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lunedì 25 giugno 2018

Recensione: Paesaggio con mano invisibile, di M.T. Anderson

| Paesaggio con mano invisibile, di M.T. Anderson. Rizzoli, € 16, pp. 160 |

Adam Costello, diciotto anni, ha una famiglia che se la cava così così, una ragazza che non lo merita e grossi problemi di meteorismo. Sua madre, ex impiegata in banca senza uno straccio di entrata fissa, non ha l'età per rimettersi in gioco nello spietato campo del lavoro né per ricostruire un'autostima malandata dopo la scomparsa del marito, forse morto suicida o forse semplicemente scappato in un posto in cui sono maggiori la domanda e l'offerta. La sorella minore, Nattie, mette invece all'asta l'infanzia e i peluche di sempre nella speranza di crescere in fretta, di dare loro una mano in più. Le soluzioni, se vittime di una crisi economica senza precedenti e abili con tempere e carboncini, sono due: affittare l'altro ramo della casa ai membri superstiti della famiglia Marsh, altrettanto al verde e con una secondogenita la cui vista ci fa battere fortissimo il cuore; iscriversi a un ricco concorso su consiglio di un insegnante d'arte pieno di spirito d'iniziativa, probabilmente il solo vero adulto in un mondo di gente che confonde la maturità anagrafica con la saggezza. Dissacrante, agrodolce, senza una facile morale di fondo o un finale netto, Paesaggio con mano invisibile racconta gli amori brevissimi, la prigionia di mutui lunghi tutta la vita, le famiglie allargate ai tempi di una recessione che fa strage dei proverbiali sogni americani. È l'equivalente su carta di quegli adorati film indie – un ritorno al neorealismo, se vogliamo – che parlano con leggerezza degli attimi insignificanti, degli istanti risolutivi, di noi ai margini. Quello realizzato dal bravissimo Matthew Tobin Anderson, non a caso autore cult dell'introvabile Feed, è il ritratto di un'adolescenza con variazione sul tema: l'apocalisse fuori.

Sii te stesso. Racconta la nostra storia. Di' la verità. È questo che vince nell'arte: la verità.

Ve lo avrà giù annunciato la copertina: gli extraterrestri sono in mezzo a noi. Sono venuti a invaderci, sì, ma in pace: civili, diplomatici, geniali. Sinistre presenze che assomigliano più agli eptapodi di Arrival che agli usurpatori dell'Invasione degli ultracorpi, hanno promesso agli uomini cure prodigiose, autentici capolavori dal riciclo dei rifiuti e una tecnologia che farebbe apparire obsoleto perfino Steve Jobs. Negare all'umanità i loro servigi, o assecondarli nonostante l'altezza del prezzo da pagare? I vuuv ci hanno reso in fretta tutti inutili, tutti disoccupati: si pensi per analogia all'avvento delle catene di montaggio, alla forza-lavoro del proletariato rimpiazzata infine dall'efficienza delle macchine. All'ordine del giorno, così, gli attentati contro le autorità e le proteste; una competitività maleducata che, in una guerra fra poveri, dà la colpa alla concorrenza dell'immigrato messicano (lo sa bene, da sotto il toupet paglierino, Donald Trump). C'è qualcosa, però, che l'infinita conoscenza degli alieni non contempla: l'amore, e la perdita di tempo che comportano le passeggiate romantiche, i tramonti per due, baciarsi alla francese. Che ne sanno loro, che si riproducono per gemmazione e hanno una passione esagerata per gli anni Cinquanta? Adam e Chloe, la fidanzata-coinquilina, si sono ingegnati: dare in pasto ai vuuv la loro relazione, mostrandosi innamoratissimi sotto lauto compenso in una sorta di reality show a tema Grease. Le macchine con gli alettoni, i drive-in, i frappé condivisi e le smancerie abbondano: anche quando l'amore passa – lei si invaghisce di un bellimbusto all'ultimo anno di liceo, che scolpisce statue a colpi di motosega e non la imbarazza con le conseguenze tragicomiche della Sindrome di Merrick –, ma il bisogno di sbarcare il lunario, di fingersi coppia, resta.

A volte si crede che la vista dall'alto possa infondere un senso di dominio e di potere; e poi invece scopri che ti fa soltanto capire quanto in realtà è stata piccola la tua vita.

Il povero Adam, spesso farneticante per la febbre a quaranta e il bisogno urgentissimo della toilette, è impegnato su un doppio fronte. Da un lato, combattuto tra intimità ed esibizionismo, truffa gli spettatori extraterrestri accanto a quella coetanea che d'un tratto non gli appare più incantevole come una Madonnina rinascimentale. Dall'altro, lo tenta l'idea di dipingere per quel concorso intergalattico l'America com'è e non come sarebbe bello che fosse: anche se i vuuv, turisti in un paese straniero, ne sanno poco d'amore, di religione, e meno ancora di arte. 
I capitoli di Paesaggio con mano invisibile avranno perciò i titoli o le didascalie dei lavori del protagonista: dipinti alla Hopper, intrisi di solitudine, per cogliere a colpo d'occhio il cambiamento tutt'attorno – i ricchi sulle case fluttuanti delle fiabe, i poveri che elemosinano il lieto fine su cumuli di curricula e pattume. Nel tentativo di familiarizzare con il capitalismo del futuro, allora, finire per somigliare ai membri della classe dominante – imparare la loro lingua di fruscii impercettibili, imitarne le brutte teste glabre –, o opporsi?

La mano invisibile che guida le nostre opere, le nostre azioni, i nostri mercati non potrà raggiungergi laggiù. Fuori dallo spazio e dal tempo, dal tempo e dallo spazio, non ci sarà più alcuna distanza tra noi e i nostri desideri.

La mano invisibile: quella di cui parlavano gli economisti settecenteschi; quella di dio, forse, che ha lasciato la terra sfitta, a beneficio di nuovi e molesti ospiti (che maggiorano i prezzi, sporcano, fanno i loro porci comodi). Cosa ci rende incontrovertibilmente umani? 
Non siamo solo rock 'n roll: c'è, infatti, chi osa ballare su un ritmo alternativo, il proprio. 
Non siamo tutti natura morta su tela: c'è chi sceglie la realtà, non l'evasione delle bugie. Pur scrivendo di semplice – be', si fa per dire – fantascienza.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: 4 Non Blondes – What's Up