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venerdì 15 ottobre 2021

Recensione: Ivy, di Susie Yang

|Ivy, di Susie Yang. Neri Pozza, € 18, pp. 368 |

Preceduto da paragoni illustri e da un gran dispendio di energie da parte di Neri Pozza, editore solitamente infallibile, Ivy è arrivato in libreria promettendo sconvolgimenti. Poco più che un fuoco di paglia, resterà una delle maggiori delusioni dell'anno corrente. L'ho letto con piacere? Mentirei se dicessi il contrario. Scorrevole e intrigante, nonostante le sue quattrocento pagine, si legge smaniosamente ma in cerca di guizzi, di risvolti sensazionali, che purtroppo non arrivano mai. E le promesse mancate, spesso, irritano più dei romanzi brutti. Presentato come un thriller patinato, a metà tra le atmosfere di Patricia Highsmith e quelle di Donna Tartt, l'esordio di Susie Yang prende in parte spunto dall'infanzia dell'autrice per raccontare la scalata sociale della protagonista. Cresciuta secondo una rigida educazione cinese, fatta di percosse e rinunce, Ivy muove i primi passi in un quartiere di immigrati.

Ormai da tanto aveva capito che la verità non contava, quello che serviva a lei erano le apparenze. Se la lasci depositare, l'acqua fangosa diventa limpida.

Disposta a tutto pur di vivere appieno il famoso sogno americano, inizia a rubacchiare ciò che i genitori le negano – accessori e frivolezze da adolescente per integrarsi meglio a scuola – e baratta la propria verginità soltanto per dispetto. Vittima di sogni a occhi aperti ben più grandi di lei, si macchia di piccoli crimini ma immagina di vivere in un film o in un romanzo ottocentesco: punta a sposarsi, magari con un dottore, perché stando alle massime della nonna un matrimonio di successo sfamerebbe tre generazioni. Diventata maestra elementare, abilissima nel tessere relazioni di convenienza, riallaccia i rapporti con il ricco e volubile Gideon: un ex compagno di scuola con il pallino delle sciate, dei ristoranti stellati e dei cottage in New Hampshire. Mentre i sogni di gloria di Ivy sembrano realizzarsi, spunta però una figura del suo passato: Roux, altro parvenu che minaccia costantemente di smascherarla. Ritratto tanto impietoso quanto banale della sfaccendata borghesia bianca, il romanzo parte in maniera convincente ma si arena in una parte centrale prolissa e salottiera. Le carte in tavola cambiano grazie alla nascita di un pericoloso triangolo sentimentale, di un epilogo prevedibile ma crudele: il cambio di toni e ritmi, tuttavia, lascia straniti.

A volte Ivy aveva l'impressione che in lei ci fossero due persone diverse: la cittadina gentile, generosa, moralmente irreprensibile che cercava di essere con Gideon; e la sua essenza insoddisfatta, pragmatica, opportunista. Avrebbe dato qualsiasi cosa perché le venisse naturale essere come Gideon – per essere buona – ma non era buona. Era gelosa, meschina, vendicativa.

Le parti migliori restano, allora, quelle dedicate alla contraddizioni della famiglia della protagonista: benché non esente dai cliché, presenta un personaggio – Austin, il fratello minore di Ivy – che mostra le conseguenze alternative di un'infanzia traumatica. Allevato senza amore, smarrito, vive una profonda depressione che l'ha trasformato in un sorta di hikikomori. Volitiva in teoria, ma fragile e dubbiosa nella pratica, sua sorella intanto commette un errore di valutazione. Amore, ricchezza e bellezza possono forse fare la felicità: non regalare la pace. Messo in cattiva luce da paragoni senza fondamento, questo romanzo garantisce un buon intrattenimento, ma non è né noir né rosa, né serio né ironico. Come classificarlo? Commedia nera? Satira sociale? Al pari della sua protagonista eternamente fuori posto – troppo poco cinese in casa sua, troppo poco americana agli occhi dei suoceri –, Ivy resta ferma al bivio del bene e del male.

Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Lady Gaga – Applause 

mercoledì 7 luglio 2021

Recensione: Promesse, di Bryan Washington

| Promesse, di Bryan Washington. NN Editore, € 18, pp. 352 |

Mike, giapponese, fa il cuoco in Texas. Ben, afroamericano, sieropositivo, è un maestro d'asilo. Fanno coppia da quattro anni. Si sono incrociati a una festa di amici di amici, poi si sono ritrovati su una app d'incontri. Giunti ormai a un bivio, litigano spessissimo e rimediano dandosi a quel sesso riparatore che lascia addosso una vaga tristezza. La loro relazione, avvizzita più che matura, è fatta di sporadici momenti di romanticismo e di compromessi infiniti. Cosa sarà di loro? La domanda si complica quando la loro convivenza, un tempo privata, diventa una questione di famiglia. Nessuno ha risposte consolatorie, neanche i genitori: tutti divorziati, spesso incapaci di voltare pagina, elaborano in maniera goffa i propri fallimenti sentimentali. Il romanzo di Bryan Washington prende avvio con la partenza di Mike per Osaka: quando la madre, Mitsuko, giunge in visita a Houston, lui è costretto a volare in Giappone per riappacificarsi con il padre, Eiju, affetto da un tumore all'ultimo stadio. Scappa forse lontano dal compagno? Soprattutto, tornerà indietro?

Una storia è un cimelio, dice. Una cosa personale. I cimeli non si chiedono. Ti vengono dati e basta.

Questa è una vicenda tenera e laconica di convivenze segnate dall'incomunicabilità. Caratterizzata da un'intimità palpabile, a volte irresistibile e altre dolorosa, racconta di culture agli antipodi e radici, di ritorni alle origini e ritorni di fiamma. Mentre Ben è obbligato a dividere l'appartamento con la suocera, una granitica fata madrina che cucina continue prelibatezze e si commuove segretamente davanti ai film di JLo, Mike raccoglie l'eredità del padre: a sorpresa, un anziano gioviale e benvoluto, che ha deciso di sospendere le terapie e di affidare al figlio il bar di sua proprietà. Il riavvicinamento andrà di pari passo col decadimento fisico di Eiju. Lieve e schietto, fortemente contemporaneo, Washington riporta i dialoghi senza le virgolette. Cattura i gesti, gli sguardi, le smorfie e i sorrisi attraverso una narrazione spontanea nel suo disordine, che intreccia a piacimento i ricordi dei protagonisti con gli eventi raccontati.

Senti, ha detto Mike. Solo perché qualcosa non funziona non significa che sia rotto. Devi avere voglia di aggiustarlo. Ci deve essere la volontà. Allora dimmelo. A te va di aggiustarlo?

La trama è appena accennata, l'epilogo sospeso, e qui si muovono senza copione personaggi completamente a piede libero. Come succede anche nei romanzi di Sally Rooney, tuttavia, alla curiosità iniziale subentra strada facendo un po' di monotonia: colpa di una parte centrale non esente da lungaggini, che sceglie di soffermarsi eccessivamente sul soggiorno di Mike glissando invece sugli sviluppi di Ben, e di uno stile all'inizio fresco e colloquiale, poi appesantito da capitoli densissimi. Promesse è una commedia indipendente che parla di identità, sessuale e culturale; dei luoghi e delle persone da considerare, finalmente, casa nostra. In copertina non sventola nessuna bandiera. Né giapponese, né americana, né arcobaleno. C'è semplicemente una busta in balia del vento. Perché Mike e Benson, scostanti, fuori forma e separati dai non detti, sono un casino e basta. Ma d'altronde ce l'ha insegnato American Beauty, in una scena che ha fatto istantaneamente la storia del cinema: anche una busta volante può essere un capolavoro.

Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Alphaville - Big in Japan 

sabato 26 dicembre 2020

Recensione: Se i gatti scomparissero dal mondo, di Kawamura Genki

| Se i gatti scomparissero dal mondo, di Kawamura Genki. € 10, pp. 176 |

Cosa faresti se avessi pochi giorni di vita? Un mite postino giapponese dalla routine incolore, in seguito alla scoperta di un tumore, inizia a scrivere una lista delle dieci cose che vorrebbe fare. Ma è un uomo semplice, senza fantasia, e quel cliché da film lo porta a buttare giù luoghi comuni su luoghi comuni. A dargli uno scossone è la comparsa di Aloha, un diavolo dalle sgargianti camicie hawaiane che, nel bel mezzo di una disputa millenaria col Padreterno, lo tenta con una mela avvelenata: qualche giorno in più sulla Terra. Il patto faustiano, chiaramente, presenta un inghippo. Per ogni giorno guadagnato il protagonista dovrà rinunciare a qualcosa. E con lui il resto dell'umanità. E se i cellulari scomparissero dal mondo? E se scomparissero i film, gli orologi o, ancora, i gatti? Chiamato a scegliere, il postino scoperchia un vaso di Pandora di rimpianti, nostalgie, bivi mancati. La sua presa di coscienza è una fiaba decisamente natalizia che somiglia a un testamento morale. Scritto sotto forma di lettera – a chi è indirizzata e il protagonista, soprattutto, avrà il coraggio di consegnarla di persona al destinatario? –, l'apprezzato romanzo di Kawamura Genki parte da uno spunto surreale ma poi lascia spazio alle riflessioni esistenzialiste del personaggio principale. La proposta indecente di Aloha, infatti, è una scintilla che alimenta continui flashback.

La vita non è una tragedia in primo piano, ma una commedia in campo lungo.

I telefoni gli fanno tornare in mente la prima fidanzatina: attraverso gli SMS hanno imparato a conoscersi e attraverso gli SMS si sono lasciati, incapaci di vincere l'incomunicabilità. Il cinema, al pari della lettura, è la migliore soluzione al mal di vivere: camminando lungo i corridoi di una videoteca per otaku, così, il protagonista medita sull'ultimo film in assoluto che vorrebbe vedere. Gli orologi gli ricordano il padre, orologiaio ligio al dovere, e come il tempo – insieme alle classificazioni, alle etichette, alle nostalgie – sia un'invenzione tipicamente umana. Infine ci sono i gatti: padroncino di Cavolo, una palla di pelo grigia eredita dalla defunta madre, il protagonista ritiene che coccole e fusa siano la testimonianza migliore per ricordarci che siamo ancora vivi. Tutto è indispensabile: anche l'oggetto più minuscolo, anche la vita più oscura. La morale insomma è sempre la stessa, e in tempi recenti già mi aveva fatto storcere parecchio il naso con La biblioteca di Mezzanotte: la vita è bella, non importa quanto duri, ma come la si spenda. Troppo cinico per prestare fede a frasi fatte di queste, ho comunque apprezzato il tocco orientale dell'autore: grazie a uno stile semplice e delicato, forse un po' freddo, riesce per fortuna a non essere melenso neanche quando la retorica è immancabilmente dietro l'angolo. Gattini adorabili (a casa ne ho tre) e citazioni cinematografiche (Chaplin, Fellini, Wong Kar-wai) mi hanno rabbonito qui e lì.

Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: U2 - Beautiful Day

lunedì 3 febbraio 2020

Recensione: La gatta, Shozo e le due donne, di Jun'ichiro Tanizaki

| La gatta, Shozo e le due donne, di Jun’ichiro Tanizaki. Neri Pozza, € 17, pp. 125 |

Il triangolo no, non l’avevan considerato. Dalle borgate di Zero al Giappone degli anni Trenta, il ritornello non cambia. Anche se a far scoppiare la coppia, in una commedia di vendette e tradimenti apparentemente scaturita dalla penna di Woody Allen o Pedro Almodovar – figuratevela, infatti, ciarliera e coloratissima –, è una guastafeste d’eccezione: non una donna di troppo, bensì la gatta Lily. Servita e riverita, salutata con bacetti e vezzeggiativi, l’irresistibile felino tartarugato è la prediletta di Shozo. Un uomo per il resto anaffettivo e indolente, che soltanto davanti all’animale domestico si prodiga in mille cerimonie. Ogni giorno le dà sottobanco pescetti marinati con soia e aceto; acconsente a morsi e graffi dalla connotazione quasi erotica; si bea dei suoi modi candidi e carezzevoli, tipicamente femminili, acconsentendo che faccia le fusa perfino nel futon. Sempre ghiotta di prelibatezze e baruffe, Lily desidera essere contemplata e contesa come una nobildonna. È così assurdo che la seconda moglie di Shozo, Fukuko, legata all’uomo da un matrimonio di convenienza ordito dalla suocera diabolica, s’ingelosisca fino a meditare un piccolo colpo di stato? Il menu a cena dipende dai capricci dell’animale, da dieci anni accanto al padrone di casa. Il talamo nuziale, senza più alcuna intimità, va spartito per tre. Snervata dalla convivenza, Fukuko caldeggia perché la gatta sia ceduta alla donna venuta prima di lei, Shinako: la ex moglie di Shozo, nel frattempo caduta in disgrazia, brama un pezzetto di quel matrimonio finito all’improvviso. Perché, allora, non l’indigesta Lily?

È così difficile guardagnarsi la fiducia di un gatto? O è Lily a essere particolarmente cocciuta?, si domandò esasperata Shinako. Il problema era che si trattava di una gatta anziana, molto simile a una nonnina avanti con gli anni; se fosse stata giovane o ingenua si sarebbe adattata senza problemi al nuovo ambiente. Il trasferimento forzato in un posto tanto diverso da quello abituale doveva essere stato uno shock tremendo. […] Poi, ripensando al misterioso destino che la legava alla gatta, sentì che in fondo non le portava rancore. Anzi, per un momento provò addirittura una sorta di compatimento per lei e per se stessa.

Schiacciato tra l’incudine e il martello, dotato di una vena segretamente subdola ma altresì di momenti di profonda dolcezza, il protagonista maschile – eterno bambinone a capo di un negozio di casalinghi – rivedrebbe a cuor leggero la ex pur di passare a trovare l’adorata Lily? Come la preferirebbe: selvatica e infelice, perfino maltrattata fisicamente, oppure a proprio agio anche altrove?
Tra dilemmi morali e sentimentali, appostamenti notturni e nostalgia, il racconto lungo del divertito Tanizaki – cantore per eccellenza di eros e thanatos, nel novero dei classici della narrativa orientale: La chiave di Tinto Brass, pensate, è tratta proprio da un suo romanzo – è in primis una storia di solidarietà femminile: entrambe sole e abbandonate, all’inizio ostili l’una verso l’altra ma pian piano complici, la gatta e la sua nuova padrona si confortano reciprocamente per riprendersi quello che pensano spetti loro di diritto. Ma in secondo luogo, vedasi le descrizioni particolareggiate del manto tatuato e della routine, è anche una storia che incanterà ogni gattaro degno di questo titolo.

Non aveva neanche l'ombra di un vero amico col quale confidarsi e si sentiva sempre solo, afflitto e insicuro. Quel senso di solitudine era forse all'origine del suo profondo attaccamento nei confronti di Lily. Difatti aveva l'impressione che soltanto lei, con quegli occhi pieni di malinconia, fosse capace di indovinare i suoi pensieri tristi e consolarlo, mentre né Shinako né Funuko, e ancor meno sua madre, lo avevano mai capito. Tra l'altro, era convinto di essere il solo in grado di cogliere quella peculiare tristezza animale che la gatta serbava dentro di sé senza aver modo di comunicarla agli esseri umani.

Quanta attenzione e passione ci sono nella resa del mondo felino? Quanto emozionano gli occhi malinconici di Lily, la cronaca delle sue gravidanze sfortunate e dei suoi viavai, il pelo che va ingrigendosi per via della vecchiaia? Shozo ha per gli animali un amore superiore di quello che dimostra agli esseri umani. Oltre che del protagonista, lo stesso potrebbe dirsi anche dell’autore. Sarcastico e indagatore, Tanizaki dipinge negativamente le contraddizioni e i vizi dei suoi protagonisti, ma ha parole belle e poetiche per la gatta: il filo conduttore delle loro vite, e il cuore pulsante del racconto. Si sofferma, così, perfino sulla sua dieta alimentare o sui suoi odori. E attraverso di lei lascia emergere un originalissimo ritratto familiare, a tratti dolce e a tratti crudele, che fa le fusa e graffia insieme. Deliziosa variazione sul tema della gelosia, semplice e senz’altro non indimenticabile, il testo precedentemente edito da Bompiani è un assaggio dell’inventiva dello scrittore. Un racconto incisivo e soprattutto scritto divinamente, sulle follie e le privazioni che vivremmo per il bene dei nostri amici animali. Tra moglie e marito non mettere il dito. E la zampa?
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Gino Paoli – La gatta

martedì 14 gennaio 2020

Recensione: Senza mai arrivare in cima, di Paolo Cognetti

| Senza mai arrivare in cima, di Paolo Cognetti. Einaudi, € 15, pp. 107 |

Su Instagram ho inaugurato l’anno nuovo con un post che non parlava di romanzi, ma di passeggiate. Una foto del tramonto sul mare della mia città e una lunga didascalia per raccontare di me; del desiderio di approfittare del sole del primo pomeriggio per ricaricarsi un po’; di quella voglia, a giorni alterni, di prendere ed evadere camminando. Non sono un viaggiatore, infatti, ma rispetto la mia solitudine e di tanto in tanto coltivo i miei silenzi. Quando su una bancarella romana, qualche giorno dopo, ho trovato una copia di questo libricino di Paolo Cognetti – il suo resoconto di una sofferta scarpinata sull’Himalaya, per festeggiare il compimento dei quarant’anni –, l’ho preso come un segno. Ero in vena di letture brevi ma intense. Speravo in un viaggio fuori porta, comodamente seduto in poltrona.

Sapevo che in montagna si cammina da soli anche quando si cammina con qualcuno, ma ero contento di dividere la mia solitudine con questi compagni.
Non nuovo alle storie ad alta quota, dopo il successo dell’amatissimo Le otto montagne, lo scrittore milanese alza l’asticella e cambia aria. C’è una grande differenza tra le sue Alpi e l’angolo più impervio del Nepal. Cognetti sognava di visitare quei luoghi da quando, a dieci anni, il padre decise di rallegrare un bambino malato con un regalo speciale: una guida alle montagne più alte del mondo. Accompagnato dagli amici Nicola e Remigio, il premio Strega si unisce a una spedizione che conta una cinquantina di membri tra uomini e animali. Con loro c’è anche un’inseparabile cagnetta, Kanjroba, che forse è uno spiritello di quelle stesse vette o forse l’ultima reincarnazione di un poeta viaggiatore. L’avventura dura un mese e gli scarponi da trekking mangiano la terra per trecento chilometri. L’altitudine è una vertigine continua, che oltre i 1300 metri tormenta con la nostalgia di casa e delle donne, con i demoni dell’alta quota. Tra valli, villaggi, templi e riti funebri, Cognetti fa amicizia con i quattro elementi; immortala su un taccuino scorci e dati geografici. Se interrogato da un curioso, ammette, probabilmente non saprebbe rispondere: perché spingersi fin lassù? 
Che si tratti di penetrare i segreti della montagna o di superare una soglia invisibile – quella che separa il mondo civilizzato dalle gioie dell’inesplorato – , il viaggio risulta essere un pellegrinaggio laico e contemplativo come negli scritti di Peter Metthiessen, autore da riscoprire. Ma leggendo questo resoconto sulla poesia del girovagare, salvo qualche passaggio particolarmente ispirato, il lettore inconsapevole qui e lì ha la sensazione di girare a vuoto.

Il vento, il torrente, la luce, la pietra, erano la stessa sostanza del mio sangue, delle mie fibre, dei miei organi, e li mandavano in risonanza così come il tamburo del monaco aveva scosso le mie membrane. Bum, bum, bum: io sono fatto di questo, di questo, di questo. La montagna mi conduceva all’essenziale.
Senza mai arrivare in cima emoziona nei dialoghi con i compagni di tenda, che si scambiano in maniera cameratesca memorie, aneddoti e desideri. Affascina nella resa delle differenze culturali più profonde, con gli indigeni aperti e sorridenti verso lo straniero e la superficialità di quell’Occidente, al contrario, che appare il vero deserto del mondo. Prediligendo le descrizioni dei luoghi, però, il libro risulta verboso sul piano geografico e appena accennato su quello sociale. Smarrito spesso e volentieri, mi sono comunque lasciato guidare dalla bellissima voce di un autore che apprezzo. Basta, però, per consigliarlo? 
Meno immersivo del previsto, l’ultimo Cognetti più che al viaggio della vita somiglia a una brusca toccata e fuga. Gli elementi del successo passato sono tutti all’appello, ma in piccolo: pensate, insomma, a quegli spazzolini da viaggio che vendono in un angolo dei negozi per la casa. Ecco le amicizie al maschile, l’intimismo, le lezioni di respiro, una natura degna della nostra pura contemplazione. A chi ha già adorato Le otto montagne e sente da un po’ la nostalgia di questi mondi, Senza mai arrivare in cima sembrerà la versione esotica e in pillole del precedente. A parte scorci mozzafiato, ha poco altro da regalare. In attesa, almeno, del ritorno ufficiale nelle librerie.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Eddie Vedder - Society

martedì 24 dicembre 2019

And the Golden Globe goes to: Ritratto della giovane in fiamme | Cena con delitto | The Farewell

Si può fare un ritratto a chi rifiuta di mettersi in posa?  Si può fare un melodramma su una passione che a lungo resta sottintesa? È la sfida che accetta una pittrice del tardo ‘700: memorizzare i tratti della figlia della committente e disegnarli in segreto, senza che la modella se ne accorga.  È la sfida corsa da Cèline Sciamma, non nuova alle riflessioni sui meccanismi della sessualità: raccontare un amore vissuto a distanza, che quando finalmente si consuma lascia invidiosi davanti alla sua energia vitale. Sullo sfondo di uno scenario che ispira meraviglie nel direttore della fotografia e pensieri suicidi nelle ventenni irrequiete, si consuma la breve convivenza tra Marianne e Héloise: la prima donna di mondo che ha conosciuto l’aborto e l’emancipazione; la seconda, mancata novizia che vorrebbe soltanto correre e nuotare, rifiutando di essere data in moglie. La pittrice le passeggia accanto, la scruta, la dipinge a memoria. L’osservazione porta alla venerazione. E la venerazione, piano, all’amore. Ma osservare implica necessariamente essere osservati. La collaborazione dipingerà sorrisi sul viso severo della sposa e getterà le basi per l’evoluzione artistica della pittrice, sin troppo legata alle convenzioni manualistiche. L’opera d’arte, nel momento del congedo, apparterrà più all’artefice o all’acquirente? Il mondo della regista è popolato da donne che bastano a loro stesse, dove gli uomini sono anonimi barcaioli che vanno e vengono. Un’isola che non c’è – da eremo sperduto a parentesi felice, grazie alle suggestioni dell’ultima arrivata – che ospita un’utopia femminista radicale, che tuttavia non intimidirà gli spettatori dell’altro sesso.  Quieto e persistente, il sentimento amoroso non esplode mai rumorosamente, ma vibra come un diapason per l’intera durata, sottoforma di una tensione costante che, nell’epilogo, si trasforma in struggimento. All’apparenza algido e rigoroso, Ritratto della giovane in fiamme è in realtà un film che palpita di smania e curiosità. Un tableau vivant tridimensionale, che sa sorprendere con scene di grande erotismo e falò dal fascino stregonesco. Filo conduttore, un mito intramontabile: perché Orfeo si voltò pur sapendo di perdere Euridice? La scelta del poeta ebbe la meglio su quella dell’amante: la poesia, infatti, parrebbe vivere di ricordi e di rimpianti. Io ricorderò a lungo il rosso e il verde degli abiti delle protagoniste, il crepitare del fuoco e delle onde, i giochi prospettici allo specchio, il numero ventotto. E soprattutto quel finale memorabile, sulle note di Vivaldi, che gareggia con la bellezza da sindrome di Stendhal delle lacrime di Timothée Chalamet. (8)

Lo hanno acclamato come il ritorno in sala dei gialli alla Agatha Christie. Attesissimo e preceduto da recensioni entusiastiche, Cena con delitto è forse l’intrattenimento più solido che troveremo al cinema durante le festività. Ma, per via di aspettative parzialmente disattese e di un cast non sempre sfruttato al meglio, il film di Rian Johnson non brilla di luce propria come sarebbe stato lecito aspettarsi.  Al punto che le innumerevoli considerazioni nella stagione dei premi sfuggono, davanti a un divertissement più ritmato di 7 sconosciuti a El Royal ma meno esilarante del survival Finché morte non ci separi. Partiamo con ordine: chi ha ucciso Christopher Plummer, scrittore rinvenuto con la gola squarciata? Nella sua magione in stile Cluedo si affollano parenti di sangue e parenti acquisiti. Tutti, di recente coinvolti in una discussione col patriarca, sono sospettabili. Il movente: i soldi. Indaga un inedito Daniel Craig con l’accento del Sud, detective tanto istrionico quanto poco indispensabile ai fini delle indagini, e accanto a sé ha una Watson a sorpresa: più degli strepiti della Collette, della presenza scenica di quella Curtis in sordina o della mascella scolpita di Evans, infatti, ad avere un ruolo clou è l’incantevole infermiera Ana De Armas. La vera protagonista della storia, checché ne dicano i poster. E soprattutto l’unico personaggio di buon cuore in una storia dominata da intrighi e macchinazioni. La struttura del mistero – in realtà irrispettosa del canone classico, che prevedrebbe ambienti ristretti e personaggi insondabili – si frantuma, svelando un importante colpo di scena a metà e rinunciando preso alla dimensione corale,all’insegna di ronde e inseguimenti che appesantiscono la metà esatta del film. Per fortuna, Johnson ha in serbo un altro colpo di scena per l’epilogo, ma l’effetto sorpresa manca. Cena con delitto vorrebbe essere una commedia nera, ma fa soltanto sorridere qui e lì. Vorrebbe parlare di politica e razzismo, ma il suo far satira punge a stento.  Ben scritto, scorrevole e godibile, trova comunque una perfetta conclusione in una sequenza finale che, rispetto all’incipit, cambia totalmente le carte in tavola e i ruoli di potere. Di ritorno dal cinema, ho pensato a quei dessert rivisti dei ristoranti stellati (ad esempio, il tiramisù scomposto). Che son divertenti e gustosi, sì, ma non quanto la ricetta originale. (7)

Lo scorso anno, alla conquista del boxoffice c’erano gli asiatici del guilty pleasure Crazy & Rich. A ispirare un nuovo viaggio da New York all’Oriente, in questa stagione, è un’occasione meno lieta: una nonna gravemente malata – tumore ai polmoni –, con cui concedersi qualche ultimo giorno insieme annullando le distanze. Siamo in Cina. Terra di abbuffate in compagnia, quartieri in trasformazioni, contraddizioni profonde. Dove, a una certa età, interviene una strana forma di decoro nell’affrontare la perdita. I membri della famiglia Wang esprimono il dolore attraverso urla sguaiate ai funerali, tengono banchetti sulle tombe con le prelibatezze più amate dal defunto, ma sono estremamente riservati sull’argomento malattia: l’anziana in fin di vita, perciò, non dovrà sapere della sua condizione. In nome di un profondo senso di condivisione, i familiari riuniti per un’occasione organizzata a tavolino – un matrimonio lampo, che apre le danze per l’inevitabile funerale – si sobbarcano le preoccupazioni della nonna nel gesto di generosità definitivo: la vita, infatti, appartiene più a noi stessi o ai nostri cari? A giudicare dal temperamento dell’arzilla Zhao Shuzhen, la bugia a fin di bene ha effetti miracolosi: la matriarca mette bocca sui dettagli della cerimonia; rimbecca la nuora giapponese; si preoccupa per la salute altrui; domanda della vita sentimentale della nipote prediletta. Strappata a un’infanzia in Cina, la giovane Awkwafina – trentenne a un bivio – reagisce con la stessa espressione per l’intero film: immusonita e affranta, appare incapace di comunicare la leggerezza che servirebbe alla causa. Questo è il difetto dell’indie con gli occhi a mandorla, sempre al crocevia tra farsa e tragedia, che purtroppo mi ha lasciato indifferente durante la visione. Presentato come una commedia, in realtà ha protagonisti piuttosto mesti e non mi ha fatto né ridere né piangere, quando – da premesse – mi sarei aspettato entrambe le cose. Agrodolce e dai ritmi lenti, mi è parso più interessante che bello: a essere degni di stupore sono infatti il senso della vita e della morte del popolo cinese; le riflessioni sentitissime sulle differenze culturali e le proprie radici. Benché il titolo alluda a un addio, l’esordio della fortunata Lula Wang convince più nel suo dare il bentornato . (6,5)

lunedì 25 novembre 2019

Recensione [romanzo e film]: Dove la terra trema, di Susanna Jones

| Dove la terra trema, di Susanna Jones. Harper Collins, € 18, pp. 204 |

In un Giappone di grattacieli vertiginosi e abbaglianti luci al neon, luogo d’ispirazione per le indimenticabili scenografie di Blade Runner, nasce e muore la storia di Lucy Fly. Straniera in terra straniera, l’enigmatica inglese in trasferta si trova coinvolta in un mistero degno del suo passato. È a Tokyo da dieci anni, lavora come traduttrice. Ormai ha imparato a confondersi tra lo sfarfallare delle luci e la pioggia fitta. Al punto che, probabilmente, un passionale fotografo di pozzanghere chiamato Teiji la prima volta deve averla fotografata scambiandola per un dettaglio del paesaggio. Da un semplice scatto ha avuto inizio una passione laconica e telepatica, terminata con la scomparsa del giovane uomo e l’omicidio di un’altra espatriata: Lily, originaria dello Yorkshire come la protagonista, in fuga da un fidanzato possessivo. Non è stato abbastanza per la sfortunata infermiera nascondersi in un bar dall’altra parte del mondo? O, come insinua la polizia all’indomani di un macabro ritrovamento – un busto ripescato nella baia di Tokyo –, la compatriota sotto torchio potrebbe aver avuto un ruolo cruciale nel fatto di sangue?
Dove la terra trema, dramma psicologico di Susanna Jones tornato in libreria grazie all’arrivo dell’omonimo film Netflix, è il romanzo che avrei voluto leggere al liceo. Quando un thriller tirava l’altro e, reduce dalla lettura dello straordinario Memorie di una geisha, sognavo di trasferirmi nel Sol Levante. Ma la lunghezza del viaggio, le difficoltà della lingua e una sensibilità troppo diversa da quella occidentale, a ben vedere, incantavano e terrorizzavano.

«Non abito in Inghilterra da tanti anni».
«Ma le radici sono importanti».
«I fiori e gli alberi hanno radici. Gli esseri umani hanno le gambe».
Come si vive in Oriente? Ci si ambienta? Ci si abitua mai ai risucchi rumorosi delle zuppe, ai condomini abitati soltanto da stranieri, alle caparre salate e agli agenti immobiliari diffidenti, alle minuzie del rito del tè o alle bellezze naturali dell’isola di Sado e del monte Fuji? Ultima di una nidiata di figli maschi, taciturna ai limiti del mutismo, Lucy – nel resoconto di un’infanzia a tinte burtoniane – racconta dell’attrazione magnetica verso il planisfero e del bisogno di appropriarsi di un linguaggio segreto. Distante chilometri e chilometri dal provincialismo inglese, ha realizzato il desiderio della bambina che in vacanza si era spinta col materassino in alto mare puntando alle coste norvegesi: isolarsi. Burbera e solitaria, benché i suoi occhi di corvo la rendano irresistibile per il sesso maschile, ha un’intensa vita notturna e un passato inframmezzato d’accidenti e catastrofi. Si immedesima nelle storie di finzione del teatro kabuki. Inventa esistenze per gli sconosciuti in foto. Scivola dalla prima persona alla terza. Sempre propensa a mettersi in pericolo, cammina sui binari di una città che somiglia a una giungla urbana. E talora si perde.
Narrato da una voce assolutamente conturbante, il triangolo erotico dell’autrice è un intrigo di amore e morte dall’intreccio basico – gelosie, stalking, ossessione –, con due grandi pregi: la scrittura della Jones, ipnotica e delirante per stare al passo con la confusione della protagonista; le ambientazioni giapponesi vividissime, che tenteranno ogni otaku a prendere il primo aereo e partire. Leggendolo senza particolari aspettative, mi sono trovato per le mani un romanzo di grande atmosfera ma con un finale sbrigativo, non all’altezza del resto. La tensione accumulata, infatti, si sgonfia come un palloncino nelle pagine conclusive. E una trama che scricchiola, qui e lì, si assesterà soltanto imparando a portare pazienza.

Guardandola, potrei pensare: è questo il momento esatto in cui qualcosa ha cominciato ad andare storto, il punto in cui ormai i giochi erano fatti. Prima dello scatto dell’otturatore. Dopo lo scatto dell’otturatore. Una frazione di secondo tra i due istanti, quando si verificò uno scorrimento sismico non registrato dalla crosta terrestre. Le sue conseguenze si sarebbero manifestato con il tempo sotto forma di un movimento tellurico talmente intenso da non poter essere misurato sulla scala Richter né con il sismografo giapponese.
Potrei dire lo stesso della trasposizione di Wash Westmoreland: fedelissima, pro e contro compresi, se non fosse per l’ambientazione anni Ottanta, il trattamento del protagonista maschile – un personaggio più ordinario e prevedibile rispetto alla controparte letteraria, dunque già sospetto a colpo d’occhio – e la retrocessione di Tokyo, cuore pulsante del tutto, a patinata protagonista secondaria. Da vedere esclusivamente per l’ennesima grande prova di Alicia Vikander, alle prese qui con un copione sdrucciolevole  e con le difficoltà dei monologhi in giapponese, il film può contare anche sulla freschezza dell’esuberante Riley Keough. Il terremoto resta una metafora dell’instabilità mentale della protagonista accusata e l’interrogatorio il mezzo per eccellenza per scoprire cosa, ieri come oggi, spinga una ragazza di belle speranze a preferire l’ignoto rispetto ai vincoli di casa propria. Preferibili l’arresto – benché in alcuni luoghi viga ancora la pena di morte per impiccagione – o il rimpatrio forzato? C’è differenza tra essere non colpevoli e incolpevoli? Dimenticherò presto la trama, forse. Non questa Tokyo inedita, inquadrata al buio e sotto un acquazzone perenne. Non lo smarrimento di un’apolide senza bussola e senza equilibrio, che sulla propria pelle sperimenta la curiosità e la tristezza di una versione noir di Lost in translation.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Tycho - Japan

sabato 9 novembre 2019

Mr. Ciak: Parasite | Doctor Sleep | L'uomo del labirinto

Li vediamo setacciare la casa, un seminterrato infestato dalle blatte, in cerca del segnale wi-fi da rubare ai vicini. Sono i membri di una famiglia di disperati che all’occorrenza sa reinventarsi, glissando sui legami di parentela o pompando il curriculum. Qualcuno potrebbe definirli degli imbroglioni, parassiti. Ma se appaiono in verità un gruppo di lavoratori instancabili, che male c’è a insediarsi a casa dei ricchi facendo qualche sgambetto per primeggiare? Agli antipodi, infatti, c’è una villa che è un capolavoro di design: due bambini irrequieti, cagnetti di razza e una coppia di genitori attraenti, con il classico uomo d’affari assente e una moglie con la testa tra le nuvole. In un Oriente devastato dalla lotta di classe e dalle disparità, è necessario fare di necessità virtù: in nome di una strana forma di nepotismo, piano piano, i protagonisti – un tutor d’inglese, una maestra d’arte, un autista e una domestica – rimpiazzano il personale preesistente. Quando i gatti non ci sono, i topi ballano. E nel tempo restante recitano come attori navigati la loro lista di menzogne, soprattutto se c’è da coprire le tracce dei loro dispetti. Ma potrebbe smascherarli un odore che fa arricciare il naso ai potenti. È quello di chi condivide lo stesso sangue sporco. È quello della povertà. Guerra tra disperati al tempo dei ricatti online e dei rifugi anti-Corea del Nord, l’ultimo vincitore della Palma d’oro è una commedia caustica e divertentissima, talora dai toni perfino fiabeschi, che spiazza con il bagno di sangue dell’epilogo e riflessioni a proposito di disparità sociali esemplificate nel contrasto alto-basso, grigliate in giardino ed esondazioni da arginare. Si ride a denti stretti e ci si indigna fino a perdere le staffe, senza però ricorrere mai a passaggi didascalici. Imbastito come una tragicommedia degli equivoci, ma teso come un thriller psicologico, Parasite si poggia su una sceneggiatura da Oscar e sulla regia millimetrica di Bong Jooh-ho. I colpi bassi, gli spruzzi di sangue e una vena sentimentale fortissima porteranno, nonostante tutto, a una di quelle chiuse commoventi possibili grazie alla magia del cinema asiatico. Ai travasi di bile, infatti, si risponde con una risata isterica degna di Arthur Fleck e con un messaggio di resilienza in codice Morse. Abbiate cura di questi parassiti, non correte ai ripari con la disinfestazione. Sono i protagonisti del mio film dell’anno. (9)

Qual è il termine oltre il quale un sequel può dirsi fuori tempo? Sono passati trentanove anni da Shining e sei dall’arrivo in libreria del secondo capitolo. King, infatti, aveva un conto in sospeso con questa storia. Ai ferri corti con Kubrick – regista colpevole di avere stravolto il materiale di partenza dello scrittore del Maine –, ha voluto ricondurci all’Overlook attraverso le disavventure di un Danny cresciuto. Tanto di cappello al talento di Mike Flanagan, questa volta schiacciato tra l’incudine e il martello: da un lato la visione di Kubrick e dall’altra quella di King; da un lato un epilogo sotto zero e dall’altro un drappo di fuoco e fiamme. Avrebbe saputo mediare? Equilibrista e arredatore di incubi bellissimi, fa il possibile confezionando l’intrattenimento che non ti aspetteresti sotto Halloween: un film lungo ed elegante, con nessun sobbalzo e una squadra di cattivi – capitanati da una magnetica Ferguson, superiore al resto del cast  – protagonista tanto quanto gli eroi. Meno spavaldo del previsto, fedele a un seguito che parte da lontano e giunge all’hotel con un pretesto da poco, Flanagan non si butta a bomba. Si prende il suo tempo: ossia quasi tre ore. Ci insegna, con la solita emozione, che non tutte le paure vanno chiuse in un cassetto. Ci mostra, in una sequenza debitrice agli archivi di Inside Out, i cassettoni dove sono racchiusi i segreti e le memorie di una bambina speciale – e guai a frugarci dentro, benché la sequenza del viaggio astrale di Rose Cilindro sia una delle migliori del film. Flanagan fa il giro lungo e, quando arriva al punto di partenza rifiuta di entrare dalla porta principale. Crea enfasi, ci prepara alla resa dei conti. E ci porta infine lì dove perfino un profano non vedeva l’ora di tornare: i corridoi dove si annidano le gemelle diaboliche, le vecchie marcescenti e i tricicli spericolati. Proprio qui, ahimè, si nascondono le pecche di un’operazione troppo rispettosa per rischiare, che prepara il terreno all’omaggio anziché preoccuparsi di essere memorabile. È fuori tempo massimo il sequel che adesso deve fare i conti anche con la Stranger Things mania – soprattutto se, a ben vedere, Dan e Abra ricordano Hopper ed Eleven? È destinato a rimanere nell’ombra l’horror che per incutere paura si limita a macinare strizzate d’occhio e citazioni? Ai posteri la sentenza. Nel dubbio, risulta comunque gradevole il dialogo telepatico e intergenerazionale tra passato e presente. Anche se la “luccicanza” di Doctor Sleep, con affetto, è luce riflessa. (6,5)

Ci sono storie che funzionano meglio su carta, perché troppo lunghe, troppo intricate, troppo immaginifiche. E  ci sono quei finali abbastanza clamorosi, per fortuna, da funzionare dappertutto. È questo il destino dell’Uomo del labirinto, ritorno alla regia dell’autore Donato Carrisi. Questa volta, come sapranno i lettori a lui affezionati, la faccenda si complica ulteriormente: ci sono un profiler straniero, un investigatore dalle ore contate e una ragazza sopravvissuta alle sevizie di un moderno Enigmista. Siamo in un tempo vago, al centro di una metropoli devastata dalla canicola e dagli annunci apocalittici. Ma i nomi dei personaggi, un po’ italiani e un po’ stranieri per depistarci, rendono le ambientazioni tanto care all’autore vagamente posticce nel passaggio al cinema. La sensazione iniziale, infatti, è quella di trovarsi in un girone infernale – fra figuranti spaventosi e testimoni grotteschi – grazie alle tappe di una caccia al tesoro forse più adatta al linguaggio delle serie TV. Donato ha cura nel dettaglio delle scenografie e della messa in camera, e dirige senza ansia da prestazione un cast di stelle non sempre brillanti come la loro fama garantirebbe: se Hoffman prende parte alla produzione devotamente e umilmente, con un ruolo piuttosto stratificato, il collega Servillo esagera in una prova sin troppo manierata; un plauso alla Bellè, invece, imbruttita e costretta in un letto d’ospedale, che regala anima e corpo al personaggio della mancata vittima – nonostante qui e lì, purtroppo, il doppiaggio  ne appiattisca le buone intenzioni. I difetti non sono pochi, e comprendono anche lungaggini e sottotrame da asciugare in fase di sceneggiatura, e superano senz’altro quelli del giallo precedente: una storia più radicata nel nostro paese, al contrario, che guardava alla cronaca nera anziché ai puzzle di Christopher Nolan e poteva vantare a bordo un ispirato Boni. Ma le sbavature hanno tutte a che fare con la passione di un professionista, narratore in primis, che nel passaggio alla pellicola tende a mettere tanto, troppo del proprio universo espanso: anche a rischio di confondere i profani. Con l’ambizione di un novello Icaro che si brucia, vero, ma lascia comunque ammirati. In un panorama italiano a corto di thriller, di colpi di scena o di testa, come non restare affascinati dalla follia di un salto più lungo della gamba? (7)

venerdì 9 agosto 2019

Recensione: Norwegian Wood, di Haruki Murakami

| Norwegian Wood, di Haruki Murakami. Einaudi, € 13, pp. 380 |

È uno dei maggiori successi orientali di cui si abbia memoria. Acclamato alla stregua di un moderno classico, paragonato ora a Charles Dickens e ora a J.D. Salinger, era uno dei buoni propositi di quest’estate: uno dei tanti romanzi da leggere, uno dei tanti autori da scoprire dal nuovo. Non essendo la classica lettura da ombrellone né amando particolarmente i narratori giapponesi, l’ho affrontato con il timore reverenziale che riservo soltanto ai grandi scrittori. Qualcuno me ne parlava come del romanzo della vita. Qualcun altro, invece, lo trovava sopravvalutato e durante la lettura ammetteva di aver sentito nostalgia del Murakami più surreale. Opera di un autore già affermato, apprezzato soprattutto per i toni onirici e hard-boiled dei romanzi precedenti, ha diviso i lettori di ogni dove come soltanto i successi fanno.  E, a trent’anni dall’uscita, continua a farlo. Come l’ho recepito io? Pesante nelle tematiche, molto meno nella scrittura, il romanzo sorprende per un apprezzabilissimo senso dell’ironia e un’attenzione inaspettata per il calore del corpo umano, per le armonie segrete del sesso. Lontano dalla pudicizia che di solito si associa al Sol Levante, denso di riferimenti alla cultura occidentale, è una passeggiata vitale e gaudente nel cuore di una foresta incontaminata, nonostante il puntuale sollevarsi della nebbia suggerisca a ogni passo mestizia e smarrimento. L’autore lo scrisse di getto fra Atene e Roma, in un tour europeo durato appena tre mesi. Strutturato in un lungo flashback, con un protagonista ormai quarantenne che, galeotta la canzone giusta, rivive con la mente le sue storie d’amore giovanili, mi ha ricordato a tratti l’esuberante intellettualismo di Chiamami col tuo nome: riferimenti alti e bassi, citazioni frequenti, personaggi lontani per chilometri e cultura dai ventenni di oggi ma mossi da una malinconia che alla fine, lentamente, contagia.

A volte ho l’impressione di essere diventato il custode di un museo. Un museo vuoto, senza visitatori, a cui faccio la guardia solo per me.

La struttura è di quelle fragili ed essenziali, al punto che si fa fatica a individuarne il nucleo fondamentale: da copertina, il triangolo sentimentale fra Watanabe, Naoko e Midori. Lui, descritto nell’arco di tempo che va dai diciotto ai vent’anni, è lo studente spiantato e solitario di un collegio maschile: affezionato alla sua solitudine, studia teatro ma senza passione e, in compagnia dell’amico Nagasawa –  dongiovanni ricco e spietato, che tradisce platealmente la fidanzata Hatsumi –, rimorchia ragazze senza trasporto alcuno. Watanabe non sa godere dei piaceri della carnalità. Non sa amare. Sbarca il lunario vendendo dischi e, nel privato, si sbottona pochissimo. Attirato segretamente dallo squilibrio e dalla tristezza, nel caos della rivoluzione studentesca intrattiene una doppia relazione. Appare perlopiù epistolare quella con Naoko, la fidanzata storica del migliore amico morto suicida: ricoverata in una clinica paradisiaca all’ombra dei monti, dove si confondono medici e pazienti, la giovane fa i conti con violente allucinazioni auditive e una depressione dalle radici profonde. Il protagonista, suo unico contatto con il mondo esterno, la aspetta.

- Può darsi che io non guarisca mai. Mi aspetteresti lo stesso? Ce la faresti ad aspettarmi dieci anni, vent’anni?
- Tu hai troppa paura, - dissi. Del buio, dei brutti sogni, del potere dei morti. Quello che devi fare è dimenticarli, se riesci a dimenticarli ce la farai sicuramente a guarire.
- Se riesco, a dimenticare, - disse Naoko scuotendo un po’ la testa.

E nel mentre? Nel mentre c’è Midori, che è calda, vivissima, presente: una femminista sfrontata e irresistibile, con le gonne vertiginose, domande bizzarre sui condizionali inglesi e la masturbazione, una passione incrollabile per i cinema a luci rosse e per il cibo, che non rinuncia a mangiare di gusto perfino alla mensa dell’ospedale. Se la prima è perseguitata dal mal di vivere, l’altra fa i conti con l’ereditarietà della malattia: suo padre, un modesto libraio di provincia, sta morendo per un tumore al cervello, e la stessa tragedia ha colpito anni prima anche la madre. Il protagonista all’università studia Sofocle ed Euripide. Le tragedie dei drammaturghi greci – dolorose e ingarbugliate quanto o più di quelle che accadono ai comprimari – sono sempre risolte dall’intervento provvidenziale del deus ex machina. In attesa che un’entità misteriosa dissipi magari anche la cupezza dei suoi pensieri, Watanabe fa i conti con il senso di colpa dei superstiti e, come nella tradizione dei migliori romanzi di formazione, realizza che vivere, in fondo, significa andare avanti e dimenticare. Altrettanto crescere. A volte la morte divide, ma in Norwegian Wood eccezionalmente unisce. Il protagonista, allora, si dà a lunghi colloqui. Come l’acqua, prende la forma del recipiente che lo ospita e del suo interlocutore. Di domenica, dopo aver fatto il bucato, Watanabe va a zonzo senza bisogno di parole superflue e si nutre di dettagli impercettibili – un fermaglio a forma di farfalla, una lucciola intrappolata in un barattolo, un incendio spiato su un tetto –, storie di perfetti sconosciuti – la quarantenne Reiko, il mio personaggio preferito, un’insegnante di pianoforte con un mignolo che non le obbedisce e una scandalosa relazione omosessuale con una studentessa tredicenne che ha mandato all’aria il suo matrimonio –, baci dati o promessi qui e lì.

Diventerò adulto. Devo farlo. Finora ho sempre pensato che avrei voluto oscillare in eterno tra i diciassette e i diciott’anni, ma adesso non lo penso più. Non sono più un ragazzo. Comincio a sentire le responsabilità. Io non sono più quello che tu hai conosciuto. Ho vent’anni ormai. E devo pagare il prezzo per continuare a vivere.

Seguendolo nel suo cammino, impossibile nasconderlo, a tratti ho provato una certa insofferenza. Forse, un po’ di noia.  Sono un lettore semplice: mi piacciono storie con inizio, svolgimento e fine. Sono un lettore appassionato, a cui piacciono le scritture di cuore. Norwegian Wood è frammentario e ondivago: una reminescenza retta dalla stessa struttura ballerina dei flussi di coscienza. A tratti, è distaccato proprio come immaginavo. Ha troppe pagine; soprattutto troppi suicidi. Ma, a mente fredda, ho collegato la confusione di libri, dischi dei Beatles, biglietti del cinema, bottiglie di whisky e cicche di Marlboro come fossero puntini da unire. E in questo disegno astratto, un collage di intimità spaiate e voci problematiche, ho imparato a scorgere lo spaccato generazionale di un Giappone al passo coi tempi e il profilo di personaggi spesso sgradevoli ma comunque memorabili.  Nel finale, bellissimo, la lettura ha lasciato per fortuna un’eco significativa e l’ombra di un sorriso dolce-amaro. Come una canzone a me finora non nota del leggendario quartetto londinese, meno cantabile di altre perché senza un ritornello orecchiabile, che pagando pegno a Reiko chiediamo venga suonata ancora e ancora per commuoverci insieme sulle note di coloro che «capivano tutta la tristezza e la dolcezza di vivere». 
Sayonara.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Beatles – Norwegian Wood

mercoledì 20 marzo 2019

Recensione: Tutto chiuso tranne il cielo, di Eleonora C. Caruso

| Tutto chiuso tranne il cielo, di Eleonora C. Caruso. Mondadori, € 17, pp. 155 |

Alcune ferite non guariscono mai, lasciano cicatrici nella carne viva: non basta la chirurgia plastica. Non si guarisce mai da alcuni personaggi, lasciano tracce incancellabili in chi li incrocia: non basta voltare pagina, se l'incontro è stato un tamponamento a catena di cui autostrade e librerie serbano ancora il ricordo traumatico.
La visione di Christian Negri, infatti, è uno shock: che tu sia uomo o donna, un amante o un parente di sangue, non puoi fare a meno di cadere vittima della sua pessima influenza. Così è stato anche per la sempre bravissima Eleonora C. Caruso, l'unica a saperlo tenere sotto controllo: una prosa conciliante come il litio e un insperato lieto fine per quella mina vagante bipolare, bisessuale, la cui bellezza esagerata attira puntualmente maledizioni. A diciassette anni, nell'impossibilità di combattere ancora buchi neri e mulini a vento, Julian – il fratello minore che Christian ha tentato di proteggere e traviare a sbalzi d'umore alterni – ha spiccato il volo. Abbiamo letto di loro in Le ferite originali, ma questa è un'altra storia: spazio ai personaggi marginali, una rivoluzione totale nei toni e nei colori. 
Meno cupo ma non per questo indolore, Tutto chiuso tranne il cielo ha inizio lì dove le fughe si concludono: da un ritorno. Sono passati due anni dagli eventi raccontati in precedenza: che li conosciate oppure no, non importa. Dall'aereo è sceso un diciannovenne con i capelli da cartone animato, che ha tolto l'apparecchio da poco ma non per questo ha voglia di sorridere al mondo. Anzi: si dice che la lingua batta dove il dente duole. Lui, così, fa fatica a entrare nell'appartamento signorile con in giro inequivocabili ciocche di capelli biondi e il disordine dell'amato-odiato Christian, atteso a giorni da un viaggio in Svizzera.

Julian ha di nuovo diciassette anni e suo fratello accelera. Diventa una stella cadente, un buco nero, una macchia solare. Lui lo guarda con tutti gli sguardi che ha, e non capisce. Sei già la fine del mondo. Perché vuoi finire di nuovo?

Sparpagliati qui e lì ci sono vestiti più grandi in cui al ragazzo piace scivolare di nascosto, nell'illusione di annullarsi con quel parente che l'ha amato a lungo di un bene sbagliato, e proprio fuori si affaccia una Milano fantasma già pronta ad andare in ferie. 
Il protagonista è un otaku: uno di quei Millennials con il sogno del Giappone, non dell'America, che riporta dal soggiorno a Tokyo trolley pieni di anime e dolciumi, sigarette alla ciliegia e lecca-lecca da intingere nel caffè. A colpo d'occhio sembra un tenero extraterrestre – soprattutto a me che non ho mai visitato né l'Expo né l'Oriente, di giapponese conosco a malapena l'all you can eat all'angolo e il bubble tea non so cosa sia –, ma ci è voluto un istante affinché mi affezionassi a un ragazzo sperduto con la bocca sporca di cioccolato e le ossa a vista sotto le magliette fantasiose. Non meno sui generis e irresistibili, allora, vi appariranno le figure con cui Julian cerca di compensare ai propri vuoti: il logorroico Leo, che a trent'anni fa i turni di notte al Carrefour, si prodiga in gentilezze adorabili e non ficca il naso nell'illecito; la coetanea An, innamorata non corrisposta, con una famiglia cinese che la vorrebbe già moglie e la proposta di andare a saltare sui gonfiabili in piazza all'indomani di una confessione struggente; la youtuber Cloro, compagna di stanza durante l'esperienza in Giappone, con un privato sotto gli occhi di milioni di followers e i ricordi di un'infanzia alla mercé della madre approfittatrice. 
Il protagonista padroneggia molte lingue ma non ne fa uso: taciturno ai limiti del mutismo, vive una sfuggente esistenza interiore che lo conduce alle soglie dell'anoressia e nell'arco dell'intero romanzo aspetta una notifica di Christian, che nel frattempo si è rimboccato le maniche, rattoppato le ferite con l'inchiostro dei tatuaggi e sui social va scrivendo che la sofferenza fa pendant con l'essere fotogenici. Julian ha il suo identico naso, la stessa sindrome d'abbandono, ma è una persona ben diversa. Non per questo sano, non per questo l'adolescente responsabile che tutti danno per scontato.

Si ritira in se stesso uno strato alla volta, un odore alla volta, un timore alla volta, un sentore alla volta, finché non può dire: il mio corpo è vuoto.
Non si è rotto, se non si vedono i pezzi.
Non è nemmeno caduto, se non ha fatto rumore.

Grazie a un'autrice che qui cambia pelle e presta straordinaria attenzione alla sua, pallida e fragilissima, in Tutto chiuso tranne il cielo Julian riprende lentamente possesso della sua giovinezza, della sua rabbia, anche se parla a stento e non sbraita affatto, in un miscuglio di idiomi e onomatopee che rinfrescano la narrativa italiana. Mentre Le ferite originali intrigava al suon di pulsioni disturbanti, in questo ho creduto a torto di non poter entrare: se amore e sofferenza restano sentimenti universali, cosa mi accomunava al contrario con questo giovane con la tinta colorata, i problemi di peso, qualche questione pregressa con mamma – morta suicida – e papà? Tutto e niente, eppure all'inizio leggevo divertito dialoghi di cui coglievo forse la metà delle citazioni; e alla fine, invece, scoprivo di volergli un bene profondo. Verso Julian, che vorrebbe farsi bagnare dalla poggia fino ad annegare – a Tokyo hanno cinquanta sostantivi per definirla –, scatta infatti un rarissimo e asessuato senso di protezione: non sorprende che perfino il famelico Dante Beltrami, dongiovanni senza scrupoli con un ruolo risolutivo un romanzo fa, abbia per lui le premure di un padre e lo culli sulle note di David Bowie nel salotto che fece da sfondo a una tragedia mancata.

«Julian, perché mi hai cercato?»
Tira su col naso. Cercavo una parte di me.
«No, questo lo cerchi negli altri. In me cerchi una parte di Christian e non ne hai bisogno.»
«Di cos'ho bisogno, allora?»
«Di iniziare a guarire la ferita.»

A Julian conti le costole, strappi gli abbracci e le parole non dette, tendi un ombrello trasparente per evitargli la deriva. In un'estate che non finisce mai, sulle scene del crimine di vecchi rancori, Eleonora ci regala un romanzo di formazione lieve e psichedelico, dotato di una galleria di personaggi sopra le righe e di una profondità d'animo tale da scandagliarli uno a uno fin sotto la superficie. Una boccata d'ossigeno per un augurio di pronta guarigione – dagli incisivi scheggiati, dalle ferite finalmente in via di risanamento –, che ti lascia uno strascico blu attorno allo scarico della vasca, la voglia di riscoprire da capo quella canzone di Marco Masini che nelle gite al mare aveva il merito di ammortizzare le liti dei tuoi genitori, il desiderio di riprendere a cucinare torte e soprattutto di mangiarle a cuor leggero.
Si apre il cielo su una Milano con la testa altrove.
E, da chiuse che erano, si aprono le docce – dalla chioma, allora, via un turchino senza ombre di fate prodigiose – e le bocche – per il canto, per la fame, per l'esigenza di dirsi –, con il sospiro di sollievo delle rischiarite.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Mahmood – Asia Occidente

venerdì 1 marzo 2019

Recensioni a basso costo: La vegetariana, di Han Kang

| La vegetariana, di Han Kang. Adelphi – La biblioteca del mondo, € 9,90, pp. 168 |

La scelta del vegetarianesimo: perché? Domanda d'obbligo, a tavola, quando un commensale rifiuta con un po' di imbarazzo le portate principali e alla cuoca domanda porzioni più generose di contorno. La curiosità è tanta, e fra una forchettata e l'altra si parte con una trafila di interrogativi di rito – la classica lista di alimenti da confermare o smentire, la messa al vaglio dei motivi etici alla base della nuova dieta –, pretendendo di sapere se si tratti di animalismo militante, intolleranze o allergie, astensioni severe per gli amanti del fitness. Cosa comporta, tuttavia, astenersi dai piaceri e dagli obblighi della carne nell'odierna Seul, dove quel rifiuto condotto allo stremo potrebbe essere la metafora difficile da decifrare di un malessere radicato più a fondo? La vegetariana, romanzo tanto premiato quanto controverso, racconta con una prosa chirurgica e una struttura pressoché implacabile l'ascetismo di Yeong-hye: moglie alto-borghese in una metropoli della Corea del Sud, che gradualmente passa dal rifiuto dei ravioli al vapore all'alimentarsi con un sondino nel naso; dal vegetarianesimo al totale digiuno. Con tutto quello che la sua scelta provocatoria comporta, in una famiglia, in una società a sorpresa non troppo lontana, dove la convivialità e la sottomissione sono imprescindibili. A suggerire alla protagonista il nuovo stile di vita è un incubo splatter, di sangue e assassini senza volto; una suggestione talmente forte da mandare a monte cinque anni di matrimonio, la buona educazione, qualsiasi raziocinio. Yeong-hye ambisce all'essenziale e alla purezza, a uno stato febbricitante simile all'estasi, ma a raccontare questa sua dieta di acqua e sole, il desiderio folle di trasformarsi in pianta, non sarà mai la diretta interessata in prima persona. Resterà, al contrario, un mistero fino alla fine.

Aveva scambiato il pavimento di cemento dell'ospedale per la soffice terra dei boschi? Il suo corpo si era trasformato in un tronco robusto, con bianche radici che le spuntavano dalle mani e si ancoravano al suolo nero? Le sue gambe si erano allungate in alto, verso il cielo, mentre le braccia si spingevano fino al nucleo stesso della Terra, con la schiena rigida a sostenere quella duplice crescita? Mentre i raggi del sole le bagnavano il corpo, l'acqua che impregnava il suolo era stata assorbita dalle sue cellule, per poi farle sbocciare dei fiori tra le gambe?

Meglio non aspettarsi parafrasi e risoluzioni neanche dai personaggi che ruotano intorno alle prese di posizioni radicali e ai gesti scellerati della scioperante. Il primo capitolo è dedicato al punto di vista del marito, uomo d'affari piccolo e prevaricatore con una scarsissima stima verso la consorte – un'ottima cuoca, un corpo caldo da ghermire a letto con le stesse modalità dello stupro – e la tentazione infantile di lamentarsi con i suoceri di quella secondogenita che li disonora impunemente, astenendosi con l'imperturbabilità di una martire dai doveri coniugali: il sesso va preteso con le cattive, allora, e i pranzi diventano una barbara costrizione. Il secondo, invece, segue le fantasie erotiche del cognato di Yeong-hye, un artista all'avanguardia attratto dalla magrezza esagerata della parente acquisita e dalla persistenza di una macchia mongolica proprio sulla curva delle natiche, che fanno di lei prima un sogno proibito e poi un'istallazione artistica vivente: l'uomo vuole che posi per lui nuda e sfacciata, che si lasci dipingere il corpo di fiori bellissimi, magari in previsione di un amplesso futuro da immaginare pittorico e surreale. L'ultima parte, ambientata a tre anni di distanza dall'inizio della narrazione, ha la voce della sorella maggiore della digiunante: moglie tradita, ma mamma e professionista appagata, che si spinge in una struttura nel cuore della foresta sferzata di pioggia per portare frutta e dolci a una Yeong-hye arrivata a pesare trenta chili appena.

La sua calma accettazione di tutte quelle cose gliela faceva apparire come qualcosa di sacro. Che avesse una natura umana, animale o vegetale, non si poteva definire una “persona”, ma non era nemmeno esattamente una creatura selvaggia – più un essere misterioso che possedeva le qualità di entrambe.

Lì, in un colloquio a senso unico, affiorano ricordi, sensi di colpa, pensieri suicidi mai confessati: la rabbia verso un corpo senza spigoli, trasformato eppure da alcuni in oggetto del desiderio; la frustrazione per non aver compreso i conflitti interiori della propria sorella, in balia per tutta la vita degli uomini sbagliati. A ben vedere In-Hye non è forse la copia carbone dell'altra, ma con un modo diverso di (non) opporsi? 
La vegetariana mi ha catturato sin dall'inizio, come accade quando mi cimento con letture che mettono alla prova in quanto morbose, destabilizzanti, piene di stranezze e perversioni. Paragonabile in parte alle visioni di Hungry Hearts e Annientamento, il romanzo di Han Kang viaggia per il resto nell'assurdo, nel mai letto, attraverso un intrigo affascinante e respingente dove parlare del ruolo dei sessi – e del cibo – oggi. La ricerca delle purezza confina con il sentiero dell'annullamento. E una punizione all'apparenza gratuita e autoinflitta, per quanto poco condivisibile ci appaia, in realtà è l'unica scelta fatta deliberatamente da una moglie confinata in un angolo, nell'ombra: spogliata, usata e gettata via; pilotata in riunioni familiari che ne evidenziano l'alterità irreversibile; imboccata con le mani, con la forza, da amanti repressi e spregevoli padri padroni.

Perché, è così terribile morire?

La vegetariana è una forma di ribellione, una fuga. Il ritorno simbolico alla Terra, al fango a cui apparteniamo, per affidarsi finalmente a un'entità femminile che soverchia tutti e tutto: patriarcato compreso. Una natura naturans, accogliente e inquietantissima, che negli incubi ti promette di abbracciarti fino a diventar parte di un intrico incantevole di spine e fiori di carne. La prosa della Kang stilla linfa e fluidi vitali, la sua denuncia fattasi fiaba grottesca mette radici nei pensieri e nelle consapevolezze, e in preda a un'estasi pagana fioriscono intanto i corpi femminili e le rivoluzioni silenziose. 
Contro l'inedia sentimentale. Contro una fame vorace che ti spinge a impuntarti, ad affrancarti, attraverso la trasformazione in albero. Proprio come accaduto alla Dafne del mito, sfuggita così alle mani bramose del dio Apollo. Proprio come una figliol prodiga che torna infine a mutarsi in radice, foglia e bocciolo, nella stretta solidale di Madre Natura.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Baustelle – La canzone del parco