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mercoledì 21 luglio 2021

Brevi e romantiche: Foodie Love | Master of None S03 | Generazione 56K | Chiamami ancora amore

Lui e lei non hanno un nome. In un'era senza pandemia, si incontrano grazie a una app pensata per gli amanti della buona cucina. Parlano moltissimo, temporeggiano e divagano, ma non si dicono niente l'uno dell'altra. Braccati dai fantasmi delle relazioni passate, ci mettono la bellezza di cinque episodi per scambiarsi un bacio. Bevono cose sofisticate, mangiano squisitezze degne degli chef stellati, si muovono tra Spagna, Italia, Francia e Giappone. Quanto sono connessi stomaco e cervello? E il cuore, in quest'equazione, che ruolo ricopre? Laia Costa, al solito cosmopolita e disinibita, è un'editor che filosofeggia di croste sul cuore che sarebbe meglio non grattare. Il fascinoso Guillermo Pfenning, invece, è un matematico che si è preso un anno sabbatico: si lamenta un po' troppo, e un po' troppo confida nel prossimo. Di loro ci parlano quelle conversazioni che sono un piacere origliare, ma anche le nuvolette che raccolgono i loro pensieri segreti o quelli degli altri avventori. Ciarlieri ma impenetrabili, diretti magnificamente da Isabel Coixet, ispirerebbero un tour gastronomico in tempi migliori di quelli correnti. Esistono davvero quei locali così telegenici, che qui offrono alla coppia fondali incredibili? In un viottolo della Città Eterna c'è forse una gelateria con una filosofa al bancone, che sembra essere proprio la nostra Littizzetto? È il Normal People della generazione successiva. È il Prima dell'alba al tempo degli algoritmi. Ma preferisce citare Secretary, Io e Annie, Hiroshima Mon Amour e spaziare, nella colonna sonora, da Vinicio Capossela a Mina. È loquace, è colto, è spudoratamente sexy, è una gemma preziosa che in piena pandemia mi ha fatto sentire nostalgia del contatto carnale e dei ristoranti assiepati. Guardatelo su Rai Play. Perché Foodie Love insegna che le cose belle – e quelle brutte pure – sono inutili se non condivise con qualcuno di speciale. (8)

Si chiama Master of None. È scritta, diretta e recitata dalla stessa persona: un genio incompreso. Oggi resta la serie più sottovalutata di casa Netflix. Perché recuperarla? Per lo sguardo indie irresistibile, l’ironia raffinata e perché il protagonista Dev, attore aspirante, nella seconda stagione omaggiava il cinema di De Sica e faceva innamorare una Mastronardi radiosa come non mai. Lontano dalle scene per diversi anni, Aziz Ansari è stato travolto da accuse per molestie cadute in quattro e quattr’otto. Ritorna, finalmente, ma questa volta sceglie di starsene in disparte. Di non far parlare di sé e di rendere omaggio proprio a loro, le donne: la terza stagione di Master of None è un gesto per scagionarsi. Lontani anni luce dagli episodi precedenti, più drama che comedy, Istanti d’amore segue gli alti e bassi di una coppia nera e omosessuale mentre l’età adulta e l’orologio biologico seminano nuove prerogative. Come perdonare un tradimento? Cosa fare di quell’invidiabile cottage di design, arredato con simmetrie certosine? A quando, soprattutto, un figlio? La serie spiazzerà i fan. Ne scontenterà più di qualcuno. Ha toni agli antipodi, sembra un dramma di Baumbach. Dev, che ha smesso di fare l’attore e sta perdendo i capelli, vive a casa coi suoi e ha un ruolo marginale. La regia, al solito impeccabile ma glaciale, è fatta di campi lunghissimi, musica operistica e di un claustrofobico 4:3. Contro ogni pronostico, io mi sono abituato in fretta. E ho trovato il primo episodio bello – il focus è su Denise, la migliore amica di Dev –, il quarto un capolavoro – complice la rivelazione Naomie Ackie, che ci guida nel percorso accidentato della fecondazione assistita –, il quinto un agrodolce e bellissimo ritorno alle origini. Si chiama proprio così, questa serie: Maestro in nulla. Ma davanti a tanta bellezza inattesa, davanti a tanta chimica, ancora una volta si fatica a prestar fede alla modestia del titolo. (8)

Può il primo amore avere una seconda possibilità? Daniel e Matilda, compagni di classe alle scuole medie negli anni Novanta, si rincontrano a trent’anni con un appuntamento al buio: peccato che ci sia un equivoco alla base e che lei, restauratrice, stia per convolare a nozze con Enea, regista teatrale dall’adorabile accento britannico. Deluso, il protagonista – che per mestiere sviluppa app d’incontri – si lascia andare ai ricordi d’infanzia e a due voci, tra un passato sfavillante e un presente dubbioso, costruisce tassello dopo tassello questo ritorno di fiamma. L’avvento di internet ha facilitato o complicato le nostre esistenze? Le relazioni: meglio senza modem? La magia dell’isola di Procida e i consigli degli amici di sempre, interpretati dai divertentissimi Fabio Balsamo e Gianluca Fru, faranno la differenza. Da un’idea di Francesco Ebbasta, trentaquattrenne napoletano che ha contribuito al successo dei The Jackal su YouTube, arriva su Netflix la commedia sentimentale di cui il tuo umore storto non sapeva di aver bisogno. Stremati dal caldo e dalla noia del mese di luglio, correte a rifugiarmi negli otto episodi di Generazione 56K. Un tuffo piacevole, nostalgico e leggerissimo nei migliori anni della nostra vita, con uno scenario da cartolina che farebbe l’invidia della Disney Pixar e una coppia rivelazione – i bravi e belli Angelo Spagnoletti e Cristina Cappelli –, che si prende, si lascia e si riprende ancora in mezzo a pile di floppy disk e canzoni degli 883. (7)

Incuriosito da un intenso spot, dove al romanticismo del giorno delle nozze si alternava un ballo in cui i protagonisti non riuscivano neanche a sostenere l’uno lo sguardo dell’altro, ho seguito in diretta le prime due puntate. Da lì non mi sono perso nemmeno gli appuntamenti settimanali successivi. Ci sono una coppia in lotta per l’affido del figlio, piccola promessa del calcio; le ricerche a tappeto degli assistenti sociali; i ricordi di un amore ormai sbiadito. Conoscendo gli standard della TV generalista, sarebbe potuto venirne fuori il classico amarcord. Invece questa fiction in sei puntate è una rissa che, a suo piacimento, colpisce basso. Contemporaneo, moderno, dolorosissimo, ricorda Lacci e Storia di un matrimonio. E a me ha ricordato il tracollo vissuto dalla mia famiglia con una puntualità animale. Può una grande passione cedere il passo a un odio velenoso? Succede a Greta Scarano e Simone Liberati, protagonista di due performance da applausi, al centro di una guerra in cui tutto è lecito: troppo impegnati a ferirsi reciprocamente, purtroppo, non pensano alla reale vittima del conflitto. Il figlio. Lontana dai cliché Rai, scritta bene e recitata meglio ancora, la serie di Giacomo Bendotti e Gianluca Maria Tavarelli ha il coraggio di parlare fuori dai denti d’interruzione di gravidanza, depressione post parto, abusi familiari, fecondazione assistita. È l’anti This is us per antonomasia. I Pearson sono perfetti, i Pearson sono degni d’invidia. Ma la mia famiglia somiglia più a questa. Sfasciata, imperfetta, un po’ cafona. E rivederci ha fatto bene e, insieme, male. (7,5)

sabato 26 maggio 2018

Metti una sera su Netflix: The Kissing Booth, Newness, 6 Balloons, Happy Anniversary, Verònica

Shelly è una di quelle adolescenti di cui ti accorgi quanto sono belle da un'estate all'altra. Le curve sbucate all'improvviso e l'allestimento di un chiacchierato stand dei baci rappresenteranno per lei un grattacapo non da poco. Colpa della gonna troppo corta se i coetanei fanno apprezzamenti spinti, che la imbarazzano e segretamente la lusingano. Colpa del rissoso e iper protettivo Noah se, con la scusa di proteggerla, si avvicina quel che basta a innamorarsi corrisposto di lei. Peccato sia il fratello maggiore di Lee, che di Elle è l'amico di tutta un'infanzia. Peccato che tra i due, pappa e ciccia, ci siano regole da non violare in nome di un lungo sodalizio. In fatto di sentimenti, i parenti sono materia proibita. Amore o amicizia? E che amicizia è, poi, se ci domanda di scegliere? Tratto da un romanzo in uscita per De Agostini, The Kissing Booth avrebbe potuto scoraggiarmi – con la sua aria appartentemente televisiva, con i suoi triangoli indigesti da un pezzo –, se non fosse stata per la media online che non ti aspetti. Che sia nel suo piccolo un'eccezione alla regola, per fortuna, te ne accorgi presto. Il segreto: la verve di Joey King, non bellissima eppure adorabile, degna della cotta che contrappone gli aitanti Joel Courney e Jacob Elordi. Commedia romantica frizzante e spiritosa, leggerissima, ricorda i teen cult degli anni '80 senza ricorrere alla retromania dilagante già bella che venuta a noia – a cosa serve ambientarla in un passato d'oro, poi, se hai mamma Molly Ringwald nel cast e un confronto finale sulle note di Don't You (Forget About Me)? Una sedicenne come tante e come nessuna, John Hughes che dà appuntamento al recente The Duff, ritmi azzeccati: come strapparti sorrisi frequenti, così, e un ultimo bagio. (6,5)

L'amore oltre il confine, quello clandestino, quello proibito se all'interno di una distopia futuribile. Drake Doremus torna a raccontarcelo a modo suo. Tema inesauribile con altri angoli da indagare, nuove tecnlogie con cui fare i conti. Quello tra Nicholas Hoult e Laia Costa – così belli e talentuosi da fare invidia – sboccia sui siti d'incontri, e a causa di quelli rischia di morire. Lui, con già un matrimonio alle spalle, è segretamente in cerca della compagna giusta. Lei, spagnola in terra americana, insegue l'orgasmo. La loro notte di fuoco si trasforma in una convivenza di cui ci si annoia presto. Eppure troppo giovani per un terapista di coppia, innamorati come dicono, aprono le porte della camera da letto ad altre persone: non sanno bastarsi. Il sesso prima li unisce, poi li divide. Hoult ossessionato dai rimpianti verso la storica ex, la Costa presa da un uomo più grande. Dedicato alla memoria di Anton Yelchin, autentico ma prolisso senza reale motivazione, Newness parla come Genovese degli effetti collaterali che la tecnologia ha sul cuore e dei contro delle novità a tutti i costi: riflessioni post-moderne accompagnate da un tocco ormai riconoscibile, con dialoghi quotidiani, una fotografia bluastra e primi piani morbidissimi ma mai indulgenti – al contrario dei film precedenti qui c'è tanto contatto fisico e scarsa intimità: ci si confessa i reciproci amanti, mai i segreti personali. Questo amore online, quest'ultimo Doremus, piace sempre, ma meno del solito: se scettici come me all'idea della coppia aperta, ma attenti alla sensibilità del cinema indipendente. Se abbastanza vecchio stile da non credere nelle sperimentazioni e alle lacrime di coccodrillo di protagonisti un po' scostanti. La libertà, per ironia della sorte, sta nel legarsi spontaneamente; nell'annoiarsi insieme, in un finale che finalmente emoziona. Osando desiderare qualcosa di proprio in un mondo usa e getta, a forma di smartphone. (6,5)

Il quattro luglio, un giorno di festa. All'Indipendenza si aggiunge l'organizzazione di un compleanno a sorpresa. L'affaccendata Katie recupera festoni e palloncini colorati, il miglior vestito dal fondo dell'armadio e soprattutto gli invitati. Compresa la sua famiglia. Compreso il fratello minore, Seth: già ragazzo padre, già entrato e uscito in un indistinguibile andirivieni dalle cliniche di disintossicazione. Passarlo a prendere a casa diventa un'impresa: salvarlo di nuovo dall'eroina. Si dimena come un pazzo sul sedile anteriore. Porta le maniche luglie in piena estate. C'è ricaduto. Il bruciore della dipendenza, più forte dell'amore verso una bambina col pannolino sporco a cui ha promesso in pasto i fuochi d'artificio. Per Katie – una vita in differita, consacrata alle fragilità del prossimo –, invece, il sangue del suo sangue viene prima del futuro. In cerca ora di una clinica, ora di un'ultima dose, Abbi Jacobson accompagna un ottimo Dave Franco, alle prese con la prima grande prova distante dalle commedie demenziali e dall'ombra del più famoso James, in una Los Angeles in cui tutti vanno in rehab e le tentazioni sono sempre dietro l'angolo. Lei, con un vestitino da cocktail fuori luogo nei mondi di Shameless, sfida i bassifondi e attacchi di panico in cui pensa letteralmente di annegare (e Seth, in tutto ciò, resta la sua zavorra). Lui, in preda ai sudori freddi, al vomito e agli attacchi di dissenteria, è un tornado che ti porta in alto nei momenti di euforia e poi ti distrugge. Un'ora e quattordici per passare a comprare una torta d'alta pasticceria e la droga. A sorpresa, abbastanza per affezionarsi alla semplicità e al realismo di questo film. Due protagonisti al loro meglio. Una regia notturna, serratissima, con un taglio stilistico alla Sean Baker che a tratti lo rende un gioiellino. Dramma indie sparato dritto in endovena, 6 Balloons ha tutto il dolore, la violenza e la tenerezza che possono starci. In una macchina che porta verso i pusher. In un palloncino a elio sospeso nella speranza, finché non scoppia. (7)

Sentirle dire che non è felice davanti a una colazione a letto. Davanti a un ragazzo che, fra giochi erotici, piccoli riti e un linguaggio di gesti e risate coniato soltanto per loro, cerca di mantener viva la scintilla. Lui, infatti, è sentimentale per natura. Lei, la realista dei due, pare invece eternamente insoddisfatta. Colpa di un figlio che non arriva, degli ex, del cane che puzza, della cortesia esagerata del primo e della luna storta dell'altra. Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? Melodramma (pre)matrimoniale con protagonisti logorroici, bizzarri e umani che sperimentano al terzo anniversario le gioie e i dolori di mettere il cuore al vaglio, la commedia Netflix ha comprimari telefilmici per nulla indispensabili (Isidora Goreshter da Shameless e Kristin Bauer van Straten da True Blood) e un piglio indie che, al solito, la salva dai connaturati difetti. Dopo tre anni d'amore, per la copia uscita peggio di Zoey Deschanel, Noel Wells – già vista e mal sopportata in Master of None –, e Ben Schwartz, è in agguato la fine o forse un'altra occasione? Tutta questione di punti di vista, in Happy Anniversary. Un giorno all'apparenza lieto innesca nella coppia – che prende in giro le smanie dei coetanei radical chic, che si dà contro per sport pur di non cadere vittima della medesima ipocrisia – una serie di reazionie e pensieri collaterali. Accontentarsi. Ingannarsi. O, semplicemente, rassegnarsi al fatto che il tempo si cambi, anche come amanti? (5,5)

Non ho mai fatto mistero della mia predilezione per il cuore nero degli horror iberici, né per la concezione secondo la quale nel cinema di genere – ormai senza idee vincenti – si debba preferire la forma alla sostanza, se in cerca di qualche guizzo. Verònica è un film che gioca con il fuoco delle tavolette Ouija e il fascino delle evocazioni: l'ennesimo. Corrono gli anni Novanta, ed ecco i poster alle pareti delle adolescenti, le cuffiette del walkman nelle orecchie e un piacevole gusto kitsch, che contempla luci al neon e musica elettronica. La protagonista, quindicenne, è la primogenita di una famiglia bella ma popolosa, in cui lei si trova a fare un po' da mamma. Anche se aspetta ancora il primo ciclo mestruale, confine invisibile fra le donne e le bambine. Anche se le ragazze responsabili non trafficano con l'occulto da edicola, con il rischio che qualcosa – un'ombra alla James Wan, mostrata con intelligenti vedo-non vedo – si impossessi del suo corpo. Non mancano i cliché: la suora cieca con un fiuto per il male; il detective messo in difficoltà da un crimine con implicazioni paranormali. Non manca lo splatter, con un lungo incubo in cui la protagonista viene divorata dalla nidiata di fratelli minori: gli stessi che rendono adorabili, eppure, la quotidianità e il giovane cast – su tutti ovviamente lei, la bravissima Sandra Escacena – dell'ultimo film del sempre affidabile Paco Plaza. Il regista, braccio destro di Balaguerò nella saga in caduta libera di Rec, ricorda i nostri Fulci e Argento nella grana autenticamente rétro delle immagini; perfino lo Spielberg di Incontri ravvicinati, con il tenero Antonito incantato sull'uscio del bagno. L'eclissi oscura Madrid e anima un ipnotico delirio, fra possessione satanica e allucinazioni, con un tocco d'autore – classico e modernissimo insieme – che, come si diceva, sa fare la differenza. Inquietante metafora del diventare adulti come il cannibale Raw, Verònica è la riprova di come il male padroneggi tutti gli idiomi del mondo. Lo spagnolo, lingua di balli di gruppo e brividi non da poco, a quanto pare, meglio di altri. (7,5)

venerdì 4 maggio 2018

Mr. Ciak: Loro 1, A Beautiful Day, The Bick Sick

Una escort contorsionista ha un suo tatuaggio sul fondoschiena: i clienti, nel momento clou, ne prendono il ghigno sornione come incentivo. Qualcuno ha salvato invece il suo nome in rubrica con un indizio a lettere maiuscole. C'è chi vorrebbe raggiungerlo con le buone, chi con le cattive. Chi vorrebbe fargli le scarpe, chi promettergli una compagnia indimenticabile. Tutto, mezzi leciti e non, pur di raggiungerlo. L'imprenditore pugliese di Scamarcio per ingraziarselo punta alle donne di malaffare più seducenti della capitale, a una villa di piaceri indicibili sulla costa sarda – su fronti paralleli, la compagna Axen si lavora l'ex ministro Bentivoglio, mentre l'inarrivabile Smutniak organizza, suggerisce, solletica. Loro, quelli che contano: un manipolo colorato di lucciole e papponi, prede e predatori, che sfila in pompa magna lungo i Fori imperiali o si sollazza in piscine pornografiche. Lui, quello di cui si parla con l'acquolina in bocca. La luce verde di Gatsby, l'estasi perfetta, l'idolo da rintracciare: Silvio Berlusconi. A sorpresa, abbastanza modesto da lasciare la coralità dei suoi viziosi cortigiani nel titolo di un paese dei balocchi spacciato per biopic. Mentre fuori ci si scatena in bagni di donne ed euforia, il Cavaliere sbircia. Entra in scena dopo un'ora. Con la Lario di un'ottima Ricci con cui ci si è ormai ridotti alla copia sbiadita di Sandra e Raimondo, un giocatore di grido tentato dalle offerte della rivale Juventus e, giacché sotto indagine, il destino a impedirgli il ritorno al potere. Il gigione Servillo tradirebbe preoccupazione, ma la sua maschera di botox nega qualsiasi espresività. Sembra eternamente ottimista perciò, eternamente bambino, in una vita in vacanza che ci mostra i goffi tentativi di conquistare una moglie che legge Saramago, la segreta tenerezza dietro la macchietta, senza però mai impigrirlo. La TV è accesa sui quiz a premi e le vallette del Bagaglino. Sesso, cocaina e denano fanno a gara con il penultimo Scorsese. Gli animali delle solite metafore scorazzano liberamente a Roma e il dolce capretto dell'incipit si schianta sulla moquette per il rigore eccessivo dell'aria condizionata – il gregge che è l'Italia, forse, in cerca a suo discapito di un posto al sole: anzi, all'ombra? Non mancano le stranezze del grottesco, le suggestioni che mescolano amore e squallore, le canzoni ad hoc e i migliori volti di casa nostra. Il Sorrentino superficiale e danzereccio che ti aspettavi: il bunga bunga al posto della Carrà, il nudo di una Madalina Ghenea sostitutito con quello di cento soubrettine, Arcore come il Vaticano. Insomma, il Sorrentino che da queste parti piace sì e no: il pregiudizio sul suo cinema preso di petto ma, per fortuna, scarso spazio alle noie autoriali, ai silenzi della sceneggiatura, all'idea sconsiderata di non andare a godere della seconda parte di questo suo dittico in forse. Una festa su invito esclusivo di cui urge confermare la partecipazione, il sì, prima di dirla degna o meno di quelle di un tale chiamato Gambardella.

Un ex marine diventato sicario viene assoldato da un senatore per salvare la figlia, ancora troppo bambina per fare la ribelle, dal malaffare. La missione, rapida ma affatto indolore, gli sfugge di mano: a rischio, più di qualche interesse politico e coloro a cui è affezionato. Siede di notte al volante come in Drive, impugna il martello insanguinato di Old Boy, ha come spalla una ragazzina sfortunata e precoce alla Léon. A intepretare Joe, giustiziere silenzioso e brutale, non sono i vari Liam Neeson o Bruce Willis che ti aspetteresti da una storia così: da hard boiled canonico, in definitiva, proprio come suona. Ti domandi cosa ci faccia allora in un cast a corto di comprimari, di antagonisti veri, un Phoenix imbolsito e letale, premiato a sorpresa ma meritatamente allo scorso Festival di Cannes. Ti domandi cosa ci faccia alla regia Lynne Ramsay, già bravissima in E ora parliamo di Kevin. A Beautiful Day, titolo scelto in Italia al posto del più evocativo You Were Never Really Here, è fatto di pochi dialoghi e tanto sangue: essenziale, secco, magistralmente diretto e musicato. Film canonico ma strano, stranissimo, che sembra non decollare mai, scegliendo una ricercata lentezza anche quando la situazione precipita – quando succede, lo fa un po' troppo frettolosamente – e delineando impensate similitudini fra l'assassino e l'adolescente. Lui, interessato ai fatti e poco alle chiacchiere, coltiva in segreto pensieri suicidi, brutti ricordi, e sa mostrarsi tenerissimo al capezzale di una mamma anziana, spaventata da Psycho alla TV. Lei, purtroppo abusata, è in cerca dell'innocenza perduta e invita lo scorsesiano Joe a fare altrettanto. A Beautiful Day suggerisce. Il loro passato traumatico, una candida complicità e perfino la violenza, spiata in una sequenza brillante nel bianco e nero delle telecamere di sorveglianza. Semplice, scontatissimo negli snodi, è però troppo indie per scendere a patti con il pulp gratuito. La Ramsay insegna, così, che a fare la differenza è cosa scrivi e cosa non scrivi; cosa mostri e cosa non mostri. In quei thriller a togliere, in cui meno è più e le belle giornate vanno celebrate con un brindisi al frappè sul sangue versato. (7-)

Lui, aspirante comico, incontra lei, aspirante psicologa. Si conoscono in un locale, guardano un horror di Romero e, inevitabilmente, finiscono a letto. La storia di una notte si rivela qualcosa di più grande. Che guaio impegnarsi, se le famiglie non approvano. Lui, pachistano destinato a un matrimonio combinato da tradizione; lei bianca come il latte e, soprattutto, di fede non islamica. L'intolleranza e le incomprensioni li separano presto, sul più bello. A farli ritrovare, una malattia autoimmune, di quelle con la lettera maiuscola: Emily, a causa di un'infezione da chiarire, finisce in coma indotto. E al suo capezzale Kumail, ormai un ex a tutti gli effetti, fa i conti con i genitori di lei, in crisi matrimoniale. E con un amore in terapia intensiva che, forse, non è mai finito. Un altro aspirante attore, un altro aspirante americano; malintesi linguistici e biologici che, assieme ai sogni in assonanza e a quell'Oriente da cui è stato presto sradicato, sembrano rendere a tratti The Big Sick la versione cinematografica e pachistana del bellissimo Master of None. Ma con meno simpatia e più giri, più chiacchiere a vuoto. Peccato, perché Kumail Nanjiani – questa, essenzialmente, è l'autobiografia delle suo nozze – ispira una sincera simpatia. Gli invadenti genitori lo vorrebbero barbuto, sposato con una ragazza straniera, americano ma non troppo. Avrei desiderato la leggerezza etnica del Mio grosso grasso matrimonio greco, a questo punto. Avrei sperato, soprattutto, che Zoe Kazan e il suo essere naturalmente adorabile facessero la differenza. Invece l'apprezzato ritorno alla regia di Michael Showalter, già autore del delizioso Hello My Name is Doris, è uno di quei film che perfetti per me lo sono soltanto in teoria. In pratica, invece: quanta insofferenza durante. Dramedy indie incerta sui toni e sulle proprie origini, The Big Sick parla di orientali e occidentali, dei falsi abbagli del multiculturialismo e del sogno (d'amore) americano. Probabilmente, perde qualcosa in fase di traduzione. E ho perso man mano interesse io, affatto meravigliato nel saperlo messo ai margini della stagione dei premi, fra strane relazioni, strane nevrosi e strane tappe. I suoi grandi e inguaribili mali? Le inconfondibili lungaggini di Judd Apatow, pesante e sgradito terzo incomodo anche quando si limita produrre come in questo caso. Le freddure gratuite della stand up comedy, che per tutto il tempo fanno domandare dove sia finita la meravigliosa Mrs. Maisel quando, al microfono, c'è bisogno di lei. (5,5)

martedì 8 agosto 2017

I ♥ Telefilm - Speciale Comedy #1

Perché non l'ho visto prima? La domanda sorge da sé, spontanea, alla fine delle venti puntate che costituiscono prima e seconda stagione di Master of None. Una comedy Netflix newyorkese, premiatissima, che ha attirato la mia attenzione più per la partecipazione di una guest star italiana che della presenza fissa agli Emmy – un sorriso di Alessandra Mastronardi può tutto, ebbene sì, anche giustificare una maratona clandestina dei Cesaroni e far capitombolare all'unisono i giornalisti di IndieWire. Tocca aspettare la seconda stagione, l'arrivo in una Modena in bianco e nero che ammicca a Ladri di biciclette, per scoprirla innamorata insoddisfatta del solito Scamarcio e impiegata in un famoso pastificio della città. L'arrivo dell'adorabile Dev, americano in cerca di se stesso, metterà tutto in forse – tra balli già cult mentre fuori cade la neve, canzoni di Mina (Un anno d'amore, stupenda), passeggiate lunghissime che sembrano parte della perfetta romcom. Andiamo con ordine però. Partiamo dalla prima stagione. Dove il sorprendente Aziz Ansari – che recita, scrive e dirige, il tutto con innata simpatia e buon gusto – è un aspirante attore che non si accontenta più di apparire qui e lì. Sogna un ruolo da protagonista. Rifugge il luogo comune dell'indiano tassista, gestore di minimarket, vittima sacrificale. Lo supportano la famiglia, amici simpatici quanto lui (su tutti Arnold, gigante abbracciatore) e dosi generose di pasta fatta in casa. Si parla di religione, generazioni contro, matrimonio e convivenza. Si beve, si gironzola, si mangia. Si vola in Europa, infine, con il cuore in frantumi e all'inseguimento di un sogno: pasta all'uovo e l'amore impossibile per la Mastronardi, bellissima trentenne provata da un indimenticabile autunno a New York. La cucina, lì, è un'altra cosa, e ispira progetti alternativi: quant'è lungo il passo da attore a presentatore di un talent ai fornelli? Quanto è difficile non inciampare nei cliché – compresi quelli sugli imperituri poligoni sentimentali? Master of None è un gioiello intelligente, chiacchierato, originalissimo nella struttura. Una Grande Mela così viva, inoltre, non la si vedeva dai film del giovane Allen. E' uno di quei film indipendenti che tanto adoro, ma a puntate. Per questo più godibile, per questo più bello ancora. Sul reinventarsi e, da anonimo figurante, trasformarsi in protagonista della propria vita – conquistando la bella, brindando, lasciandosi andare. Sull'insostenibile leggerezza, finalmente, del non fare l'indiano. (8)

Timido e sdolcinato, il protagonista di Scrotal Recall si portava a letto un mare di ragazze. La comedy britannica aveva del geniale, davvero: Dylan, dopo aver contratto una malattia venerea, chiamava una ad una le sue partner passate per metterle in guardia. Ogni puntata era dedicata così a una cotta, a una sbandata: a storie lunghe o corte che l'avevano cambiato nel profondo. Tra una stagione e l'altra sono passati quasi tre anni: troppi, se l'attesa non è stata ripagata a dovere. La serie passa a Netflix e cambia titolo. Il novello Lovesick, in realtà, di nuovo non ha niente. Stanca prosecuzione della stagione introduttiva, ha gli stessi protagonisti e una struttura immutata. A lungo andare, se qualcosa non si evolve, anche le compagnie più piacevoli stancano. E Lovesick o Scrotal Recall che dir si voglia, da me molto atteso, lo si guarda a cuor leggero, ma questa volta poco coinvolti. L'ho visto sotto Natale e ne parlo solo ora. Più per riempire un post infrasettimanale che per voglia. Più per dirvi che è la copia carbone della prima stagione, ma che l'altra – vuoi l'effetto sorpresa ed episodi schematici, che non si prestavano affatto al binge watching – era stanamente un'altra cosa. (5,5)

Scoperto qualche anno fa, Please Like Me era stato un gran recupero. Le disavventure di Josh avevano i colori pastello di Anderson e un umorismo differente, australiano, da scoprire puntata dopo puntata. Qualcosa, come in una di quelle commedie dove succede tutto e non succede niente, mi era venuta a noia col tempo. Episodi troppo hipster, troppo ripetitivi, troppo vuoti. Di buono: il talento del factotum Josh Thomas, capace e autoironico, anche se non particolarmente simpatico a detta del sottoscritto; la sigla da fischiettare, con tanto di cani e prelibatezze al seguito; i coinquilini d'oro e gli adorabili genitori in crisi esistenziale. Please Like Me, a sorpresa, si è concluso con la quarta stagione lo scorso dicembre – a sorpresa, dico, anche se è una stagione che non sorprende, perfettamente in linea con le ultime. I fidanzati sperimentano e si rendono conto che c'è di meglio in giro. Gli amici dicono di volersi trasferire: cose che capitano, crescendo. Le mamme bipolari, in attesa di guarire, minacciano lacrime. Josh, come Jack Frusciante, esce dal gruppo. Ci lascia così. Tra nevrosi, carineria e presenze fisse, ma senza rammarico. Forse ne sentirò la mancanza fra un po', ma dico che va bene così. Con un sorriso amaro e un ritornello da fischiettare, per ricordare che staremo meglio sulla scia di una canzone. (6)

Liza Miller, divorziata e madre di una figlia al college, aveva quarant'anni e scarse speranze di trovare lavoro. Entrava in una casa editrice spacciandosi per una ragazza ben più giovane. Quanto mai poteva durare? Anni e anni dopo, ci credono ancora tutti. Precisamente, la storia va avanti da tre stagioni. E Younger risulta sempre carinissimo, di gran compagnia, nel suo non essere niente di che. Materiale da commedia hollywoodiana, uno dice. Novanta minuti di sorrisi e cose non dette, e poi? E poi ci sono nuovi titoli da lanciare in casa editrice, seguendo la moda dei romanzi erotici scritti sotto pseudonimo e quella non meno dilagante del memoir; c'è un giovane tatuatore che vorrebbe impegnarsi sul serio, che chiede un figlio, ma a quarant'anni (anche se se ne dichiarano la metà) ci si pensa su mille volte prima di fare un passo importante; c'è che il castello di carte di Sutton Foster rischia di vacillare. Younger si difende bene. Quel telefilm da guardare con un occhio solo, mentre fai altro, è lieve e pulito. Le bugie hanno le gambe corte. Quelle della Foster, al contrario, sono lunghissime; come loro, la lista da spuntare degli indaffarati sceneggiatori. La quarta stagione, zitta zitta, è già qui. (6,5)

Se me lo chiedessero oggi, forse risponderei che Mom è una delle sitcom più valide su piazza. Dopo quattro anni, sulla CBS restano i sorrisi, i casi umani, il solito posto alla solita tavola calda. La serie, nell'arco di altri ventidue episodi, racconta la convivenza forzata di due disperate: mamma e figlia, separate dal rancore e unite poi dalle ristrettezze economiche. Dicono di non ricordare gli anni Novanta: li hanno bevuti e fumati. Hanno figli che preferiscono strare altrove, nel caso di Christy, e un'acuta sindrome di abbandono spostandoci alla scapestrata Bonnie. Si sono disintossicate insieme. Non saltano una riunione degli alcolisti anomici, si danno addosso. La prima studia Giurisprudenza – in un appuntamento al buio, in un episodio, conosce anche il marito Chris Pratt –, l'altra ha scelto di non voltare le spalle all'amante in sedia a rotelle. Si spera per tutto il tempo, ma il sogno americano non è cosa da tutti. E con quel misto di amarezza e sarcasmo, allegria e tenerezza, Mom si rivela al solito una sitcom più profonda di tante – qui si parla di stupro, aborto e adozione, evasione fiscale, senza sacrificare mai la leggerezza. Quelle risate registrate così odiate, all'inizio, ci danno invece indicazioni importanti. Dicendo che possiamo imitarle, se ci va, e ridere a nostra volta. Perché tragedia e commedia, in fondo, non dipendono che dai punti di vista. (7)