di vecchietti in libreria e in sala ho una discreta cultura, una vecchietta così non la avevo mai incontrata: centoquattro anni ben portati, modi spicci, un'irrefrenabile parlantina e una lingua dimenticata, il lituano, che affiora all'improvviso in una mente che custodisce grandi guerre, amiche, innamorati, spettri di vite vissute. Quante cose capitano in un secolo? Ona, nonna di Forrest Gump, sa riassumertele in quattro e quattr'otto. Non sa spiegarsi, però, come mai il ragazzino smetta di presentarsi alla sua porta, a un tratto, e chi sia l'uomo – un padre che tardi ha scelto di essere presente - che le annuncia che, all'alba, in bicicletta, quel bambino pieno di peculiarità, strabordante di vita, è morto e basta. Sono cose che dovrebbero capitare a una certa età, quelle: quando si spegne l'interruttore e addio. C'è chi campa cent'anni e chi non arriva nemmeno ai dodici. 
E ci sono dolorosi misteri di questi, in Piccole sorprese sulla strada della felicità, dialoghi acuti che scandiscono le tappe di relazioni costruttive e incontri che, da sinossi, almeno, non erano attesi. Monica Wood ci racconta la storia della vecchietta, coraggiosa e sognatrice insieme, che porta avanti il desiderio del suo bambino preferito e quella di una coppia divorziata (per ben due volte: ma la morte di un figlio ricompatta e demolisce), che accompagna Ona in viaggio. Chi accudisce chi, però? Quell'avventura on the road con immigrate da record, un chitarrista in crisi e una bibliotecaria che tenta di scacciare la pena con un altro amore – sui sedili posteriori, la presenza costante del bambino che ha permesso tutto ciò – a chi gioverà davvero? Il dolore è un tunnel lunghissimo, ma si intravede piano la luce; i personaggi, adorabili, si librano alti e leggeri come la case di nuvole di un noto vedovo, animato dalla computer grafica e dalle migliori intenzioni. Il tutto, facendo saggia scorta di bottigliette d'acqua e sorrisi, fazzoletti e crepacuori, provviste e onestà. Il viaggio dura quasi quattrocento pagine, le turbolenze non ci spaventano a cinture allacciate e, l'attimo dopo, tutto – struggimento compreso - appare piccolo così, in un volo tra due secoli e tre cuori.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: The Strumbellas – Spirits