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giovedì 15 settembre 2022

Recensione: La notte scorsa al Telegraph Club, di Malinda Lo

La notte scorsa al Telegraph Club, di Malinda Lo. Mondadori, € 20, pp. 456 |

Come in Carol, lo splendore intramontabile degli anni Cinquanta fa da sfondo all'amore proibito fra due donne. Come in Victor Victoria, la maggiore attrazione di un nightclub è una cantante che si esibisce in abiti maschili e, seducente, ammicca alle spettatrici sedute in prima fila. Come nella Fantastica Signora Maisel, la vita notturna della città offre sorprese e talenti: peccato che i raid della polizia siano all'ordine del giorno. Risulta semplice immaginare il frusciare delle gonne a campana, l'odore della lacca, le luci e le ombre delle insegne al neon. Ma siamo nella multietnica San Francisco, in una famiglia cinese tutta d'un pezzo. Allevata con rigore per diventare una brava donna di casa, la diciassettenne Lily sogna le dive del cinema e di andare sulla luna. Ritaglia fotografie di Katherine Hepburn sui giornali, occhieggia le donne prorompenti sulle copertine dei romanzi rosa, custodisce gli articoli sulla artista di punta del Telegraph Club. Bravissima nella resa di un contesto storico attendibile e dettagliato, Malinda Lo firma una storia per giovani lettori che racconta i primi palpiti, le gioie del contatto fisico, lo sconcerto dello scoprirsi diversi dagli altri. Per farlo si affida ai suoi personaggi, lasciandosi guidare alla scoperta della loro identità – di genere, sessuale, culturale. Ma talora ne risentono i ritmi, piatti soprattutto nella seconda metà, e appesantiti da qualche tematica di troppo. Accanto ai classici espedienti del genere (il ballo scolastico da organizzare, una migliore amica da sostenere per un concorso di bellezza a Chinatown, l'attrazione ricambiata per una coetanea con il mito di Amelia Earhart), infatti, ci sono gli sconvolgimenti politici (la minaccia di russi e giapponesi, la caccia ai simpatizzanti comunisti) e i flashback sugli immigrati di prima generazione (i genitori di Lily, la zia paterna). Combattuto al pari della sua protagonista fra senso d'appartenenza e desiderio di ribellione, La notte scorsa al Telegraph Club è la cronaca discontinua ma toccante dell'ultimo anno di libertà prima del college. Cosa comporta uscire dai confini angusti del proprio quartiere? Cosa significa, oggi come ieri, sentirsi parte di una minoranza? Bisogna spingersi fino a Marte, colonizzare un altro pianeta, per trovare il coraggio di mostrarsi senza maschere? In un momento storico in cui appariva più plausibile un'odissea nello spazio che la parità – nel 1969 Armstrong volerà sulla luna, ma bisognerà aspettare il nuovo millennio per la legalizzazione delle unioni omosessuali –, Lily scoprirà con meraviglia che non è necessario spingersi troppo lontano per liberarsi dalla forza di gravità e dalle convenzioni sociali. Basta un bacio in un vicolo deserto. O la luce rivelatrice di un torbido locale notturno.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Ronettes – Be My Baby

giovedì 12 marzo 2020

Recensione: La storia di un matrimonio, di Andrew Sean Greer

La storia di un matrimonio, di Andrew Sean Greer. Adelphi, € 10, pp. 224 |

Gli anni Cinquanta sono gli stessi dello splendido Lontano dal paradiso, a sua volta ispirato ai melodrammi del regista Douglas Sirk. Gonne a campana, scarpe Oxford, capelli impomatati e foulard annodati sotto il mento. Una schiera di villette tutte identiche, tutte perfette, con i rampicanti sulla facciata e l’oceano al di là del vialetto. In un quartiere residenziale da depliant, il Sunset, la coppia composta da Holland e Pearlie si oppone ai dispiaceri più grandi – la poliomelite contratta dal figlio, le notizie della guerra in Corea, i commenti maliziosi di parenti e vicini – concedendosi la carezza di un dessert dopo cena. Se il marito incarna le migliori virtù americane, bellissimo e cordiale, la moglie sembrerebbe al contrario mite e servizievole: custode silenziosa dei meccanismi familiari, in realtà, Pearlie si è assunta le responsabilità maggiori. Accettare Holland con i suoi misteri, con i suoi silenzi, con il suo cuore mal funzionante; difenderlo dalle preoccupazioni – gli schiamazzi, le tragedie internazionali – scegliendo il cane più ubbidiente della cucciolata e tagliando via dal quotidiano le pagine dedicate alla cronaca nera. Lo ha conosciuto in Kentucky, prima della Seconda guerra mondiale, e lo ha ritrovato su una spiaggia della California alla fine del conflitto. Ha promesso alle zie che si sarebbe presa cura di lui, che lo avrebbe tenuto d’occhio. Anime gemelle, pensate, sono nati ad appena un giorno di distanza. Come continuare a portare felicemente una maschera se l’arrivo di uno sconosciuto alla porta rompe gli equilibri? Buzz ha occhi scintillanti e indagatori, un passato da obiettore di coscienza e un appartamento da scapolo di cui si dichiara stanco. A capo di una fabbrica di corsetti, conosce a menadito i segreti del mondo femminile. Dunque anche quelli di Pearlie?

Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo. Nostro marito, nostra moglie. E li conosciamo davvero, anzi a volte siamo loro: a una festa, divisi in mezzo alla gente, ci troviamo a esprimere le loro opinioni, i loro gusti in fatto di libri e di cucina, a raccontare episodi che non sono nostri, ma loro. Li osserviamo quando parlano e quando guidano, notiamo come si vestono e come intingono una zolletta nel caffè e la guardando mentre da bianca diventa marrone, per poi, soddisfatti, lasciarla cadere nella tazza. Io osservo la zolletta di mio marito tutte le mattine: ero una moglie attenta. Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena.
Ora amici e ora nemici, in un poligono sentimentale dai risvolti imprevedibili, i protagonisti balleranno un tango della gelosia fatto di passioni, sgambetti, tiri mancini. Giunto per la prima volta alla mia attenzione grazie all’omonimia con il film di Noah Baumbach, La storia di un matrimonio è un dipinto di Edward Hopper che prende finalmente vita. Un ritratto struggente ma incantevole su anni insidiosi. Dietro la patina dorata, regnavano il perbenismo e il sospetto, l’intolleranza e la discriminazione: non c’era spazio per gli invisibili, per i medi, per gli ordinari. L’autore, allora, sceglie di ricordarli qui. Con una testimonianza che al lettore ricorderà un’abitudine dei soldati in partenza: firmavano una banconota da un dollaro per continuare a circolare; per lasciare un segno nel mondo. Con bravura impressionante Andrew Sean Greer racconta le esercitazioni antiaeree, le cacce alle streghe e ai comunisti, il conflitto dalla prospettiva dei vili che non l’hanno combattuto. Nati in una brutta epoca, i suoi personaggi si adeguano con rimedi estremi all’atmosfera tesissima del circondario.

Da quella sera sarei stata come una forestiera venuta da un paese lontano, dove non è mai stato nessuno e di cui nessuno ha mai sentito parlare. Un'immigrata di una terra scomparsa: la mia gioventù.

Dal momento che in guerra e in amore ogni mezzo è lecito, quanto ci vorrà affinché la crocerossina senza macchia cominci a pensare alla maniera dei reazionari, ad abbracciare il cambiamento, a rifiutare l’osservanza delle convenzioni sociali? Su un fondale teatrale composto da salotto e corridoio, specchio insieme di una nazione e di una relazione, si mescolano i pudori e i fervori, l’eccezionale e l’ordinario di una partitura di rara eleganza. Esercizio stilistico, dirà pure qualcuno, davanti a uno stile d’altri tempi che sembra proprio risalire all’epoca dei classici del genere noir – l’autore, contemporaneo, sta per compiere cinquant’anni. Ma fra le pagine si respira a ben vedere commozione vera, una suspance palpabile. La storia di un matrimonio è una perla che invito a scoprire o riscoprire, saltata fuori dai sogni degli esteti di ogni dove. L’erba del vicino è sempre più verde. Ma nel buio oltre la siepe dei Cook, lo stesso del capolavoro di Harper Lee, si nascondono intrighi agrodolci e malefatte un po’ crudeli. Il tutto, messo in scena nei toni del bianco e nero, in un eterno contrasto che rende raggianti le zone di luce e spaventosi i coni d’ombra.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Franco Battiato – La canzone dei vecchi amanti

lunedì 25 giugno 2018

Recensione: Paesaggio con mano invisibile, di M.T. Anderson

| Paesaggio con mano invisibile, di M.T. Anderson. Rizzoli, € 16, pp. 160 |

Adam Costello, diciotto anni, ha una famiglia che se la cava così così, una ragazza che non lo merita e grossi problemi di meteorismo. Sua madre, ex impiegata in banca senza uno straccio di entrata fissa, non ha l'età per rimettersi in gioco nello spietato campo del lavoro né per ricostruire un'autostima malandata dopo la scomparsa del marito, forse morto suicida o forse semplicemente scappato in un posto in cui sono maggiori la domanda e l'offerta. La sorella minore, Nattie, mette invece all'asta l'infanzia e i peluche di sempre nella speranza di crescere in fretta, di dare loro una mano in più. Le soluzioni, se vittime di una crisi economica senza precedenti e abili con tempere e carboncini, sono due: affittare l'altro ramo della casa ai membri superstiti della famiglia Marsh, altrettanto al verde e con una secondogenita la cui vista ci fa battere fortissimo il cuore; iscriversi a un ricco concorso su consiglio di un insegnante d'arte pieno di spirito d'iniziativa, probabilmente il solo vero adulto in un mondo di gente che confonde la maturità anagrafica con la saggezza. Dissacrante, agrodolce, senza una facile morale di fondo o un finale netto, Paesaggio con mano invisibile racconta gli amori brevissimi, la prigionia di mutui lunghi tutta la vita, le famiglie allargate ai tempi di una recessione che fa strage dei proverbiali sogni americani. È l'equivalente su carta di quegli adorati film indie – un ritorno al neorealismo, se vogliamo – che parlano con leggerezza degli attimi insignificanti, degli istanti risolutivi, di noi ai margini. Quello realizzato dal bravissimo Matthew Tobin Anderson, non a caso autore cult dell'introvabile Feed, è il ritratto di un'adolescenza con variazione sul tema: l'apocalisse fuori.

Sii te stesso. Racconta la nostra storia. Di' la verità. È questo che vince nell'arte: la verità.

Ve lo avrà giù annunciato la copertina: gli extraterrestri sono in mezzo a noi. Sono venuti a invaderci, sì, ma in pace: civili, diplomatici, geniali. Sinistre presenze che assomigliano più agli eptapodi di Arrival che agli usurpatori dell'Invasione degli ultracorpi, hanno promesso agli uomini cure prodigiose, autentici capolavori dal riciclo dei rifiuti e una tecnologia che farebbe apparire obsoleto perfino Steve Jobs. Negare all'umanità i loro servigi, o assecondarli nonostante l'altezza del prezzo da pagare? I vuuv ci hanno reso in fretta tutti inutili, tutti disoccupati: si pensi per analogia all'avvento delle catene di montaggio, alla forza-lavoro del proletariato rimpiazzata infine dall'efficienza delle macchine. All'ordine del giorno, così, gli attentati contro le autorità e le proteste; una competitività maleducata che, in una guerra fra poveri, dà la colpa alla concorrenza dell'immigrato messicano (lo sa bene, da sotto il toupet paglierino, Donald Trump). C'è qualcosa, però, che l'infinita conoscenza degli alieni non contempla: l'amore, e la perdita di tempo che comportano le passeggiate romantiche, i tramonti per due, baciarsi alla francese. Che ne sanno loro, che si riproducono per gemmazione e hanno una passione esagerata per gli anni Cinquanta? Adam e Chloe, la fidanzata-coinquilina, si sono ingegnati: dare in pasto ai vuuv la loro relazione, mostrandosi innamoratissimi sotto lauto compenso in una sorta di reality show a tema Grease. Le macchine con gli alettoni, i drive-in, i frappé condivisi e le smancerie abbondano: anche quando l'amore passa – lei si invaghisce di un bellimbusto all'ultimo anno di liceo, che scolpisce statue a colpi di motosega e non la imbarazza con le conseguenze tragicomiche della Sindrome di Merrick –, ma il bisogno di sbarcare il lunario, di fingersi coppia, resta.

A volte si crede che la vista dall'alto possa infondere un senso di dominio e di potere; e poi invece scopri che ti fa soltanto capire quanto in realtà è stata piccola la tua vita.

Il povero Adam, spesso farneticante per la febbre a quaranta e il bisogno urgentissimo della toilette, è impegnato su un doppio fronte. Da un lato, combattuto tra intimità ed esibizionismo, truffa gli spettatori extraterrestri accanto a quella coetanea che d'un tratto non gli appare più incantevole come una Madonnina rinascimentale. Dall'altro, lo tenta l'idea di dipingere per quel concorso intergalattico l'America com'è e non come sarebbe bello che fosse: anche se i vuuv, turisti in un paese straniero, ne sanno poco d'amore, di religione, e meno ancora di arte. 
I capitoli di Paesaggio con mano invisibile avranno perciò i titoli o le didascalie dei lavori del protagonista: dipinti alla Hopper, intrisi di solitudine, per cogliere a colpo d'occhio il cambiamento tutt'attorno – i ricchi sulle case fluttuanti delle fiabe, i poveri che elemosinano il lieto fine su cumuli di curricula e pattume. Nel tentativo di familiarizzare con il capitalismo del futuro, allora, finire per somigliare ai membri della classe dominante – imparare la loro lingua di fruscii impercettibili, imitarne le brutte teste glabre –, o opporsi?

La mano invisibile che guida le nostre opere, le nostre azioni, i nostri mercati non potrà raggiungergi laggiù. Fuori dallo spazio e dal tempo, dal tempo e dallo spazio, non ci sarà più alcuna distanza tra noi e i nostri desideri.

La mano invisibile: quella di cui parlavano gli economisti settecenteschi; quella di dio, forse, che ha lasciato la terra sfitta, a beneficio di nuovi e molesti ospiti (che maggiorano i prezzi, sporcano, fanno i loro porci comodi). Cosa ci rende incontrovertibilmente umani? 
Non siamo solo rock 'n roll: c'è, infatti, chi osa ballare su un ritmo alternativo, il proprio. 
Non siamo tutti natura morta su tela: c'è chi sceglie la realtà, non l'evasione delle bugie. Pur scrivendo di semplice – be', si fa per dire – fantascienza.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: 4 Non Blondes – What's Up

mercoledì 3 gennaio 2018

I ♥ Telefilm: The Marvelous Mrs. Maisel | Big Mouth

Miriam, detta Midge, è bella, spiritosa e, nonostante la rigida educazione ebraica, ancora capace di sorprendere il marito Joel a letto. Madre di due bambini, ossessionata dalla perfezione degli arredamenti e della messa in piega come ogni angelo del focolare dei tardi anni Cinquanta, si alza ogni mattina dal letto per truccarsi e profumarsi prima che il marito si svegli, e per gli amici e i capi di lui – che fa un lavoro d'ufficio noioso ma remunerativo e che, un paio di sere a settimana, si esibisce come comico nei cabaret – sforna a comando leccornie dagli ingredienti super segreti. Midge lo supporta. Annotata battute, applausi e fischi sul suo prezioso taccuino rosso. Ancora: si fa bella con l'aerobica e i trucchi, cucina, si presta e si prostra. Midge viene lasciata così, su due piedi – da cliché, per la segretaria oca di turno. Tornare a vivere dai genitori con la coda tra le gambe, trovarsi un impiego come commessa ai grandi magazzini, dividersi fra l'orgoglio ferito e la vergogna dei pettegolezzi alltrui. Midge alza il gomito, con indosso l'equivalente chic del pigiama felpato di Bridget Jones, e nello stesso cabaret in cui il marito miete tiepidi consensi dà spettacolo di sé: letteralmente. Le confessioni della casalinga disperata, e i suoi naturali tempi comici, le procurano consensi, l'irresistibile Alex Borstein per manager e qualche innocuo arresto per oltraggio al pudore. All'improvviso la vita in solitaria e la scoperta di un talento, di una vena creativa, sempre stata lì. Sotto i vestiti impeccabili, pastello. Sotto i modi leziosi, che però fan tanta simpatia. Lei è la vera anima di una coppia che, forse, tale non è più. Lei è la voce squillante che dell'Upper West Side racconta le ipocrisie a cena, i segreti, le donne – il tradimento di quel Michael Zegen che già sotto sotto si è pentito, le famiglie uscite dal miglior Woody Allen con il Detective Monk, un bravissimo Tony Shalhoub, per patriarca. Mildred Pierce trovava sé stessa accanto alla vetrina di un ristorante. La a me sconosciuta Rachel Brosnaham, rivelazione dello scorso anno al pari dell'intensa Elisabeth Moss, ha bisogno di un'asta e un riflettore fisso. Per farci ridere e riflettere, con una parlatina travolgete che non si insegna né si imita. Per renderci ancora più sfavillanti, ancora più memorabili, quegli anni di abiti eleganti, disparità affrontate con il sorriso, femministe che non si fanno sentire solo marciando. Come fosse un musical, ci si rifà gli occhi con la bellezza di costumi e scenografie. Come in un period drama, la storia e la politica ci mettono lo zampino. Mai quanto i coniugi Palladino – la rima è presto servita –, che non sono soltanto Rory e Lorelai, pomeriggi in replica su Italia Uno, ma anche questi sorprendenti dialoghi fiume e una protagonista, sì, meravigliosa proprio come da titolo. (7,5)

Non sono tipo da cartoni. Semplice compagnia per pranzi in solitaria, dicevamo, con la TV accesa in sottofondo fra i silenzi della casa e l'acqua che gorgoglia sul fondo della pentola. A farmi cambiare idea, prima l'esistenzialismo secondo il nichilista BoJack Horseman; infine, in cerca di titoli degni di nota con l'anno bello che agli sgoccioli, il sesso spiegato a (da) un gruppo di tredicenni allo sbaraglio nello sfrontato Big Mouth. A lezione di educazione sessuale sul solito Netflix perciò, puntata dopo puntata. Come compagni di banco, Nick (ancora in attesa della pubertà), Andrew (già uomo su carta, ma dubbioso verso tutti quei peli, le basse prurigini, chi gli piaccia o non gli piaccia), Jessie (il primo ciclo mestruale in gita, all'ombra della Statua della Libertà, con quei pantaloncini bianchi che in definitiva sono stati una pessima idea). Sviluppo ormonale, masturbazione, omosessualità. Quanto ne sapete di. Sono bene accette domande di ogni sorta. Eccole, le mani che si alzano. Anche le ragazze si eccitano? Come vanno le cose in camera da letto fra mamma e papà? Se sono geloso del mio migliore amico, sarò mica innamorato di un maschio? Insegnanti d'eccezione, i mostri degli ormoni di lui e di lei – sobillatori, onnipresenti, prontissimi a far finire ogni appuntamento galante in tragedia e a trasformare i genitori in nemici giurati. Se di lezioni interattive si tratta, tutto è lecito: siparietti musicali compresi. I tampax cantano allora allegramente, i peni vanno ghiotti di capesante, i fantasmi di Freddie Mercury e Duke Ellington ti istruiscono duettando. Non tutti i cartoni sono una buona compagnia durante i pasti. Senz'altro non questo, inadatto alla fascia protetta e alla corretta digestione. Si ride moltissimo. Ci si disgusta un po'. Come quando, alla stessa età dei personaggi, con tutto quanto da imparare, American Pie e le sue torte di mele profanate generavano alzate di ciglia e sghignazzi nel bel mezzo della lecità curiosità dei miei compagni di classe. In onda: il risveglio dei sensi, l'esplorazione del corpo proprio e altrui, le insidie del mondo del porno e della prima adolescenza. Il sesso, in una serie animata con la bocca larga e la lingua biforcuta, scandalizza e diverte. Il nonsense e l'intelligenza della scrittura volano alte. E' da lassù, probabilmente, che Big Mouth ti sta mostrando il dito medio – o, conoscendolo, peggio. (7,5)