Visualizzazione post con etichetta Romanzi per ragazzi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Romanzi per ragazzi. Mostra tutti i post

lunedì 16 settembre 2019

Recensione: Per chi è la notte, di Aldo Simeone

| Per chi è la notte, di Aldo Simeone. Fazi Editore, € 16, pp. 280 |

Alcune estati, alcune guerre, non finiscono mai. È l’impressione che deve aver Francesco, dodici anni, vivendo immerso nella natura della Garfagnana e all’ombra del secondo conflitto mondiale. Fra i monti, in mezzo agli alberi, le notizie dal fronte arrivano smorzate. Mussolini è stato arrestato. Significa forse che la guerra è finita? Mentre i soldati tedeschi invadono le piazze del paese e le case, il protagonista sogna di costruire un fortino sull’albero e di sconfiggere una paura inconfessabile. Quella verso il famigerato Bosco delle Sorti. Un dedalo infido e pericoloso, in cui rovi e sentieri sembrano muoversi da sé come succede alle scale di Hogwarts: anche lì, inoltre, sembrerebbe esserci lo zampino del paranormale. La nonna di Francesco, tenera dispensatrice di leggende folkloristiche, gli ha parlato della presenza degli streghi. Spiriti senza pace, con una candela fra le dita scheletriche, che in cerca di una via d’uscita fagocitano tutti i malcapitati: la conta delle vittime comprenderebbe anche il capofamiglia, considerato però un disertore dal resto della comunità. Che suo padre sia rimasto davvero prigioniero? Francesco rispetta rigorosamente il coprifuoco e guarda a quel confine con un misto di ansia e speranza: varcarlo significherebbe lasciarci le penne, e soprattutto crescere. Se in una storia di formazione vecchio stile, con più di qualche debito dichiarato verso i bambini di Stephen King, il nostro piccolo eroe non potrà che avere due compagni d’avventura per fronteggiare le proprie paure: da un lato Secondo, piantagrane manesco e bellicoso che vorrebbe raggiungere il fratello maggiore in battaglia diventando l’ennesimo soldato fanfarone; dall’altro lo sfuggente Tommaso, accolto in segreto nella canonica di Don Dante – che sia un comunista allora o, peggio, un ebreo?

«Non è mica possibile». «Cosa?».
«Smettere di avere paura». «Sì, invece. Si sceglie anche quello».
«Si sceglie tutto per te?». Mi sorrise. 

Erano anni disperati: per sfamarsi si uccidevano cani e gatti e nei pozzi scoperti potevano essere rinvenuti resti umani, sangue a secchiate. Erano anni, di conseguenza, in cui cercare la magia dappertutto: davanti allo sfacelo dello Stivale, meglio fantasticare di case stregate, fate, orchi e caproni demoniaci; meglio concentrarsi su uno scontro parallelo che opponeva forze umane e forze soprannaturali alla resa dei conti fra nazifascisti e partigiani. L’esordiente Aldo Simeone, con una scrittura emozionata ed evocativa, punta tutto sulla suggestione delle atmosfere e sulla caratterizzazione dei protagonisti. 
Nato nella notte di San Giovanni, allergico all’incenso e per di più mancino, il cagionevole Francesco scambia la sua attrazione per l’ignoto per una propensione al male, quando calarsi dalle grondaie, violare le regole e inciampare in misteri e morti ammazzati è soltanto un diritto dei suoi spericolati dodici anni. Gli fa da spalla Tommaso, che parla già come un adulto e lo invita a osare con i mignoli intrecciati stretti: dopo tanto indugiare, violeranno insieme la soglia che li separa dalla radura incontaminata e dal diventare uomini?

Ogni spettro è un ostinarsi affannoso nell’impossibile, è un atto mancato che si ripete non per risolverlo o riscattarlo, ma per ripetere il proprio errore. Dalla morte ci si salva morendo, dalla colpa accettando la colpa. Questo, probabilmente, era il male degli streghi: non volersi rassegnare, continuare una guerra già persa in partenza, accanirsi in quell’unica direzione. Per la prima volta, ne provai pietà.

Qualcosa non torna, purtroppo, in un finale a corto di colpi di scena e aperto a un brusco flashforward. Fatti di lungaggini e ripetizioni, fra ritorni, fughe e ricerche continue, gli angosciosi ultimi capitoli colgono il protagonista troppo impegnato a infangarsi le scarpe nella scorribanda definitiva per partecipare alla vita dei personaggi secondari. Le cose, perciò, hanno il difetto di accadere fuori scena: quando Francesco non c’è. Ma se non tutto torna, se non tutto si spiega, è perché così domanda in fondo la ricca tradizione del realismo magico. A metà fra Il buio oltre la siepe e Io non ho paura, confinante anche coi toni dell’ultimo Fabio Bartolomei giunto in libreria, Per chi è la notte è un amaro compendio di generi ed esistenze. 
Una rievocazione color seppia, inquieta e malinconica, che guarda tanto alle ferrovie dei romanzi del Re quanto ai sacrifici di sangue dei nostri patrioti sconfitti. Alla storia di un dodicenne coraggioso, se ne affianca quindi un’altra: quella con la lettera maiuscola. Stringiamo le dita, intanto, sperando che almeno una delle due si concluda lietamente.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Marlene Kuntz + Skin – Bella ciao


venerdì 16 agosto 2019

Recensione: Darkness, di Leonardo Patrignani

| Darkness, di Leonardo Patrignani. DeA, € 14,90, pp. 256 |

Odore di crema solare, secchielli e palette sul bagnasciuga, i gonfiabili in piazza. L’estate ispira nostalgia e leggerezza. Mette voglia di tornare subito indietro nel tempo, a quando si era bambini, e allora si fila in libreria in cerca di avventure a tema. A lungo, per me, l’estate è stata Stephen King e le repliche dei film di Joe Dante alla TV. Passeggiate sulle rotaie in cerca di cadaveri e misteri, piccoli grandi spauracchi e amicizie in poltrona. Preannunciata dal ritorno di Stranger Things, perfetto per dare manforte ai ricordi del passato, alla bella stagione – purtroppo da me tollerata ormai a fatica, fra zanzare e spossatezza – ho permesso finora un’unica concessione alla malinconia: il nuovo romanzo di Leonardo Patrignani, grande amico del blog ai tempi della trilogia di Multiversum. 
Nonostante la cupezza dell’ambientazione – la fittizia cittadina lacustre di Little Crow, vittima di un’inspiegabile invasione di tenebre –, le atmosfere, per fortuna, son quelle giuste. Si torna alle fragilità della prima adolescenza, quando si ha il mondo contro e tanta voglia di scappare verso un altrove imprecisato. Si torna a sbrogliare enigmi che strizzano l’occhio alle vacanze in quel di Castle Rock. Haly, la protagonista, è da poco rimasta orfana. I genitori, scomparsi in circostanze poco chiare, le hanno lasciato in eredità storie avventurose e insegnamenti insospettabilmente preziosi. Ma come rapportarsi, intanto, al vuoto della loro dipartita, alla rabbia davanti a quelle indagini di polizia già bella che chiuse, all’esistenza troppo stretta all’interno di una casa-famiglia senza privacy? Rimasta sola al mondo, la tredicenne vestita a lutto pianifica la fuga da un paese fantasma che le rinfaccia i giorni felici e, mentre il tempo va inesorabilmente avanti, ne ha in serbo per lei soltanto di tristi. Qualcuno – anzi, qualcosa – ha piani alternativi.

Il buio non era ai confini della città. Era negli angoli più nascosti delle case, nei ricordi sepolti perché troppo dolorosi, nel cuore e negli occhi delle persone. Era ovunque.

A frapporsi fra lei e la libertà è la comparsa di un denso banco di oscurità, simile a una nebbia scura e impenetrabile. Ai concittadini più anziani ricorda un po’ la famigerata catastrofe del ’51. Saltano le comunicazioni telefoniche, la radio e i televisori non prendono, gli orologi si fermano come in un sortilegio. Quanto possono reggere i generatori di corrente? È in agguato una tempesta solare, o forse un tornado? Nell’aria, però, si nega qualsiasi odore di pioggia. Ferma nell’incertezza, sospesa nei forse, Little Crow e i suoi abitanti veleggiano verso l’angoscia: altrettanto, probabilmente, faranno i giovani lettori. Ma dalla nebbia di Patrignani, a sorpresa, non saltano fuori né i mostri di The Mist né le creature aliene di Under The Dome. Si intravedono, piuttosto, il cappello giallo di una viandante senza nome – ho pensato con un sorriso alla Signora Ceppo di Twin Peaks – e ombre delle nostre paure inconsce. Owen, lo sbeffeggiato direttore del giornalino scolastico in cerca di scoop, teme ad esempio l’indifferenza dei genitori in affari e si domanda se si accorgerebbero della sua assenza se, all’improvviso, sparisse nel nulla; il goffo e paffuto Brian, nerd amante dei fumetti con una mamma malata che gli dà troppo da pensare, fugge a gambe levate davanti ai ragni – non fa eccezione, pensate, neanche Spider-Man. Di cosa ha davvero paura, però, la loro guida, Haly? Dopo aver inforcato la bicicletta, con una torcia ben funzionante stretta in mano, i tre ragazzi elaborano simpatiche liste per punti e classificano le reazioni dei compaesani: uomini di fede, eterni indifferenti, genitori allarmisti, eroi dell’ultimo momento. E, anche se l’intimità spaventa perché rende tutti vulnerabili, scoprono che fianco a fianco niente appare insormontabile.

In pochi istanti comprese quali fossero i veri mostri lì fuori. I finti sorrisi, le frasi di circostanza, le inutili promesse. La maschera che la gente indossava ogni giorno, appena infilata la divisa di lavoro e occupato il proprio posto nel mondo. Forse diventare grandi significa accettare tutto questo.

Banco di prova per autori affermatissimi – di recente, vi ricordo, si sono avvicinate al genere anche le candidate al Premio Strega Raffaella Romagnolo e Antonella Cilento –, la narrativa per ragazzi offre agli autori un’ora d’aria fra un successo e l’altro e nuovi lettori da conquistare. A dispetto del titolo, Darkness è una funzionale macchina del tempo per tornare all’epoca in cui si era affiatati e innocenti: poco più che bambini. Scritto in maniera semplice e senza fronzoli, con capitoli da divorare e una toccante morale di fondo, il romanzo ha senz’altro il difetto di non allontanarsi mai dal target di partenza. Se non più giovanissimi, per apprezzarlo è consigliabile lasciarsi contagiare dal candore dei protagonisti. I Perdenti secondo Leonardo hanno un’ottima memoria, prestano spesso ascolto agli insegnamenti degli adulti, sfidano un Dissennatore da listino meteorologico che all'ultima pagina spererebbe di succhiare loro la gioia di vivere.  Ci si affida di comune accordo, allora, alla famiglia, all’amicizia, alla persistenza della memoria. A una sottovalutata verità a proposito dei proverbiali risvolti della medaglia. L’oscurità, infatti, mette in risalto la luce – e le persone care. Non tutto il male viene per nuocere; non tutto il buio.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Coldplay - Midnight

lunedì 29 luglio 2019

Mr. Ciak: Midsommar, Burning, Border e altre gioventù allo sbando

Quando l'horror divide mi sono sempre trovato a far parte della schiera degli estimatori. Così è accaduto anche per Hereditary, tragedia mascherata da ghost story. Per far capire la differenza con il nuovo film del regista, retto nuovamente da una protagonista sull'orlo di una crisi di nervi, descriverò la reazione della sala davanti a una scena che si ripresenza, a un assordante urlo di donna: se quello della Collette ammutoliva, quello della Pugh ha scatenato al cinema grasse risate. Colpa di una brutta interpretazione da parte dell'interprete di Lady Macbeth, o forse di compagni di visione troppo rumorosi? La colpa, in realtà, spetta a un horror ambizioso e provante, che flirta con i toni camp rovinando la nostra percezione complessiva. La trama, né più né meno di quella di un found footage del decennio passato: una cinepanettonesca comitiva di studenti, in cerca di sballo e sesso, punta alla Svezia con la scusa della tesi. Come se non bastasse la presenza della lacrimosa fidanzata del protagonista, unica sopravvissuta al suicidio dell'intera famiglia, a rovinare i piani saranno anche gli abitanti di un'inquietante comune. A canti folkloristici, rune e riti corrisponderanno di pari passo orge, suicidi e roghi. Midsommar è tutto girato alla luce del sole. La fotografia, incantevole, risulta abbacinante e cupissima. Quel cielo troppo azzurro disorienta, tanto quanto gli espedienti al confine col trash per rendere i turisti parte della comunità. Il teen horror cita Hereditary, riprendendone i culti esoterici – la parte peggiore del film precedente – e la pesantezza inusitata. Il rischio: dare eccessiva importanza a personaggi immaturi, a dettagli impercettibili, che nel finale caricano la pellicola di un enfasi incomprensibile. Non si parla della morte scioccante di un figlio, infatti, bensì di due ventenni spaventati da un amore finito. Servivano 140 minuti per venirne a capo? Serviva l'ennesimo film sull'orgoglio femminile – la morale, ebbene sì, lì va a parare –, con sprezzo del ridicolo aggiunto? Sempre geometrico e perturbate, con una poetica che al secondo lungometraggio già inizia a sembrare ripetitiva, Aster firma un ritorno sopravvalutato ma dal fascino inconfutabile. Una natura morta rubata al puntinismo di Seurat, che brucia nel falò della sua stessa vanità. Svegliandoci a metà di ques'incubo di una notte di mezza estate. (5,5)

Lui è un ragazzo di campagna, scrittore aspirante. Lei, ex compagna di scuola inconsapevolmente seducente, è la storia di una notte e via. L'altro, novello Jay Gatsby, è ricchissimo e sospetto: soprattutto quando la ragazza, al centro di un triangolo degno del cinema francese, scompare nel nulla. Burning, ispirato a un racconto di Murakami, è un melodramma a tinte gialle tanto conturbante quanto difficile da scomporre. Gli atteggiamenti sconnessi dei protagonisti, i ritmi dilatati fino allo spasimo e quel finale sfuggente, intessuto di falsi ricordi e inquietanti fantasie masturbatorie, sono oggetto fino all'ultimo dell'interpretazione di ciascuno. Per quanto non abbia mai fatto miei gli enigmi del giovane protagonista – silenzioso e monoespressivo, lontano da me per lingua e cultura – sono rimasto folgorato dalle danze in topless sulla colonna sonora jazz, dalle sessioni di jogging sugli sfondi di una fotografia meravigliosa, dall'istinto piromane dei protagonisti. Qualcuno ha bruciato i vestiti della madre traditrice, qualcun altro arde invece granai periodicamente. Cosa rappresenta la ricerca dei suddetti? Che fine ha fatto la ragazza scomparsa? Perché quel finale tragico e precipitoso, dopo la flemma del resto? Si parla di conflitti di classe. Di ventenni belle e annoiate, solitarie come serre in stato d'abbandono, che cercano loro stesse nei viaggi, nelle droghe, nel mistero. Se sparissero, chi le cercherebbe? Buring brucia lentamente, senza vampate e senza calore. Ma forse non si esaurisce qui. Come il sapore di un'arancia immaginaria che la protagonista, esperta di pantomima, sbuccia e pilucca a piacere, consapevole del confine fra vuoto e presenza. (7)

Dopo aver rivoluzionato il genere vampiresco nell'era consacrata a Twilight, l'autore svedese di Lasciami entrare torna a regalarci un'altra gemma gotica d'amore e diversità. Questa volta i protagonisti non sono due bambini: bruttissimi a vedersi, piuttosto, attirano occhiate stranite per il loro aspetto esteriore. Non soltanto deforme ma dotata di un utile sesto senso – un fiuto eccezionale –, Tina lavora alla dogana fiutando in anticipo cattive intenzioni: che siano droghe o materiale pedopornografico, non le sfugge niente. Fino a quando, lei che è tanto abile a fiutare l'odore delle bugie, non incrocia un altro della stessa specie. Complementari, hanno paura dei fulmini, un'apparente malformazione cromosomica e le stesse cicatrici. Vore, che ammansisce gli animali con uno sguardo ed è un tuttuno con la natura, la invita a correre nuda nei boschi, a banchettare con i vermi: a mettere in discussione la propria origine. Nel mentre, ci regaleranno la visione di uno degli amplessi più strani e affascinanti che vedremo mai: tutto grugniti, ansiti e denti, con tanto di bizzarri genitali adocchiati di fretta, riassume alla perfezione lo spirito di Border. Quanto splendore c'è in quella bruttezza? Suggestiva leggenda nordica che attinge a piene mani nella mitologia nord-europea, il film è una storia di autoaffermazione e moderni troll che mescola la cronaca nera al fascino dell'inconsueto. Poetico ma ammantato di una grezza patina realistica – ho ripensato al nostro Lazzaro Felice –, regala brividi impensati e immagini che sfido a dimenticare. Cosa separa il bene dal male? Le creature di Border vengono sorprese mentre si muovono lì, a confine, e decidono da che parte della barricata schierarsi; se restare umani o diventare mostri, tutto per amore. (8)

Bionda, alta, bellissima, è un incrocio fra Lily James ed Elle Fanning. Un corpo statuario e, sotto le fasciature, un segreto a cui porre rimedio. Nata in un corpo maschile, Lara fa i conti con una doppia difficolà: farsi strada in una scuola di danza di cui forse non è all'altezza; diventare donna. Talentuosa ma non abbastanza tecnica, graziosa ma non abbastanza femmina, come se la caverà fra ballerini d'alto livello e nell'universo delle donne? Non paga del sostegno di un papà dolcissimo, la protagonista vive una prigionia la cui fine non è mai vicina a sufficienza. Allora ha fretta: vorrebbe saltare le attese, le visite, e anche l'adolescenza. S'impunta, sulle punte, ma i traguardi si allontanano anziché avvicinarsi. Senza grandi gesti di bullismo né parole di intolleranza, scabroso ma mai gratuito, Girl è il romanzo di formazione di una ragazza a metà con una nuova casa, una nuova scuola, una nuova sé. Il regista – classe 1991 – sfoggia un tocco così delicato da rendere universali i sentimenti della ballerina. La visione, meno pesante del previsto, altro non è che un tuffo nei turbamenti dell'adolescenza visti da una prospettiva, all'inizio, diversa soltanto in teoria. C'è sofferenza nella routine di lei, ma anche tanta bellezza, gioia, sollievo. Sarà per questo che il finale, seppure speranzoso, giunge tanto doloroso da spingere a coprirsi gli occhi in poltrona? Perché l'adolescenza è un sentimento universale, la protagonista è tale e quale a come siamo stati noi alla sua età, ma alcune sofferenze restano inimmaginabili. Grazie alla grandezza di un certo cinema, per fortuna, non inviolabili. (7,5)

Un'altra ragazza che cambia corpo e città. Un'altra vicenda di maturazione fisica e psicologica sullo sfondo di una rivoluzione epocale: quella di un corpo che cambia con l'arrivo del ciclo mestruale. Mia, sedici anni, si sente strana. Colpa delle sigarette, delle droghe, dei furti e del sesso selvaggio, che la lasciano a smaltire incubi e doposbornia. Colpa di un'indole che si risveglia, e la spinge a commettere atti di crudeltà verso persone e animali, pesci rossi soprattutto; a nutrire una destabilizzante voracità sessuale. Blue my mind, notato per il titolo bellissimo e per il ritardo nella distribuzione – in Svizzera, infatti, è uscito ben due anni fa –, sceglie un nuovo elemento – l'acqua – per raccontare il passaggio dall'adolescenza all'età adulta. I riti di iniziazione: la classica cricca di cattive ragazze presso cui farsi ammettere; un'amicizia a tinte saffiche che porta a fondo con sé risposte e misteri, ma nel mentre intriga grazie a una mitologia dosata con cura e al realismo degli effetti visivi. Ritratto giovanilistico nello stile di Sofia Coppola, con una splendida protagonista che ricorda la Johansson degli esordi, sconfina infine nel body horror: peccato che dopo l'ennesimo festino rumoroso, dopo l'ennesimo squallido amplesso di gruppo degno della pagina più pruriginosa di Melissa P., la visione venga a nausea per i motivi sbagliati. Presentissime l'inquietudine e la confusione, intelligente la metafora acquatica. Ma foto promozionali e recensioni, purtroppo, rovinano in anticipo l'effetto sorpresa preannunciando la deriva finale – e frenandone, quindi, l'onda d'urto. (6,5)

Avvertenze prima della visione: il film che segue, in ordine sparso, riporta parole di omofobia, transfobia e sessismo; mostra consumo di alcol, stupefacenti e materiale pornografico; sfocia nell'epilogo in un esilarante bagno di sangue. Nella Salem dei giorni nostri si consuma una novella caccia alle streghe dalle immancabili tinte politiche, al tempo dei nudi hackerati e della presidenza Trump. Prima il sindaco, poi il preside finiscono nella rete dello scandalo. Ma ben presto il pirata informatico colpisce l'intera cittadina – online: foto, video, segreti sbandierati –, e capro espiatorio diventa una studentezza con la fama di sfasciafamiglie. Può l'intera popolazione scagliarsi contro una diciottenne e la sua cricca di amcihe? Commedia adolescenziale a metà fra Schegge di follia e La notte del giudizio, l'irresistibile Assassination Nation è l'ultima succulenta frontiera dell'home invasion dove l'unione fa la forza. Ritratto dei Millennials tanto impietoso quanto stiloso, va recuperato da coloro che in queste settimane stanno ammirando sul piccolo schermo la regia straordinaria di Euphoria: Levinson, figlio d'arte, era un fuoriclasse già ai tempi del suo esordio cinematografico. Se i temi sono simili a quelli poi approfonditi con la serie HBO, chi non vorrebbe vederlo alle prese con i giochi di luci e ombre del miglior Carpenter o le spose assassine di Tarantino? Da recuperare, insomma: per rifarsi gli occhi e le coscienze. (7)

lunedì 13 agosto 2018

Recensione: Dark Hall, di Lois Duncan

| Dark Hall, di Lois Duncan. Mondadori, € 17, pp. 204 |

Si erge come un castello centenario alla fine del sentiero alberato. Per un gioco prospettico sembra ingrandirsi man mano che la macchina si avvicini. Sembra prepararsi a divorarla. I portoni istoriati come fauci. La consapevolezza che ci sia qualcosa di storto a Blackwood, esclusiva scuola femminile ai confini dello stato di New York, colpisce Kit – sedici anni, una madre pronta a scaricarla lì per un secondo viaggio di nozze in Europa – con la forza di un infausto presagio. Saranno le giornate corte, lo scudo degli alberi tutt'intorno, il rigore del corpo docenti a suggerirle forse un aggettivo: malvagio. Siamo in un teen horror su un gruppo di adolescenti e una magione in cui certe notti si fanno labili i confini fra il nostro mondo e l'aldilà. La direttrice dello stabile, l'altera Madame Duret, ha un vago accento francese e l'aria di chi cova tra sé e sé qualcosa di sinistro. Il dormitorio si affaccia su un dedalo lungo e buio per corridoio, le chiavi possono chiudere le camere da letto dall'esterno ma non dall'interno: impossibile, pertanto, dormire sonni tranquilli. Sappiamo insomma che la protagonista – privata della possibilità di tornare a casa prima della vacanze di Natale, senza cellulare, senza internet e senza una migliore amica – non si sbaglia. Qualcosa di strano serpeggia fra le pagine di una compianta pioniera del genere e i cunicoli di un istituto che no, non è la versione vintage di Hogwarts. Nel personale di servizio sembra resistere soltanto una ragazza poco più grande di Kit, addetta alle cucine, che a volte ha il pericoloso vizio di parlare troppo: come spiegare il fuggifuggi dei domestici? I cancelli puntuti separano le studentesse dal resto del paese: protezione o isolamento? Ci sono, soprattutto, tre professori per sole quattro allieve: tanto spietata, ci si domanda, la selezione? Fatta eccezione per Ruth, bruttina con un fiuto eccezionale per le scienze, in classe le altre ragazze non brillano di certo. Madame Duret è stata attratta da qualcos'altro: abilità in erba, soprannaturali, che Kit e le comprimarie devono ancora mettere a fuoco. Le stesse che, amaramente, potrebbero rappresentare la loro distruzione.

C'è qualcosa di strano a Blackwood, qualcosa di sinistro. Lo percepiamo tutte, ma è impossibile da descrivere a parole. Succedono delle cose.

Gli ambienti sono circoscritti, i personaggi elencabili sulle dita delle mani, il fascino è quello sempiterno di atmosfere gotiche che da queste parti fan sempre breccia. L'orrore è nello sfacelo del passato tenutario, chiacchierato misantropo braccato dalla tragedia? La morte, con tanto di falce e cappuccio come nella splendida copertina illustrata, è un'inquietante coinquilina da temere? L'autrice, Lois Duncan, è la stessa dello slasher cult So cosa hai fatto. Ma dimenticate spargimenti di emoglobina o coltellate a destra e a manca. Dark Hall, pubblicato negli anni Settanta e tradotto per la prima volta in Italia in occasione della trasposizione cinematografica tiepidamente accolta, vive – e muore – proprio delle sue ambientazioni. Nessuna vittima, nessuna goccia di sangue versato, tantissime stranezze. Tra incubi, inappetenza e gelori ad agosto, le allieve si scopriranno infatti improvvisamente portate per la musica, la poesia, il disegno e la matematica. Le giovani menti, ricettive agli stimoli e al male, sono delle spugne. Quali sono gli effetti di una cattiva educazione che vorrebbe cambiarci nel profondo, non di certo migliorarci? Kit così si fa coraggio. Ricerca la propria indipendenza, il diritto di avere voce in capitolo, in un piano di studio personalizzato nel dettaglio. Magari, una via d'uscita dal peggio in agguato. Quarant'anni dopo, a sorpresa, l'atipica ghost story della Duncan – l'originalità dello spunto di base, infatti, si rivelerà in tutto il suo potenziale a un passo dalla conclusione – si difende piuttosto bene. Evitando le furberie di una storia d'amore proibita (Kit fantastica proprio sul figlio della direttrice, prodigio del conservatorio). Creando una suspance che terrà senz'altro sull'attenti lettori più giovani e suggestionabili di me (spiace a tal proposito per la piega finale, frettolosa e non all'altezza). Proponendo una prosa godibile e immediata, che non dissimula tuttavia il vecchio amore per le descrizioni particolareggiate e gli spauracchi di classe. Dove il mistero è di casa, ma non la memorabilità. Per un pomeriggio estivo da consacrare ai piccoli brividi.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Paramore – Decode

giovedì 21 dicembre 2017

Buona vita a tutti. I benefici del fallimento e l'importanza dell'immaginazione, di J.K. Rowling

| Buona vita a tutti, di J.K. Rowling. Salani, € 10, pp. 69 |

Facebook mi ha ricordato che è passato un anno dalla mia laurea. Un'ora di macchina e la paura di fare brutta figura arrivando in ritardo, le scarpe eleganti di mio padre e un completo a prezzi stracciati da Piazza Italia – ora chissà se mi sta ancora, se i pantaloni si appuntano bene in vita. Il vago imbarazzo nel festeggiare con un'amica di sempre, con compagni comuni e, a differenza mia, una famiglia molto unita. Quel baffo spuntato male che, nelle rare foto in cui scorgi un sorriso storto dei miei, se ci fai caso si nota proprio. Quei professori che non mi ascoltavano, se non la mia relatrice – seduta sulla destra, distaccata ma affabilissima, mi sorrideva con un certo orgoglio. Nemmeno un mese per scrivere la tesi, e ora la stavo ripagando per il regalo della sua fiducia. Pratico e realista, consapevole che ai principi di febbraio sarei ritornato a dare esami con un nulla di fatto in tasca e una corona di alloro messa a seccarsi nella credenza, il giorno della mia laurea non ero emozionato come ci si aspetterebbe. Troppe foto, troppe pretese di contentezza, quando io contento non mi sentivo: nei momenti di coesione, no, chiedimi tutto ma non l'impossibile. Ci ho ripensato lunedì pomeriggio. Complice Facebook, dicevamo. Complice la lettura lampo di Buona vita a tutti. Un volumetto candido che occupa uno spazio piccolo così accanto ai libri di Harry Potter, alle indagini di Cormoran Strike, al nero acido del per me bellissimo Il seggio vacante.

La consapevolezza di essere emersi più saggi e più forti dalle contrarietà significa che, da quel momento in poi, sarete certi della vostra capacità di sopravvivere. Non conoscerete mai veramente voi stessi o la forza dei vostri rapporti finché le avversità non vi avranno messi alla prova. Questa consapevolezza è un vero e proprio dono, per quanto la si guadagni soffrendo, e si è dimostrata più preziosa di qualcunque titolo io abbia mai conseguito.

Ho incastrato al posto d'onore l'ultima pubblicazione di J.K. Rowling – in realtà la trascrizione letterale del discorso tenuto ai laureandi di Harvard nel 2008 –, tra un portachiavi del maghetto occhialuto acquistato a Torino e un paio di ciondoli che più nerd non si può (il triangolo dei Doni della Morte, una Giratempo). Qui non scrittrice, ma essere umano, la fata madrina di una generazione di lettori racconta al pubblico – in platea tutti studenti, come lei due decenni prima: incerti, tesi, impreparati all'esistenza – gli amici di sempre (ai Mangiamorte, pensate, ha dato i loro nomi: strano, stranissimo omaggio), i fallimenti (la scoperta piuttosto tardiva delle Lettere classiche, un matrimonio tramontato presto) e l'immaginazione (non quella che permette lunga vita ai maghi, ai misteri di Hogwarts, bensì un'empatia nata durante l'apprendistato presso Amnesty International: la facoltà di sapersi mettere nei panni di un altro che non sia tu). Quegli studenti con il tocco sulla testa dovevano pendere dalle sue labbra. Dovevano viverlo ancora più intensamente, ancora meglio, il momento della proclamazione. Non come me, che forse non sono tagliato per le cose belle, punto e basta. Non come me, che forse il 12 dicembre 2016 avrei voluto zia Joanne in cattedra a dirmi che il futuro era già qui. Perché mi ha preso bambino e, passato pure sull'affronto di una lettera mai recapitata, nutrivo inconsciamente questo desiderio: che mi lasciasse adulto o quasi.

Non occorre la magia per trasformare il mondo. Dentro di noi abbiamo già tutto il potere che ci serve: il potere di immaginarlo migliore.

Invece l'ho scoperto tardi questo discorso motivazionale: inutile negarlo, trasformato con le feste nella tipica trovata commerciale. Non indispensabile, se non per permettere che un anno intero passasse senza la penna della Rowling. Da acquistare o regalare per vanità, affetto, completezza. Ben impaginato e splendidamente illustrato. Con font tutti ricci e capricci, parole chiave riproposte in caratteri cubitali, disegni da rimirare. Le perdono a cuor leggero il ritardo, senza rancore, e dell'ottimismo di Buona vita a tutti farò un nuovo proposito per Capodanno. Certo, l'ideale sarebbe stato ascoltarla dal vivo: scomodo, seduto al primo banco in una giacca blu che mi stringeva un poco sulle spalle. 
Quando devo alzarmi, quando devo sedermi, quando posso ringraziare, quando posso andarmene. I capelli spettinati e i coriandoli dappertutto. Il baffo spelacchiato: maledetto. 
E, nelle orecchie, l'eco degli applausi. Di un'autrice che sulla carta stampata – col tempismo sbagliato – ha comunque il suo regno.

[…] Scappai nel corridoio degli studi classici, rinunciando alla scala del successo per andare in cerca dell'antica saggezza.

mercoledì 8 novembre 2017

Pillole di recensioni: Il cacciatore di sogni (Sara Rattaro) | Mangiare la paura (Antonio Ferrara)

Titolo: Il cacciatore di sogni
Autrice: Sara Rattaro
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 173
Prezzo: € 15,00
Il mio voto: ★★
A Sara Rattaro, autrice scoperta e apprezzata più di qualche anno fa, ho rimproverato negli ultimi romanzi – storie al femminile, solitamente, con cuori messi a nudo e sentimenti intensi – il troppo indugiare sugli stessi temi, negli stessi dolori. Esisteva una Sara leggera, serena, diversa? Dopo L'amore addosso, piaciuto ma con moderazione, l'autrice torna a distanza di qualche mese con l'inatteso Il cacciatore di sogni. Un romanzo diverso, finalmente, perché pensato per un pubblico di ragazzi. La biologa abile con i casi di coscienza e i drammi, con la complessità della natura umana, racconta partendo da uno spunto semplicissimo il suo primo amore: la scienza. Chi era Albert Bruce Sabin, e quanto gli dobbiamo? Quale sorpresa poteva trovare su un aereo in volo un adolescente dei primi anni Ottanta, se infortunato e con passeggeri interessati unicamente alla presenza del Pibe de oro a bordo? Luca, di ritorno da Barcellona con mamma e dispotico fratello maggiore, ha il sogno del pianoforte, un braccio rotto e un vicino di posto d'eccezione. L'uomo, barbuto come Babbo Natale, racconta e si racconta. Le proprie origini ebraiche, la fuga negli Stati Uniti, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e il desiderio di vincere la morte – nella New York raccontata da Philip Roth in Nemesi, la poliomelite causava infatti più stermini del conflitto a fuoco. Ho saputo di più sul padre del vaccino, mi sono confrontato con la Rattaro inedita in cui confidavo da un po', ma Il cacciatore di sogni – brevissimo, anche se impreziosito qui e lì da belle illustrazioni – è un romanzo che non fa sognare. Divulgativo, sintetico, agiografico. L'effetto Wikipedia: sfiorato, ma vinto dai parallelismi tra le infanzie lontante di Luca e Albert, e da pagine più ispirate, in corsivo, collocate in apertura e in chiusura. Ai tempi del giornalino scolastico avevamo questa rubrica intitolata "Intervista impossibile". Il confronto a quattr'occhi con il medico polacco somiglia troppo a quel timido esperimento di un liceale che ora chiacchierava con Dante, ora con William Shakespeare. Non sa uscire dall'omaggio, per quanto importante e sentito. Non sa allontanarsi dal confine limitante dei banchi di scuola.

Titolo: Mangiare la paura
Autore: Antonio Ferrara
Editore: Il battello a vapore – Vortici
Numero di pagine: 144
Prezzo: € 12,00
Il mio voto: ★★½
Irfan, tredici anni, viene allevato per diventare un martire della fede. Per lasciarsi morire a comando e distruggere i nemici dell'Islam col fragore di una detonazione. Prega, studia, cucina, guida. Ultimo di tre figli, con una mamma cagionevole e un nonno che ha perso la voglia di raccontare favole, alla scuola coranica sperava di imbrogliare la povertà. Trova invece percosse, violenze fisiche e psicologiche, e un'idea di religione diversa da quella che gli hanno spiegato in famiglia. Dove Allah non voleva il male di nessuno, non di certo l'odio che i suoi maestri gli insegnano quotidianamente a suon di scudisciate: piegando, così, la religione a loro uso e consumo. Ci sono personaggi che scappano da una guerra all'altra, nel romanzo di Antonio Ferrara, e tutto appare loro come un gioco pericoloso. Una routine fatta di versetti e di levatacce faticose, una porta serrata da cinque lucchetti che nessuno dovrebbe aprire. Farsi esplodere procura gloria, centomila rupie e un biglietto di sola andata per il Paradiso. La tragica educazione del protagonista ha lo stile stringato e lapidario di un mantra, di chi tenta disperatamente di autoconvincersi di una cosa sbagliata. Simula la naturalezza del parlato rinunciando al lirismo, o banalizza forse troppo? Ferrara non fa male quanto dovrebbe. In Mangiare la paura c'è il tema, infatti, ma non il resto: una scrittura che sia all'altezza. L'idea perde così la sua importanza, la sua potenza, a causa di un approccio semplicistico e di pagine inconsistenti. Più che il romanzo di un ragazzo kamikaze, sembra il suo compito per casa; un tema. Bastano le buone intenzioni, mi domando, per cambiare il mondo di Irfan? Bastano, soprattutto, per scrivere un buon libro per ragazzi? 

lunedì 9 ottobre 2017

Recensione: Tutta colpa delle meduse, di Ali Benjamin

| Tutta colpa delle meduse, di Ali Benjamin. Il Castoro, € 13,50, pp. 317 |

Quest'anno sono arrivato impreparato alla sessione d'esami e all'arrivo dell'autunno. Erano lì, e io non avevo fatto neppure il cambio di stagione. Soprattutto: troppo da studiare, e mancavano i romanzi giusti sul comodino. Ne ho iniziati un paio senza successo, ma la colpa era più mia – anzi, dell'organizzazione delle università statali – che loro. Non leggevo da una settimana quando il postino mi ha portato Tutta colpa delle meduse. Ufficialmente, il romanzo per i più piccoli di cui avevo bisogno. Come volevasi dimostrare, l'ho terminato in due sere, scoprendolo degno della bellezza della sua copertina illustrata, dei prestigiosi premi vinti qui e lì, del catalogo di una casa editrice che non sbaglia mai. Lieve, scorrevole, ma dalle riflessioni cruciali (sul tema, sempre per ragazzi, vi ricordo la sorpresa che fu Voce di lupo). Amo i romanzi che si rivolgono a questo target con onestà, meno l'impiego della prima persona; i narratori che scimmiottano le voci dei bambini, rendendosi irritantissimi ventriloqui. Non è il caso di Ali Benjamin, per fortuna, e di una storia che non fa sconti.

Il veleno è una difesa. Più fragile è l'anima e più ha bisogno di proteggersi.

Si parla di bambine che si scoprono adolescenti. Si parla di dodicenni che, nell'estate tra la prima e la seconda media, muoiono: non ci torneranno più, a scuola, sfoggiando l'abbronzatura nuova e qualche macchia di sole sulla punta del naso. Franny è morta annegata. Suzy – figlia di genitori divorziati e con il mito del fratello maggiore, presenza fissa in casa insieme al fidanzato Rocco – non se ne capacita ancora. Perché la sua coetanea nuotava come un pesce, scoppiava di vita, e prima che entrassero in ballo la vanità, le cricche, i ragazzi, era la sua migliore e unica amica. Le cose succedono e basta, le ripetono gli adulti. Fanno spallucce. La protagonista invece rimanda, inventa scuse, pianifica un viaggio impossibile dall'altra parte del globo. Si sente colpevole, e se ne va in cerca di spiegazioni e alibi, con gli occhi che corrono invano alla fine del tunnel. Passata in un attimo dalla parte della ragione a quella del torto, Suzy ha infatti deciso di non parlare più ad anima viva per paura di dire la cosa sbagliata. Di nuovo. 

Non so come fare a dirti: Una volta mi piaceva stare insieme a te, ora non ne sono più così sicura.
Non so come fare a dirti: Per favore, ti prego, non essere un'altra delle cose che cambiano.
Perciò non dico niente.

Ciò che ti rende interessante, a quell'età ha il potere di dipingerti strano e basta – e lei, precoce e intelligente, ha il pallino per le scienze ma è a digiuno di bon ton. Ciò che l'ha unita a Franny (il saperne tanto della natura, ma pochissimo di quella umana) alla fine le ha separate. Una gita allo zoo, nel primo capitolo, suggerisce che è tutta colpa delle meduse: subdole, insospettabili, onnipresenti, stanno invadendo i mari, e chissà che non abbiano punto loro l'ex compagna di scuola. Per risolvere il giallo, tocca ingegnarsi e contattare un esperto australiano; trovare il coraggio che serve. La protagonista, personaggio non senza macchie, rievoca così un rapporto tutt'altro che idealizzato; della sua miglior nemica rispetta il ricordo postumo, gli sgarbi e le colpe. Non sa piangere ai funerali. Non sa perdonarsi. Ha fatto una cosa brutta, e forse non aveva tutti i torti.

Ci sono tante cose di cui aver paura, in questo mondo: fioriture di meduse. Una sesta estinzione. Un ballo di scuola media. Forse, invece di sentirci come un granello di polvere potremmo ricordarci che tutte le creature di questa Terra sono fatte di polvere di stelle. E noi siamo gli unici ad averne la consapevolezza.

La sua ricerca – della verità del dolore, del senso di se stessa – è il cardine di un romanzo dalla faccia pulita, ma di impensata durezza. Dal cuore di medusa. Pulsante e velenoso quanto un buco nero, ma iridescente e immortale. Nel profondo degli abissi di un mare di dolore, in cui si annaspa disperati, non sapendo che il bagnasciuga è lì, alla prossima bracciata.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Lumineers – Dead Sea

martedì 29 novembre 2016

Recensione: Da quando ho incontrato Jessica, di Andrew Norriss

Quando splendeva il sole, delle nuvole non ci si ricordava neanche più. Quando si era in fondo al Baratro, era difficile anche solo pensare che il sole esistesse davvero.

Titolo: Da quando ho incontrato Jessica
Autore: Andrew Norriss
Editore: Il Castoro
Numero di pagine:
Prezzo: 192
Sinossi: Francis non ha mai avuto un’amica come Jessica. È la prima persona che riesce a farlo sentire davvero se stesso. Anche Jessica non ha mai incontrato un amico come Francis. Non solo perché è qualcuno con cui ridere ogni giorno, ma anche perché è la prima persona in grado di vederla e sentirla, almeno da quando è morta un anno prima. Quando incontrano due nuovi amici che riescono a vedere Jessica, scoprire cosa hanno in comune tutti e quattro diventa fondamentale. Perché proprio loro? C’entra qualcosa il modo in cui Jessica è diventata un fantasma? E perché Jessica non ricorda nulla della sua morte? La risposta che troveranno sarà sorprendente e li porterà a una conclusione che nessuno di loro avrebbe mai immaginato.
                                    La recensione
Francis passa la ricreazione seduto su una panchina, anche se tutt'attorno cade la neve. Accanto a lui, con abiti troppo leggeri per le temperature invernali e passi che non lasciano segni sulla terra punteggiata di bianco, un giorno qualsiasi prende posto Jessica. Perché ci si capisce tanto, tra esclusi? Perché, dopo una vita di silenzi e musi lunghi, tornano infine la chiacchiera e il sorriso? 
Nota stonata, all'indomani di un incontro altrimenti perfetto: Jessica è morta da un anno. Non si sa come. Non si sa dove. Ci vuole poco ad immaginare una storia impossibile tra un adolescente e uno spettro senza pace. Bastano una bellissima copertina illustrata, nello spirito degli adorabili romanzi di Rainbow Rowell, e la sensazione di trovarsi davanti a una variante di quei boy meets girl di cui, in sala, vado matto. La quarta di copertina, che ti racconta un appuntamento e un mistero, non specifica però l'età dei protagonisti: troppo giovani, in realtà, per la letteratura young adult. Soprattutto, con una compagnia troppo ampia al seguito per pensare a una storia d'amore. Siamo alle medie, non al liceo. E Francis non è il solo in grado di percepire la presenza fluttuante di Jessica. Si aggiungono presto anche Andi e Roland: i quattro costituiscono una simpatica squadra di spiantati, di annunciati perdenti, che si fa forza contro la prepotenza del prossimo. Quale dote rende possibile il dialogo con quel che resta della defunta? Quale difetto, soprattutto, li posiziona nel mirino dell'arrogante bullo di turno? Francis, appassionato di moda, ha una soffitta piena di manichini, bottoni, stoffe: vorrebbe diventare stilista, da grande, ma cucire è roba da femmine. Andi, aggressiva con gli altri per non soccombere alle offese, è scortese, mascolina, insignificante: picchia duro, ed è priorità degli uomini. 
Roland, gravemente in sovrappeso, ammazza zombie alla Playstation e si ingozza di cibi spazzatura: non esce di casa per l'affanno e per la vergogna. Non ha ricordi nitidi, Jessica, ma in vita ha conosciuto gli stessi dolori. E, in morte, farà di tutto per aiutare i suoi compagni di sventura. Anche a dodici, tredici anni si perde infatti il filo della spensieratezza e la luce in fondo al tunnel si nasconde agli occhi. Lo sa uno che le medie, pur senza le stesse ragioni di Francis, le ha rimosse al pari di un ricordo brutto. Non mi piacevo io. Non mi piacevano gli altri. Non mi piaceva sperare che passassero in fretta i brufoli a grappoli, le battute poco fantasiose degli immancabili ripetenti, quei tre anni di cui non conservo né amicizie, né fotografie. Abbassata la fascia d'età, spartite le pagine tra protagonisti diversi, Da quando ho incontrato Jessica si rivela una lettura diversa dal previsto. Carina e costruttiva, un po' macabra, ma non all'altezza del film mentale che avevo girato già a pagina uno. Andrew Norriss firma un romanzo sui giovanissimi che stenta a far breccia nei lettori più cresciuti. Si parla di bullismo, suicidio e amicizie che indorano la pillola. Ma la troppa delicatezza, la troppa bontà, lo rendono un romanzo a tesi – nobile negli intenti, lieve nella scrittura – che non va oltre i banchi di scuola. Lì farà bene. Di sicuro, meglio delle frasi fatte di chi non ci è mai passato. 
I romanzi parlano forte. E su una panchina, con la neve e i fantasmi, anche quando sono piccoli così, riempiono il silenzio con le parole – e la compagnia – che vorresti.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Regina Spektor – Us

lunedì 9 marzo 2015

Recensione: In piedi nella neve, di Nicoletta Bortolotti

La palla ne ha, di coraggio: lei sa che, certe volte, a ucciderti non è quello che fanno i nemici, ma quello che non fanno gli amici. La palla ha il coraggio che manca agli esseri umani di iniziare quel viaggio lunghissimo tra fare una cosa giusta e non farla. Tra guardare chi sale su un treno e non guardare.

Titolo: In piedi nella neve
Autrice: Nicoletta Bortolotti
Editore: Einaudi Ragazzi
Numero di pagine: 181
Prezzo: € 11,00
Sinossi: Sasha ha quasi tredici anni e una passione bruciante: il calcio. Come potrebbe essere altrimenti? Suo padre è Nikolai Trusevyc, portiere della squadra più forte del Paese: la Dynamo Kiev. Ma in Ucraina, nel 1942, il pallone non è cosa per ragazze. E dopo l'invasione da parte del Reich non è cosa nemmeno per i campioni della Dynamo: accusati dai nazisti di collaborare con i sovietici e ridotti per questo alla fame e all'inattività, i giocatori hanno perso la voglia di vivere. Quando, a sorpresa, i tedeschi organizzano un campionato cittadino, non lo fanno certo per perdere; Sasha, d'altra parte, sa che suo padre e i compagni giocano sempre per vincere... Stavolta, però, vincere significherebbe morire. E qual è la vera vittoria? Lottare fino all'ultima azione, come chiede il pallone, o sabotare la partita, come le ha intimato un misterioso spettro, nel buio di un sottopasso? Mentre il fiume Dnepr, gelido, si porta via l'infanzia di Sasha, la Storia segue il proprio corso: il match avrà un esito cosi incredibile che nessuno, per lungo tempo, potrà raccontarlo.
                                           La recensione
“La guerra fa esplodere non solo le case, ma anche i pensieri.” Quando mi è arrivata un'email in cui mi si chiedeva di recensire In piedi nella neve sono stato colto in contropiede; altamente impreparato. Tutto preso dal mio famoso esame di Letteratura Latina – correva, perciò, il mese di febbraio -, mi erano sfuggite le ultime uscite e mi era sfuggita, in particolar modo, questa qui. Non collaboro con la Einaudi e sui loro titoli, in realtà, non sono aggiornatissimo, soprattutto se pensati per i ragazzi: raramente, nei blog che seguo, c'è spazio per quelli, a meno che non abbiano illustrazioni e copertine da sogno. A meno che non ci ricordino com'era essere bambini e leggere una favola prima di andare a dormire. Avrei notato mai il libro della Bortolotti se, in una mattina freddissima, non mi avesse lei stessa contattato per un parere spassionato? La copertina di In piedi nella neve è illustrata e bella, ma la vicenda che la sinossi riassume – una partita di calcio tra verità e leggenda, una rievocazione della Seconda Guerra Mondiale con un punto di vista pressoché inedito: troppo vera, troppo poco fiabesca – avrebbe potuto allontanare chi il calcio non lo segue e chi la storia la studia e la dimentica, ma sa ricordarla, a volte, grazie ai bei film e ai bei libri. Bei libri come questo. Nemici del pallone e dei sussidiari, per chiarire invece la precedente voce, come il sottoscritto – parte della bassisima percentuale di italiani che non segue il Campionato e che si siede in poltrona solo quando gioca la Nazionale, nonché di quegli studenti di lettere che si lasciano all'ultimo il laborioso esame di Storia Contemporanea. “Sorpresa” è il sostantivo che ricorrerà per tutta la recensione di In piedi nella neve: vi avverto. La sorpresa che mi ha fatto l'autrice, redattrice editoriale e professionista ormai affermata, nel prendersi la briga di propormi il suo ultimo romanzo, neanche fosse un'esordiente alle prime armi, e di inviarmelo di persona, con mille parole gentili e con una graditissima dedica in prima pagina. La sorpresa nel leggere uno scritto – accettato all'inizio per pura cordialità; perché estremamente breve; perché proposte del genere, da parte di un editore che non mi conosce e da un'autrice che si fida ciecamente di me, sono più uniche che rare – che ho trovato davvero bello. 
Sorpreso, io, perché non conoscevo la scrittura di Nicoletta e, prendendo il libro un po' a scatola chiusa, sono rimasto conquistato sin da pagina uno; dài, diciamo da pagina dieci, perché mi devo pur fare desiderare. Lei scrive come piace a me. Con spiccato buon gusto, con la passione per le descrizioni più suggestive, con la testa e con il cuore. Con quel fattore X - inafferrabile e misterioso, ma quando lo trovi lo sai - che insegue un noto talent. Inoltre, non conoscevo la storia narrata, se non come una lontana leggenda, e alla fine mi ha toccato profondamente. Scosso, pure un po' commosso. Mi è piaciuta per una vicenda pensata per lettori ancora bambini, ma in grado di coinvolgere anche chi è già cresciuto. Si sa che i piccoli sono il pubblico più esigente, no?, e Nicoletta sa trattarli con intelligenza, come una mamma e come un'insegnante: come se fossero – e infatti lo sono, solo che altri dovrebbero capirlo meglio, più spesso, di più – i nuovi adulti. Nella Kiev sotto lo schiaffo dei nazisti, raccontata ora a mo' di telecronaca, ora come un romanzo di formazione vecchio stile, la storia di una ragazzina con il sogno del pallone; quella dei suoi migliori amici; quella della sua famiglia. 
Quando Sasha perde la sua infanzia sotto le bombe, il padre, portiere di una squadra imbattibile ed imbattuta, perde il suo amato lavoro: in casa adesso lei litiga spesso con la madre, una donna che nasconde un segreto triste sul fondo di una matrioska, e non può più giocare a calcio, se non clandestinamente. E il papà non può osare fare un affronto ai tedeschi, e il suo amico del cuore non può dire ai genitori di sognare una carriere da ballerino e la Dynamo ricostruita non può vincere – nella "partita della morte" in cui in ballo c'è tutto – contro il nemico crucco. Certe volte, quando si vince si perde. In In piedi nella neve c'è il freddo e c'è “una guerra che secca il cuore”, la privazione e la negazione di sé. Cosa fare e cosa no? Filtrato dalla sguardo di Sasha - lunghe ciglia e un corpo ancora acerbo, le ginocchia sbucciate per le partite contro i muri a pezzi, i palloni di cuoio bucati, le mamme normative e le minacce al buio che odorano di acqua di colonia da quattro soldi – uno scorcio di storia vera che ha dell'incredibile, costituito da pensieri spesso crudeli e da dolci giochi d'infanzia. La narratice, con i suoi pregi, la sua ottusità e le sue piccole malefatte, è di una complessità incantevole. La rievocazione della Kiev assediata, pulsante e contraddittoria, ammalia e i fantasmi dei soprano nei sottopassi, il pensiero delle Baba Jaga nel fondo del bosco e gli avvertimenti dei falchi che fiutano il nevicare delle bombe antiuomo riempiono il romanzo di suggestioni varie e il lettore di pensieri originali. I dialoghi e le discussioni, così, vengono raccontati come nella telecronaca sportiva. Si fa un fallo, quando si mente a un amico. Si fa una finta, quando mentiamo agli adulti e fingiamo che di quel primo bacio mai dato non ci importi poi granché. In piedi nella neve è un esempio di coraggio; un paradigma della sportività. Nicoletta, al diavolo chi dice che le donne e il calcio non siano compatibili, tira dritta in porta e fa perfettamanete centro: a colpo sicuro. Non importa se siate tifosi o meno, se vi manca l'abc del gioco e se le strategie militari, a lungo andare, vi annoiano o confondono. Imparerete nel corso del viaggio - perché sì, questa lettura è un piccolo viaggio - a lasciarvi contagiare dall'entusiasmo della folla. E al gol decisivo, oltre la guerra e il fuoco, vi solleverete sulle vostre gambe in un boato che fa paura anche al temibile nemico, non pensando a quel che verrà. Alle conseguenze imprevedibili di un atto di valore. 
“Il male è il solo bene che ci resta.”
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Book Thief - John Williams