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venerdì 19 luglio 2019

I ♥ Telefilm: Chernobyl | When They See Us

Nella primavera del 1986 un reattore nucleare esplode in Ucraina. È notte: disastri e misfatti, fateci caso, succedono sempre con il favore del buio. Quando possono cogliere più alla sprovvista. Le conseguenze, si prevede, dureranno per millenni. L'esplosione infetta la flora e la fauna; il pulviscolo infernale si propaga attraverso l'aria. Scorie radioattive, come fossero coriandoli, si depositano sugli spettatori inconsapevoli: inquietati dallo spettacolo, si sono radunati in strada tutt'altro che pronti alle conseguenze. Si può vivere accanto a una bomba a orologeria all'oscuro dei contro? Il disastro si poteva evitare giocando d'anticipo? Harris, Skarsgard ed Emily Watson sono i membri di un'impegnata task force di addetti ai lavori: scavano fra le lastre di grafite, nel marcio, e ricercano un colpevole da assicurare alla giustizia. Abbondano allora i tecnicismi, i discorsi fitti e settoriali, e il rischio di smarrirsi nel tentativo di decifrarli è alto, in particolare negli episodi centrali. Chiamano a rapporto minatori, esperti, ulteriori vittime sacrificali. Gettano colate di sabbia sul nocciolo e sventano il pericolo maggiore: inquinare la falda acquifera. Ma c'è tanta complessità e, soprattutto, troppa freddezza. Alle loro, quindi, si preferiscono senz'altro le storie delle persone comuni: la gravidanza a rischio di una giovane vedova o il duro apprendistato di un novellino, nell'episodio più potente, chiamato a freddare gli animali domestici infetti. Il KGB vorrebbe mettere a tacere i testimoni. Ma l'ossessione per la verità e il peso delle bugie, per fortuna, porteranno pochi coraggiosi a parlare. Più interessante che appassionante, più importante che bella, la serie di Craig Mazin – autore, in passato, delle peggiori commedie demenziali – è l'ultimo tassello di quei (tele)film d'inchiesta nello stile di Il caso Spotlight, The Post o Sulla mia pelle. Produzioni dall'indiscutibile lavoro documentario, che al pari del migliore approfondimento giornalistico mostrano ricostruzioni fedelissime e rivangano pagine di storia recente, risultando rigorose dal punto di vista tecnico e meno sul piano narrativo. Lente e angosciose, con esterni che ricordano il grigiore spaventoso dell'ultimo Suspiria, le cinque puntate si seguono con le orecchie ben aperte e il cuore altrove. La forse sopravvaluta Chernobyl, miniserie già da record, comunque ci illumina: nato a otto anni dalla tragedia pensavo di essere nelle fila di chi ne sa poco. Amaramente, mi sono accorto, ne sapevamo poco tutti quanti. Di quell'Unione Sovietica che non sbaglia mai o, se succede, è così brava a nascondere i danni sotto il tappeto. Di quell'Unione Sovietica che non vuole ammettere resa, dichiarare l'oscurità dei propri costumi, e pertanto tiene dipendenti e civili nel dubbio. Ignoranti e impreparati, vittime non soltanto delle radiazioni ma anche della legge del silenzio; di una forma ingiustificabile di disinformazione programmata. Che il piccolo schermo, tornato a essere finalmente un mezzo d'informazione, possa istruirci. (7)

Cinque ragazzi, bambini o poco più. Nella maggioranza dei casi, non si conoscono. Si trovano la sera sbagliata nel posto sbagliato, Central Park. Ridono, scherzano, folleggiano. Hanno seguito in corteo una folla di coetanei che prometteva divertimento. Quando gli altri si disperdono, a causa di una retata, restano loro. A sventolare bandiera bianca. A prendersi le colpe di un crimine mai commesso. Poco più là, infatti, una jogger è stata stuprata. Perché mettersi a cercare il colpevole, però, se tutto sembra così semplice; se ci sono cinque monelli dalla pelle scura contro cui puntare l'indice? Ha inizio un'odissea processuale che dura quindici anni. Prima le deposizioni raccolte svogliatamente da una polizia che fa orecchie da mercante, poi il processo con un verdetto shock, infine il reinserimento in società mentre il mondo esterno è andato avanti e loro, in fermo, al contrario sono stati lasciati indietro da famiglie, amori, affari. La lettera scarlatta fiammeggerà sui loro petti fino ai giorni nostri. Quando proprio Donald Trump, lo stesso pagliaccio che proponeva per loro la pena di morte, è diventato presidente degli Stati Uniti. Quando Netflix, in vena d'impegno, promette di fare chiarezza. Molto più che un dramma d'inchiesta, When They See Us è una ferita aperta. La ricostruzione necessaria di un'onta irreversibile, che fa riflettere – in lacrime e scossi dai travasi di bile – sul disinteresse della giustizia di fronte alla verità. Accorato e coinvolgente, al punto che gli si perdona anche la vaga retorica del finale, trasuda intensità in ogni puntata. Cresce l'indignazione, così come la compassione verso cinque ragazzini interrotti, che nel migliore dei casi finiscono in riformatorio e nel peggiore in carcere – commuovo, in particolare, le tribolazioni del povero Korey, che al parco non ci doveva essere, che sedici anni li ha soltanto su carta. Come sopravvivere all'isolamento se non rifugiandosi nei sogni a occhi aperti? Come ripulirsi la reputazione se non aspettando che il vero colpevole si faccia avanti? Tutte le star – da Vera Farmiga a Felicity Hoffman, da Joshua Jackson a Logan Marshall-Green – scelgono così di sacrificarsi, in sordina. I giovani del cast, diventati un tutt'uno con i personaggi, invece sembrano a lungo persone reali anziché attori, al punto che non si è tentati di memorizzarne i nomi o di andare a sbirciarne la filmografia in rete. Se un giudice li condanna, per quel che vale, lo spettatore li assolve. Anche se in ritardo, tifa per loro e sbraita. Con la consapevolezza che non sia inutile; che ci siano altre battaglie da vincere. Fino a quando gli americani, qui alle prese con i lati oscuri del famoso sogno, non guarderanno la proverbiale trave nel loro occhio – e gli sbagli commessi. (8)