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venerdì 12 febbraio 2021

Verso gli Oscar: Malcolm e Marie | Promising Young Woman | Pieces of a Woman

110 minuti, due soli attori, un film girato in pieno lockdown. Pochi mezzi ma grandissimi ambizioni, per un dramma da camera che vanta l'autore della serie TV Euphoria ma che nello stile – il bianco e nero, il sottofondo jazz, il montaggio concitato, il ricorso alla camera a mano – urla Nouvelle Vague in ogni sequenza. È l'una del mattino. Un regista e la sua musa tornano dalla prima di un film. In attesa di leggere le recensioni della critica bianca di turno, si scontrano: mentre lui è su di giri, euforico fino a sembrare molesto, lei appare al contrario amareggiata per via di una mancanza. Il compagno, novello Spike Lee, non l'ha ringraziata pubblicamente. Il film è più di chi lo gira o di chi lo ispira? Contano più la storia o lo stile? Perché, soprattutto, stare insieme a una venticinquenne con un passato dolorosissimo alle spalle: voglia di saccheggiarne il vissuto, oppure amore? Sexy e granitici, verbosi e in forma smagliante, John David Washington e Zendaya sono due terroristi emotivi che si braccano come pantere in una gabbia di vetro. Urlano recriminazioni da un capo all'altro della casa. Si rimpinzano di maccheroni al formaggio, ridono, piangono, si stuzzicano. Trasformano il tavolo della cucina o il talamo in un ring: a bordo si disputano sfuriate e tregue, amori e guerre, crudeltà e dolcezza. Mentre Washington fa l'istrione, grazie a un personaggio irrequieto ma ben più conformista del previsto, Zendaya ammalia recitando per sottrazione: l'ex ragazzina prodigio, ormai donna dalla bellezza statuaria, è una pantera nera che ha conosciuto la vita selvaggia e tutto il suo pericoloso degrado. Malcolm e Marie cercano ora confronti urlati, ora coccole spinte, ora segreti mai svelati, in una gara di bravura senza pari: soltanto alla fine decreteremo chi avrà l'ultima parola. Esperimento pretenzioso ma vincente – più a fuoco di Mank nel raccontare i meccanismi produttivi hollywoodiani –, il lungometraggio di Levinson divide critica e pubblico. Citando il suo protagonista, è l'esempio di un cinema estetizzante disinteressato a veicolare un messaggio morale, ma pieno di cuore ed energia. Il risultato è un manuale di critica cinematografica fuso ad arte con i referti di un'autopsia di coppia. (8)

Non fatevi ingannare dal dolce visino da cucciolo smarrito di una Carey Mulligan qui in stato di grazia, tutta vestiti confetto e rossetti vermigli: è una forza della natura. Non fatevi ingannare dalle etichette né dai sottogeneri: questo non è il solito rape and revenge. Un po' Lolita, un po' Lisbeth Salander, la giovane protagonista è una cacciatrice di predatori sessuali. Nemica giurata degli uomini che non rispettano le donne, è un'adescatrice amante dei travestimenti e dei colpi di teatro. Eccola in un bar, con le lunghe gambe messe in evidenza dalla gonna corta. Eccola a una festa di addio al celibato, agghindata come un'infermiera sexy. È strategicamente in attesa che qualcuno la abbordi. Ma le sue dita affusolate, dalle unghie sempre smaltate, sono tagliole pronte a serrarsi sui predatori notturni. Il suo diario contiene una lista chilometrica di nomi maschili, affiancata da croci rosse. Fredda e spietata, sta perdendo il contatto con la realtà: dentro le monta infatti un odio crescente, esagerato, incontrollabile. Come il titolo suggerisce, un tempo è stata una ragazza promettente. Poi cos'è successo? Perché il ritorno a casa dei genitori, la vita in pausa e le rinunce; perché i pensieri di vendetta, tossici tanto quanto le ingiustizie? Un nuovo amore – quello per un adorabile pediatra, ex compagno d'università – sarà forse più forte della vecchia sete di vendetta? Folgorante, l'esordio alla regia della rivoluzionaria Emerald Fennell – finora conosciuta come attrice, è stata Camilla nell'ultima stagione di The Crown – è una commedia nera fieramente pop – l'irresistibile colonna sonora oscilla da Britney Spears a Paris Hilton –, che prima intriga da morire, poi diverte e fa sospirare, infine sconvolge per via delle tinte più fataliste. Frullatore di toni, temi ed emozioni, Promising Young Woman è un grido femminista che ricorda le argomentazioni della migliore Diablo Cody e vanta le carte giuste per sollevare l'Oscar alla Miglior Sceneggiatura Originale. (8)

Una giovane coppia sceglie che il loro bambino nascerà in casa. In seguito a tragiche complicazioni, purtroppo, il neonato ha vita breve. La colpa di chi è? Di una madre alternativa e dunque irresponsabile? Dell'ostetrica? Credevo che avrei visto un piccolo film con una grandissima attrice protagonista. Invece, oltre a quel parto lungo un piano sequenza di cui tutti a giusta ragione parlano, c'è anche tanto altro. Una parabola sull'elaborazione del lutto e sul perdono, piena di pudore e decoro, con simbolismi innumerevoli – le mele, il ponte in costruzione, i negativi fotografici – che una volta sbrogliati mi hanno ridotto impunemente in una valle di lacrime. Viscerale nella prima parte, apparentemente distaccata nella seconda, la premiata Vanessa Kirby è la padrona perfetta della propria storia e del proprio dolore. Bellissima e composta, nell'incipit suda, geme, urla, piange, si contorce. Ma la sua sofferenza fisica, presto, lascia spazio a quella interiore. Destinata a tramutarsi in regina di ghiaccio, prende a guardare il mondo, le relazioni umane e gli altri bambini con una specie di indifferenza. Benché centro nevralgico del film, è sempre altrove: un fantasma inquieto che sembra trovare sfogo soltanto nella controversia, nel rifiuto, nello scontro con gli altri membri della famiglia. Egoista, orgogliosa, trincerata in una devastazione solo e soltanto sua, entra in rotta di collisione con la madre conservatrice – Ellen Burstyn, memorabile – e con il compagno – Shia LaBeouf, controparte tenera e animalesca destinata a scelte per me tutt'altro che contestabili. Nemmeno i primissimi piani possono catturare l'essenza del personaggio di Vanessa Kirby. Perfino nella scena più toccante, quella del processo, sorprende con un aplomb estraneo agli strepiti: è ai comprimari, infatti, che spetta la parte più emozionale del film. Un puzzle in cerca di una risoluzione, che fa però storcere il naso per il didascalismo un po' melenso della scena finale. Il resto è una bomba emotiva destinata a implodere in silenzio, ma anche a seminare schegge – e semi, sì – dappertutto. (7,5)

lunedì 29 luglio 2019

Mr. Ciak: Midsommar, Burning, Border e altre gioventù allo sbando

Quando l'horror divide mi sono sempre trovato a far parte della schiera degli estimatori. Così è accaduto anche per Hereditary, tragedia mascherata da ghost story. Per far capire la differenza con il nuovo film del regista, retto nuovamente da una protagonista sull'orlo di una crisi di nervi, descriverò la reazione della sala davanti a una scena che si ripresenza, a un assordante urlo di donna: se quello della Collette ammutoliva, quello della Pugh ha scatenato al cinema grasse risate. Colpa di una brutta interpretazione da parte dell'interprete di Lady Macbeth, o forse di compagni di visione troppo rumorosi? La colpa, in realtà, spetta a un horror ambizioso e provante, che flirta con i toni camp rovinando la nostra percezione complessiva. La trama, né più né meno di quella di un found footage del decennio passato: una cinepanettonesca comitiva di studenti, in cerca di sballo e sesso, punta alla Svezia con la scusa della tesi. Come se non bastasse la presenza della lacrimosa fidanzata del protagonista, unica sopravvissuta al suicidio dell'intera famiglia, a rovinare i piani saranno anche gli abitanti di un'inquietante comune. A canti folkloristici, rune e riti corrisponderanno di pari passo orge, suicidi e roghi. Midsommar è tutto girato alla luce del sole. La fotografia, incantevole, risulta abbacinante e cupissima. Quel cielo troppo azzurro disorienta, tanto quanto gli espedienti al confine col trash per rendere i turisti parte della comunità. Il teen horror cita Hereditary, riprendendone i culti esoterici – la parte peggiore del film precedente – e la pesantezza inusitata. Il rischio: dare eccessiva importanza a personaggi immaturi, a dettagli impercettibili, che nel finale caricano la pellicola di un enfasi incomprensibile. Non si parla della morte scioccante di un figlio, infatti, bensì di due ventenni spaventati da un amore finito. Servivano 140 minuti per venirne a capo? Serviva l'ennesimo film sull'orgoglio femminile – la morale, ebbene sì, lì va a parare –, con sprezzo del ridicolo aggiunto? Sempre geometrico e perturbate, con una poetica che al secondo lungometraggio già inizia a sembrare ripetitiva, Aster firma un ritorno sopravvalutato ma dal fascino inconfutabile. Una natura morta rubata al puntinismo di Seurat, che brucia nel falò della sua stessa vanità. Svegliandoci a metà di ques'incubo di una notte di mezza estate. (5,5)

Lui è un ragazzo di campagna, scrittore aspirante. Lei, ex compagna di scuola inconsapevolmente seducente, è la storia di una notte e via. L'altro, novello Jay Gatsby, è ricchissimo e sospetto: soprattutto quando la ragazza, al centro di un triangolo degno del cinema francese, scompare nel nulla. Burning, ispirato a un racconto di Murakami, è un melodramma a tinte gialle tanto conturbante quanto difficile da scomporre. Gli atteggiamenti sconnessi dei protagonisti, i ritmi dilatati fino allo spasimo e quel finale sfuggente, intessuto di falsi ricordi e inquietanti fantasie masturbatorie, sono oggetto fino all'ultimo dell'interpretazione di ciascuno. Per quanto non abbia mai fatto miei gli enigmi del giovane protagonista – silenzioso e monoespressivo, lontano da me per lingua e cultura – sono rimasto folgorato dalle danze in topless sulla colonna sonora jazz, dalle sessioni di jogging sugli sfondi di una fotografia meravigliosa, dall'istinto piromane dei protagonisti. Qualcuno ha bruciato i vestiti della madre traditrice, qualcun altro arde invece granai periodicamente. Cosa rappresenta la ricerca dei suddetti? Che fine ha fatto la ragazza scomparsa? Perché quel finale tragico e precipitoso, dopo la flemma del resto? Si parla di conflitti di classe. Di ventenni belle e annoiate, solitarie come serre in stato d'abbandono, che cercano loro stesse nei viaggi, nelle droghe, nel mistero. Se sparissero, chi le cercherebbe? Buring brucia lentamente, senza vampate e senza calore. Ma forse non si esaurisce qui. Come il sapore di un'arancia immaginaria che la protagonista, esperta di pantomima, sbuccia e pilucca a piacere, consapevole del confine fra vuoto e presenza. (7)

Dopo aver rivoluzionato il genere vampiresco nell'era consacrata a Twilight, l'autore svedese di Lasciami entrare torna a regalarci un'altra gemma gotica d'amore e diversità. Questa volta i protagonisti non sono due bambini: bruttissimi a vedersi, piuttosto, attirano occhiate stranite per il loro aspetto esteriore. Non soltanto deforme ma dotata di un utile sesto senso – un fiuto eccezionale –, Tina lavora alla dogana fiutando in anticipo cattive intenzioni: che siano droghe o materiale pedopornografico, non le sfugge niente. Fino a quando, lei che è tanto abile a fiutare l'odore delle bugie, non incrocia un altro della stessa specie. Complementari, hanno paura dei fulmini, un'apparente malformazione cromosomica e le stesse cicatrici. Vore, che ammansisce gli animali con uno sguardo ed è un tuttuno con la natura, la invita a correre nuda nei boschi, a banchettare con i vermi: a mettere in discussione la propria origine. Nel mentre, ci regaleranno la visione di uno degli amplessi più strani e affascinanti che vedremo mai: tutto grugniti, ansiti e denti, con tanto di bizzarri genitali adocchiati di fretta, riassume alla perfezione lo spirito di Border. Quanto splendore c'è in quella bruttezza? Suggestiva leggenda nordica che attinge a piene mani nella mitologia nord-europea, il film è una storia di autoaffermazione e moderni troll che mescola la cronaca nera al fascino dell'inconsueto. Poetico ma ammantato di una grezza patina realistica – ho ripensato al nostro Lazzaro Felice –, regala brividi impensati e immagini che sfido a dimenticare. Cosa separa il bene dal male? Le creature di Border vengono sorprese mentre si muovono lì, a confine, e decidono da che parte della barricata schierarsi; se restare umani o diventare mostri, tutto per amore. (8)

Bionda, alta, bellissima, è un incrocio fra Lily James ed Elle Fanning. Un corpo statuario e, sotto le fasciature, un segreto a cui porre rimedio. Nata in un corpo maschile, Lara fa i conti con una doppia difficolà: farsi strada in una scuola di danza di cui forse non è all'altezza; diventare donna. Talentuosa ma non abbastanza tecnica, graziosa ma non abbastanza femmina, come se la caverà fra ballerini d'alto livello e nell'universo delle donne? Non paga del sostegno di un papà dolcissimo, la protagonista vive una prigionia la cui fine non è mai vicina a sufficienza. Allora ha fretta: vorrebbe saltare le attese, le visite, e anche l'adolescenza. S'impunta, sulle punte, ma i traguardi si allontanano anziché avvicinarsi. Senza grandi gesti di bullismo né parole di intolleranza, scabroso ma mai gratuito, Girl è il romanzo di formazione di una ragazza a metà con una nuova casa, una nuova scuola, una nuova sé. Il regista – classe 1991 – sfoggia un tocco così delicato da rendere universali i sentimenti della ballerina. La visione, meno pesante del previsto, altro non è che un tuffo nei turbamenti dell'adolescenza visti da una prospettiva, all'inizio, diversa soltanto in teoria. C'è sofferenza nella routine di lei, ma anche tanta bellezza, gioia, sollievo. Sarà per questo che il finale, seppure speranzoso, giunge tanto doloroso da spingere a coprirsi gli occhi in poltrona? Perché l'adolescenza è un sentimento universale, la protagonista è tale e quale a come siamo stati noi alla sua età, ma alcune sofferenze restano inimmaginabili. Grazie alla grandezza di un certo cinema, per fortuna, non inviolabili. (7,5)

Un'altra ragazza che cambia corpo e città. Un'altra vicenda di maturazione fisica e psicologica sullo sfondo di una rivoluzione epocale: quella di un corpo che cambia con l'arrivo del ciclo mestruale. Mia, sedici anni, si sente strana. Colpa delle sigarette, delle droghe, dei furti e del sesso selvaggio, che la lasciano a smaltire incubi e doposbornia. Colpa di un'indole che si risveglia, e la spinge a commettere atti di crudeltà verso persone e animali, pesci rossi soprattutto; a nutrire una destabilizzante voracità sessuale. Blue my mind, notato per il titolo bellissimo e per il ritardo nella distribuzione – in Svizzera, infatti, è uscito ben due anni fa –, sceglie un nuovo elemento – l'acqua – per raccontare il passaggio dall'adolescenza all'età adulta. I riti di iniziazione: la classica cricca di cattive ragazze presso cui farsi ammettere; un'amicizia a tinte saffiche che porta a fondo con sé risposte e misteri, ma nel mentre intriga grazie a una mitologia dosata con cura e al realismo degli effetti visivi. Ritratto giovanilistico nello stile di Sofia Coppola, con una splendida protagonista che ricorda la Johansson degli esordi, sconfina infine nel body horror: peccato che dopo l'ennesimo festino rumoroso, dopo l'ennesimo squallido amplesso di gruppo degno della pagina più pruriginosa di Melissa P., la visione venga a nausea per i motivi sbagliati. Presentissime l'inquietudine e la confusione, intelligente la metafora acquatica. Ma foto promozionali e recensioni, purtroppo, rovinano in anticipo l'effetto sorpresa preannunciando la deriva finale – e frenandone, quindi, l'onda d'urto. (6,5)

Avvertenze prima della visione: il film che segue, in ordine sparso, riporta parole di omofobia, transfobia e sessismo; mostra consumo di alcol, stupefacenti e materiale pornografico; sfocia nell'epilogo in un esilarante bagno di sangue. Nella Salem dei giorni nostri si consuma una novella caccia alle streghe dalle immancabili tinte politiche, al tempo dei nudi hackerati e della presidenza Trump. Prima il sindaco, poi il preside finiscono nella rete dello scandalo. Ma ben presto il pirata informatico colpisce l'intera cittadina – online: foto, video, segreti sbandierati –, e capro espiatorio diventa una studentezza con la fama di sfasciafamiglie. Può l'intera popolazione scagliarsi contro una diciottenne e la sua cricca di amcihe? Commedia adolescenziale a metà fra Schegge di follia e La notte del giudizio, l'irresistibile Assassination Nation è l'ultima succulenta frontiera dell'home invasion dove l'unione fa la forza. Ritratto dei Millennials tanto impietoso quanto stiloso, va recuperato da coloro che in queste settimane stanno ammirando sul piccolo schermo la regia straordinaria di Euphoria: Levinson, figlio d'arte, era un fuoriclasse già ai tempi del suo esordio cinematografico. Se i temi sono simili a quelli poi approfonditi con la serie HBO, chi non vorrebbe vederlo alle prese con i giochi di luci e ombre del miglior Carpenter o le spose assassine di Tarantino? Da recuperare, insomma: per rifarsi gli occhi e le coscienze. (7)