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sabato 12 ottobre 2019

Recensione: I testamenti, di Margaret Atwood

| I testamenti, di Margaret Atwood. Ponte alle Grazie, € 18, pp. 502 |

Sono passati trentacinque anni dall’arrivo in libreria del Racconto dell’ancella. Romanzo lungimirante e spietato che, nell’arco di un paio di decenni, si è imposto a giusta ragione come un moderno classico della distopia: un genere d’invenzione, a tinte satiriche, che mai come oggi – nell’era della presidenza Trump, del movimento metoo, di barriere geografiche e ideologiche – si è rivelato spaventosamente premonitore. Tornato sotto i riflettori grazie al successo inarrestabile dell’omonima serie TV, il capolavoro dell’autrice canadese – nei giorni scorsi considerata perfino un papabile premio Nobel – trova in ritardo una sua prosecuzione ufficiale. La domanda, a fine lettura, prevedibilmente nasce da sé: serviva davvero? Sia Benedetto il frutto, e invece il sequel fuori tempo massimo? Giunto sugli scaffali con una trama tenuta sotto stretta segretezza, atteso a prescindere con un misto di fibrillazione e scetticismo, I testamenti si aggiunge all’universo temporale del predecessore. Per leggerlo, tuttavia, è preferibile essere al pari con la programmazione della serie con Elisabeth Moss. Meglio sapere già cos’è stato di June, ancella recalcitrante. Meglio sapere, soprattutto, se la sua gravidanza sia andata o meno in porto. A Gilead, infatti, tutti parlano della piccola Nicole: che fine ha fatto? C’è speranza che venga restituita alla famiglia del Capitano? 

La storia non si ripete, ma fa rima con sé stessa. 

In una comunità in gran fermento, erosa all’interno da scandali e corruzione, s’incrociano a qualche anno di distanza dagli eventi del primo capitolo le voci di tre personaggi femminili. Il primo, già noto, è Zia Lydia: aguzzina al solito dotata di carisma e sarcasmo straordinari, nella sua confessione fraudolenta mescola frammenti di un passato come giudice e descrizioni della routine ad Ardua Hall: un covo di donne di potere e corruzione, dove le rivalità all’ultimo sangue fra Zie e le contromosse per frenare il business della fuga costituiscono ormai la norma. In biblioteca, in mezzo a titoli proibiti che comprendono Jane Austen, Thomas Hardy e le sorelle Bronte, i posteri potranno trovare un giorno la sua confessione. Inediti, al contrario, i punti di vista delle altre narratrici mostrano le due facce dell’essere giovani al tempo del regime. Daisy, sedici anni, vive oltre il confine canadese: sfrontata e sicura di sé, è costretta a mettere tutto in discussione alla notizia della dipartita di quei genitori un po’ hippy e davanti a una missione rischiosa – infiltrarsi a Gilead sotto copertura. A Gilead, invece, la timida Agnes ha sempre vissuto all’insegna della cieca obbedienza: case di bambole, gonne fruscianti, una paura inconscia per gli uomini e l’autorità, un ambiente scolastico competitivo e crudele che dà lezioni morali attraverso sanguinosi episodi biblici. Costretta prematuramente a sposarsi, potrebbe sfuggire al suo destino di sposa bambina entrando a far parte delle Supplicanti: meglio diventare una macchina da figli, però, o scendere a patti con le contraddizioni delle Sacre Scritture, con tanto di documenti da insabbiare e messaggi censurati? 

Piansi? Sì: scese qualche lacrima dai miei occhi visibili, i miei umidi e piagnucolosi occhi umani. Però ne avevo un terzo, in mezzo alla fronte. Lo sentivo: era freddo come una pietra. E non piangeva, vedeva. E dietro qualcuno pensava: Rifarò i conti con voi. Non mi importa quanto tempo servirà e quanta merda dovrò mangiare nel frattempo, ma ci riuscirò.

Se le prospettive descritte sono parzialmente inedite, gli scenari e le situazioni risultano per forza di cose già esplorati sul piccolo schermo. Più credibile quando alle prese con l’evocazione dei costumi e dei trattamenti più barbari, Margaret Atwood è a disagio con scene d’azione e svolte da film di spionaggio. Soprattutto, pasticcia in maniera imperdonabile – parliamo, infatti, di una signora scrittrice – con segreti di Pulcinella che durano poche pagine appena e colpi di scena risibili, nemmeno avvertiti come tali dal lettore smaliziato. Si concentra sui giochi di potere interni, su tinte lievi e giovanili, ma il lungo salto temporale aggiunge poco allo spaccato dell’inquietante Repubblica, meno ancora al mito della Atwood. A corto di scene memorabili o nuovi spunti di riflessione, elegantissima nello stile ma elementare nell’architettura, la lettura è parsa al di sotto delle aspettative e tutt’uno con la trasposizione televisiva: da qualche anno a questa parte in caduta libera, spiace constatarlo, dopo gli exploit della prima stagione – non a caso, riproposizione fedele del Racconto dell’ancella. Ci sono voluti trentacinque anni, pare, per svelarci l’ovvio.  Prevedibilmente, il prosieguo della storia patisce una pianificazione a tavolino. Mancano le brutalità e l’urgenza, resta una scrittura tanto consapevole quanto compiaciuta: più forte ancora, però, è l’impressione che dietro la speculazione economica non ci sia sostanza. Pensavo fosse un testamento, invece era una fanfiction.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sia – Unstoppable 

lunedì 16 settembre 2019

Recensione: Per chi è la notte, di Aldo Simeone

| Per chi è la notte, di Aldo Simeone. Fazi Editore, € 16, pp. 280 |

Alcune estati, alcune guerre, non finiscono mai. È l’impressione che deve aver Francesco, dodici anni, vivendo immerso nella natura della Garfagnana e all’ombra del secondo conflitto mondiale. Fra i monti, in mezzo agli alberi, le notizie dal fronte arrivano smorzate. Mussolini è stato arrestato. Significa forse che la guerra è finita? Mentre i soldati tedeschi invadono le piazze del paese e le case, il protagonista sogna di costruire un fortino sull’albero e di sconfiggere una paura inconfessabile. Quella verso il famigerato Bosco delle Sorti. Un dedalo infido e pericoloso, in cui rovi e sentieri sembrano muoversi da sé come succede alle scale di Hogwarts: anche lì, inoltre, sembrerebbe esserci lo zampino del paranormale. La nonna di Francesco, tenera dispensatrice di leggende folkloristiche, gli ha parlato della presenza degli streghi. Spiriti senza pace, con una candela fra le dita scheletriche, che in cerca di una via d’uscita fagocitano tutti i malcapitati: la conta delle vittime comprenderebbe anche il capofamiglia, considerato però un disertore dal resto della comunità. Che suo padre sia rimasto davvero prigioniero? Francesco rispetta rigorosamente il coprifuoco e guarda a quel confine con un misto di ansia e speranza: varcarlo significherebbe lasciarci le penne, e soprattutto crescere. Se in una storia di formazione vecchio stile, con più di qualche debito dichiarato verso i bambini di Stephen King, il nostro piccolo eroe non potrà che avere due compagni d’avventura per fronteggiare le proprie paure: da un lato Secondo, piantagrane manesco e bellicoso che vorrebbe raggiungere il fratello maggiore in battaglia diventando l’ennesimo soldato fanfarone; dall’altro lo sfuggente Tommaso, accolto in segreto nella canonica di Don Dante – che sia un comunista allora o, peggio, un ebreo?

«Non è mica possibile». «Cosa?».
«Smettere di avere paura». «Sì, invece. Si sceglie anche quello».
«Si sceglie tutto per te?». Mi sorrise. 

Erano anni disperati: per sfamarsi si uccidevano cani e gatti e nei pozzi scoperti potevano essere rinvenuti resti umani, sangue a secchiate. Erano anni, di conseguenza, in cui cercare la magia dappertutto: davanti allo sfacelo dello Stivale, meglio fantasticare di case stregate, fate, orchi e caproni demoniaci; meglio concentrarsi su uno scontro parallelo che opponeva forze umane e forze soprannaturali alla resa dei conti fra nazifascisti e partigiani. L’esordiente Aldo Simeone, con una scrittura emozionata ed evocativa, punta tutto sulla suggestione delle atmosfere e sulla caratterizzazione dei protagonisti. 
Nato nella notte di San Giovanni, allergico all’incenso e per di più mancino, il cagionevole Francesco scambia la sua attrazione per l’ignoto per una propensione al male, quando calarsi dalle grondaie, violare le regole e inciampare in misteri e morti ammazzati è soltanto un diritto dei suoi spericolati dodici anni. Gli fa da spalla Tommaso, che parla già come un adulto e lo invita a osare con i mignoli intrecciati stretti: dopo tanto indugiare, violeranno insieme la soglia che li separa dalla radura incontaminata e dal diventare uomini?

Ogni spettro è un ostinarsi affannoso nell’impossibile, è un atto mancato che si ripete non per risolverlo o riscattarlo, ma per ripetere il proprio errore. Dalla morte ci si salva morendo, dalla colpa accettando la colpa. Questo, probabilmente, era il male degli streghi: non volersi rassegnare, continuare una guerra già persa in partenza, accanirsi in quell’unica direzione. Per la prima volta, ne provai pietà.

Qualcosa non torna, purtroppo, in un finale a corto di colpi di scena e aperto a un brusco flashforward. Fatti di lungaggini e ripetizioni, fra ritorni, fughe e ricerche continue, gli angosciosi ultimi capitoli colgono il protagonista troppo impegnato a infangarsi le scarpe nella scorribanda definitiva per partecipare alla vita dei personaggi secondari. Le cose, perciò, hanno il difetto di accadere fuori scena: quando Francesco non c’è. Ma se non tutto torna, se non tutto si spiega, è perché così domanda in fondo la ricca tradizione del realismo magico. A metà fra Il buio oltre la siepe e Io non ho paura, confinante anche coi toni dell’ultimo Fabio Bartolomei giunto in libreria, Per chi è la notte è un amaro compendio di generi ed esistenze. 
Una rievocazione color seppia, inquieta e malinconica, che guarda tanto alle ferrovie dei romanzi del Re quanto ai sacrifici di sangue dei nostri patrioti sconfitti. Alla storia di un dodicenne coraggioso, se ne affianca quindi un’altra: quella con la lettera maiuscola. Stringiamo le dita, intanto, sperando che almeno una delle due si concluda lietamente.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Marlene Kuntz + Skin – Bella ciao