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venerdì 5 agosto 2022

Recensione: Un oceano senza sponde, di Scott Spencer

|Un oceano senza sponde, di Scott Spencer. Sellerio, € 17, pp. 350 |

In ogni relazione c'è un dislivello invisibile. Osservate attentamente le coppie che conoscete. C'è sempre una persona più affezionata dell'altra. C'è sempre chi ama e chi ama essere amato. Quando il dislivello si acuisce, come su uno di quei dondoli al parco giochi, l'equilibrio viene meno. E un membro della coppia – il più fragile –, viene schiacciato dal divario. I cuori di Kip e Thaddeus non hanno lo stesso peso. Legati dai tempi dell'università, i due oscillano sul dondolo che Scott Spencer ha costruito per monitorare i sali-scendi della loro storia. Si tratta soltanto di una buona amicizia? All'apparenza scapolo inguaribile, Kip lavora come broker a Wall Street, ma per codardia cela la propria sessualità: anziché scendere a marciare per strada nell'era dell'Aids, vive nascosto in un attico che lo taglia fuori dal mondo. Il suo mondo comincia e finisce nella venerazione per Thaddeus: sceneggiatore frustrato, marito e padre in crisi, ostenta una forzata giovialità. Rischia di perdere infatti una villa sul fiume Hudson, simbolo di una breve gloria lavorativa, e insieme alla villa la sua stessa famiglia.

Ho appreso una delle lezioni della solitudine, uno dei suoi sconvolgenti effetti collaterali: quando versi in uno stato di brama inappagata, il desiderio va avanti all'infinito, come un oceano senza sponde.

Tormentandosi in preda a un amore impossibile, il protagonista si fa presto custode del matrimonio dell'altro: da un lato vorrebbe che deragliasse – soltanto così, forse, troverebbe il coraggio di dichiararsi –, dall'altro vorrebbe che l'amico fosse felice. Stando al parere di un personaggio secondario, tra loro finirà malissimo: Thaddeus lo distruggerà senza neanche farlo apposta. A ogni telefonata quanto è desideroso di sentirlo davvero e quanto è mosso dall'opportunismo? Ignora deliberatamente i sentimenti dell'altro, ma si bea nel frattempo dell'ascendente che esercita su di lui? Il romanzo di Spencer è una storia di conflitti: quelli che albergano nell'animo di Kip, combattuto tra desiderio e paura; quelli che scandiscono le scelte di Thaddeus, incapace di rassegnarsi a un'esistenza vissuta al di sotto delle sue presunte potenzialità; quelli che agitano la periferia newyorchese, che osteggia la gentrificazione a suon di sassate e guarda con preoccupazione all'apertura di una fabbrica di calcestruzzo.

Ecco un'altra cosa riguardo a noi innamorati non corrisposti: siamo possessivi nei confronti dell'amato e disposti a tutto pur di tenerci aggrappati all'idea che abbiamo di lui. In effetti quell'idea è tutto ciò che abbiamo. Quando pensi a qualcuno più o meno tutto il tempo cominci a credere – anche se non lo ammetteresti mai, nemmeno con te stesso – che lui ti appartenga. Diventi un carceriere che fa avanti e indietro davanti alla porta della cella, tenendo d'occhio il prigioniero per accertarti che sia dove deve stare, che faccia solo ciò che gli è concesso.

Kip, prigioniero di un vecchio sogno erotico, si finge eterosessuale. Su cosa mente invece Thaddeus, prigioniero al contrario di vecchi sogni di gloria? Qual è il prezzo per continuare a nutrire un'illusione lunga trent'anni? Quand'è che, finalmente, ci si sveglia? Un oceano senza sponde si dipana in maniera più lineare del previsto e l'epilogo, un po' precipitoso, potrebbe amareggiare gli eterni romantici. Ma sontuoso, struggente ed enfatico, si legge con un'ammirazione vicina a quella provata per la prosa di Vladimir Nabokov: anche qui il narratore, inaffidabile, si rivolge a una giuria – vera o immaginaria? – per discolparsi di qualcosa; anche qui un sentimento irrazionale, di pancia, è raccontato con il cuore e con la testa. E il dislivello invisibile di cui scrivevo in apertura si manifesta, infine, come un messaggio scritto con l'inchiostro simpatico. E l'oceano del desiderio, tempestoso come non mai, trova pagine bellissime a fargli da sponde.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Senza fine - Gino Paoli 

venerdì 20 maggio 2022

[Strega 2022] Recensione: Spatriati, di Mario Desiati

| Spatriati, di Mario Desiati. Einaudi, € 20, pp. 288 |

Inizia alla maniera dei film che piacciono a me: lui incontra lei. Non sono semplicemente due esseri umani profondamente diversi tra loro – quindicenni, per la precisione, e dunque già separati dall'abisso che intercorre tra i maschi e le femmine nel corso dell'adolescenza –, ma fronti opposti pronti a generare tempeste tropicali. Lui, Francesco, vive una giovinezza oscura e noiosa, fatta di campi riarsi e pomeriggi all'oratorio. Lei, anticonformista e raminga, abbaglia con una cascata di capelli rossi e il look da maschiaccio. A unirli sono la profonda provincia pugliese, di una bellezza arcaica e soffocante; la relazione adulterina fra i rispettivi genitori, clandestini eppure liberissimi; un'amicizia elettiva, spesso a confine con l'amore, lunga tre decenni. A separarli, invece, sarà tutto il resto. Colti nel corso del loro infinito viaggiare, incapaci di intrecciare le loro solitudini al pari degli amatissimi protagonisti di Sally Rooney, Francesco e Claudia macinano chilometri in fuga dalla peggiore delle guerre: quella contro loro stessi.

A volte si leggono romanzi soltanto per sapere che qualcuno ci è già passato.

Lei, girovaga estranea a qualsiasi senso di smarrimento, sonderà negli anni Milano, Londra, Berlino: andrà in esplorazione e, tra chiamate Skype ed email, aggiornerà l'altro sulle emozioni della musica techno, sugli amanti innumerevoli, sulle tappe di una carriera ondivaga. Lui, invece, destinato a ingrigirsi sempre più per via della totale negazione di sé stesso, ascolterà e si struggerà in silenzio. Esiste una patria comune in cui è possibile non soltanto essere una coppia, ma perfino una famiglia? Mario Desiati, con una prosa vibrante di smania e malinconia, sublima i sogni e le paure di una generazione in un romanzo inquieto, selvaggio, intimamente mio (che da quando ho visto The Dreamers invidio la dissolutezza pornografica delle capitali europee, ma fantastico, d'altra parte, di trasferirmi in trullo a leccarmi le ferite). Erigere la propria identità richiede costanza e lavori graduali di manodopera: lo stare fermi, giacché senza fondamenta si è destinati inevitabilmente a crollare. Imporsi nel mondo significa vegliare sui progressi di un cantiere imperituro – il nostro.

Ero un'erbaccia selvatica, ferrigna e cocciuta, ma estirpabile senza proteste da un momento all'altro. Eravamo migliaia così, anelavamo alla casualità dell'umido e della pioggia, con la gioia di chi si trova nell'unica patria possibile, quella in cui non rispondiamo a nessuno di ciò che siamo.

Si può costruire qualcosa scappando? s'interroga Spatriati. E ispira il suo autore, così, nella messa a punto di una lingua franca a metà strada tra i dialetto e il tedesco: l'esperanto della ritirata. Siamo lavori in corso e foto uscite mosse. Siamo cervelli in fuga e cuori in avanscoperta. Abbiamo il terrore di ricominciare altrove e di restare dove siamo. Non sapremmo vivere in un posto senza il mare, ci diciamo, né vivere un'esistenza intera nei panni stretti in cui siamo cresciuti. Forse il trucco è chiudere gli occhi, lanciare un dado e giocarci il futuro a sorte: assumere vitamina D in pastiglie per sopravvivere all'estero alla mancanza di sole. Forse, se questa vita è un abito tagliato male – un travestimento da impostori in cui, ormai, non ci riconosciamo più –, l'unica salvezza è spogliarsi nudi da capo a piedi. Come San Francesco d'Assisi. Come i depravati felici nei fetish bar di Berlino.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Madame feat. Sangiovanni – Perso nel buio

martedì 2 marzo 2021

Recensione: Le conseguenze, di Richard Russo

| Le conseguenze, di Richard Russo. Neri Pozza, € 19, pp. 383 |

Come nella Casa sul lago di David James Poissant, un gruppo di personaggi si riunisce per trascorrere un ultimo weekend insieme prima che gli agenti immobiliari piantino il cartello vendesi sul vialetto. Come in Ohio di Stephen Markley, i protagonisti – tre amici di lunga data che non si vedono da un bel po' – si scoprono uniti da un garbuglio di bugie, segreti e non detti. È forse possibile sperimentare una seconda giovinezza, darsi una seconda possibilità? Quanto sappiamo davvero del bagaglio psicologico delle persone che ci circondano? La verità, una volta scoperta, renderà liberi come recitano i proverbi? Ormai ultrasessantenni, Lincol, Teddy e Mickey si danno appuntamento a Martha's Vineyard: è settembre, i turisti stanno andando via. Quarant'anni prima la stessa isola ha fatto da sfondo a un mistero rimasto irrisolto. Che fine ha fatto Jacy, l'unica ragazza del gruppo – quella di cui erano tutti innamorati alla follia? Compagni di college ai tempi dell'arruolamento per il Vietnam, i protagonisti formavano un quadretto organico nella sua disorganicità.

Quali erano le possibilità che quei tre finissero nello stesso dormitorio per matricole al Minerva College, sulla costa del Connecticut? Perché basta tirare un filo della trama del destino umano e tutto si dipana. Però potremmo pure dire che le cose hanno la tendenza a dipanarsi anche da sole.

Lincoln, bello e benestante, è diventato un agente immobiliare con sei figli e una nidiata di nipoti: circondato dall'amore di una grande famiglia, prende le distanze da un padre verso cui ha sempre nutrito sentimenti conflittuali. Teddy, figlio di una grigia coppia di insegnanti, ha abbandonato il sogno del basket in seguito a un grave infortunio e si è rifugiato tra i libri di teologia: editor frustrato, per quale motivo rifugge la compagnia delle donne e l'obiettivo di scrivere un libro tutto suo? Infine c'è Mickey, italo-irlandese scappato in Canada per evitare la guerra: musicista sboccato e rumoroso, all'apparenza è il bamboccione di sempre, ma si rivelerà il più sfuggente dei tre uomini. Oltre che essere un agrodolce amarcord, però, Le conseguenze è anche e soprattutto un giallo: a volte inquietante, a volte incantevole, Jacy – mi ha ricordato la Jenny di Forrest Gump, disinibita e sofferente – è un fantasma che li ossessiona; una sposa in fuga che baciava tutti ma non sceglieva nessuno, frequentava le spiagge nudiste, si spingeva al largo per sottrarsi a ogni scelta... Tridimensionali, affiatati, indagati tanto nei reumatismi quanto nelle contraddizioni, i riusciti protagonisti di Richard Russo sono tre anziani che tra bistecche, birre e rock 'n roll parlano del Vietnam, dell'ascesa di Donald Trump, del destino.

Ci sono un sacco di cose che non sappiamo delle persone, anche di quelle che amiamo di più. Ci sono delle cose che non ti ho mai detto di me, e probabilmente ci sono delle cose ce non sono affari miei e che tu non mi hai mai detto. Ma le cose che teniamo segrete tendono a rappresentare proprio il cuore di ciò che siamo.

Nella vita c'è un disegno? Le cose sarebbero andate diversamente se non si fossero mai incontrati all'università? Emozionante nel ritratto di una tipica amicizia al maschile, sincera ma laconica, il romanzo punta ai colpi di scena dell'epilogo e qui e lì incappa in qualche cliché di troppo – il vicino gradasso guardato con sospetto, il classico poliziotto in pensione dedito all'alcol e all'autocommiserazione –; in qualche spiegone evitabile che, anziché amalgamarsi al resto della narrazione, sembra spezzarla bruscamente. Scorrevole ma non sempre fluido, il premio Pulitzer Russo predilige inoltre una narrazione corale che non include uno dei tre protagonisti: tagliato fuori dall'alternanza dei punti di vista, e per questo guardato con maggiore scetticismo dal lettore, il personaggio in questione si sottrarrà in parte all'effetto sorpresa dello scioglimento. Sentitissimo ritorno alla narrativa americana, Le conseguenze mi ha regalato atmosfere e personaggi cari per risollevarmi di morale dopo una serie di letture deludenti. Poco originale, ma appassionante comunque, piacerà per i toni amareggiati e per i suoi lunghi viali di speranze infrante. Chi, a vent'anni, non si è illuso di poter cambiare il mondo? Chi, a sessantasei, può considerarsi in pace con sé stesso? Con l'avanzare dell'età non sopraggiunge alcuna saggezza. Ma soltanto l'ora di pagare, con interessi raddoppiati, e conseguenze delle nostre scelte.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Johnny Mathis – Chances Are

lunedì 14 dicembre 2020

Recensione: Un'amicizia, di Silvia Avallone

| Un'amicizia, di Silvia Avallone. Rizzoli, € 19, pp. 447 |

Ogni amicizia è una storia d'amore. Come si resta uniti nonostante tutto? Se smarriti, come ci si ritrova? Per una coppia di amici non esistono terapisti o consulenti matrimoniali; non è previsto il sesso riparatore per riconciliarsi; non sono contemplati figli, case di proprietà, bollette da pagare o altri collanti. L'amicizia deve bastare a sé stessa in quanto tale, è pura e svincolata, è un autogoverno destinato o all'eternità o all'implosione. Senza compromessi. Ma quando finisce fa più male di una separazione: è un lutto da cui non ci si riprende più. Perché gli amori vanno e vengono, ma l'amicizia – al pari della famiglia – resta. Elisa e Beatrice non si parlano da tredici anni, e la prima si sente ancora orfana dell'ex compagna di banco del liceo Pascoli. Rifugiata nei ricordi dell'adolescenza, in una città di fantasmi di cui evita le strade principali, la protagonista recupera dal fondo del buio sei diari: lì sono contenute le cronache dei cinque anni delle superiori – i più belli – e quelle del primo anno da universitaria fuori sede, in una Bologna destinata a dividere. In apnea, Elisa trascura il Natale imminente e i propri doveri per battere al portatile questa confessione ossessiva, viscerale, sincera. Per liberarsi dell'indimenticata Bea, o forse per riappropriarsene. Chi era la Rossetti, oggi influencer amata e odiata al pari della nostra Chiara Ferragni, prima di essere sulla bocca e sugli schermi di tutti? Può forse un personaggio pubblico custodire ancora un privato, dei segreti?

Crescere è una perdita. 

Nella vita c'è chi posa e chi scatta. Sempre al di qua dell'obbiettivo, Elisa è stata un'assistente di scena, una confidente, una testimone. Mossa dal desiderio di proteggerla, a dispetto di oltre un decennio di silenzi, qui gratta la carta delle riviste patinate per cercare la donna nascosta dietro l'icona di stile. Emergerà la verità, o Bea resterà soltanto uno strappo? In un nostalgico amarcord, una Silvia Avallone al suo meglio ci conduce a ritroso alla scoperta dei dissapori tra le protagoniste. Empatica e generosa, l'autrice di Acciaio vuole un bene dell'anima alle sue ragazze. E noi non possiamo che fare altrettanto, in un romanzo generazionale densissimo che avrei voluto non finisse più. Il merito maggiore spetta in particolare alla narratrice, che ha la mia sensibilità, la mia formazione umanistica e i miei dolori. Trapiantata da Biella a un'anonima cittadina della costa toscana, Elisa conosce gli scatoloni chiusi e gli abbandoni. Affidata alla tutela di un padre dolce ma pressoché sconosciuto, stritola la cornetta in attesa di un ripensamento della madre: donna passionale e incostante, l'ha strappata a forza da una casa odorosa di hashish e ribellione per garantirle gli equilibri mancati al primogenito, l'irrecuperabile Niccolò. Topo di biblioteca con la Morante per talismano, a Ferragosto conoscerà Bea: al contrario ricca e appariscente, con una mamma-manager che l'ha educata a eccellere.

Perché si legge? Perché non rimanere altro. Nessuna vocazione nobile si annida nel gesto di aprire un libro. […] Per leggere occorrono necessità e disperazione: è una cosa che si fa in galera, in solitudine, in vecchiaia, nell'emarginazione; quando né la TV né Internet distraggono dal fatto che nella vita si perde, e si perde tutto; e chi conosci ti sembra felice e tu ti consumi d'invidia; quando l'unica soluzione è farla finita e diventare un altro. 

Strette sotto la pioggia, a bordo di un cinquantino truccato, le migliori amiche ruberanno un jeans tempestato di Swarowski e condivideranno tanto la buona quanto la cattiva sorte (la verginità persa all'unisono, le risse in cortile per un tradimento, le irruzioni abusive nel “covo”). Unite soprattutto nei momenti più luttuosi, saranno l'una la zattera dell'altra: famiglia, sostegno e ospitalità. Destinata ai luccichii del glamour ma attratta dagli stili di vita degli outsider, Beatrice più si agghinda e più si occulta. Orgogliosa e vendicativa, eccelle nelle arti femminili e seduce sottilmente i parenti di Elisa fin quasi a usurparla. Travolte dalla rivoluzione digitale e stritolate nelle maglie del tempo, le loro vite andranno alla deriva a causa dei rovesci di fortuna e delle incomprensioni. Correvano anni che ricordo benissimo. C'erano il walkman, il telefono fisso, i quiz di Cioè, i Nokia 3310, i film a noleggio, gli ammiccamenti di Britney Spears e i Blink-182 sparati in cuffia. Si parte dalla caduta delle Torri Gemelle, si passa per la torrida estate del 2003, si giunge alla vittoria ai Mondiali. Le connessioni Internet lentissime cedono il passo al dinamismo dei blog, le amicizie diventano quelle superficiali delle chat di Facebook. Qui e lì avrei voluto picchiettare sulla spalla della Avallone, condividere un ricordo per un ricordo: dirle sai, c'ero anch'io, ho il tuo stesso bagaglio di esperienze. La tecnologia diventa in fretta obsoleta. Le stelle, perfino quelle più splendenti, tramontano. E loro?

Beatrice e io avevamo quattordici anni eppure lo sapevamo già, che il futuro è un tempo che toglie e non aggiunge.

Un'amicizia ha il suono dello scirocco e degli album scartabellati. Per me è stato un po' come frugare nella borsa di una donna, scardinare il lucchetto di un diario segreto: uno scippo a tradimento, uno scasso. Ho avuto l'impressione di leggere considerazioni troppo intime per essere destinate proprio a me; dovevo averle rubate. È per questo che non ho sottolineato le frasi più belle, anche se avrei voluto. Se mi sono esentato dall'appuntare a margine i titoli di romanzi, film e canzoni che l'autrice suggeriva tra le pagine. Ne ho avuto più cura del solito, sono stato delicato, come al cospetto di qualcosa di presto in prestito senza permesso. Sono così diverse tra loro Elisa e Bea? E da me, per tutto il tempo seduto all'ultima fila di un liceo classico ormai chiuso per mancanza di iscritti? Entrambe cristallizzate, una nel ghiaccio di una perenne nostalgia e l'altra in un selfie col filtro bellezza incorporato, si evocano in un epilogo pervaso da una tensione crescente. L'una di fronte all'altra, si strapperanno pelle e capelli per vendetta, o si uniranno per ballare a Capodanno? Le catene invisibili delle aspettative disattese le hanno ancorate alle rispettive routine. Rompendole, si potranno finalmente legare in un abbraccio che spezza le ossa e rinsalda il cuore? In quest'anno di distanza sociale, l'ho sperato. “Menzogna e sortilegio”, menzogna o sortilegio, questa lettura bellissima è una macchina del tempo che mi ha risarcito di tutto l'affetto non dato: spaventato dal presente, tormentato dal futuro, mi sono allora rivolto al passato. Inforcavo un Quartz scassato, pogavo ascoltando gruppi rock nei capannoni fuori città, meditavo di fare un piercing o un tatuaggio, dicevo che sarei diventato famoso: davanti, avevo tutta la gioventù del vecchio mondo.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Elisa – Promettimi

martedì 4 agosto 2020

Recensione: Storia della bambina perduta, di Elena Ferrante

| Storia della bambina perduta, di Elena Ferrante. Edizioni E/O, pp. 451, € 19,50 |

Ho rimandato questo momento finché ho potuto. L’addio a Lila e Lenù, per me già indimenticabili. Avevo paura che avrei provato una nostalgia incontenibile. Invece, a fine lettura, mi ha sorpreso una specie di senso di sollievo. Uscito dalle spire del rione, finalmente tornavo a respirare. È stata una lettura verso cui ho nutrito un rapporto conflittuale. Una bella storia che non necessariamente è una storia bella. Ma piuttosto un capitolo conclusivo lungo, denso, cupo e luttuoso, che si classifica come il più difficile dei quattro e come l’immancabile riconferma del genio di Elena Ferrante: un’autrice nient’affatto consolatoria, amante dei finali che non finiscono mai per davvero.
Le avevamo lasciate negli anni della rivoluzione studentesca e sessuale, davanti all’ennesima scelta avventata di una insopportabile Lenù: dare a Nino Sarratore, il famigerato lupo che perde il pelo ma non il vizio, una seconda opportunità. Mandato all’aria il matrimonio con Pietro, madre di Dede ed Elsa e autrice di due testi accolti con un discreto successo di critica, Lenù viene riacciuffata in viaggio mentre insegne il lavoro e l’amore. Divisa tra Genova, Firenze e Torino, confusa da una relazione annichilente, torna infine a Napoli con la coda tra le gambe. È il richiamo di una sirena.

Ah, che città, diceva a mia figlia zia Lina, che città splendida e significativa: qua si sono parlate tutte le lingua, Imma, qua s’è costruito di tutto s’è scassato di tutto, qua la gente non si fida di nessuna chiacchiera ed è assai chiacchierona, qua c’è il Vesuvio che ti ricorda ogni giorno che la più grande impresa degli uomini potenti, l’opera più splendida, il fuoco, e il terremoto, e la cenere  e il mare in pochi secondi te la riducono a niente.
Nonostante il suo appartamento vista mare, viene inesorabilmente attratta dalla vicinanza col rione: il luogo delle origini dove nel frattempo Lila – brillante autodidatta – si è imposta come diretta concorrente dei fratelli Solara. Immersa nel vecchio quartiere, Lenù racimola nuove idee per un nuovo libro: una denuncia alla maleducazione, alle siringhe nei giardinetti, agli omicidi consumati nel buio del tunnel, al mal di vivere, allo strapotere di Michele e Marcello. Vicine come non accadeva dall’infanzia, sulla soglia dei quaranta, le due amiche saranno coinvolte in una spirale di tradimenti, tornaconti e vendetta. Due sono le possibilità: o essere risucchiate dal cuore paludoso del rione, o bonificarlo. 
Nella prima parte – un’introduzione lunga duecento pagine –, le due amiche condivideranno lo stesso condominio e una gravidanza coordinata. A separare le loro piccole Tina e Imma, così come Dede, Elsa e Rino – il primogenito di Lila da salvare dalla droga –, c’è soltanto una rampa di scale. Le dinamiche sentimentali tra i reciproci figli, coetanei, saranno imprevedibili. Confidenti, arbitre, burattinaie, compagne di disavventura, le protagoniste rischiano di stancare un po’ in una seconda metà sì carica di eventi, uscite di scena e metamorfosi – penso ad Alfonso, che abbraccia la sua controparte femminile e diventa l’alter-ego di Lila –, ma frettolosa: si passa dagli attentati delle brigate rosse agli scandali politici a Montecitorio, fino a citare il crollo delle Torri Gemelle; si accenna perfino al cambiamento repentino in una città in divenire, ormai multietnica, dove si percepiscono nuovi traffici, nuovi profumi, nuove lingue. Più che rievocati, infatti, qui gli avvenimenti vengono riassunti en passant attraverso salti ed ellissi.

Voler bene scorre insieme al voler male, e io non riesco, non riesco a condensarmi intorno a nessuna buona volontà. La Oliviero ha sempre avuto ragione, sono cattiva. Non so mantenere in vita nemmeno l’amicizia. Tu sei gentile, Lenù, con me hai avuto molta pazienza. Ma stasera l’ho capito in modo definitivo: c’è sempre un solvente che opera piano, con un calore dolce, e disfa tutto, anche quando il terremoto non c’è. Perciò, per favore, se ti offendo, se ti dico cose brutte, tu tappati le orecchie, non lo voglio fare e invece lo faccio. Per favore, per favore, non mi lasciare adesso, se no cado giù.
Storia della bambina perduta è un mistero sin dal titolo. Un viaggio sinistro sulle tracce di Lila, nella città in cui parrebbe splendere sempre il sole. Ricordate l’incipit dell’Amica geniale? Lila si era allontanata da casa, era volontariamente scomparsa, e un’anziana Lenù si metteva a scrivere di lei. Ma cercare di dare un contorno alla smarginatura di Lila, tentare di metterla per iscritto arginandola, non significa forse – ancora una volta – tradirla? A malapena scolarizzata, circondata da nembi tempestosi che contribuiscono a conferirle un’istantanea aura leggendaria, la bruna perseguitata dalla tragedia regala a Elena Ferrante alcune delle sue pagine più straordinarie: nei capitoli immaginifici e deliranti dedicati al devasto del terremoto dell’Irpinia, gli unici in cui Lila parla in maniera sibillina del suo curioso estraniarsi, ad esempio sembra portare il caos psicologico che cova dentro all’infuori di sé. Distruggendo il paesaggio con le sue ripercussioni apocalittiche. Cosa cerca in biblioteca, cosa scrive china sul portatile, e perché quell’improvvisa fascinazione verso la storia di Napoli? Guida d’eccezione, Lila ci conduce in uno spaventoso labirinto di Minosse, in cui le cose e le persone a volte ricompaiono a piacimento, per magia o per dispetto. Una città dal passato miserabile e glorioso che si morde la coda, tormentata dai fantasmi degli antichi rivoluzionari e da una putredine ben nascosta sotto la sua monumentalità. E lei finisce per diventarne, così, parte integrante. Uno spiritello vestito di stracci e fuliggine, che nella chiusa – per me perfetta: amara ma non disperata – ci farà salire un brivido freddo lungo la spina dorsale perseguitandoci in un’altra regione, in un’altra esistenza, in un’altra lettura.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Carmen Consoli - L'ultimo bacio

sabato 16 novembre 2019

Recensione a basso costo: La simmetria dei desideri, di Eshkol Nevo

| La simmetria dei desideri, di Eshkol Nevo. Beat, € 9,90, pp.350 |

Le ragazze vanno e vengono, si dice, gli amici restano. A lungo è stato questo il mantra di un inseparabile quartetto di compagni di merenda, inquadrati qui in un ventennio di amicizia. Si sono conosciuti negli anni del liceo e dell’arruolamento militare. Quelli dell’indipendenza politica di Israele dalla Gran Bretagna. Quelli dell’indipendenza economica da famiglie, talora, oppressive e provinciali. Insieme si sono trasferiti dalla piccola Haifa a Tel Aviv, ognuno in cerca della propria affermazione in un Medio Oriente ricco e al passo, più vicino a noi di quanto immaginiamo. Gli opposti si attraggono. I protagonisti, apparentemente troppo diversi per andare d’accordo, compongono così una squadra vincente: di quelle da non cambiare mai. Che differenza passa tra una storia d’amore e una d’amicizia? Richiedono entrambe una costruzione lunga e faticosa. Ricordi condivisi, gioie e dolori, tante risate e sporadici abbracci. Un passato che spesso non ci è dato conoscere.
Il bravissimo Eshkol Nevo, atteso al cinema con la trasposizione di Tre piani a cura del nostro Moretti, ci regala il privilegio di entrare a far parte per un po’ del loro circolo elettivo. Purtroppo non ho grandi amici, soprattutto maschi. Ne so poco di cameratismo, partite di pallone e giuramenti solenni. Avrei potuto mantenere le distanze con Yuval e gli altri,  ma a sorpresa li ho profondamente invidiati. Provando un affetto che raramente riservo agli sconosciuti, meno ancora ai personaggi di finzione.

Ci poniamo delle mete, ne diventiamo schiavi. Siamo talmente impegnati a realizzarle, che non ci rendiamo conto che nel frattempo sono cambiate.
Ci sono Churchill, il leader del gruppo, soprannominato così per le arringhe appassionate del suo mestiere di avvocato; il dolce Amichail, marito di Ilana e genitore di due gemelle, che filosofeggia di medicina alternativa ma si gode intanto il ruolo di “mammo”; Ofir, pubblicitario in crisi esistenziale che all’improvviso scopre i pregi della spiritualità accanto alla danese Maria; infine il narratore. L’osservatore interno di cui finisci sempre per scordarti il nome. Un personaggio in disparte, nell’ombra giacché timidissimo, che con una certa amarezza mi ha ricordato proprio il sottoscritto. Basso, asmatico, spaiato, Yuval li guarda, li adora, pende dalle loro labbra. Rischia di vivere attraverso le azioni degli altri però; di rimanere indietro. Non lo taglieranno fuori quando saranno troppo felici, oppure troppo presi dai doveri familiari? A unire il quartetto non è soltanto un’invidia malcelata, ma un patto fatto davanti alla tivù. Guardando i Mondiali di calcio hanno scritto su un foglietto un paio di desideri a testa; ne hanno letto uno ciascuno, ma hanno giurato di scoprire gli altri al prossimo Mondiale, quattro anni dopo. 
Ci si mette la vita di mezzo, abile a mescolare le carte in tavola. Ci si mettono donne che somigliano alla fascinosa e incostante Yaara: fidanzata col narratore, passa presto tra le braccia di Churchill seminando imbarazzi e musi lunghi. Soprattutto perché sposarla era uno dei sogni per il futuro di Yuval. Tutto, allora, è perduto? 
I personaggi vivono in un’era senza social, dove i compagni di scuola persi di vista diventano leggende metropolitane. Per loro rrivano i trent’anni, e con essi il profondo senso di sconforto che portano con sé. A Tel Aviv si inaspriscono i conflitti fra ebrei e palestinesi. I topi di campagna si trasformano in topi di città, gli amori si avvicendano – per separazioni o lutti sconcertanti –, l’armonia è messa in pericolo.

Per fortuna che ci sono i Mondiali, così il tempo non diventa un blocco unico, e ogni quattro anni ci si può fermare a vedere cos’è cambiato.
Da traduttore a autore, ossessionato dalla scadenza dei famosi quattro anni, il protagonista diventa un custode di confessioni, confidenze, memorie. Rincasa da solo, in un appartamento angusto e senza bambini, e fa di quell’amicizia un’oasi felice in un mondo cinico e ostile. Ma se l’inciviltà regna, è possibile preservare l’armonia in un paese che è una maledetta polveriera? Meglio restare oppure fuggire per ricominciare altrove? E questo monologo, in definitiva, cos’è: un requiem oppure un messaggio di speranza?
Fatta eccezione per una mesta parentesi dedicata alla malasanità e per gli stralci superflui della tesi del protagonista, esperto di filosofi che all’ultimo hanno cambiato opinione, La simmetria dei desideri è una commedia agrodolce che fa il bello e il cattivo tempo, ridere e piangere insieme. Nella descrizione millimetrica dell’incedere impietoso del tempo e della persistenza dei sentimenti mi ha ricordato il miglior Nicholls. Ai picchi di ilarità rispondono infatti buie voragini di depressione: momenti sorretti da un’idea di partenza brillante giacché assai plausibile.
Lo sviluppo, lineare e senza particolari guizzi, è di quelli non guidati dalla grandezza degli eventi bensì dalla potenza comunicativa di un cast di personaggi indimenticabili. Per realizzare i loro desideri, i quattro si pestano i piedi, imbrogliano, se li rubano a vicenda. Ma la scrittura di Nevo è così vibrante da bilanciare qualsiasi disparità e da dare voce al membro più marginale della comitiva. Fa goal, infine, con un post scriptum da lacrime. 
Avete scommesso attentamente su quale squadra puntare? La più bella e affiatata di questo campionato, di quest’anno di libri, è in trasferta dal Paese che non ti aspetti.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Francesco De Gregori – La leva calcistica della classe ’68

mercoledì 24 luglio 2019

Recensione: Il party, di Elizabeth Day

| Il party, di Elizabeth Day. Neri Pozza, € 18, pp. 350 |

Ci sono quei personaggi talmente disturbati da risultare subito irresistibili. Prendete Martin Gilmour, ad esempio: critico d'arte sulla quarantina, autore di unico insuperato best-seller, che ci apre le porte della sua anima nerissima mentre il migliore amico, Ben, apre quelle della sua casa. Piacente e ben vestito, potrebbe quasi confondersi nella fauna pullulante della Londra bene. Ma è né più né meno che un mistificatore, un intruso. Cosa ci fa lì, in un ex monastero convertito per capriccio in villa di campagna, fra imprenditori, starlette, vecchi bulli prestati alla politica e camerieri dai pantaloni troppo attillati sul didietro? Lui, impopolare ai tempi del collegio, è diventato quello che è – un abile parvenu – grazie ai favori del padrone di casa. Inseparabili da sempre, nella buona e nella cattiva sorte, gli ex compagni di scuola si sono spalleggiati e protetti reciprocamente. Se Ben teneva lontani i bulli a colpi di connaturato carisma, però, qual era il ruolo di Martin? A dodici anni il protagonista ha ucciso a sassate un passerotto, la mascotte della classe, confessando subito il crimine agli insegnanti. L'anno successivo, con un peluche acquattato sul fondo della valigia, altrove, è diventato la piccola ombra del rampollo della famiglia Fitzmaurice. Conquistarne l'amicizia è stato un letterale campo di battaglia, e Martin ha seguito le istruzioni dell'Arte della guerra per farsi notare. Dopo l'assassino dell'animale, aggiungiamo pure alla lista delle sue pazzie il furto – gli album preferiti di Ben pur di condividerne i gusti musicali, i suoi carteggi con i parenti –, la tossicodipendenza – lo tradiscono i muscoli facciali, sui quali non ha alcun controllo –, l'emulazione pedissequa – somigliare al coetaneo anche nello stile, allora, ordinando negli Stati Uniti lo stesso paio di scarpe da corsa rosa shocking. Di cos'altro potrebbe macchiarsi in una serata d'alcol a fiumi e nodi al pettine, dove ogni colpo di testa è concesso?

Alla fine siamo solo i due ventricoli dello stesso cuore avvelenato.

Prendete le affinità elettive di Dio di illusioni o del sottovalutato Non è colpa della luna. Aggiungete l'umorismo caustico e il glamour della serie Big Little Lies, ma con la variante dell'accento british. Forse inutile specificarlo, o forse no: nei gesti del protagonista c'entrano sia l'arrivismo, sia una pulsione sessuale inespressa verso il festeggiato. All'inizio del romanzo, thriller satirico dalle atmosfere patinate, sappiamo che i personaggi sono sotto indagine: alcuni torchiati dagli agenti di polizia, altri sull'orlo di una crisi nervosa. Si parla di un semplice incidente domestico. Quanto sporco, in realtà, hanno nascosto sotto il tappeto persiano del salotto? Acuto osservatore e narratore affascinante, a sorpresa il protagonista si lascia rubare la scena dalla moglie Lucy: rotonda e sarcastica, vittima in passato di amori totalizzanti e violenti, si rimpinza simpaticamente senza ritegno alcuno e tracanna aperitivi, al buffet, incurante degli ingredienti a chilometro zero o dei carboidrati in eccesso. Anni prima l'hanno sedotta l'indipendenza e il rigore di Martin. Adesso, tuttavia, il partner appare talmente distaccato da risultare uno sconosciuto. Moglie e marito si concedono brindisi e bollicine, si mimetizzano con la tappezzeria. Meglio non sottovalutarli: sanno più di quanto non dicano. Loro, così come il lettore purtroppo. Assolutamente ben scritto, acuto e scorrevole, il primo romanzo di Elizabeth Day giunto in Italia vive di ambienti sopraffini e compagnie stimolanti, ma altresì di alibi banali e moventi intuibili. La sensazione predominante, arrivati all'ultima pagina, è che il meglio stia proprio per cominciare.

Quando si è sposati con qualcuno di cui non ci si fida, si deve prestare attenzione a un sacco di cose. Quando ti rendi finalmente conto che, nonostante i tuoi tentativi di vedere il meglio in ogni cosa faccia tuo marito, lui non è una persona particolarmente a posto, devi stare in guardia. Devi mettere da parte ogni minima informazione, guadagnare potere a poco a poco. E non devi lasciar capire che sai.

I Fitzmaurice danno un prezzo a tutto. Anche all'amicizia, anche al silenzio. Non basteranno i capogiri dei mojito a distrarre Martin dal pensiero che, in cima a un piedistallo, più si stis in alto più ci si faccia male nella caduta. Dichiaratamente inscindibili, i protagonisti cadranno davvero insieme? A rendere interessante la classica amicizia a senso unico, in bilico fra venerazione e amore, contribuiscono senz'altro l'umorismo britannico sparso a piene mani e la solida struttura polifonica. Eppure a Il Party – titolo doppio, che allude sia alla festa per farli riunire, sia al partito politico di Ben – mancano i guizzi, le sorprese. Al menu, tutt'altro che insolito, sono state applicate rare variazioni sul tema. Gli ospiti coinvolti sono tutti ugualmente scintillanti, tutti ugualmente avidi. E non mi sono parse sufficienti la raffinatezza della confezione, il rigore della farsa, l'indiscreto appeal dei ritardatari accorsi all'ultimo, per fugare la sensazione di conoscere già le loro facce, la loro tappezzeria. Di esserci già stato, in passato, a una festa da cui sono tornato con un po' di emicrania e lo stomaco semivuoto.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: LP – Other People