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venerdì 21 febbraio 2025

Recensione: I ragazzi della Nickel, di Colson Whitehead

| I ragazzi della Nickel, di Colson Whitehead. Mondadori, € 13,50, pp. 216 |

A lungo ho avuto il timore di leggerlo. Troppo impegnato l'autore, vincitore di ben due Pulitzer a distanza di pochi anni. Troppo drammatico il tema, tra discriminazioni e violenze sullo sfondo di una America non così lontana. I ragazzi della Nickel è un romanzo che disattende le aspettative. E, per fortuna, è la cosa più bella che possa fare. È possibile rendere luminosissima un'orribile vicenda realmente accaduta? Ai piedi di un riformatorio, in tempi recenti, fu rinvenuto un cimitero di morti mai reclamati. Le ossa appartenevano agli studenti – anzi, ai prigionieri – di un istituto della Florida: negli anni Sessanta del Novecento, laggiù, lo schiavismo era un incubo ancora reale.

Era una follia scappare ed era una follia non scappare. Come poteva un ragazzo guardare oltre il confine della proprietà, vedere quel mondo vivo e libero e non pensare di evadere? Per decidere del proprio futuro, una volta tanto. Sopprimere ogni idea di fuga, anche un’idea così, effimera come una farfalla, significava uccidere la propria umanità

Colson Whitehead modifica i nomi, non lo sconcerto, e affida la narrazione a un protagonista che fa la differenza. Dotato di un ottimismo incrollabile, fragile ma resiliente, Elwood è un faro di speranza in una storia nerissima. Studioso, occhialuto, profondamente legato alla nonna materna, è cresciuto con le foto degli attivisti sulle pagine di Life e con i discorsi di Martin Luther King, ascoltati al posto del peccaminoso Elvis. Destinato a studi brillanti, si scontrerà con l'imprevedibilità del destino a causa di un crimine mai commesso. La reclusione nella Nickel Academy, un campo di lavoro nascosto dietro la facciata di scuola rispettabile, cambierà tutto. Non servono cancellate né filo spinato: in un inferno gestito da alcuni dei fondatori del Ku Klux Klan, infatti, nessuno osa scappare. Diviso tra rivalsa e sottomissione, Elwood rispetta a denti stretti le regole e riga dritto, a differenza del più scapestrato Turner: un piccolo truffatore già finito dentro due volte.

Dobbiamo credere nel profondo dell’anima che siamo qualcuno, che siamo importanti, che meritiamo rispetto, e ogni giorno dobbiamo percorrere le strade della nostra vita con questo senso di dignità e di importanza.

Spesso, tuttavia, sarà impossibile volgere lo sguardo altrove. Il suo spiccato senso della giustizia metterà il protagonista nei guai. E allora, nei meandri di una fabbrica del dolore che si fa magistralmente emblema di tutto il marcio che c'è, sperimenterà addosso le vendetta dei sorveglianti, con un rumoroso ventilatore industriale a coprire le urla. Caratterizzato da una sorprendente delicatezza, nonostante i supplizi a cui sono condannati i suoi ragazzi, Whitehead firma un'opera con il respiro dei classici più intramontabili – di quelli con orfani sfortunati, amicizie salvifiche, fughe mirabolanti. Il lessico, preso in prestito dai romanzi d'avventura. La formazione di Elwood deforma le ossa e disegna sulla schiena una mappa di cicatrici ritorte. Il titanismo non è nel parare le scudisciate, ma nella capacità di abbattere con una risata i muri della segregazione, nelle nobiltà d'animo, nella gentilezza. A volte, come in questo caso, diventa perfino contagioso. Soltanto imparando da Elwood – vincendo il cinismo, ispessendoci la pelle – è possibile sopportare con prontezza di spirito un ribaltamento finale magnifico e agghiacciante insieme, che altrimenti avrebbe fatto più male delle cinghiate del sovrintendente Spencer.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Alex Somers – Stare

lunedì 11 settembre 2023

Recensione: The Other Black Girl - L'altra ragazza nera, di Zakiya Dalila Harris


| The Other Black Girl – L’altra ragazza nera. Mondadori, € 19, pp. 408 |

Cosa significa, oggi, essere una donna nera negli Stati Uniti? Com'è lavorare in un ambiente di soli bianchi? Quanta paura, al mattino, nello scorrere Twitter in cerca dell'ennesima immotivata mattanza? Da maschio bianco italiano, mi sono affidato alle riflessioni dell'esordiente Zakiya Dalila Harris. Mai didascalica, sceglie i toni della commedia grottesca e pieghe surreali per raccontare l'odissea di un'assistente editor afroamericana. Il risultato è un romanzo intrigante e leggerissimo, ma sorprendentemente scomodo nel messaggio: l'appartenenza a un gruppo, a qualsiasi gruppo, richiede il lasciapassare della compiacenza. Nella lavora al tredicesimo piano di un ufficio di Manhattan. Giovane, capace e ambiziosa, ha sempre saputo che per affermarsi si sarebbe dovuta mostrare due volte più brava degli altri. Quando arriva la magnetica Hazel, la seconda ragazza nera dell'ufficio, Nella si scopre presto ossessionata da lei. È un'amica o un'usurpatrice? Alla Wagner Books c'è posto per una sola di loro? Mentre Hazel vanta una rigogliosa cascata di dread e nonni attivisti in quel di Harlem, la più borghese Nella ha un fidanzato caucasico e un passato di capelli stirati. Nera fuori, bianca dentro, è un Oreo. In ufficio spicca perché cromaticamente diversa, ma nella comunità afro è vista con scetticismo. Una donna nera, oggi, deve infatti essere attivista, politicamente impegnata e orgogliosa dei suoi ricci al naturale. È libertà, questa?

Da una maggiore consapevolezza della sensibilità culturale derivano grandi responsabilità. Se non stiamo attenti, la “diversità” potrebbe diventare un elemento che le persone iniziano a spuntare da un elenco e niente più: una cosa superficiale e oscura con una sola dimensione.

L'occasione per farsi notare potrebbe essere bacchettare l'autore di punta della casa editrice, artefice di un personaggio afroamericano stereotipatissimo. Ma come le prenderebbero i suoi capi? Meglio tacere, tradendo così il Black Lives Matter, o parlare? Energico, originale e graffiante nei dialoghi, The Other Black Girl ha il contro di mettere tante carne al fuoco. Troppe sottotrame, troppe voci narranti, troppi piani temporali per storie destinate a ripetersi. Ma nella sua irresistibile caoticità, per altro tipica del cinema satirico di Jordan Peele, racconta un lacerante conflitto interiore e un mondo claustrofobico, quello editoriale, che, tra le pagine, già in passato fece misteriosamente sparire un'editor ribelle. L'ombra di Kendra Rae riecheggia tra i cubicoli, come quella di Rebecca, la prima moglie. E qui e lì, aguzzando l'udito, si sente bisbigliare di minacce in Comic Sans, microaggressioni, covi segreti in barberie sfitte, rituali magici... Esiste una formula per il successo? Harris tormenta la sua protagonista, divisa tra conformismo e alterità, e le fa fare incetta di caffè. I capelli prudono per il nervosismo, il cuore batte a mille per la tachicardia. È complotto. È mobbing.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Nina Simone - I Put a Spell on You

venerdì 22 ottobre 2021

Recensione: Due donne - Passing, di Nella Larsen

| Due Donne. Passing, di Nella Larsen. Frassinelli, pp. 166, € 16,50 |

Girato in un abbagliante bianco e nero e diretto dall’attrice inglese Rebecca Hall, Passing è arrivato qualche giorno fa alla Festa del Cinema di Roma. A novembre, poi, sarà la volta di Netflix. E chissà che non si farà strada fino agli Oscar, con la sua storia, attuale più che mai, d’identità razziale e linee invisibili. Quanto è seducente, quanto pericoloso, spacciarsi per ciò che non si è? Pubblicato negli anni Trenta da un’autrice di madre danese e padre caraibico, il romanzo vive una seconda vita grazie alla recente rivalutazione della recente critica femminista e all’attenzione impensata del cinema. Bistrattato, dimenticato, frainteso, riesce tutt’oggi a sorprendere grazie al suo piglio intrigante e inquieto: un incrocio tra Alfred Hitchock e Woody Allen.

Incomincio a credere che nessuno sia mai del tutto felice, o libero, o al sicuro.

L’incontro tra Irene e Clare, amiche d’infanzia, va letto come l'episodio di un noir: cambierà tutto irrimediabilmente. La prima, moglie di un medico afroamericano, è una donna di colore nella Harlem benestante del dopoguerra: in casa si parla poco o niente dei linciaggi pubblici, ma in compenso si organizzano balli o tè sbucati dalle pagine più lussuose di Fitzgerald. L’altra, Clare, è una disertrice: graziata da una pelle dorata e dai tratti gentili del viso, infatti, si finge bianca secondo una pratica assai diffusa negli anni ruggenti. È passata dall’altra parte della cosiddetta «color line», sposando un uomo razzista e inconsapevole delle origini della moglie. Nonostante quella scelta, esecrabile per Irene, la fascinazione verso Clare è istantanea: maliziosa e felina, divorata dalla smania di possesso, la seconda donna è una femme fatale che s’intrufola nella vita dell’altra e mette tutto a soqquadro.

A che cosa servono gli amici, se non a sopportare i nostri peccati?

Irene è davvero appagata, o nel suo matrimonio ci sono ombre degne di sospetto? Che le liti frequenti per l’educazione dei figli siano un’avvisaglia dell’insoddisfazione latente del marito? Sarebbe stato meglio imitare Clare e vivere nella bugia, sotto una maschera d’avorio? Libera, ma non per questo al sicuro, Clare ha bisogno di una tramite per tornare a frequentare la sua gente. Ma una volta «passati» è forse possibile tornare indietro? All’apparenza distante dai drammi strazianti della discriminazione, immerso com’è nella bolla ovattata dell’alta-borghesia, Passing alimenta una rete di sospetti, pensieri scomodi, ambiguità etiche. Talora compassato nello stile, ha una struttura teatrale e lunghi dialoghi. Mai didascalica, Nella Larsen semina dilemmi su dilemmi e ci lascia con un epilogo frettoloso, tanto sfuggente quanto affascinante, da lasciar decantare giorni e giorni per metabolizzarlo meglio. Singolare storia di bianchi e neri, di bianchi e di neri, sceglie punti di vista inediti e si muove infine in una palette di grigi sfumati. Se costretti a scegliere, meglio salvare sé stessi o la razza?

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Aretha Franklin - (You Make Me Feel Like A) Natural Woman 

mercoledì 9 giugno 2021

Le serie TV di aprile/maggio: Anna | Them | The Great | Halston

La piccola Anna viene alla luce nel momento giusto o forse in quello sbagliato. Insieme a lei, anche la serie TV che porta il suo nome. Quant’è macabro, infatti, con il Covid ancora in atto, vedere sul piccolo schermo un’Italia silenziosa, deserta e dalla mortalità alle stelle? Il futuro post-apocalittico di cui parla Niccolò Ammaniti, realizziamo con un brivido di sconforto, è già arrivato. Tratto da un buon romanzo pubblicato nel 2015, l’intreccio si amplia e s’infittisce fino a trasformarsi in un capolavoro della serialità nostrana. Il merito spetta all’amatissimo Ammaniti, qui anche regista di folgorante intuito, sempre apparso avanti coi tempi rispetto ai colleghi: questa volta è addirittura profetico. Ambientati in una Sicilia come non l’avete mai vista, trasfigurata in un incubo grazie al lavoro certosino di costumisti e scenografi, i sei episodi seguono il viaggio della protagonista: sopravvissuta a una pandemia che lascia scampo soltanto ai bambini, ha lo scheletro della madre in camera da letto e un fratellino da salvare. Durante il suo cammino, metafora del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, si imbatterà in una corte spaventosa popolata da sadiche principesse, spregevoli talent scout, ermafroditi leggendari. Il regista, come recita il titolo di un altro suo famoso romanzo, non ha paura: né dei tabù, né delle svolte poco consolatorie, né degli accostamenti visionari. Acuisce a dismisura la crudeltà e la tenerezza. Anna è violenza, Anna è grottesca, Anna è imprevedibile, con i suoi bambini che a volte ammazzano e altre vengono ammazzati. Anna è l’intentato. E, dal basso della sua statura e dall’alto della sua saggezza, fornisce strumenti per trasformare l’incubo del virus in un’indimenticabile fiaba della buonanotte. Con i delfini nei campi di grano, gli elefanti in spiaggia, i pedalò contro la corrente. (9)

La famiglia Emory si trasferisce in un sobborgo bianco nella Los Angeles degli anni Cinquanta. In fuga da una perdita indicibile, si imbatte nella scortesia del vicinato. Popolato da mogli perfette e mariti spavaldi, il quartiere alto-borghese si mette all'opera per rendere un incubo il soggiorno dei protagonisti. L'incipit ci svela che resteranno lì dieci giorni appena. Cos'è accaduto? I pericoli sono al di fuori dei confini del loro giardino, ma soprattutto dentro di loro. Ciascuno dei membri della famiglia, logorato dalle conseguenze della discriminazione, convive con un demone da domare. Come in It, il terrore assumerà di volta in volta forme personali e ancestrali. Serie antologica destinata a raccogliere con successo lo scettro di American Horror Story – da qualche anno a questa parte scivolata nel baratro del cattivo gusto –, Them è un horror sociologico che affronta la tematica razziale senza l'ironia del cinema di Peele. Qui la crudeltà è una maledizione antica quanto gli Stati Uniti. Potentissima e disturbante, questa prima stagione sceglie un approccio scioccante e una deriva sanguinosa come in Tarantino. Di puntata in puntata – da incorniciare la nona, girata in uno straordinario bianco e nero –, trabocca di rabbia cieca, disperazione e violenza. Anche troppa, a detta di coloro che hanno abbandonato la nave davanti alla crudezza dell'episodio numero cinque: un apposito disclaimer, tuttavia, ci avvisava sulla portata degli abusi (fisici, psicologici, sessuali, su minori e animali). Peccato però che Them non vada troppo per il sottile e che molte sottotrame – ad esempio quella di una bravissima Alison Pill, mogliettina modello dagli istinti omicidi – vengano chiuse frettolosamente. Fa più paura il destino di un neonato o la sequenza in cui un'adolescente camuffa il colore della pelle intingendosi nella vernice? Fa più paura il già iconico Da Tap Dance, ingegnosa personificazione del fenomeno del blackface, o la consapevolezza che i mostri reali siano ben altri? Autoconclusiva, coloratissima nella vezzosa messa in scena ma intrisa di profonda inquietudine, la serie Amazon vi farà tremare. Oltre che per spavento, per l'indignazione. (8)

Se l’avessi vista rispettando la tabella di marcia prefissata, The Great sarebbe finita nel meglio della scorsa annata. Nominatissima alla stagione dei premi, benché rimasta ingiustamente a bocca asciutta, è trainata da grandi nomi – lo sceneggiatore è lo stesso della Favorita – e da un cast che include due degli attori più versatili delle nuove generazioni. La penna affilata di McNamara si riconosce sin dall’inizio e contribuisce a rendere irresistibile la serie anche per chi, come me, non ama i period drama. Ritratto pop, grottesco e deformante dell’imperatrice di Russia, The Great a ben vedere è più fedele del previsto nel delineare l’intelligenza rivoluzionaria di Caterina II. Giovane candida e speranzosa, finita nella corte promiscua di Pietro per via di un matrimonio combinato, ordisce un colpo di stato per rendere la Russia moderna. Compagna, amante e spia, persuade il marito con le lusinghe e con le cospirazioni. Prima vorrebbe ucciderlo. Poi, confusa dall’insorgere di un nuovo sentimento, cambia idea. Ama più il suo Paese, però, o il consorte? Elle Fanning, radiosa come una giovane Kidman, ha tempi comici strepitosi e primi piani intensi: distribuisce macaron sul campo di battaglia e porta l’Illuminismo a palazzo (con tanto di innesto del vaiolo). Accanto a lei, Nicholas Hoult: bello come il sole e stupidissimo, si rivela una spalla preziosa grazie al dono dell’autoironia. Storia dei vent’anni della Grande andata in moglie a uno zar fanfarone, la serie Hulu è una commedia nera scritta meravigliosamente. Una riflessione sul potere, e sulle donne al potere, al passo coi tempi nonostante le guance incipriate e i sontuosi abiti d’epoca. Dunque: huzzah! (7,5)

Anno che vai, Ryan Murphy che trovi. Instancabile, prolisso, sempre uguale a sé stesso, lo sceneggiatore e regista americano è uno di quelli che critico sempre ma che sempre, poi, finisco per guardare con puntualità. Dopo l’horror, il musical e le pièce teatrali, questa volta produce una miniserie su Halston: stilista a me sconosciuto – divenne famoso per i cappelli confezionati per Jackie Kennedy, ma realizzò perfino jeans, profumi e costumi per il teatro –, morto di Aids nel corso della parentesi più triste degli anni Ottanta. Nonostante Murphy si limiti a starsene dietro le quinte, porta con sé la solita fotografia noiosamente laccata; il solito trinomio queer di sesso, droga e disco music; un attore di richiamo – un Ewan McGregor molto manierato: a tratti convincente, a tratti pigro – a fare da traino per Emmy futuri. Schiacciato dalla propria fama, inglobato dalla monotonia dei meccanismi aziendali, lo stilista nutriva pessimi rapporti con la critica e aveva per musa l’emergente Liza Minelli. Gli eccessi consueti, ossia amanti e cocaina a gogò, con orchidee dappertutto e incursioni frequenti allo Studio 54, non mancano. Ma a sorpresa mancano i pasticci. Meno dispersivo di altri lavori passati, meno kitsch, il lineare e gelido Halston ricerca in cinque puntate di lunghezza variabile l’uomo dietro il marchio. Riesce nell’intento? Nì. La sceneggiatura, che sembra letteralmente una pagina di Wikipedia, ne descrive infatti vita, morte e miracoli con attenzione cronachistica, ma purtroppo manca il guizzo. Evitabile, fatta eccezione per le emozioni nascoste nel terzo episodio o per la saggezza dell’epilogo. (5,5)

giovedì 3 giugno 2021

Recensione: Mare aperto, di Caleb Azumah Nelson

| Mare aperto, di Caleb Azumah Nelson. Atlantide, € 16, pp. 198 |

Ci sono romanzi che vorresti amare, ma con cui non scatta la scintilla. Ci sono libri con pagine meravigliose, ma che faticano ad amalgamarsi con il resto della narrazione. Mare aperto, nel mio caso, è stato uno di quelli. Storia d'amore e razzismo nello stile di Se la strada potesse parlare e Un matrimonio americano, rinfresca il genere sposando il punto di vista di un giovanissimo. L'autore, classe 1993, è più vicino alla generazione di Sally Rooney che a quella James Baldwin. Al pari di Connell e Marianne, idoli istantanei dei miei coetanei, i protagonisti di Caleb Azumah Nelson – per tutto il tempo senza nome – si amano, s'inseguono, ma faticano ad ammettere i propri sentimenti. Artistici, irrequieti e indecisi, sono amici e molto più che faticano a fare il passo successivo. Agli occhi degli altri, tuttavia, appaiono già una coppia. Cosa li separa? Da un lato, la distanza geografica: lei, ballerina, studia a Dublino; lui, fotografo, vive nella periferia di Londra. Dall'altro, invece, le inibizioni del protagonista maschile: troppo pensieroso, guarda con paura crescente gli attacchi della polizia alla comunità nera e non riesce ad aprirsi con sincerità alla partner.

Tra voi due c’è qualcosa. Non so cosa, ma tra voi due c’è qualcosa. C’è chi la chiama una storia, chi amicizia, chi amore, ma tra voi due, tra voi due c’è qualcosa.

Com'è innamorarsi all'epoca del Black Lives Matter? Cosa significa commuoversi guardando un film di Barry Jenkins o indignarsi con una pellicola di Spike Lee? Quant'è importante coltivare un senso d'appartenenza, le proprie radici, tra club affollati e concerti martellanti? Abbondano i cenni, urgenti, alla cronaca nera. Ma anche le citazioni di saggi che non ho letto, di canzoni che non conosco, di lungometraggi che non ho visto. La cultura “black” straborda e, impreparato, ho forse colto la metà delle troppe citazioni presenti. Emotivamente poco ho colto, purtroppo, anche dei drammi del protagonista: vittima di un razzismo ormai connaturato e destinato alla perenne insicurezza, viene raccontato con uno stile che all'inizio ho trovato poetico e infine lezioso. Costituito da squarci sparsi di violenza e bellezza, il romanzo sceglie la seconda persona singolare. Brevissimo, propone pagine introspettive e intrise di lirismo, vicine al gusto della slam poetry, ma non sempre adatte a costruire una vicenda compiuta. Per via della ricerca costante della frase a effetto, ho fatico a scorgere sviluppi significativi.

Ti sei interrogato sul rapporto che hai con il mare aperto. Ti sei interrogato sul trauma e sul fatto che riesce sempre ad affiorare in superficie, e a galleggiare nell’oceano. Ti sei interrogato su come potevi fare a proteggere quel trauma dal logoramento. Ti sei interrogato sulla partenza, sull’essere altrove. Avevi sempre creduto che se aprivi la bocca in mare aperto saresti annegato, ma se non aprivi la bocca saresti soffocato. E allora eccoti qui che anneghi.

Profondamente contemporaneo ma con uno stile rarefatto, sospeso nel tempo, il romanzo parla di tanto e di poco al tempo stesso. Mi piacevano moltissimo, eppure, questi protagonisti intrecciati stretti come succede ai fili delle cuffiette. Mi piacevano i dialoghi fitti fitti, in quei primi appuntamenti che ci trasformano tutti in ragazzini timidi e smaniosi; i passi coordinati; le playlist condivise. Mi piacevano le linee e i sentieri che tracciavano l'uno verso l’altro, inconsapevoli delle biforcazioni impreviste con l'avvicinarsi di un'estate crudele. Peccato che lui la allontani spesso; peccato che, così facendo, allontani anche il lettore. Non mi sono sentito a mio agio nel bozzolo di lenzuola della coppia protagonista; nei gorghi del loro mare immenso. Sfortunatamente deve essermi sfuggito qualcosa, e mi dispiace sinceramente. Il rollio delle onde lontane e la voce calda di Nelson facevano un rumore bellissimo.

Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Bee Gees - How Deep is Your Love

martedì 16 marzo 2021

Recensione: Latte arcobaleno, di Paul Mendez

| Latte arcobaleno, di Paul Mendez. Atlantide, € 18. pp. 412 |

In Moonlight, il film premio Oscar di Berry Jenkins, i tre stadi della giovinezza del protagonista – vissuta tra razzismo, omosessualità e degrado – venivano mostrati attraverso una metamorfosi. Nel corso della visione, infatti, si avvicendavano ben tre attori per dare carne a Chiron: un'anima fragile prigioniera di una tentacolare giungla urbana. Succede qualcosa di simile al protagonista di Latte arcobaleno, straordinaria opera prima con un personaggio parimenti tormentato. In cerca del proprio centro di gravità, anche Jesse cambia aspetto e città. Cambia voce. Cresciuto dal patrigno bianco in una comunità di Testimoni di Geova che ha instillato in lui un forte senso del peccato, ricerca le origini giamaicane della famiglia nei tomi della biblioteca, ascolta i rapper di nascosto e sogna di andare a vivere con l'amico di cui è segretamente innamorato. Trattato presto alla stregua di un paria, fugge a Londra all'età di diciannove anni: lontano dalla verità rivelata e, si spera per lui, più vicino a sé stesso. Durante la dolorosa gavetta per diventare adulto, seguirà tanto gli ormoni quanto l'ambizione. Desideroso di diventare scrittore come James Baldwin, temporeggia incerto e nel frattempo si prostituisce in cambio di ospitalità, denaro, droghe: fino a quando la conoscenza di Owen, poeta che trascorre il Natale in solitudine, non lo farà sentire la persona più perfetta e più importante dell'universo.

Avevamo lasciato il Giardino dell'Eden per la Terra di Latte e miele e avevamo trovato Sodoma e Gomorra. Invece delle colline ondulate, c'era una montagna di spazzatura.

Storia di ordinario smarrimento, il debutto di Paul Mendez incanta sin da quelle prime sessanta pagine ambientate in un altro luogo e in un altro tempo: a raccontarsi nell'incipit è un giamaicano dal linguaggio sgrammaticato, disabituato al freddo inglese e ai miasmi delle fabbriche, che in giardino coltiva una sorprendente varietà di rose. Quale è il nesso tra lui e il resto, un'epopea giovanile dai ritmi folli? L'andamento martellante della narrazione è merito ora degli stupefacenti in circolo, che pompano il cuore a mille; ora di una colonna sonora trascinante, che va dai Joy Division a Lemonade di Beyoncè. Ritratto nell'arco di un quindicennio – si parte dall'attentato alle Torri Gemelle in TV, per giungere infine alla Brexit –, Jesse scoppia di fame e di vita. Il mondo degli adulti è un banchetto dove rimpinzarsi fino ad avere la nausea. Apparentemente senza pensieri, ingolla superalcolici, pilucca carni al sangue e infilza uomini di mezza età: tutti bianchi e potenti, dal momento che il sesso è percepito inconsciamente come l'unico mezzo per sottomettere Dio e il suprematismo. Ma se si guardasse indietro, se gli chiedessero a bruciapelo come sta, il protagonista scoppierebbe amaramente in un pianto fluviale. Come far tacere la nostalgia di casa? Come metabolizzare un razzismo più sottile, lontano dagli estremismi americani, ma altrettanto sistemico? Libero come l'aria, e per questo completamente solo, Jesse brama un nuovo senso di appartenenza. Lo troverà nella cerchia queer, spavalda ma al contempo terrorizzata dalla malattia, o nella comunità degli immigrati inglesi?

Spero che Tu sia davvero lassù, così non avrò passato i miei primi diciannove anni di vita a parlare a me stesso, ma spero anche che Tu non ci sia, così non devo ritenere Te responsabile di tutto il male che sta accadendo, causato da persone che si credono giuste e sono convinte di averti dalla loro parte. Ti faccio questa preghiera in nome di Tuo Figlio e Re Regnante Cristo Gesù, il cui compleanno non permetti di festeggiare nemmeno ai tuoi seguaci più sinceri. Buon Natale. E grazie, grazie davvero tanto per lo champagne e l'erba. E per Owen. E per i Joy Division. E per le Sugarbabes. E per le Destiny's Child. Amen!

Contemporaneo e prorompente, caratterizzato da una voce davvero inconfondibile, Latte arcobaleno è un romanzo di formazione energico, vitale e leggerissimo nonostante la crudezza dei temi trattati. Inutilmente appesantito dalle ultime cinquanta pagine, necessarie soltanto a chiudere il cerchio, procede per salti temporali ed ellissi: alcuni capitoli condensano in poche pagine espedienti loschi, amanti passeggeri, ricordi frammentari; altri si prendono, invece, i tempi giusti per raccontare al meglio l'emozione di una confessione o di una cena che all'improvviso fanno credere alle canzoni d'amore. Passo dopo passo, anche il linguaggio matura (un plauso alla traduttrice, la bravissima Clara Nubile): lo stile di Mendez si innalza e si imborghesisce, in conversazioni uscite dai salotti snob di Sally Rooney, senza mai tradire però l'amore per i colori saturi, le citazioni pop sparse a piene mani, i sensi sull'attenti e i corpi ansanti. Basso, magrolino e superdotato, con due occhi da cerbiatto che sono l'invidia di tutti i clienti, l'indimenticabile Jesse – «ragazzo nero che cercava di essere un ragazzo bianco che cercava di essere nero» – avrebbe bisogno di un bravo terapeuta o di un abbraccio sincero. Nel frattempo canta in playback i tormentoni del momento e cammina lungo le strade affollate con la consapevolezza di essere l'oggetto del desiderio di coloro che prima lo disprezzano, poi spererebbero comprarlo. Alle spalle ha lasciato tracce della muta avvenuta: pelle di serpente, pelle nera. Quando perde l'equilibrio, nessuna paura. Nella coreografia della propria vita spericolata, Jesse non cade: balla.

Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Madame – Voce

venerdì 12 febbraio 2021

Verso gli Oscar: Malcolm e Marie | Promising Young Woman | Pieces of a Woman

110 minuti, due soli attori, un film girato in pieno lockdown. Pochi mezzi ma grandissimi ambizioni, per un dramma da camera che vanta l'autore della serie TV Euphoria ma che nello stile – il bianco e nero, il sottofondo jazz, il montaggio concitato, il ricorso alla camera a mano – urla Nouvelle Vague in ogni sequenza. È l'una del mattino. Un regista e la sua musa tornano dalla prima di un film. In attesa di leggere le recensioni della critica bianca di turno, si scontrano: mentre lui è su di giri, euforico fino a sembrare molesto, lei appare al contrario amareggiata per via di una mancanza. Il compagno, novello Spike Lee, non l'ha ringraziata pubblicamente. Il film è più di chi lo gira o di chi lo ispira? Contano più la storia o lo stile? Perché, soprattutto, stare insieme a una venticinquenne con un passato dolorosissimo alle spalle: voglia di saccheggiarne il vissuto, oppure amore? Sexy e granitici, verbosi e in forma smagliante, John David Washington e Zendaya sono due terroristi emotivi che si braccano come pantere in una gabbia di vetro. Urlano recriminazioni da un capo all'altro della casa. Si rimpinzano di maccheroni al formaggio, ridono, piangono, si stuzzicano. Trasformano il tavolo della cucina o il talamo in un ring: a bordo si disputano sfuriate e tregue, amori e guerre, crudeltà e dolcezza. Mentre Washington fa l'istrione, grazie a un personaggio irrequieto ma ben più conformista del previsto, Zendaya ammalia recitando per sottrazione: l'ex ragazzina prodigio, ormai donna dalla bellezza statuaria, è una pantera nera che ha conosciuto la vita selvaggia e tutto il suo pericoloso degrado. Malcolm e Marie cercano ora confronti urlati, ora coccole spinte, ora segreti mai svelati, in una gara di bravura senza pari: soltanto alla fine decreteremo chi avrà l'ultima parola. Esperimento pretenzioso ma vincente – più a fuoco di Mank nel raccontare i meccanismi produttivi hollywoodiani –, il lungometraggio di Levinson divide critica e pubblico. Citando il suo protagonista, è l'esempio di un cinema estetizzante disinteressato a veicolare un messaggio morale, ma pieno di cuore ed energia. Il risultato è un manuale di critica cinematografica fuso ad arte con i referti di un'autopsia di coppia. (8)

Non fatevi ingannare dal dolce visino da cucciolo smarrito di una Carey Mulligan qui in stato di grazia, tutta vestiti confetto e rossetti vermigli: è una forza della natura. Non fatevi ingannare dalle etichette né dai sottogeneri: questo non è il solito rape and revenge. Un po' Lolita, un po' Lisbeth Salander, la giovane protagonista è una cacciatrice di predatori sessuali. Nemica giurata degli uomini che non rispettano le donne, è un'adescatrice amante dei travestimenti e dei colpi di teatro. Eccola in un bar, con le lunghe gambe messe in evidenza dalla gonna corta. Eccola a una festa di addio al celibato, agghindata come un'infermiera sexy. È strategicamente in attesa che qualcuno la abbordi. Ma le sue dita affusolate, dalle unghie sempre smaltate, sono tagliole pronte a serrarsi sui predatori notturni. Il suo diario contiene una lista chilometrica di nomi maschili, affiancata da croci rosse. Fredda e spietata, sta perdendo il contatto con la realtà: dentro le monta infatti un odio crescente, esagerato, incontrollabile. Come il titolo suggerisce, un tempo è stata una ragazza promettente. Poi cos'è successo? Perché il ritorno a casa dei genitori, la vita in pausa e le rinunce; perché i pensieri di vendetta, tossici tanto quanto le ingiustizie? Un nuovo amore – quello per un adorabile pediatra, ex compagno d'università – sarà forse più forte della vecchia sete di vendetta? Folgorante, l'esordio alla regia della rivoluzionaria Emerald Fennell – finora conosciuta come attrice, è stata Camilla nell'ultima stagione di The Crown – è una commedia nera fieramente pop – l'irresistibile colonna sonora oscilla da Britney Spears a Paris Hilton –, che prima intriga da morire, poi diverte e fa sospirare, infine sconvolge per via delle tinte più fataliste. Frullatore di toni, temi ed emozioni, Promising Young Woman è un grido femminista che ricorda le argomentazioni della migliore Diablo Cody e vanta le carte giuste per sollevare l'Oscar alla Miglior Sceneggiatura Originale. (8)

Una giovane coppia sceglie che il loro bambino nascerà in casa. In seguito a tragiche complicazioni, purtroppo, il neonato ha vita breve. La colpa di chi è? Di una madre alternativa e dunque irresponsabile? Dell'ostetrica? Credevo che avrei visto un piccolo film con una grandissima attrice protagonista. Invece, oltre a quel parto lungo un piano sequenza di cui tutti a giusta ragione parlano, c'è anche tanto altro. Una parabola sull'elaborazione del lutto e sul perdono, piena di pudore e decoro, con simbolismi innumerevoli – le mele, il ponte in costruzione, i negativi fotografici – che una volta sbrogliati mi hanno ridotto impunemente in una valle di lacrime. Viscerale nella prima parte, apparentemente distaccata nella seconda, la premiata Vanessa Kirby è la padrona perfetta della propria storia e del proprio dolore. Bellissima e composta, nell'incipit suda, geme, urla, piange, si contorce. Ma la sua sofferenza fisica, presto, lascia spazio a quella interiore. Destinata a tramutarsi in regina di ghiaccio, prende a guardare il mondo, le relazioni umane e gli altri bambini con una specie di indifferenza. Benché centro nevralgico del film, è sempre altrove: un fantasma inquieto che sembra trovare sfogo soltanto nella controversia, nel rifiuto, nello scontro con gli altri membri della famiglia. Egoista, orgogliosa, trincerata in una devastazione solo e soltanto sua, entra in rotta di collisione con la madre conservatrice – Ellen Burstyn, memorabile – e con il compagno – Shia LaBeouf, controparte tenera e animalesca destinata a scelte per me tutt'altro che contestabili. Nemmeno i primissimi piani possono catturare l'essenza del personaggio di Vanessa Kirby. Perfino nella scena più toccante, quella del processo, sorprende con un aplomb estraneo agli strepiti: è ai comprimari, infatti, che spetta la parte più emozionale del film. Un puzzle in cerca di una risoluzione, che fa però storcere il naso per il didascalismo un po' melenso della scena finale. Il resto è una bomba emotiva destinata a implodere in silenzio, ma anche a seminare schegge – e semi, sì – dappertutto. (7,5)

lunedì 26 ottobre 2020

Recensione: L'estate che sciolse ogni cosa, di Tiffany McDaniel


| L'estate che sciolse ogni cosa, di Tiffany McDaniel. Atlantide, € 18, pp. 380 |

Nugoli di lucciole inseguiti nel cuore della notte. Un palloncino intrappolato su un ramo. I campi di colza a perdita d'occhio. Giallo, dappertutto. E poi il rosso. Quello della marmellata di fragole, dei sassi puntuti barattati con un fiore, delle case sull'albero profanate dal sesso e dalla morte, dei corpi sbrindellati sul tavolo autoptico. L'estate che sciolse ogni cosa è il sole e il sangue: un colore caldo. Una scintilla che a un certo punto libera vampe altissime e vibrazioni indimenticabili. Al cinema si chiamano scene madri. Le riconosci dalla colonna sonora che s'impenna e dal cuore che sale in gola, dalla macchina da presa che segue gli eventi come se all'improvviso fossero parte di una coreografia struggente. L'esordio della straordinaria Tiffany McDaniel è tutto una scena madre. Un'escalation senza requie, che brucia – di dolori, di passioni, d'indignazione – e lascia addosso i segni dell'ustione. Un'ustione virulenta e bellissima, che confondendosi con le pieghe della carne finirà poi per somigliare a un ricamo.

Avevo commesso l'errore di sentire la parola diavolo e pensare alle corna. Ma voi sapete che in Wisconsin c'è un lago, un luogo prodigioso, con questo nome? In Wyoming c'è una splendida roccia intrusiva chiamata così. Esiste perfino una spettacolare varietà di mantide religiosa conosciuta come “il fiore del diavolo”. E una pianta. Perché, nel sentire diavolo, ho pensato a un mostro? Perché non mi è venuto in mente il lago, invece? O un fiore che cresce sulle sue sponde? Oppure una mantide in preghiera su una roccia? Un errore grossolano, davvero, aspettarsi la bestia, perché a volte, sì, a volte tocca al fiore portarne il nome.

Se potesse, l'anziano Fielding pagherebbe oro per una macchina del tempo. Ormai ricurvo per l'artrosi, vive un tormentoso dissidio interiore a bordo di una roulotte: da un lato l'anelito al cielo – non a caso ripara tetti e stappa comignoli –, dall'altro un senso di colpa che lo spinge a privarsi di ogni compagnia (una donna dai capelli lunghi come corde, un tenero pompiere) per purgarsi dei peccati di un'infanzia codarda. È stato bambino in Ohio, nell'estate rovente che sciolse tanto il tangibile quanto l'intangibile. Correvano gli anni Ottanta: luci al neon, tessuti sfavillanti, gli Alphaville alla radio che promettevano una giovinezza imperitura, il filtro della nostalgia che smussa e abbellisce. Ma è forse un caso se George Orwell intitolò il suo capolavoro proprio 1984? Profetico, il romanzo distopico sembra anticipare il caos di quell'anno particolare. La televisione parlava dell'avvento dell'Aids, Fielding aveva tredici anni e alla sua porta, mentre i ventilatori rumoreggiavano e i frigoriferi degli alimentari venivano saccheggiati, si presentava il diavolo in seguito a un annuncio sul giornale. Pressoché suo coetaneo, Lucifero aveva una salopette lisa, la pelle nera e gli occhi verdi: dagli amici si faceva chiamare semplicemente Sal. Per Fielding e i suoi parenti, più che un amico, sarebbe diventato parte integrante della famiglia. Sal avrebbe spinto papà Autopsy a ragionare sulle ambiguità del suo mestiere di avvocato, mamma Stella a vincere l'agorafobia, zia Fedelia a cambiare acconciatura. Con lungimiranza, avrebbe capito ben prima degli altri perfino i segreti di Grand: quel primogenito fortunato nello sport e sfortunato in amore, vittima prima delle aspettative altrui e poi del pregiudizio. Fuori dal giardino dei Bliss, intanto, si agitavano i moti di una folla vendicativa e rissosa. 

Non poter volare significa non poter più inseguire la cometa, né ascoltare il canto delle stelle. Come posso sopravvivere? Cosa mi resta dopo aver perso il dono più grande? Ora per me c'è solo la terra, il mio paradiso finito per sempre. Non ci sarà mai più nessun cielo per me. Nessun Dio. Io sono l'avvertimento ai bambini prima di coricarsi. Dite le vostre preghiere, non cadete nel peccato, altrimenti diventerete il diavolo, colui che è sprofondato nell'abisso e non può sperare in nessuna salvezza.

Guidati da Elohim, il vedovo della casa di fronte, ecco gli abitanti brandire Bibbie e additare il nuovo arrivato: che negli incidenti degli ultimi tempi – aborti, atti vandalici, sabotaggi – ci sia lo zampino di Sal? Stretti da un morsa soffocante, i Bliss commetteranno un unico errore: essere ospitali. Perseguitato alla stregua di un novello Edward mani di forbice, Sal condivide in un linguaggio aulico parabole e aneddoti dell'Eden perduto. Che siano ricordi? In quanti modi si può essere bambini? In quanti, soprattutto, si può perdere l'innocenza? Mosso inizialmente dal desiderio di godersi appieno le vacanze estive, il giovane Fielding imparerà a mettere in discussione gli insegnamenti degli adulti e le Sacre Scritture, a essere irrispettoso della legge, a combattere piccole battaglie per vincere una guerra più grande. Con il viso sporco di lucido da scarpe come Rambo, si muove nella terra di confine tra l'infanzia e l'adolescenza. Questo romanzo di formazione – lirico, caloroso, scioccante – è un album che raccoglie il suo primo lutto, il suo primo nodo alla cravatta, il suo primo amore non corrisposto verso la fragile Dresden Delmar, i suoi primi dubbi verso una famiglia che a torto gli pareva perfetta.

Io sarò il ragazzo nero. E tu la ragazza bianca. E il mondo dirà no. Ma noi diremo sì e saremo l'unica eternità che conti.

Tiffany McDaniel suona soave anche nella tragedia. Grazie al suo talento cristallino, i miti crollano con grazia, le bandiere a stelle e strisce si stracciano senza sfilacciarsi, la fine del sogno americano è un incantevole tramonto. L'inferno, ci racconta l'autrice, è un corridoio lungo il quale si aprono porte infuocate. Il paradiso, invece, deve somigliare alla sua scrittura: un equilibrio divino che consente a ogni bassezza di essere compensata, per mezzo di un benevolo contrappasso, con momenti di commovente lirismo. Destinato a imporsi nel novero dei miei preferiti, questo  è il romanzo che ha fatto innamorare la rete. Tutti ne parlano, tutti ne scrivono, ma con il senno di poi la pubblicità non sarà mai abbastanza. Smaliziato,  credevo di conoscere già i mostri nascosti nel Buio oltre la siepe. Niente, però, mi aveva preparato all'abisso in agguato dietro i campi di colza. L'estate che sciolse ogni cosa scioglierà il razzismo, l'omofobia, l'ignavia. Stillerà gocce di lacrime e sudore, di condensa e veleno. Sarà il disincrostante per i dotti lacrimali inutilizzati e le coscienze sporche. Purificati, una volta giunti all'ultima pagina vedremo il mondo – i suoi gialli abbacinanti e i suoi rossi spaventosi – senza più cataratte.

Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Bruce Springsteen - I'm On Fire 



giovedì 14 maggio 2020

Recensione: Un matrimonio americano, di Tayari Jones

| Un matrimonio americano, di Tayari Jones. Neri Pozza, € 18, pp. 364 |

Qual è il segreto per un matrimonio duraturo? Tra mille titubanze, se lo domanda ogni coppia impreparata al grande passo. Banalmente, assicurano i parenti, il segreto è l’amore: il resto, poi, è tutto in discesa. E l’amore non manca a due come Roy e Celestial. Trent’anni, belli come il sole, complici e appassionati, sanno trasformare perfino le scaramucce in preamboli romantici. Ogni litigio, infatti, dev’essere sospeso per quindici minuti se si pronuncia una parola d’ordine: 17 novembre, la data del loro anniversario. Un piccolo armistizio per frenare sul nascere i sospetti di lei – a Roy piace fare il cascamorto con le altre donne – e le pretese di lui – vorrebbe diventare presto genitore. Ma l’amore in sé può bastare? Quando Roy viene arrestato con l’accusa infondata di stupro, qualcosa si spezza. La lontananza mette alla prova la loro pazienza, cambia ogni cosa. Nonostante una lunga corrispondenza epistolare, inevitabilmente si sfilacciano promesse e buone intenzioni. E i sentimenti, all’apparenza inscalfibili? Si può biasimare il marito, se entra in cella innocente – era un comune rappresentante di testi scolastici – e ne esce per forza di cose smaliziato? Si può biasimare la moglie, ancora, se nel frattempo ha inaugurato un negozio di bambole artigianali – tutte, però, hanno il volto del piccolo Roy – e si è rifugiata nel conforto di un altro uomo, il migliore amico Andre?

Immaginavo forse che avremmo seguito quello schema in eterno? Che saremmo invecchiati insieme, continuando ad accusarci e perdonarci. All’epoca non sapevo che cosa volesse dire “per sempre”. Forse non lo so nemmeno ora. Ma quella sera al Piney Woods ero convinta che il nostro matrimonio fosse un arazzo finissimo, fragile ma che si poteva riparare. Spesso lo strappavamo e lo rammendavamo, sempre con un filo di seta, bellissimo ma molto cedevole.
Proprio come La storia di un matrimonio, letto e amato qualche mese fa, il romanzo di Tayari Jones racconta non l’armonia di un duo bensì i dolori di un triangolo amoroso tanto ingiusto quanto inevitabile. Da sinossi, invece, ci si aspettava probabilmente una storia diversa, di fedeltà e razzismo. Il fatto che i protagonisti siano entrambi di colore e che l’accusa di stupro dipenda dall’etnia di Roy diventa assolutamente incidentale e permette all’autrice, in maniera coraggiosa, di allontanarsi dai territori di Se la strada potesse parlare per tratteggiare finalmente una comunità afroamericana lontana dai cliché dei drammi sul tema. Qui si parla infatti di famiglie alto-borghesi, che possono contare su impieghi ben remunerati e case ospitali. L’attenzione del lettore finisce allora per concentrarsi sull’universalità del dilemma sentimentale e sulle difficoltà del ritorno alla normalità di Roy. Uscito dal carcere, si trova a dover piangere la sepoltura della mamma e a fare i conti con l’amara verità: il cuore impegnato di Celestial. Il romanzo, intensissimo, indaga con ferocia le loro passioni e ci mostra personaggi difficili da amare: nelle verosimiglianza dei litigi vi sembreranno proprio usciti da un film grande e struggente.  

È impossibile smettere di amare qualcuno. Forse l’amore cambia forma, ma resta.

Per gran parte della lettura aspettiamo con tensione crescente il loro incontro. Lei vede la sua presenza dappertutto, come se fosse uno spettro infestante; lui ha in tasca le vecchie chiavi di casa e spera che tornando ad Atlanta trovi sempre la solita serratura e l’albero di noci in giardino. Con il cuore a mille, sotto Natale, il loro faccia a faccia strazierà mostrandoli l’uno alla mercé dell’altra. È possibile perdonarsi? È un crimine lasciar prevalere i compromessi? Il segreto, si diceva, è l’amore. Ma l’innesto di anime tra Roy e Celestial, in una stagione crudele, non ha avuto il tempo di attecchire. È stato ostacolato dalle piogge torrenziali dell’ingiustizia e della distanza geografica. Tayari Jones, con la pazienza di un giardiniere, esamina i loro corpi e i loro fusti, le loro intenzioni e le loro radici. E in un epilogo commovente svela infine un doppio verdetto: state pur certi che nessuno è innocente, che qualcuno soffrirà. Ma l’amore, signor giudice: l’amore come sta?
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale:  Fugees – Killing Me Softly with His Song

giovedì 20 febbraio 2020

Recensione: Le confessioni di Frannie Langton, di Sara Collins

| Le confessioni di Frannie Langton, di Sara Collins. Einaudi, € 22, pp. 425 |

Puttana, negra, omicida. Il cielo inglese si è spalancato per riversare insulti e pioggia sporca sul capo di Frannie Langton. In un raptus delirate, la giovane avrebbe ucciso i suoi padroni. Perciò venghino, signori, venghino! Se tutto va male, la sua impiccagione sarà un irresistibile spettacolo di morte! In attesa che l'ingiustizia faccia il proprio corso, l’imputata si racconta. Una confessione fluviale, laica, che ripercorre le tribolazioni della sua esistenza dall’inizio alla fine. Si rivolge a un tu specifico, l’avvocato d’ufficio, ma è soprattutto il lettore a prestarle attenzione durante una lettura bellissima e tormentata, rocambolesca come un classico del genere gotico, al termine della quale saremmo disposti a controbattere a spada tratta alle accuse. Giurando sul buon cuore di Frannie, certo… Ma sulla sua innocenza? 
La protagonista, agli occhi del giudice, ha commesso un triplice crimine: è femmina, è di colore, è omosessuale. L’omicidio, nella Londra del tardo Ottocento, sembra essere insomma una macchia incidentale su un curriculum già sporco. E Frannie – sfrontata, moderna, con le mani insanguinate e un’accentuata vena sadomasochistica – non fa nulla per smentire le malelingue.

Sono un enigma. Si aspettavano tutti una sorniona africana. O un’umile domestica. Una puttana mulatta. La Negra Assassina. Quale di queste incarnazioni mi salverà?
Con lucida coerenza, racconta che ci sono crimini e crimine; gabbie e gabbie. Giovanissima, è passata da una prigione di ferro a una dorata. Nata in una colonia giamaicana, è stata ceduta da un padrone all’altro in un braccio di ferro tra nobiluomini noti per ingegno e crudeltà: tanto il signor Langton quanto Benham, infatti, sono naturalisti al centro di esperimenti disumani. Nei loro libri si interrogano sull’origine delle differenze etniche, su ruoli di potere connaturati nel DNA, sulla necessità della schiavitù – e ottengono risposte ora con i servigi dei cacciatori di teschi, ora con la vivisezione, ora con accoppiamenti programmati. Frannie, suo malgrado, è testimone dei misfatti di entrambi. Dotata di un’abilità rara per l’epoca – sa leggere e scrivere –, fa la scrivana prima di essere condotta a Londra come dama di compagnia della moglie di Benham. Annoiata, eccentrica e affascinante, Marguerite ha molto in comune con la protagonista: anche lei straniera, anche lei prigioniera di una relazione di facciata, si mescola volentieri ai dipendenti; balla e canta nelle cucine; ma è vittima di una malinconia che la spinge a imbottirsi di laudano per trovare pace. Perché Frannie avrebbe dovuta ucciderla, se si sono amate segretamente e appassionatamente? Gli indizi la inchiodano: una lite accesa, una boccetta di arsenico, un misterioso barattolo di formalina. 
Alla luce di una candela, come una novella Moll Flanders, la giovane svela gli antefatti della vicenda. A metà tra il thriller giudiziario e il romanzo storico, la sua divulgazione ne ribadisce l’indole ferina; gli incarichi singolari, in una casa in cui c’erano disparità anche fra i membri della servitù; l’ignoranza di una Londra dickensiana, malsicura come un cantiere a cielo aperto, dove il circo in città faceva meno notizia dello sbarco di una giamaicana troppo sveglia.

Gli altri mi fanno sempre la stessa domanda, chiedendosi come potevo essere tanto affascinata dai romanzi in simili circostanze. Mi biasimano per ciò che ho letto, credo, più di quanto mi compatiscano per ciò che ho sofferto. Dal loro punto di vista, un romanzo è un’eresia: un uomo che crea altri uomini senza bisogno di Dio. Ma come facevo a non leggere? Ho sempre voglia di ribattere. Come sarei riuscita a sopravvivere altrimenti? Tu cos’avresti fatto, seduto in una stanza buia e chiusa a chiave, se qualcuno ti avesse portato una candela accesa?
Forte di un impatto emotivo garantito, il mirabolante esordio di Sara Collins non si adagia sui pregi di una storia innegabilmente potente, ma mette al centro della narrazione un’eroina indimenticabile, resa sin nelle pieghe più oscure grazie a una scrittura che brilla di luce propria, ornata parimenti del rosso delle rose e del sangue. Sontuoso e incalzante, in Le confessioni di Frannie Langton si avvicendano pagine liriche e atti processuali in piena regola, scene saffiche e particolari scabrosi; stralci di trattati, perfino, in cui la voce narrante si scaglia contro schiavisti e abolizionisti. Frannie non vuole né essere abusata, né compatita. Preferisce salvarsi da sola, davanti all’inadeguatezza delle scienze investigative. C’è una sottile differenza tra essere innocenti e essere incolpevoli. Frannie potrebbe avere l’assoluzione, o soltanto la nostra indulgenza? Il verdetto, fino all’ultimo, sguiscia via dalle dita come pelle di serpente. Eccola sollevarsi dal banco degli imputati, infine. Tutta orecchi. Né nera né bianca: la sua pelle, così come la sua verità.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Tosca – Ho amato tutto

venerdì 19 luglio 2019

I ♥ Telefilm: Chernobyl | When They See Us

Nella primavera del 1986 un reattore nucleare esplode in Ucraina. È notte: disastri e misfatti, fateci caso, succedono sempre con il favore del buio. Quando possono cogliere più alla sprovvista. Le conseguenze, si prevede, dureranno per millenni. L'esplosione infetta la flora e la fauna; il pulviscolo infernale si propaga attraverso l'aria. Scorie radioattive, come fossero coriandoli, si depositano sugli spettatori inconsapevoli: inquietati dallo spettacolo, si sono radunati in strada tutt'altro che pronti alle conseguenze. Si può vivere accanto a una bomba a orologeria all'oscuro dei contro? Il disastro si poteva evitare giocando d'anticipo? Harris, Skarsgard ed Emily Watson sono i membri di un'impegnata task force di addetti ai lavori: scavano fra le lastre di grafite, nel marcio, e ricercano un colpevole da assicurare alla giustizia. Abbondano allora i tecnicismi, i discorsi fitti e settoriali, e il rischio di smarrirsi nel tentativo di decifrarli è alto, in particolare negli episodi centrali. Chiamano a rapporto minatori, esperti, ulteriori vittime sacrificali. Gettano colate di sabbia sul nocciolo e sventano il pericolo maggiore: inquinare la falda acquifera. Ma c'è tanta complessità e, soprattutto, troppa freddezza. Alle loro, quindi, si preferiscono senz'altro le storie delle persone comuni: la gravidanza a rischio di una giovane vedova o il duro apprendistato di un novellino, nell'episodio più potente, chiamato a freddare gli animali domestici infetti. Il KGB vorrebbe mettere a tacere i testimoni. Ma l'ossessione per la verità e il peso delle bugie, per fortuna, porteranno pochi coraggiosi a parlare. Più interessante che appassionante, più importante che bella, la serie di Craig Mazin – autore, in passato, delle peggiori commedie demenziali – è l'ultimo tassello di quei (tele)film d'inchiesta nello stile di Il caso Spotlight, The Post o Sulla mia pelle. Produzioni dall'indiscutibile lavoro documentario, che al pari del migliore approfondimento giornalistico mostrano ricostruzioni fedelissime e rivangano pagine di storia recente, risultando rigorose dal punto di vista tecnico e meno sul piano narrativo. Lente e angosciose, con esterni che ricordano il grigiore spaventoso dell'ultimo Suspiria, le cinque puntate si seguono con le orecchie ben aperte e il cuore altrove. La forse sopravvaluta Chernobyl, miniserie già da record, comunque ci illumina: nato a otto anni dalla tragedia pensavo di essere nelle fila di chi ne sa poco. Amaramente, mi sono accorto, ne sapevamo poco tutti quanti. Di quell'Unione Sovietica che non sbaglia mai o, se succede, è così brava a nascondere i danni sotto il tappeto. Di quell'Unione Sovietica che non vuole ammettere resa, dichiarare l'oscurità dei propri costumi, e pertanto tiene dipendenti e civili nel dubbio. Ignoranti e impreparati, vittime non soltanto delle radiazioni ma anche della legge del silenzio; di una forma ingiustificabile di disinformazione programmata. Che il piccolo schermo, tornato a essere finalmente un mezzo d'informazione, possa istruirci. (7)

Cinque ragazzi, bambini o poco più. Nella maggioranza dei casi, non si conoscono. Si trovano la sera sbagliata nel posto sbagliato, Central Park. Ridono, scherzano, folleggiano. Hanno seguito in corteo una folla di coetanei che prometteva divertimento. Quando gli altri si disperdono, a causa di una retata, restano loro. A sventolare bandiera bianca. A prendersi le colpe di un crimine mai commesso. Poco più là, infatti, una jogger è stata stuprata. Perché mettersi a cercare il colpevole, però, se tutto sembra così semplice; se ci sono cinque monelli dalla pelle scura contro cui puntare l'indice? Ha inizio un'odissea processuale che dura quindici anni. Prima le deposizioni raccolte svogliatamente da una polizia che fa orecchie da mercante, poi il processo con un verdetto shock, infine il reinserimento in società mentre il mondo esterno è andato avanti e loro, in fermo, al contrario sono stati lasciati indietro da famiglie, amori, affari. La lettera scarlatta fiammeggerà sui loro petti fino ai giorni nostri. Quando proprio Donald Trump, lo stesso pagliaccio che proponeva per loro la pena di morte, è diventato presidente degli Stati Uniti. Quando Netflix, in vena d'impegno, promette di fare chiarezza. Molto più che un dramma d'inchiesta, When They See Us è una ferita aperta. La ricostruzione necessaria di un'onta irreversibile, che fa riflettere – in lacrime e scossi dai travasi di bile – sul disinteresse della giustizia di fronte alla verità. Accorato e coinvolgente, al punto che gli si perdona anche la vaga retorica del finale, trasuda intensità in ogni puntata. Cresce l'indignazione, così come la compassione verso cinque ragazzini interrotti, che nel migliore dei casi finiscono in riformatorio e nel peggiore in carcere – commuovo, in particolare, le tribolazioni del povero Korey, che al parco non ci doveva essere, che sedici anni li ha soltanto su carta. Come sopravvivere all'isolamento se non rifugiandosi nei sogni a occhi aperti? Come ripulirsi la reputazione se non aspettando che il vero colpevole si faccia avanti? Tutte le star – da Vera Farmiga a Felicity Hoffman, da Joshua Jackson a Logan Marshall-Green – scelgono così di sacrificarsi, in sordina. I giovani del cast, diventati un tutt'uno con i personaggi, invece sembrano a lungo persone reali anziché attori, al punto che non si è tentati di memorizzarne i nomi o di andare a sbirciarne la filmografia in rete. Se un giudice li condanna, per quel che vale, lo spettatore li assolve. Anche se in ritardo, tifa per loro e sbraita. Con la consapevolezza che non sia inutile; che ci siano altre battaglie da vincere. Fino a quando gli americani, qui alle prese con i lati oscuri del famoso sogno, non guarderanno la proverbiale trave nel loro occhio – e gli sbagli commessi. (8)

lunedì 18 febbraio 2019

Mr. Ciak - And the Oscar goes to: Bohemian Rhapsody | BlacKkKlansman | Se la strada potesse parlare

Doveva essere prima Sacha Baron Cohen, poi Ben Whishaw, ma la scelta è ricaduta all'ultimo su Rami Malek: fra uno slittamento e l'altro, la travagliata scelta dell'attore protagonista aveva accontentato tutti. Alla regia, invece, Brian Singer era stato sostituto nel mentre da Dexter Fletcher: gli scandali sessuali, si sa, non avvisano in anticipo le major hollywoodiane. Con tutti gli accorgimenti delle pellicole sofferte, rattoppate, che soltanto nel mentre decidono cosa essere e cosa non essere, Bohemian Rhapsody ha finalmente visto la luce lo scorso novembre. Nonostante le disastrose premesse, al botteghino si è rivelato un successo straordinario. Gli è andata senz'altro meglio che ad altri biopic al centro di simili rimaneggiamenti, ma il risultato, modestissimo, non cambia. In quale momento la voce solista dei Queen è diventata leggendaria? Da dov'è partita l'ascesa inarrestabile di Freddie Mercury, a cui nemmeno la morte precoce ha tarpato le ali? Nato a Zanzibar, facchino in un aeroporto britannico, aveva quattro incisivi superiori, un'estensione da pelle d'oca e avventure sentimentali che, con l'avvento dell'Aids, facevano tremare la comunità gay. Figlio maggiore in una famiglia di immigrati, sentiva il bisogno di sentirsi parte di qualcosa: tutto partì da una semplice band universitaria. Sognava di vedersi idolo delle folle. Non gli mancheranno attorno cattivi consiglieri, e la solitudine, a giorni alterni, si farà sentire. Quando tutti andranno avanti, si stancheranno di festeggiare e di seguirlo a ruota nelle sue bizze da primadonna. Mai, tuttavia, di starlo ad ascoltare. Biografia parziale e canonica, godibile ma mai all'altezza del suo ispiratore, in Bohemian Rhapsody funzionano quelle canzoni sempiterne; lo scatenato Malek, che compensa con gli sguardi e i movimenti all'impaccio delle parrucche e agli inguardabili denti posticci; le ville piene di gatti adorabili e la freschezza dell'attrice Lucy Boynton, descritta come l'amore di una vita a dispetto del compagno storico. Scarseggiano il sesso, le droghe, gli amanti sbagliati. Scarseggiano gli eccessi, la voglia di provocare e gli autentici colpi di genio. Sovversivo qual era, Mercury si merita ben più di una agiografica vittima dei divieti e dei cambi di rotta. I Queen hanno riempito gli stadi, e continuano a farlo con Adam Lambert come erede spirituale. Riempiono le sale, ora, rubando premi immeritati e infrangendo record. Il loro film piacerà ai fan di vecchia data, alle famiglie riunite, meno agli appassionati. Povero di trovate stilistiche, di guizzi, al punto da stonare un po': un autentico paradosso, dipingendo a spizzichi, bocconi e ritornelli da cantare a memoria un leader dall'intonazione perfetta. (6)

Ci sono quelle storie talmente assurde da essere vere. Ci sono sceneggiature – da premio Oscar, i bookmaker hanno parlato – che brillano senza grandi sforzi, perché la cronaca ha già mostrato umorismo e inventiva in dosi abbondanti. Questa è la storia, assurda per l'appunto, di un poliziotto che ha l'ardine di infiltrarsi in un covo pericolosissimo: il Ku Klux Klan. Un poliziotto afroamericano. Come passare inosservati nella setta intollerante per antonomasia, se la pelle nera e la voce grossa non mentono? Unico sbirro di colore a Colorado Springs, spiccherebbe nella massa di per sé: alle sue origini, aggiungete anche idee reazionarie. Rifiutare il modesto lavoro in archivio e far crollare nel decennio delle rivolte per la guerra in Vietnam, delle manifestazioni per il famoso Black Power, la casa degli orrori. Basta un annuncio sul giornale per comporre un numero di telefono e dichiarare di volerne fare parte dall'oggi al domani. Basta un aiutante – bianco, però – da guidare all'interno passo dopo passo. Non abbastanza militante per la comunità afroamericana, la mente John David Washington si appoggia al braccio Adam Driver, al contrario non abbastanza ebreo. Loro, che non hanno mai pensato alla razza, alla religione, né al dramma delle proprie origini, prenderanno coscienza di sé all'improvviso. I poliziotti, sul chi va là, guardano intanto dalla parte sbagliata. I membri del Ku Klux, affatto invisibili, cercano un nuovo leader carismatico: magari per puntare, un giorno, alla presidenza degli Stati Uniti? L'America, ci si consola invano, non eleggerebbe mai uomini così. O forse sì? Ci ha smentiti l'avvento Trump e, ancora una volta, il terrore è venuto dall'interno, non dallo straniero. Uno Spike Lee in forma smagliante punta il dito, fa nomi su nomi, non le manda a dire. Divertentissimo e arrabbiatissimo, prende in prestito l'aria scanzonata delle commedie poliziesche e un tema che scotta. Un po' classico buddy movie, un po' satira, un po' biografia d'inchiesta, BlacKkKlansman sa ridere della tragedia del razzismo e di se stesso. Ignora qualsiasi retorica, si fa beffe del politicamente corretto, ma conferma nel male la mia scarsa affinità con il cinema di Lee: regista che poco mi piace, e di cui avrò visto i film sbagliati. Appiattito dal doppiaggio e banalizzato strada facendo da uno sviluppo meno originale dello spunto di partenza – due protagonisti prima rivali e poi amici, un piano criminale da sabotare, l'immancabile trucco del microfono nascosto che, in ultima battuta, fa storcere il naso –, intrattiene con il suo carico di indignazione e attualità, grandi attese e grandi nomi. Graffia, ma poco aggiungono gli attori, la regia dai toni retrò, la settima arte. Il messaggio arriva, forte e chiaro, ma ci si aspettava una marcia in più. (6,5)

Passato alla storia per aver soffiato lo scettro a La La Land, Barry Jenkins aveva infastidito più di qualcuno – occhi puntati a quella vittoria politica, a quel dramma tetro preferito al musical di Chazelle –, ma non il sottoscritto. Moonlight mi aveva commosso, imperfetto e strabordante com'era. A colpirmi, l'universalità e la discrezione di un autore che raccontava una storia d'amore senza farne mai un film LGBTQ. Atteso al varco, quest'anno è tornato: l'intento, quello di parlare di persecuzione razziale senza mai scomodare il razzismo. Possibile? Lo splendido romanzo di James Baldwin gli aveva già spianato la strada: si parlava d'amore, mica di odio, e i toni erano quelli inconsueti di una fiaba romantica. In cui lui ama lei, c'è un bambino in arrivo, ma il poliziotto sbagliato accusa l'uomo sbagliato: può Stephan James aver stuprato una donna indifesa? L'incantevole Kiki Layne non ci crede e, con il pancione che cresce, mobilita gli avvocati difensori e le famiglie in frantumi – se quella di Fonny, a proposito di fiabe, sarà composta da matrone bigotte appena uscite dalle pagine di Cenerentola, la ragazza potrà contare sull'ostinazione di Regina King: una mamma che s'impunta, s'improvvisa segugio in viaggio a Puerto Rico, ma non rischia di restare nel cuore con un'eroina femminile che sa di già visto. Bellissima dal punto di vista stilistico, la trasposizione colpisce lo sguardo per l'approccio di un Jenkins esteta come non mai: l'intimità mozzafiato dei piani sequenza, la scelta dei colori pastello, l'avvolgente colonna sonora jazz. Il filtro insolito della favola urbana, tuttavia, fa correre al regista un rischio serissimo: quello di risultare fuori tempo, con un melodramma alla Frank Capra. Mancano la vena sarcastica di Lee, la potenza dialettica di Washington, la concordia di Farrelly, e questo messaggio d'amore, purtroppo, al cinema trova un mondo troppo scettico, troppo cinico. Lì, nella sua semplicità, il suo grande coraggio ma anche la sua insanabile pecca. Il romanzo, scritto cinquant'anni fa, sembra stato pensato ieri; il film, fedelissimo, risulta antiquato. La tristezza, quella vera, nasce davanti al monologo di un vecchio amico appena uscito di galera e terrorizzato all'idea di farvi ritorno. L'empatia, quella vera, è per un Dave Franco che apre casa sua alle coppie felici, mentre i protagonisti – che penetranti sguardi in camera, che volti telegenici – fantasticano su come arredare un open space. Fonny e Tish credono in Dio, nella giustizia, in loro stessi. Se la strada potesse parlare, allora, ti racconterebbe di un epilogo sospeso nella speranza, di un passo indietro per Jenkins, di un tentativo a metà. Al chiaro di luna, Beale Street aveva tutta un'altra forza. (6)