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giovedì 21 maggio 2026

Recensione: Un raggio di buio, di Ethan Hawke

| Un raggio di buio, di Ethan Hawke. Sur, € 8,75, pp. 270 |

Che Ethan Hawke sappia scrivere, non dovrebbe stupire. Dopo un curriculum da rubacuori negli anni Novanta, ha collezionato cinque nomination agli Oscar – due delle quali, per di più, come sceneggiatore della trilogia cult di Richard Linklater. Dichiaro comunque meraviglia, però, davanti a una lettura che non si limita a essere una riflessione sul mestiere dell'attore: Un raggio di buio ha dialoghi brillanti, profondità psicologica e ritmi al fulmicotone, al netto di uno sviluppo un po' irrisolto. Proprio come Hawke, il protagonista, William, è un attore hollywoodiano desideroso di affrancarsi dall'etichetta di icona teen. Trentaduenne, papà di due bambini ed ex marito di una rockstar, si reinventa – o almeno ci prova – a Broadway. Mentre la sua vita privata va in frantumi, barbaramente sbandierata su tutti rotocalchi, lui diventa Hotspur in Enrico IV: l'eroe della tragedia, o forse l'antagonista?

Non vedevo l'ora di recitare. Se avessi saputo fare bene quello, sarei riuscito a riacciuffare il mio orgoglio dal fondo dell'abisso nero e cavernoso in cui mi sembrava di essere precipitato. Quella sarebbe stata l'unica cosa nella mia vita in cui non combinavo un disastro.

Continuamente messo in discussione come interprete, figlio, compagno e amante, William abbraccia il copione con un misto di abnegazione e disperazione. Perché la realtà è scadente. E, per essere un bravo artista, bisogna prima rinunciare a sé stessi. Si sorride dei flirt e degli inconvenienti, degli istrioni alla Laurence Olivier e dei capricci dei divi. Ma a emergere è soprattutto il batticuore del backstage. In queste pagine ci sono il fiato corto, i cali di voce, gli schizzi di saliva, le mani che tremano, la perdita di peso, i reading estenuanti e le coreografie dei duelli. Poi i fischi, gli applausi, le attese delle recensioni ufficiali… A metà tra una tragicommedia e il saggio di un addetto ai lavori, il romanzo fa con il teatro shakespeariano quello che Whiplash fece con la batteria. È elettrizzante, angoscioso, perfino mistico a tratti, e dice fuori dai denti quello che succede dall'altra parte del sipario. Anche l'ansia da palcoscenico e l'alienazione, infatti, possono diventare le migliori amiche di un personaggio che nel pentametro giambico trova finalmente salvezza – pur con la consapevolezza che perfino i migliori siano sostituibili: dunque figuriamoci lui. Una compagnia di 39 attori. Uno spettacolo lungo 4 ore. fari da 150 watt pronti a mettere in luce, o a bruciare, ogni ambizione. Come sopravvivere nel mentre? Soprattutto, cosa inventarsi dopo? Tutto il mondo è un palcoscenico. E Hawke conosce benissimo il prezzo del bis.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Ditonellapiaga – Hollywood

martedì 8 aprile 2025

Recensione: Ava Anna Ada, di Ali Millar

| Ava Anna Ada, di Ali Millar. Sur, € 19, pp. 310 |

Cosa succederebbe se Yorgos Lanthimos dirigesse Saltburn, ma in chiave saffica e apocalittica? Lei, Anna, è una influencer con una ricca rete di follower e un lussuoso faro ristrutturato per casa. L'altra, Ava, è una prostituta adolescente, all'occorrenza anche babysitter. Si incontrano in circostanze scioccanti: Anna sta prendendo a calci il cadavere del suo cane, morto di overdose. Ava la raggiunge, nel suo impermeabile giallo, e il riconoscimento è immediato: quella ragazzina è la copia sputata di Ada, la figlia della protagonista. Ma mentre Ada si è lasciata morire di anoressia, Ava ha fame di tutto. Ha inizio un ménage fatto di collezioni macabre e sadomasochismo, di morsi sul seno e spine sotto pelle, mentre la natura minaccia di prendere il sopravvento: quell'estate elettrica preannuncia realmente tsunami?

Il tempo è una cosa da caderci dentro e attraversarlo, se uno sa come si fa.

Tre personaggi femminili sui generis, tre nomi palindromi, tre maschere che si divertono ad alternarsi e confonderci in un gioco delle parti senza inibizioni né regole. Si può far rivivere chi non c'è più? Nell'esordio di Ali Millar — imperdibile per i fan della letteratura weird di Schweblin, Awad, Rouopenian — tutti, perfino il fratellino minore che fantastica di avere una cerniera per cambiare pelle, vorrebbero essere la compianta Ada. Sullo sfondo della Punta, un non-luogo sospeso tra Inghilterra e Scozia, il romanzo è inscenato in una società distopica in cui le persone sono schedate sulla base del loro Valore: l'apparenza, allora come oggi, conta più di tutto.

La prima volta che io e Leo siamo usciti dopo la nascita di Adam, mi sono resto conto che me ne stavo seduta in mezzo a un pub dondolandolo leggermente, abituata com'ero a cullarlo per farlo addormentare. Una serie di minuscole follie: è questo che significa amare con quell'intensità. Che significava.

Popoloso di donne splendide e crudeli, nonché intriso di un umorismo nerissimo, Ava Anna Ada è una psichedelia sull'elaborazione del lutto, i lati oscuri della maternità e i misteri del piacere, a cui l'autrice scozzese conferisce l'andamento liquido delle onde e una sensorialità sorprendente. Morboso, oscuro, caleidoscopico, mostra la stessa scena da prospettive diverse e fa un uso brillante della prima persona plurale. Il Noi, così, è sintomatico del legame inscindibile tra le protagoniste — dove finisce l'una, dove inizia l'altra? Ma anche il punto di vista degli Dei, a volte annoiati, altre crudeli, davanti allo spettacolo catastrofico della nostra scompostezza. Quest'anno, scommetto, non leggerete niente di simile.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lady Gaga – Abracadabra

venerdì 28 maggio 2021

Recensione: Sette case vuote, di Samanta Schweblin

| Sette case vuote, di Samanta Schweblin. Sur, € 15, pp. 134 |

Io e i racconti: una relazione ormai stabile. La ufficializza, qui e ora, Samanta Schweblin. Sono tornato da lei dopo aver amato i mondi visionari di Kentuki e Distanza disicurezza. Sono tornato ai racconti – i primi che leggo di questapenna argentina – perché ogni nuova settimana implica inevitabilmente un nuovo andirivieni. Uscito qualche giorno fa con Sur, questo volume comprende sette storie affilate come coltelli, in bilico tra malinconia esistenziale e disagio psichico. I temi: la malattia, la solitudine, il pregiudizio. Lontana dalla fantascienza che l'ha resa celebre, questa volta l'autrice scandaglia il disagio quotidiano. Criptica, sottile e metaforica come non mai, condivide con il lettore schegge di vita vissuta che fanno trattenere a lungo il fiato. Da un momento all'altro potrebbe succedere tutto o potrebbe non succedere niente. L'ansia è tutta lì: racchiusa nel dubbio.

Questa è mia madre, mi dico, mentre lei apre i cassetti del comò e tasta sotto i vestiti per accertarsi che anche l'interno dei mobili sia di legno di cedro. Da quando ho memoria siamo sempre andate a vedere le case, abbiamo portato via dai giardini vasi e fiori inadatti. Abbiamo spostato gli irrigatori, raddrizzato le cassette delle lettere, tolto di mezzo oggetti decorativi troppo pesanti per il prato. Appena i miei piedi sono arrivati ai pedali ho cominciato a guidare io la macchina. Questo le dava più libertà.

Una madre e una figlia si divertono a invadere le esistenze altrui: modificano, rubano e stravolgono, mosse da una missione incomprensibile. Una coppia divorziata si accapiglia per l'affido dei bambini: possono forse passare il weekend con i nonni paterni, che in preda alla demenza senile si sono convertiti al nudismo? Un'anziana affetta da disturbi ossessivo-compulsivi, stanca di stare al mondo, impacchetta ogni avere in previsione del funerale e guarda con sospetto il dialogo tra il marito e il  piccolo dirimpettaio. All'indomani di un trasloco, nuora e suocera si scoprono accomunate dal medesimo senso di smarrimento. Una bambina, annoiata dall'attesa in ospedale, prende per mano uno sconosciuto che le promette di comprarle un paio di mutandine coi cuori ricamati. Per sfuggire a una lite familiare, una donna fresca di doccia esce di casa in accappatoio e ha una strana conversazione con l'antennista del condominio.

Concentrati sulla morte. Lui è morto. La signora della casa di fianco è pericolosa. Se non ti ricordi, aspetta.

Proprio come da tradizione, Schweblin garantisce una galleria d'immagini surreali e stranianti, immortalate con accuratezza cinematografica. I suoi protagonisti, al centro di dialoghi densissimi e di situazioni destinate a tacite implosioni, parlano a lungo. Ma più di loro sembrano parlare le cose non dette, quelle incomprese e quelle incomprensibili: il disagio misterioso, insomma, che tinge di nero la maggior parte delle vicende. Il formato del racconto rende Samanta Schweblin ancora più enigmatica. Nel bene e nel male, la concisione delle storie mette in risalto le sue peculiarità formali con il rischio di rendere i suoi intenti più oscuri del solito e di seminare, nel finale, un senso d'irrisolto. C'è del marcio a Buenos Aires e dintorni. Raramente, tuttavia, viene palesato. Lo intuiamo a colpo d'occhio tra le righe, mentre l'autrice scandisce con gelida imparzialità confronti intergenerazionali o traslochi di cui venire a capo. A volte i protagonisti hanno scatoloni da disfare d'urgenza per riappropriarsi della propria vita. Altre, invece, si convertono all'imballaggio – al cambiamento, al riciclo – per liberarsi di un passato superfluo. Portano fanghiglia sotto le scarpe. Seminano vestiti dappertutto. Lasciano oggetti fuori posto e appartamenti sfitti. Spesso votati all'inadeguatezza, vuoti al pari delle case che lasciano, ricercano il loro spazio vitale nei quaranta centimetri quadrati di una banchina. Disseminato di simboli e deliri, Sette case vuote è un vialetto sdrucciolevole – benché percorso con passo sempre fermo – su scenari tanto intriganti quanto insondabili. Non aspettatevi un'accoglienza conciliante da parte della padrona di casa: prima di presentarvi alla sua porta, fareste meglio a fare la sua conoscenza con altre storie; in altre circostanze.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Afterhours – Ritorno a casa

venerdì 27 novembre 2020

Recensione: Distanza di sicurezza, di Samanta Schweblin

 
| Distanza di sicurezza, di Samanta Schweblin. Sur, € 15, pp. 108 |

Per la prima volta mi è successo di mettere in pausa un romanzo a otto pagine dalla fine. In preda ai sudori freddi, vittima di una paura immotivata, l'ho chiuso e poggiato sulle ginocchia. Temevo di scoprire cosa sarebbe successo alla fine. Temevo, soprattutto, di saperlo già. Fulmineo, logorante, febbricitante, il secondo romanzo che leggo dell'argentina Samanta Schweblin – pubblicato in passato da Rizzoli – è stato riproposto con la classica eleganza minimalista dopo il successo di Kentuki. In un dialogo a punti di vista alterni, fitto e intricato, l'autrice dà voce a una donna e a un bambino. Lui, seduto sul letto di un pronto soccorso che sembra parte di un inquietante limbo, incalza l'interlocutrice con domande continue costringendola a ricordare cosa le sia capitato. Il tempo scarseggia: le ripete così, la allarma. Cosa c'è davvero in ballo? Per vincere l'oblio, Amanda racconta. Di una vacanza in campagna con la figlioletta Nina, lontano da tutto e da tutti. Della quiete del soggiorno, così diversa dall'insopportabile trantran cittadino, tra fiori profumati e limonate rinfrescanti. Delle chiacchiere a bordo piscina con la dirimpettaia, Carla, che indossa un bikini dorato e parla con tormento del figlio David: un bambino con qualcosa fuori posto all'indomani di un piccolo incidente al fiume, che in giardino tumula anatre stecchite con paletta e secchiello. Influenzata dalle ansie dell'altra madre, Amanda vorrebbe partire prima del previsto per la capitale, ma qualcosa va storto nel momento del congedo. Qual è l'attimo in cui ha abbassato la guardia? Quando ha lasciato che i vermi e l'irreparabile prendessero il sopravvento?

Prima o poi succederà qualcosa di brutto”, diceva mia madre, “e quando sarà, voglio averti vicino”.

Inscenato su un sfondo all'apparenza innocuo, il romanzo ci ricorda che la tranquillità perfetta talora implica anche il totale isolamento. In una campagna alla fine del mondo, la protagonista non perde mai di vista quella sua bambina dai modi di principessa – educatissima, stringe un topolino di peluche e siede con la cintura di sicurezza agganciata sul sedile posteriore. Amanda anticipa, calcola i rischi, di notte setaccia la campagna circostante con una torcia. Surreale ma plausibile, la sua è la storia di un genitore che nonostante le accortezze ha perso il controllo. Stranissima, al contempo poetica e delirante, la vicenda garantisce la costruzione di una suspance palpabile e di un microcosmo da un lato appena accennato, dall'altro perfettamente compiuto. Sulla meta scelta da Amanda e Nina – una novella Terra dei fuochi – grava forse una specie di maledizione. Il silenzio è innaturale. Non c'è bestiame. In mancanza di medici, ci si rivolge alla strega che vive coi suoi sette figli nella casa verde. L'acqua ha un cattivo odore, i campi di soia frusciano, radioattivi; i liquami che bagnano le mani non sono rugiada; all'orizzonte si sollevano i pennacchi di fumo delle industrie pesanti. E come non confessare i brividi alla vista dei bambini del luogo: chiazzati di macchie, mutilati, orribilmente deformi?

Strana può essere anche la più normale delle cose. Strano può essere anche solo sentirsi ripetere ogni volta “non è importante” a ogni domanda. Ma se tuo figlio non ha mai risposto prima in quel modo, la quarta volta che gli chiedi perché non mangia, o se ha freddo, o lo mandi a letto, e lui risponde, come balbettando, come se ancora stesse imparando a parlare, “non è importante”, io ti giuro, Amanda, che ti tremano le gambe.

L'incubo bucolico della bravissima Samanta Schweblin ricorda i redivivi del migliore Stephen King e le paranoie di Shirley Jackson, ma allo stesso tempo non è uguale a nient'altro. Con le sue sole 108 pagine, è poco più che un racconto. Il genere d'appartenenza, su carta, sarebbe la fantascienza. Ambientato in un futuro che forse è già qui, contiene infatti una riflessione tutt'altro che sottile sui mali dell'inquinamento, che stravolgono il volto della natura e mettono in pericolo il destino delle generazioni future. Ma non è quello il punto. Ipnotizzato, più lo sfogliavo e più sentivo montare una tensione crescente: sul chi va là, dovevo respirare profondamente, farmi coraggio e proseguire. Perché la distanza di sicurezza del titolo, rubando la definizione all'autrice, è quella che passa tra una mamma e il suo bambino per assicurarsi che stia bene. È un prolungamento del cordone ombelicale, è il filo rosso che li lega. Nel corso della lettura, questo filo si tende, si tende, si tende... E la preoccupazione che stritoli i protagonisti fino all'asfissia o, peggio, che dopo l'ennesimo strattone possa spezzarsi, fa sentire vulnerabili. Fa sentire, indipendentemente dalla biologia, madri.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Cranberries – Animal Instinct

mercoledì 9 ottobre 2019

Recensione: Kentuki, di Samanta Schweblin

| Kentuki, di Samanta Schweblin. Sur, € 16, pp. 230 |

Sono a forma di animali, come i peluche che preferivi quando eri bambino. Pesano due chili scarsi e sono fatti soprattutto di plastica e piume. Costano un po’, 279 dollari, ma è il prezzo ragionevole delle tecnologie all’avanguardia. Dietro i loro occhi deliziosi – biglie non così inespressive, non così inconsapevoli – i kentuki nascondono microcamere che ci collegano tutti in tempo reale. Nessuna brutta sorpresa: acquistandoli sai già in anticipo che accoglierne uno in casa significa aprire le porte a un perfetto estraneo. Che può spiare la tua routine, e qualche volta intervenire a gamba tesa. Le possibilità sono due: avere un kentuki o esserlo. Preferiresti accogliere uno sconosciuto, infatti, o al contrario essere lo sconosciuto nell’esistenza del prossimo? La scelta è personale, dettata dalla tua generosità o dalla tua perversione, da quanto tu ti senta solo al mondo. Qualcuno cerca di scoprire l’identità dell’utente oltre il visore, che da remoto controlla le ruote del peluche.  Qualcuno si diverte invece a scandalizzarlo con il sesso, le torture, la pubblica umiliazione. 
Il romanzo dell’argentina Samanta Schweblin, oltre all’incentivo di una copertina bellissima, può contare anche su tematiche e atmosfere che fanno tornare in mente il miglior Black Mirror: quello ancora capace di far aprire gli occhi, pungere e denunciare, nello spirito di una fantascienza minimalista interessata non tanto alle invenzioni avveniristiche, quanto alle contraddizioni dell’animo umano. I capitoli, all’inizio, appaiono semplici scene giustapposte. Scorci di esistenze lontane, apparentemente a sé stanti, che pian piano trovano una collocazione precisa. Un paio di nomi cominciano a diventare ricorrenti; i figuranti si impongono pagina dopo pagina come veri mattatori della scena; alcune storie hanno la priorità su altre, destinate invece a iniziare e finire nell’arco di un solo capitolo. 
Spiccano allora le vicende di Emilia, vedova in là con gli anni che tutti i giorni si connette per sbirciare la giovinezza e gli amori dell’affettuosa Eva, studentessa che si sta concedendo al ragazzo sbagliato; la crisi matrimoniale fra Alina e Klaus, ospiti presso una comune di artisti; le difficoltà relazionali di Enzo, papà fresco di divorzio che compra un kentuki affinché tenga compagnia al figlio Luca ma che, infine, si troverà spesso a consultare in prima persona come fosse un vice-genitore; il sogno impossibile del piccolo Marvin, che vorrebbe far evadere il suo pupazzo – intrappolato purtroppo nella vetrina di un negozio d’antiquariato – per scorrazzare sulla neve in libertà. 

Non sapeva nemmeno in quale città si trovasse, né come fosse il suo padrone. Ai suoi amici aveva raccontato della neve, ma la cosa non li aveva colpiti più di tanto. Dopo averlo deriso perché un culo da principessa e un appartamento a Dubai erano meglio della neve, avevano detto che tanto la neve non la si poteva mica toccare. Marvin sapeva che sbagliavano: se riuscivi a trovare la neve, e spingevi abbastanza forte il tuo kentuki contro un cumulo alto e soffice, ci lasciavi il segno. Ed era come toccare con le dita l’altro capo del mondo.

Le modalità sono sterminate e casuali. A scatola chiusa potresti trovarti nell’appartamento di una figlia dei fiori con tendenze nudiste, in una famiglia disfunzionale, perfino in un covo criminale. A spasso fra le noie della routine, i segreti torbidi o le avventure pericolose, meglio non perdere di vista il punto della situazione: quello che sembra un innocuo videogioco di ruolo, in verità, è reale. Troppo tardi per guardare altrove fingendo indifferenza? E per denunciare? I kentuki sono dappertutto. Una moda che impazza, e fa impazzire. In queste storie grottesche che oscillano dalla tenerezza infantile alla cattiveria più disturbante, ci sono novelli animalisti che formano autentiche squadre di liberazione, informatici poveri in canna che fanno la cresta sulle vendite, teppisti dal cuore d’oro che promettono di accessoriare i pupazzi – pensate alle macchine truccate, per farvene un’idea – o di acquistarli non più alla cieca. L’autrice ha dimenticato di darci il libretto delle istruzioni. E nel corso della lettura tendiamo spesso a vedere il bicchiere mezzo pieno, scordandoci che dietro queste adorabili tecnologie ci sono persone in carne e ossa: permalose, umorali, vendicative. A volte oggetto di devozione, altre di perversione.

C’era davvero più gente interessata a guardare che a essere guardata? Non c’era bisogno di sofisticate analisti di marketing, a Grigor bastava un po’ di buon senso per trarre le sue conclusioni. Ma i pro e i contro della scelta tra l’essere padrone o essere kentuki non spiegavano mai in modo esauriente i vantaggi di ciascuna posizione. Pochi erano disposti a esporre la propria intimità agli occhi di uno sconosciuto, mentre a tutti piaceva guardare. Comprare un dispositivo significava portarsi a casa un oggetto tangibile che avrebbe occupato uno spazio reale, quanto di più simile a un robot di compagnia il mercato potesse offrire; comprare un codice di accesso, invece, voleva dire spendere una bella somma in cambio di diciotto misere cifre virtuali, senza contare che alla gente piace da pazzi tirare fuori cose nuove da scatole dal design sofisticato. La parità di prezzo avrebbe mantenuto per un po’ una certa parità nella domanda, ma secondo Grigor presto o tardi il rapporto si sarebbe invertito a favore dei codici di accesso.

Possiamo forse giudicare le loro scelte sbagliate? Chi non ha mai ricercato una valvola di sfogo? Chi non vorrebbe sentirsi Dio per un giorno soltanto? Da adolescenti, quando i peluche avevano già perso la loro attrattiva su di noi, abbiamo preteso prima il Tamagotchi e poi The Sims. Volevamo sentirci responsabili di qualcuno. Volevamo essere onnipotenti.
A morte il Tamagotchi allora: per dispetto, lasciavamo agonizzare quell’animaletto immaginario in preda ai morsi della fame. 
Al via l’anarchia nel mondo dei Sims: murati vivi, spinti all’incesto o alla bulimia, e tutto per vedere comparire il personaggio del Mietitore con falce e mantello; tutto per sapere fin dove fosse possibile spingersi con un semplice click del mouse. Per fortuna avevamo i nostri genitori a distoglierci dai nostri primi intenti omicidi. Da una curiosità di quelle malevole, che al pari delle storie di Samanta Schweblin ci connetteva agli altri e ci disconnetteva da noi stessi. La cena era in tavola, meglio non far arrabbiare la mamma. La crudeltà era soltanto un gioco da ragazzi da sbrigare dopo i compiti, prima dei pasti. Le coscienze: offline.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Depeche Mode – I Feel You 

martedì 6 dicembre 2016

Recensione: Rosemary's Baby, di Ira Levin

Finora il dolore era stato dentro di lei.
Ora era lei dentro al dolore.

Titolo: Rosemary's Baby
Autore: Ira Levin
Editore: Sur – BigSur
Numero di pagine: 253
Prezzo: € 16,50
Sinossi: Guy e Rosemary Woodhouse sono una giovane coppia di sposi. Lui è un attore, in attesa della sua grande occasione; lei sogna una normalità borghese fatta di sicurezza economica, una bella casa, tanti figli. Dopo lunghe ricerche hanno trovato un appartamento nel Bramford - uno storico palazzo nel cuore di Manhattan, circondato da un alone di prestigio sociale ma anche da sinistre leggende - e di lì a poco la loro vita sembra arrivare a una svolta: Guy ottiene una parte in un'importante commedia e Rosemary resta finalmente incinta del primo figlio. Ma non tutto è destinato ad andare per il verso giusto. La gravidanza di Rosemary viene turbata da premonizioni e incubi notturni, da inspiegabili dolori addominali e strani incontri, e soprattutto dall'invadenza di due vicini, troppo premurosi per non risultare sospetti... Pubblicato per la prima volta nel 1967 e portato sul grande schermo da Roman Polanski, con Mia Farrow nel ruolo della protagonista, "Rosemary's Baby" è una delle grandi storie di mistero della nostra epoca, ma anche una godibilissima commedia che, dopo aver fatto entrare il Male nelle nostre case, ci aiuta a esorcizzarlo con la grazia di un semplice sorriso.
                                              La recensione
Un appartamento nel Bramford. Un sogno che si realizza. E, tra le pagine e nei pensieri, un incubo che comincia. Quel palazzo gotico al centro di Manhattan – una struttura antica e imponente, che resiste come può agli urti della mondanità – è confort e status symbol. Perfetto per una famiglia che si spera, un giorno, contenta e popolosa. Guy e Rosemary Woodhouse prendono in affitto un appartamento liberatosi all'ultimo momento. Lo svecchiano con un'abbondante mano di pittura e un arredamento alla moda. Ritinteggiano, lucidano, spazzano e, stanchi e orgogliosi, si accomodano al centro del loro nido. Lui è un attore che campa di sporadici spot pubblicitari, pièce di scarso successo, televisione. Lei, di dieci anni più giovane, interpreta la sposina che non pensa a nulla se non alla pulizia, ai pranzi e alle cene, alla cura degli arredi. Sembra una storia d'amore. Il ciclo salta, la pancia cresce; si farnetica di nomi e si fanno telefonate ai parenti lontani. Ma ci sono segnali che mettono in allerta. 
Un amico fa un inquietante catalogo dei delitti e dei misfatti commessi tra quelle mura; una ragazza si suicida lanciandosi dal settimo piano; le feste private dei dirimpettai, con suoni stridenti e candele nere, tolgono il sonno e la lucidità. Rosemary's Baby è la storia di una gestazione e di una madre sempre sul chi va là. Una ragazza di provincia dalla fede vacillante che segue con curiosità l'accoglienza del papa a New York e, sommersa d'un tratto di attenzioni, comincia a guardare con sospetto quei vicini che hanno stranamente preso a cuore il suo destino. I coniugi Castevet, anziani e altolocati, coccolano Rosemary con tisane asprigne e la ammantano di misteriosi amuleti, mettono una buona parola con il ginecologo che segue i rampolli delle élite. Solleticano la vanità dell'insicuro Guy, che inizia a farsi valere ai casting. La gente muore però. Rivali, malparlieri e cattivi confidenti si svegliano ciechi o piombano in un coma irreversibile. All'improvvisa fortuna dei Woodhouse rispondono in rima baciata le disdette altrui. L'insonne e sovreccitata Rosemary ha strane voglie – carne appena scottata, sanguinante –, qualche dolore intercostale, tanti sospetti. Il neonato cresce. Insieme a lui, l'angoscia e un connaturato senso di protezione. Difenderlo a ogni costo: e da chi? Scappare: e dove, se realtà e immaginazione si confondono, tutti sono potenziali complici e il bambino scalcia per venire subito al mondo? 
Leggevo la ristampa di Danse Macabre, densa e rigorosa enciclopedia dell'orrore firmata da Stephen King e mi ha colto il desiderio di recuperare in quattro e quattr'otto il capolavoro del dimenticato Ira Levin, sentendolo elogiare. La voglia c'era da un po'. Quella, e la sensazione di sperperare tempo prezioso con una vicenda famosissima. Quali retroscena aveva da svelarmi? Perché rispolverare un romanzo con cinquant'anni di ritardo, con il ricordo della fedele trasposizione di Roman Polanski e quello fresco ma ingannevole della dimenticabile miniserie con una Rosemary olivastra all'ombra della Torre Eiffel? Su carta, Rosemary's Baby non invecchia. Teso, teatrale, sarcastico, è un evergreen che mezzo secolo dopo rinnova l'inquietudine. Anche se il bambino del mistero, nel mentre, ha avuto tutto il tempo per farsi uomo. Anche se alcune sequenze – una fragile Mia Farrow che entra in scena con il coltello in pugno, la minacciosa orgia della notte del concepimento –, si sono sedimentate nei ricordi e non vogliono lasciarci leggere in pace. In poco più di duecento pagine, nove mesi di ansie e un futuro di incertezze – c'è anche un seguito, Son of Rosemary, purtroppo o per fortuna mai tradotto. E, fino all'ultima, domande di cui già conosci la risposta. Satanismo o depressione pre-parto? Superstizione o isteria? Ira Levin, e capiamo facilmente l'adorazione nutrita da King, mette però tutto in forse: essenziale, secco, sibillino. Sottovalutato maestro della suspance. Sapevo cosa sarebbe stato della protagonista, narratrice inaffidabile e incubatrice dell'incubo supremo. Sapevo quale componente, tra il thriller psicologico e l'horror mefistofelico, avrebbe avuto la meglio. Eppure ci si avvicina a passi lenti, con il cuore in gola, per scoprire il sesso e l'indole del neonato che si muove nell'angolo della camera da letto. In una culla d'onice, sotto un velo nero. Quando il calendario dell'Avvento ha ormai esaurito le sue pagine. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Krzysztof Komeda - Lullaby